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  • STAR WARS, IMMAGINI DA UN ALTRO UNIVERSO: I COSTUMI DAL CONCEPT ALLA REALIZZAZIONE

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    Immaginare un universo alternativo non è senz’altro compito facile. Dar vita, insieme ad esso, a un fenomeno culturale in grado di imporsi come modello estetico e narrativo è sicuramente ancora più complesso. Parte della potenza del cinema si deve a questo, e proprio in questo fattore risiede la forza di quei progetti cinematografici che sono stati in grado di passare alla storia.

    Il maestro Jedi Obi-Wan Kenobi con il giovane Luke Skywalker

    Tra i tanti, a spiccare è sicuramente il franchise di Star Wars: la galassia fittizia di George Lucas, infatti, è stata in grado non solo di assicurare alla saga un posto di rilievo nella storia del cinema sci-fi, ma ha anche contribuito a ridisegnare in parte i canoni dell’immaginario fantascientifico, portandolo a conquistare definitivamente il pubblico di massa. Umani, umanoidi, droidi e creature aliene popolano un mondo che dalla fine degli anni Settanta ci è ormai molto familiare, al punto che spesso ci si scorda del complesso processo creativo che sta dietro l’enorme macchina di una produzione come questa.

    L’universo di Guerre Stellari, infatti, è molto più che la definitiva consacrazione di un genere. Esso rappresenta l’incontro e la commistione della space-opera con influenze provenienti dal genere fantasy, con alcuni canoni del genere western e con precisi spunti tematici presi in prestito dal genere fiabesco e mitologico.

    Stormtrooper, le truppe imperiali

    Durante il lungo processo di sviluppo della sceneggiatura, il compito di unire questi diversi elementi in un prodotto visivamente coerente fu affidato a Ralph McQuarrie. Conceptual artist e illustratore, McQuarrie fu chiamato da Lucas a definire l’aspetto di ambientazioni e protagonisti della trilogia originale, ed è stato proprio lui a dare forma a molti dei personaggi simbolo delle pellicole. Figure come Darth Vader, Chewbecca, R2-D2 e C-3PO sono tutte nate, in prima battuta, dai suoi schizzi e disegni, tanto che lo stesso Lucas ha più tardi raccontato di come l’artista fosse in grado di esprimere al meglio, quasi anticipandole, le sue idee.

    Uno dei primi concept art di Ralph McQuerrie

    L’estetica dei personaggi è poi stata completata grazie al trucco, affidato al britannico Stuart Freeborn, e all’accurata realizzazione dei costumi ad opera di John Mollo. Esperto di storia militare, Mollo era stato consulente per la realizzazione delle divise militari storiche in diversi film e venne scelto da Lucas per la sua prima vera esperienza da costumista, che gli valse poi il primo dei due Oscar della sua carriera (il secondo se lo aggiudicò nel 1983 per Gandhi di Richard Attenbourgh). Sulla base dei concept di McQuarrie, Mollo progettò accuratamente dei costumi che permettessero al pubblico di inquadrare immediatamente i personaggi in precisi ordini gerarchici. In particolare le  uniformi bianche dell’esercito imperiale richiamano le corazze dei cavalieri medievali, mentre le divise degli ufficiali si ispirano visibilmente a quelle in uso nella Germania nazista. Gli abiti dei Cavalieri Jedi uniscono invece un’estetica di derivazione nipponica a elementi tipici degli ordini monastici: così, mentre gli strati di tessuto e il caratteristico taglio a kimono richiamano le tipiche divise dei samurai, il mantello scuro con cappuccio rimanda a idee  di saggezza e sacrificio d’ispirazione quasi religiosa.

    John Mollo alla cerimonia degli Oscar 1978, dove ricevette la statuetta per i Migliori Costumi

    Uno dei costumi più impegnativi da finalizzare e realizzare fu quello di Darth Vader (o Dart Fener, come a lungo ci ha imposto il doppiaggio). È anche e soprattutto grazie alla sua iconica armatura nera che il personaggio è tutt’oggi uno dei villains più famosi di sempre, tanto da figurare al terzo posto nella classifica 100 Heroes and Villains dell’American Film Institute, preceduto soltanto da Hannibal Lecter de Il silenzio degli innocenti (Jonathan Demme, 1991) e da Norman Bates di Psyco (Alfred Hitchcock, 1960).

    McQuarrie studiò con Lucas le caratteristiche del personaggio nei minimi dettagli, in modo che tutto nel suo costume contribuisse a renderlo imponente e a trasmettere una sensazione di angoscia. A questo proposito per vestire i suoi panni fu scelto David Prowse, attore e culturista britannico che con la sua altezza di oltre due metri ha senz’altro contribuito a rendere ancora più austera la figura di Vader.

    Il suo aspetto finale deriva da un insieme di influenze. L’armatura, che risente ancora una volta della passione di McQuarrie per l’oriente, richiama la tenuta da combattimento dei samurai, e anche il famosissimo casco – materialmente realizzato dallo scultore Brian Muir – si ispira agli elmi kabuto e alle maschere da guerra menpō dei guerrieri giapponesi. Non tutti però forse sanno che proprio la maschera che ha consegnato il personaggio alla storia dell’iconografia cinematografica non fosse in origine parte integrante del costume. L’idea iniziale di Lucas si ispirava piuttosto all’abbigliamento dei beduini e prevedeva che il volto dell’attore fosse coperto da una sorta di sciarpa avvolta attorno al capo. Solo in un secondo momento fu sviluppata l’idea dell’elmo, anche se inizialmente era previsto soltanto per i passaggi da  un’astronave e all’altra, e mai durante i dialoghi o le scene di combattimento. Infine si decise di utilizzare il casco come elemento fisso e imprescindibile non solo degli abiti, ma anche della storia del personaggio. Questa scelta ha infatti consentito che la sceneggiatura del secondo film si muovesse in una direzione in cui il casco non fosse solo parte superflua e secondaria dell’abbigliamento, ma simbolo del personaggio e mezzo necessario per la sua stessa sopravvivenza. Questo è probabilmente uno degli esempi più significativi dello strettissimo rapporto simbiotico che può instaurarsi tra costume design e sviluppo narrativo di un personaggio: la fusione tra Darth Vader e la sua armatura è totale e indispensabile al punto che, se privato di essa, il personaggio cessa di vivere sullo schermo e il suo mistero viene meno nell’immaginario comune.

    L’elmo Kabuto e la maschera Manto che hanno ispirato il costume di Darth Vader

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  • EDITH HEAD: SESSANT’ANNI DI ABITI ICONICI

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    La caratterizzazione di un personaggio cinematografico è un processo complesso che non può essere affidato unicamente alla bravura di sceneggiatori, registi e attori. Per arrivare a un risultato il più possibile credibile è infatti necessario che diverse figure professionali lavorino insieme alla creazione di un personaggio completo e sfaccettato. Tra le tante figure coinvolte, quella del costumista ha il compito di cucire su misura l’involucro del personaggio attorno all’attore che lo interpreta, proprio attraverso l’ideazione e la creazione dei suoi abiti di scena.

    Tra le costumiste più famose di Hollywood spicca senza dubbio il nome di Edith Head, 60 anni di carriera e una stella sulla Hollywood Walk of Fame a testimonianza del valore del suo lavoro. La costumista è tra le persone che vantano il maggior numero di nomination e di statuette vinte agli Oscar: dal 1948, anno in cui fu istituito il premio ai migliori costumi, la designer ha infatti ricevuto 35 nomination, aggiudicandosi ben 8 statuette.

    Nata nel 1897 a San Bernardino in California con il nome di Edith Claire Posener (in seguito assumerà il cognome del primo marito) si laurea in letteratura francese a Berkeley e successivamente ottiene un master in  lingue romanze alla Stanford University. Terminati gli studi Edith inizia a insegnare: inizialmente il francese, in seguito – per riuscire a ottenere uno stipendio più sostanzioso – si propone anche come insegnante di arte nonostante l’abbia studiata solamente al liceo. Proprio per colmare le sue lacune in materia inizia a frequentare dei corsi serali di arte presso  l’Otis College of Art and Design e il Chouinard Art Institute.

    Dopo alcuni anni passati a insegnare, nel 1923 risponde a un annuncio pubblicitario della Paramount Picture che cercava disegnatori per il reparto costumi. Nonostante la totale inesperienza come designer, Edith riesce a farsi assumere come disegnatrice di schizzi, e soltanto più tardi ammetterà di aver “preso in prestito” alcuni lavori dei suoi compagni di studi della scuola d’arte per impressionare i selezionatori al colloquio.

