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  • Recensione Una battaglia dopo l’altra – Il film della nostra epoca

    Le due righe di sinossi con cui viene presentato sul web Una battaglia dopo l’altra (One battle after another) non sono in grado di rendere giustizia all’originalità con cui si sviluppa questo film. Paul Thomas Anderson è tornato sul grande schermo con un film d’azione dal ritmo serrato, costellato di caricature estremamente comiche e taglienti, mai troppo sopra le righe. I toni sono molto diversi da quelli del coming of age Licorice Pizza (2021), tuttavia i due film hanno in comune alcuni dei punti di forza: il direttore della fotografia è di nuovo Michael Bauman, che qui fa un lavoro di notevole bellezza, e la colonna sonora è composta da Jonny Greenwood dei Radiohead, alla sua sesta collaborazione con Thomas Anderson.

    Questa produzione inoltre ha potuto contare su un budget decisamente più alto: circa 150 milioni di dollari, contro i 40 milioni per Licorice Pizza. I temi principali sono ispirati al romanzo Vineland di Thomas Pynchon (1990), adattati al contesto contemporaneo.

    Giovani e vecchi soldati

    Ci troviamo in California del sud, dove opera il gruppo rivoluzionario French 75. Pat Calhoun, detto “Ghetto Pat” (Leonardo Di Caprio), e Perfidia “Beverly Hills” (Teyana Taylor) sono amanti. In seguito a eventi di cui non vogliamo rovinarvi la sorpresa, Pat cresce la figlia Charlene (Chase Infiniti) da solo nella città-santuario di Baktun Cross, sotto le false identità di Bob e Willa Ferguson. Tenta disperatamente di tenerla lontana dalla militanza e da qualunque legame con il passato, fino al giorno in cui il capitano Steven Lockjaw (Sean Penn), nemico storico del gruppo, torna a cercarli. I membri superstiti del French 75 intervengono con il piano di emergenza concordato sedici anni prima, ma Bob/Pat ha, per usare un eufemismo, alcune difficoltà a rientrare con efficacia nel suo vecchio ruolo.

    Intorno ai protagonisti si avvicendano una serie di personaggi che rappresentano praticamente qualunque comunità sia stata oggetto di dibattito negli USA di recente, dai coetanei queer di Charlene/Willa al Sensei Sergio (Benicio Del Toro), che ospita in casa propria le famiglie migranti. Meritano una menzione a parte le suore e i membri della setta suprematista “Christmas Adventurers Club”, nel doppiaggio italiano “Pionieri del Natale”. Se la sensazione che vi dà questo nome è di star guardando le truppe del Sergente Hartman marciare sulla sigla di Topolino, avete colto lo spirito.

    L’ironia, che non risparmia nessuno e nessuna parte politica, serve ad offrire alcuni apprezzatissimi momenti di leggerezza e dare spessore a quella che è in realtà una constatazione molto amara riguardo il clima di violenza contemporaneo, le ideologie che riprendono piede e la reale condizione delle cittadine statunitensi lungo il confine messicano. La tensione è continua: la fuga personale del protagonista si intreccia con quella dell’intera comunità durante un raid della migra, la polizia di frontiera, e il lungometraggio rispetta tutti i canoni dell’action thriller. Ci sono gli scontri, i plot twist, il climax e anche un paio di classicissimi inseguimenti in macchina, resi spettacolari dalla qualità della fotografia. L’energia scorre fin dalla prima scena e rimane costante, fatto non scontato per una pellicola che dura quasi tre ore. Perfidia, che è il primo personaggio a comparire, incarna tutte le declinazioni di questa energia: la rabbia ma anche la determinazione, l’imprevedibilità del caos, il desiderio.

    In che anno siamo?

