Tag: resident evil

  • RECENSIONE RESIDENT EVIL: WELCOME TO RACOON CITY – UN FILM PER I FAN

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    Correva l’ormai lontano 1996 quando Resident Evil sbarcava su PlayStation 1: sviluppato dalla casa di sviluppo giapponese Capcom, il gioco si presentava come un survival horror nel quale il giocatore vestiva i panni di due membri della squadra S.T.A.R.S. intenti a sopravvivere ad un esercito di famelici zombie con arsenale e munizioni limitate, il tutto all’interno di una inquietante e misteriosa villa piena di enigmi ed indovinelli da risolvere. Il gioco ottenne un enorme successo, tanto da portare allo sviluppo di altri due capitoli a distanza di (rispettivamente) due e tre anni sempre su PS1 per poi creare altri sequel fino all’ottavo sbarcato su console e PC proprio in questo 2021.

    Ispirandosi pesantemente ai film horror di serie B degli anni ’70/’80, era inevitabile che il mondo del cinema provasse a portare sul grande schermo la saga. Venne così affidato, nel 2002, il primo progetto a Paul W.S. Anderson, che realizzò un adattamento dal nome Resident Evil (la fantasia non mancava) e con protagonista Milla Jovovich nei panni di Alice, un personaggio originale introdotto nei film. La pellicola prendeva in realtà semplice ispirazione per alcuni elementi dal videogioco, andando a realizzare un prodotto che aveva ben poco dell’originale, se non il nome. Nonostante tutto ciò, il film ottenne un successo tale da portare alla creazione di altri cinque capitoli (di qualità discendente), portando i fan del videogioco a gettare la spugna e ad abbandonare le speranze di ottenere un buon adattamento. Fino ad oggi.

    Conclusa (non nel migliore dei modi) la saga di Anderson, Sony ha affidato al regista britannico Johannes Roberts il progetto di un reboot che ripartisse da zero, portando nuovamente le avventure della S.T.A.R.S e soci sullo schermo col tentativo di creare un prodotto valido. Finalmente, possiamo dirlo, ce l’hanno fatta.

    FAN SERVICE

    Dovendo proporre un lavoro differente da quello dell’adattamento del 2002, Roberts ha deciso di accorpare la storia del primo e del secondo capitolo, andando ad apportare delle obbligatorie modifiche ad alcuni eventi e passaggi di trama. Se nel videogioco le due storie si svolgevano ad un paio di mesi di distanza, nella pellicola avvengono in contemporanea, mostrando Chris Redfield (Robbie Amell), Jill Valentine (Hannah John-Kamen), Albert Wesker (Tom Hopper) e Richard Aiken (Chad Rook) esplorare Villa Spencer, mentre Claire Redfield (Kaya Scodelario) e Leon S. Kennedy (Avan Jogia) si ritrovano a sopravvivere nella stazione di polizia e lungo le strade di Raccoon City

    Nel mettere in scena gli eventi, la pellicola risulta in realtà estremamente più lenta di quello che ci si aspetterebbe, riuscendo in questo modo a costruire un’ottima tensione, anche grazie ad una messa in scena graduale della mutazione degli abitanti in zombie, che diventano lentamente sempre più mostruosi e spaventosi. Non mancano di certo le scene d’azione e sopra le righe, tipiche della saga videoludica e dei film di serie B (per citare una scena tra le tante: uno zombie in fiamme che entra camminando nella stazione di polizia con in sottofondo una canzone pop) e lo stesso vale nella caratterizzazione dei personaggi. Partendo dalla base monodimensionale presente nei videogiochi, la pellicola assegna ad ogni personaggio un ruolo specifico: la bella ragazza che si dimostra più tosta di quello che sembra, il poliziotto novellino, il comandante egoista ed opportunista, il mercenario che tradisce i compagni per soldi e così via. La caratterizzazione rimane però estremamente fedele ai videogiochi, portando sullo schermo i personaggi che i fan hanno sempre amato, approfondendone alcuni aspetti (come per Leon che va incontro ad una crescita durante la pellicola, mentre nel videogioco risulta una macchina da guerra sin dall’inizio) e modificandone altri (per esempio il passato dei fratelli Redfield o il personaggio di Wesker, che viene riscritto mantenendo però l’anima originale).

    La pellicola è inoltre piena di easter eggs e citazioni per i fan della saga, sia a livello visivo (i protagonisti indossano spesso abiti identici a quelli del videogioco e lo stesso vale per i nemici, che sono identici alle loro controparti videoludiche) che nei dialoghi (per la felicità dei fan torna infatti, il “Jill sandwich”).

