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  • MAESTRANZE – SCENEGGIATORI

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    Siamo giunti alla fine di un percorso durato circa un anno, in cui abbiamo esplorato diverse professioni del settore cinematografico, le cosiddette maestranze, dalle più note alle meno note. In chiusura, ultima ma non per importanza, non poteva mancare quella dello sceneggiatore cinematografico.

    CORNICE STORICA

    Facciamo un passo indietro e cerchiamo di capire la storia degli sceneggiatori, l’eredità che ci hanno lasciato e le lunghe battaglie che hanno condotto per vedere finalmente riconosciuto il loro operato nel cinema. In principio come molti di voi sapranno, non vi era distinzione tra operatori e autori, il prodotto cinematografico veniva consumato nelle piazze o nei teatri di posa:  al pubblico interessava poco di chi vi fosse dietro alla creazione del prodotto e a malapena si conosceva il nome della casa di produzione e gli imprenditori.

    Inizialmente i film duravano giusto qualche minuto e si basavano su “vedute” (riprese panoramiche di luoghi prevalentemente europei), sketch comici con gag fisiche ed esilaranti o, in alternativa, su testi sacri e dunque sulle “passioni” (film di carattere religioso). Quest’ultime detenevano uno stile narrativo più articolato, nonostante non si trattasse comunque di contenuti originali ma interpretazioni dei testi religiosi, poiché raccontavano effettivamente qualcosa rispetto alle altre categorie di film e permettevano allo spettatore di visionare un prodotto con una narrazione lineare, con un inizio e una fine. Le passioni furono dunque la base di sviluppo delle primissime sceneggiature: si capì infatti che erano necessarie una grande empatia e un coinvolgimento emotivo da parte dello spettatore per poter realizzare un cinema “narrativo”.

    Negli anni ‘20 in Europa si svilupparono diversi movimenti cinematografici e scuole di pensiero che avevano una visione del cinema come mezzo di espressione artistica e personale, cosa che andava controcorrente rispetto al cinema statunitense e al cinema britannico, che cercavano il più possibile di raccontare storie che entusiasmassero e coinvolgessero lo spettatore, ricche di azione, dramma e romanticismo. Si parla di sistema narrativo o narrazione forte: in essa assume grande importanza l’azione come fonte primaria di trasformazione di situazioni fortemente collegate in senso causale. Fu proprio negli anni ‘20 che alcune case di produzioni americane si stabilirono nel sobborgo di Hollywood, a Los Angeles, in California. Da quel momento, il luogo dove avvennero la maggior parte delle produzioni di fama e successo internazionale divenne celebre: stava nascendo la terra del cinema classico Hollywoodiano e della golden age.

    Per quanto bella e splendida fu la cosiddetta “età dell’oro” del cinema statunitense, in quel periodo la carriera degli sceneggiatori non fu sicuramente felice e spensierata, in quanto spesso erano soggetti a rigidi contratti con le case di produzione, non sempre generose nei pagamenti, soprattutto per chi fosse esordiente o alle prime armi. Ma il vero problema non era solo la paga, quanto più le condizioni in cui gli sceneggiatori si trovavano spesso a dover lavorare. Innanzitutto vi erano diversi reparti e lavoratori: i soggettisti si occupavano di dar vita alle idee, che dopo essere state partorite sarebbero passate al reparto sceneggiatura, che ne avrebbe sviluppato un intero copione a seconda delle esigenze produttive. La produzione e il produttore in particolar modo avevano diritto all’ultima parola sugli elaborati, determinavano la tipologia di prodotto da realizzare, censuravano e tagliavano intere parti di copione che potevano risultare “scomode” per la cultura e la tradizione americana o inadeguate per il target a cui si riferivano. Queste grandi limitazioni non permisero a molti sceneggiatori di spiccare e di veder riconosciuta la propria ingegnosità, passando in secondo piano rispetto alla figura del regista, considerato dal pubblico generalista e dalla critica, il vero autore delle pellicole.

    Robert Riskin

    Per darvi un’idea della diatriba che all’epoca si veniva a creare tra sceneggiatori e registi rispetto alla paternità del film, basti pensare che un giorno Robert Riskin (premio Oscar per la miglior sceneggiatura non originale nel ‘35), stanco di sentire parlare del famoso Capra’s touch, inviò a Capra 120 pagine bianche con scritto: “Metti il tuo famoso tocco su questo! (Put the Capra touch on that!)”. Infatti, è risaputo che registi di numerosi film campioni di incassi, come Capra o Alfred Hitchcock, si avvalessero di una lunga e produttiva collaborazione con alcuni sceneggiatori, non mettendo quasi mai mano al copione. Dunque, chi è l’autore del film? Domanda da un milione di dollari o forse, da pochi spiccioli, perché effettivamente una verità assoluta non c’è. La risposta può essere solo di carattere soggettivo e personale e ognuno può darne un’interpretazione diversa. Possiamo però affermare che per lo stato e la legge italiana che disciplina l’audiovisivo vengono considerati autori: soggettisti, sceneggiatori, compositori originali delle musiche, registi e produttori. Per avere un’idea di come vivessero questi professionisti durante la golden age, vi invitiamo a visionare Sunset Boulevard (1950) di Billy Wilder e la miniserie Hollywood su Netflix.

    Durante l’epoca d’oro di Hollywood lo sceneggiatore stava dunque dietro le quinte, un po’ come accade oggi in alcuni casi, con la differenza che al tempo egli doveva sottostare a un contratto strettamente vincolante sul piano economico e professionale, mentre oggi lo sceneggiatore è il più delle volte un freelancer con una paga media molto più alta, con contratti su commissione per singola produzione, e che è libero di lavorare contemporaneamente a più progetti e con più produttori diversi. Ma andando oltre il quadro storico ed evolutivo della figura dello sceneggiatore, andiamo a vedere di che cosa si occupa e quali sono le fasi di elaborazione e sviluppo di una sceneggiatura.

    LA PROFESSIONE  E LE MICRO-FASI

    Le sceneggiature possono nascere da idee originali o essere tratte da opere letterarie o testi teatrali già esistenti; da qui la necessità di due apposite categorie agli Academy Awards per distinguere le due tipologie di scrittura creativa per il cinema: la categoria per la Miglior sceneggiatura originale e quella per la Miglior sceneggiatura non originaleA prescindere dall’origine dell’opera, la sceneggiatura non è la prima fase da attraversare nel processo ideativo e creativo, bensì l’ultima. La prima fase è quella dell’ideazione e dunque del soggetto: da un’idea iniziale nasce lo spunto per un prodotto seriale o cinematografico e soltanto in seguito si decide di scriverne la sinossi e di svilupparne gradualmente la storia in poche pagine; il soggetto è, infatti, un’esposizione in forma breve.