    Edith Head insieme ad Alfred Hitchcock

    É con questo piccolo inganno che Edith dà inizio alla sua carriera. In un primo momento lavora come assistente, col tempo guadagna maggiore autonomia, fino a diventare, nel 1938, la prima donna a ricoprire il ruolo di capo costumista in una major hollywoodiana. Durante il decennio successivo inizia a guadagnare notorietà, e nel 1950 riceve, insieme a Gile Steele, il primo premio Oscar della sua carriera per il film L’Ereditiera (William Wyler, 1949)

    Diversamente da molti suoi colleghi, Edith è solita coinvolgere le attrici nel processo creativo, ascoltando i loro gusti e i loro desideri: proprio grazie a questo continuo confronto i costumi da lei disegnati risultano in armonia con gli attori che li indossano e riescono a fondersi con i personaggi senza mai sovrastarli. È proprio in questo modo che Edith riesce a instaurare rapporti di fiducia con le star, tanto che dagli anni ’50 diventa la costumista preferita di molti volti noti di Hollywood e il suo nome divenne sinonimo di successo e di eleganza senza tempo.

    Elizabeth Taylor in Un posto al Sole

    Nel 1967, dopo 44 anni, lascia la Paramount per trasferirsi alla Universal Pictures, dove lavorerà fino all’anno della sua morte, nel 1981. Le produzioni di quegli anni sono però molto diverse da quelle dei decenni precedenti: i registi iniziano a prediligere le scene girate all’aperto rispetto alle riprese in studio e anche i cast includono sempre più volti nuovi e sempre meno attrici e attori con cui la designer è da tempo in sintonia. Per questi motivi Edith inizia a lavorare anche per il piccolo schermo, ideando i costumi per film e serie televisive di successo come Vita da Strega. Nel 1973 appare nella serie poliziesca Colombo in un cameo in cui interpreta sè stessa.

    Sul finire degli anni ’70 il suo lavoro esce per la prima volta dal mondo dello spettacolo: è proprio lei, infatti, a progettare un uniforme femminile per la Guardia costiera degli Stati Uniti, visto il numero sempre più alto di donne che intraprendono questa professione. Per questo lavoro Edith riceve il Meritorious Public Service Award, uno tra i più importanti riconoscimenti del Dipartimento dell’Esercito che può essere assegnato a un privato cittadino.

    Edith Head insieme a Audrey Hepburn

    Donna riservata e dimessa nel vestire, Edith porta il suo genio creativo sul grande schermo con abiti iconici indossati dalle più grandi star dell’epoca: Ginger Rogers, Dorothy Lamour, Marlene Dietrich, Lana Turner, Ingrid Bergman, Shirley MacLaine, Elizabeth  Taylor, ma anche Cary Grant, Paul Newman, John Wayne, Steve McQueen. Suoi gli indimenticabili look di Audrey Hepburn in Vacanze Romane, Sabrina, Funny Face e Colazione da Tiffany, così come quelli di Grace Kelly in La Finestra sul Cortile e Caccia al Ladro di  Alfred Hitchcock, regista con cui la designer instaura il sodalizio artistico più proficuo della sua carriera, lavorando con lui per ben 11 film. Nel 1974 i costumi del film La Stangata, con Paul Newman and Robert Redford,  le valgono il suo ultimo Oscar nonché l’unico per look di star maschili.

    Grace Kelly in uno degli iconici abiti del film Caccia al Ladro

    Prima di questo, e oltre al già citato L’Ereditiera, si aggiudica l’Oscar due volte nel 1951 – quando ancora esisteva un premio per i costumi dei film in bianco e nero e uno per quelli a colori – per Sansone e Dalila e per Eva contro Eva e nel 1952 per Un Posto al Sole. Nel 1954 viene premiata per Vacanze Romane e nel 1955 per Sabrina, nonostante in entrambi i film Edith abbia in realtà disegnato soltanto parte dei costumi. Molti dei look di Vacanze Romane sono infatti disegnati da Sonja de Lennart, mentre molti dei costumi di Sabrina sono creazioni di Hubert de Givenchy. In entrambi i casi è però soltanto Edith a ricevere i crediti e i riconoscimenti per il lavoro svolto. Nel 1961 viene nuovamente premiata per il film Un Adulterio Difficile.

    Uno dei meravigliosi abiti disegnati per il film Sansone e Dalila

    Edith Head si è affermata dunque come la più importante costumista di tutta la storia del cinema. Creativa, instancabile e appassionata è proprio lei a restituirci un ritratto della sua professione:

    “Quello che il costumista fa è a metà strada tra magia e camouflage. Creiamo l’illusione di trasformare gli attori in quello che non sono”.

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  • RECENSIONE MANK: LA BIOGRAFIA DI QUARTO POTERE

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    Nonostante il diminutivo del suo cognome campeggi sulla locandina e nel trailer del film, Mank non è soltanto una biografia dello sceneggiatore e critico teatrale Herman J. Mankiewicz (Gary Oldman). Il motivo si può trovare in una battuta pronunciata nel film dallo stesso Mankiewicz: “non è possibile ricostruire l’intera vita di un uomo in sole due ore di film”. Anche Mank, dunque, rinuncia a farlo, preferendo circoscrivere l’azione ad un periodo limitato, ma estremamente significativo, della vita dello sceneggiatore.

    Questo spaccato della vita di Mankiewicz comincia con un incidente stradale che lo costringe a letto con una gamba rotta. Durante questo periodo di forzata immobilità lavora alla stesura di Quarto Potere, quello che diventerà il suo lavoro da sceneggiatore più famosa e che, secondo il saggio Raising Kane di Pauline Kael (da cui Mank è ispirato), è attribuibile soprattutto a Mankiewicz e non ad Orson Welles (regista e protagonista del film). La cornice della lavorazione della sceneggiatura è intervallata dal racconto del rapporto, che si tramuta in aperto conflitto, con il magnate dell’editoria William Randolf Hearst (Charles Dance) e la sua amante, l’attrice Marion Davies (la bravissima Amanda Seyfried, meritatamente candidata all’Oscar).

    Mankiewicz viene ritratto con dovizia di particolari, e l’ottima interpretazione di Gary Oldman è fondamentale per tratteggiare un uomo arrogante, cinico ma anche malinconico, consapevole di essere un “buffone di corte” sulla via del tramonto. Anche per questo, dopo aver osservato e subito per anni i compromessi dell’industria cinematografica, si scopre deciso a voler vedere riconosciuta la paternità della propria opera nonostante il giovane Welles e la RKO, la casa di produzione di Quarto Potere, siano decisi ad impedirglielo. L’abituale perizia registica di David Fincher e la fotografia avvolgente di Erik Messerschmidt (vincitore dell’Oscar alla migliore fotografia per questo film) delineano un ambiente, quello dell’industria cinematografica, corrotto dai compromessi e dalla falsità. Mankiewicz, in questo senso, ci risulta quasi un estraneo sgradito a quel mondo di cui fa comunque parte e i cui fautori sono o potenti amorali e senza scrupoli come Hearst o ruffiani dispotici come il capo della MGM Louis B. Mayer.

    La sua vittoria personale nei confronti di questi individui, Mankiewicz la ottiene grazie a Quarto Potere. Oltre a essere il motore della trama, la sceneggiatura di Citizen Kane – e, per estensione, l’intero processo creativo di uno scrittore – diventa l’altra grande protagonista del film. Essa viene ritratta come summa ed elaborazione di esperienze, di incidenti, della propria visione politica e dei rapporti con gli altri e il mondo circostante. Hearst è l’ovvio modello per il “cittadino Kane”; un litigio con l’irascibile e quasi infantile Orson Welles (Tom Burke) è l’ispirazione per la famosa scena in cui Charles Foster Kane mette a soqquadro la sua camera in uno scatto d’ira.

    Anche le citazioni visive di Quarto Potere sono più che semplici easter eggs e strizzate d’occhio per intenditori cinefili. Il fresco vincitore del premio Oscar Erik Messerschmidt è, infatti, riuscito a ricreare, con incredibile dovizia di particolari, le stesse atmosfere presenti in Quarto Potere e che hanno reso, tra le altre cose, quel film rivoluzionario. Per fare ciò, oltre ad avere studiato nei minimi dettagli la fotografia di Gregg Toland [DoP di Quarto Potere], ha portato avanti una ricerca puntigliosa al fine di fornire allo spettatore un effetto simile a quello delle pellicole del tempo e per ricreare le stesse atmosfere in bianco e nero del film di Welles, utilizzando anche molte delle stesse focali utilizzate dallo stesso Toland.