    RICERCA VISIVA

    Oltre ai cambiamenti di trama, altro muro contro cui i fan storici potrebbero imbattersi è la scelta del cast: se si hanno infatti da una parte attori ai limiti della ricerca maniacale della similarità per Claire o il comandante Irons (interpretato da un Donal Logue estremamente in parte), il resto degli attori scelti non risulta particolarmente rassomigliante alle controparti del videogioco, i cui massimi esponenti sono, in Leon e Jill, diversi sia per carnagione che per pettinatura. Questo non risulta però un problema in quanto, come già detto, la caratterizzazione dei personaggi risulta perfetta a livello di scrittura e si evita inoltre l’ effetto cosplay delle rappresentazioni precedenti, a causa del quale i personaggi risultavano quasi imbarazzanti (lampante esempio di come ciò che funziona nei videogiochi non sempre funziona al cinema).

    Altro elemento che invece farà la felicità dei fan sono le ambientazioni: le stanze di Villa Spencer, la reception e le celle della stazione di polizia, l’orfanotrofio ed il laboratorio Umbrella sono state create con una cura quasi maniacale, inserendo anche con le dovute modifiche alcuni enigmi del gioco e l’uso delle chiavi colorate. Su questo punto si aggiunge anche un intento registico di ricreare alcune sequenze in maniera estremamente simile a quelle presenti nel gioco (esempio l’arrivo della S.T.A.R.S. sui monti Arklay o l’incontro con il primo zombi nella villa) e l’utilizzo di alcuni movimenti di macchina, come nei piani sequenza, e dei primi piani che arricchiscono e rendono la visione molto coinvolgente. 

    Ultimo elemento da sottolineare sono i mostri, fondamentali tanto nel videogioco quanto in questo adattamento. Quelli più presenti e su cui ruota la fama della saga sono proprio gli zombi, proposti qui con una tecnica che ripudia la realisticità degli adattamenti moderni alla The Walking Dead per preferire il trucco e le movenze tipiche degli zombi di Romero (a cui lo stesso videogioco si ispirava). Ma la saga presenta anche altri tipi di creature, generate da altri esperimenti biologici e virus come, ad esempio, un Licker creato con una computer grafica non perfetta ma comunque godibile ed una Lisa Trevor e un William Birkin creati con un mix di trucco e CGI.

    CONCLUSIONI

    Affidato il lavoro a Johannes Roberts, la saga di Resident Evil riesce finalmente ad ottenere un buon adattamento con una pellicola che, da un lato riadatta la storia inserendo dei cambiamenti, mentre dall’altro cerca di assomigliare il più possibile al videogame, inserendo ambientazioni e sequenze identiche alla controparte videoludica e mettendo in scena i personaggi con alcune modifiche ma sempre facendo attenzione a non snaturarli del tutto. Non si tratta di certo di un film perfetto, complice una CGI mediocre, un terzo atto leggermente veloce e diversi elementi assurdi tipici dei film di serie B a cui la saga si è ispirata fin dall’inizio. Una pellicola quindi che potrebbe non essere apprezzata da qualsiasi spettatore soprattutto se estraneo alla saga, ma che farà di certo innamorare i fan, grazie alla sua cura per i dettagli e alle numerose citazioni ed easter eggs.

    P.S. Appena conclusa la pellicola non scappate fuori dalla sala, in quanto è presente una scena a circa metà dei titoli di coda.

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  • RECENSIONE RESIDENT EVIL INFINITE DARKNESS – LO SPIN OFF TELEVISIVO PERFETTO

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    Il franchise di Resident Evil (o Biohazard se vogliamo usare l’originale nomenclatura giapponese), oltre agli otto capitoli principali e i numerosi spin off videoludici, ha anche all’attivo 6 film ad opera di Paul W.S. Anderson e con protagonista l’Alice di Milla Jovovich e 3 film d’animazione: Degeneration (Makoto Kamiya, 2008), Damnation (Makoto Kamiya, 2012) e Vendetta (Takanori Tsujimoto, 2017). Nell’ambito cinematografico i live action sono sicuramente più conosciuti, grazie soprattutto alla (non molto lusinghiera) fama che si è creata intorno alle pellicole e non spenderei ulteriori parole su un argomento già ampiamente discusso. Diverso invece è per i tre film d’animazione sopra citati, pellicole tutt’altro che perfette e con diverse problematiche, ma che risultano ottimi prodotti da recuperare senza pensarci due volte per i fan della saga, tenendo anche conto del tentativo di collegare queste pellicole con i videogiochi.

    Dopo una lenta discesa verso il baratro per la saga, con gli ultimi capitoli videoludici sempre più mediocri ed eccessivamente improntati all’azione, la casa di produzione Capcom è riuscita a salvare la saga nel 2017 con l’uscita dell’ottimo Resident Evil 7, capitolo che rappresentava un “nuovo inizio”, con diversi cambiamenti strutturali nel gameplay e una storia completamente nuova ma sempre in continuity con i capitoli precedenti. Una rinascita vera e propria per il brand che, tra remake e nuovi capitoli, sta vivendo una nuova epoca d’oro. Ed è proprio qui che si presenta Netflix, con una nuova serie live action basata sui primi due capitoli della saga e un anime originale. Proprio sul secondo ci soffermiamo in questo articolo, vedendo perché risulta essere il modo giusto per poter approfondire questo franchise.