    Segue la fase del trattamento, ovvero una narrazione più ampia che si avvicina – ma non è da confondere – al racconto letterario. Essa, diversamente dal racconto letterario, presenta infatti descrizioni di luoghi, motivazioni psicologiche dei personaggi e qualche indicazione di dialogo. Penultima fase, fondamentale e spesso sottovalutata, la scaletta: la sequenza “tecnica” delle scene, con una brevissima descrizione di quanto accade in ognuna di esse. La scaletta è molto utile per tenere a mente il rapporto tra fabula e intreccio e per evitare di compiere errori in fase di sceneggiatura. La fase successiva è quella in cui effettivamente, avendo tutti i dati e gli elementi necessari, si può procedere a scrivere, scena dopo scena, battuta dopo battuta, azione dopo azione. Senza soggetto, scaletta e trattamento, c’è il forte rischio che la sceneggiatura appaia incompiuta, colma di buchi, incongruenze e problemi di logicità.
    Il consiglio che molti maestri dell’arte creativa danno, è quello di seguire passo dopo passo ogni fase e di non avere fretta, ma lasciarsi trasportare dalla corrente dell’ispirazione. Alcuni sceneggiatori, per dare delle indicazioni precise sulle scene, realizzano o fanno realizzare da un disegnatore uno storyboard che serve al regista e alla produzione per lavorare meglio sul set, preparando solo quello che effettivamente verrà inquadrato e dando indicazioni fondamentali alla troupe, che si troverà così più preparata ad agire senza ulteriori giri di parole e perdite di tempo. Ma quali sono i formati di una sceneggiatura? Ci sono delle regole ben precise da rispettare (caratteri, font, ecc…).

    FORMATI E REGOLE

    Non molti sanno che esistono diversi formati di sceneggiature, nonostante oramai quello maggiormente utilizzato sia quello all’americana, anche in Europa. Il modello internazionale e più diffuso prevede che sia le didascalie che i dialoghi siano disposti nella parte centrale del foglio: le prime occupano tutta la larghezza, i secondi sono disposti al centro e incorporati in un margine ridotto. Il modello all’italiana, usato molti anni fa, prevede  che il testo sia diviso in due parti disposte longitudinalmente: a sinistra la parte descrittiva, ovvero le didascalie, a destra i dialoghi dei personaggi; la pagina risulta sostanzialmente divisa in due colonne. Infine, il modello alla francese si colloca in una via di mezzo tra gli altri due, disponendo in alto al centro una parte descrittiva e in basso a destra la parte coi dialoghi. Per quanto riguarda i caratteri e i font, lo standard americano prevede il courier 12 e il formato della carta Us-letter; in Europa sono utilizzati caratteri diversi a seconda del paese di produzione, ciò che conta sapere è che viene utilizzato un formato di carta A4. In ogni caso è preferibile utilizzare programmi e applicazioni specifiche come Celtx, piuttosto che Word o simili, la macchina da scrivere non è più usata per comodità e rapidità, in quanto il formato digitale può circolare più rapidamente e ovviamente può essere stampato.

    CONCLUSIONI

    Concludiamo questo articolo ricordandovi alcune delle scuole di cinema presenti in Italia presso le quali è possibile studiare e formarsi come sceneggiatori professionisti: tra le più rinomate il Centro sperimentale di cinematografia e la Scuola d’arte cinematografica Gian Maria Volontè.
    Scrivere è un’arte tanto bella quanto complessa, è necessario avere molta immaginazione, ma soprattutto qualcosa da raccontare e da dire, così come questa rubrica, nata con lo scopo di divulgare informazioni e approfondimenti sulle professioni del cinema rendendo giustizia a quelle meno conosciute, ma non per questo meno importanti.

    La rubrica è giunta alla sua conclusione ma sarà sempre disponibile sul sito, con la speranza che possa appassionare, incuriosire o ispirare i nostri lettori. Per leggere tutti gli articoli di questa rubrica clicca qui.

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  • MAESTRANZE – REGISTA

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    EXCURSUS STORICO

    Dopo aver esplorato professioni del cinema meno note ai più, è doveroso parlare della professione più ambita, più nota e più discussa del panorama cinematografico: quella del registaIn molti, tra critici e teorici del cinema, hanno dato delle definizioni di ciò che per loro è la regia, così come hanno fatto, in molte interviste, alcuni maestri della settima arte.

    Di certo la regia potrebbe indicare un insieme di elementi solo da un punto di vista tecnico ma, andando oltre a questo aspetto, essa è differente per ogni regista, docente e giornalista se si guarda all’aspetto creativo e artisticoKen Loach diceva: “Il dovere di un regista è dare importanza all’anima dello spettatore.” La regia potrebbe dunque essere interpretata come il cuore pulsante del film, il filo conduttore e la chiave di lettura degli eventi rappresentati. Dietro la regia vi sono numerosi addetti ai lavori di cui spesso non si parla, perché tutta la fase di lavorazione del film non viene impressionata su pellicola e proiettata in sala: da qui l’idea di iniziare questa rubrica da quelle professioni considerate alle volte di serie B o minori dal pubblico generalista fino ad arrivare, nella fase conclusiva, alla professione a cui si associa (erroneamente) ogni responsabilità riguardo la riuscita o meno del film, nonché la paternità dell’opera.

    In merito alla paternità dell’opera durante lo scorso secolo sono stati numerosi i dibattiti: inizialmente, infatti, i film venivano associati esclusivamente alla loro casa di produzione (“Il nuovo noir della Warner Bros”, “I western della Paramount” ecc.) e non direttamente al regista. 

    Tra i primi a rivendicare la paternità delle proprie pellicole fu, negli anni ’30, Frank Capra; fino a quel momento questo onore era toccato solo a padri del cinema come David.W.Griffith e Cecile B. DeMilleNel caso di Capra, non si trattava di un’affermazione di “autorialità”, quanto della rivendicazione di un’autonomia di gestione, di un completo controllo del processo di produzione (dal soggetto al montaggio) e del ruolo di responsabile definitivo, se non unico, del film, considerando la centralità del regista nell’epoca della golden age hollywoodiana.

    Tradizionalmente il cinema americano veniva associato ad una regia invisibile, funzionale e subordinata alla narrazione, a differenza del cinema europeo ed orientale, che invece era svincolato dalle direttive di produzione e dunque più riflessivo, profondo e personale: da qui inizia ad esserci una distinzione tra cinema d’autore e cinema narrativo/commerciale.

    Con il passare del tempo è indubbio che vi siano state influenze e contaminazioni reciproche: si pensi ai film di Tarantino, che celebrano tanto il classicismo puro di John Ford, quanto gli spaghetti western di Sergio Leone, per non parlare degli omaggi alla cultura orientale e al cinema di Akira Kurosawa.
    Rivoluzionario e determinante per il futuro del cinema statunitense fu Citizen Kane (Quarto Potere) in cui Orson Welles si dimostrò innovativo, trasgressivo e incurante dei canoni standardizzati delle produzioni hollywoodiane. Questo film influenzò radicalmente qualsiasi cineasta americano nonché la concezione stessa del regista, non più ridotto a mero gestore del film ma autore dello stesso. La storia della regia è veramente lunga, articolata e complessa, e in effetti necessiterebbe di una rubrica a parte.

    Ma andando al sodo dunque: di cosa si occupa il regista?

    COMPETENZE

    Le competenza del “regista tipo” sono molteplici: esse riguardano non solo la fase di riprese come molti di voi sapranno, ma anche la fase di pre-produzione e post-produzione, quest’ultima in parte o relativamente.

