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  • Recensione Bulk – Reality is f**ked up

    Recensione Bulk – Reality is f**ked up

     

    Dopo una parentesi “hollywoodiana” con Meg 2 e un nuovo adattamento di Rebecca, la prima moglie targato Netflix, Ben Wheatley sembra tornare alle atmosfere underground, più vicine alla sensibilità che ha fatto una discreta fortuna della filmografia del regista nel circuito festivaliero indipendente. In occasione del Trieste Science + Fiction Festival, il regista britannico ha presentato Bulk, il suo lavoro realizzato in “segreto”, un’esplorazione nella fantascienza che è decisamente qualcosa di più. 

    Nel loop

    In una struttura narrativa che smentisce e svela continuamente sé stessa, ogni passo avanti è anche un passo indietro, e ogni rivelazione è una trappola. Ma la trappola più grande attende il reporter Corey Harlan (Sam Riley), caricato senza troppi complimenti in una macchina nel cuore della notte. Il punto di partenza: una misteriosa casa, la base da cui operano due figure, Aclima (Alexandra Maria Lara), la Trinity/Morpheus per il Neo di Harlan, e il “piedipiatti” Sessler (Noah Taylor, almeno sette ruoli nel film).

    Coinvolto in una macchinazione del suo vecchio amico, il miliardario ex crypto bro Anton Chambers (Mark Monero), Harlan è costretto ad attraversare una serie di scenari fittizi, tra conflitti urbani, eremiti nel deserto e operai mutanti, per arrivare al cuore della verità, dove gli echi di un misterioso esperimento spaziotemporale si fanno sentire. Mentre i piani narrativi si confondono e passato e presente si mordono la coda, Alice scopre che la tana del Bianconiglio potrebbe essere ben più fittizia di quanto non immagini.

    Gli echi della seminale opera delle Sorelle Wachovski fin qui vagheggiati sono, bisogna ammetterlo, un depistaggio. Non c’è pillola rossa, al massimo un’iniezione di metalli pesanti che costituisce il conto alla rovescia di Harlan per il compimento della sua missione, pena la morte per avvelenamento. Niente nevrosi informatiche da fine millennio o avventure nel cinema d’azione.

    Ben Weathley si muove infattinei meandri del film di mezzanotte, più dalle parti di Eraserhead o Tetsuo: The Iron Man, mentre trova dichiarata ispirazione in Alphaville di Godard. Il regista (qui anche sceneggiatore e realizzatore dei modelli) è interessato alla scomposizione delle sue stesse premesse narrative, ma anche degli elementi essenziali del linguaggio cinematografico. Ogni possibile modo con cui Ben Wheatley può sottolineare l’artificiosità della messa in scena viene messo in atto e sfruttato fino in fondo: modellini, retroproiezioni, green screen ed effetti appiccicati con lo scotch o con il proverbiale filo penzolante dal soffitto fanno mostra di sé a ogni occasione, il trucco è continuamente svelato.

    Il disorientamento dello spettatore è quasi superiore a quello del protagonista: se il secondo è calato in una (sur)realtà di cui non comprende le regole, il primo vede davanti ai suoi occhi continue infrazioni del linguaggio cinematografico di base, mentre il mistero sprofonda e il bilancio domande/risposte resta tutto a favore delle prime.

    L’implosione del cuore

    La dimensione posticcia del film restituisce un senso di paranoia crescente nel protagonista, ma anche un appello metanarrativo che richiama sarcasticamente il viaggio dell’eroe, il monomito e altra terminologia cui ogni manuale di sceneggiatura riserva almeno un paragrafo.

    Ben Wheatley si diverte a infrangere continuamente le regole. Forse si diverte pure troppo: il gioco del regista diverte e coinvolge fino a un certo punto, mentre lo stordimento progressivo lascia raramente qualche spiraglio a un reale riscontro emotivo. La decostruzione operata sul racconto cinematografico viene portata avanti con molta passione, ma la necessità della storia si fa sentire anche nel caos e la lotta tra i due trova raramente una vera quadra.

    Resta legittimo chiedersi: a chi è rivolto il giocattolo meta di Ben Wheatley? Troppo eccentrico per convertire i non addetti ai lavori? Troppo poco radicale per il pubblico di nicchia cui sembra aspirare? Forse tutte queste domande sono mal poste, e l’unica ragion d’essere di Bulk sta nella sua stessa realizzazione, come l’esperimento di uno scienziato ambizioso e un po’ matto? Forse un po’ di ciascuno, e anche qualcosa di più.

    Perché, se l’odissea sci-fi di Ben Wheatley non convince del tutto, chi è in cerca di un raro modo di fare Cinema che non ha paura di sporcarsi le mani troverà pane per i suoi denti.

    Valentino Feltrin,
    Redattore.
  • Recensione Mickey 17 – Muoio dalla voglia di aiutare l’umanità

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    Vi è mai capitato di chiedervi cosa potesse provare Lara Croft durante le sue avventure? Pensateci bene: è un’avventuriera senza paura, dotata di una forza straordinaria, ma è praticamente impossibile non farla morire. Basta spingere il tasto sbagliato e possiamo farle mancare un appiglio, farla cadere in un crepaccio o darla in pasto ai coccodrilli. Tanto non cambia niente, Lara Croft torna sempre in vita e si può ricominciare a giocare. Ma cosa succederebbe se Lara non fosse solo il personaggio di un videogioco, se fosse una persona come noi e avesse comunque la possibilità di morire tutte le volte che vuole? Non sarebbe una cosa pazzesca e insieme una fantastica opportunità?

    Mickey… deve morire

    È il 2054 e l’umanità sembra essere pronta ad affrontare una delle sfide più grandi, la colonizzazione di altri pianeti. Ormai la Terra è troppo popolata, svuotata di possibilità, così tantissime persone si ritrovano a voler scappare: tra loro anche il giovane Mickey Barnes (Robert Pattinson) e l’amico Timo (Steven Yeun), entrambi in fuga da uno strozzino senza scrupoli disposto letteralmente a cercarli in ogni anfratto del globo terrestre. A questo punto, perché non provare a rifugiarsi nello spazio? Sotto la guida di Kenneth Marshall (Mark Ruffalo), un politico fallito estremamente somigliante a chi oggi tiene in pugno uno dei Paesi più rilevanti nel mondo, parte così la prima spedizione umana alla conquista del pianeta ghiacciato di Niflheim. Sulla navicella che dovrà viaggiare ben quattro anni prima di raggiungere la meta, il nostro protagonista ha un ruolo molto importante, quello di “essere umano sacrificabile”. In sostanza, Mickey è come una cavia da laboratorio, perfetto per essere sottoposto agli esperimenti degli scienziati a bordo o per testare con i propri polmoni l’atmosfera sconosciuta di Niflheim, anche a costo della sua stessa vita. Sì, perché grazie a una straordinaria tecnologia il corpo di Mickey può essere stampato e ristampato tutte le volte che si vuole, e vi si possono anche impiantare ogni volta i suoi ricordi, conservati all’interno di un’unità di memoria. Mickey è la nostra Lara Croft, a cui possiamo far fare tutto ciò che vogliamo, perché sappiamo che tornerà in vita e sarà tutto come prima. E anche lui ne è perfettamente consapevole, tanto che in breve tempo si abitua all’idea di morire praticamente ogni giorno, che sia per mano di scienziati più o meno squilibrati o a causa dello spietato mondo extraterrestre.