    Mank si gusta come un film classico: la sceneggiatura di Jack Fincher, scritta negli anni ’90 e poi rifinita da Eric Roth, è un “dietro le quinte” di Hollywood lento e costante, che segue l’ingombrante presenza di Mankiewicz. La regia chirurgica di David Fincher e la fotografia in bianco e nero di Messerschmidt, che ritraggono impietosamente i meccanismi dell’industria cinematografica, ci ricordano il potere incantatorio della Settima Arte, e rendono Mank un film forse ostico per gli altri, ma imprescindibile per il pubblico di cinefili cui si rivolge.

    Il film è disponibile per la visione su Netflix e anche al cinema. Vi invitiamo a tornare in sala per sostenere gli esercenti e per godervi al meglio la fantastica fotografia di quest’opera.

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  • RECENSIONE NOMADLAND – UNA NUOVA MITOLOGIA AMERICANA

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    Durante la cosiddetta grande recessione seguita alla crisi economica del 2008 centinaia di migliaia di persone negli Stati Uniti hanno perso la casa e, dovendo trovare un modo per sopravvivere, molte di loro hanno dato vita a nuovi fenomeni di nomadismo. Non fa eccezione la sessantenne Fern che, rimasta vedova e disoccupata, si trasferisce in un minivan e – barcamenandosi tra un incarico stagionale ad Amazon, la gestione di un campeggio e il lavoro in un fast food – abbandona la vita stanziale e fa la conoscenza delle tante comunità di nuovi nomadi che popolano gli Stati Uniti occidentali.

    La regista Chloé Zhao

    Dopo Songs My Brothers Taught Me (2015) e The Rider – Il sogno di un cowboy (2017), Chloé Zhao continua la sua esplorazione dell’anima statunitense e si immerge ancora una volta nella provincia americana, per coglierne i nuovi miti. La forza del film della giovane regista cinese, infatti, sta proprio in una trasfigurazione del paesaggio cinematografico e del suo significato iconico. Il “vecchio West” di John Ford – la terra promessa verso la quale il progresso avanza a suon di rotaie posate nel deserto, la manifestazione assoluta del sogno americano (la civilizzazione e la riconduzione all’ordine della wilderness, la terra selvaggia) – è qui svuotato degli attributi che decenni di cinema gli hanno affibbiato e azzerato nel suo portato simbolico. Il West in Nomadland rappresenta il fallimento definitivo di quel sogno, venuto meno con l’avvento di un capitalismo esasperato che ha determinato una sorta di riavvolgimento storico e un ritorno a pratiche precedentemente abbandonate. Fern, interpretata da un’inscalfibile Frances McDormand, si aggira dunque tra le macerie dell’American dream, ma lei e gli altri nomadi, mossi da una visione solidale della vita, resuscitano una concezione pionieristica che, come affermato dalla sorella della protagonista in una scena del film, è “parte della tradizione americana”: come i pionieri dovettero lottare per la civilizzazione, così Fern e i suoi devono tentare un ritorno alla natura, alla condivisione, alle cene notturne attorno al falò. È così che l’America è nata ed è l’unico modo in cui può sopravvivere e riconquistare uno scopo che la ripaghi dei tanti errori commessi. Il nomadismo moderno rappresenta, per la Zhao, un ritorno ai valori e all’anima statunitensi e una rifondazione della mitologia nordamericana.

    La regista racconta tutto ciò con uno stile in bilico tra lirismo malickiano e documentario: decide di utilizzare praticamente solo attori non professionisti (a parte la McDormand e David Strathairn) e veri membri delle comunità nomadi, fa uso parco delle belle musiche di Ludovico Einaudi e punteggia il film di piccole storie che hanno il sapore dell’autenticità (particolarmente forte quella dell’anziana Swankie).

    Fern, eroina insicura e tormentata dai ricordi del defunto marito Bo, è alla perenne ricerca di un senso per la propria esistenza e di una riconciliazione con i luoghi del proprio dolore. Nel West trova da un lato la libertà assoluta di farsi trasportare dal vento di fronte all’oceano in tempesta e di lasciarsi alle spalle la sofferenza della perdita (un giorno ci rincontreremo tutti: questo il senso della ormai celebre tag lineSee you down the road.”) e dall’altro la costrizione di doversi comunque adeguare a un sistema economico (la donna lavora ad Amazon per necessità) non ancora scardinato che non permette a nessuno di sfuggirvi. Il personaggio della McDormand trova dunque il senso vero del proprio percorso di nomade nel proprio furgoncino: quasi estensione del proprio corpo, il Vanguard – avanguardia, progresso: così si chiama il minivan di Fern – è il cavallo della contemporaneità, il destriero dei nuovi pionieri in cerca di una nuova America e di un nuovo sogno.

    Il film ha vinto 3 premi Oscar (miglior film, regia e attrice protagonista) e il Leone d’Oro alla 77ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia.

    Il discorso di accettazione del Premio Oscar alla Migliore Regia di Chloé Zhao

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  • RECENSIONE SOUND OF METAL DI DARIUS MARDER

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    Candidato a sei premi Oscar e vincitore per le categorie di miglior montaggio e miglior sonoro, Sound of Metal è il film d’esordio alla regia di Darius Marder  (escluso il documentario Loot del 2008).

    Trailer

    Già sceneggiatore per Come un tuono (Derek Cianfrance, 2012), Marder torna a collaborare con Cianfrance, che cura il soggetto del film, portando a termine un progetto in cantiere già da 13 anni. Dopo oltre un decennio dunque il regista consegna al pubblico la sua opera prima, che racconta, con precisione disarmante e delicata attenzione al dettaglio, la storia di Ruben Stone, giovane batterista ex tossico-dipendente che si ritrova a fare i conti con l’improvvisa perdita dell’udito. La pellicola,  presentata in anteprima al Toronto International Film Festival nel 2019, vede nei panni del protagonista un meraviglioso Riz Ahmed, che non per niente è stato candidato all’Oscar come miglior attore protagonista. Accanto a lui Olivia Cooke e numerosi attori non professionisti provenienti dalla comunità sorda. A spiccare tra le altre è la performance di Paul Raci. Attore fino ad oggi poco noto al grande pubblico, Raci è figlio di genitori sordi, e riesce a portare sullo schermo un’interpretazione convincente e sincera che è valsa – anche a lui – una nomination agli Oscar di quest’anno.

    Paul Raci interpreta Joe, uno dei punti di forza di questa pellicola

    LA TRAMA DEL FILM

    Lo sviluppo della trama è tutto sommato semplice: Ruben e Lou, compagni sul palco e nella vita, vivono di musica e per la musica. I due formano insieme il gruppo Blackgammon, suonano musica metal e vivono in un van. La loro vita da musicisti nomadi viene stravolta quando, nel bel mezzo di un tour, Ruben perde di colpo quasi l’80% del suo udito. In mancanza di denaro per delle costose protesi acustiche, è costretto ad accettare l’aiuto di Joe, un veterano ed ex alcolista rimasto sordo in guerra, il quale vive in una comunità di sordi e gestisce una casa-rifugio per sordomuti. Per il protagonista inizia così un percorso che dovrebbe essere non solo di accettazione, ma anche di nuova consapevolezza. Lontano dalla sua vita lavorativa e sentimentale, Ruben si inserisce, non senza difficoltà, nella comunità. Studia il linguaggio dei segni e prova a reimparare la percezione di un mondo privo di suoni ma ricco di vibrazioni. La prospettiva però di essere inserito come elemento fisso nella comunità fa tornare a galla il prepotente e totale rifiuto per la sordità, la quale inevitabilmente lo imprigiona lontano dalla sua vita, mentre tutto, fuori dal suo mondo ovattato, evolve e va avanti per necessità di sopravvivenza.

    UN VOCABOLARIO DI SUONI E SGUARDI

    La forza del film, inutile dirlo, sta nell’enorme lavoro di studio e realizzazione del sonoro, che ci porta ad esplorare una condizione di isolamento che da un anno a questa parte può sembrare  ˗ in modo certamente diverso ˗  tristemente familiare.