    Nella fase di pre-produzione il regista ha il compito e il dovere di leggere la sceneggiatura (se non scritta direttamente da lui) e analizzarla, farne una sua interpretazione cercando di capire come cogliere l’anima del testo, qual è il modo migliore di valorizzarlo e che tipo di regia è necessaria, pensando quindi al miglior utilizzo di inquadrature, piani e campi di ogni tipo da realizzare in fase di produzione.
    Ma non finisce qui: spesso i registi collaborano con i casting director nella scelta degli attori/attrici principali o secondari. I ruoli da protagonisti, infatti, sono spesso voluti o suggeriti alla produzione direttamente dai registi, per motivi legati a prestanza fisica, doti recitative reputate più idonee per un determinato ruolo o sodalizi vincenti.

    La scelta del cast tecnico è invece lasciata perlopiù alla produzione, anche se non mancano casi in cui la volontà del regista è predominante, soprattutto nel caso di registi particolarmente affermati o per quanto riguarda collaborazioni “fisse” del regista con alcuni professionisti: pensate alla collaborazione fra Christopher Nolan e Hans Zimmer ad esempio.

    La fase di riprese è la più stressante ma allo stesso tempo la più bella e intensa per alcuni registi. Qui i loro compiti si moltiplicano così come le loro responsabilità:

    – Prima di tutto viene stabilita una cosiddetta Shot list, ovvero un elenco di tutto l’occorrente necessario per una determinata scena o inquadratura del film che consenta alla troupe di orientarsi e prepararsi prima dell’effettivo “ciak”.

    – Segue la definizione della sequenza di realizzazione delle scene, fase cruciale in cui si stabilisce l’ordine in cui avverranno le riprese, ordine che spesso non corrisponde all’andamento degli eventi della sceneggiatura.

    – La verifica delle tecniche recitative, ovvero che gli attori riescano a trasmettere quanto voluto, dando loro indicazioni e suggerimenti su come rendere al meglio il personaggio interpretato. La direzione degli attori non è qualcosa in cui tutti i registi sono particolarmente bravi: sono infatti necessarie empatia e una certa comprensione, senza dimenticare i complessi di inferiorità o blocchi che possono capitare. Kubrick, ad esempio, era un ottimo regista e direttore della fotografia, ma era in grado di esasperare non poco gli attori per ottenere la perfezione, arrivando perfino a un centinaio di ciak per una singola scena, cosa che risultava psicologicamente estenuante per gli attori coinvolti.

    – Collaborare con il direttore della fotografia per la direzione dei tecnici, gli spostamenti della macchina da presa e del set luci. Anche questo aspetto risulta determinante per la riuscita del film: ottenendo un connubio tra regia e fotografia una buona parte del lavoro è fatta, manca solo un buon “taglia e cuci” da parte dei montatori.

    – Verificare la qualità tecnica e artistica del girato giornaliero in modo da attivare le azioni correttive, tra cui la ripetizione delle riprese relative alle inquadrature problematiche. In questa fase è fondamentale il ruolo della segretaria di edizione, a cui abbiamo dedicato il primo capitolo di questa rubrica.

    – Concordare con l’autore/sceneggiatore eventuali modifiche alla sceneggiatura che potrebbero facilitare o migliorare l’esito finale. Questo aspetto apre ulteriori parentesi in cui non ci addentreremo ma, come potrete immaginare, è molto più complicato quando un regista e uno sceneggiatore collaborano per la prima volta, rischiando di creare gerarchie futili a seconda del carattere e della personalità degli interessati. Sicuramente è importante comunicare sin da subito e far sì che ognuno faccia il proprio lavoro, consigliando o suggerendo cambiamenti all’altro senza cercare di influenzarlo eccessivamente mancandogli di rispetto. 

    Non mancano casi di autori a tutto tondo che si occupano tanto della stesura del soggetto e dello sviluppo della sceneggiatura, quanto della regia, fino ad arrivare, in alcuni casi, addirittura a svolgere il compito di produttori e direttori della fotografia: Kubrick amava tanto curare il design dei suoi film, la fotografia, gli effetti speciali, mentre Woody Allen, ad esempio, è anche il principale protagonista e attore feticcio di molti suoi film, così come lo stesso Kennet Branagh.

    Passata questa fase centrale di ripresa, si arriva verso la conclusione, dunque alla post-produzione del film. Quelle del montatore e del regista sono due figure professionali diverse e spesso anche in conflitto tra loro, in quanto non è detto che l’idea di montaggio iniziale, venga mantenuta in fase di post-produzione, sia per logiche produttive, sia per la filosofia e visione d’insieme dei “sarti della settima arte”. Quindi ciò che un regista può fare in questa fase è supervisionare:

    – Curare il rapporto tra visivo e sonoro, assicurandosi che il tutto corrisponda in fase di finalizzazione dell’opera.

    – Far eseguire controlli sull’esattezza dei titoli, eventuali sottotitoli e didascalie.

    – Seguire la stampa della copie di pellicola fino alla copia “madre” ovvero quella definitiva.

    Anche in questo caso il conflitto tra montatori e registi non deve compromettere il risultato; moltissimi autori e maestri del cinema hanno concepito delle loro versioni di montaggio che spesso sono rese disponibili al cinema o in blu-ray dopo anni dall’uscita del film: si tratta delle cosiddette director’s cut, le versioni di montaggio concepite dalla mente del regista, secondo la sua personale visione. Celebri le director’s cut di Francis Ford Coppola e Oliver Stone, che presentano ore di girato in più e conferiscono un tocco di autorialità in più all’opera.


    CONCLUSIONE

    Tirando le somme di questo articolo, la professione del regista è certamente tra quelle più ambite nel campo del cinema ma non necessariamente la più importante: tutte le professioni, infatti, ricoprono una grande importanza nel settore, proprio come un pezzo di un puzzle senza cui il lavoro rimarrebbe incompiuto e imperfetto.

    Non mancano di certo le scuole di regia e accademie di cinema in Italia e nel mondo, ma esistono diverse scuole di pensiero in merito: chi dice che siano fondamentali per poter diventare un regista affermato, quantomeno per iniziare a comprendere la logica dell’industria audiovisiva, e chi afferma siano sopravvalutate, perché ciò che conta è la visione dell’artista, il contenuto, l’amore per il cinema, più di ogni altra cosa.
    “In medio stat virtus” ovvero la virtù sta in mezzo. La passione e il talento non si comprano di certo, sono doni innati della natura e della vita, ma una formazione culturale e professionale è altrettanto necessaria per comprendere al meglio questo mondo, fatto di artigiani, uomini e donne pronti a sacrificare tutto pur di vedere realizzato il proprio sogno.

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  • MAESTRANZE – VFX DESIGNER

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    In questo nuovo articolo della rubrica Maestranze esploreremo il fantastico mondo degli effetti visivi, parlando in particolar modo della figura del VFX Designer. Con il termine VFX o FX si fa riferimento agli effetti speciali, ovvero a quei processi di creazione e/o trasformazione di un’immagine creando “un’illusione di realtà in una situazione in cui non è possibile, economico o sicuro usare le cose reali” (Eustace Lycett).