    Dopo quattro lunghi anni la navicella raggiunge Niflheim, un piccolo pianeta sferzato da una violenta tempesta di neve, sul quale abitano strane creature a metà tra acari e pangolini. Con l’aiuto di Mickey, ora alla sua 17esima ristampa, la spedizione per conquistare questo “nuovo mondo” sembra andare per il meglio; tuttavia, a causa di un avvenimento per nulla previsto, verrà stampato un Mickey 18 decisamente troppo presto.

    Il ritorno di Bong Joon-ho nel regno della fantascienza

    Negli ultimi anni abbiamo avuto modo di conoscere Bong Joon-ho come regista fortemente impegnato a livello politico, anche quando si trattava di lavorare a generi cinematografici più o meno intrisi di fantastico: i suoi lavori precedenti Okja (2017) e Snowpiercer (2013) dimostrano alla perfezione quanto ogni forma d’arte possa essere schierata politicamente e di conseguenza riesca a far passare un certo tipo di messaggio. Per chi conosce la filmografia di Bong, Mickey 17 è esattamente ciò che ci si può aspettare: un’opera di fantascienza ironica, a suo modo divertente, ma anche in grado di sviluppare parallelismi e allegorie con la società contemporanea. Mickey è l’uomo comune, quello che per i potenti conta meno di zero, sacrificabile in un batter d’occhio perché tanto ce ne sono a migliaia come lui; è l’uomo di cui ci si può liberare senza troppi rimorsi se bisogna fare qualcosa “per il bene della scienza e del progresso”, giusto? E la stessa sorte hanno, loro malgrado, anche i compagni di cui Mickey si circonda a bordo della nave, inclusa l’agente speciale Nasha (Naomi Ackie) con cui avrà una relazione. Gli unici ad avere il coltello dalla parte del manico sono coloro che si trovano sul ponte di comando, che guidano la grande spedizione, il comandante Marshall e l’eccentrica moglie Ylfa (Toni Collette): lui dalle movenze e dai discorsi da conquistatore di ispirazione chiaramente mussoliniana (o genericamente dittatoriale, se preferite), lei sempre in scena con una manicure curatissima, non un capello fuori posto, ossessionata dal creare la salsa perfetta. Per avvicinare Mickey 17 a Snowpiercer, è chiaro fin da subito chi siano gli abitanti dei vagoni di coda e chi quelli dei vagoni di testa, anche su una navicella spaziale.

    Al di là della presenza di una fortissima coscienza di classe, Mickey 17 spinge lo spettatore a riflettere sul tema sempre attuale del progresso scientifico a tutti i costi e delle conseguenze terrificanti che può avere sul genere umano. Nolan ce ne ha parlato in Oppenheimer, il suo ultimo lavoro sul creatore della bomba atomica, ma anche il buon Stanley Kubrick lo aveva suggerito più di sessant’anni fa nella celebre sequenza finale de Il Dottor Stranamore (1964). Bong non ci pensa due volte a mostrarci scene in cui Mickey viene volontariamente esposto a quantità massicce di radiazioni, usato come test per studiare gli effetti di un nuovo gas nervino, per assaggiare cibo coltivato in laboratorio, o ancora per respirare a pieni polmoni l’aria di Niflheim portatrice di un virus letale. Persino quel macchinario sembra essere stanco di continuare a stampare e ristampare il corpo di un povero ragazzo trattato come un vero e proprio manichino, il tutto in nome di un progresso scientifico e tecnologico che sembra essere alimentato solo dalla sete di potere più che di conoscenza. Certo, se Marie Curie non fosse stata una scienziata curiosa e intraprendente, non avremmo mai scoperto gli effetti del radio e le sue innumerevoli possibilità, ma allo stesso tempo quella povera donna non dev’essere stata molto contenta quando ha iniziato a perdere i capelli.

    Un cast magnifico

    Durante la visione del film è palese quanto Bong si sia divertito ad adattare il romanzo Mickey7 di Edward Ashton, e come chi vi ha lavorato si sia sentito perfettamente a proprio agio nei personaggi da interpretare. Primo tra tutti, ovviamente, Robert Pattinson, che dimostra ancora una volta di essere un attore capace e in grado di mettersi costantemente in gioco: il suo Mickey è un protagonista per cui si prova subito simpatia e ammirazione, ma anche inevitabilmente un po’ di tenerezza. Pattinson interpreta meravigliosamente due versioni molto diverse dello stesso personaggio, portando avanti un distinguo fatto di gesti, modo di parlare e linguaggio del corpo su cui deve aver lavorato davvero tanto. Abbiamo poi un Mark Ruffalo più forte che mai, perfettamente inserito nel ruolo del dittatore wannabe, insieme ridicolo e spietato, disposto a tutto pur di conquistare il nuovo pianeta e incidere con le fiamme il proprio nome sulle sue rocce nere. Accanto a lui, Toni Collette continua a ricordarci del suo talento, da Little Miss Sunshine (2006) a Hereditary (2018) a Mickey 17, interpretando la moglie di un condottiero solo all’apparenza più pacata e razionale del compagno. Forse solo un’attrice meravigliosa come Collette poteva concedere un certo tenore di gravità alla battuta “sembra un croissant immerso nella merda”.

    Con Mickey 17, Bong Joon-ho si caratterizza ancora una volta come uno dei registi più promettenti nel panorama cinematografico contemporaneo: la storia che porta sul grande schermo è viva, divertente, ma contiene anche un messaggio in grado di trascendere spazio e tempo. Robert Pattinson si dimostra un attore incredibilmente capace, a suo agio anche in ruoli che oscillano tra il comico e il drammatico. Mickey 17 è un’opera di fantascienza intrisa di una profonda satira su quanto lontano le persone più ricche e più potenti della società siano disposte a spingersi nel sacrificare vite umane per soddisfare una bruciante sete di potere. O forse solo per trovare la salsa perfetta.

