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  • STORIA DELLA PANAVISION PARTE 3 – LE CINEPRESE DIGITALI

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    Potete leggere la prima parte cliccando qui e la seconda cliccando qui.

    Benvenuti nel terzo e ultimo appuntamento sulla storia della Panavision. Dopo aver vissuto avventure emozionanti dallo Spazio interstellare alle isole tropicali, passando per gare da alta velocità e sfide ingegneristiche mai affrontate prima, raggiungiamo la nuova rivoluzione del Cinema: le cineprese digitali. Lo sviluppo della Panaflex Millennium aveva portato la Panavision a riprogettare ogni singolo componente attraverso il feedback ottenuto sul campo, ottenendo uno strumento dall’eccezionale ergonomia e qualità. Però il cinema stava cambiando ancora più in fretta di quanto si potesse immaginare, grazie l’ascesa delle tecnologie digitali e al loro rapido sviluppo. Negli anni ‘90 tra i professionisti del settore si iniziava già a sperimentare cosa poteva offrire il cinema digitale, e colossi come Sony erano già al lavoro sulle tecnologie del nuovo millennio. Da lì a poco qualcuno avrebbe decretato la fine della pellicola.

    Già negli anni ‘60 e ‘70 erano disponibili i primi sensori digitali basati sulla tecnologia MOS, che poi sarebbe poi diventata la base dei sensori CCD, molto più sfruttabili in ambito professionale. Sul finire degli anni ‘80 la Sony iniziò a sponsorizzare il concetto di electronic cinematography, introducendo sul mercato la prima cinepresa HDTV, la HDC-100, con la quale venne girato il lungometraggio Giulia e Giulia, un film drammatico prodotto dalla RAI nel 1987, uno dei primi film HD in assoluto. In meno di dieci anni avremmo avuto il primo film che avrebbe fatto un uso intensivo di tecniche di post produzione digitali (Rainbow, 1996) e il primo Feature Film interamente filmato e post prodotto in digitale, Windhorse. Girato interamente in Tibet e Nepal nel 1996 con un prototipo di cinepresa digitale Sony DVW-700WS e post prodotto con Avid e da Vinci. Un vero assaggio della cinematografia contemporanea!

    Nel 1998 arrivarono le prime HDCAM, che permettevano di registrare 1920×1080 pixel con sensori CCD, e l’idea della digital cinematography iniziò a prendere piede sul mercato. 

    Il vero punto di svolta avvenne nel maggio del 1999, quando George Lucas decise di integrare alla produzione a pellicola alcune riprese digitali nel film Star Wars: Episodio I – La Minaccia Fantasma. Le riprese digitali vennero unite senza problemi a quelle tradizionali e questo lo portò ad annunciare che avrebbe diretto il prossimo film interamente in digitale ad alta risoluzione.

    È in questo momento che entra in gioco la Panavision. Su spinta di George Lucas viene messa in contatto con Sony per lo sviluppo e la produzione della Sony HDW-F900, la prima cinepresa digitale che rispondeva agli standard cinematografici dell’epoca. Il suo contributo fu fondamentale per il successo di questo apparecchio, basato su un sistema a 3 Sensori RGB CCD da 2/3” capaci di una risoluzione di 1920×1080 pixel per un totale di 6.3 milioni di pixel, permetteva riprese in alta risoluzione a 24fps e un sistema di filtri ND e CC per espandere le possibilità di ripresa in presenza di molta luce e un miglior color match con la pellicola. Questo sistema presentava però due problemi: le lenti sviluppate fino a quel momento non erano adatte a un sensore digitale che per sua natura rifletteva molta più luce causando numerose aberrazioni che portavano a un crollo della qualità di immagine. Panavision si fece carico di sviluppare i primi obiettivi dedicati al digitale con la serie: Primo Digital. Queste lenti erano dotate di una risoluzione superiore di 2,5 volte, in quanto il sensore utilizzato era molto più piccolo rispetto al negativo digitale; questo comportava anche uno scostamento tra l’angolo di ripresa e la lunghezza focale rendendo necessari adattatori e lenti specifiche per poter effettuare riprese grandangolari. Inoltre, sviluppò un corpo macchina compatibile con tutti gli strumenti e accessori più utilizzati, fornendo una cinepresa pronta a integrarsi con i sistemi già esistenti. Il risultato fu sorprendente, nonostante fosse solo l’inizio di una nuova tecnologia con numerose limitazioni e difficoltà operative, il film presentava un’alta qualità di immagine e non faceva certo rimpiangere la pellicola. Questo successo spalancò le porte al cinema digitale, che rappresentava un’alternativa più economica e maneggevole rispetto alle cineprese tradizionali.  Le major spingevano verso le produzioni di questo tipo, e in poco tempo tutti i più grandi produttori iniziarono a proporre le loro soluzioni sul mercato, non solo Panavision ma anche ARRI, Sony, RED, Blackmagic e Canon.

