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  • Perché amiamo gli Oscar?

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    7 motivi per cui è il premio più importante e seguito al mondo

    Denigrati, bistrattati, talvolta persino insultati. Parliamo degli Oscar, a cui i cinefili più intransigenti spesso riservano un trattamento ingeneroso, che ne ignora la storia e i meriti. Sì, perché tra gaffe clamorose ed errori epocali, gli Academy Awards – soprannominati Oscar da Margaret Herrick che, vedendo la statuetta dorata, affermò somigliasse a suo zio Oscar – hanno segnato la storia del cinema e l’hanno punteggiata di momenti memorabili, entrati a far parte dell’immaginario collettivo. D’altronde la awards season di cui gli Oscar sono il coronamento è forse il momento dell’anno in cui si registra un maggior interesse generalizzato verso il mondo del cinema.

    Oggi proveremo a spiegare – in 7 punti – perché gli Oscar restano il premio cinematografico più importante al mondo, nonché il più amato e seguito.

    1. Perché la storia degli Oscar è la storia del cinema

    Questo è un punto essenziale. Scorrere l’albo d’oro dei premiati agli Oscar è davvero come fare un viaggio nella storia del cinema. Per quanto infatti l’Academy of Motion Picture Arts and Sciences (l’istituzione che attribuisce il riconoscimento) abbia sempre o quasi posto al centro delle proprie premiazioni il grande cinema americano, gli Oscar sono stati anche capaci di abbracciare alcune tra le principali correnti artistiche mondiali e hanno spesso segnato grandi cambiamenti industriali, che avrebbero rivoluzionato il modo di fare cinema.

    Pensiamo a quando nel 1948 venne istituito un Oscar speciale (in seguito trasformatosi in quello come Miglior film straniero) per premiare Sciuscià, capolavoro neorealista di Vittorio De Sica. L’Academy si rese conto che qualcosa stava accadendo in Italia: un nuovo modo di intendere il cinema e il suo linguaggio stava nascendo. Solo due anni dopo, peraltro, venne premiato anche Ladri di biciclette, sempre diretto da De Sica.

    Vittorio De Sica con uno dei quattro Oscar vinti nel corso della sua carriera.

    L’Academy, infatti, già negli anni ‘40 e ‘50 guardava con interesse all’Europa, fucina di talenti e di correnti artistiche molto lontane dal gusto hollywoodiano, che ormai si era codificato nel linguaggio del cinema americano classico. Gli Oscar furono tra i primissimi a riconoscere il talento dello svedese Ingmar Bergman, del giapponese Akira Kurosawa e dell’italiano Federico Fellini, poi divenuti il simbolo delle proprie cinematografie nazionali. I film di questi artisti vinsero più volte la statuetta dorata per il miglior film straniero (3 volte Bergman, 2 Kurosawa, 4 Fellini), ma i registi stessi furono candidati addirittura nelle ambite categorie di miglior film e miglior regia.

    Gli Oscar, inoltre, riconobbero spesso i talenti di grandi dive straniere (Ingrid Bergman, Anna Magnani, Sophia Loren, per citarne alcune), premiandole e cercando così di attrarle nella grande industria cinematografica americana. L’Academy, insomma, si guardava intorno e costruiva la sua personale storia del cinema, fondata sì sullo strapotere del cinema hollywoodiano, ma anche su ciò che di più interessante aveva luogo nel contesto cinematografico globale.

    A partire dagli anni ‘70, poi, fu l’Academy stessa a segnare la fine definitiva del cinema classico statunitense (già sul viale del tramonto dalla metà degli anni ‘60), quando iniziò a premiare i giovani registi della New Hollywood, che avrebbero dominato lo scenario degli Oscar per molti anni: William Friedkin (premiato per Il braccio violento della legge nel 1972), Francis Ford Coppola (per Il padrino e Il padrino – Parte II, rispettivamente nel 1973 e nel 1975), Woody Allen (Io e Annie nel 1978) e Michael Cimino (Il cacciatore nel 1979). Martin Scorsese, Robert Altman e Steven Spielberg, peraltro, raccolsero in quegli anni infinite candidature con i loro film.

    Più tardi, negli anni ‘90, persino alcune vittorie discutibili come quella di Shakespeare in love possono essere definite storiche e significative per l’evoluzione della storia del cinema. In quel caso, per la prima volta, grazie alla campagna promozionale instancabile di Harvey Weinstein e Lisa Taback (ora stratega Oscar di Netflix), un film di uno studio indipendente (la Miramax) riuscì a prevalere su pellicole prodotte e distribuite da grandi major (Salvate il soldato Ryan, ad esempio). Si trattò, innegabilmente, di un premio collegato a una mutazione industriale capitale e a una ridistribuzione del potere tra grandi attori dello scenario hollywoodiano, che avrebbe poi continuato a lasciare il segno negli anni successivi.

    La controversa premiazione di Shakespeare in Love, vincitore di 7 Oscar.

    Gli Oscar, per concludere, con le loro scelte hanno rappresentato e influenzato alcune tra le principali tendenze artistiche e industriali della storia del cinema.

    2. Perché hanno premiato infiniti capolavori

    Quante volte si sente dire che gli Oscar non premiano la qualità? Può darsi che sia così: gli Academy Awards, in fondo, sono una gigantesca (auto)celebrazione industriale in cui la qualità dei singoli prodotti è tutto sommato secondaria. Eppure non dobbiamo dimenticare che gli Oscar hanno premiato infiniti capolavori con la C maiuscola. Da Accadde una notte a Via col vento, da Casablanca a Eva contro Eva, da L’appartamento a Lawrence d’Arabia, da Il padrino a Il cacciatore, passando per Qualcuno volò sul nido del cuculo. Solo negli ultimi vent’anni hanno vinto film eccezionali come Il signore degli anelli – Il ritorno del re, Million Dollar Baby, Non è un paese per vecchi, The Hurt Locker. E si potrebbe continuare. Certo, nel mezzo sono stati riconosciuti anche film più mediocri, ma sono tanti i capolavori che possono vantare la vittoria del premio più importante del mondo.

    Billy Wilder con i 3 Oscar vinti per “L’appartamento”, uno dei suoi capolavori.

    3. Perché agli Oscar sono stati pronunciati discorsi indimenticabili

    Uno dei motivi principali per cui la cerimonia degli Academy Awards attira ogni anni milioni di telespettatori è rappresentato dai celebri acceptance speeches – i discorsi con cui i premiati accettano il riconoscimento attribuitogli. Molti di essi sono diventati celebri ed entrati a far parte dell’immaginario collettivo. Pensiamo al nostro Bernardo Bertolucci, unico italiano riuscito a conquistare l’ambita statuetta come miglior regista per L’ultimo imperatore nel 1988, che quando ricevette il premio affermò che “se New York è la Grande Mela (the Big Apple), per me Hollywood stanotte è il grande capezzolo (the big nipple)”, suscitando le risate della platea.

