Tag: pirandello

  • RECENSIONE LA STRANEZZA – IL DRAMMA È IN NOI

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    Presentato alla Festa del Cinema di Roma, con la commedia La stranezza il regista e scrittore Roberto Andò ritorna nella sua Sicilia, un anno dopo il dramma a cornice napoletana Il bambino nascosto. Lo fa rievocando uno dei grandi protagonisti della storia letteraria novecentesca come Luigi Pirandello, e un mondo dalle regole tutte sue.

    COMMEDIA SICILIANA

    Nella natia Girgento fa ritorno Luigi Pirandello (Toni Servillo), già stimato quanto controverso scrittore e drammaturgo, per incontrare il “collega” Giovanni Verga. Qui viene a sapere della morte dell’amatissima balia: affida il funerale a due sgangherati becchini, Sebastiano Vella e Onofrio Principato (rispettivamente Salvatore Ficarra e Valentino Picone), uno attore e l’altro commediografo dilettanti. Incuriosito dai due stravaganti personaggi, Pirandello si trattiene per assistere all’allestimento del loro primo spettacolo drammatico dopo anni di commedie; da testimone dei drammi dei due, sia in scena che dietro le quinte, Pirandello rivive un mondo forse da lui dimenticato, e si confronta con i fantasmi della propria arte. L’osservazione in sordina di questo teatro “dal basso” lo porta dunque a riscoprire le origini popolari del teatro e la sua energia vitale e prorompente, e in questo modo a ridare vita anche al proprio.

    Roberto Andò fonda il meccanismo drammatico de La Stranezza sull’ambiguo rispecchiamento tra questi tre autori molto diversi, il cerebrale Pirandello e gli spontanei Vella e Principato, e quindi tra teatro “alto” e teatro popolare. Distinzione, questa, che in realtà decade nel momento in cui entrambe le forme d’arte si fondano non sulla contraffazione della realtà ma, al contrario, sul suo svelamento. Non c’è molta differenza tra la complessa, rivoluzionaria opera di Pirandello e lo sconclusionato dramma dei due dilettanti, nel modo in cui entrambe sono in grado di scuotere il pubblico e metterne a nudo le verità.

    In questo senso, insolita quanto ottima l’idea di accostare la consueta gravitas di Toni Servillo alla buffoneria spontanea di Ficarra e Picone: il duo comico e il grande attore si calano alla perfezione nei rispettivi ruoli e, sebbene condividano relativamente poco screen time, la loro chimica funziona proprio perché imperniata su un rapporto “a distanza”, da punti di vista nascosti e inusuali.

    E palcoscenico ideale di questa commedia di caratteri è proprio la provincia siciliana, ritratta in modo straordinariamente efficace: sospesa tra passato e presente, incubi burocratici e tradizioni immutabili, popolata da caratteri pittoreschi e da una strisciante ed eterna presenza della morte sullo sfondo della vita quotidiana.

    IL GIOCO DELLE PARTI

    Il film di Roberto Andò è una commedia costruita quindi su un meccanismo drammaturgico interessante e stimolante, e su un acuto sguardo sulla funzione del teatro. Meccanismo, però, non sempre oliato alla perfezione: in più di un’occasione si avverte una certa confusione nella focalizzazione, nella scelta del punto di vista attraverso raccontare questa vicenda.

    Il più grande difetto della commedia di Andò è quindi anche ciò che la rende così degna di interesse: la sostanziale ambiguità tra mondo interiore e mondo reale è la componente più stimolante di questa commedia sulla creatività e sull’arte teatrale, ma diventa la sua più grande zavorra nel momento in cui lascia con una sensazione di incompiutezza, come se l’incontro tra commedia pura e dramma non centrasse pienamente il punto, arrivata la fine e calato il sipario.

    La commedia di Roberto Andò non mira a offrire uno spaccato d’epoca o una dissertazione colta sulla storia della letteratura e sulla figura di Pirandello: vuole essere un’ironica commedia storica, con punte di dramma e qualche nota di ambiguità sulla sfumatura tra realtà e finzione. E, nonostante la storia e i suoi personaggi non sono sempre in grado di reggere con costanza fino alla fine, questo scorcio su una stagione letteraria unica funziona e solletica la curiosità e l’interesse di chi il teatro lo conosce e lo ama o vorrebbe cominciare a conoscerlo.

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  • Recensione Leonora Addio – Il Requiem Pirandelliano

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    Dopo esattamente dieci anni dallo shakespeariano Cesare deve morire, Paolo Taviani torna al Festival Internazionale di Berlino ma, questa volta, senza il caro fratello Vittorio.

    “Sia lasciata passare in silenzio la mia morte. Agli amici, ai nemici preghiera non che di parlarne sui giornali, ma di non farne pur cenno. […] Bruciatemi. E il mio corpo appena arso, sia lasciato disperdere; perché niente, neppure la cenere, vorrei avanzasse di me. Ma se questo non si può fare sia l’urna cineraria portata in Sicilia e murata in qualche rozza pietra nella campagna di Girgenti, dove nacqui.”