    EVOLUZIONE STORICA

    Non possiamo non iniziare menzionando George Méliès, grande illusionista e regista francese dei primi del Novecento, considerato tra i padri fondatori della settima arte. Il suo cinema fu definito fantastico e di fantascienza da molti critici, per l’ampio ricorso a innovative tecniche di montaggio da lui sperimentate e ideate, oltre che per l’ampio uso di effetti speciali quali l’esposizione multipla, le dissolvenze e l’uso del colore (dipinto a mano direttamente sulla pellicola, una tecnica insolito per l’epoca).

    Tra gli anni ‘10 e ‘20 del XX secolo, molti di questi “trucchi” vennero perfezionati dagli studi di animazione grazie allo sviluppo di nuove tecnologie. è in questi anni che vide la luce un capolavoro del cinema espressionista, firmato Fritz Lang: Metropolis. L’opera di Lang è, ad oggi, considerato uno dei film più importanti della storia del cinema, in quanto ha influenzato generazioni di registi molto diversi tra di loro, da Orson Welles a Tim Burton. Il pezzo forte di questa pellicola è rappresentato dagli effetti visivi utilizzati, per lo più delle tecniche geniali ed innovative che rappresentarono una vera e propria rivoluzione. Per fare un esempio su tutti, si è fatto ampio uso dell’effetto Schüfftan, un trucco cinematografico basato sull’utilizzo di uno specchio biriflettente che, posto a quarantacinque gradi rispetto alla macchina da presa, riflette oggetti e miniature fuori campo che possono essere ingranditi.

    Altrettanto importanti furono le novità sperimentate con l’introduzione del colore, ad esempio ne I Dieci Comandamenti (di Cecil B. DeMille, 1956) o con capolavori come 2001: Odissea nello spazio di S.Kubrick del 1968.

    Gli anni settanta, invece, furono testimoni della nascita di nuove tecnologie come gli animatronics, complessi sistemi meccanici ed elettronici comandati a distanza ed in grado di compiere dei semplici movimenti. Questi furono impiegati ad esempio per Lo squalo, considerato il primo Blockbuster della storia del cinema. Steven Spielberg e George Lucas, molto amici, si sfidavano a colpi di effetti speciali in quegli anni: da un lato vi erano film come Incontri ravvicinati del terzo tipo, E.T l’extratterestre, Lo squalo,  dall’altro la primissima trilogia di Star Wars.

    Infine, arrivando agli anni 90, l’avvento della CGI (Computer Generated Imagery) cambiò radicalmente l’aspetto degli effetti speciali. In realtà la tale tecnica computerizzata fu già sperimentata precedentemente per altri film come ad esempio in Tron (1982) . L’uso più spettacolare della CGI è dato dalla produzione di immagini fotorealistiche di creazioni di fantasia: le immagini potevano essere create al computer utilizzando le tecniche usate nei cartoni animati o nei modelli animati.

    LA PROFESSIONE

    Un VFX designer si occupa di realizzare effetti speciali ottenuti secondo diverse tecniche che impiegano sia supporti fisici durante le riprese ma anche appositi software per la post-produzione; tale professione si rifà anche al campo videoludico e televisivo.

    Ad oggi le tecniche ampiamente usate in fase di post-produzione sono:

    • Motion capture;
    • Matte painting;
    • Animation;
    • 3D computer grafica;
    • Rigging;
    • Rotoscoping;
    • Match moving;
    • Compositing, che prevede l’utilizzo di green o blue screen

    Ovviamente ciò non vuol dire che non vengano più impiegati effetti ottici e/o meccanici, ma negli ultimi decenni il loro utilizzo è andato via via diminuendo, prediligendo sempre di più la computer grafica.

    La figura del VFX designer ha il compito di coordinare tutto il lavoro che avviene sul set con gli effetti reali, per anticipare eventuali errori che potrebbero presentarsi nella fase successiva; in questo caso è fondamentale che vi sia un dialogo e un confronto costante tra responsabili di reparto, che si rispettino eventuali scadenze e tempi di realizzazione. Sebbene il VFX designer non lavori sul set, è necessario che conosca nozioni di illuminotecnica, regia e fotografia, così da poter dare indicazioni utili ed efficaci. Nello specifico tale professionista deve conoscere alla perfezione il mondo del cinema, da un punto di vista teorico ma soprattutto pratico, avere padronanza delle tecniche nonché degli strumenti digitali a cui si appoggia. Tra i software più gettonati vi sono Adobe Creative Suite, Blender e Autodesk Maya.

    CONCLUSIONE

    Traendo le somme, possiamo affermare che questa professione è strettamente legata all’evoluzione tecnologica, digitale e, dunque, prevede un costante aggiornamento, con nuovi strumenti e software attraverso i quali si possono introdurre tecniche innovative, sperimentando e rinnovando il mondo dell’audiovisivo. Chiunque voglia addentrarsi in questo fantastico mondo deve prima formarsi. Esistono moltissimi corsi per VFX designer, tra i più rinomati citiamo quello della Scuola d’arte cinematografica Gian Maria Volontè, a Roma.

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  • RECENSIONE FLEE – UNA SEDUTA CATARTICA

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    Flee è un film d’animazione del 2021 diretto da Jonas Poher Rasmussen e prodotto da Vice media. L’opera potrebbe anche essere inserita nella categoria documentario data la natura del prodotto: un racconto attraverso i ricordi di Amin Nawabi, sdraiato su un mobile e con sopra di sé una telecamera, come fosse il soggetto di una seduta di psicanalisi.

    Il film presenta salti temporali continui tra passato e presente, così da farci capire qual è la situazione di Amin nella contemporaneità. Flee vuol dire fuggire, una parola che riassume perfettamente la vicenda che vede coinvolto il protagonista, una storia che richiama gli affetti di un uomo costretto a nascondersi, a sentirsi sbagliato in quanto afgano e omosessuale. La storia di Amin cattura sin da subito lo spettatore in sala, poiché prende le sembianze di una piacevole rimembranza sulle note di Take on me degli a-ha e di un affresco della capitale afghana, Kabul.

    L’inizio e la fine del film sono  molto più lieti rispetto al contenuto della parte centrale, in cui apprendiamo le tristi vicissitudini della sua famiglia, i problemi causati dalla guerra civile negli anni 90’ e il desiderio di fuggire per poter ricominciare da zero. La fuga però non è una cosa semplice: richiede tempo, denaro e molta pazienza, cosa non facile per chi fugge dagli orrori della guerra. Amin è solo un ragazzino quando scappa insieme alla famiglia dall’Afghanistan, si ritrova presto adolescente quando sbarca a Copenhagen, luogo da cui racconta la sua storia, dopo anni di menzogne.

    Amin ci permette di inquadrare il contesto storico-sociale in cui si collocano gli eventi da lui narrati, all’indomani del crollo dell’Unione sovietica e della caduta del muro di Berlino, con conseguente fine della guerra fredda e l’inizio di un periodo di grandi tensioni in Medio Oriente con il coinvolgimento in prima linea degli Stati uniti d’America. Il caso vuole che l’uscita del film nelle sale italiane coincida con le vicende recenti dell’invasione dell’Ucraina da parte della federazione Russia, dunque un ottimo strumento di riflessione e sensibilizzazione sulla guerra, sulle sue conseguenze e sulle condizioni di precarietà dei rifugiati.