    Anche Federico Fellini tenne un magnifico discorso quando nel 1993 ritirò l’Oscar alla carriera: ricordò commosso di appartenere a una generazione e a una cultura per cui l’America e i film rappresentavano più o meno la stessa cosa (“I come from a country and I belong to a generation for which America and movies were almost the same thing.”): un universo quasi astratto, lontanissimo dall’Europa devastata dai conflitti mondiali che caratterizzarono la giovinezza di Fellini. Il grande regista riminese, in quel momento, riconobbe di essere davvero riuscito a conquistare il mondo intero con i suoi capolavori e affermò di sentirsi “a casa” nel tempio del grande cinema americano, il Dolby Theater di Hollywood, che quella notte tributò un sentito applauso e una lunga standing ovation a uno dei più amati artisti del ‘900.

    Un altro memorabile discorso, nonché un autentico modello di sportività, fu quello tenuto da Ingrid Bergman nel 1975, quando ottenne il suo terzo Oscar per Assassinio sull’Orient Express. La grande attrice svedese, infatti, rimase alquanto sorpresa dal premio e si scusò con l’italiana Valentina Cortese, nominata per Effetto notte di François Truffaut, per averla privata di una vittoria che a suo dire avrebbe meritato. “Perdonami Valentina, non l’ho fatto apposta.” (“Please forgive me, Valentina. I didn’t mean to.”)

    Tra i discorsi recenti, uno tra i più bizzarri è stato quello di Matthew McConaughey, vincitore nel 2014 dell’Oscar come miglior protagonista per Dallas Buyers Club. L’attore texano, dopo aver ringraziato il cast del film e l’Academy, si lanciò in uno spericolato monologo che divertì e commosse la platea. Disse che nella sua vita ha bisogno di tre cose: un modello a cui guardare (something to look up to), un obiettivo a cui puntare (something to look forward to) e qualcuno da inseguire (someone to chase). Ringraziò dunque nientepopodimeno che Dio (il modello a cui guardare) per le mille opportunità della vita, la propria famiglia (l’obiettivo a cui puntare) e infine il proprio eroe: il se stesso del futuro, ossia l’ideale di uomo migliore che non cesserà mai di inseguire, pur certo di non riuscire mai a raggiungerlo.

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    4. Perché la storia degli Oscar è la storia dei cambiamenti socio-culturali degli Stati Uniti

    Gli Oscar hanno sempre avuto un legame fortissimo con la politica e le mutazioni socio-culturali in atto negli USA. Basti pensare a quando nel 1940 premiarono come miglior attrice non protagonista Hattie McDaniel, prima persona di colore a ricevere l’Oscar, in un’epoca in cui la segregazione razziale negli Stati Uniti era ancora feroce (la McDaniel, peraltro, vinse il premio per la sua interpretazione della domestica Mami in Via col vento, film che narra con tono struggente la fine dell’America sudista e schiavista).

    Hattie McDaniel, la prima persona di colore a vincere un Oscar (nel 1940).

    Un altro episodio significativo da questo punto di vista fu la premiazione di Marlon Brando come miglior attore protagonista per Il padrino nel 1973. L’attore decise di non prendere parte alla premiazione e inviò a ritirare il premio al suo posto l’attrice Sacheen Littlefeather, nativa americana Apache. La donna lesse parte di un discorso di Brando, in cui l’interprete di Don Vito Corleone protestava contro la rappresentazione dei nativi americani nel cinema statunitense. L’audience del Dolby Theater si divise tra fischi e applausi, ma indubbiamente gli Oscar divennero, ancora una volta, un grande palcoscenico per le battaglie culturali delle minoranze.

    Un altro episodio celebre dal punto di vista delle battaglie politiche portate sul palco degli Oscar ebbe luogo durante la cerimonia del 2003, quando Michael Moore, vincitore del premio al miglior documentario per Bowling a Columbine, si scagliò contro l’allora presidente americano George W. Bush e contro la guerra in Iraq: “Noi amiamo ciò che non è fiction, ma viviamo in tempi fittizi. Viviamo in tempi di elezioni fittizie che eleggono presidenti fittizi. Viviamo in tempi in cui un uomo ci manca in guerra per ragioni fittizie. […] siamo contro questa guerra, signor Bush. Vergogna. E ogni volta che hai il Papa e i Dixie Chicks contro vuol dire che è finita.” (“We like nonfiction, but we live in fictitious times. We live in the time where we have fictitious election results that elects a fictitious President. We live in a time where we have a man sending us to war for fictitious reasons. […] we are against this war, Mr. Bush. Shame on you, Mr. Bush. And any time you’ve got the Pope and the Dixie Chicks against you, your time is up.”)

    Questo discorso, accolto da un misto di applausi e grida di disapprovazione, divenne un simbolo dell’opposizione all’amministrazione Bush e al conflitto iracheno.

    5. Perché gli Oscar sono l’apoteosi hollywoodiana

    Perché gli Oscar sono così importanti per Hollywood e per la sua storia? Perché l’Academy Award è un premio industriale. L’Academy stessa, in effetti, non è una giuria ristretta sul modello festivaliero, bensì un gigantesco insieme di persone (circa 9000 attualmente) che lavorano nel mondo del cinema e a Hollywood in particolare (attori, registi, sceneggiatori, direttori della fotografia, ecc.): gli Oscar, quindi, rappresentano Hollywood che premia se stessa, i suoi successi, i suoi autori maggiori, le sue istituzioni. È una gigantesca autocelebrazione industriale.

    Questo certifica l’importanza di questo premio: vincere l’Oscar non vuol dire aver realizzato il film più bello (ammesso che esista un criterio oggettivo per effettuare valutazioni di questo tipo), ma indica bensì l’appartenenza a un’industria culturale e a una tra le più importanti comunità di creativi del pianeta: è l’industria che riconosce i suoi migliori “dipendenti”, se così si può dire.

    Ecco perché un grande regista come Martin Scorsese, autore di capolavori immani che hanno radicalmente innovato il linguaggio della settima arte, prima del suo premio alla regia nel 2007 confidò a Spike Lee che si sarebbe sentito un fallito qualora non avesse mai conquistato la statuetta: l’Oscar è una questione di appartenenza e di riconoscimento. E soprattutto per gli americani questo è tremendamente importante.

    Un Martin Scorsese felice dopo aver ottenuto un proprio Oscar, coronamento di una fantastica carriera.

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    6. Perché gli Oscar sbagliano…ma rimediano

    Gli Oscar, nel corso della loro storia, hanno compiuto molti errori, ignorando grandi film e importanti artisti che avrebbero meritato di essere riconosciuti. L’Academy, tuttavia, resasi conto dell’ingiustizia, ha più volte rimediato agli sbagli del passato, consegnando premi alla carriera e tributando grandi applausi a molte celebrità del cinema.

    Le premiazioni tardive di alcuni geni della settima arte hanno dato vita a momenti indimenticabili, tra i più emozionanti nella storia degli Oscar.