    Dopo qualche anno di sviluppo e affinamento, la Panavision introdusse la Genesis HD, una cinepresa dotata di color sampling 4:4:4, risoluzione HD e un sensore in formato Super 35mm che permetteva di utilizzare tutte le ottiche progettate per i 35mm mantenendo lo stesso angolo di campo. Presentava un singolo sensore CCD (questo riduceva le problematiche legate ai riflessi del sensore) con 12,4 megapixel di risoluzione, e un pattern RGB. La risoluzione finale dell’immagine prodotta era di 1920×1080 con un aspect ratio di 1.78:1 (16:9). La parte elettronica, nonostante i cattivi rapporti, era ancora prodotta da Sony, che nel frattempo aveva ampliato e sviluppato la sua linea di cineprese professionali chiamata Cinealta. Venne utilizzata per la prima volta in Superman Returns (2006) e l’ultimo film ad essere girato fu TED (2012). 

    A leggere le specifiche non sembrerebbe nulla di speciale, già da diversi anni un comune smartphone è in grado di girare video in Full HD e addirittura in 4k! Una riprova dell’altissima qualità di questo sistema di ripresa la possiamo trovare in Apocalypto (2006). Il film è ambientato in foreste tropicali e deserti dell’America centrale, con condizioni di luce al limite e ripreso quasi interamente senza l’ausilio di fonti artificiali. L’abilità di Dean Semler ha permesso di esprimere tutte le capacità del sensore di operare con pochissima luce e in scene ad alto contrasto mantenendo una qualità altissima e una palette di colori invidiabile. Per il film venne sviluppata un apposito LUT ispirato alla Kodak’s Vision2 500T 5218, che portò il direttore della fotografia a cambiare il proprio modo di valutare esposizione e colori sul campo innovandone il workflow. Per un ulteriore approfondimento potete consultare: 

    https://theasc.com/ac_magazine/January2007/Apocalypto/page1.html

    Schiacciata dalla concorrenza, che ormai offriva soluzioni più innovative e dotate di maggiore risoluzione, la Panavision decise di non sviluppare più cineprese digitali e concentrare le proprie energie nell’ambito degli obiettivi e degli accessori. In questo periodo Hollywood assistette all’ascesa di RED e delle sue cineprese compatte e dalla qualità di immagine mai raggiunta prima di allora. Inoltre Canon, attraverso l’introduzione della funzione video sulle proprie reflex, portò il formato da 35mm nelle mani di fotoamatori e professionisti, Blackmagic iniziò a produrre corpi sempre più compatti ed economici e Sony stabilì una leadership nel settore delle grandi produzioni cinematografiche e televisive con la linea Cinealta e Venice. 

    Ma il continuo sviluppo della cinematografia digitale e il parallelo declino della pellicola rappresentavano un settore troppo ghiotto per starne fuori. Il mondo cambiava nuovamente e bisognava stabilire una nuova leadership con prodotti che puntano alla massima qualità possibile. I debiti accumulati sul finire degli anni ‘90 e le continue acquisizioni da parte di altri operatori del mercato non giovavano di certo alla stabilità della compagnia, che, nonostante questo, riuscì a portare sul mercato nel 2016 la Millennium DXL. Rappresentava la nuova generazione di cineprese digitali essendo dotata di un sensore da 35 megapixel che garantiva un output in 8K in formato RAW e una gamma dinamica di 16 stop (con la versione DXL2). L’elettronica è derivata dai modelli prodotti dalla RED, ma la color science e la compatibilità con le famose ottiche Panavision e la nuova serie T offre l’unica soluzione sul mercato in grado di produrre il formato anamorfico con una risoluzione di 4k.

    Ad oggi la Panavision è finanziariamente instabile, specialmente dopo la fallita acquisizione da parte della Saban Capital nel 2019, e il suo futuro in un mercato così competitivo non è facile da prevedere. Quel che possiamo dire è che dalla sua nascita ad oggi attraverso l’impegno, la creatività e l’intuito delle persone che ci hanno lavorato ha rappresentato un punto di riferimento per le produzioni cinematografiche di tutto il mondo, fornendo strumenti di altissima qualità e capaci sognare sia in sala che sul set.