    Dentro a questa cornice si sviluppa a mò di filo rosso il commovente rapporto padre-figlia tra i protagonisti. Non si arriva mai a una particolare introspezione, che in una sceneggiatura di questo tipo naturalmente non trova spazio, ma sia il conflitto interiore di Pat/Bob che il percorso di scoperta di lei traspaiono perfettamente in ogni scena. La ragazza passa dall’avere un’idea distorta delle proprie origini, al mettere insieme i pezzi e poi a prendere in mano attivamente la propria storia, senza cadere mai nel didascalico. Questo ha sicuramente contribuito alla coesione del prodotto finale e alla carica emotiva delle ultime scene. Mentre il padre arranca letteralmente dietro Charlene/Willa, Una battaglia dopo l’altra rivolge anche al pubblico le domande in codice che i personaggi si ripetono in più occasioni: Che ore sono? Chi sei? Ovvero in che anno siamo, cosa sta succedendo, chi vuoi essere davvero tra tutti questi personaggi possibili. Thomas Anderson sembra aver intercettato perfettamente le motivazioni del risentimento dei più giovani davanti al caos che pervade quest’epoca, insieme al senso di impotenza di tutti. Il più grande incubo di un padre ex rivoluzionario non è il fallimento, è crescere una figlia nel mondo che viene dopo.

    Paul Thomas Anderson con questo film dimostra ancora una volta una innegabile abilità tecnica ma anche la capacità di continuare a evolvere il proprio linguaggio. Una battaglia dopo l’altra finora è il suo esempio migliore di entrambe.

    Federica Rossi,
    Redattrice.
  • Leonardo Dicaprio, Sean Penn e Regina Hall nel prossimo film di Paul Thomas Anderson

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    Inizieranno nel 2024 in California le riprese del nuovo film di Paul Thomas Anderson per Warner Bros, che non ha ancora un titolo ufficiale, ma conta già tre protagonisti degni di nota: Leonardo Di Caprio (che sul red carpet dei Golden Globe aveva anticipato di essere al lavoro su un nuovo progetto), Sean Penn e Regina Hall

    Anderson ha scritto la sceneggiatura e produrrà il film con Sara Murphy e Adam Somner. Secondo Deadline, che dà la notizia, questo nuovo lavoro sarà ambientato in un setting contemporaneo e rappresenterà il film più commerciale mai intrapreso da PTA, come si può intuire già dal cast annunciato.

    L’occasione di lavorare con il regista de Il petroliere è ottima soprattutto per Warner Bros, che inanella nuovi promettenti risultati dopo il campione di boxoffice 2023 di Barbie e l’ingaggio a lungo termine con Tom Cruise recentemente rivelato. Non sorprende che a comunicare la produzione siano Michael De Luca e Pam Abdy, chairmen di Warner Bros e precedentemente dirigenti di MGM, quindi già collaboratori di PTA (che ha realizzato sotto MGM il suo ultimo film Licorice Pizza). 

    Attualmente Di Caprio viene corteggiato da diversi studi nel mezzo della sua corsa all’Oscar con Killers of the Flower Moon di Martin Scorsese. Sean Penn recita in Daddio con Dakota Johnson per la regia di Christy Hall, che sarà prossimamente distribuito in USA. 

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    Edoardo Borghesio,
    Redattore.
  • Angel Heart – Mickey Rourke nel cuore nero degli anni ’80

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    Era già folta, e in più di un caso memorabile, la galleria degli antieroi romantici, temprati, malmostosi e non riconciliati, venati di fragile e malinconico maledettismo, incarnati da Mickey Rourke quando nella seconda metà degli anni ’80, all’apice della celebrità raggiunta da uomo della strada con alle spalle un passato tribolato, sull’onda del sensazionalismo pruriginoso scaturito da una pietra miliare dello zeitgeist dell’epoca come 9 settimane e ½ (9½ Weeks, 1986) di Adrian Lyne, l’attore nativo di Schenectady-NY (poi fattosi le ossa e un nome da battaglia nelle palestre pugilistiche di Miami) sceglie di arruolarsi come sconvolto protagonista del turbinoso, sensuale, visionario ed esotico neo-noir Angel Heart – Ascensore per l’inferno (1987) dell’inglese Alan Parker.

    Un crudo, allucinato e poco imitato esperimento a tinte dark – suggestivamente riuscito, al netto di un enigma narrativo piuttosto trasparente – di convulsa ibridazione dell’hard-boiled thriller e della detection story di matrice classica con granguignoleschi toni orrorifici e un torrido erotismo soprannaturale di vistoso gusto moderno. Oscura e malata materia investigativa di onirico sfilacciamento interiore, straniante, incandescente e appiccicosa come vischiosa magia nera che si raggruma sul cuore sventrato di un’individualità efferatamente scissa e dilaniata, riversata nel (ri)circolo tortuoso (le onnipresenti pale di un aeratore come oggetto-correlativo del moto circolare del film), tra i segnali ambigui di una narrazione frantumata, ammaliante e impalpabile, che sorveglia e pedina gli allarmi sensoriali, i vuoti di memoria, i lampi di (falsi?) ricordi e le irrazionali eruzioni di coscienza di un anti-soggetto progressivamente svuotato e inebetito. Disgraziatamente abbandonato in un torbido labirinto di dispersione del senso – differito e negato – e di sensi ottusi e sviliti. In un angoscioso e disorganico disallineamento debordante di indizi, eventi e prospettive vanamente impegnato in un’assurda, perturbante, fallace e incomprensibile ricostruzione dell’identità, del quale Christopher Nolan – grande fan del film – farà più tradi tesoro nell’allestire il rapsodico puzzle narrativo del suo Memento (2000).