    È il caso dell’Oscar alla carriera attribuito nel 1972 a Charlie Chaplin che, commosso da un applauso infinito, non riuscì a trattenere la commozione: il grande artista, infatti, non solo non era mai stato premiato dagli Oscar come miglior regista, ma non tornava negli USA dagli anni ‘50 quando, a causa delle sue idee progressiste, era stato allontanato in seguito alle persecuzioni maccartiste. L’Academy riaccolse Chaplin nell’industria cinematografica statunitense e lo presentò come uno dei più grandi registi della storia del cinema.

    Anche il grande Robert Altman, nominato agli Oscar 7 volte nella sua carriera, non riuscì mai a conquistare un premio alla miglior regia. Gli Oscar, però, gli tributarono un riconoscimento alla carriera nel 2006 e il regista di capolavori come Nashville e America oggi apparve particolarmente toccato dall’accoglienza trionfale che gli venne riservata alla cerimonia.

    Un altro grande autore cui l’Academy ha recentemente tributato l’Oscar alla carriera, dopo tre nomination andate a vuoto, è David Lynch. Nel 2020 il grande regista, circondato dai collaboratori di una vita Kyle MacLachlan, Laura Dern e Isabella Rossellini, ha accettato il suo premio e ha pronunciato uno degli acceptance speeches più brevi di sempre (nemmeno 50 secondi) in cui, rivolgendosi alla statuetta dorata, si è limitato a dire:“Hai un volto molto interessante.” (“You have a very interesting face.”)

    David Lynch accetta l’Oscar alla carriera (2020).

    7. Perché agli Oscar sono state fatte infinite gaffe

    Sulle gaffe commesse agli Oscar si potrebbero scrivere libri interi e molte di esse hanno contribuito alla fama del premio. Proviamo a ricordarne qualcuna.

    Il grande regista italo-americano Frank Capra fu protagonista di un buffo episodio agli Oscar del 1934, quando era nominato per Signora per un giorno. Capra, infatti, racconta nella sua autobiografia Il nome sopra il titolo (edita da Minimum Fax: un libro che qualsiasi appassionato di cinema dovrebbe leggere) che si aspettava di vincere e che quando udì il presentatore Will Rogers assegnare il premio della regia a un certo “Frank”, convinto di aver trionfato, si alzò in piedi e si diresse verso il palcoscenico, salvo poi accorgersi che il vincitore era il realtà Frank Lloyd, regista di Cavalcata.

    Capra racconta così quel momento:“L’applauso si fede assordante mentre il riflettore scortava Frank Lloyd alla pedana, dove Will Rogers lo accolse con un abbraccio e una calorosa stretta di mano. Rimasi lì al buio, pietrificato e incredulo, finché una voce arrabbiata dietro di me, urlò:«Seduto, lì davanti!» Quel percorso di ritorno in mezzo alle celebrità che applaudivano e mi gridavano «Seduto! Giù! Seduto!» perché coprivo la visuale, fu la più lunga, la più triste e la più sconvolgente camminata della mia vita.”

    Capra in realtà si rifece negli anni successivi, in cui vinse ben 3 premi Oscar alla miglior regia per Accadde una notte (1934), È arrivata la felicità (1936) e L’eterna illusione (1938).

    Frank Capra con uno dei suoi tre Oscar.

    Nel 1938 ebbe luogo un’altra celebre gaffe, questa volta a sfondo giallo: Alice Brady, infatti, vinse come miglior attrice non protagonista per L’incendio di Chicago di Henry King ma al suo posto sul palco salì un uomo che affermò di essere stato incaricato di ritirare il premio. Tutti gli credettero, ma in seguito venne scoperto che si trattava di un impostore che voleva rubare la statuetta (che è ricoperta da una lamina di oro a 24 carati).

    L’anno seguente l’Oscar al miglior attore andò a Spencer Tracy per La città dei ragazzi di Norman Taurog, ma sulla statuetta venne inciso il nome sbagliato: “Dick Tracy”.

    Un altro episodio buffo si verificò nel 1974 quando Robert Opel, un attivista del movimento gay, fece irruzione completamente nudo sul palco degli Oscar, dove David Niven non riuscì a trattenere una grassa risata.

    David Niven con l’uomo nudo che fece irruzione sul palco degli Oscar nel 1974.

    Anche negli ultimi anni le gaffe non sono mancate. Nel 2013 un momento di ilarità si verificò quando Seth MacFarlane, irriverente presentatore di quell’edizione, eseguì un numero musicale intitolato We saw your boobs – letteralmente: abbiamo visto le vostre tette –, in cui elencò diverse attrici presenti alla cerimonia e ricordò i film in cui si erano mostrate senza veli, suscitando l’imbarazzo generale.

    Inutile ricordare l’ultima e più celebre gaffe: l’errore nella consegna del premio al miglior film nel 2017, passato prima per le mani dei produttori di La La Land, dichiarato vincitore per sbaglio, per poi essere ceduto a Moonlight di Barry Jenkins, destinatario finale del riconoscimento.

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  • Oscar 2021 – Dove vedere i film in gara

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    La cerimonia dei premi cinematografici più importanti e famosi del mondo, gli Oscar, si sta avvicinando (avete già letto l’articolo in cui diamo i nostri pronostici e facciamo le nostre analisi? Lo trovate qui). L’evento infatti si terrà nella notte tra il 25 e il 26 Aprile a partire dalle 2:00 (ora italiana). Quest’anno la premiazione avverrà al culmine di uno dei periodi più difficili della storia del cinema e, soprattutto, della sala cinematografica. A causa della pandemia da coronavirus, infatti, è ormai più di un anno che i cinema sono chiusi nel nostro paese (con una breve parentesi estiva di riapertura andata, purtroppo, non benissimo). A causa di tutto ciò, moltissime opere candidate agli Oscar quest’anno sono state rese disponibili da subito sui diversi servizi di streaming (che, mai come negli ultimi tempi, sono diventati fondamentali nell’industria cinematografica). Qui vi facciamo un riepilogo di dove poter trovare tutti i film che hanno ottenuto almeno una nomination, ordinati per piattaforma. Buona visione!

    FILM DA VEDERE SU NETFLIX

    • Crip Camp, di Nicole Newnham e Jim LeBrecht (1 nomination).
    • Da 5 Bloods, di Spike Lee (1 nomination).
    • Elegia americana, di Ron Howard (2 nomination).
    • Eurovision Song Contest – La storia dei The Fire Saga, di David Dobkin (1 nomination).
    • Love and Monsters, di Michael Matthews (1 nomination).
    • A Love Song for Latasha, di Sophia Nahli Allison (1 nomination).
    • Mank, di David Fincher (10 nomination).
    • Ma Rainey’s Black Bottom, di George C. Wolfe (5 nomination).
    • The Midnight Sky, di George Clooney (1 nomination).
    • Il mio amico in fondo al mare, di James Reed, Pippa Ehrlich (1 nomination).
    • Notizie dal mondo, di Paul Greengrass (4 nomination).
    • Over the moon, di Glen Kleane (1 nomination).
    • Pieces of a Woman, di Kornél Mundruczó (1 nomination).
    • Il processo ai Chicago 7, di Aaron Sorkin (6 nomination).
    • Se succede qualcosa, vi voglio bene, di Will McCormack, Michael Govier (1 nomination).
    • La tigre bianca, di Ramin Bahrani (1 nomination).
    • La vita davanti a sè (1 nomination).