    A detta di Nicolas Becker (sound editor della pellicola insieme a Jaime Baksht, Michelle Couttolenc, Carlos Cortés e Philip Bladh) la sfida non era quella di realizzare un “bel suono”, quanto più quella di alterare in modo convincente la percezione dei normali suoni a cui il pubblico è abituato. Nel film Ruben è costretto ad acquisire una nuova percezione non solo di ciò che lo circonda, ma anche di sé stesso. Questo è ben trasmesso fin dalle primissime scene: lo spettatore, inizialmente introdotto al mondo metal di suoni alterati e voci distorte, si scontra d’improvviso, così come il protagonista, con una realtà silenziosa, fatta di rumori e conversazioni ovattate e lontane, a volte quasi da intuire. Sullo schermo si alternano momenti sonori, in cui il pubblico vive dall’esterno la frustrazione e la rabbia impotente di Ruben, e momenti di totale immedesimazione e immersione nella sua nuova percezione della realtà. In questo modo l’enorme vocabolario di suoni fini e sottili catturati grazie a speciali microfoni (lo schiocco di una mascella, una porta che cigola, l’incredibile varietà di rumori di una tavolata riunita a pranzo …) si affianca a un silenzio frusciante quando la camera ci porta dietro agli occhi del protagonista, dentro al suo isolamento.

    E sono proprio gli occhi ad essere tra i grandi protagonisti di questo film. Quasi ad indicare il bisogno estremo di acuire gli altri sensi per sopperire alla mancanza uditiva, sono molte le scene in cui gli occhi dei personaggi parlano più e meglio di loro. Non solo percepiamo, chiare e tangibili nello sguardo liquido di Ruben, tutta la sua rabbia, la sua frustrazione e la sua paura, ma leggiamo con facilità il senso di disperata impotenza negli occhi di Lou, la profonda dignità e consapevolezza in quelli di Joe, la dolcezza sui visi dei bambini e degli insegnati della comunità.

    Ed è proprio nello sguardo silenzioso di Riz Ahmed che, con il progredire della storia, possiamo leggere una nuova consapevolezza. Il protagonista arriva a chiudere un percorso di crescita personale e si rende conto, scontrandosi apertamente con la realtà, di doverla accettare per continuare a vivere in modo certamente differente, ma non per questo meno dignitoso.

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  • Recensione Collective di Alexander Nanau

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    Trailer

    La notte del 30 ottobre 2015 scoppia un incendio nella discoteca Colectiv di Bucarest. 27 persone rimangono uccise e oltre 180 ferite. Le proteste popolari successive all’accaduto portano alle dimissioni del governo di allora. Nei giorni immediatamente successivi alla tragedia altre 37 persone muoiono di infezione negli ospedali romeni, a causa delle condizioni sanitarie inadatte ad ospitare pazienti ustionati. È questa la base storica del documentario Collective di Alexander Nanau, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2019, già vincitore agli European Film Awards e recentemente candidato agli Oscar 2021 come miglior documentario e miglior film straniero.

    La narrazione prende il via da una tragedia recente e poco nota, ma compie fin da subito la scelta di concentrarsi poco sulle vittime e sugli eventi effettivamente accaduti al Colectiv e di focalizzarsi invece sulla corruzione sistemica della sanità romena. Nanau segue implacabile prima il giornalista Cătălin Tolontan della Gazeta Sporturilor (l’equivalente romeno della Gazzetta dello Sport), autore degli scoop sulle drammatiche condizioni degli ospedali che portarono alla morte dei 37 feriti (tutti infettati da batteri, dal momento che nelle cliniche venivano utilizzati disinfettanti diluiti fino a dieci volte, incapaci di sterilizzare la strumentazione medica), e in seguito il nuovo Ministro della Salute Vlad Voiculescu, uomo retto che tenta di ristrutturare la sanità del paese.

    Il documentario, dunque, non è mai cronachistico (tant’è vero che la tragedia del Colectiv viene sinteticamente raccontata in alcune scritte iniziali), ma assomiglia più ad un teso e ritmato thriller politico d’inchiesta, in cui a poco a poco i protagonisti portano alla luce il marciume di un sistema politico corrotto fino al midollo, in cui ogni aspetto è regolato esclusivamente da rapporti economici, che arricchiscono i potenti e opprimono i più deboli.

    Il fatto di cronaca è dunque solo il punto di partenza per un inquietante viaggio nel grande leviatano: lo Stato romeno e il suo sistema sanitario, impegnati a convogliare un’immagine di progresso e sicurezza (tant’è vero che fu impedito il trasferimento di molti feriti per ustione in cliniche estere più moderne e salubri), ma in realtà affetti da corruzione endemica e indicibile arretratezza (non si può non ripensare ai capolavori di Cristian Mungiu: Oltre le colline e soprattutto Un padre, una figlia).

    Il ritratto che ne emerge dice di un paese completamente paralizzato che, grazie al coraggio di uomini come Tolontan e Voiculescu, si dibatte nel tentativo di liberarsi dalla stretta della sua Storia e di politiche spesso sciagurate. “Loro [i politici e le istituzioni, ndr] sanno già tutto, ma non fanno nulla per cambiare le cose.”, denuncia una dottoressa. Il finale è da pelle d’oca. Il film, da non perdere, è distribuito in Italia sulla piattaforma streaming IWonderfull.

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    Questa recensione è apparsa per la prima volta nella nostra pagina Instagram @framescinema_com.

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  • Recensione Minari di Lee Isaac Chung

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    Trailer del film

    Trama

    Siamo nell’Arkansas degli anni ’80, in un campo aperto con un terriccio dall’“ottimo colorito”. È così che Jacob (Steven Yeoun), padre di Anne (Noel Kate Cho) e David (Alan Kim), presenta a sua moglie Monica la fattoria che ha scelto per la sua famiglia in cui produrre verdure coreane per la comunità locale. Quella che a Jacob sembra l’opportunità di dare un futuro migliore ai propri figli, a lei sembra solo una landa desolata e lontana “più di un’ora dall’ospedale”. Lee Isaac Chung, regista dell’opera, conosce molto bene questa realtà: il film è, infatti, quasi autobiografico, ed è probabilmente per questo che riesce a rappresentare così bene le dinamiche intimistiche della famiglia Yi e i piccoli conflitti che emergono tra i suoi membri, intenti a mettere le radici sul terreno americano, terreno che non poche volte si presenterà insidioso.

    Lee Isaac Chung, il regista del film

    Il punto di forza della pellicola

    Chung presenta la quotidianità della famiglia: i lavori domestici, quello nei campi, gli scherzi tra genitori e figli, la domenica in Chiesa. Ma il lavoro è tanto e la coppia, spesso in crisi, decide di far venire dalla Corea del Sud la madre di Monica per occuparsi di Anne e del piccolo David, il quale soffre di problemi di cuore. Il film non sarebbe lo stesso senza il personaggio di Soonja, interpretata da Yoon Yeo-jeong, vincitrice del premio Oscar come migliore attrice non protagonista. Soonja è una nonna diversa, non “fa i cookies” ma gioca a carte, dice le parolacce e ama guardare la lotta libera in tv. Si prende gioco dei nipoti ma li stimola anche a essere curiosi, a esplorare, ad adattarsi alla loro nuova vita e a vedere le opportunità nelle difficoltà. È lei a portare agli Yi i semi del Minari, una pianta aromatica coreana. Soonja rappresenta il legame con la Corea del Sud, dunque con le proprie origini, ma anche la necessità dell’incontro tra culture e modi di pensare differenti. Il regista ci ricorda attraverso questo personaggio l’importanza dei legami familiari e delle tradizioni, ma ancora di più dei legami universali tra esseri umani.

    Yoon Yeo-jeong nei panni di Soon-ja, la nonna della famiglia. L’attrice sudcoreana ha vinto l’Oscar come Miglior Attrice non Protagonista per questo ruolo

    La dura quotidianità della famiglia

    La colonna sonora composta da Emile Mosseri, candidata all’Oscar, accompagna le immagini dolcemente senza mai sovrastarle.

    Questa pellicola riesce, in un momento storico difficile per la comunità asiatica, a parlare di tematiche come l’immigrazione e l’integrazione in maniera poetica ma allo stesso tempo concreta. Il messaggio che vuole trasmettere, al termine della visione, ci appare chiaro: le differenze non possono che farci fiorire.

    Proprio per la profondità del suo messaggio e per la sua bellezza, dopo aver vinto  il Gran premio della giuria U.S. Dramatic al Sundance Film Festival 2020 e il Golden Globe per miglior film straniero, l’Accademy l’ha candidato a 6 premi Oscar tra cui quello al miglior film e miglior regista. Il film, come già anticipato, è riuscito ad ottenere il premio per la Migliore Attrice non Protagonista (clicca qui per una carrellata di articoli sugli Oscar).