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    Renata Capanna,
    Redattrice.
  • EVERYTHING EVERYWHERE ALL AT ONCE – TRA MADRE E FIGLIA

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    Può il complesso concetto di multiverso e tutto ciò che ne deriva diventare una gigantesca metafora del burrascoso rapporto tra una madre e la propria figlia? I Daniels (Daniel Kwan e Daniel Scheinert) ci hanno risposto con uno dei film più sorprendenti, emozionanti e premiati dell’anno, il “cinecomic atipico” Everything Everywhere All At Once. Uscito in Italia ormai a ottobre dello scorso anno, il film è tornato in alcune sale negli scorsi giorni proprio per via dei numerosi riconoscimenti avuti ai Golden Globe 2023 e grazie alle numerosissime nominations agli Oscar. Ammirarne la bellezza in sala è sicuramente la scelta migliore viste le spettacolari scene d’azione di cui il film è pieno, arricchite da ambientazioni fantastiche e costumi affascinanti già premiati in diverse occasioni. Si è parlato di come il film possa essere una valida “alternativa” ai cinecomic made in Marvel, e va detto che molti fan della casa supereroistica hanno apprezzato l’opera dei Daniels, soprattutto perché hanno potuto ridere a delle battute effettivamente divertenti (scusami tanto, Thor!). In questa sede non è necessario dilungarsi a parlare di come Everything Everywhere All At Once riesca a divertire, intrattenere con delle storie incredibili e toccare profondamente il cuore del suo pubblico; per questo esiste già la nostra recensione.

    Ciò su cui è interessante concentrarsi è il difficile rapporto madre-figlia che i Daniels ci mettono davanti agli occhi, le sue implicazioni psicologiche e i rimandi a quel frammento di vita che molte figlie hanno vissuto in relazione alle proprie madri.

    EVELYN E JOY TRA MULTIVERSI E PSICOLOGIA

    Protagonista di Everything Everywhere All At Once è Evelyn (Michelle Yeoh), immigrata cinese che gestisce una lavanderia negli Stati Uniti insieme al marito Waymond (Ke Huy Quan). La vita di Evelyn e la sua situazione familiare non stanno procedendo bene: la lavanderia è sotto un severissimo controllo da parte del fisco, Waymond vorrebbe un divorzio, sua figlia Joy (Stephanie Hsu) le ha appena presentato la propria ragazza e vorrebbe che la madre accettasse il suo essere lesbica. Durante un colloquio presso l’ufficio tributi statunitense, Evelyn entra in contatto con una versione alternativa del marito che le spiega come l’intero multiverso sia sotto la minaccia di Jobu Tupaki, una versione alternativa di Joy divenuta malvagia e potente, in grado di manipolare la materia e distruggere qualsiasi cosa. Jobu Tupaki altro non è che la personificazione del rapporto conflittuale che c’è tra Evelyn e Joy, soprattutto durante un periodo così complesso come l’adolescenza. L’atteggiamento “ribelle” della figlia viene reso palese da come la madre reagisce in sua presenza, da come cerca costantemente di ricordarle che il nonno è un tradizionalista, che non accetterebbe mai una nipote così diversa dal “normale”. Ogni discorso è un modo per camuffare il fatto che la prima a non comprendere la figlia è proprio la madre stessa, colei che l’ha messa al mondo e le ha donato la tenacia, la curiosità, il coraggio, ma anche la testardaggine.

    In psicologia, il conflitto generazionale madre-figlia viene spiegato e analizzato grazie alla psicoanalisi freudiana, per la quale tutto si riconduce alla primordiale castrazione (o paura di essa) di cui soffre ogni essere umano. La bambina scopre la propria castrazione e indica come assoluta colpevole la madre, responsabile di averle portato via qualcosa, di averla “castrata”; dal lato opposto, la madre vede nella figlia uno sbocciare di femminilità fresca, innocente, talmente meravigliosa da generare un’invidia inconscia. Nella maggior parte dei casi, questo comportamento finisce per riflettere ciò che la madre ha subito durante la propria crescita dalla propria genitrice, creando un circolo vizioso, un costante ricambio che può andare avanti all’infinito (non a caso per indicare lo spezzare di un comportamento tossico generazionale si utilizza l’espressione “rompere il cerchio”).

    Ed ecco che la lotta tra Evelyn e Jobu Tupaki assume tutto un significato nascosto che va al di là della salvezza del multiverso: quello che deve essere salvato è il loro rapporto, l’amore che le due provano l’una per l’altro che tuttavia fatica mostrarsi. È compito di Joy rompere quel cerchio, ma non è in grado di farlo senza che Evelyn capisca e accolga un cambiamento importante come questo.

    DUE SASSI ROTOLANO GIÙ DA UNO STRAPIOMBO

    Dopo incredibili avventure attraverso i più svariati mondi in cui Evelyn è sia una campionessa di kung fu sia una cuoca provetta sia un sasso sul bordo di un precipizio, madre e figlia si incontrano e discutono animatamente di multiversi, dell’esistenza umana e di come tutto non abbia un vero senso di fronte all’infinità di mondi esistenti. Evelyn finisce quasi per seguire Jobu nel suo piano di distruzione (e autodistruzione), ma le basta poco per comprendere che quella giovane donna altri non è che una povera figlia privata della propria madre, alla disperata ricerca di qualcuno che possa comprenderla e starle accanto. Evelyn convince Jobu a non farla finita e nello stesso tempo riesce a riconciliarsi con Joy e Waymond, incollando a poco a poco i pezzetti della sua vita che si stavano lentamente staccando. Madre e figlia riescono a superare insieme la conflittualità, il cerchio oscuro (o forse il bagel?) che aveva condizionato le loro vite fino a poco fa si è spezzato e le due possono abbracciarsi senza quell’enorme muro che fino a poco prima le divideva. Evelyn ha accettato Joy, la sua testardaggine, il suo atteggiamento un po’ ribelle, e Joy ha accettato che Evelyn non è una madre perfetta, ma farebbe di tutto per non lasciarla mai sola.

    Il sasso più piccolo si è gettato dallo strapiombo e sta rotolando, forse non si fermerà mai; ma non è solo, perché è seguito da vicino da un sasso un poco più grande, con qualche ammaccatura qui e là, deciso a non perdere mai il fianco dell’altro. 