    Il personaggio di Amin afferma di essersi vergognato della sua omosessualità, altra tematica significativamente importante nell’economia narrativa.
    Sin da subito il regista, suo migliore amico, ci mette nelle condizioni di conoscere la sensibilità del personaggio, nonché il fardello che ha dovuto portare con sé per tanto tempo, a causa della sua cultura e tradizione, esplorando il passato dell’uomo e permettendoci di empatizzare con lui. Lo spettatore è così portato a fare un passo avanti e comprendere cosa ha rappresentato per Amin essere un rifugiato e un omosessuale allo stesso tempo, soggetto a potenziali discriminazioni ogni giorno. 

    Flee riesce a commuovere, a strappare un sorriso di solidarietà e affetto sincero verso Amin e il popolo afgano. Lo spettatore esce dalla sala con una consapevolezza in più, una visione dall’alto rispetto alle stragi di guerra e alle storie che si celano dietro quei volti impauriti di donne, uomini e bambini, spesso filtrati da uno schermo televisivoDa un punto di vista tecnico l’opera è nel complesso piuttosto piacevole e per niente disturbante, con l’alternarsi di scene d’animazione e riprese reali che ci ribadiscono la natura del prodotto: un documentario dai tratti e archetipi narrativi tipici di un film di finzioneLa tecnica di animazione utilizzata è molto interessante perché differisce dai film di questo genere: i personaggi sono più limpidi e chiari quando Amin racconta degli eventi che rientrano nella quotidianità o di cui ha una ottima memoria, mentre diventano confusi, sfumati, quasi dei bozzetti, quando la situazione è più vaga o cupa, difficile da raccontare. Non è un caso che il film ha ricevuto tre candidature (più che meritate) agli Oscar 2022 nella categoria miglior film d’animazione, miglior documentario e miglior film straniero

    Il film uscirà nelle sale italiane il 10 marzo 2022. 

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  • MAESTRANZE – LOCATION MANAGER

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    Un ruolo significativamente importante per la scelta dei luoghi in cui effettuare le riprese di prodotti televisivi e cinematografici, così come di videoclip musicali o di spot pubblicitari, è quello del location managerCome si può evincere dal termine inglese, coloro che svolgono questa professione hanno il ruolo di trovare e gestire possibili location da cui far partire la fase centrale di lavorazione del prodotto, detta anche shooting.
    È un compito pieno di responsabilità, che prevede la collaborazione con i reparti di regia, sceneggiatura e scenografia, senza dimenticare il consenso e il parere della produzione stessa.

    La prima fase è quella di pre-parazione: durante questa fase il location manager discute con i reparti citati in precedenza circa i luoghi descritti nella sceneggiatura, le necessità del reparto regia rispetto alle riprese da effettuare e le eventuali modifiche scenografiche da apportare, nonché i costi che ne conseguiranno. É in questa fase che si imposta una prima bozza e un piano generale delle riprese.

    La seconda fase, tra le più importanti e difficili, consiste nella ricerca, una vera e propria attività di scouting, che deve tener conto all’epoca, delle ambientazioni ideali e allo stesso tempo di aspetti ambientalistici e stilistici del film o prodotto in questione.
    I location manager più noti e abbienti si avvalgono dell’aiuto di alcuni collaboratori durante questa fase, in quanto il raggio in cui operano sul territorio può essere molto ampio.

    Successivamente viene fatta una lista delle location più valide e conformi alle richieste o possibilità della produzione, e ha inizio la terza fase, ovvero quella dei sopralluoghi: una serie di incontri con i proprietari delle strutture o le amministrazioni pubbliche per verificare la loro idoneità, sotto differenti aspetti, stilando una lista con il numero di set da organizzare.

    Segue la preparazione effettiva che, a differenza della prima fase, non guarda il piano generale ma la stipulazione di contratti e concessioni con chi detiene i diritti di proprietà delle location, gli eventuali permessi con le forze dell’ordine e con enti o ministeri competenti in materia, nonché la risoluzione di problemi logistici quali strumentazioni tecniche o parcheggi per la troupe. A tal proposito viene effettuato un ultimo sopralluogo con tutti i capi reparto.

    Quando è tutto pronto, comincia la fase di ripresa, in cui il location manager continua il suo lavoro, svolgendo altre mansioni importantissime, come coordinare il traffico con le forze di polizia, procedere ai pagamenti delle location, vigilare sulla sicurezza interna dell’ambiente lavorativo e garantire un clima sereno e stimolante a tutte le maestranze. Questa risulta essere una delle fasi più stressanti in quanto il libero professionista deve avere occhi e orecchie dappertutto, non dando mai segnali di debolezza e mostrandosi sempre energico e attivo.

    Infine vi è la fase di ripristino: lasciare le location nelle stesse condizioni della fase antecedente le riprese, se non meglio. Pena eventuali risarcimenti e costi a cui dovranno far fronte la produzione e la compagnia assicurativa. Per questo impiego, non esistono veri e propri corsi di laurea specifici o accademie, occorrerebbe lavorare all’interno di qualche studio televisivo o cinematografico e seguire un vero e proprio mentore da cui apprendere tramite l’esperienza diretta sul campo. Sarebbe inoltre utile avere conoscenze di strategy plan ed event management, riguardo ai quali è possibile trovare moltissimi corsi online o libri/manuali su cui studiare.

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  • MAESTRANZE – DIRETTORE DELLA FOTOGRAFIA

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    <<La fotografia è verità, e il cinema è verità ventiquattro volte al secondo.>>
         (Jean-Luc Godard).

    In questo percorso, iniziato circa un anno fa, ci siamo occupati di quasi tutte le professioni del cinema, soprattutto quelle meno note; dunque non ci rimane altro che parlare di quelle più in voga e conosciute dai più, motivo per cui ci concentreremopiù sull’evoluzione storica di queste maestranze e meno sugli aspetti tecnici o sulla formazione professionale (come invece avevamo fatto negli articoli precedenti).
    Innanzitutto, non potremmo non menzionare quanto la fotografia rappresenti un precursore molto importante nella storia del cinema, come comprovato dagli esperimenti di fine Ottocento di Eadweard Muybridge, fotografo britannico che portò avanti diverse ricerche e sperimentazioni sulle prime immagini in movimento, raggiungendo una tappa importantissima per il progresso tecnologico dell’epoca e per il futuro della settima arte.

    Uomo che cammina sulle mani di Eadweard Muybridge.

    Il ruolo della fotografia divenne sempre più importante nel cinema nel corso degli anni ‘20 grazie alle avanguardie europee, quali quella sovietica, impressionista francese ed espressionista tedesca. Nel caso dell’impressionismo, molto importante fu il concetto di Fotogenia di Louise Delluc, noto regista e sceneggiatore francese di quegli anni, il quale affermava che “la fotogenia è una qualità presente nelle cose e negli esseri, ma che risulta accresciuta dalla riproduzione fotografica e cinematografica.”. Riportiamo qui di seguito un estratto dell’articolo “La bellezza del cinema” pubblicato su Cinema e Cinema n.64 nel 1917: «Questa è bellezza, bellezza alta, direi quasi la bellezza del caso ma bisogna rendere giustizia all’operatore: ha saputo vedere con tale abilità che noi abbiamo esattamente le stesse sensazioni di mare, di cielo, di vento che ha avuto lui. Non è più un film. È la verità naturale.»