    Grazie per aver letto questo approfondimento, se ti è piaciuto condividilo! 

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  • STORIA DELLA PANAVISION PARTE 2 – DALLA MGM CAMERA 65 ALL’ULTRA PANAVISION 70

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    Ed eccoci giunti al secondo appuntamento con l’approfondimento sulla storia della Panavision (clicca qui per leggere la prima parte). Nel primo articolo abbiamo visto le nuove sfide del cinema degli anni ’50 e ’60 e la ricerca di soluzioni tecniche sempre più all’avanguardia per spettacolarizzare le proiezioni in sala. L’inizio di una nuova era del cinema venne segnata dall’introduzione del formato anamorfico e dal suo successivo sviluppo e utilizzo con la MGM Camera 65 da 70mm. Dopo la produzione di Ben-Hur (1959) e How the West Was Won (1962), il formato sviluppato da Panavision in collaborazione con la Metro Golden Mayer venne affinato con nuovi obiettivi, più raffinati e di maggiore qualità con elementi anamorfici cilindrici e vennero costruite nuove cineprese per affiancare le ormai trentenni Mitchell da 35mm adattate al formato 65mm. Nel 1962 nelle sale arrivò Mutiny on the Bounty (1962) e fu il primo film ad essere accreditato come “Filmato in Ultra Panavision 70″, venne dunque utilizzato, finalmente, il nome pensato originariamente dal suo inventore nel 1956. La ragione di questo cambio risiedette nell’acquisto, da parte della Panavision, del reparto macchine e cineprese della MGM. Inizia così una maggiore indipendenza e un nuovo modello di business che porterà la Panavision ad espandersi fino a diventare quella che tutti noi oggi conosciamo.

    Da spettatore, capire quale cinepresa e quale formato venivano utilizzati in ogni film non era un’impresa banale, si può dire che la Panavision ebbe per diversi anni una crisi d’identità. All’epoca, infatti, quasi ogni film citava un nome commerciale diverso in riferimento ai formati utilizzati per le riprese. Tra i vari nomi citati troviamo: Photographic Lenses by Panavision (utilizzato in film girati in Cinemascope con lenti Panavision, come Spartacus), Process Lenses by Panavision (Quando venivano utilizzate lenti Panavision nello sviluppo delle pellicole e per la distribuzione), Panavision 70, Super Panavision, Super Panavision 70 e Panavision Super 70 furono diversi nomi con cui veniva chiamato lo stesso formato, vennero usati in film come Lawrence d’Arabia. Se oggi la situazione è più ordinata e comprensibile dobbiamo ringraziare M. David Mullen, A. Harris, Theodore Gluck, ovvero la redazione di widescreenmuseum.com e il dipartimento della difesa degli Stati Uniti per aver creato internet “…which made it possible for the bits and pieces to come together at long last.”

    Nel 1965 la Panavision venne venduta alla Banner Productions mantenendo Gottschalk come presidente, la vendita fu necessaria per ottenere un aumento di capitale necessario all’espansione delle attività. Presto, infatti, avrebbe oltrepassato i confini di Hollywood raggiungendo New York, l’Europa, l’Australia e il Sud Est Asiatico. Nel 1968 la Banner venne acquistata dalla Kinney National Company che acquisì successivamente la Warner Bros. In questo periodo le energie si focalizzarono sull’industria delle cineprese da 35mm, in particolare sulle cineprese Mitchell BNC che rappresentavano lo standard del settore cinematografico americano.

     L’ERA DELLE CINEPRESE MANEGGEVOLI E LEGGERE

    Tutta la tecnologia di cui abbiamo parlato finora era non solo molto costosa, ma anche esageratamente ingombrante e pesante se paragonata agli standard odierni. Basti pensare che erano necessarie dalle 5 alle 10 persone per spostare una cinepresa, erano delicate e anche molto rumorose (venivano insonorizzate inserendole dentro apposite custodie fonoassorbenti chiamate “Sound Blimp”), e non potevano essere utilizzate a mano libera. Queste limitazioni impedivano certi tipi di inquadrature o rendevano impossibili alcune scene, specialmente quelle molto movimentate. Gli sforzi per sviluppare una cinepresa più leggera, silenziosa e con un mirino reflex portarono all’introduzione della Panavision Silent Reflex (PSR) nel 1967. 