    FILM DA VEDERE SU AMAZON PRIME VIDEO

    • Borat – seguito di film cinema, di Jason Woliner (2 nomination).
    • Quella notte a Miami…, di Regina King (3 nomination).
    • Sound of Metal, di Darius Marder (6 nomination).
    • Time, di Garrett Bradley (1 nomination).

    FILM DA VEDERE SU DISNEY+

    • Mulan, di Niki Caro (2 nominations).
    • Onward – oltre la magia, di Dan Scanlon (1 nomination).
    • Soul, di Pete Docter (3 nomination).
    • L’unico e insuperabile Ivan, di Thea Sharrock (1 nomination).

    FILM DA VEDERE SU PIATTAFORME A NOLEGGIO

    • Emma., di Autumn de Wilde, disponibile su Chili e altre piattaforme di noleggio (2 nomination).
    • Judas and the Black Messiah, di Shaka King, disponibile su Chili e altre piattaforme di noleggio (6 nomination).
    • Pinocchio, di Matteo Garrone, disponibile su Chili e altre piattaforme di noleggio (2 nomination).
    • Shaun vita da pecora: Farmageddon – il film, di Will Becher e Richard Phelan, disponibile su Chili e altre piattaforme di noleggio (1 nomination).
    • Tenet, di Christopher Nolan, disponibile su Chili e altre piattaforme di noleggio (2 nomination).

    FILM DA VEDERE SU ALTRE PIATTAFORME

    • Collective, di Alexander Nanau, disponibile su IWonderful e Iorestoinsala (2 nomination).
    • Colette, di Anthony Giacchino, disponibile su Theguardian e Youtube (1 nomination).
    • A Concerto is a Conversation, di Kris Bowers e Ben Proudfoot, disponibile su Youtube (1 nomination).
    • Do not Split, di Anders Sømme Hammer, disponibile su Vimeo (1 nomination).
    • Greyhound, di Aaron Schneider, disponibile su Apple Tv Plus (1 nomination).
    • Wolfwalkers, di Tomm Moore e Ross Stewart, disponibile su Apple TV Plus (1 nomination).

    FILM NON ANCORA DISPONIBILI

    • Un altro giro, di Thomas Vinterberg (2 nomination), data di uscita non disponibile.
    • Better Days, di Derek Tsang (1 nomination), data di uscita non disponibile.
    • Una donna promettente, di Emerald Fennel (5 nomination), in uscita il 29 aprile.
    • The Father, di Florian Zeller (6 nomination), data di uscita non disponibile.
    • The Man Who Sold his Skin, di Kaouther Ben Hania, data di uscita non disponibile.
    • Minari, di Lee Isaac Chung (6 nomination), in uscita il 26 aprile al cinema.
    • Nomadland, di Chloé Zhao (6 nomination), in uscita il 30 aprile su Disney+ e al cinema.
    • Quo Vadis, Aida?, di Jasmila Žbanić (1 nomination), data di uscita non disponibile.
    • The United States vs. Billie Holiday, di Lee Daniels (1 nomination), data di uscita non disponibile.

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  • Premi Oscar 2021 – Analisi e pronostici

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    Come ogni anno gli Oscar rappresentano il culmine della cosiddetta Awards Season, quel periodo dell’anno in cui l’industria cinematografica hollywoodiana (e non solo) assegna i principali riconoscimenti ai film più importanti della passata stagione. Quest’anno a causa della pandemia tutto è stato posticipato: i Golden Globe, ossia i premi che tradizionalmente aprono la Awards Season, sono stati assegnati il 28 febbraio (di norma, invece, la cerimonia si tiene nei primi giorni di gennaio) e gli Oscar, che la chiudono, sono stati rimandati a domenica 25 aprile. Anche dall’Italia, come ogni anno, sarà possibile seguire la cerimonia in diretta nella notte tra il 25 e il 26 aprile, in chiaro su TV8 oppure su Sky Cinema Oscar e Now.

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    Ma dunque chi vincerà la 93^ edizione degli Academy Awards? I pronostici per gli Oscar sono un autentico business e riviste come la statunitense Variety fondano buona parte del proprio prestigio sull’attendibilità delle proprie previsioni. Anche su Frames Cinema intendiamo proporre i nostri pronostici, per cercare di capire chi, con ogni probabilità, si porterà a casa la statuetta dorata nella notte delle stelle e soprattutto perché. Ma andiamo con ordine, categoria per categoria.

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    Miglior film

    Nominati:
    Una donna promettente di Emerald Fennell
    The Father – Nulla è come sembra di Florian Zeller
    Judas and the Black Messiah di Shaka King
    Mank di David Fincher
    Minari di Lee Isaac Chung
    Nomadland di Chloé Zhao
    Il processo ai Chicago 7 di Aaron Sorkin
    Sound of Metal di Darius Marder

    Chi vincerà (pronostico): Nomadland di Chloé Zhao.

    La categoria più ambita quest’anno è anche la più facile da prevedere. A meno di grosse sorprese (e c’è da dire che gli Oscar negli ultimi anni in questo senso hanno dato il meglio di sé, con ribaltoni come quello di Moonlight, riuscito a prevalere sul favoritissimo La La Land) Nomadland di Chloé Zhao dovrebbe ottenere il premio. Come è possibile affermarlo con tanta sicurezza? L’Academy of Motion Picture Arts and Sciences, l’istituzione che consegna i premi Oscar, è costituita da oltre 9000 professionisti del cinema che votano per tutte le categorie premiate. Tutte queste persone, però, non votano solo agli Oscar, ma molte di loro appartengono anche a giurie di diversi altri riconoscimenti assegnati nel corso della Awards Season. Dunque, studiando con attenzione i risultati delle altre premiazioni, è possibile fare ipotesi piuttosto circostanziate su come potrebbero essere distribuiti gli Oscar. Nel caso della categoria miglior film in realtà quest’anno è piuttosto semplice: Nomadland ha trionfato in tutte le principali premiazioni della stagione, dai Golden Globe (che in realtà non costituiscono un vero indicatore per gli Oscar, dal momento che sono assegnati dalla Hollywood Foreign Press Association, che con l’Academy non ha alcun rapporto) ai BAFTA, dai Critics’ Choice Awards ai prestigiosissimi PGA (i riconoscimenti del sindacato dei produttori cinematografici statunitensi, che negli ultimi 31 anni ha premiato 21 volte pellicole poi risultate vincitrici agli Oscar). L’unico indicatore che non è dalla parte di Nomadland è la mancata nomination ai SAG Awards (i  premi del sindacato degli attori, la categoria più influente e numerosa all’interno della giuria dell’Academy) nella categoria miglior cast (che l’anno scorso venne vinta proprio dal successivamente “oscarizzato” Parasite). Il premio quest’anno è andato a Il processo ai Chicago 7 di Aaron Sorkin, che però non dovrebbe avere troppe chance agli Oscar, visto che non ha nemmeno ricevuto la nomination per la regia (normalmente un importante indicatore). Il film della Zhao, inoltre, potrebbe non aver fatto colpo sulla giuria dei SAG solo perché recitato in gran parte da attori non professionisti, mentre il film di Sorkin vanta un cast stellare. In ogni caso, gli indicatori sono chiari e, a meno di sorprese, Chloé Zhao e gli altri produttori di Nomadland dovrebbero portarsi a casa la statuetta senza troppe difficoltà.