    Delluc parla dunque di operatori, questo perché agli albori del cinema non vi era una vera e propria divisione dei lavori e dei compiti e non erano nemmeno concepiti i termini “regista” o “direttore della fotografia”: vi erano gli imprenditori come i Fratelli Lumiere -o altri interessati a questa strabiliante scoperta- che ingaggiavano persone disposte ad effettuare riprese. Si trattava, di fatto, dei primi veri e propri operatori, non accreditati.

    Roger Deakins, uno dei migliori DOP della nostra epoca.

    Successivamente nel corso degli anni nacquero sempre più figure professionali legate al mondo del cinema, con una maggiore specializzazione e specificità, di conseguenza emersero associazioni e sindacati per tali categorie, come la Screen Director Guild e la Screen Writer Guild, attive ancora oggi.
    Così emerse anche la figura del direttore della fotografia, autore dell’estetica del film e curatore della qualità dell’immagine e dell’illuminotecnica sul set.
    Il direttore della fotografia si avvale di molti interventi tecnici quali la composizione dell’inquadratura, la disposizione delle luci -e di conseguenza delle ombre-, il controllo dei movimenti della macchina da presa, le scelte sull’angolo di ripresa, sulla messa a fuoco e sulla profondità di campo; ha inoltre la grande responsabilità di tradurre in una sequenza d’immagini la storia e l’atmosfera voluta dal regista. Ogni direttore della fotografia ha una visione estetica personale, un marchio stilistico costante e coerente in ogni opera cinematografica realizzata. Per mantenere tale coerenza stilistica spesso collaborano con gli stessi registi, dando vita a lunghi sodalizi, come nel caso del dop Luca Bigazzi e del regista premio Oscar Paolo Sorrentino.
    Fondamentale è, inoltre, il rapporto tra il direttore della fotografia e l’operatore di ripresa, considerato anche come il suo “occhio destro”. Gli altri collaboratori diretti di questa figura professionale sono il capo elettricista che, a sua volta, coordina la squadra addetta alle luci, ed il capo macchinista che regola gli spostamenti del carrello con la macchina da presa.

    Luca Bigazzi sul set de Il Divo di Paolo Sorrentino.

    Inoltre, in alcuni casi, può anche partecipare alla supervisione del girato in fase di post-produzione, per dare consigli sui raccordi ai montatori e garantire una certa continuità visiva al lungometraggio.
    Per quanto riguarda l’aspetto formativo, un direttore della fotografia deve avere una solida educazione tecnica e fare tanta esperienza sul campo. Non mancano accademie e corsi presenti in Italia per acquisire tali competenze tecniche come il Centro sperimentale di Fotografia di Roma, l’Accademia Nazionale del Cinema di Bologna o l’Accademia di Cinema Griffith.

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  • RECENSIONE SUPEREROI – IL NUOVO FILM DI PAOLO GENOVESE

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    “Il tempo non esiste”.

    Così diceva Einstein e così viene spesso ripetuto da Marco nel film, che non a caso interpreta un fisico. Eppure passato e futuro si intrecciano lungo la visione, intramezzata da continui salti temporali al fine di mostrare allo spettatore l’evoluzione di una coppia, gli ostacoli da loro affrontati, i dubbi che li attanagliano, le perplessità e i momenti più felici vissuti insieme. Questo è Supereroi, l’ultimo film di Paolo Genovese, ben noto al pubblico italiano per film come Tutta colpa di Freud, Perfetti sconosciuti e Immaturi.

    Genovese sceglie due attori affermati per questi personaggi altamente complessi, entrambi vincitori di almeno un  David di Donatello nella loro carriera. Anna, interpretata da Jasmine Trinca, è una vignettista con il sogno di realizzare un fumetto: il nome stesso del film si ispira a questo suo sogno. Per Anna i supereroi sono le coppie, quelle che riescono a rimanere insieme nonostante i problemi, le incomprensioni, nonostante tutto. Ogni numero dei suoi fumetti rappresenta un ostacolo quotidiano che ogni coppia deve affrontare nel corso di una relazione. Anna è dunque una creativa, un’artista; Marco (Alessandro Borghi), al contrario, è un razionale insegnante di fisica. I due vedono il mondo e la vita in modo completamente differente -razionalità da un lato e instabilità ed emotività dall’altro- motivo per cui queste due personalità non riescono sin da subito a convivere l’una con l’altra, affrontando numerose difficoltà ma trovando, alla fine, un equilibrio.

    Alessandro Borghi si conferma un attore talentuoso e con grande carisma, ormai una certezza nel panorama italiano. Jasmine Trinca non è da meno, riesce ad emozionare, commuovere ma anche a farci arrabbiare quando il suo personaggio, com’è umanamente comprensibile, sbaglia.

    Le personalità di Anna e Marco  ricalcano quella che è, ormai, una peculiarità costante dei personaggi di Paolo Genovese, umani, né bianchi né neri, non idealizzati ma reali, con i loro difetti e le loro imperfezioni, apparentemente fantastici ma con qualche scheletro nell’armadio. I protagonisti del film riescono a mettersi in gioco ed a mostrare la sfera emotiva di un individuo, ogni stato d’animo e forma di cambiamento all’interno di un rapporto.

    Durante la visione, si ha quasi la sensazione che non venga omesso o censurato nulla, che la finzione sia piuttosto fedele ad un ritratto della realtà: nessuna frase fatta, nessun comportamento irreale, tutto è impressionantemente realistico e credibile, caratteristica di cui pochi film di questo genere possono vantare.

    La Regia non emerge tantissimo come i precedenti film di Genovese; in compenso, però, si apprezza l’originalità del soggetto nonché la costruzione della storia, i dialoghi inseriti in sceneggiatura, non sempre scontati o banali, ad eccezione di qualche cliché tipico della cinematografia italiana degli ultimi anni.

    Il montaggio appare un tantino confusionario per via dei timeskip ma si riesce a comprendere dove ci troviamo grazie all’ottimo lavoro fatto da truccatori e costumisti; l’aspetto dei personaggi, ma anche l’ambiente circostante, sono infatti fondamentali per capire il contesto di ogni scena.

    Supereroi è un film dal carattere prettamente drammatico, con pochissime sfumature comiche e tanto romanticismo, tradizionale e innovativo allo stesso tempo. Non si tratta di una semplice storia d’amore, ma di come e cosa affronta una coppia nella costruzione di un rapporto lungo e duraturo come quello di Marco e Anna, fatto anche di sacrifici, compromessi e cadute.

    Per gran parte del film ci viene ribadito come tutto sia predeterminato e vengono portate avanti teorie fatalistiche sul come, quando e perché si incontra qualcuno: è frutto del destino o di una serie di casualità e coincidenze? Una domanda che troverà risposta solo nell’epilogo di quest’opera di Genovese, che riesce a non deludere le aspettative e a farci commuovere.

