Tag: noah baumbach

  • Cartoline dal Lido, giorno 2: Bugonia,Jay Kelly, Megadoc, La grazia

    Bugonia, di Yorgos Lanthimos – In concorso

    A cura di Alberto Faggiotto

    Bugonia, presentato in concorso per il Leone d’oro, segna il ritorno di Yorgos Lanthimos dopo Kinds of Kindness con un’opera che conferma la fase più “leggera” della sua carriera. Si tratta del remake di Save the Green Planet! (2003) di Jang Joon-hwan, film di culto sudcoreano: la vicenda ruota attorno a due giovani ossessionati dai complotti (Jesse Plemons e Aidan Delbis) che rapiscono la potente CEO di una multinazionale (Emma Stone), convinti che sia in realtà un’aliena pronta a distruggere la Terra. Mantenendo i riferimenti tematici dell’originale, Lanthimos apre citando il rischio d’estinzione delle api e intreccia un discorso ecologista che diventa inevitabilmente riflessione sul destino della specie umana: forse non meritiamo il mondo in cui viviamo. A ciò si aggiunge la vena anticapitalista con la critica al potere incontrollato delle multinazionali e l’idea che, in questo spazio ambiguo, persino le teorie del complotto sembrano talvolta sfiorare una verità, come se il delirio fosse solo un’altra forma di rivelazione. Nonostante le suggestioni e l’impegno tematico, Bugonia è un film che si guarda con interesse ma senza alcuna sorpresa, tanto che la sua presenza in concorso a Venezia solleva dubbi inevitabili: se non ci fosse stata la firma di Lanthimos, forse saremmo di fronte a un titolo destinato a scivolare via come un esercizio di genere solo discreto, mediocre nel senso più letterale del termine.

    Jay Kelly, di Noah Baumbach-In concorso 

    A cura di Gianluca Meotti

    Jay Kelly è l’alter ego filmico di George Clooney? Jay Kelly è reale o esiste solo quando recita? Quanto il Jay Kelly attore è sovrapponibile al Jay Kelly uomo, e quanto invece è una creatura mitica e ibridata fra il manager Ron (Adam Sandler), il padre (Stacy Keach), le amanti, le figlie, gli amici traditi e i film fatti (unico filtro attraverso il quale riesce a ricordare i momenti della sua vita)? Non bastano più di due ore a Noah Baumbach per riuscire a capirlo, e va bene così. Il regista newyorkese non abbandona il canovaccio delle famiglie disfunzionali che ne hanno fatto la fortuna, ma sposta la sua attenzione su il singolo, uomo che ha raggiunto i massimi onori nel suo campo ma che vorrebbe interpretare finalmente sé stesso, dopo anni passati nei panni altrui. È la storia di un uomo a cui l’ambizione sfrontata della gioventù presenta il conto con la maturità, immergendolo in un viaggio fra i ricordi alla ricerca di ciò che è stato vero (poco). Fra Los Angeles, la Francia e un piccolo paesino in Toscana Baumbach costringe il suo protagonista a venire a patti con la sua vita non risparmiandogli confronti e pietismi spiccioli. Per il resto è il solito ottimo Baumbach: sceneggiatura acuta, equilibrio costante fra dramma e commedia, crisi e rivelazioni. Sul finale rovina sotto delle intuizioni metacinematografiche pesanti che sviliscono un po’ tutto ciò che era stato costruito finora, pur, fortunatamente, non giungendo ad una conclusione.

    Chi è Jay Kelly?

    Megadoc, di Mike Figgis-Venezia Classici

    A cura di Silvia Strambi

    Il regista Mike Figgis ha l’enorme onore\onere di essere, per sua stessa dichiarazione, la “mosca sul muro” durante la lavorazione del nuovo film di uno dei più grandi registi viventi. Il film è Megalopolis, il regista Francis Ford Coppola, che in questo progetto che culla da 30 anni ha investito soldi suoi.

    Se il caos produttivo legato a questa produzione e il successivo insuccesso di pubblico e critica sono fatti noti e facilmente reperibili, Figgis ci porta invece qualcosa di inedito: il dietro le quinte, il lavoro con gli attori e i capo reparto. Materiale, al di là della qualità del prodotto finale, prezioso in quanto sguardo nella mente di un artista e nel suo processo creativo. A più di 80 anni, Coppola chiede il meglio sia da se stesso sia dagli altri membri della troupe, sperimentando, cercando soluzioni pratiche, invitando gli attori a mettersi in gioco, creando un ambiente di caos (quasi) organizzato. Le interviste ai membri del cast e della troupe, inoltre, sono a loro volta tanto interessanti perché sguardo sul loro processo creativo quanto, in diversi casi, molto divertenti.

    Certo, Megadoc è anche uno sguardo di parte che soprassiede o minimizza alcuni degli elementi più potenzialmente controversi di questa produzione (le accuse di violenza domestica rivolte nel 2020 a Shia LaBeouf, interprete di Claudio) e guarda con generale simpatia ai metodi di Coppola, sfiorando solo, attraverso le parole del cast, il successivo insuccesso del film. Resta tuttavia, anche nella consapevolezza del flop, l’interesse del vedere far cinema da parte di uno degli indiscussi maestri della settima arte.

    La Grazia, di Paolo Sorrentino – In Concorso

    A cura di Riccardo Fincato

    Nella seconda giornata della Mostra del cinema di Venezia, il film di apertura del concorso, La Grazia di Paolo Sorrentino, approda nelle proiezioni aperte agli accreditati verdi. Anche Sorrentino, con questo film, sembra smussare parte dei suoi eccessi, nel tentativo di riappacificarsi con un pubblico che alla visione di Parthenope si era, comprensibilmente, diviso. La trama, al solito con Sorrentino, non è particolarmente elaborata: Mariano de Santis (Toni Servillo) è il Presidente della Repubblica alle prese con il suo semestre bianco. Soprannominato Cemento Armato, è la personificazione dell’istituzione che rappresenta; egli è infatti un giurista freddo, di stampo democristiano, e abilissimo nell’arte del prendere tempo su questioni controverse e impopolari. Questi ultimi sei mesi sono tutt’altro che una semplice attesa che il tempo scada, quando due richieste di grazia e un disegno di legge sull’eutanasia arrivano sulla sua scrivania. Qui emerge la capacità del regista di scrivere una sceneggiatura compatta, che sviluppa temi che si intrecciano per essere poi ricondotti alla vita privata del Presidente. Dal punto di vista stilistico Sorrentino asciuga: la regia, composta e più posata del solito, punta a mostrare l’interiorità del protagonista, tormentato da dubbi morali e ideologici, celati da una corazza che gli vale il soprannome. Più vicino a L’uomo in più che a Il divo, il film sorprende per la sensibilità con cui viene raccontato un uomo alle prese con i propri i drammi e quelli collettivi, fino ad arrivare a una vera e propria sovrapposizione sotto il leitmotiv “di chi sono i nostri giorni?”. Tuttavia, nonostante i pregi, siamo lontani dall’incisività del film d’esordio del regista partenopeo, in particolare nell’ultimo atto, in cui il film si incastra in un ridondante percorso di chiarificazione per lo spettatore, dove le riflessioni maturate durante la visione vengono ridotte a poche frasi iconiche, in puro stile sorrentiniano, ripetute in continuazione da personaggi che non sono necessariamente in relazione, quasi mancasse la fiducia nello spettatore per capire il tema del film, lasciando così poco più di alcuni spunti di riflessione, interessanti ma solo parzialmente esplorati.

    Redazione.
  • Speciale Premi Oscar 2024: analisi e pronostici

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    It’s Oscar time! Come ogni anno gli Academy Awards, noti più comunemente come Premi Oscar, rappresentano il culmine della cosiddetta Awards Season, la stagione dei premi, ossia il periodo in cui l’industria cinematografica hollywoodiana (e non solo) assegna i propri principali riconoscimenti ai film più importanti della passata stagione. Iniziata con la cerimonia dei Golden Globe del 7 gennaio, la Awards Season 2024 si concluderà domenica 10 marzo con la cerimonia degli Oscar, che verrà trasmessa in diretta mondiale dal Dolby Theatre di Los Angeles e condotta, per la quarta volta, da Jimmy Kimmel. Per l’Italia, inoltre, la cerimonia 2024 presenta una novità significativa: mentre gli anni passati gli Oscar erano trasmessi in diretta su Sky (e commentati dall’immancabile duo Francesco Castelnuovo/Gianni Canova), quest’anno sarà possibile vedere la premiazione in chiaro su Rai 1 nella notte tra il 10 e l’11 marzo. Alla conduzione ci sarà Alberto Matano. La decisione della Rai di trasmettere la cerimonia sulla propria rete ammiraglia si giustifica ampiamente con la presenza, tra le pellicole candidate, di Io capitano di Matteo Garrone, che rappresenta l’Italia nella categoria miglior film internazionale ed è stato prodotto con il contributo proprio di Rai Cinema

    Ma dunque chi vincerà la novantaseiesima edizione degli Academy Awards? I pronostici per gli Oscar sono un autentico business e riviste come la statunitense Variety fondano buona parte del proprio prestigio sull’attendibilità delle proprie previsioni. Anche su Frames Cinema intendiamo proporre i nostri pronostici, per cercare di capire chi, con ogni probabilità, si porterà a casa la statuetta dorata nella notte delle stelle e soprattutto perché. Ma andiamo con ordine, categoria per categoria (chi scrive non si soffermerà solamente sulle tre categorie dedicate ai cortometraggi). 