    Grazie alle speciali lenti sferiche con aspect ratio di 1.85:1 e agli affinamenti ricevuti nei suoi primi anni di utilizzo, divenne ben presto una delle cineprese più popolari negli studios. Venne utilizzata in film come Superman (1978) e Star Wars Episodio IV-V (1977-1980). Nel 1968 i progressi tecnologici permisero di ottenere cineprese da 65mm abbastanza maneggevoli da poter essere utilizzate a mano libera, anche se ben presto sarebbero state soppiantate dal formato 35mm, più pratico ed economico.

    Uno degli apici di questo formato è rappresentato da 2001: Odissea nello Spazio (1968). Per quest’opera le cineprese vennero adattate in modo da poter utilizzare un’obiettivo prodotto dalla Carl Zeiss su commissione della Nasa, e i magazzini di pellicola vennero modificati per permettere riprese a testa in giù e inclinate di 90 gradi. Kubrick avrebbe spinto al limite tutte le potenzialità della tecnologia americana e tedesca.

    Non bisogna dimenticare inoltre l’incredibile scena di Grand Prix (1966) dove venne installata una cinepresa da 65mm su una monoposto da formula 1! Risulta un’impresa veramente ardua in quanto una vettura che corre a più di 220km/h in un circuito cittadino (Il principato di Monaco) è sottoposta a innumerevoli forze che possono far saltare la pellicola o danneggiare i componenti interni. Dopo diverse prove, chilometri di cavi elettrici, più di 180 radiotrasmittenti e una Ford GT 40 attrezzata allo scopo, il risultato delle riprese fu eccezionale!

    Ed è nel 1972 che sotto la guida di Albert Mayer e dopo quattro anni di sviluppo, uscì la Panaflex. Una cinepresa che rappresentò la nuova grande rivoluzione per Panavision e il Cinema. Rispetto ai prodotti precedenti la Panaflex era di nuova concezione, operava silenziosamente eliminando la necessità di coperture per l’insonorizzazione, poteva sincronizzarsi con altre cineprese, includeva un contagiri elettronico digitale e un caricatore motorizzato. Il segreto di questa cinepresa era la modularità, una caratteristica che sarebbe diventata lo standard del 21° Secolo. Questo permetteva alla Panaflex una versatilità nettamente superiore alla concorrenza potendo passare da un setup da studio a uno abbastanza leggero ed ergonomico da poter essere utilizzata a mano libera. Lo sviluppo non si interruppe mai e di anno in anno venivano introdotti aggiornamenti e nuove features: venne messa in commercio la Golden Panaflex II (GII) e successivamente la Platinum Panaflex che offriva netti miglioramenti nel mirino, nell’elettronica, e nel corpo che risultava ancora più leggero, compatto e silenzioso, rimanendo comunque compatibile con tutto l’ecosistema di lenti e accessori Panavision. Questa compatibilità permetteva di ampliare le possibilità di utilizzo e al contempo di mantenere bassi i costi, sia di sviluppo che di acquisto, di nuovi sistemi di ripresa.

    Nel 1990 il presidente e CEO, John Farrand, era determinato a rivoluzionare il sistema Panaflex, mettendo a frutto 20 anni di know-how acquisito nello sviluppo dei suoi prodotti e dal feedback dei clienti. L’obiettivo era quello di esaminare e riprogettare ogni singolo componente sul campo, introducendo materiali e tecnologie derivati dalla ricerca aerospaziale. Nacque così il sistema Panaflex Millenium.

    Clicca qui per leggere la terza e ultima parte.

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  • STORIA DELLA PANAVISION PARTE 1 – LA NASCITA E I PRIMI ANNI

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    La Panavision è una società americana di apparecchiature cinematografiche nata nei primi anni 50 in California. Fu stata fondata nel 1953 da Robert Gottschalk, Richard Moore, Meredith Nicholson, Harry Eller, Walter Wallin, e William Mann per la produzione di obiettivi adatti alla proiezione dei formati anamorfici durante l’ascesa del widescreen nel cinema degli anni 50. Grazie al successo iniziale negli anni ha ampliato l’offerta dei suoi prodotti venendo incontro alle esigenze dei registi moderni con apparecchiature sempre all’avanguardia e affidabili. Ad oggi rappresenta uno dei marchi storici nel cinema mondiale e uno dei punti di riferimento per quanto riguarda la qualità di immagine dei suoi sistemi di ripresa. Nel 1972 ha contribuito a rivoluzionare il cinema con la cinepresa Panaflex 35mm e successivamente con la Millenium XL (1999) e la Genesis (2004). A differenza di molti produttori come Sony o Blackmagic, il business di Panavision è svolto esclusivamente tramite il noleggio, l’azienda possiede l’intero inventario e questo le permette di aggiornare costantemente i suoi prodotti senza preoccuparsi del valore finale dei suoi prodotti.