    FANTAPOLITICA DI ZOMBIE

    La storia di questo anime originale Netflix si svolge nel 2006 dopo gli eventi di Resident Evil 4  e prima di Resident Evil 5,  e vede come protagonisti i già conosciutissimi eroi della saga, Leon S. Kennedy e Claire Redfield. La serie si apre con un attacco bio-terroristico alla Casa Bianca, che porta a una vera e propria invasione di zombie all’interno del Gabinetto di Stato. Non ci dilunghiamo ulteriormente nel raccontare la trama del prodotto per evitare di rovinare particolari sorprese che la serie presenta fin dal primo episodio, dovendo anche fare i conti con la presenza di soltanto quattro episodi della durata di circa mezz’ora l’uno.

    Senza entrare troppo nei dettagli, la sceneggiatura risulta particolarmente curata e riesce a mettere in atto eventi interessanti che comunque  non creano problemi di continuità con gli altri prodotti (la serie è stata infatti presentata da Camcom stessa come un prodotto canonico dell’universo di RE), introducendo un’atmosfera quasi da fantapolitica, con intrecci tra capi di stato, agenti infiltrati e operazioni di guerra e terrorismo. Se i videogiochi presentano un’ambientazione più circoscritta, con i protagonisti che si muovono all’interno di una villa o di (al massimo) una città, la serie si è presa la libertà di poter far viaggiare i personaggi, portandoli assieme allo spettatore in un vero e proprio giro del mondo, spaziando dagli Stati Uniti alla Cina, inserendo ovviamente anche luoghi inesistenti come la regione del Penamstan.

    I due protagonisti risultano ottimamente scritti, approfondendo non solo il loro carattere ma anche il loro rapporto post Raccoon City, elemento prima lasciato ai margini della narrazione che trova un’ottima applicazione invece qui, a scapito però dei personaggi secondari che risultano un po’ più abbozzati, sia come aspetto (molto più generico e meno efficace) che come caratterizzazione, portando quindi lo spettatore a mantenere un rapporto leggermente distaccato con questi ultimi. Elemento questo che però non va ad inficiare eccessivamente sulla godibilità del prodotto, grazie anche alla cura grafica e registica messa in atto.

    RESIDENT EVIL, QUELLO VERO

    Dal punto di vista registico, la serie risulta uno spettacolo per gli occhi. Eiichirō Hasumi ha infatti messo in scena dei movimenti e giochi di macchina che raramente vediamo in prodotti di questo genere, con l’intento in molteplici situazioni di replicare (con successo) i movimenti di macchina presenti nei videogiochi, donando al prodotto una continuità spettacolare con i videogame. Il discorso vale anche per il lato più tecnico, con i modelli utilizzati per i protagonisti identici a quelli del remake di Resident Evil 2 datato 2019, permettendo allo spettatore di riconoscere gli stessi personaggi, donando ancora una volta quella continuità spesso mancante in produzioni di questo tipo. Sempre per il lato tecnico, anche la fotografia si attesta su ottimi livelli, riuscendo a caratterizzare ottimamente le varie ambientazioni in giro per il mondo, con l’utilizzo di gradazioni di colore efficaci, anche se magari un po’ cliché.

    Il perché questo prodotto sia un vero Resident Evil va ricercato nell’atmosfera che riesce a creare. L’origine del brand va sicuramente cercata in quegli horror di serie b anni ‘70/’80, con “gli scienziati pazzi che creano i mostri ed i militari che salvano il mondo” riempiendo lo schermo di sangue e trash, ma mantenendo costante quella paura che rendeva iconici i prodotti.

    Questa serie riesce a prendere dai primi capitoli proprio quell’elemento di inquietudine e paura che creavano le armi biologiche (non si parla infatti solo di zombie, ma anche di altre creature) e il doverle affrontare spesso da soli, inserendo comunque scene più adrenaliniche per rendere il prodotto appetibile per tutti, ma senza cadere nella trappola “Resident Evil 6”, riuscendo quindi a mescolare adeguatamente i due elementi.

    CONCLUSIONE

    Sfruttando il secondo periodo d’oro che il brand sta vivendo, Netflix è riuscita a confezionare un ottimo prodotto, sia dal punto di vista tecnico, con animazioni e modelli spettacolari e una regia e fotografia ottime che ricalcano molto le atmosfere dei videogiochi, sia dal punto di vista della sceneggiatura, che riesce a creare una storia originale nella quale inserire i personaggi iconici pur senza esagerazioni e mantenendo il prodotto nella canonicità. Ma è l’atmosfera che la serie riesce a creare l’elemento vincente che rende questo prodotto un vero Resident Evil, degno quindi di essere recuperato da tutti i fan del brand, senza la paura di ritrovarsi di fronte a un Paul W.S. Anderson 2.0.

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