    Miglior film

    Candidati:

    • American Fiction di Cord Jefferson (MGM; produttori: Ben LeClair, Nikos Karamigios, Cord Jefferson e Jermaine Johnson)
    • Anatomia di una caduta di Justine Triet (Neon; produttori: Marie-Ange Luciani e David Thion)
    • Barbie di Greta Gerwig (Warner Bros.; produttori: David Heyman, Margot Robbie, Tom Ackerley e Robbie Brenner)
    • The Holdovers – Lezioni di vita di Alexander Payne (Focus Features; produttore: Mark Johnson)
    • Killers of the Flower Moon di Martin Scorsese (Apple Original Films/Paramount Pictures; produttori: Dan Friedkin, Bradley Thomas, Martin Scorsese e Daniel Lupi)
    • Maestro di Bradley Cooper (Netflix; produttori: Bradley Cooper, Steven Spielberg, Fred Berner, Amy Durning e Kristie Macosko Krieger)
    • Oppenheimer di Christopher Nolan (Universal Pictures; produttori: Emma Thomas, Charles Roven e Christopher Nolan)
    • Past Lives di Celine Song (A24; produttori: David Hinojosa, Christine Vachon e Pamela Koffler)
    • Povere creature! di Yorgos Lanthimos (Searchlight Pictures; produttori: Ed Guiney, Andrew Lowe, Yorgos Lanthimos ed Emma Stone)
    • La zona d’interesse di Jonathan Glazer (A24; produttore: James Wilson)

    Chi vincerà (pronostico): Oppenheimer

    La categoria più ambita quest’anno è anche tra le più facili da prevedere. Come lo scorso anno era pressoché scontata la vittoria di Everything Everywhere All At Once di Daniel Kwan e Daniel Scheinert, quest’anno Oppenheimer di Christopher Nolan dovrebbe trionfare come miglior film senza eccessive difficoltà. Come è possibile affermarlo con tanta sicurezza? L’Academy of Motion Picture Arts and Sciences, l’istituzione che consegna i premi Oscar, è costituita da oltre 10.000 professionisti del cinema internazionale che votano per tutte le categorie premiate. Tutte queste persone, però, non votano solo agli Oscar, ma molte di loro appartengono anche a giurie di diversi altri riconoscimenti assegnati nel corso della Awards Season. Dunque, studiando con attenzione i risultati delle altre premiazioni, è possibile fare ipotesi piuttosto circostanziate su come potrebbero essere distribuiti gli Oscar. Nel caso della categoria miglior film quest’anno Oppenheimer ha trionfato in tutte le principali premiazioni della stagione dei premi, dai Golden Globe (che in realtà non costituiscono un vero e proprio indicatore per gli Oscar, dal momento che sono assegnati dalla Golden Globe Foundation, ente che ha da poco sostituito la storica Hollywood Foreign Press Association e che non ha rapporti diretti con l’Academy) ai britannici BAFTA, dai Critics’ Choice Awards ai prestigiosissimi PGA (i riconoscimenti del sindacato dei produttori cinematografici statunitensi, che dal 2000 a oggi ha premiato sedici volte pellicole poi risultate vincitrici anche agli Oscar). Inoltre, Oppenheimer ha anche ottenuto il premio al miglior cast ai SAG Awards (i premi del sindacato degli attori, la categoria più influente e numerosa all’interno della giuria dell’Academy), considerato come un indicatore fondamentale per la pellicola che si aggiudicherà l’Oscar al miglior film (nel 2020 fu proprio questo premio ad annunciare l’imminente trionfo a sorpresa di Parasite di Bong Joon-ho). Oppenheimer, dunque, sembra avere davvero la strada spianata e, a meno di enormi sorprese, Christopher Nolan e i suoi co-produttori Emma Thomas (anche sua moglie) e Charles Roven dovrebbero riuscire a portare a casa la statuetta. Se chi scrive dovesse provare a immaginare un possibile favorito “numero due”, comunque, esso andrebbe individuato nelle pellicole europee La zona d’interesse (già Grand Prix a Cannes e pluri-riconosciuto ai BAFTA) e Anatomia di una caduta (già Palma d’Oro) piuttosto che in Povere creature! o Killers of the Flower Moon.

    Miglior regia

    Candidati:

    • Jonathan Glazer (La zona d’interesse)
    • Yorgos Lanthimos (Povere creature!)
    • Christopher Nolan (Oppenheimer)
    • Martin Scorsese (Killers of the Flower Moon)
    • Justine Triet (Anatomia di una caduta)

    Chi vincerà (pronostico): Christopher Nolan (Oppenheimer

    Se per il premio al miglior film abbiamo un vincitore probabile, nella categoria miglior regia la questione pare ancora più definita: Christopher Nolan ha vinto tutto in questa Awards Season. Nessun premio significativo per la regia è andato agli altri registi candidati all’Oscar. L’autore britannico ha vinto il Golden Globe, il BAFTA, il Critics’ Choice e soprattutto il DGA (il premio del sindacato dei registi) e nessun ostacolo concreto pare più separarlo dall’Oscar. Vale comunque la pena segnalare che Martin Scorsese, con la sua candidatura per Killers of the Flower Moon, raggiunge le dieci nomination complessive in carriera in questa categoria (di cui una sola andata a segno, per The Departed), secondo solo a William Wyler (dodici nomination) nella storia del cinema.

    Miglior attore protagonista

    Candidati:

    • Bradley Cooper (Maestro)
    • Colman Domingo (Rustin)
    • Paul Giamatti (The Holdovers – Lezioni di vita)
    • Cillian Murphy (Oppenheimer)
    • Jeffrey Wright (American Fiction)

    Chi vincerà (pronostico): Cillian Murphy (Oppenheimer)

    La categoria miglior attore quest’anno rappresenta una competizione a due tra il Cillian Murphy di Oppenheimer e il Paul Giamatti di The Holdovers (niente da fare, invece, per il Bradley Cooper di Maestro, dato per favorito alla vigilia della stagione dei premi). Entrambi hanno vinto il Golden Globe (rispettivamente nelle categorie di dramma e commedia). Successivamente, invece, Giamatti si è assicurato il Critics’ Choice Award, facendo tremare la “corazzata Oppenheimer” e inducendo molti analisti a ipotizzare l’intenzione, da parte dell’Academy, di incoronare finalmente uno degli attori simbolo del panorama del cinema indipendente americano, già candidato all’Oscar come non protagonista per Cinderella Man di Ron Howard, e autore di performance iconiche in perle cinematografiche come Sideways – In viaggio con Jack (2004) di Alexander Payne. Nelle premiazioni a seguire, tuttavia, Cillian Murphy, attore irlandese tra i più talentuosi della sua generazione e già collaboratore di fiducia di Nolan, si è imposto su Giamatti, trionfando sia ai BAFTA sia ai SAG Awards, quest’ultimi considerati da molti come il vero e proprio ago della bilancia. A conti fatti, è assai difficile che Giamatti possa farcela e si può pronosticare con un certo grado di sicurezza che sarà Murphy a trionfare il 10 marzo. Dispiace molto per Giamatti – che nel ruolo del professor Hunham in The Holdovers ha dato un’interpretazione di straordinaria finezza, costantemente in bilico tra ironia e malinconia – ma non si può non gioire per la probabile vittoria del dolente protagonista del capolavoro di Christopher Nolan. 

    Miglior attrice protagonista

    Candidate:

    • Annette Bening (Nyad)
    • Lily Gladstone (Killers of the Flower Moon)
    • Sandra Hüller (Anatomia di una caduta)
    • Carey Mulligan (Maestro)
    • Emma Stone (Povere creature!)