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    Miglior Regia

    Nominati:
    – Lee Isaac Chung (Minari)
    – Emerald Fennell (Una donna promettente)
    – David Fincher (Mank)
    – Thomas Vinterberg (Un altro giro)
    – Chloé Zhao (Nomadland)

    Chi vincerà (pronostico): Chloé Zhao (Nomadland)

    Se per il premio al miglior film abbiamo un vincitore probabile, nella categoria miglior regia la questione pare ancora più definita: Chloé Zhao ha vinto tutto in questa Awards Season. Nessun premio significativo per la regia è andato agli altri registi candidati all’Oscar. La regista cinese ha vinto il Golden Globe, il BAFTA, il Critics’ Choice e sopratutto il DGA (il premio del sindacato dei registi) e nessun ostacolo concreto pare più separarla dall’Oscar. In caso di vittoria, la Zhao diverrebbe la seconda donna nella storia (dopo Kathryn Bigelow) a ottenere questo premio.

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    Miglior attore protagonista

    Nominati:
    – Riz Ahmed (Sound of Metal)
    – Chadwick Boseman (Ma Rainey’s Black Bottom)
    – Anthony Hopkins (The Father – Nulla è come sembra)
    – Gary Oldman (Mank)
    – Steven Yeun (Minari)

    Chi vincerà (pronostico): Chadwick Boseman (Ma Rainey’s Black Bottom)

    La categoria miglior attore quest’anno vanta delle interpretazioni davvero notevoli. Anthony Hopkins, straordinario protagonista di The Father, ha recentemente vinto il BAFTA, che lo rende un serio contendente per l’Oscar. Le altre premiazioni della Awards Season, però, hanno tutte riconosciuto Chadwick Boseman, compianto protagonista di Ma Rainey’s Black Bottom. È quindi senz’altro lui il favorito, avendo anche ottenuto il SAG Award come miglior attore, normalmente il vero grande indicatore in vista degli Oscar. Dispiace per l’eccellente Riz Ahmed di Sound of Metal, sensibile interprete di uno dei film più belli dell’edizione 2021.

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    Miglior attrice protagonista

    Nominate:
    – Viola Davis (Ma Rainey’s Black Bottom)
    – Andra Day (The United States vs. Billie Holiday)
    – Vanessa Kirby (Pieces of a Woman)
    – Frances McDormand (Nomadland)
    – Carey Mulligan (Una donna promettente)

    Chi vincerà (pronostico): Carey Mulligan (Una donna promettente)

    Eccoci qua. La categoria miglior attrice protagonista rappresenta davvero il cuore di questi Oscar 2021. Perché? Perché non si sa chi vincerà. Ma ci sarà una favorita, direte voi. No. E non è mai successo negli ultimi anni che una categoria fosse tanto incerta. Ci sono stati colpi di scena (la mancata vittoria di Glenn Close per The Wife nel 2019) e grandi “duelli” (quello tra Jennifer Lawrence e Jessica Chastain nel 2013, ad esempio: la spuntò la prima), ma mai una tale incertezza. Persino gli espertissimi bookmakers di Variety ammettono, imbarazzati, di non sapere chi potrebbe vincere dal momento che la categoria non ha una vera e propria frontrunner. Ma andiamo con ordine ed esaminiamo tutte le candidate.

    Senz’altro le sfavorite sono due: Andra Day – vincitrice a sorpresa del Golden Globe, ma nemmeno candidata ai SAG Awards e protagonista di un film generalmente poco apprezzato – e, ahinoi, l’eccezionale Vanessa Kirby di Pieces of a Woman, per la quale le chance sono andate sciamando nel corso della Awards Season. È stata infatti candidata a qualsiasi premiazione ma non ha vinto sostanzialmente nulla. L’unico premio rilevante ottenuto dall’attrice resta la Coppa Volpi a Venezia 2020, prestigiosa ma certamente ininfluente per quanto riguarda la corsa all’Oscar.

    Ora invece concentriamoci sulle altre tre, che hanno tutte concrete possibilità di vittoria. Il problema nel prevedere l’esito della categoria miglior attrice sta nel fatto che nel corso della stagione dei premi si è assistito a una curiosa dispersione del consenso (mentre qualsiasi pronostico degli Oscar che si rispetti si fonda proprio sull’individuazione di un’unanimità di giudizio all’interno della Awards Season), suddiviso abbastanza equamente tra Viola Davis, Carey Mulligan e Frances McDormand.

    Quest’ultima ha dalla sua il fatto di aver vinto il BAFTA (dove, incredibilmente, né la Davis né la Mulligan né Andra Day erano nemmeno nominate!). A suo sfavore, se così si può dire, c’è il fatto di aver già ottenuto due Oscar come protagonista in carriera (Fargo e Tre manifesti a Ebbing, Missouri), uno dei quali molto recentemente (2018). L’Academy potrebbe pensare di aver già riconosciuto a sufficienza il talento di questa attrice, anche considerando che in caso di vittoria la McDormand arriverebbe a pareggiare le tre statuette vinte in carriera da nientepopodimeno che Ingrid Bergman e Meryl Streep, due dive hollywoodiane di calibro superiore rispetto alla pur eccezionale protagonista di Nomadland (in caso di sconfitta, peraltro, la McDormand potrebbe comunque consolarsi con il probabile premio al miglior film, dato che è tra i produttori della pellicola di Chloé Zhao).

    Viola Davis invece può contare sulla vittoria ai SAG Awards, normalmente considerati il vero e proprio indicatore per l’Oscar. Anche lei ha già ottenuto una statuetta abbastanza di recente (2016), ma da non protagonista e comunque la Davis può certamente aspirare a un doppio Oscar.

    Infine eccoci alla Mulligan. Già candidata nel 2010 per An Education, la bionda protagonista di Una donna promettente ha vinto il Critics’ Choice Award, un premio importante ma in fondo inferiore al SAG. Dalla sua ha però il fatto di essere giovane: l’Academy potrebbe voler rilanciare la carriera di questa brava attrice proprio con l’Oscar (la Mulligan è reduce da un decennio non particolarmente brillante).