    Da oggi, lunedì 26 aprile, è disponibile al cinema in occasione della riapertura delle sale cinematografiche. Non perdetevelo.

    Alan Kim, a soli 7 anni, porta sulla schermo una performance convincente e spontanea.

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  • Oscar 2021 – I vincitori

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    Che belli questi Oscar 2021 che ci sorprendono con un premio inaspettato a Sir Anthony Hopkins che, ottantatreenne, conquista il suo secondo premio come miglior attore protagonista per The Father dopo quello ottenuto nel 1992 per Il silenzio degli innocenti. Siamo molto felici per lui che era indubbiamente il migliore della cinquina dei candidati. Hopkins, che non ha potuto partecipare alla cerimonia, ha rilasciato un video di ringraziamento sul suo profilo Instagram, in cui ha anche omaggiato Chadwick Boseman. Per il resto tutto è più o meno andato come da pronostici, con il trionfo di Nomadland : le sorprese più significative sono state il premio alla miglior canzone andato a Fight For You di Judas and the Black Messiah e il premio alla miglior fotografia, vinto da Mank invece che dal favoritissimo film di Chloé Zhao. Per quanto riguarda l’accesa competizione nella categoria miglior attrice in definitiva ha prevalso Frances McDormand che, vera trionfatrice della serata, conquista ben due Oscar (ha vinto anche quello per il miglior film in quanto produttrice di Nomadland) e arriva a un totale di quattro premi vinti in carriera. Noi avremmo forse preferito Carey Mulligan, eccellente protagonista di Una donna promettente e fresca promessa per il futuro, ma alla fine, come spesso accade nelle competizioni molto incerte, ha prevalso la conservazione. Viva comunque la McDormand che in Nomadland ci regala una delle prove più belle e commoventi della sua carriera. “See you down the road”.

    MIGLIOR FILM

    Nomadland di Chloé Zhao
    Una donna promettente di Emerald Fennell
    The Father – Nulla è come sembra di Florian Zeller
    Judas and the Black Messiah di Shaka King
    Mank di David Fincher
    Minari di Lee Isaac Chung
    Il processo ai Chicago 7 di Aaron Sorkin
    Sound of Metal di Darius Marder

    MIGLIOR REGIA

    – Chloé Zhao (Nomadland)
    – Lee Isaac Chung (Minari)
    – Emerald Fennell (Una donna promettente)
    – David Fincher (Mank)
    – Thomas Vinterberg (Un altro giro)

    MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA

    – Anthony Hopkins (The Father – Nulla è come sembra)
    – Chadwick Boseman (Ma Rainey’s Black Bottom)
    – Riz Ahmed (Sound of Metal)
    – Gary Oldman (Mank)
    – Steven Yeun (Minari)

    MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA

    – Frances McDormand (Nomadland)
    – Viola Davis (Ma Rainey’s Black Bottom)
    – Andra Day (The United States vs. Billie Holiday)
    – Vanessa Kirby (Pieces of a Woman)
    – Carey Mulligan (Una donna promettente)

    MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA

    – Daniel Kaluuya (Judas and the Black Messiah)
    – Sasha Baron Cohen (Il processo ai Chicago 7)
    – Leslie Odom Jr. (Quella notte a Miami…)
    – Paul Raci (Sound of Metal)
    – Lakeith Stanfield (Judas and the Black Messiah)

    MIGLIOR ATTRICE NON PROTAGONISTA

    – Yoon Yeo-jeong (Minari)
    – Maria Bakalova (Borat – Seguito di film cinema)
    – Glenn Close (Elegia americana)
    – Olivia Colman (The Father – Nulla è come sembra)
    – Amanda Seyfried (Mank)

    MIGLIOR SCENEGGIATURA ORIGINALE

    Una donna promettente (Emerald Fennell)
    Judas and the Black Messiah (Shaka King e Will Berson)
    Minari (Lee Isaac Chung)
    Sound of Metal (Darius Marder e Abraham Marder)
    Il processo ai Chicago 7 (Aaron Sorkin)

    MIGLIOR SCENEGGIATURA NON ORIGINALE

    The Father – Nulla è come sembra (Christopher Hampton e Florian Zeller)
    La tigre bianca (Ramin Bahrani)
    Borat – Seguito di film cinema (Sasha Baron Cohen, Anthony Hines, Dan Swimer, Peter Baynham, Erica Rivinoja, Dan Mazer, Jena Friedman, Lee Kern)
    Quella notte a Miami… (Kemp Powers)
    Nomadland (Chloé Zhao)

    MIGLIOR FILM INTERNAZIONALE

    Un altro giro di Thomas Vinterberg (Danimarca)
    Collective di Alexander Nanau (Romania)
    The Man Who Sold His Skin di Kaouther Ben Hania (Tunisia)
    Quo vadis, Aida? di Jasmila Žbanić (Bosnia ed Erzegovina)
    Shàonián de nĭ di Derek Tsang (Hong Kong)

    MIGLIOR FILM D’ANIMAZIONE

    Soul di Pete Docter e Kemp Powers
    Onward – Oltre la magia di Dan Scanlon
    Over the Moon – Il fantastico mondo di Lunaria di Glen Keane
    Shaun, vita da pecora: Farmageddon – Il film di Will Becher e Richard Phelan
    Wolfwalkers – Il popolo dei lupi di Tomm Moore e Ross Stewart

    MIGLIOR FOTOGRAFIA

    Mank (Erik Messerschmidt)
    Nomadland (Joshua James Richards)
    Judas and the Black Messiah (Sean Bobbitt)
    Il processo ai Chicago 7 (Phedon Papamichael)
    Notizie dal mondo (Dariusz Wolski)

    MIGLIOR MONTAGGIO

    Sound of Metal (Mikkel E.G. Nielsen)
    Il processo ai Chicago 7 (Alan Baumgarten)
    The Father – Nulla è come sembra (Giōrgos Lamprinos)
    Una donna promettente (Frédéric Thoraval)
    Nomadland (Chloé Zhao)

    MIGLIOR SCENOGRAFIA

    Mank (Donal Graham Burt e Jan Pascale)
    Notizie dal mondo (David Crank e Elisabeth Keenan)
    Tenet (Nathan Crowley e Kathy Lucas)
    The Father – Nulla è come sembra (Peter Francis e Cathy Featherstone)
    Ma Rainey’s Black Bottom (Mark Ricker, Karen O’Hara e Diana Stoughton)

    MIGLIORI COSTUMI

    Ma Rainey’s Black Bottom (Ann Roth)
    Emma. (Alexandra Byrne)
    Pinocchio (Massimo Cantini Parrini)
    Mulan (Bina Daigeler)
    Mank (Trish Summerville)

    MIGLIOR TRUCCO E ACCONCIATURA

    Ma Rainey’s Black Bottom (Sergio Lopez-Rivera, Mia Neal, Jamika Wilson)
    Pinocchio (Mark Coulier, Dalia Colli e Francesco Pegoretti)
    Elegia americana (Eryn Krueger Mekash, Matthew Mungle, Patricia Dehaney)
    Emma. (Marese Langan, Laura Allen, Claudia Stolze)
    Mank (Gigi Williams, Kimberley Spiteri, Colleen LaBaff)

    MIGLIORI EFFETTI SPECIALI

    Tenet (Andrew Jackson, David Lee, Andrew Lockley e Scott Fisher)
    L’unico e insuperabile Ivan (Nick Davis, Greg Fisher, Ben Jones e Santiago Colomo Martinez)
    Mulan (Sean Faden, Anders Langlands, Seth Maury e Steve Ingram)
    The Midnight Sky (Matthew Kasmir, Christopher Lawrence, Max Solomon e David Watkins)
    Love and Monsters (Matt Sloan, Genevieve Camilleri, Matt Everitt e Brian Cox)

    MIGLIOR COLONNA SONORA

    Soul (Trent Reznor, Atticus Ross e Jon Batiste)
    Da 5 Bloods – Come fratelli (Terence Blanchard)
    Minari (Emile Mosseri)
    Notizie dal mondo (James Newton Howard)
    Mank (Trent Reznor e Atticus Ross)