    Chi vincerà (pronostico): Lily Gladstone (Killers of the Flower Moon)

    Eccoci qua. La categoria miglior attrice protagonista rappresenta davvero il cuore di questi Oscar 2024, dal momento che è senza dubbio la sfida più accanita e incerta tra due candidate: Lily Gladstone per Killers of the Flower Moon ed Emma Stone per Povere creature!. Certo, non siamo ai livelli di incertezza degli Oscar 2021, quando ben tre attrici (Carey Mulligan, Viola Davis e Frances McDormand – quest’ultima poi risultata vincitrice per Nomadland) si erano giocate la statuetta “ad armi pressoché pari” (la prima aveva vinto il Critics’ Choice, la seconda il SAG e la terza il BAFTA). Ebbene, quest’anno la sfida non è a tre, ma la situazione non è molto più chiara. Emma Stone ha vinto il Golden Globe come attrice in un film commedia, il Critics’ Choice Award e soprattutto il BAFTA, premio considerato determinante (si pensi solo a quando, tre anni fa, Anthony Hopkins trionfò sul compianto Chadwick Boseman come miglior attore avendo vinto “solo” il BAFTA in precedenza). In Povere creature!, inoltre, Stone è in scena per la quasi totalità del film e regala un’interpretazione divertente e sopra le righe, mettendo in gioco tutta la propria fisicità. Dall’altra parte, Gladstone ha vinto numerosi premi della critica, il Golden Globe come attrice drammatica e soprattutto il SAG Award come miglior attrice, altro tassello di solito fondamentale per chi vuole aspirare alla statuetta. La sua interpretazione nel film di Scorsese, tuttavia, è assai più trattenuta e sottile rispetto a quella di Stone – e in questo senso meno “immediata” da apprezzare. Inoltre Gladstone è presente sullo schermo per un tempo abbastanza limitato rispetto all’imponente durata dell’epopea western scorsesiana, tanto che quando Killers of the Flower Moon era stato presentato al Festival di Cannes lo scorso anno molti analisti avevano ipotizzato una nomination come non protagonista per l’interprete di Mollie Burkhart, moglie del protagonista Ernest Burkhart/Leonardo DiCaprio. Come si può intuire da queste mie considerazioni, dunque, la situazione nella categoria miglior attrice è assai ingarbugliata. Dovendo esprimere un pronostico, tuttavia, chi scrive ritiene che sarà proprio Lily Gladstone a prevalere, per quattro ragioni fondamentali. (1) Se Gladstone non vincesse, Killers of the Flower Moon avrebbe buone possibilità di tornare a casa a mani vuote e diventerebbe il terzo film del regista, dopo Gangs of New York e The Irishman, ad avere ottenuto dieci nomination e nessuna statuetta (al contrario, Povere creature! ha buone possibilità di ottenere qualche premio di consolazione in ambito tecnico); (2) il SAG è stato, in ordine di tempo, l’ultimo premio importante a essere assegnato nel corso della stagione dei premi e la vittoria di Gladstone a questa recente manifestazione potrebbe fungere da volano per gli Oscar di più rispetto al BAFTA vinto da Stone diverse settimane fa; (3) Stone ha già vinto un Oscar per La La Land e, in questo senso, molti membri dell’Academy potrebbero preferire premiare un nuovo nome recentemente emerso; infine (4) è ben noto quanto gli Oscar siano attenti al tema dell’inclusività e Gladstone, in caso di vittoria, sarebbe la prima interprete nativa americana a conquistare la statuetta. Per tutte queste ragioni, a parere di chi scrive è Gladstone la favorita per la vittoria dell’Oscar, benché Emma Stone sia tutt’altro che fuori dai giochi. 

    Miglior attore non protagonista

    Candidati:

    • Sterling K. Brown (American Fiction)
    • Robert DeNiro (Killers of the Flower Moon)
    • Robert Downey Jr. (Oppenheimer)
    • Ryan Gosling (Barbie)
    • Mark Ruffalo (Povere creature!)

    Chi vincerà (pronostico): Robert Downey Jr. (Oppenheimer)

    Se all’inizio della Awards Season in molti sostenevano che fosse finalmente giunto il momento di riconoscere il talento di Ryan Gosling, grazie alla sua ironica interpretazione di Ken in Barbie, l’andamento effettivo della stagione dei premi ha smentito tutte le premesse. È stato infatti Robert Downey Jr., grazie alla sua sottile interpretazione di Lewis Strauss in Oppenheimer, a trionfare in tutte le principali premiazioni (Golden Globe, Critics’ Choice, BAFTA, SAG). Downey – che è alla terza nomination dopo quelle ottenute come protagonista per Charlot nel 1993 e come non protagonista per Tropic Thunder nel 2009 – pare a questo punto l’unico serio contendente al premio Oscar.

    Miglior attrice non protagonista

    Candidate:

    • Emily Blunt (Oppenheimer)
    • Danielle Brooks (Il colore viola)
    • America Ferrera (Barbie)
    • Jodie Foster (Nyad)
    • Da’Vine Joy Randolph (The Holdovers – Lezioni di vita)

    Chi vincerà (pronostico): Da’Vine Joy Randolph (The Holdovers – Lezioni di vita)

    Se c’è una categoria in cui la vincitrice è già scritta è questa. Da’Vine Joy Randolph, attrice e cantante statunitense che in The Holdovers interpreta la cuoca Mary, ha vinto qualsiasi premio possibile come non protagonista e nulla può impedirle di giungere all’Oscar.

    Miglior sceneggiatura originale

    Candidati:

    • Anatomia di una caduta (Justine Triet e Arthur Harari)
    • The Holdovers – Lezioni di vita (David Hemingson)
    • Maestro (Bradley Cooper e Josh Singer)
    • May December (Samy Burch e Alex Mechanik)
    • Past Lives (Celine Song)

    Chi vincerà (pronostico): Anatomia di una caduta (Justine Triet e Arthur Harari)

    Il premio alla miglior sceneggiatura originale è uno tra i più importanti tra quelli attribuiti agli Oscar e spesso viene assegnato come “compenso” a un film che è stato estremamente gradito dall’Academy e tuttavia non è stato riconosciuto nelle categorie principali di miglior film e miglior regia. È accaduto di recente con titoli di peso come Scappa – Get Out di Jordan Peele, Manchester by the Sea di Kenneth Lonergan, Lei di Spike Jonze, Midnight in Paris di Woody Allen, Una donna promettente di Emerald Fennell e così via. Il medesimo schema dovrebbe ripetersi quest’anno, in cui il film favorito per il premio è Anatomia di una caduta, scritto dalla regista Justine Triet insieme al partner professionale e di vita Arthur Harari. La pellicola francese, già vincitrice della Palma d’Oro a Cannes, è stata inspiegabilmente snobbata dal comitato francese di selezione per l’Oscar come miglior film internazionale, benché fosse eleggibile. Al suo posto, infatti, la Francia ha preferito proporre come proprio rappresentante La passion de Dodin Bouffant del franco-vietnamita Tran Anh Hung (anch’egli riconosciuto a Cannes come miglior regista) che tuttavia, come vedremo, non è riuscito a entrare nella cinquina dell’Oscar “straniero”: fatto che ha già generato numerose polemiche in patria (per approfondire: Screendaily; Variety). Anatomia di una caduta, dal canto proprio, pur essendo stato snobbato dal proprio stesso paese, ha ottenuto cinque pesantissime nomination agli Oscar, tra cui miglior film, regia e attrice protagonista. Il film è stato enormemente apprezzato a livello globale e, proprio per questo, è assai probabile che il film trionfi nella categoria miglior sceneggiatura originale (riconoscimento già ottenuto ai BAFTA e ai Golden Globe, peraltro), anche per via della propria scrittura complessa e raffinata. Niente da fare, sembrerebbe, per gli altri illustri candidati (almeno Past Lives e The Holdovers, altrimenti, avrebbero potuto avere delle possibilità). È inoltre da segnalare che quest’anno i premi del sindacato degli sceneggiatori (WGA Awards) non sono ancora stati attribuiti (la cerimonia è in calendario per il 14 aprile).

    Miglior sceneggiatura non originale 

    Candidati:

    • American Fiction (Cord Jefferson)
    • Barbie (Greta Gerwig e Noah Baumbach)
    • Oppenheimer (Christopher Nolan)
    • Povere creature! (Tony McNamara)
    • La zona d’interesse (Jonathan Glazer)

    Chi vincerà (pronostico): American Fiction (Cord Jefferson)

    Anche in questa categoria, apparentemente, sembrerebbe esserci un vincitore designato: American Fiction, scritto e diretto da Cord Jefferson, che per l’occasione ha adattato il romanzo Erasure (2001) di Percival Everett. Il film, infatti, ha vinto il BAFTA e il Critics’ Choice nella medesima categoria ed è in lizza per il WGA. Non è da escludere, tuttavia, che l’Academy decida di riconoscere e “compensare” Barbie di Greta Gerwig. Il maggiore successo al botteghino del 2023, infatti, rischia di tornare a casa esclusivamente con il premio alla miglior canzone, dopo le numerose polemiche attorno all’esclusione di Gerwig e Margot Robbie dalle categorie, rispettivamente, di miglior regia e attrice. Inoltre, Barbie e American Fiction non si sono mai trovati in diretta competizione nel corso della stagione dei premi: il film di Gerwig, infatti, è stato candidato, sia ai BAFTA sia ai Critics’ Choice (dove peraltro ha vinto il premio), come miglior sceneggiatura originale, mentre agli Oscar compete nella categoria per il miglior adattamento proprio contro il film di Jefferson. Non è dunque facile prevedere con sicurezza come andranno le cose in questa categoria: al momento, comunque, American Fiction sembrerebbe essere in leggero vantaggio.