    E quindi? Chi vince? C’è ancora un fatto che non abbiamo considerato. In una competizione con tre nomi molto forti è sicuro che i voti si dividano (di nuovo: manca un consenso univoco). Questo, a ben vedere, potrebbe svantaggiare la Davis e la McDormand, due attrici “mature” che potrebbero spartirsi i voti di coloro che desiderano premiare una grande interprete affermata, mentre i giurati che volessero riconoscere un talento più fresco dovrebbero votare compatti per la Mulligan.

    Insomma, ce la giochiamo: per noi sarà Carey Mulligan a uscire vincitrice da questa agguerritissima competizione. Ma questa categoria è davvero un terno al lotto.

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    Miglior attore non protagonista

    Nominati:
    – Sasha Baron Cohen (Il processo ai Chicago 7)
    – Daniel Kaluuya (Judas and the Black Messiah)
    – Leslie Odom Jr. (Quella notte a Miami…)
    – Paul Raci (Sound of Metal)
    – Lakeith Stanfield (Judas and the Black Messiah)

    Chi vincerà (pronostico): Daniel Kaluuya (Judas and the Black Messiah)

    Se c’è una categoria in cui il vincitore è già scritto è questa. Daniel Kaluuya ha veramente vinto qualsiasi premio possibile e davvero nulla può impedirgli di ottenere anche l’Oscar: un premio meritato a un giovane attore fattosi molto notare negli ultimi anni, sin da Scappa – Get Out. Anche qui, però, spiace per il Paul Raci di Sound of Metal, meraviglioso interprete di alcune tra le scene più belle del film di Darius Marder.

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    Miglior attrice non protagonista

    Nominate:
    – Maria Bakalova (Borat – Seguito di film cinema)
    – Glenn Close (Elegia americana)
    – Olivia Colman (The Father – Nulla è come sembra)
    – Amanda Seyfried (Mank)
    – Yoon Yeo-jeong (Minari)

    Chi vincerà (pronostico): Yoon Yeo-jeong (Minari)

    Più combattuta rispetto alla sua controparte maschile è la categoria miglior attrice non protagonista, in cui solo recentemente si è affermata una favorita: la coreana Yoon Yeo-jeong di Minari. Fino a qualche tempo fa, infatti, pareva che la giovane attrice bulgara Maria Bakalova dovesse conquistare la statuetta per la sua irriverente performance nello splendido Borat – Seguito di film cinema, in cui l’interprete si è prestata, tra le altre cose, alla ormai celebre scena “incriminata” con protagonista Rudy Giuliani, avvocato di Donald Trump. In realtà la Bakalova è stata candidata in tutte le principali competizioni della Awards Season ma, a conti fatti, ha dalla sua solo la vittoria ai Critics’ Choice Awards. Significativa, certo, ma nulla se paragonata ai trionfi della Yoon che ha recentemente ottenuto il SAG e il BAFTA. Minari, per di più, è uno dei film più apprezzati della stagione, come testimoniato dalle 6 pesanti nomination ricevute agli Oscar, incluse quelle per miglior film e regia: siccome è improbabile che il film riesca a conquistare altre statuette, premiare la Yoon sarebbe anche un modo per riconoscere il forte gradimento della pellicola. Insomma: anche qui, a meno di sorprese da parte della Bakalova, i giochi dovrebbero essere fatti e la Corea del Sud, per il secondo anno consecutivo dopo la storica vittoria di Parasite, si confermerebbe una temibile fucina di talenti da Oscar.

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    Miglior sceneggiatura originale

    Nominati:
    Judas and the Black Messiah (Shaka King e Will Berson)
    Minari (Lee Isaac Chung)
    Una donna promettente (Emerald Fennell)
    Sound of Metal (Darius Marder e Abraham Marder)
    Il processo ai Chicago 7 (Aaron Sorkin)

    Chi vincerà (pronostico): Una donna promettente (Emerald Fennell)

    Il premio alla miglior sceneggiatura originale è uno tra i più importanti tra quelli attribuiti agli Oscar e spesso viene assegnato come “contentino” a un film che è stato estremamente gradito dall’Academy e che però non è stato riconosciuto nelle categorie principali di miglior film e miglior regia. È accaduto di recente con titoli di peso come Scappa – Get Out di Jordan Peele, Manchester by the Sea di Kenneth Lonergan, Lei di Spike Jonze e Midnight in Paris di Woody Allen. La cosa dovrebbe ripetersi quest’anno, in cui la favorita per il premio è Emerald Fennell, sceneggiatrice e regista dell’acclamato Una donna promettente (nonché interprete di Camilla Parker Bowles in The Crown): il film ha ricevuto recensioni entusiastiche e rischierebbe di tornare a casa a mani vuote qualora Carey Mulligan non dovesse riuscire a vincere come miglior attrice (e dell’incertezza di quella categoria si è già ampiamente parlato). Per questo motivo è assai probabile che l’Academy decida di blindare il film attribuendogli almeno il riconoscimento alla miglior sceneggiatura originale. Peraltro la pellicola ha già vinto il premio del sindacato degli sceneggiatori (il WGA Award). Il possibile secondo contendente dovrebbe essere Aaron Sorkin per Il processo ai Chicago 7, già vincitore ai Golden Globe (che però, l’abbiamo detto, non sono un indicare per gli Oscar, dal momento che i giurati di quel premio non fanno parte dell’Academy), ma appare sfavorito da una scrittura troppo convenzionale e dalla mancata nomination nella categoria miglior regia. La Fennell, dunque, ha davvero il premio in pugno.

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    Miglior sceneggiatura non originale

    Nominati:
    La tigre bianca (Ramin Bahrani)
    Borat – Seguito di film cinema (Sasha Baron Cohen, Anthony Hines, Dan Swimer, Peter Baynham, Erica Rivinoja, Dan Mazer, Jena Friedman, Lee Kern)
    The Father – Nulla è come sembra (Christopher Hampton e Florian Zeller)
    Quella notte a Miami… (Kemp Powers)
    Nomadland (Chloé Zhao)

    Chi vincerà (pronostico): Nomadland (Chloé Zhao)