    MIGLIOR CANZONE ORIGINALE

    Fight For You (musiche di H.E.R. e Dernst Emile II, testo di H.E.R. e Tiara Thomas) in Judas and the Black Messiah
    Speak Now (musiche e testo di Leslie Odom Jr. e Sam Ashworth) in Quella notte a Miami…
    Hear My Voice (musiche di Daniel Pemberton, testo di Daniel Pemberton e Celeste Waite) in Il processo ai Chicago 7
    Husavik (musiche e testo di Savan Kotecha, Fat Max Gsus e Rickard Göransson) in Eurovision Song Contest: The Story of Fire Saga
    Io sì (Seen) (musiche di Diane Warren, testo di Diane Warren e Laura Pausini) in La vita davanti a sé

    MIGLIOR SONORO

    Sound of Metal (Nicolas Becker, Jaime Baksht, Michelle Couttolenc, Carlos Cortés e Phillip Bladh)
    Soul (Ren Klyce, Coya Elliott e David Parker)
    Mank (Ren Klyce, Jeremy Molod, David parker, Nathan Nance, Drew Kunin)
    Greyhound – Il nemico invisibile (Warren Shaw, Michael Minkler, Beau Borders e David Wyman)
    Notizie dal mondo (Oliver Tarney, Mike Prestwood Smith, William Miller, John Pritchett)

    MIGLIOR DOCUMENTARIO

    Il mio amico in fondo al mare di Pippa Ehrlich e James Reed
    El agente topo di Maite Alberdi
    Collective di Alexander Nanau
    Crip Camp: disabilità rivoluzionarie di Nicole Newnham e Jim LeBrecht
    Time di Garrett Bradley

    MIGLIOR CORTOMETRAGGIO

    Due estranei di Travon Free e Martin Desmond Roe
    The Present di Farah Nabulsi
    Feeling Through di Doug Roland
    The Letter Room di Elvira Lind
    White Eye di Tomer Shushan

    MIGLIOR CORTOMETRAGGIO D’ANIMAZIONE

    Se succede qualcosa vi voglio bene di Michael Govier e Will McCormack
    Genius loci di Adrien Mérigeau
    Ja-Folkid di Gìsli Darri Halldòrsson
    Opera di Erick Oh
    La tana di Madeline Sharafian

    MIGLIOR CORTOMETRAGGIO DOCUMENTARIO

    Colette di Anthony Giacchino
    A Love Song for Latasha di Sophia Nahli Allison
    A Conerto Is a Conversation di Kris Bowers e Ben Proudfoot
    Do Not Split di Anders Hammer
    Hunger Ward di Skye Fitzgerald

    PREMIO UMANITARIO JEAN HERSHOLT

    – Tyler Perry
    – Motion Picture & Television Fund

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  • Perché amiamo gli Oscar?

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    7 motivi per cui è il premio più importante e seguito al mondo

    Denigrati, bistrattati, talvolta persino insultati. Parliamo degli Oscar, a cui i cinefili più intransigenti spesso riservano un trattamento ingeneroso, che ne ignora la storia e i meriti. Sì, perché tra gaffe clamorose ed errori epocali, gli Academy Awards – soprannominati Oscar da Margaret Herrick che, vedendo la statuetta dorata, affermò somigliasse a suo zio Oscar – hanno segnato la storia del cinema e l’hanno punteggiata di momenti memorabili, entrati a far parte dell’immaginario collettivo. D’altronde la awards season di cui gli Oscar sono il coronamento è forse il momento dell’anno in cui si registra un maggior interesse generalizzato verso il mondo del cinema.

    Oggi proveremo a spiegare – in 7 punti – perché gli Oscar restano il premio cinematografico più importante al mondo, nonché il più amato e seguito.

    1. Perché la storia degli Oscar è la storia del cinema

    Questo è un punto essenziale. Scorrere l’albo d’oro dei premiati agli Oscar è davvero come fare un viaggio nella storia del cinema. Per quanto infatti l’Academy of Motion Picture Arts and Sciences (l’istituzione che attribuisce il riconoscimento) abbia sempre o quasi posto al centro delle proprie premiazioni il grande cinema americano, gli Oscar sono stati anche capaci di abbracciare alcune tra le principali correnti artistiche mondiali e hanno spesso segnato grandi cambiamenti industriali, che avrebbero rivoluzionato il modo di fare cinema.

    Pensiamo a quando nel 1948 venne istituito un Oscar speciale (in seguito trasformatosi in quello come Miglior film straniero) per premiare Sciuscià, capolavoro neorealista di Vittorio De Sica. L’Academy si rese conto che qualcosa stava accadendo in Italia: un nuovo modo di intendere il cinema e il suo linguaggio stava nascendo. Solo due anni dopo, peraltro, venne premiato anche Ladri di biciclette, sempre diretto da De Sica.

    Vittorio De Sica con uno dei quattro Oscar vinti nel corso della sua carriera.

    L’Academy, infatti, già negli anni ‘40 e ‘50 guardava con interesse all’Europa, fucina di talenti e di correnti artistiche molto lontane dal gusto hollywoodiano, che ormai si era codificato nel linguaggio del cinema americano classico. Gli Oscar furono tra i primissimi a riconoscere il talento dello svedese Ingmar Bergman, del giapponese Akira Kurosawa e dell’italiano Federico Fellini, poi divenuti il simbolo delle proprie cinematografie nazionali. I film di questi artisti vinsero più volte la statuetta dorata per il miglior film straniero (3 volte Bergman, 2 Kurosawa, 4 Fellini), ma i registi stessi furono candidati addirittura nelle ambite categorie di miglior film e miglior regia.

    Gli Oscar, inoltre, riconobbero spesso i talenti di grandi dive straniere (Ingrid Bergman, Anna Magnani, Sophia Loren, per citarne alcune), premiandole e cercando così di attrarle nella grande industria cinematografica americana. L’Academy, insomma, si guardava intorno e costruiva la sua personale storia del cinema, fondata sì sullo strapotere del cinema hollywoodiano, ma anche su ciò che di più interessante aveva luogo nel contesto cinematografico globale.

    A partire dagli anni ‘70, poi, fu l’Academy stessa a segnare la fine definitiva del cinema classico statunitense (già sul viale del tramonto dalla metà degli anni ‘60), quando iniziò a premiare i giovani registi della New Hollywood, che avrebbero dominato lo scenario degli Oscar per molti anni: William Friedkin (premiato per Il braccio violento della legge nel 1972), Francis Ford Coppola (per Il padrino e Il padrino – Parte II, rispettivamente nel 1973 e nel 1975), Woody Allen (Io e Annie nel 1978) e Michael Cimino (Il cacciatore nel 1979). Martin Scorsese, Robert Altman e Steven Spielberg, peraltro, raccolsero in quegli anni infinite candidature con i loro film.

    Più tardi, negli anni ‘90, persino alcune vittorie discutibili come quella di Shakespeare in love possono essere definite storiche e significative per l’evoluzione della storia del cinema. In quel caso, per la prima volta, grazie alla campagna promozionale instancabile di Harvey Weinstein e Lisa Taback (ora stratega Oscar di Netflix), un film di uno studio indipendente (la Miramax) riuscì a prevalere su pellicole prodotte e distribuite da grandi major (Salvate il soldato Ryan, ad esempio). Si trattò, innegabilmente, di un premio collegato a una mutazione industriale capitale e a una ridistribuzione del potere tra grandi attori dello scenario hollywoodiano, che avrebbe poi continuato a lasciare il segno negli anni successivi.

    La controversa premiazione di Shakespeare in Love, vincitore di 7 Oscar.

    Gli Oscar, per concludere, con le loro scelte hanno rappresentato e influenzato alcune tra le principali tendenze artistiche e industriali della storia del cinema.

    2. Perché hanno premiato infiniti capolavori

    Quante volte si sente dire che gli Oscar non premiano la qualità? Può darsi che sia così: gli Academy Awards, in fondo, sono una gigantesca (auto)celebrazione industriale in cui la qualità dei singoli prodotti è tutto sommato secondaria. Eppure non dobbiamo dimenticare che gli Oscar hanno premiato infiniti capolavori con la C maiuscola. Da Accadde una notte a Via col vento, da Casablanca a Eva contro Eva, da L’appartamento a Lawrence d’Arabia, da Il padrino a Il cacciatore, passando per Qualcuno volò sul nido del cuculo. Solo negli ultimi vent’anni hanno vinto film eccezionali come Il signore degli anelli – Il ritorno del re, Million Dollar Baby, Non è un paese per vecchi, The Hurt Locker. E si potrebbe continuare. Certo, nel mezzo sono stati riconosciuti anche film più mediocri, ma sono tanti i capolavori che possono vantare la vittoria del premio più importante del mondo.