    Miglior film internazionale

    Candidati:

    • Io capitano di Matteo Garrone (Italia)
    • Perfect Days di Wim Wenders (Giappone)
    • La società della neve di Juan Antonio Bayona (Spagna)
    • La sala professori di İlker Çatak (Germania)
    • La zona d’interesse di Jonathan Glazer (Regno Unito)

    Chi vincerà (pronostico): La zona d’interesse di Jonathan Glazer

    In questa categoria non ci sono dubbi: vista anche l’esclusione, di cui si è già scritto, del favoritissimo Anatomia di una caduta, nessun film può realmente competere con La zona d’interesse di Jonathan Glazer. Già premiato con il Grand Prix a Cannes, l’agghiacciante dramma britannico (ma parlato in tedesco) sul comandante di Auschwitz è già stato acclamato da molti come uno dei migliori film di questo decennio. L’amore per l’opera di Glazer, peraltro, parrebbe condiviso anche dall’Academy, che lo ha candidato anche come miglior film, regia, sceneggiatura non originale e sonoro. Non vi sono dubbi, dunque, che il premio come miglior film internazionale andrà al capolavoro di Glazer, che si conferma un autore sperimentale e anticonformista. Dispiace per lo splendido Perfect Days di Wim Wenders e per il coinvolgente La società della neve di J.A. Bayona, dedicato al disastro aereo delle Ande del 1972. Ma il rammarico maggiore è ovviamente per il nostro Matteo Garrone, che giunge per la prima volta agli Oscar con un film coraggioso nel fondere realismo e dimensione fiabesca, che tuttavia non è tra i suoi lavori migliori.

    Miglior film d’animazione

    Candidati:

    Chi vincerà (pronostico): Spider-Man – Across the Spider-Verse di Joaquim Dos Santos, Kemp Powers e Justin K. Thompson

    Nell’ambito dell’animazione le cose sono assai meno scontate: i maggiori pronostici vedono come favorito Spider-Man – Across the Spider-Verse, seguito visionario dell’acclamatissimo Spider-Man – Un nuovo universo (2018), già premiato agli Oscar. Il film, oltre ad avere ottenuto il plauso unanime di critica e pubblico, ha vinto sia il Critics’ Choice sia l’Annie Award, attribuito dal ramo losangelino dell’International Animated Film Association. Il diretto competitor del film su Spider-Man, tuttavia, è Il ragazzo e l’airone, dodicesimo lungometraggio d’animazione di Hayao Miyazaki. Il film non ha messo d’accordo tutti (alcuni lo ritengono tra i capolavori del Maestro, altri una degenerazione visionaria e criptica del suo cinema), ma è innegabile che l’Academy possa voler riconoscere ancora una volta, con quello che potrebbe essere il suo ultimo lavoro, il genio di Miyazaki (già vincitore di due Oscar: per La città incantata nel 2003 e alla carriera nel 2015). A testimonianza di ciò Il ragazzo e l’airone ha vinto a sorpresa sia il Golden Globe sia il BAFTA. La partita, dunque, è aperta, anche se nell’ambito dell’animazione l’Academy ha sempre teso a premiare maggiormente la produzione americana e, in questo senso, Spider-Man sembrerebbe ancora in vantaggio.

    Miglior fotografia

    Candidati:

    • El Conde (Edward Lachman)
    • Killers of the Flower Moon (Rodrigo Prieto)
    • Maestro (Matthew Libatique)
    • Oppenheimer (Hoyte van Hoytema)
    • Povere creature! (Robbie Ryan)

    Chi vincerà (pronostico): Oppenheimer (Hoyte van Hoytema)

    In questa categoria Oppenheimer e il suo direttore della fotografia Hoyte van Hoytema, collaboratore di Nolan sin dai tempi di Interstellar, dovrebbero avere vittoria facile: il film, infatti, ha vinto i premi alla migliore fotografia in tutte le principali manifestazioni della stagione dei premi.

    Miglior montaggio

    Candidati:

    • Anatomia di una caduta (Laurent Sénéchal)
    • The Holdovers – Lezioni di vita (Kevin Tent)
    • Killers of the Flower Moon (Thelma Schoonmaker)
    • Oppenheimer (Jennifer Lame)
    • Povere creature! (Yorgos Mavropsaridis)

    Chi vincerà (pronostico): Oppenheimer (Jennifer Lame)

    Anche questa categoria non dovrebbe riservare sorprese: il notevole lavoro di montaggio di Jennifer Lame su Oppenheimer dovrebbe permettere alla statunitense di ottenere il suo primo Oscar, visti anche i molti altri riconoscimenti accumulati nel corso della stagione. 

    Miglior scenografia

    Candidati:

    • Barbie (Sarah Greenwood e Katie Spencer)
    • Killers of the Flower Moon (Jack Fisk e Adam Willis)
    • Napoleon (Arthur Max e Elli Griff)
    • Oppenheimer (Ruth De Jong e Claire Kaufman)
    • Povere creature! (Shona Heath, James Price e Szusza Mihalek)

    Chi vincerà (pronostico): Povere creature! (Shona Heath, James Price e Szusza Mihalek)

    In questa categoria Povere creature! dovrebbe avere vittoria facile (ha già vinto il BAFTA). Si tratterebbe di un piccolo compenso per la probabile débâcle del film nelle categorie principali.

    Migliori costumi

    Candidati:

    • Barbie (Jacqueline Durran)
    • Killers of the Flower Moon (Jacqueline West)
    • Napoleon (David Crossman e Janty Yates)
    • Oppenheimer (Ellen Mirojnick)
    • Povere creature! (Holly Waddington)

    Chi vincerà (pronostico): Povere creature! (Holly Waddington)

    In questa categoria è favorito per la vittoria Povere creature!, già trionfatore ai BAFTA. Nelle ultime settimane, tuttavia, Barbie ha anch’esso racimolato consensi (e un Critics’ Choice Award) e questo premio potrebbe fungere da “compenso” per il film di Gerwig, che probabilmente tornerà a casa con poche statuette (specialmente se paragonate al monumentale successo di pubblico). La partita è aperta.

    Miglior trucco e acconciatura

    Candidati:

    • Golda (Karen Hartley Thomas, Suzi Battersby e Ashra Kelly-Blue)
    • Maestro (Kazu Hiro, Kai Georgiou e Lori McCoy Bell)
    • Oppenheimer (Luisa Abel)
    • Povere creature! (Nadia Stacey, Mark Coulier e Josh Weston)
    • La società della neve (Ana Lopez-Puigcerver, David Marti e Montse Ribé)

    Chi vincerà (pronostico): Maestro (Kazu Hiro, Kai Georgiou e Lori McCoy Bell)

    Anche questo premio potrebbe fungere da compenso per un film importante altrimenti trascurato: Maestro, il biopic su Leonard Bernstein diretto da Bradley Cooper e prodotto da Steven Spielberg, ha ottenuto sette candidature pesanti agli Oscar, ma questo è l’unica categoria in cui ha realistiche possibilità di successo. È dunque assai probabile che vinca la statuetta, visto anche l’impressionante lavoro svolto sul corpo e sul volto di Cooper, trasformato in Bernstein in maniera assai convincente. 

    Migliori effetti speciali

    Candidati:

    • The Creator (Jay Cooper, Ian Comley, Andrew Roberts e Neil Corbould)
    • Godzilla: Minus One (Takashi Yamazaki, Kiyoko Shibuya, Masaki Takahashi e Tatsuji Nojima)
    • Guardiani della Galassia Vol. 3 (Stephane Ceretti, Alexis Wajsbrot, Guy Williams e Theo Bialek)
    • Mission: Impossible – Dead Reckoning Parte Uno (Alex Wuttke, Simone Coco, Jeff Sutherland e Neil Corbould) 
    • Napoleon (Charley Henley, Luc-Ewen Martin-Fenouillet, Simone Coco e Neil Corbould)

    Chi vincerà (pronostico): The Creator (Jay Cooper, Ian Comley, Andrew Roberts e Neil Corbould)

    Quella dei migliori effetti speciali è una categoria spesso imprevedibile, poiché l’Academy ha spesso fatto delle scelte non scontate: si pensi a quando Ex Machina di Alex Garland vinse su Star Wars: Il risveglio della forza o a quando First Man di Damien Chazelle ottenne il premio battendo Avengers: Infinity War e Ready Player One. Quest’anno, poi, non pare esserci un singolo candidato forte. Molti analisti danno attualmente favorito The Creator, ma non è da escludere un ritorno di fiamma di Mission: Impossible – Dead Reckoning Parte Uno o del magnifico Godzilla: Minus One, forse il film che fa un uso più creativo dei propri effetti speciali.

    Miglior colonna sonora

    Candidati:

    • American Fiction (Laura Karpman)
    • Indiana Jones e il quadrante del destino (John Williams)
    • Killers of the Flower Moon (Robbie Robertson)
    • Oppenheimer (Ludwig Göransson)
    • Povere creature! (Jerskin Fendrix)

    Chi vincerà (pronostico): Oppenheimer (Ludwig Göransson)

    Un’altra categoria abbastanza sicura è quella della miglior colonna sonora, in cui dovrebbe essere premiato il gran lavoro svolto dallo svedese Ludwig Göransson (già premio Oscar per Black Panther) su Oppenheimer, la cui musica è già divenuta di culto (il film, peraltro, ha vinto praticamente tutti i premi principali in tal senso: Golden Globe, BAFTA, Critics’ Choice…).  Vanno comunque segnalate la nomination al compianto Robbie Robertson per Killers of the Flower Moon e la cinquantaquattresima candidatura all’Oscar per John Williams, secondo individuo più nominato di sempre dopo Walt Disney e più anziano candidato di sempre (91 anni). Dispiace, inoltre, per l’esclusione dalla competizione di Mica Levi, che avrebbe meritato la candidatura per il suo disturbante lavoro su La zona d’interesse di Glazer.