    Ben più complessa rispetto alla sceneggiatura originale è la situazione in questa categoria, in cui i contendenti forti sono ben tre. Borat – Seguito di film cinema ha vinto il WGA (premio del sindacato degli sceneggiatori): si tratta di un possibile indicatore, naturalmente, ma è anche vero quel premio ha un regolamento particolare e che spesso fa scelte che in definitiva non vengono confermate dall’Academy. Basti pensare, infatti, che ai WGA The Father e Nomadland nemmeno erano candidati! Agli Oscar, paradossalmente, proprio questi ultimi due titoli paiono i più forti. The Father ha dalla sua il fatto aver vinto il BAFTA, di essere l’adattamento di un’opera teatrale acclamata e che il film di Florian Zeller abbia ricevuto il plauso davvero universale della critica. Siccome è improbabile che Anthony Hopkins vinca come miglior attore o che il film ottenga altri Oscar, questa categoria potrebbe essere quella giusta per premiare una pellicola comunque molto gradita dall’Academy. Arriviamo infine a Nomadland: al di là del fatto che la sceneggiatura del film ha già vinto il Critics’ Choice Award, qui la questione si fa più tecnica. Non succede mai (è capitato solo una volta nel 1938 con L’eterna illusione di Frank Capra) che un film vinca miglior film e regia e non ottenga alcun altro premio. Non è una regola scritta, è vero, ma chi s’intende di Oscar sa che i due premi principali tendono a essere supportati almeno da una vittoria in un’altra categoria importante (spesso la sceneggiatura). Siccome abbiamo detto che Nomadland è assolutamente favorito nelle due categorie principali e siccome è tutto sommato improbabile che Frances McDormand venga eletta miglior attrice (anche se, come abbiamo detto, quest’anno lì davvero tutto è possibile!), è assai probabile che nella categoria miglior sceneggiatura non originale la spunti proprio Chloé Zhao, che andrebbe così a rafforzare la sua corsa nelle categorie principali con questo premio. In definitiva, questo è il nostro pronostico. In ogni caso il premio alla miglior sceneggiatura non originale resta uno dei più incerti della serata.

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    Miglior film internazionale

    Nominati:
    Un altro giro di Thomas Vinterberg (Danimarca)
    Collective di Alexander Nanau (Romania)
    The Man Who Sold His Skin di Kaouther Ben Hania (Tunisia)
    Quo vadis, Aida? di Jasmila Žbanić (Bosnia ed Erzegovina)
    Shàonián de nĭ di Derek Tsang (Hong Kong)

    Chi vincerà (pronostico): Un altro giro di Thomas Vinterberg

    Qui, come si suol dire, les jeux sont faits. Un altro giro di Thomas Vinterberg non ha rivali. Acclamato fin dalla sua presentazione a Cannes 2020 (festival mai svoltosi in presenza), si era a lungo parlato persino di una candidatura a Mads Mikkelsen come miglior attore. Il film, peraltro, vanta una pesantissima nomination come miglior regia, che segnala un evidente apprezzamento per la pellicola da parte dell’Academy. L’unico altro contendente forte avrebbe potuto essere l’applauditissimo Collective di Alexander Nanau ma, trattandosi di un documentario, è più probabile che il film venga riconosciuto nell’apposita categoria, così da distribuire meglio i premi. Sarà una gioia vedere Vinterberg, fondatore con Lars von Trier del celebre Dogma 95, salire sul palco e ottenere finalmente un Oscar.

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    Miglior film d’animazione

    Nominati:
    Onward – Oltre la magia di Dan Scanlon
    Over the Moon – Il fantastico mondo di Lunaria di Glen Keane
    Shaun, vita da pecora: Farmageddon – Il film di Will Becher e Richard Phelan
    Soul di Pete Docter e Kemp Powers
    Wolfwalkers – Il popolo dei lupi di Tomm Moore e Ross Stewart

    Chi vincerà (pronostico): Soul di Pete Docter

    Eccoci a un’altra categoria su cui non val la pena spendere troppe parole: Soul, ennesima meraviglia PIXAR diretta da Pete Docter e Kemp Powers, vincerà. Non c’è alcun dubbio (ha ottenuto qualsiasi premio possibile e immaginabile).

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    Miglior fotografia

    Nominati:
    Judas and the Black Messiah (Sean Bobbitt)
    Mank (Erik Messerschmidt)
    Il processo ai Chicago 7 (Phedon Papamichael)
    Nomadland (Joshua James Richards)
    Notizie dal mondo (Dariusz Wolski)

    Chi vincerà (pronostico): Nomadland (Joshua James Richards)

    Una categoria nuovamente incerta è invece quella della miglior fotografia. Quel che è certo è che a giocarsi il premio sono Nomadland e Mank. Il primo, oltre ad aver già vinto il BAFTA e il Critics’ Choice, potrebbe trarre vantaggio dal discorso fatto prima per la categoria miglior sceneggiatura non originale: siccome la pellicola probabilmente vincerà miglior film e regia, è assai probabile che riceva almeno un altro premio. Potrebbe essere quello alla sceneggiatura, come già ipotizzato, oppure quello alla fotografia di Joshua James Richards. Oppure, perché no, entrambi. Mank ha invece dalla sua anzitutto lo splendido bianco e nero di Erik Messerschmidt, che è stato premiato proprio dal sindacato dei direttori della fotografia (l’ASC), e il fatto che a differenza del film di Chloé Zhao la pellicola di David Fincher dedicata allo sceneggiatore di Quarto potere con ogni probabilità uscirà dalla cerimonia a mani vuote o quasi. Il premio alla miglior fotografia potrebbe essere un “contentino” al film più candidato dell’anno. Ad ogni modo, secondo noi, alla fine la spunterà Nomadland.

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    Miglior montaggio

    Nominati:
    Il processo ai Chicago 7 (Alan Baumgarten)
    The Father – Nulla è come sembra (Giōrgos Lamprinos)
    Sound of Metal (Mikkel E.G. Nielsen)
    Una donna promettente (Frédéric Thoraval)
    Nomadland (Chloé Zhao)

    Chi vincerà (pronostico): Sound of Metal (Mikkel E.G. Nielsen)

    Questa categoria era data per certa fino a pochi giorni fa. Sound of Metal era e tutto sommato rimane il contendente principale (ha ottenuto il BAFTA). Va tuttavia segnalato che ai premi Eddie (assegnati dal sindacato dei montatori e considerati un indicatore importante) ha vinto a sorpresa Il processo ai Chicago 7, che dunque insedia non poco la posizione favorita del film di Darius Marder. Difficile dire chi prevarrà in definitiva, anche se ci esprimiamo per Sound of Metal.

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    Miglior scenografia

    Nominati:
    Mank (Donal Graham Burt e Jan Pascale)
    Notizie dal mondo (David Crank e Elisabeth Keenan)
    Tenet (Nathan Crowley e Kathy Lucas)
    The Father – Nulla è come sembra (Peter Francis e Cathy Featherstone)
    Ma Rainey’s Black Bottom (Mark Ricker, Karen O’Hara e Diana Stoughton)

    Chi vincerà (pronostico): Mank (Donal Graham Burt e Jan Pascale)

    In questa categoria Mank dovrebbe avere vittoria facile (ha già vinto il BAFTA). Si tratterebbe di un piccolo “contentino” per la probabile débâcle del film nelle categorie principali.