    Queste le ultime parole testamentarie di Luigi Pirandello.

    Pirandello: trentotto anni dopo Kaos (1984), il regista – qui, purtroppo, in veste solitaria – torna sull’autore siciliano non più limitandosi a prendere in prestito le sue novelle, ma con un trattato grottesco e riflessivo sulla (sua) morte. Dopo un filmato d’archivio della consegna del Nobel per la letteratura nel 1934, permane il bianco e nero per trovare lo scrittore a letto poco prima della sua scomparsa, in una camera dai contorni tanto stilizzati quanto (quasi) metafisici; si avvicinano pian piano i suoi tre figli, dapprima infanti ma sempre più maturi ad ogni passo. Pirandello morirà dopo che anch’essi saranno invecchiati, prima che riescano a dargli il sentito addio. Bisogna rispettare il volere del poeta: la sua urna cineraria deve essere trasportata da Roma ad Agrigento, ma qui sorgono gli imprevisti di percorso: l’aereo non può partire per la scaramanzia dei passeggeri e del pilota che non vogliono viaggiare con un morto a bordo. Spostata su un treno, la cassa contenente l’urna viene rubata e usata come campo da gioco per una partita di tresette. Recuperate le ceneri, il prete non vuole benedirle perché l’urna è greca (pagana), potrà farlo solo se inserita all’interno di una bara per bambini, derisa poi dai cittadini perché simile a quella contenente un nano. Giunte le ceneri in Sicilia, passeranno quindici anni prima che possano finalmente essere sepolte nella rozza pietra, e nemmeno tutte: l’urna finale è troppo piccola, bisogna lasciarne fuori un po’. A questo punto, lo schermo si colorisce a piccoli passi e veniamo catapultati a Brooklyn, dove nella trasposizione de la novella Il chiodo viene tolta la vita a una ragazzina, per mano del chiodo arrugginito del giovane immigrato siciliano Bastianeddu.

    Il protagonista, interpretato da Fabrizio Ferracane, con le ceneri di Pirandello

    Amare e meste, le parole testamentarie di Pirandello, ma in fin dei conti anche umili e sincere. Parole del Premio Nobel per la letteratura che, in letto di morte, rigetterà la celebrazione delle sue esequie preferendo una dipartita solitaria, appartata e silenziosa.

    Perché? Dove sta il senso? Proprio queste sono le domande alla base del film che Paolo Taviani, raggiunta la veneranda età di novant’anni, firma con estrema lucidità in onore del fratello Vittorio, venuto a mancare nell’aprile 2018.

    Perché? Se lo sente ripetere molte volte Bastianeddu. Perché la morte? E la vita vissuta? Perché uno dei più illustri letterati d’Italia avrebbe scelto delle onoranze funebri così scarne e insignificanti? Perché il giovane immigrato ha ucciso la ragazzina senza alcuna motivazione? La risposta di Taviani, per voce di Pirandello, è grottesca – così come l’intero film: “nella vita, il dolce della gloria non può compensare l’amaro di quanto è costata“.

    La novella “Il chiodo”

    Ecco allora che Leonora addio – titolo che riprende l’omonima novella del drammaturgo siciliano a cui i Taviani si erano già avvicinati con il già citato Kaos – assume le forme di un requiem pirandelliano: una tragicomica riflessione sulla morte, sul cinema italiano – sprazzi de Il sole sorge ancora (1946), Paisà (1946), Estate violenta (1959), L’avventura (1960) – e sull’insensatezza del vivere.

    Il canto del cigno stanco di esistere, ma cosciente di quanto in realtà valga la vita, quella che per Taviani è completa simbiosi con l’arte cinematografica del passato, cui di diritto compongono un (non piccolo) tassello anche le opere sue e del fratello. Un canto che, tuttavia, a novant’anni non accenna ad esaurirsi, visto l’acume con cui è stato scritto Leonora addio, opera che chissà, forse assurge a – metaforico e poetico – volere testamentario dello stesso regista.

    Le ceneri in partenza da Roma

    Taviani ci immerge in un requiem grottesco che è simulacro dell’unico atteggiamento con cui affrontare la morte: ripiegati su sé stessi, certo, ma con la consapevolezza che qualcosa di buono c’è stato. Il film si apre e si chiude con un teatro e gli applausi del pubblico: abbiamo assaporato il dolce di una gloria il cui prezzo non potrà mai essere ricompensato.

    Il regista toscano porta a termine una pellicola con la consapevolezza che, probabilmente, oggigiorno non ha un vero e proprio pubblico di riferimento; poco importa: guarderemo sempre con un sorriso nostalgico e malinconico al sentito omaggio al fratello Vittorio, come coronazione e atto d’amore verso una carriera lunga più di cinquant’anni. 

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