    Questo è il primo di tre articoli dedicati alla storia di questa azienda, ai suoi prodotti più importanti e alle innovazioni introdotte dalle persone che ci hanno lavorato. Vedremo chi era il fondatore della Panavision e quali soluzioni offrì nei primi anni 50 ai produttori cinematografici nel campo della ripresa e della proiezione.

    Chi era Robert Gottschalk?

    Robert Gottschalk (1918-1982) era figlio di un architetto di discreto successo e l’agiatezza della famiglia gli ha permesso di sviluppare il suo interesse per il cinema. Si è laureato in Cinema e Arte presso il Carleton College in Minnesota prima di trasferirsi in California e diventare un filmmaker. All’inizio lavorò in un negozio di fotografia e successivamente conobbe e collaborò con l’azienda che produceva le attrezzature per riprese subacquee di Jacques-Yves Cousteau. In quel periodo le riprese grandangolari erano difficili a causa dell’assenza di lenti e formati adatti, nacque il CinemaScope (formato cinematografico più “largo”) che fu acquistato e diffuso dalla 20th Century Fox. Per rispondere alla crescente richiesta di sistemi di riproduzione compatibili, Gottschalk collaborò con diversi colleghi per la progettazione, produzione e vendita di obiettivi da proiezione con il nome di Panavision, utilizzando ottiche prismatiche invece che cilindriche. Successivamente creò numerosi sistemi di ripresa che gli valsero due volte l’Oscar, la prima nel 1960 per lo sviluppo della MGM Camera 65, la seconda nel 1978 per la creazione della cinepresa Panaflex. Fu assassinato nel 1982 dal suo compagno Laos Chuman.

    Il cinema degli anni 50 e i primi anni della Panavision

    Nei primi anni 50 il cinema era minacciato dalla televisione che, data la sua comodità e l’ampia offerta, aveva ridotto l’afflusso al botteghino. Iniziò un periodo di sperimentazione di nuove tecniche cinematografiche per attirare il pubblico in sala. Film a colori, tridimensionali, audio a più canali e formati widescreen rappresentavano i tentativi di offrire qualcosa in più nell’esperienza cinematografica ma al contempo facevano lievitare vertiginosamente i costi di produzione.

    Il formato anamorfico è la tecnica di girare in formato widescreen utilizzando un negativo da 35mm o altri formati con un rapporto d’aspetto non widescreen. L’immagine viene “stirata” per riempire tutto il fotogramma e poi riconvertita in fase di proiezione. Questo processo nacque nella Prima guerra mondiale per fornire una visuale più ampia nei periscopi dei carri armati e fu utilizzata per la prima volta in ambito cinematografico nel 1927 da Claude Autant-Lara per girare il cortometraggio Construire un Feu.

    In questo periodo il sistema più promettente per proiettare formati così ampi era il Cinerama che nella sua concezione iniziale richiedeva tre cineprese in fase di ripresa e tre proiettori per la proiezione che, incrociando le immagini, permettevano di ottenere una superfice maggiore rispetto ai formati standard. Questo portava però degli svantaggi come un allineamento non perfetto delle immagini proiettate o problemi di coordinamento e logistica in fase di ripresa a causa delle tre cineprese azionate in contemporanea. La 20th Century Fox cercò una soluzione più semplice ed economica e acquistò i diritti per il sistema CinemaScope, che utilizzava lenti anamorfiche in grado di riprendere con un’unica cinepresa formati widescreen. La proiezione, convertita con una lente anamorfica, permetteva di avere un aspect ratio di 2.55:1 doppio rispetto al classico 1.37:1. Il primo film girato con il Cinemascope fu La tunica nel 1953. Le lenti utilizzate in questo processo venivano prodotte dalla Bausch & Lomb che, data l’elevata richiesta, non riusciva a soddisfare tutti gli ordini in tempo. Appresa questa notizia, Gottschalk decise di creare una lente adatta alla proiezione di entrambi i formati: il Panavision Super Panatar!