    E poi c’è il pubblico, seduto nella poltroncina del cinema, che finisce per commuoversi davanti ai due sassi che rotolano nelle polvere.

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    Luca, Jacopo e Shannon ci parlano di uno dei film (o serie tv?) migliori del 2022: Esterno notte di Marco Bellocchio! Attenzione Spoiler!

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    Insieme al mitico Federico Frusciante parliamo di tre capolavori della fantascienza di John Carpenter.

    Indice:
    – Introduzione
    00:00
    – 1997: Fuga da New York
    10:00
    – La cosa
    42:40
    – Essi vivono
    01:22:00

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  • Alien – Il Making of di un organismo perfetto

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    “The monster has to be great, otherwise, you haven’t got a good film. We got a great monster, and I never questioned anything else.”

    – Ridley Scott

    Da quando lo Xenomorfo ha fatto la sua prima comparsa sul grande schermo nel 1979, l’alieno forse il più celebre di tutti i tempi ha prestato il suo “volto” e la sua fama ad altri 8 film, tra sequel, prequel e crossover (a questi sembra che presto andranno ad aggiungersi un’altra pellicola oltre a una serie). Secondo lungometraggio di Ridley Scott, Alien non ha sempre riscontrato giudizi totalmente positivi ma, negli anni, è andato a imporsi tra i più influenti film d’azione e di fantascienza di tutti i tempi, avviando un franchise che non sembra prossimo alla fine e terrorizzando, ancora oggi, pubblici di ogni generazione.

    Complice un comparto tecnico-visivo eccezionale, Scott diede vita a qualcosa di mai visto prima: se è vero che il film risale ormai a oltre 40 anni fa, è altrettanto vero che scenografie, realizzazione tecnica ed effetti visivi (che non per niente ricevettero l’Oscar nel 1980) sono di un’attualità e di una modernità incredibili e disarmanti.

    IDEARE ALIEN: UN TERRIFICANTE IBRIDO

    Il reparto visivo di Alien vanta delle eccellenze di provenienza internazionale.

    Il costume design del film fu affidato al britannico John Mollo, il quale appena un paio di anni prima aveva lavorato – tra le altre cose – ai costumi di Star Wars: A New Hope, aggiudicandosi anche un premio Oscar. Appassionato di uniformi e di storia militare, fu Mollo a realizzare le divise dei sette membri dell’equipaggio della Nostromo, attribuendo a ogni costume delle precise caratteristiche che mostrassero le diversità – caratteriali e di grado – di ogni componente del gruppo.

    È però l’alieno, lo Xenomorfo, ad essere il vero protagonista nonché l’apice del processo creativo di tutta la produzione. Figlia delle sapienti mani dell’artista svizzero Hans Ruedi Giger, la creatura mostruosa che infesta la nave e terrorizza spettatori ed equipaggio non viene svelata completamente per gran parte del film, ma la sua presenza è chiaramente percepita e il senso di terrore e angoscia che è in grado di incutere si sviluppa ben prima che si conoscano le sue intere fattezze.

    L’aspetto finale dell’alieno è frutto di un processo lungo e complesso. In un film in cui tutta la trama ruota attorno alla scoperta di una creatura mostruosa, la realizzazione del mostro in questione è chiaramente in grado di determinare la riuscita del progetto e, in un’epoca priva di CGI, si può dire che lo Xenomorfo non solo determinò a posteriori il successo del film, ma contribuì a renderlo eterno.

    Il processo di genesi della creatura attinge dai precedenti lavori di Giger. Scott, infatti, coinvolse l’artista nel progetto proprio dopo essersi imbattuto nel suo libro Necronomicon (di chiara ispirazione Lovecraftiana), una vera e propria raccolta delle sue opere, tra disegni e litografie. Nonostante l’iniziale titubanza dei produttori, colpito dall’estetica di Giger – costruita a partire da un misto di richiami surrealisti di forme meccaniche e biomediche, terrificanti e al contempo seducenti il regista si affidò completamente al designer per la realizzazione del vero protagonista della sua opera.

    Lo Xenomorfo di Giger è uno spaventoso mix di fattezze animali e caratteristiche umane, un viscido ibrido montato su uno scheletro umano ma con vertebre e componenti rettiliane che fondono il gusto horror alle influenze surrealiste dell’artista. Ben più alto di un uomo e con movenze terrificanti e animalesche, l’ospite della Nostromo sembra nato per fondersi e mimetizzarsi alla perfezione con l’ambiente che lo circonda. Unto come un macchinario ben oliato, il suo corpo sembra integrarsi con l’astronave in un intreccio di elementi tubolari, arti scheletrici e superfici lisce e lucide.

    Vera caratteristica iconica di questo “organismo perfetto” è il suo cranio. Scura, oblunga e orripilante, la testa dell’alieno è stata realizzata dall’italiano Carlo Rambaldi, effettista italiano specializzato nella meccanizzazione di creature artificiali.

    Il risultato è un complesso e ingombrante apparato di ben 900 parti mobili, ancora oggi indimenticabile per gli amanti del genere e non solo. Due paia di mandibole, la prima con fauci immense sbavose e perennemente digrignate, la seconda più piccola e veloce, a scomparsa, pronta a scattare al momento di finire la preda.

    Oltre a questo, un altro dettaglio che contribuisce alla mostruosità dello Xenomorfo è la totale mancanza di occhi. Inizialmente previsti nel disegno originale, in fase di sviluppo gli occhi della creatura sono stati rimossi e questa si è sicuramente dimostrata una scelta determinante nella definizione del personaggio. Gli occhi, infatti, sono la prima componente su cui si concentra lo sguardo umano alla vista di un volto, sono il principale elemento tramite delle emozioni e delle intenzioni. Una creatura priva di occhi e, apparentemente, di qualsiasi apparato visivo è mossa solo dalla ferocia e dagli istinti più primordiali e animaleschi; la totale mancanza di emotività la allontana del tutto dalla sfera della sensibilità umana, e questo contribuisce senz’altro a renderla ancor più mostruosa.

    ESSERE ALIEN: FEROCIA E GRAZIA

    Diversamente da altri famosi alieni del grande schermo, si è detto, lo Xenomorfo non gode del prezioso aiuto del CGI: proprio per questo motivo l’imponente costume ideato da Giger doveva necessariamente ospitare un attore che desse vita al personaggio. L’attore in questione, però, non era affatto un attore, bensì un graphic designer: scoperto per caso in un pub di Soho da un membro del team di casting di Scott, Bolaji Badejo venne scelto per il suo fisico sottile ma di oltre due metri.