    Billy Wilder con i 3 Oscar vinti per “L’appartamento”, uno dei suoi capolavori.

    3. Perché agli Oscar sono stati pronunciati discorsi indimenticabili

    Uno dei motivi principali per cui la cerimonia degli Academy Awards attira ogni anni milioni di telespettatori è rappresentato dai celebri acceptance speeches – i discorsi con cui i premiati accettano il riconoscimento attribuitogli. Molti di essi sono diventati celebri ed entrati a far parte dell’immaginario collettivo. Pensiamo al nostro Bernardo Bertolucci, unico italiano riuscito a conquistare l’ambita statuetta come miglior regista per L’ultimo imperatore nel 1988, che quando ricevette il premio affermò che “se New York è la Grande Mela (the Big Apple), per me Hollywood stanotte è il grande capezzolo (the big nipple)”, suscitando le risate della platea.

    Anche Federico Fellini tenne un magnifico discorso quando nel 1993 ritirò l’Oscar alla carriera: ricordò commosso di appartenere a una generazione e a una cultura per cui l’America e i film rappresentavano più o meno la stessa cosa (“I come from a country and I belong to a generation for which America and movies were almost the same thing.”): un universo quasi astratto, lontanissimo dall’Europa devastata dai conflitti mondiali che caratterizzarono la giovinezza di Fellini. Il grande regista riminese, in quel momento, riconobbe di essere davvero riuscito a conquistare il mondo intero con i suoi capolavori e affermò di sentirsi “a casa” nel tempio del grande cinema americano, il Dolby Theater di Hollywood, che quella notte tributò un sentito applauso e una lunga standing ovation a uno dei più amati artisti del ‘900.

    Un altro memorabile discorso, nonché un autentico modello di sportività, fu quello tenuto da Ingrid Bergman nel 1975, quando ottenne il suo terzo Oscar per Assassinio sull’Orient Express. La grande attrice svedese, infatti, rimase alquanto sorpresa dal premio e si scusò con l’italiana Valentina Cortese, nominata per Effetto notte di François Truffaut, per averla privata di una vittoria che a suo dire avrebbe meritato. “Perdonami Valentina, non l’ho fatto apposta.” (“Please forgive me, Valentina. I didn’t mean to.”)

    Tra i discorsi recenti, uno tra i più bizzarri è stato quello di Matthew McConaughey, vincitore nel 2014 dell’Oscar come miglior protagonista per Dallas Buyers Club. L’attore texano, dopo aver ringraziato il cast del film e l’Academy, si lanciò in uno spericolato monologo che divertì e commosse la platea. Disse che nella sua vita ha bisogno di tre cose: un modello a cui guardare (something to look up to), un obiettivo a cui puntare (something to look forward to) e qualcuno da inseguire (someone to chase). Ringraziò dunque nientepopodimeno che Dio (il modello a cui guardare) per le mille opportunità della vita, la propria famiglia (l’obiettivo a cui puntare) e infine il proprio eroe: il se stesso del futuro, ossia l’ideale di uomo migliore che non cesserà mai di inseguire, pur certo di non riuscire mai a raggiungerlo.

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    4. Perché la storia degli Oscar è la storia dei cambiamenti socio-culturali degli Stati Uniti

    Gli Oscar hanno sempre avuto un legame fortissimo con la politica e le mutazioni socio-culturali in atto negli USA. Basti pensare a quando nel 1940 premiarono come miglior attrice non protagonista Hattie McDaniel, prima persona di colore a ricevere l’Oscar, in un’epoca in cui la segregazione razziale negli Stati Uniti era ancora feroce (la McDaniel, peraltro, vinse il premio per la sua interpretazione della domestica Mami in Via col vento, film che narra con tono struggente la fine dell’America sudista e schiavista).

    Hattie McDaniel, la prima persona di colore a vincere un Oscar (nel 1940).

    Un altro episodio significativo da questo punto di vista fu la premiazione di Marlon Brando come miglior attore protagonista per Il padrino nel 1973. L’attore decise di non prendere parte alla premiazione e inviò a ritirare il premio al suo posto l’attrice Sacheen Littlefeather, nativa americana Apache. La donna lesse parte di un discorso di Brando, in cui l’interprete di Don Vito Corleone protestava contro la rappresentazione dei nativi americani nel cinema statunitense. L’audience del Dolby Theater si divise tra fischi e applausi, ma indubbiamente gli Oscar divennero, ancora una volta, un grande palcoscenico per le battaglie culturali delle minoranze.

    Un altro episodio celebre dal punto di vista delle battaglie politiche portate sul palco degli Oscar ebbe luogo durante la cerimonia del 2003, quando Michael Moore, vincitore del premio al miglior documentario per Bowling a Columbine, si scagliò contro l’allora presidente americano George W. Bush e contro la guerra in Iraq: “Noi amiamo ciò che non è fiction, ma viviamo in tempi fittizi. Viviamo in tempi di elezioni fittizie che eleggono presidenti fittizi. Viviamo in tempi in cui un uomo ci manca in guerra per ragioni fittizie. […] siamo contro questa guerra, signor Bush. Vergogna. E ogni volta che hai il Papa e i Dixie Chicks contro vuol dire che è finita.” (“We like nonfiction, but we live in fictitious times. We live in the time where we have fictitious election results that elects a fictitious President. We live in a time where we have a man sending us to war for fictitious reasons. […] we are against this war, Mr. Bush. Shame on you, Mr. Bush. And any time you’ve got the Pope and the Dixie Chicks against you, your time is up.”)

    Questo discorso, accolto da un misto di applausi e grida di disapprovazione, divenne un simbolo dell’opposizione all’amministrazione Bush e al conflitto iracheno.

    5. Perché gli Oscar sono l’apoteosi hollywoodiana

    Perché gli Oscar sono così importanti per Hollywood e per la sua storia? Perché l’Academy Award è un premio industriale. L’Academy stessa, in effetti, non è una giuria ristretta sul modello festivaliero, bensì un gigantesco insieme di persone (circa 9000 attualmente) che lavorano nel mondo del cinema e a Hollywood in particolare (attori, registi, sceneggiatori, direttori della fotografia, ecc.): gli Oscar, quindi, rappresentano Hollywood che premia se stessa, i suoi successi, i suoi autori maggiori, le sue istituzioni. È una gigantesca autocelebrazione industriale.

    Questo certifica l’importanza di questo premio: vincere l’Oscar non vuol dire aver realizzato il film più bello (ammesso che esista un criterio oggettivo per effettuare valutazioni di questo tipo), ma indica bensì l’appartenenza a un’industria culturale e a una tra le più importanti comunità di creativi del pianeta: è l’industria che riconosce i suoi migliori “dipendenti”, se così si può dire.

    Ecco perché un grande regista come Martin Scorsese, autore di capolavori immani che hanno radicalmente innovato il linguaggio della settima arte, prima del suo premio alla regia nel 2007 confidò a Spike Lee che si sarebbe sentito un fallito qualora non avesse mai conquistato la statuetta: l’Oscar è una questione di appartenenza e di riconoscimento. E soprattutto per gli americani questo è tremendamente importante.

    Un Martin Scorsese felice dopo aver ottenuto un proprio Oscar, coronamento di una fantastica carriera.

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    6. Perché gli Oscar sbagliano…ma rimediano

    Gli Oscar, nel corso della loro storia, hanno compiuto molti errori, ignorando grandi film e importanti artisti che avrebbero meritato di essere riconosciuti. L’Academy, tuttavia, resasi conto dell’ingiustizia, ha più volte rimediato agli sbagli del passato, consegnando premi alla carriera e tributando grandi applausi a molte celebrità del cinema.

    Le premiazioni tardive di alcuni geni della settima arte hanno dato vita a momenti indimenticabili, tra i più emozionanti nella storia degli Oscar.

    È il caso dell’Oscar alla carriera attribuito nel 1972 a Charlie Chaplin che, commosso da un applauso infinito, non riuscì a trattenere la commozione: il grande artista, infatti, non solo non era mai stato premiato dagli Oscar come miglior regista, ma non tornava negli USA dagli anni ‘50 quando, a causa delle sue idee progressiste, era stato allontanato in seguito alle persecuzioni maccartiste. L’Academy riaccolse Chaplin nell’industria cinematografica statunitense e lo presentò come uno dei più grandi registi della storia del cinema.