    Prima della radicale emarginazione di Harry Angel, per Mickey Rourke c’era già stato l’auto-esilio volontario, ai margini di una solitudine ascetica dagli echi quasi metafisici, in un auratico bianco e nero, dell’irriducibile “Motorcycle Boy” di Rusty il selvaggio (Rumble Fish, 1983) di Francis Ford Coppola: presenza ancillare quasi mitica ma destinata all’evanescenza, dolente e carismatica figura di spiritual guidance generazionale e padrino degli sbandati, in sella su due ruote ma fatalmente già (de)caduto a bordo strada, come un santo protettore laico idolatrato eppure sconfitto (in partenza), ribelle silenzioso in religioso distacco, senza più una causa che raccolga voti di fede da tramandare ai più giovani. Era poi stato il turno, nel brulicante barocchismo del fosco sottobosco criminale raccolto da Michael Cimino nel caos rutilante di L’anno del dragone (Year of the Dragon, 1985), dell’intemerato e ossessivo sbirro Stanley White, pluridecorato innanzitutto di ferite aperte e cicatrici represse: ruvido, truce, scorretto e sentimentalmente vulnerabile, audace e avventato fino all’autolesionismo, groviglio di nervi fuori controllo, insulti al veleno e rabbia ipercinetica, per nascondere un vuoto abissale e un languore esistenziali irreparabili. Inevitabilmente solo perché scottato irrimediabilmente dalla vita, alla quale può restituire senso e valore solo in una febbrile caccia all’uomo che sublima l’esecuzione terminale della giustizia (privata) in una dispersa, spasmodica e lancinante ricerca del sé. “I saw myself in you”, confessa in un sussurro John/Mickey Rourke a Elizabeth/Kim Basinger in 9 settimane e mezzo: la sofferta ricerca dell’identità, della propria più intima, autentica e scomoda natura, cozzando contro un’alterità di speculare incomunicabilità in cui ci si scopre riflessi, è il grande fil rouge espressivo dell’originale quanto accidentata filmografia di Mickey Rourke.

    È però soltanto nel momento in cui sceglie di calarsi – brutalmente incosciente, a peso morto ed equilibrio precario – nell’inquietante, allucinato e sulfureo vortice sensoriale degli spasmi diabolici di Harold Angel, che Mickey Rourke abbraccia, per la prima volta con tanta poderosa e temeraria forza demolitrice, il paradigma di interpretazione franta, spolpata e disfatta a cui oggi viene naturale associarlo. In una personalissima poetica del corpo fieramente anacronistico, ammaccato e resistente, lontana da ogni superficiale esibizione di machismo muscolare, da cui forse non è esclusa la tentazione impulsiva di cucirsi puntualmente addosso una spossante e spirituale passione cristologica da sopravvissuto martire moderno, più volte decaduto e risorto (è nota la solida fede da cristiano praticante del nostro, calatosi peraltro nel saio minimalista del santo Francesco (1989) di Liliana Cavani in devota osservanza di una spoliazione iconica ed estetica del materialismo hollywoodiano). Un corpo e un volto, quelli di Rourke, nel tempo sempre più ostesi come stimmate permanenti di un riscatto dalla sconfitta e dall’oblio, come schietto e sincero attestato di residua riconoscibilità (“I know who I am”, urla Harry al momento topico di Angel Heart) oltre lividi, tonfi e duri manrovesci di una vita incorreggibile che ha più volte (letteralmente) cambiato faccia, sfregiando lo sguardo originario con l’automutilazione (il clinico face off  ricostituente l’aspetto abnorme del freak Johnny il bello (1989) di Walter Hill fa da preveggente specchio rovesciato del suo volto che Rourke andrà rovinosamente a tumefarsi nel ritorno sul ring).