    Per la realizzazione pratica del costume fu necessario creare un calco in gesso del corpo di Badejo. Su questo calco, servendosi di diversi oggetti (vecchi tubi di Rolls-Royce, vertebre di serpente e carne di animali…), Giger stesso modellò i dettagli del mostro con la plastilina. Infine, grazie al calco, venne creato uno stampo in gomma, una tuta intera che costituiva il costume finale. A completare il tutto, oltre all’enorme cranio mobile, venne aggiunta una lunga coda di oltre due metri: questa impediva totalmente a Badejo di sedersi durante le riprese, tant’è che a un certo punto della produzione venne costruita una sorta di seduta-altalena che gli consentisse di riposare pur senza doversi sfilare dai faticosi panni dell’alieno.

    Nonostante la scomodità e l’inesperienza come attore, Badejo si rivelò essere un perfetto Alien, in grado di muoversi velocemente e quasi strisciando, ma anche con una sorta di grazia inquietante nei momenti di maggior tensione.

    “L’idea era che la creatura dovesse essere aggraziata oltre che feroce, e ciò richiedeva movimenti volutamente lenti. Ma c’erano delle azioni che dovevo fare piuttosto velocemente. Ricordo di aver dovuto dare un calcio a Yaphet Kotto, gettarlo contro il muro e correre verso di lui. Veronica Cartwright era davvero terrorizzata. Dopo aver respinto Yaphet Kotto con la coda, mi dovevo girare per andarle dietro, avevo il sangue in bocca e lei era incredibile. Non stava recitando. Era spaventata.”

     Bolaji Badejo

    Dopo l’esperienza sul set di Alien, Bolaji Badejo non è più apparso in nessun altro film, ma è anche grazie a lui e alla geniale mente di un artista come Giger che lo Xenomorfo è diventato un’icona culturale indimenticabile, inimitabile e che ancora oggi ispira film, serie e videogiochi.

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  • RECENSIONE I’M YOUR MAN – AUTOMI CHE AMANO LE DONNE

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    Alma (Maren Eggert) è un’archeologa quarantenne che vive sola e lavora come ricercatrice al Pergamonmuseum di Berlino, dove studia le antiche forme di scrittura della civiltà persiana. Con la promessa di vedersi destinati dal suo capo alcuni fondi per una spedizione, unica single tra i dipendenti, è invitata a prender parte a un curioso esperimento sociale: dovrà trascorrere tre settimane in compagnia di un (fin troppo) premuroso e attraente robot umanoide installato in casa propria, Tom (Dan Stevens, il Matthew Crawley di Downton Abbey), messo a punto con sofisticati algoritmi per essere il partner perfetto e soddisfare ogni esigenza affettiva della donna, la quale, al termine del periodo di prova, dovrà stilare un bilancio di valutazione del consorte. La forzata convivenza tra Alma e Tom produrrà equilibri imprevisti e insospettabili affinità tra i due. 

    Centrato più sulle dinamiche di corpi estranei e sconosciuti che si avvicinano, si studiano e negoziano spazi, e su desideri ed esigenze nel nido domestico, piuttosto che sulle classiche leggi della robotica al cinema, I’m Your Man (Ich bin dein Mensch) della tedesca Maria Schrader (regista della serie Unorthodox) accantona presto la premessa fantascientifica e le implicazioni tecnologiche sull’artificiale, senza mai caricare l’impianto di futuribili suggestioni visive e apocalittiche. Ci troviamo, senza troppi scompensi immaginativi, nel mezzo dell’intima e prosaica attualità del quotidiano. Nel taciturno, nevrotico e frettoloso vivere contemporaneo. Fatto di alienazioni abilmente mascherate nella routine lavorativa, esistenze segnate e solitarie, traumi non esorcizzati, sentimenti repressi e trattenuti nella comfort zone, dietro le porte degli appartamenti (singoli) chiuse in faccia al pressante e competitivo giudizio degli altri. 

    La riflessione sul contatto, le interazioni e le influenze tra umano e artificiale, lungi da investire robuste speculazioni filosofiche a cui molta sci-fi iconica ci ha abituato, riguarda qui la comune e più ristretta dimensione delle sfuggenti e precarie relazioni sentimentali. Diventate così complicate e inaccessibili da rendere necessario un blind date a tavola con un adone sintetico come Tom, all’interno di un’elegante e affollata sala da ballo in cui Alma si trova circondata da una miriade di coppie di ologrammi, che simulano complicità e mimano tentativi di seduzione: il set artefatto per il suo appuntamento, il fondale senza materia di una modernità sussiegosa e anaffettiva che al tocco si dissolve, e che senza la stampella del simulacro non sembra più capace di vero slancio poetico, del gesto impulsivo come dono gratuito, del gusto del gioco e dell’effusione amorosa oltre gli affettati protocolli sociali. 

    Può essere definita reale la felicità nonostante la consapevolezza che essa derivi da un qualcosa di artificiale? Maria Schrader è molto abile e mai troppo banale nel dirigere dialoghi nella penombra o in piena luce, nell’alternanza dei duelli e degli scontri dialettici tra Alma e Tom, giocando su incroci ed inversioni delle due specie sotto il tetto: l’algida e laccata corazza di infallibile calcolatore e uomo perfetto, programmato al millimetro, che riveste Tom si apre poco a poco ad includere reazioni e dolori umani (fino a dare forma e concretezza a un falso ricordo di un amore infantile vagheggiato da Alma). Mentre la bravissima Maren Eggert, volto da diva del cinema muto, con la sua durezza di lineamenti teutonici e la sua dolcezza istintiva, nella freddezza guardinga e spigolosa della sua interpretazione distaccata – che incarna la somatizzazione di un profondo trauma – sembra essere il vero robot che deve sciogliere il suo involucro e riabbracciare calore e sensibilità. 