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    Migliori costumi

    Nominati:
    Emma. (Alexandra Byrne)
    Pinocchio (Massimo Cantini Parrini)
    Mulan (Bina Daigeler)
    Ma Rainey’s Black Bottom (Ann Roth)
    Mank (Trish Summerville)

    Chi vincerà (pronostico): Ma Rainey’s Black Bottom (Ann Roth)

    In questa categoria è probabile la vittoria di Ma Rainey’s Black Bottom, già trionfatore ai BAFTA. Peccato per il nostro Massimo Cantini Parrini, responsabile dei bellissimi costumi di Pinocchio di Matteo Garrone (che, va segnalato, sta raccogliendo ottimi incassi e critiche negli USA).

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    Miglior trucco e acconciatura

    Nominati:
    Pinocchio (Mark Coulier, Dalia Colli e Francesco Pegoretti)
    Elegia americana (Eryn Krueger Mekash, Matthew Mungle, Patricia Dehaney)
    Emma. (Marese Langan, Laura Allen, Claudia Stolze)
    Ma Rainey’s Black Bottom (Sergio Lopez-Rivera, Mia Neal, Jamika Wilson)
    Mank (Gigi Williams, Kimberley Spiteri, Colleen LaBaff)

    Chi vincerà (pronostico): Ma Rainey’s Black Bottom (Sergio Lopez-Rivera, Mia Neal, Jamika Wilson)

    Anche qui Ma Rainey’s Black Bottom dovrebbe riuscire a vincere, merito del grande lavoro su Viola Davis, trasformata per l’occasione nella leggendaria cantante blues Ma Rainey. Peccato anche qui per Pinocchio, che sarebbe ben più meritevole. Chissà che l’Academy non decida di riconoscere il lavoro straordinario di Mark Coulier (già “oscarizzato” due volte), Dalia Colli e Francesco Pegoretti…

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    Migliori effetti speciali

    Nominati:
    L’unico e insuperabile Ivan (Nick Davis, Greg Fisher, Ben Jones e Santiago Colomo Martinez)
    Mulan (Sean Faden, Anders Langlands, Seth Maury e Steve Ingram)
    Tenet (Andrew Jackson, David Lee, Andrew Lockley e Scott Fisher)
    The Midnight Sky (Matthew Kasmir, Christopher Lawrence, Max Solomon e David Watkins)
    Love and Monsters (Matt Sloan, Genevieve Camilleri, Matt Everitt e Brian Cox)

    Chi vincerà (pronostico): Tenet (Andrew Jackson, David Lee, Andrew Lockley e Scott Fisher)

    Anche qui non paiono esserci dubbi: Tenet di Christopher Nolan è chiaramente il principale contendente al premio in un’annata povera di grandi blockbuster ricchi di effetti speciali. Il film del regista inglese, peraltro, è oggettivamente spettacolare e l’Academy ha già più volte dimostrato di apprezzare i trucchi vecchio stile dei film di Nolan, che di rado ricorre alla CGI.

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    Miglior colonna sonora

    Nominati:
    Da 5 Bloods – Come fratelli (Terence Blanchard)
    Minari (Emile Mosseri)
    Notizie dal mondo (James Newton Howard)
    Mank (Trent Reznor e Atticus Ross)
    Soul (Trent Reznor, Atticus Ross e Jon Batiste)

    Chi vincerà (pronostico): Soul (Trent Reznor, Atticus Ross e Jon Batiste)

    Un’altra categoria abbastanza sicura è quella della miglior colonna sonora, in cui dovrebbe essere premiato il gran lavoro svolto da Trent Reznor, Atticus Ross e Jon Batiste su Soul (il film ha vinto praticamente tutti i premi principali in tal senso: Golden Globe, BAFTA, Critics’ Choice…).

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    Miglior canzone originale

    Nominati:
    Fight For You (musiche di H.E.R. e Dernst Emile II, testo di H.E.R. e Tiara Thomas) – Judas and the Black Messiah
    Hear My Voice (musiche di Daniel Pemberton, testo di Daniel Pemberton e Celeste Waite) – Il processo ai Chicago 7
    Husavik (musiche e testo di Savan Kotecha, Fat Max Gsus e Rickard Göransson) – Eurovision Song Contest: The Story of Fire Saga
    Io sì (Seen) (musiche di Diane Warren, testo di Diane Warren e Laura Pausini) – La vita davanti a sé
    Speak Now (musiche e testo di Leslie Odom Jr. e Sam Ashworth) – Quella notte a Miami…

    Chi vincerà (pronostico): Io sì (Seen) (musiche di Diane Warren, testo di Diane Warren e Laura Pausini) – La vita davanti a sé

    Eccoci giunti a una categoria che ci riguarda da vicino. Sì, perché non solo è ormai sicuro che Laura Pausini si esibirà live agli Oscar domenica 25 aprile, ma la cantante romagnola e Diane Warren (già candidata 11 volte in carriera, senza mai vincere) paiono essere le super favorite per la vittoria. Non ci resta che incrociare le dita e sperare che Speak Now, canzone di Quella notte a Miami…, non riservi brutte sorprese.

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    Miglior sonoro

    Nominati:
    Sound of Metal (Nicolas Becker, Jaime Baksht, Michelle Couttolenc, Carlos Cortés e Phillip Bladh)
    Soul (Ren Klyce, Coya Elliott e David Parker)
    Mank (Ren Klyce, Jeremy Molod, David parker, Nathan Nance, Drew Kunin)
    Greyhound – Il nemico invisibile (Warren Shaw, Michael Minkler, Beau Borders e David Wyman)
    Notizie dal mondo (Oliver Tarney, Mike Prestwood Smith, William Miller, John Pritchett)

    Chi vincerà (pronostico): Sound of Metal (Nicolas Becker, Jaime Baksht, Michelle Couttolenc, Carlos Cortés e Phillip Bladh)

    Qui non c’è nemmeno da discutere: Sound of Metal non solo quasi sicuramente vincerà, ma merita alla grande la statuetta. Il lavoro sul sonoro del film di Darius Marder non è solo tecnicamente straordinario, ma svolge una fondamentale funzione narrativa nel film, alternando continuamente suoni soggettivi e oggettivi per meglio comunicare l’isolamento del protagonista Ruben.

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    Miglior documentario

    Nominati:
    El agente topo di Maite Alberdi
    Collective di Alexander Nanau
    Crip Camp: disabilità rivoluzionarie di Nicole Newnham e Jim LeBrecht
    Il mio amico in fondo al mare di Pippa Ehrlich e James Reed
    Time di Garrett Bradley

    Chi vincerà (pronostico): Collective di Alexander Nanau

    Infine eccoci giunti alla categoria miglior documentario, dove ritroviamo Collective di Alexander Nanau, acclamatissima pellicola romena candidata anche come miglior film internazionale. L’acclamazione critica universale e la doppia nomination dovrebbero garantire a questo splendido film la vittoria.

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    Eccoci giunti al termine di questo lungo viaggio negli Oscar 2021. Siete d’accordo con i nostri pronostici? Scriveteci un commento per farci sapere la nostra opinione!

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