    Miglior canzone originale

    Candidati: 

    • It Never Went Away (Jon Batiste e Dan Wilson) – dal film American Symphony
    • I’m just Ken (Mark Ronson e Andrew Wyatt) – dal film Barbie 
    • What Was I Made For? (Billie Eilish e Finneas O’Connell) – dal film Barbie
    • The Fire Inside (Diane Warren) – dal film Flamin’ Hot
    • Wahzhazhe (A Song For My People) (Scott George) – dal film Killers of the Flower Moon

    Chi vincerà (pronostico): What Was I Made For? (Billie Eilish e Finneas O’Connell) – da Barbie

    Altra categoria sicura è quella per la miglior canzone, il cui il premio verrà con ogni probabilità assegnato a What Was I Made For? di Barbie, composta da Billie Eilish e suo fratello Finneas O’Connell, già vincitori dell’Oscar nel 2022 per No Time To Die. Nessuna speranza, anche quest’anno, per Diane Warren che, con la sua candidatura per il brano The Fire Inside, raggiunge le quattordici nomination in carriera, senza essere ancora riuscita a vincere il premio (anche se nel 2023 le è stato consegnato un Oscar alla carriera). È da segnalare la partecipazione alla competizione della canzone Wahzhazhe (A Song For My People), composta da Scott George per Killers of the Flower Moon e cantata interamente in lingua Osage

    Miglior sonoro

    Candidati:

    • The Creator (Ian Voigt, Erik Aadahl, Ethan Van der Ryn, Tom Ozanich e Dean Zupancic)
    • Maestro (Steven A. Morrow, Richard King, Jason Ruder, Tom Ozanich e Dean Zupancic)
    • Mission: Impossible – Dead Reckoning Parte Uno (Chris Munro, James H. Mather, Chris Burdon e Mark Taylor)
    • Oppenheimer (Willie Burton, Richard King, Gary A. Rizzo e Kevin O’Connell)
    • La zona d’interesse (Tarn Willers e Johnnie Burn)

    Chi vincerà (pronostico): Oppenheimer (Willie Burton, Richard King, Gary A. Rizzo e Kevin O’Connell)

    Un’altra categoria che fino a qualche settimana fa sembrava scontata si è recentemente trasformata in una sfida interessante: Oppenheimer di Christopher Nolan – con il suo impressionante lavoro sul sonoro, specialmente in relazione alla sequenza del Trinity Test – rimane il titolo favorito. Eppure, ai BAFTA è stato La zona d’interesse a vincere: il film di Jonathan Glazer, in effetti, ha anch’esso una componente sonora significativa, dal momento che gioca con la dimensione del fuoricampo e fa percepire larga parte degli orrori del campo di concentramento proprio tramite il sonoro. Anche in questa categoria, dunque, la partita è apertissima

    Miglior documentario

    Candidati:

    • Bobi Wine: The People’s President di Christopher Sharp e Moses Bwayo
    • The Eternal Memory di Maite Alberdi
    • Four Daughters di Kaouther Ben Hania
    • To Kill a Tiger di Nisha Pahuja
    • 20 Days in Mariupol di Mstyslav Chernov

    Chi vincerà (pronostico): 20 Days in Mariupol di Mstyslav Chernov

    Infine eccoci giunti alla categoria miglior documentario, dove 20 Days in Mariupolagghiacciante documentario ucraino che mostra, con sguardo giornalistico, gli orrori dal fronte – dovrebbe riuscire facilmente a prevalere sugli altri contendenti, anche solo per l’attualità del tema

    Siamo giunti al termine di questo lungo viaggio negli Oscar 2024. Siete d’accordo con i nostri pronostici?

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    Jacopo Barbero,
    Direttore editoriale
  • Recensione Barbie – Un trionfo in rosa (Pantone 219)

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    L’attesa è finalmente finita.

    Dopo quattro anni dal primo annuncio e dalla rivelazione dei nomi di regista e attori principali, una campagna pubblicitaria dai toni rosa che ha imperversato soprattutto sui social e la nascita della scherzosa “rivalità” con Oppenheimer di Nolan, col quale è uscito in contemporanea (almeno negli States),  Barbie è finalmente sbarcato nelle sale di gran parte del mondo e a pochi giorni dalla sua uscita sta già infrangendo record: in Italia è stato infatti il miglior debutto dell’anno.

    Diretto da Greta Gerwig (Lady Bird, Piccole donne) e co-sceneggiato da Noah Baumbach (Storia di un matrimonio, Rumore bianco), il film ha per protagonisti Margot Robbie e Ryan Gosling nelle parti delle due iconiche bambole di casa Mattel, Barbie e Ken. I due personaggi vivono in un luogo distaccato dal Mondo Reale, chiamato “Barbie Land”, (falsa) utopia in cui abitano tutte le Barbie e i Ken prodotti nel corso dei decenni. Tuttavia, la pace della protagonista viene interrotta quando comincia a sperimentare strani mutamenti nella sua routine. La protagonista, accompagnata dal “suo” Ken, si recherà nel Mondo Reale per scoprire cosa non va, causando inavvertitamente un conflitto a Barbie Land.

    Also sprach Greta Gerwig: citazionismo ed ironia

    Basterebbe la prima scena di Barbie, resa già nota in uno dei teaser, per cogliere la direzione di questa operazione solo apparentemente commerciale: una ricreazione estremamente fedele ma parodistica di alcune scene nella prima parte di 2001: Odissea nello spazio. L’apparizione di una Barbie gigante, come il monolito del film di Kubrick, e la distruzione di un vecchio bambolotto, rappresentano ironicamente l’evoluzione del genere umano verso una nuova era dell’intrattenimento per bambine. 

    Un’evoluzione che è in verità solo apparente. Nelle intenzioni della sua creatrice, Ruth Handler, Barbie doveva essere un giocattolo alquanto rivoluzionario, che mostrasse alle bambine, in un’epoca in cui ancora ciò non era la norma, come potessero fare qualsiasi lavoro volessero ed essere economicamente indipendenti. Purtuttavia, l’esistenza di Barbie non ha certamente annullato tutte le differenze di genere che ancora imperversano nel Mondo Reale, come ci ricorda immediatamente la narratrice (in originale Helen Mirren).

    Già da questo incipit possiamo farci un’idea di quello che sarà il tono dell’intero film. Il citazionismo permea tutta Barbie Land, ricca non solo di camei di personaggi famosi (Dua Lipa e John Cena per fare degli esempi), ma soprattutto di omaggi a prodotti Mattel, compresi quelli la cui produzione è stata interrotta. 

    Ugualmente importante è anche il debito dichiarato della regista ad una certa produzione musical (Gerwig ha citato tra gli altri Un americano a Parigi e Les Parapluies de Cherbourg), caratterizzata da set design e soluzioni grafiche alquanto “plastiche” e visibilmente artificiali, oltre che tonalità sgargianti e colori intensi. È attraverso questi stratagemmi e l’utilizzo prevalente di effetti pratici che Barbie riesce a ricreare nella realtà la “consistenza” dei giocattoli a cui fa riferimento. 

    Il diavolo, come nel caso della scena iniziale, è nei dettagli riservati non solo alla ricostruzione di Barbie Land ma anche alle meccaniche di gioco: nello stendersi a terra, Barbie si mette prima a sedere e poi caracolla col busto per terra; nei bicchieri non ci sono bevande; la protagonista non ha bisogno di scendere dal tetto della propria casa alla macchina, ma semplicemente vi “vola” dentro perché è così che le bambole vengono spostate da un punto all’altro.

    L’assurdità di queste situazioni viene trattata con un’abbondante dose di scanzonata ironia, sconfinante in alcuni casi nel meta cinematografico. Questa ironia proviene non solo dall’irrazionalità di tali circostanze una volta trasferite nel mondo reale, ma anche dalle incongruenze logiche che si producono (se le Barbie vivono nelle Case dei Sogni, dove vivono i Ken?). L’esasperazione dell’assurdo, col supporto delle performance di tutti gli attori (Robbie e Gosling su tutti) e le soluzioni visive di cui sopra, fanno sconfinare più e più volte il film nel camp.

    Se Barbie risplende nelle sezioni ambientate a Barbie Land per cura dei dettagli (scenografie e costumi in particolare) e assurdità dei personaggi, quelle dedicate al Mondo Reale, specialmente ai personaggi di Gloria (America Ferrera) e Sasha (Ariana Greenblatt), pur dotate di una loro evidente funzione logica nella loro esistenza e costruzione, risultano forse le più spente e meno interessanti, proprio per l’attenuazione di tali elementi. Ciò va ad influire anche sulla risoluzione finale del film, che pur essendo dotata di grande significato risulta più inaspettata per lo sviluppo della protagonista di quanto probabilmente fosse voluto.