    Nell’approfondirsi del rapporto con Tom, Alma fa così la stessa (ri)scoperta della dimensione umana, espressiva e creativa che il suo lavoro al museo tenta di portare alla luce nelle antiche scritture: attestando la presenza, presso le civiltà premoderne, delle invenzioni linguistiche e delle metafore poetiche al puro servizio del sentimento, al solo scopo di gioirne e goderne in sé, oltre i codici ufficiali e la ratio impersonale delle tavole marmoree. Una traduzione di segni emotivi, in un parallelo tra il passato arcaico da decifrare e un presente altrettanto illeggibile, che sembra ricalcare il rapporto tra il Mito e la sua attualizzazione in Undine (2020) di Christian Petzold: altra recente favola romantica sui generis del cinema europeo, che come I’m Your Man segue il percorso esistenziale della protagonista femminile (là una guida turistica, qui un’archeologa) tra una mutevole geografia berlinese (là il Märkisches Museum tra plastici architettonici e planimetrie, qui statue e reperti del Pergamon) in bilico tra natura e cultura, razionalismo scientifico e passioni disordinate, verità interiore e falsi idoli della tecnica. 

    Tra una bella sequenza in notturna nelle sale del Pergamonmuseum a luci spente, e qualche veniale sbandamento (la stucchevole parentesi idilliaca con Tom attorniato dai cervi nel bosco, e la corsa a piedi nudi sull’erba), la Schrader compone un’intelligente ipotesi di bromance come riscoperta del sé e delle proprie potenzialità affettive, un vulnerabile melodramma da camera doppia sussurrato in toni lievi ed ipnotici che, se proprio non rivoluziona il discorso sui corpi artificiali del cinema, riuscirà almeno a riparare i pezzi di qualche cuore malandato, senza bisogno di troppi algoritmi e ricambi meccanici. 

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  • IL FUTURO È OGGI – NEL CUORE DELLA FANTASCIENZA: I FIGLI DEGLI UOMINI

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    La distopia, nel cinema fantascientifico, è un sottogenere che nel corso dei decenni ha contribuito a definire la storia della Settima Arte con pellicole di altissimo valore, regalando ai cinefili di ogni epoca alcuni tra i più grandi capolavori dell’intera produzione cinematografica mondiale. Da Metropolis di Fritz Lang (1927) fino al troppo sottovalutato Minority Report di Spielberg, datato 2002, la rappresentazione di un futuro politicamente e socialmente oppressivo si rivela essere uno dei mezzi più efficaci per trattare (e molto spesso criticare) elementi della realtà contemporanea

    Una delle pellicole che meglio riesce in questo intento è, sicuramente, I Figli degli Uomini di A. Cuaron (2006): Film che, come solo pochi altri, riesce a coniugare un reparto tecnico praticamente perfetto (su tutti, straordinaria la fotografia di Lubezki) con una profondità tematica sicuramente ben al di sopra della norma.

    In brevissimo, la narrazione ha luogo nel 2027 a Londra e dipinge un mondo in cui, da ormai 18 anni, l’umanità è diventata misteriosamente sterile. In una società prossima all’estinzione, Cuaron racconta la storia di Theo, ex attivista politico che vive una vita ormai priva di significato e di scopo, ma che ritroverà un barlume di speranza in Kee, giovane ragazza rimasta inspiegabilmente incinta. Il tentativo del protagonista di salvare questa gravidanza miracolosa lo porterà ad attraversare un mondo fatto di atrocità disumane, violenza e autodistruzione, per cercare una nuova luce, una rinascita per l’intera umanità. 

    N.B. Questo articolo contiene spoiler sul film

    NEL MEZZO DELL’APOCALISSE: TRA NICHILISMO E REDENZIONE

    Le premesse de I Figli degli Uomini sono chiarissime fin dalla primissima sequenza e si basano su una domanda molto semplice, ma che porta con sé implicazioni filosofico-morali estremamente profonde: se la razza umana è destinata a estinguersi nel giro di 70 anni, come è possibile continuare a vivere? E soprattutto, continuare a vivere ha ancora un senso?  

    Il film mette in scena un’ambientazione Post-apocalittica, ma mostrando, in realtà, quella che è più un’apocalisse in medias res, fatta di disperazione, fanatismo e rassegnazione. Emblematico, infatti, è l’incipit della pellicola, che si apre con la morte di Baby Diego, ovvero la persona più giovane sulla Terra, l’ultimo figlio nato prima dell’inspiegabile piaga che ha colpito il mondo. La scomparsa del ragazzo è, di fatto, la distruzione dell’ultima possibilità del genere umano, che si aggrappava in maniera cieca e disperata a Diego, come fosse una sorta di divinità.

    Non è un caso, dunque, che il film si apra con questo evento metaforico: Cuaron presenta allo spettatore fin dal principio una situazione in cui, ormai, non c’è più speranza, nulla più ha un senso e tutto è destinato a scomparire. Theo, il protagonista interpretato da Clive Owen (qui, forse, nel ruolo della vita), è la perfetta rappresentazione dello Zeitgeist del mondo de I Figli degli Uomini: un ex attivista politico ormai disilluso, che conduce una vita vuota e priva di significato, un uomo che si sta spegnendo lentamente, così come la società che lo circonda. 

    Nonostante la realtà dipinta da Cuaron sia estrema, non è difficile cogliere riferimenti e critiche al mondo contemporaneo. Nella Londra rappresentata nella pellicola si assiste quotidianamente ad attacchi terroristici, a immigrati rinchiusi in gabbia come bestie, al governo che pubblicizza kit per il suicidio e a militari che sgomberano con carri armati interi palazzi, il tutto nella più profonda indifferenza da parte della popolazione. Se ne I Figli degli Uomini la noncuranza verso tutta questa crudeltà è in qualche modo giustificata dal fatto che l’estinzione sia ormai prossima, nella realtà contemporanea siamo testimoni ogni giorno di atrocità simili, ma si continua comunque a restare indifferenti, a guardare dall’altra parte, a ignorare tutto ciò che è più comodo ignorare: dai disastri ambientali, come lo spreco insensato di risorse naturali e l’inquinamento smisurato che avvelena il pianeta, fino a drammi sociali come la violenza a sfondo razziale/di genere.

    Con questo film, dunque, così pregno di nichilismo e rassegnazione, Cuaron invita il suo pubblico a ribellarsi contro questo modo di vivere, a ricercare ancora il contatto umano con il prossimo, in quanto, anche in una società che ci spinge sempre di più ad allontanarci, salvaguardare la nostra umanità resta l’unico modo per rendere migliore questo mondo forse-già-apocalittico e per non cadere in quel buco nero chiamato indifferenza, che è, alla fine dei conti, la vera apocalisse esistenziale dell’uomo. 