    Il Panavision Super Panatar anche chiamato “Gottschalk Lens” presentava un prisma variabile che permetteva ai proiezionisti di proiettare dal formato anamorfico 2.66:1 a quello di 1.33:1 girando solamente una ghiera per adattare l’aspect ratio della pellicola. Questo permise a tantissimi cinema di proiettare i formati widescreen senza spendere in costose apparecchiature o modifiche. Nacque così la Panavision.

    Incoraggiati dal rapido successo del Panatar, venne sviluppato il Micro Panatar, un obiettivo pensato per il lavoro svolto in camera oscura nello sviluppo delle pellicole. Prima di questa innovazione gli studios che lavoravano con il formato anamorfico dovevano girare con una seconda cinepresa per ottenere una versione adatta ai cinema non equipaggiati per il CinemaScope. Il Micro Panatar permetteva ai laboratori di sviluppo di creare in modo semplice ed economico una versione non anamorfica dai negativi di 65mm e anche di effettuare il processo inverso partendo da un 35mm anamorfico per creare un 70mm. Nonostante la produzione artigianale e l’eccellenza nella qualità la Panavision riusciva a contenere i costi ottenendo una solida reputazione.

    In tutta questa euforia per il formato widescreen non mancavano di certo problemi in fase di ripresa: purtroppo gli obiettivi dell’epoca avevano un grande difetto nei primi piani, con una ripresa ravvicinata si andava a creare una aberrazione ottica chiamata “the mumps a causa della perdita del potere anamorfico della lente. Il centro dell’immagine risultava meno “strizzato” e quindi il soggetto principale doveva essere posizionato a destra o a sinistra del fotogramma per evitare che venisse ripreso in modo distorto. Panavision trovò una soluzione a questo problema aggiungendo una lente rotante mossa in sincronia con l’anello della messa a fuoco. Questo eliminava la distorsione nei primi piani permettendo una ripresa naturale con la fotografia anamorfica. L’Auto Panatar venne presentato nel 1958 e fu rapidamente adottato da tutte le produzioni rendendo obsolete le lenti del sistema CinemaScope. Ben presto Panavision divenne sinonimo di “Widescreen” e vinse il primo Oscar al merito tecnico e scientifico.

    Nel 1954, collaborando con la MGM, venne sviluppata la MGM Camera 65, formata da un sistema di telecamere Mitchell da 65mm con un aspect ratio di 2.76:1 e venne utilizzata fino al 1966 per 10 film in totale aldilà del nome altisonante. Tra i grandi film girati con questo sistema troviamo Ben Hur, The Greatest Story Ever Told, Battle of the Bulge e Khartoum; negli ultimi anni, dopo il film The Hatefull Eight di Tarantino, gli obiettivi di questo sistema sono stati accoppiati a cineprese digitali per girare film come Rogue One e Avengers: Endgame. Le richieste della MGM per un nuovo sistema da 70mm si possono riassumere in 5 punti:

    1) Un sistema ad alta definizione con minori curvature e distorsioni rispetto ad altri sistemi.

    2) Dettagli e nitidezza sufficienti sul negativo da 65 mm in modo da cui ottenere un’eccellente Cinerama a 3 strisce.

    3) Capacità di produrre una stampa con riduzione anamorfica da 35 mm di altissima qualità.

    4) Capacità di produrre stampe da 70 mm di qualità estremamente elevata che possono essere proiettate con lenti anamorfiche con un rapporto di aspetto di 3:1 senza audio e 2,7:1 con suono stereofonico a sei tracce sulla stampa di rilascio.

    5) Capacità di estrarre una stampa piatta da 35 mm 1,85:1, una stampa anamorfica da 16 mm e una stampa piatta da 16 mm.

    Beh, che dire, basta vedere Ben Hur per capire l’altissima qualità offerta da questo sistema! Scene girate in condizioni di illuminazione difficilissime, con il sole alto nel cielo, ombre nette e tantissima differenza di luminosità tra le aree chiare e quelle scure. L’ampio fotogramma, la sua larghezza, regala uno sguardo inedito.

    Nel corso degli anni la tecnologia di grande formato della Panavision ha supportato l’arte dietro molti film diventati cult, come Lawrence d’Arabia e 2001: Odissea nello spazio, continuando a spingere i confini verso nuovi orizzonti.

    Clicca qui per leggere la prima parte.

    Clicca qui per leggere la seconda parte.

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