    Il tempo esiste e lo notiamo quando viene a mancare, non è vero che tutto è determinato, nulla è certo.”

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  • MAESTRANZE – FONICO

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    Nel 1927 la Warner Bros., ormai in crisi a causa di un dissesto economico, decise di produrre un film molto diverso dai suoi simili, con una peculiarità unica e originale: il sonoro.
    Il cantante jazz fu così il primo film sonoro della storia, anche se presentava principalmente numeri musicali più che dialoghi. Fu nel 1928 che uscì invece il primo film interamente parlato, ovvero Lights of New York, prodotto dalla medesima casa di produzione.
    L’introduzione del sonoro cambiò radicalmente il modo di concepire il cinema, e sin da subito tale cambiamento ebbe reazioni contrastanti: alcune case di produzione reagirono in modo ottimista, ma molte caddero nel panico più totale, in quanto tutto ciò avrebbe cambiato le sorti della settima arte.
    Il sonoro contribuì a numerose sperimentazioni e alla nascita di alcune tra le figure professionali più importanti legate al suono e alla costruzione della colonna sonora di un film: il fonico o tecnico del suono.
    Il fonico, a differenza delle altre figure professionali del mondo del cinema, non basa il suo lavoro sul “mostrare”, d’altronde si rifà all’udito e non alla vista, ma soprattutto non lascia tracce di sé, e infatti tanto più è bravo, tanto più risulta essere “invisibile” alle nostre orecchie.
    Tale invisibilità, spesso, non rende giustizia al suo lavoro, e per questo è corretto dare spazio anche a questa maestranza del cinema, dalla quale dipende la qualità del suono, ad oggi imprescindibile nella produzione di un film.

    Innanzitutto bisogna distinguere le diverse figure professionali che si occupano del suono:
    – il fonico di presa diretta
    – il fonico di doppiaggio
    – il fonico di missaggio
    – il sound designer 

    Il fonico di presa diretta (o rumorista) si occupa di registrare i suoni durante le riprese del film utilizzando apparecchiature di vario tipo, spesso ergonomiche e di ampia autonomia, che possono essere trasportate con una certa facilità.
    Dal fonico di presa diretta dipende la qualità dei dialoghi, a cui si accompagnano la gestione dei rumori dell’ambiente circostante e l’eliminazione di eventuali forme di disturbo o distrazione per gli attori sul set e di conseguenza per il risultato sonoro finale.
    I suoni vengono catturati dal microfonista, che si occupa di collocare i microfoni in vari punti sul set o di sostenerli personalmente o distribuendoli agli attori, posizionandoli ben nascosti sotto i loro indumenti (all’altezza del petto). Esistono a tal proposito diverse tipologie di microfoni, dai più piccoli ai più grandi, come ad esempio il boom, composto da un microfono direzionale, montato su un braccio e posizionato appena fuori dal telaio della telecamera.
    Il fonico di doppiaggio è responsabile di registrare invece i dialoghi o i rumori in sala di doppiaggio, durante la fase di post-produzione.
    Spesso sono presenti attori stranieri che vengono doppiati oppure alcuni attori che decidono di ri-doppiarsi nella stessa lingua: dunque qui ci riferiamo sia ad un doppiaggio relativo allo stesso paese di produzione del film, che relativo a paesi stranieri, per i quali sarà necessaria prima di tutto la fase di adattamento.
    Il fonico di missaggio deve invece ibridare i suoni sul set e quelli ricavati dalla sala di doppiaggio, cercando un’armonia sonora che possa far risultare il più naturale possibile.
    Il sound designer, infine, è colui che dirige l’impianto sonoro del film: lavora su timbri, sfumature, echi, risonanze. Il suo mestiere è paragonabile a quello di un compositore musicale: tutti i suoni a sua disposizione risultano come note, tramite le quali poter comporre una partitura.
    Quella del tecnico del suono è una professione molto incentrata sull’ascolto, dunque è necessario avere un buon udito, ma soprattutto adeguarsi a qualsiasi contesto (interno o esterno) e soprattutto alle più disparate condizioni climatiche. È fondamentale la collaborazione con le altre maestranze sul set e in particolar modo con microfonisti e operatori di ripresa, con cui si lavora a stretto contatto.
    Se siete interessati a questa professione, esistono tantissime accademie presso cui approfondire gli studi sul suono e applicarli in ambito cinematografico, e ovviamente non possiamo non menzionare il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, dal quale sono usciti e continuano a uscire alcuni tra i migliori fonici italiani.

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  • MAESTRANZE – MAKE UP ARTIST

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    Una professione fondamentale per rendere credibile il volto di un attore o di un’attrice è quella del make up artist, la quale necessita di un accurato studio e di una completa conoscenza dei volti e della fisionomia umana, in tutte le sue ampie sfaccettature.

    Da sempre truccatori e truccatrici hanno lavorato all’interno dei set cinematografici: fin dagli albori del cinema nei primi anni del ‘900, infatti, queste figure erano sempre pronte a passare prima cerone e poi fondotinta agli interpreti.

    IL TRUCCO CINEMATOGRAFICO NELLA STORIA

    Nella tradizione teatrale era previsto un uso massiccio del cerone e di altri prodotti simili, al fine di enfatizzare i tratti del volto degli attori, così da essere visibili anche agli spettatori seduti nei posti più lontani.

    Nel XIX secolo, con l’introduzione delle luci a gas, un tale Ludwig Leichner creò una linea di ceroni color pelle, i quali, però, quando venivano impressionati dalla macchina da presa cambiavano tonalità: le tonalità calde in grigio scuro o nero, e quelle fredde in grigio chiaro o bianco. A causa di questi problemi si cominciò ad utilizzare nuove tecniche: Max Factor crea il primo trucco per il cinema, il Supreme Greasepaint: fondotinta chiari e semiliquidi, facilmente applicabili, con un risultato decisamente più naturale del cerone.

    Inoltre, le attrici, al fine di ottenere sguardi “magnetici”, utilizzavano il rossetto scuro sulle labbra e ombretti scuri leggermente sbavati, ma anche mascara e ciglia finte.

    Dunque, in breve, nell’era del cinema in bianco e nero la tipologia di trucco utilizzata dipendeva dal formato della pellicola, dalla tonalità dei grigi e dalle luci utilizzate sul set. Quando, a cavallo tra anni 50 e 60, arriva l’avvento del formato a colori, si comincia ad utilizzare tecniche differenti, basate maggiormente sulla valorizzazione dei visi degli attori/attrici e sulle mode o tendenze del momento.

    Nella contemporaneità, oltre al lavoro dei make up artist si fa spesso un uso massiccio di effetti speciali o tecniche CGI, purtroppo non sempre efficaci come il caso del trucco su Robert de Niro in The Irishman (2019, Martin Scorsese).

    LA PROFESSIONE IN BREVE

    Quella del make up artist è una professione tra le più antiche, ha le sue origini nel teatro e si evolve nel corso del tempo, tra moda e cinema. Non esiste e non è mai esistito un solo ed unico modo di truccare i performer: tutto dipende, in principio, dal contesto, ambientazione e dalle caratteristiche che si vogliono dare ai personaggi, ma anche dalla mission del regista. La domanda a cui si deve rispondere, dunque, è: come si vuole far apparire questo personaggio? Cool e alla moda, trascurato o indifferente? I tratti del volto possono suggerire tanto allo spettatore, considerando l’estrema importanza dei close up (primi piani),  spesso effettuati in determinate scene proprio per dare maggiore enfasi ed emozionare lo spettatore.