    IL FALLIMENTO DELLA POLITICA: TRA XENOFOBIA E NAZIONALISMO 

    I Figli degli Uomini, oltre ad avere un profondo sottotesto filosofico, presenta come detto un’importantissima denuncia politica-sociale nei confronti della realtà contemporanea. La critica più palese ed evidente all’interno della pellicola è quella rivolta verso la xenofobia intrinseca della società moderna e, di conseguenza, anche verso le politiche anti-migratorie più o meno brutali adottate, ormai, in tutto il mondo. 

    In questo senso lo stile quasi documentaristico della regia riesce a calare immediatamente lo spettatore in quella che è una realtà estremamente verosimile, nonostante la sua crudeltà. Nel film di Cuaron, infatti, le sequenze strazianti in cui vengono mostrati esseri umani imprigionati come bestie in gabbie sui marciapiedi di Londra, mentre la gente passeggia tranquillamente per strada, sono purtroppo attualissime e quanto di più lontano esista dalla fantascienza distopica.  

    E’ sufficiente pensare alle storie che arrivano dal confine Messico – Stati Uniti, da quello Turco-Greco, o anche solo da quella striscia di mare che separa Italia e Tunisia, per accorgersi che la violenza e il disprezzo verso il diverso  siano elementi profondamente radicati anche nella cultura occidentale, che si vende come paladina della libertà e dei diritti umani, ma che cerca solamente di salvare una fragile apparenza, nascondendo la polvere sotto il tappeto (o meglio, al di là del confine). 

    La propaganda governativa contro i clandestini nella Londra de I Figli degli Uomini, infatti, ricorda tristemente la comunicazione pubblica di figure di spicco del panorama politico globale, fatta di demonizzazione dello straniero, dipinto come terribile e gravissima minaccia nei confronti della sicurezza collettiva, e dall’esaltazione del sentimento nazionalista e suprematista, in una glorificazione insensata di una società che, in realtà, sta soffocando sotto il suo stesso peso. 

    Nel film del regista messicano, quindi, lo spettatore si trova di fronte al disfacimento totale della politica in quanto istituzione e in quanto specchio della società che dirige: Il Governo ha fallito, autodistruggendosi nella sua stessa violenza e disumanizzazione; i Pesci, ovvero il gruppo terroristico che dovrebbe combattere per i diritti dei profughi, hanno fallito allo stesso modo, cercando di rovesciare un sistema dittatoriale e finendo per diventare esattamente come ciò che intendevano distruggere. In questo senso la disillusione di Theo, ex attivista, è la disillusione di Cuaron stesso di fronte al fallimento del sistema politico contemporaneo, che condanna i molti a vivere una vita di sofferenze a Brexhill, mentre i pochi collezionano arte mentre il mondo si muove verso l’Apocalisse. 

    La conclusione della critica sociale della pellicola coincide perfettamente con la conclusione della pellicola stessa: Kee e sua figlia Dylan, simbolo della speranza, della purezza di una nuova vita in un mondo morente, riescono a raggiungere la Tomorrow, ovvero l’imbarcazione su cui una nuova comunità di persone cercherà di far ripartire il mondo dopo l’estinzione. Il fatto che la nuova umanità si trovi su una nave è estremamente simbolico e rappresenta un’importante chiave di lettura interpretativa, in quanto essa è priva di radici territoriali. Il mare annulla qualsiasi confine nazionale, libera metaforicamente la società da ogni differenza razziale e si torna ad essere tutti semplicemente persone, si torna nuovamente al contatto umano più autentico, vero e proprio fondamento del nuovo mondo del Domani, un mondo in cui i figli degli uomini potranno essere finalmente liberi.

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  • RECENSIONE DUNE – LA SCI-FI UMANISTA DI DENIS VILLENEUVE

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    Nel trasporre parte del primo volume della celebre saga letteraria di Frank Herbert, l’attesissimo Dune di Denis Villeneuve imbocca da subito – nello scivolare a perdita d’occhio (azzurro Fremen) sulle onde del deserto di Arrakis – la strada di un poderoso gigantismo visivo, che fa leva sulla potenza sensoriale del suono e dell’immagine come leve primarie della rappresentazione. Un colossale world building, impressionante per compattezza e coerenza, inventiva e originalità nel ricreare il foltissimo immaginario letterario non solo in pianeti, cittadelle e astronavi su larga scala, ma fin nei dettagli dell’arsenale di tools tecnologici: scudi ologrammatici (a cui pare si sia ispirato il lettore George Lucas – grande fan del ciclo di Dune – per le spade laser dei suoi Jedi), visori e mirini ottici, libro-film a far da proiettori di memorie e conoscenze.

    Villeneuve modella l’avveniristica età feudale di Herbert aderendo a un’estetica monstre di grande impatto ma in fondo low-fi: dimostrando impeto visionario insieme a un gusto quasi analogico per un’immagine retrofuturista – evidente nel design dei velivoli d’aria con board di leve, spie e pulsantiere, nei mezzi di terra come la mietitrice che riproduce all’infinito il ciclo inarrestabile del lavoro e del Capitale (incarnato dalla richiestissima spezia), o ancora in tute e imbardamenti degni di un polveroso Mad Max

    Al servizio di un’epica cavalleresca, medioevale prima che fantascientifica, vi è una messinscena che all’intasamento frenetico di botti e scintille in CGI – oggi predominanti – predilige un gusto per la composizione figurativa classica e prospettica, nella costruzione di volumi, spazi, edifici, geometrie granitiche e scie di oggetti volanti. In tanto sfolgorante fulgore scenografico, si percepisce nettamente lo scarto di Villeneuve rispetto alla piattezza plastificata e alla confusione martellante e fumettistica di prodotti consimili nella fantascienza contemporanea. C’è tutto un senso di attesa e di preparazione rituale. Una calma studiata da officiante nel ritrarre le pose solenni. Una cadenza, un passo lento e arioso dell’inquadratura che modella l’oscura monumentalità di parate, cerimoniali, sfilate di figure schiacciate e rimpicciolite in un grande quadro coreografico dagli echi stilistici che sembrano risalire fino a Leni Riefenstahl. Dall’alto di una mobilità sinuosa che si incunea a volo d’uccello in panoramiche sopra palazzi e mura di Arrakis e nel paesaggismo sconfinato del deserto. 

    Ma la sottile abilità di Villeneuve sta in realtà nel saper bilanciare tutto questo apparato con la dimensione umanista del suo cinema, che in Dune è preponderante ancora una volta, in una tensione perfettamente in equilibrio tra colossale gigantismo e ripiegamento intimista. Un’attenzione alle psicologie – non senza qualche trappola di una recitazione talvolta stereotipata – esternata in un uso insistito dei primi piani e della dialettica classica del campo/controcampo, come poco si vede nella caotica sci-fi di oggi. 