    “Lei può essere tutto ciò che vuole. Lui è solo Ken”

    L’esagerazione macchiettistica lascia spazio, o diventa canale privilegiato, per affrontare anche questioni legate al femminismo.

    Barbie “riabilita” la fama della bambola, troppo spesso incompresa: lungi dall’essere una bionda svampita solo interessata allo shopping, (le) Barbie sono personaggi femminili che ricoprono, all’interno della gerarchia di Barbie Land, tutti i ruoli di prestigio solitamente assegnati agli uomini, creando tra loro un rapporto di supporto reciproco e sisterhood che gli è sufficiente. Ciò non gli impedisce di essere definite anche dal loro aspetto fisico e dalla loro bellezza, oltre che da un’estetica pink che col tempo è stata sempre più demonizzata (si pensi a villain dei primi anni 2000 come Regina George o Sharpay Evans), e di non essere mal giudicate o sminuite per questo. Allo stesso tempo, non vengono ignorate le critiche che nel corso dei decenni la bambola si è vista rivolgere (come ad esempio il fatto che sia un modello fisico inarrivabile), snocciolate da Sasha.

    D’altronde, il gioco inscenato da Greta Gerwig vive proprio riconoscendo le proprie contraddizioni interne: la Mattel, pur producendo prodotti rivolti alle bambine, è interamente gestita da uomini.

    Ugualmente interessante è il rovescio della medaglia, ovvero il trattamento rivolto ai Ken. Se le Barbie sono idealmente la classe dirigente di Barbie Land, i Ken rappresentano secondo Gerwig la “underclass”. Abituato ad essere dipendente dalla propria fidanzata (sorta di Adamo al contrario, è stato Ken a nascere da una “costola” di Barbie) e dalle attenzioni che gli rivolge, il Ken di Ryan Gosling è più suscettibile alle attenzioni rivolte agli uomini nel Mondo Reale. Il grande pregio della scrittura, accompagnata da una interpretazione esilarante di Gosling (la migliore del film), è quello di rendere chiaro quanto l’atteggiamento di Ken sia errato, ma anche comprensibili le sue motivazioni e le radici sociali della sua insicurezza. Anche in questo caso si evita la demonizzazione, preferendo aprire al dialogo tra i generi per trovare una soluzione che esalti e valorizzi il singolo.

    Certo, il film dirige il discorso verso una certa direzione, in maniera affatto sottile, e anzi, a tratti con un didascalismo forse eccessivo che potrebbe essere attribuito alla natura del gioco o all’alto livello di autoconsapevolezza che permea sia il prodotto cinematografico sia tutti i personaggi (basti pensare alla canzone iniziale). Ciononostante, Barbie apre alle ambiguità e al dialogo attorno a questioni topiche ed oggi più discusse che mai.

    Conclusioni

    Che film nati apparentemente con l’intento di vendere prodotti potessero in realtà essere utilizzati per esplorare questioni più spinose ce l’aveva già dimostrato quasi dieci anni fa The Lego Movie. Barbie, che ha con questo dei tratti in comune (oltre alla trattazione di argomenti più ampi, in entrambi sono fondamentali l’elemento meta e la cura alla ricostruzione del mondo del prodotto pubblicizzato), è la mera conferma che, se affidate a registi dotati di una visione e di un’idea originale, oltre che di un bagaglio di conoscenze del mezzo, anche le idee più apparentemente banali possono dar vita a film tecnicamente brillanti e, pur non perfetti, stimolanti.

    In un momento in cui gran parte di Hollywood sta combattendo per l’equa compensazione e per evitare di soggiogare alle intelligenze artificiali, un film del genere, capace di attirare tanta attenzione e presenza nelle sale e dimostrare così l’indispensabilità dell’apporto umano e artistico, è più che importante: è fondamentale. 

    Che poi sia un film dedicato ad un prodotto iper capitalistico come può essere la bambola di casa Mattel a riuscire  nell’intento, è solo l’ennesima contraddizione che Barbie (il film e la bambola) porta con sé.

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    Silvia Strambi,
    Redattrice.
  • Noah Baumbach – Una sincera rappresentazione del dramma umano

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    Noah Baumbach, regista, attore e sceneggiatore statunitense, nasce a Brooklyn nel 1969. La sua passione per il cinema e la letteratura gli viene trasmessa dai genitori Jonathan Baumbach e Georgia Brown, entrambi critici cinematografici. Inizia a lavorare come regista quando aveva solo 26 anni, anche se di fatto la sua carriera si è sempre divisa tra scrittura e regia. Ricordiamo a questo proposito le collaborazioni di successo con Wes Anderson per i film Avventure acquatiche di Steve Zissou e Fantastic Mr. Fox.

    Ha sempre mantenuto le distanze dal cinema commerciale, preferendo progetti indipendenti. Con un talento innato per la scrittura e una profonda comprensione della complessità delle relazioni umane, Baumbach ha saputo creare film che toccano le corde emotive dello spettatore. La fonte primaria di ispirazione del regista sono sempre state le sue esperienze di vita, ma non per questo i film possono essere definiti autobiografici. Anzi, la sua abilità sta proprio nel partire da un’esperienza personale per raccontare delle storie universali. Nei suoi film porta in scena la realtà senza filtri: è come se i suoi film ci dessero la possibilità di seguire i personaggi per un certo periodo della loro vita, conoscerli a fondo e lasciarli nuovamente alla loro quotidianità. Ed è proprio per aderire più strettamente alla realtà che rifiuta la classica struttura in tre atti, in cui l’evoluzione dei personaggi è molto chiara e definita. Preferisce dividere i suoi film in capitoli, facendo una scansione temporale o dedicando ogni momento alla conoscenza di un personaggio. Il suo sguardo sincero sulla realtà è evidente anche dal modo in cui sceglie di concludere i suoi film. Predilige finali agrodolci che da un lato danno speranza per il futuro, dall’altro ci costringono a fare i conti con la realtà.

    Osservando la filmografia del regista è possibile rilevare la presenza di tematiche che gli stanno particolarmente a cuore, in questo articolo ci soffermeremo in particolare su due: il difficile passaggio dalla giovinezza all’età adulta e i conflitti familiari.

    Eternamente giovani

    Soffermiamoci su due film, in cui i protagonisti stanno diventando adulti ma non riescono ancora ad abbandonare la leggerezza che la gioventù porta con sé. Prendono atto delle difficoltà e delle responsabilità con cui devono fare i conti ma vorrebbero non abbandonare mai quel porto sicuro in cui hanno vissuto fino ad ora.

    Il film d’esordio di Baumbach dal titolo Scalciando e strillando (1995) esplora proprio questo tema. Si tratta di una commedia corale i cui protagonisti sono quattro ragazzi benestanti appena usciti dal college che ancora non sanno cosa fare della propria vita. Si sentono di vivere in un limbo dal quale sembra non esserci via d’uscita. Riempiono il vuoto esistenziale che sentono dentro con incessanti discorsi esistenziali, che di fatto non arrivano mai a una conclusione. Il regista ha iniziato a lavorare al film nel 1991, non appena uscito dal college, cioè quando lui stesso si trovava nella stessa situazione dei protagonisti. Si ispira quindi alle esperienze che aveva vissuto in prima persona pochi anni prima, rappresentando così una generazione che non si sente pronta ad affrontare l’ingresso nell’età adulta.

    La stessa tematica verrà affrontata qualche anno più tardi in Frances Ha (2012). Frances ha 27 anni, è un’aspirante ballerina di New York che nel tentativo di affermarsi nel mondo della danza deve fare i conti con l’instabilità economica. Nonostante gli ostacoli che incontra nel suo percorso non si lascia abbattere, continua a guardare alla vita con grande ottimismo. Il film amplia le tematiche precedentemente trattate, come la ritrosia a crescere e la necessità di fare i conti con il proprio fallimento. Il film è in bianco e nero, una scelta che permette allo spettatore di concentrarsi su quanto accade, senza lasciarsi distrarre dal resto. Frances si fa portavoce della generazione successiva rispetto a quella rappresentata dai protagonisti di Scalciando e Strillando. È come se i quattro ragazzi fossero cresciuti ma si trovano a vivere ancora nello stesso limbo. Anche se in questo caso Frances non ha paura di crescere, lei sa cosa vuole ma fatica ad ottenerlo. In fondo, chiunque può immedesimarsi in Frances: tutti abbiamo provato almeno una volta quella sensazione di perdere il controllo della nostra vita senza riuscire a mettervi ordine. Ma è proprio l’atteggiamento di Frances e la sua irrefrenabile gioia di vivere che tranquillizzano lo spettatore, trasmettendo il messaggio che errare è umano. Anzi, a volte le perdite di equilibrio sono necessarie per trovare la propria strada.