    Dunque, occorre definire innanzitutto la caratterizzazione del personaggio confrontandosi col regista e, in un secondo momento, osservare attentamente i lineamenti dell’interprete selezionato in fase di casting, così da lavorare anche con delle bozze all’eventuale trucco da effettuare.
    Sicuramente è molto utile avere anche una cultura sulla storia del trucco, cinematografico e non solo, conoscere le varie tecniche di make up e soprattutto i prodotti da ordinare e utilizzare, siano essi fondotinta, creme, skincare, ecc…

    Infine, mi sembra corretto dar credito ad alcuni tra i make up artist più famosi e importanti della storia del cinema, dai più remoti ai più contemporanei:

    Lorella De rossi, truccatrice molto nota nel contesto internazionale, ha collaborato con registi del calibro di James Cameron e David Lynch. Specializzata nell’applicazione di protesi facciali e nell’invecchiamento degli attori/attrici.
    -Jack Pierce, noto per aver truccato la mummia, per aver dato il volto all’uomo lupo ma soprattutto al mostro di Frankenstein.
    -Michèle Burke, truccatrice irlandese, naturalizzata canadese, due volte premio Oscar per La guerra del fuoco e Dracula di Bram stoker, ha realizzato anche il trucco di Vanilla sky, Minority Report, Mission impossible III.
    -Richard “Rick” Baker, a lui si deve l’Oscar per miglior trucco, istituito dall’Academy nel 1981. È specializzato in trucchi per effetti speciali, come Men in Black, Il Grinch o il video musicale Thriller di Michael Jackson.
    Alessandro Bertolazzi, infine, è tra i nomi di punta nel panorama dei make up artist cinematografici, soprattutto dopo aver vinto il premio Oscar nel 2017 per il miglior trucco grazie al suo lavoro in Suicide Squad, tra i film a cui ha collaborato si ricordano Il testimone dello sposo, Il fantasma dell’Opera, Malèna, Babel, Gomorra, Angeli e Demoni, J. Edgar, Skyfall, The Impossible e Fury.

    Per chi fosse interessato/a alla professione ci sono tantissime scuole di trucco cinematografico in tutta Italia, una delle migliori sicuramente l’accademia nazionale di cinema di Bologna, che tra i vari corsi di formazione propone la qualifica in Make up artist cinematografico.

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  • MAESTRANZE: I COSTUMISTI

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    Il mestiere del costumista è uno dei più antichi del mondo dello spettacolo. Già nel teatro greco alcuni tragediografi si interessarono ai costumi come una “seconda pelle” degli attori, un tessuto che richiama l’ambientazione temporale e il contesto in cui si collocano gli eventi, inserendo lo spettatore nello spazio e nel tempo dell’opera rappresentata.

    Questa professione assume sempre più importanza con il cinema classico hollywoodiano: i costumisti non solo creavano i vestiti di scena, ma spesso riuscivano a cambiare l’immagine di alcuni tra i più famosi attori e attrici del momento, concorrendo a un cambio radicale anche nel mondo della moda.

    Così si affermarono le prime immagini divistiche, i primi volti osannati dal pubblico degli anni trenta, quaranta e cinquanta, intenzionato ad imitare le star, a seguire queste prime tendenze della moda borghese, fino all’affermazione di una propria identità.

    Il costume, in primo luogo, è determinato dalla sceneggiatura, dunque deriva dall’idea di qualcun altro. Bisogna però saper cogliere le sfumature e i dettagli presenti nel testo e renderli reali, mediante l’immagine che si visualizza. Solitamente, i colori o alcuni degli altri elementi fondamentali del costume non sono presenti in sceneggiatura, sarà dunque il costumista a definirne lo stile finale, accordandosi con il regista rispetto al carattere psicologico dei personaggi. Un determinato outfit o look del personaggio definisce, infatti, anche la sua personalità, rendendolo iconico e facendone un’immagine mitica, in grado di poter entrare nell’immaginario collettivo.

    Dunque immergersi in un mondo diverso dal proprio così come nella psiche altrui, una duplice funzione per niente facile da cogliere.

    Edith Head e Audrey Hepburn

    La fase preliminare è dunque la lettura del copione, a cui segue il disegno. Non sempre i costumisti sono ottimi disegnatori, ma sicuramente questo può rivelarsi un grande vantaggio in modo tale da avere maggiore libertà di manovra. Alcuni costumisti, invece, preferiscono affiancarsi a bravi disegnatori. Ciò può portare ad ottime collaborazioni ma anche a molte incomprensioni

    Altrettanto importanti sono le documentazioni da raccogliere: dopo un primo  confronto con regista e produttore, si realizzano i cosiddetti “Moodboard”, una raccolta di immagini su uno stesso foglio, una sorta di collage, per avere un’idea dei materiali e tagli da utilizzare.

    Una grandissima fonte di ispirazione per i costumisti sono le arti figurative, dunque pittura, scultura, fotografia, dalla più antica alla più distopica, così da avere un’idea della resa, o anche semplicemente un appiglio per poter poi sviluppare ciò che ne conseguirà.

    Lo spettatore è portato a pensare che i costumi contemporanei siano più semplici di quelli d’epoca ma, al contrario, un costume moderno è spesso più complicato da cogliere. Un costumista deve avere una grande capacità di osservazione, poiché i “costumi” e le tendenze cambiano ogni 3 anni circa, alle volte anche di anno in anno, quindi bisogna capire quale sarà il taglio più adeguato da dare al personaggio. Nel caso di un costume storico, invece, basterà attenersi a delle fonti e realizzare dei costumi correlati allo status sociale e al gender di riferimento, ciò ovviamente non vuol dire che il lavoro sia da meno, ma che sicuramente ci sono più linee guida da seguire e meno rischi di cadere in un errore.

    Esistono tantissime scuole di moda e costume in Italia. Già durante l’età adolescenziale ragazze e ragazzi intenzionati a rendere questa loro passione un lavoro vero e proprio, possono frequentare un liceo artistico orientato al costume, proseguendo poi gli studi presso accademie, tra cui il centro sperimentale di cinematografia, che tra i suoi insegnante si avvale moltissimi professionisti del settore, collaboratori di premi oscar del passato e del presente. Non mancano, dunque, le possibilità per chi vuole addentrarsi nel settore.

    In conclusione, lo spettatore dovrebbe elogiare tale professione che, già dalla fine degli anni quaranta, prevede un riconoscimento con la famosa statuetta d’oro assegnata dall’Academy. È, dunque, più corretto vedere i costumi non come oggetti di scena secondari ma primari, spesso fondamentali, che, insieme all’interpretazione dell’attore, creano delle vere icone in grado di lasciare il segno nella storia della cinema ma anche della moda.

    Se siete interessati a questa tematica, abbiamo tutta una categoria dedicata ai costumi e alle/ai costumiste/i. Per leggere, clicca qui.

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