    Dune finisce così per appartenere tanto alla mitologia del suo creatore originario, tanto alla visione del mondo e all’autorialismo di Villeneuve. In questo senso, il film costituisce il più recente approdo delle suggestive speculazioni esistenziali e filosofiche sul conflitto delle individualità che il regista canadese ha disseminato nei precedenti Arrival (2016) e Blade Runner 2049 (2017). Per quella che ad oggi – in attesa di eventuali seguiti e ulteriori sviluppi della galassia di Herbert – si configura come una robusta trilogia sci-fi con una sua profonda e ben definita poetica, ogni volta plasmata in forme inedite e costantemente aperta al dubbio e all’ambiguità del senso. Incentrata sulla quest della ricerca identitaria e della verità su se stessi – a dire il vero già in essere in un’opera di sdoppiamenti e scissioni come Enemy (2013) -, e racchiusa nelle pieghe di cortocircuiti emotivi spazio-temporali, dentro enigmi, sfumature e ombre da decifrare nei segnali offerti dal linguaggio visivo e sonoro (il sound design e gli scores dei film di Villeneuve, l’abbiamo visto, sono sempre unità narrative e macchine sensoriali che si comportano come funzioni e personaggi veri e propri). 

    Un percorso di comprensione e riconoscimento del sé da rintracciarsi nell’evidenza nascosta in segni criptici, visioni oniriche (?) ingannevoli o profetiche, e voci interiori che illuminano epifanie su un destino più vasto. Che riguarda non soltanto la missione solitaria dell’eletto, ma si intreccia alle sorti di tutte le specie e le parti sociali chiamate in causa nell’universo di riferimento. Non ci riferiamo esclusivamente al giovane Paul Atreides (Timothée Chalamet) di Dune, solo l’ultimo epigono a seguire questa parabola. Ma è quanto, per altri versi, già sperimenta Louise Banks (Amy Adams) in Arrival: coraggiosa studiosa di antichi alfabeti alla scoperta premonitrice del proprio doloroso percorso affettivo e di vita, segnata da un sacrificio privato (una figlia persa, mentre a Paul tocca la scomparsa del padre) che si sovrappone al suo provvidenziale salvataggio della Terra. Non da una reale minaccia esterna, bensì dai suoi abitanti biliosi, marziali e dissennati (gli stessi di Dune), ottusamente prigionieri di una delirante fobia per il diverso. 

    Tutto ciò grazie al contatto con una dimensione aliena con la quale Louise comunica ed empatizza attraverso uno schermo bianco e rettangolare, squisitamente cinematografico, da cui rimbombano vibrazioni e si proiettano figure e simboli morfologicamente sconosciuti, che però registrano sorprendenti affinità col vissuto personale della donna: l’insistente presenza della figlia appare a turbare i sogni di Louise come avviene per la misteriosa ragazza del deserto (la guerriera Fremen Chani interpretata da Zendaya) che insidia la coscienza di Paul in Dune. La mano di Louise appoggiata sul vetro della parete-schermo, per esporsi e interagire con le creature, non è un’immagine troppo lontana dal gesto di Paul costretto a infilare le dita nella misteriosa scatola nera della Reverenda Madre, per farsi “leggere” dentro e – anche qui – stabilire una connessione con un’impalpabile energia sensibile, catalizzatrice della crescita morale e dell’evoluzione dell’ordine costituito verso il bene collettivo. Entrambi i personaggi di Paul e Louise tentano, a partire da un’estensione potenziata delle possibilità espressive, una comunione fisica e spirituale con un universo linguistico e sensoriale complesso, di difficile traduzione, ma in qualche modo addomesticabile e fatto progressivamente proprio. Diventano protagonisti di una sorta di conversione, che li trasforma in preziosi anelli di congiunzione per guidare l’agire autodistruttivo di un’umanità congenitamente isterica e bellicosa, sempre sul punto di implodere, preda di fazioni, odi radicalizzati e tensioni estremiste (profeti fanatici, militari e politici reazionari in Arrival, le casate, i gruppi etnici e le corporazioni in Dune) verso una pacificazione ancora possibile. 

    Anche in Blade Runner 2049, con la storia dell’indagine sulle origini e la vera natura dell’agente K., assistiamo a un altro cupo e malinconico viaggio nella definizione di un’identità che si sublima presto in una riflessione ontologica più grande, direttamente discendente dal prototipo di Ridley Scott: su quanto ci sia di umano e di artificiale – e se sia possibile distinguerli – nelle immagini della coscienza, del sogno e del ricordo. Il personaggio di Ryan Gosling, cercatore di esseri sintetici obsolescenti, portato lui stesso a un certo punto a sospettare di essere il figlio di una replicante, è alle prese, come Paul Atreides, con la messa a fuoco dello stesso carico di apparizioni fantasmatiche su più piani temporali, a cui dover dare un senso, un corpo e una direzione (l’agente K. rivolto a far luce sul passato, Paul oppresso da un futuro che ancora non riesce ad evocare completamente). Sono immersi nello stesso serbatoio di visioni indecidibili tra ancoraggio alla realtà e introflessione onirica, tra una profezia che può (auto)avverarsi e compiere un destino (Paul), e una sequenza di (falsi?) dati biologici che rischia di confermare o invalidare il senso di un’intera esistenza (l’agente K.). 

    Due film certamente diversi per derivazioni e mitologie di riferimento, Dune e Blade Runner 2049. Villeneuve sembra tuttavia legarli anche attraverso un altro piccolo dettaglio: un’analogia tra la statuetta del toro in corsa che Paul osserva in Dune – oggetto emblema dell’attività del nonno paterno – e il cavallino-giocattolo che l’agente K. ritrova in Blade Runner 2049 (ma il fil rouge si tende fino al modellino in miniatura dell’alieno-eptapode scorto tra i giochi della figlia di Louise in Arrival): due simulacri di identità fluide, instabili e inafferrabili, due indizi ugualmente decisivi e fuorvianti, due simboli di un’eredità problematica e di un retaggio genealogico che riconduce ai grandi padri (veri o putativi), a indicare o confondere il sentiero di una missione continuamente rimessa alla prova. “Questo è solo l’inizio”, decreta Paul chiudendo il primo pannello di Dune. Che sia su Arrakis o su altri lidi immaginifici, restiamo in attesa delle nuove sfide che verranno per gli specialissimi umani di Denis Villeneuve.  

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