    Il divorzio visto da diversi punti di vista

    Un altro tema centrale nei film di Noah Baumbach è sicuramente il racconto della famiglia e delle complesse dinamiche che si sviluppano al suo interno. Qui è ancora più evidente il legame con le sue esperienze personali, in quanto ha divorziato da Jennifer Jason Leigh ma ha anche vissuto la separazione dei genitori da ragazzino.

    Il tema è stato trattato in maniera egregia in Il calamaro e la balena (2005). Ci troviamo nella New York degli anni Ottanta, nel quartiere di Brooklyn. Qui vivono il professore universitario di scrittura creativa Bernard Berkman, la moglie Joan scrittrice di romanzi e i due figli Walt e Frank. Tra marito e moglie emergono delle tensioni che sfociano nell’inevitabile fine del matrimonio. Il film fornisce uno sguardo sulle complesse dinamiche familiari, dandoci la possibilità di osservarle dal punto di vista dei figli. Si sofferma in particolare sul divorzio e sulle sue più immediate conseguenze, non solo sui due che lo vivono in prima persona ma anche sulle persone che li circondano.

    Torna a trattare il tema in Storia di un matrimonio (2019), però dal punto di vista della coppia. Il regista stesso ha dichiarato che è come se stavolta avesse provato a vedere la separazione dei loro genitori dal loro punto di vista. Il film racconta la storia di Charlie, un egocentrico regista teatrale che sta divorziando da Nicole, un’attrice di teatro. I due hanno un figlio, quindi Charlie si troverà a lottare contro l’abile avvocato di Nicole per non perdere la custodia del figlio. Il film non si limita ad analizzare il percorso processuale, ma approfondisce anche la dimensione psicologica. In effetti, il divorzio fa emergere il lato peggiore dei due, che arriveranno a non riconoscersi più. Dovranno quindi imparare a trovare un nuovo equilibrio e in qualche modo ricostruire la famiglia in un altro modo. Il film fornisce una puntuale analisi della complessità delle relazioni nella coppia. In particolare, emerge il conflitto che si viene a creare tra il sé e la coppia, la necessità di imparare a scendere a compromessi quando si decidere di condividere la propria vita con un’altra persona. Il cambiamento del loro legame è riflesso anche nelle ambientazioni: se inizialmente il film si sviluppa in ambienti familiari e accoglienti, non appena iniziano le procedure del divorzio iniziano a frequentare ambienti più impersonali come le aule di tribunale e gli studi degli avvocati.

    Conclusioni

    Nella sua carriera Noah Baumbach ha collezionato un successo dopo l’altro. Prova ne sono le numerose candidature che ha ricevuto agli Oscar e ai Golden Globe.

    I suoi film permettono allo spettatore di non sentirsi solo di fronte alle difficoltà che incontra o nelle fasi di transizione da una fase a un’altra della vita. In una società che ci vuole sempre più prestanti, di successo e impegnati, Baumbach lascia ai suoi personaggi la possibilità di sbagliare e di essere fragili: i suoi personaggi non sono destinati a diventare degli eroi ma a ergersi come simbolo della fragilità umana.

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    Cristiana Agosta,
    Redattrice.
  • RECENSIONE RUMORE BIANCO – L’INTELLETTUALISMO A TINTE NETFLIX

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    Il nuovo film di Noah Baumbach rilegge in chiave Netflix un caposaldo della letteratura postmoderna USA

    Noah Baumbach firma il suo dodicesimo lungometraggio, il terzo in collaborazione con Netflix dopo The Meyerowitz Stories: New and Selected del 2017 e Storia di Un Matrimonio (Marriage Story, 2019, candidato a 6 premi Oscar, con la sola Laura Dern premiata come Miglior Attrice Non Protagonista). E proprio come in quest’ultimo film, Baumbach sceglie nuovamente come protagonista Adam Driver, affiancato stavolta da Greta Gerwig (compagna di Baumbach nella vita reale, i due hanno collaborato al nuovo Barbie in uscita nel 2023). Dal titolo White Noise (in Italia Rumore Bianco), tratto dal romanzo omonimo del 1985 (vincitore di un National Book Award) di Don DeLillo, icona della letteratura postmoderna statunitense, il film è stato selezionato in Concorso per la 79esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, presentato come film di apertura il 31 agosto e distribuito limitatamente tra fine novembre e inizio dicembre nelle sale cinematografiche per poi arrivare sulla piattaforma il 30 Dicembre 2022. Il film è un crogiolo di vari generi narrativi, toccando il thriller e l’horror catastrofico, ma mantenendo sempre un sostrato di commedia nera.

    Siamo nel 1984 e Jack Gladney (Adam Driver) è un professore ebreo di un corso da lui fondato presso il College-on-the-Hill: Studi Hitleriani. La sua famiglia è composta dalla moglie Babette (Greta Gerwig) – entrambi sono al quarto matrimonio – e quattro figli. La vita di Jack scorre tra l’attività accademica, le lezioni private di tedesco, i confronti con i colleghi e una serena vita in famiglia nell’area compresa tra la casa, il college e il supermercato. L’unico neo presente è la costante paura della morte che attanaglia sia Jack che Babette. Un’esplosione di un gas velenoso in seguito ad un incidente automobilistico sconvolgerà la loro vita.

    Chiunque abbia mai visto un film di Baumbach (o abbia letto qualcosa di DeLillo) sa già cosa aspettarsi: un turbine inarrestabile di parole, dibattiti filosofico-scientifici, metafore, una macabra ironia, una catastrofe in arrivo di natura sconosciuta, famiglie alto borghesi (e come Baumbach, colte e di estrazione ebraica) che amano parlare di versi degli animali, di composizioni chimiche e, da bravi americani, di pillole e cereali. 

    Effettivamente essere travolti dalla sceneggiatura del film non è difficile per lo spettatore, e la parola “pretenzioso” balzerà facilmente alla mente di chi mal digerisce un certo tipo di narrazione e costruzione dei protagonisti, i quali tradiscono facilmente la loro origine di personaggi di un romanzo americano scritto negli ultimi trent’anni. D’altronde nessuno, se non un americano intellettuale, potrebbe concepire il supermercato come locus amenus, il consumo e l’acquisto come pace dei sensi ed esplosione di sincera gioia sulle note degli LCD Soundsystem, la vista dei prodotti ordinatamente disposti come modo per esorcizzare addirittura il lutto. Quale europeo proverebbe gioia nel vedere un bancone del pane o una macelleria paragonandoli ad un bazar persiano? Per un europeo il supermercato è il non luogo per eccellenza, l’alienazione totale della mente in funzione delle necessità corporali; probabilmente l’ultima scena significativa girata tra le corsie in Italia si è conclusa con “Fuori dal letto, nessuna pietà” pronunciata da una simpatica vecchietta.

    Sicuramente saranno in molti a criticare la netta prevalenza della parola sull’immagine, del dialogo sul movimento di macchina, evitando anche di lodare quei momenti in cui l’occhio dello spettatore viene completamente appagato, come vediamo in due luoghi cardine del film. Il college, dalle tinte pastello e quasi un luna park della cultura (“il giorno dei van” attende con ansia Babette ad ogni inizio di anno accademico) un po’ come la Rushmore di Wes Anderson, e il sopracitato supermercato, in cui i marchi colorati di caramelle, detersivi e cereali spezzano le immense scaffalature di scatole bianche e anonime. Esempio significativo è la doppia lezione parallela su Hitler ed Elvis, duetto eccelso tra Adam Driver e Don Cheadle, forse uno dei migliori attori spalla in circolazione, con presenze mortifere (le toghe dei docenti) anche in un ambiente ameno come le aule gremite da giovani (chiunque avrebbe voluto una scuola così). 

    Una fotografia risulta essere  luminosa e a tratti fumettistica, con grande esposizione dei “colori Netflix” nei costumi e negli arredi alternati a toni oscuri, dal grigio della nube al blu notte delle scene in cui ci immergiamo nella depressione dei protagonisti o nella presenza del “villain”. Lodevole la rappresentazione fisica dei protagonisti, Adam Driver imbolsito e pasciuto, Greta Gerwig con una capigliatura anni ’80 di Meg Ryan ai tempi d’oro, i due figli più grandi definiti da un curioso oggetto ciascuno (binocolo e passamontagna). 

    White Noise è una perfetta rappresentazione postmoderna di una categoria sociale, di un’insicurezza di fondo apparentemente ingiustificata, di una famiglia composita che pretende di tenersi in piedi grazie alle parole, ma che non sempre può far fronte alle avversità. Tuttavia è un film fondamentalmente ottimista, che rifiuta di condannare chiunque, e forse per questo il film meno amaro di Baumbach, adatto a chiunque sia in grado di digerire la sua verbosità.