    Anche il grande Robert Altman, nominato agli Oscar 7 volte nella sua carriera, non riuscì mai a conquistare un premio alla miglior regia. Gli Oscar, però, gli tributarono un riconoscimento alla carriera nel 2006 e il regista di capolavori come Nashville e America oggi apparve particolarmente toccato dall’accoglienza trionfale che gli venne riservata alla cerimonia.

    Un altro grande autore cui l’Academy ha recentemente tributato l’Oscar alla carriera, dopo tre nomination andate a vuoto, è David Lynch. Nel 2020 il grande regista, circondato dai collaboratori di una vita Kyle MacLachlan, Laura Dern e Isabella Rossellini, ha accettato il suo premio e ha pronunciato uno degli acceptance speeches più brevi di sempre (nemmeno 50 secondi) in cui, rivolgendosi alla statuetta dorata, si è limitato a dire:“Hai un volto molto interessante.” (“You have a very interesting face.”)

    David Lynch accetta l’Oscar alla carriera (2020).

    7. Perché agli Oscar sono state fatte infinite gaffe

    Sulle gaffe commesse agli Oscar si potrebbero scrivere libri interi e molte di esse hanno contribuito alla fama del premio. Proviamo a ricordarne qualcuna.

    Il grande regista italo-americano Frank Capra fu protagonista di un buffo episodio agli Oscar del 1934, quando era nominato per Signora per un giorno. Capra, infatti, racconta nella sua autobiografia Il nome sopra il titolo (edita da Minimum Fax: un libro che qualsiasi appassionato di cinema dovrebbe leggere) che si aspettava di vincere e che quando udì il presentatore Will Rogers assegnare il premio della regia a un certo “Frank”, convinto di aver trionfato, si alzò in piedi e si diresse verso il palcoscenico, salvo poi accorgersi che il vincitore era il realtà Frank Lloyd, regista di Cavalcata.

    Capra racconta così quel momento:“L’applauso si fede assordante mentre il riflettore scortava Frank Lloyd alla pedana, dove Will Rogers lo accolse con un abbraccio e una calorosa stretta di mano. Rimasi lì al buio, pietrificato e incredulo, finché una voce arrabbiata dietro di me, urlò:«Seduto, lì davanti!» Quel percorso di ritorno in mezzo alle celebrità che applaudivano e mi gridavano «Seduto! Giù! Seduto!» perché coprivo la visuale, fu la più lunga, la più triste e la più sconvolgente camminata della mia vita.”

    Capra in realtà si rifece negli anni successivi, in cui vinse ben 3 premi Oscar alla miglior regia per Accadde una notte (1934), È arrivata la felicità (1936) e L’eterna illusione (1938).

    Frank Capra con uno dei suoi tre Oscar.

    Nel 1938 ebbe luogo un’altra celebre gaffe, questa volta a sfondo giallo: Alice Brady, infatti, vinse come miglior attrice non protagonista per L’incendio di Chicago di Henry King ma al suo posto sul palco salì un uomo che affermò di essere stato incaricato di ritirare il premio. Tutti gli credettero, ma in seguito venne scoperto che si trattava di un impostore che voleva rubare la statuetta (che è ricoperta da una lamina di oro a 24 carati).

    L’anno seguente l’Oscar al miglior attore andò a Spencer Tracy per La città dei ragazzi di Norman Taurog, ma sulla statuetta venne inciso il nome sbagliato: “Dick Tracy”.

    Un altro episodio buffo si verificò nel 1974 quando Robert Opel, un attivista del movimento gay, fece irruzione completamente nudo sul palco degli Oscar, dove David Niven non riuscì a trattenere una grassa risata.

    David Niven con l’uomo nudo che fece irruzione sul palco degli Oscar nel 1974.

    Anche negli ultimi anni le gaffe non sono mancate. Nel 2013 un momento di ilarità si verificò quando Seth MacFarlane, irriverente presentatore di quell’edizione, eseguì un numero musicale intitolato We saw your boobs – letteralmente: abbiamo visto le vostre tette –, in cui elencò diverse attrici presenti alla cerimonia e ricordò i film in cui si erano mostrate senza veli, suscitando l’imbarazzo generale.

    Inutile ricordare l’ultima e più celebre gaffe: l’errore nella consegna del premio al miglior film nel 2017, passato prima per le mani dei produttori di La La Land, dichiarato vincitore per sbaglio, per poi essere ceduto a Moonlight di Barry Jenkins, destinatario finale del riconoscimento.

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  • Recensione Il Processo ai Chicago 7 di Aaron Sorkin

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    Dopo quasi 14 anni prende vita il progetto di Aaron Sorkin sulle vicende dei Chicago Seven, un gruppo di attivisti accusati dal governo federale degli Stati Uniti di cospirazione e istigazione alla sommossa nel corso della manifestazione finita in tragedia avvenuta durante la convention del Partito Democratico del
    1968 a Chicago.

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    Il film, in gara per i 93esimi oscar con 6 nomination e disponibile su Netflix, segue il processo contro i sette (o otto) imputati, ricostruendo gradualmente i fatti accaduti 5 mesi prima del processo. Aaron Sorkin, autore e regista di questo lungometraggio, riconferma le sue abilità, riuscendo a portare sul grande schermo un’eccellente trasposizione degli eventi realmente accaduti. Il tono con cui il film affronta un argomento così delicato, per quanto possa superficialmente sembrare troppo leggero e inadatto, è in realtà capace di rispecchiare l’aria che si respirava nelle rivoluzioni sessantottine in America, gestendo magistralmente le varie figure di spicco dei movimenti che si opponevano alla guerra in Vietnam in modo leggero ma mai svilente o ridicolizzante. In particolare i personaggi interpretati da Sacha Baron Cohen (Abbie Hoffman) e Jeremy Strong (Jerry Rubin), leader dello Youth International Party (Yippies) e i più “esuberanti” del gruppo, si permettono delle battute più scherzose e libertine, senza mai però eclissare i loro valori morali e diventare una macchietta tutto “Sesso, droga e rock&roll”.

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    Il regista e sceneggiatore Aaron Sorkin.

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    Così come nel ‘68 i vari gruppi che lottavano per una rivoluzione della società non erano uniti, le figure di spicco dei vari movimenti che si troveranno tutti seduti al tavolo della difesa sono eterogenei e in contrasto tra loro per modalità e opinioni, ma faranno fronte comune verso lo stesso obiettivo: far cessare
    la guerra in Vietnam. Ciò è subito messo in chiaro dalla prima sequenza del film che ci introduce i vari volti dei protagonisti intenti a motivare la loro presenza alla convention, con o senza permesso, evidenziando le caratteristiche che li differenziano o dallo scontro Hoffman (Sacha Baron Cohen) e Hayden (Eddie Redmayne) che si evolve durante la pellicola che rappresenta chiaramente la frattura che il fronte pacifista stava attraversando in quel periodo.

    La macchina da presa si sbilancia in favore degli imputati mostrando come la sentenza sembri essere stata decisa a priori secondo pregiudizi razziali e culturali, trasformando il processo in un “processo politico” con sopo punitivo ed esemplare per ogni manifestante cercando di ottenere la condanna attraverso ogni mezzo. Una nota di merito a Sacha Baron Cohen che pur interpretando un personaggio molto simile ai suoi ruoli precedenti e in grado di dargli spessore e un livello di serietà e di solida morale sotto le vesti edonistiche hippie, senza ricadere in un “Aladeen figlio dei fiori”.

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    Sacha Baron Cohen interprete di Abbie Hoffman, ruolo che gli è valso la candidatura agli Oscar 2021.

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    Il resto dell’apparato attoriale non è comunque da meno. Nessuno dei ruoli principali è infatti sotto tono ottenendo un lavoro corale che funziona. L’utilizzo di materiali d’archivio si amalgama alla perfezione con la narrazione, sottolineando il forte impatto mediatico dell’evento, ben sintetizzato dagli slogan che la folla esprime rumorosamente: “Tutto il mondo sta guardando”.

    Il processo ai Chicago 7 racconta di un importante episodio della storia americana per la lotta verso una trasformazione sociale purtroppo dimenticato da molti e che dovrebbe invece essere ricordata e guardata da tutto il mondo, oggi come 50 anni fa, perché l’essenza dei temi trattati è immortale e valida ancora oggi, sebbene sotto abiti diversi adattati al periodo preso in questione.

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    Il cast del film.

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    I veri protagonisti della vicenda di Chicago.

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    Questo articolo è stato scritto per la pagina Instagram Frames Cinema, quindi era stato pensato un formato più consono per quel social network che per il sito web.

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