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  • VENEZIA 79 – RECAP PARTE 1

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    White Noise

    di Noah Baumbach

    “La famiglia è la culla della disinformazione mondiale”.
    Se in “Storia di un matrimonio” ci mostrava come cercare di tener saldo un matrimonio, ora Baumbach torna al nucleo famigliare ma come microcosmo, per inscenare e indagare con l’assurdo e per mezzo delle dipendenze e paranoie della contemporaneità, assieme la sua disintegrazione e ricostituzione: in quello di “White Noise” gli adolescenti sono più intelligenti degli adulti mentre questi ultimi sono molto più occupati a fare a gara a chi ha più paura della morte. Un pastiche di generi (si passa con grande abilità dalla commedia al catastrofico al dramma e all’horror) che non diventa mai pastrocchio e in cui anche la regia cambia registro in base alle esigenze. Anzi intrattiene, diverte e commuove.
    Adam Driver effettivamente sensazionale e la sua espressività si sposa incredibilmente bene con l’ironia coeniana del film. Da vedere!

    The Kingdom: Exodus

    di Lars Von Trier

    “The Kingdom”, l’opera del regista danese nata nel 1994 sulle orme di “Twin Peaks”, tornando come quest’ultima dopo più di 20 anni trova così ancora più punti di contatto: Trier, come ha fatto Lynch con il suo capolavoro “Twin Peaks – Il Ritorno”, riflette tanto sul suo cinema quanto sul suo stesso materiale di partenza ma – al contrario di Lynch – riafferma la possibilità di poter ancora, nel 2022, fare quel tipo di cinema (che poco in comune ha con la televisione, nonostante sia stata – e sarà – distribuita a episodi). E allora mai come per “Riget – Exodus” ci si trova di fronte a un metacinema in cui l’autore diventa il perno, il nucleo, il cuore e le fondamenta sia della trama che della sua creazione.
    Si può ancora decostruire l’impianto soap-operistico del medical drama, le profonde lacerazioni storiche fra Svezia e Danimarca (“Feccia danese!”) sono ancora aperte, il male originario si sta ancora propagando nell’ospedale, ma il regista danese è ben al passo anche con la contemporaneità e la decostruzione non può non attraversare anche i sintomi della società odierna, come la ribalta del femminile.

    Speriamo vivamente che non sia l’opera testamentaria di Lars Von Trier, anche se lo scorrere dei titoli di coda al termine dell’ultima puntata, senza più nemmeno l’ombra del regista davanti all’inquadratura, è molto eloquente…

    Bardo

    di Alejandro Gonzalez Inarritu

    Per scomodare nomi importanti, “Bardo” è “8 1/2” che si mescola ad “Amarcord” e a “The Tree of Life”… Ma forse ne risente in parte per la sua forte componente autobiografica che in certi punti si mangia l’universalità del racconto. Ad ogni modo è un film in cui la forma radicale del regista (l’uso del grandangolo è portato all’estreme conseguenze) si sposa bene con gli onirismi esistenziali del film, risultando coerente e regalandoci una visione di Cinema e di Vita assolutamente originali. Per Iñárritu la vita è il grottesco, come una frase incomprensibile pronunciata in letto di morte.

    Princess

    di Roberto De Paoli

    La maledizione del simil-documentarismo osservativo colpisce ancora: quando si capirà che se si tocca il sociale in questa maniera, le coscienze da scuotere rimarranno sempre indifferenti? Per certi aspetti ricorda molto gli stessi errori commessi da “Pleasure” di Ninja Thyberg.

    Un Couple

    di Frederick Wiseman

    Davvero basta il fruscio delle foglie, l’acqua che si infrange sulle scogliere e Nathalie Boutefeu che legge per 60 minuti le lettere di Sofia (moglie di Leo Tolstoj) per meritare il concorso di un film a Venezia? La sensazione che si tratti soltanto del compenso che doveva essere dato al regista Wiseman, ormai 93enne, è molto concreta.

    Bones and All

    di Luca Guadagnino

    In “Bones And All”, Luca Guadagnino torna a descrivere una generazione di adolescenti sfruttando il road movie, l’horror e gli emarginati dell’America ottantina: se in “Chiamami col tuo nome” i sensi, gli odori, le sensazioni intangibili erano un puro idillio estivo e i corpi velluto da carezzare e baciare, ora i sensi diventano una maledizione, i cannibali si riconoscono dall’odore e i corpi sono carne da macello. Come poter crescere sapendo che “l’amore non accetta i mostri?”. Non resta che scoprirlo in questo altro grande film di uno dei maggiori cantori dell’adolescenza.

    Athena

    di Romain Gravas

    C’è chi ha definito “politicamente ambiguo” lo schizofrenico “Athena” di Romain Gavras (figlio del più famoso Costa Gavras), ma la verità è che il film non pretende di schierarsi da una fazione o descrivere le motivazioni di una guerra civile: il film – attraverso i suoi sontuosi e funambolici piani sequenza assieme ad intrecci da tragedia greca, oltre all’unità di luogo e di tempo – ci sbatte in faccia come in un microcosmo come il quartiere “Athena” si possano nascondere i prodromi di una guerra civile che imperverserà là fuori, perchè il dolore umano e la violenza ceca che ne deriva sono sempre terreno fertile per scontri su più larga scala.

    Aru Otoko (A Man)

    di Kei Ishikawa

    “Aru Otoko” di Kei Ishikawa è l’equivalente di “Cure” di Kiyoshi Kurosawa se fosse stato girato da Hirokazu Kore’eda: cosa costruisce un’identità? Cosa rende autentico un legame familiare? Un film che invece che dare risposte pone solo più domande: cosa sempre più rara nel cinema contemporaneo.

    All the Beauty and the Bloodshed

    di Laura Patrice

    L’arte come strumento (e infine anche posto fisico) di protesta e giustizia sociali, oltre che come mezzo di emancipazione. Che grande discorso sull’immagine, sull’arte e sul mezzo filmico (ma anche sul Cinema con la “C” maiuscola: comparirà anche John Waters) questo di Laura Poitras, dove più che a un documentario assistiamo a una collezione di diapositive o un video-album da sfogliare: in un viaggio in cui Nan Goldin ci guida fra scatti intimisti e sue collezioni – come “la ballata della dipendenza sessuale” o “memoria perduta” -, ci viene sbattuta in faccia “tutta la bellezza e lo spargimento di sangue” della sua vita e della lotta contro la famiglia Sackler per l’epidemia di oppioidi che ha scatenato negli USA. Per un finale umanamente tragico ma che lascia un barlume di speranza per la (ri)affermazione dell’arte come nido e oasi di giustizia sociale.

    The Whale

    di Darren Aronofsky

    Con l’attesissimo “The Whale”, Darren Aronofsky torna manipolare lo spettatore come già fece con “Requiem for a dream”: il corpo di Brendan Fraser che per la sua immensa mole assomiglia incredibilmente ai freak di “Taxidermia”, è miseramente sfruttato perché lo spettatore ne rimanga impietosito e non si soffermi su una sceneggiatura eufemisticamente banale, con una sottotesto cattolico (che diventerà esplicito sul finale) abbastanza sconclusionato. Potrebbe ricordare “La grande abbuffata” per i corpi che fagocitano cibo irrefrenabilmente o “The Elephant Man” per il lavoro operato su di un freak (oltre che per un finale visivamente simile), ma la verità è che in “The Whale” non si trova né il discorso sociale di Ferreri né il legame fra mostruoso e società del capolavoro di Lynch. Il corpo di Fraser (ingrassato oltremisura ma comunque aumentato di dimensioni dalla prostetica) è inserito in un impianto teatrale dove passano la figlia, la moglie e un apparente e misterioso predicatore, ma la sceneggiatura non si sforza di dare profondità ad alcun personaggio per lasciare spazio al lavoro registico e il suo inquadrare da ogni anfratto e incorniciando in 4:3 il freak-Faser, dispiace solo che si tratti di un operato manipolatorio, atto a irradiare un senso di sconvolgimento che si esaurirà assieme all’ultima inquadratura del film.

    Monica

    di Andrea Pallaoro

    “Monica” è una bravissima e bellissima Trace Lysette, donna di cui non vediamo nulla del passato, sappiamo che sta riallacciando i rapporti con la famiglia e non sapremo nulla del sul futuro. Quello che vediamo sono delle bellissime immagini ingabbiate in un 4:3 che vorrebbe renderle dei quadri in movimento, peccato che quel che resta in mano allo spettatore sia una storia mai partita ma sempre sul procinto di ingranare. Una completezza estetica che si esaurisce in sé stessa e che pur essendo manifestamente partorita dal profondo del cuore del regista, non arriva mai dritto al quello dello spettatore. Un peccato.

    Love Life

    di Kôji Fukada

    "Love Life", il titolo dell'ultimo film di Koji Fukada, è un appello a noi spettatori e all'umanità tutta, un grido disperato ma sommesso di appello alla vita. Quella vita fatta di affetti e relazioni che con invidiabile minuzia il film esamina e ispeziona come nei migliori film di Kore'eda, prima distruggendo e poi ricomponendo il significato di famiglia e di amore. Fukada è un maestro nel lasciare spazio ai personaggi suggerendoci la solitudine di ciascuno inquadrandoli sempre a distanza, come da dietro la tenda in una delle sequenze più strazianti: amate la vita, perchè quando moriremo saremo tutti soli.

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