    Un paradigma, dunque, che proprio a partire da Angel Heart Rourke inizierà ad indossare come una seconda pelle – con modulazioni ed esiti sempre più radicali, dall’autobiografismo sfiancante della vita sul ring di Homeboy (1988) all’auto-parodia pacchiana di Orchidea selvaggia (1989) -, sempre più calzante al suo talento indisciplinato, a un’indole ferocemente libera (e felice) di autodistruggersi per necessità, per salvaguardare la propria essenza e natura di raro animale (da palcoscenico) in estinzione. Attributi comunque impossibili da conformare alla quieta, bolsa e innocua normalità stereotipata che – oggi come ieri – innalza ai soffici piani alti dello star system e ai platinati ruoli da Oscar (statuetta che peraltro gli fu ignominiosamente scippata per l’immenso ruolo di The Wrestler (2008) di Aronofsky, agli Academy Awards del 2009, da uno scolastico e scialbissimo Sean Penn).

    Per Mickey Rourke, Angel Heart rappresenta così una provvidenziale via di fuga dal serio rischio di vedersi ridotto a levigato manichino da perpetua sfilata sul red carpet del decennio edonista. L’impervio, sconquassato ma ideale setting per un solista esistenziale tormentato, intransigente e recalcitrante alle rigide regole dell’industria qual è, (anti)divo controvoglia e per costrizione che qui finalmente gode a sprofondare nel baratro di un’immedesimazione lercia, immorale e pericolosa per il suo pubblico (a confronto delle turpitudini di Harry Angel, i giochini di 9 settimane e mezzo sono quelli di un floscio Mr. Gray d’antan da rivista rosa), a danzare sgomento e compiaciuto sull’orlo della scioccante messa in crisi – e della messa in abisso – della sua (in quel momento) limpida, seducente, appena un po’ pepata immagine attoriale, mandandola categoricamente in frantumi tra visioni insostenibili e frattaglie imbrattate di sangue.

    Dannarsi (letteralmente) l’anima, fondersi in un oscuro tutt’uno con le sinistre intenzioni maligne e il lacerante tormento dualistico del detective Angel, diventa quindi per Rourke l’occasione di fare le prime prove di un macabro, dirompente e ghignante attentato a se stesso – o meglio al sé che gli è stato imposto dagli altri -, alla propria celebrata e addomesticata immagine pop di sexy-giocattolone soft-core. Un consapevole e spudorato autosabotaggio che negli anni si perfezionerà ulteriormente, diventando irreversibilmente definitivo (con il parziale ritiro dalle scene e il ritorno all’amata boxe all’inizio degli anni ’90, in un lungo silenzio artistico lastricato di filmetti e comparsate alimentari, e riscattato solo con la clamorosa rinascita da protagonista in The Wrestler).

    Il film come perfetto non-luogo fisico e mentale in cui rintracciare ed esorcizzare demoni e fantasmi di autocoscienza critica, il cuore battente e rivelatore di sentimenti insospettabili, la malcelata invulnerabilità, il disagio pressante e il disincanto istintivo di un dissidente come Mickey Rourke, il quale arriva alle vette più ambite di Hollywood solo per allontanarsene schifato e deluso, rifiutando in serie copioni extralusso (tra gli altri Platoon, Top Gun, Gli Intoccabili, Rain Man) per trasferirsi più che volentieri negli angoli bui e spigolosi, e nei panni lisi e sformati di un barcollante reduce da orrori bellici e tremori metropolitani come lo scalcinato Harry Angel, sfumacchiando pulciose sigarette nella penombra di un lurido ufficio da schizofrenico private eye al confine tra mondo classico e moderno, anche nella congiuntura temporale. Siamo infatti nella fredda New York del 1955, in cui Harry viene incaricato dal misterioso Louis Cyphre (Robert De Niro) di rintracciare lo scomparso crooner Johnny Favorite, dando il là alla vertiginosa spirale di eventi che arriveranno a precipitare certezze e sicurezze del protagonista.

    Mickey ridiscende però a suo modo i gironi infernali, si scotta ma subito rifugge dal fuoco della grande fornace luciferina della macchina cinema che, agendo un po’ allo stesso modo del mefistofelico Cyphre con Johnny Favorite, prima concede al suo favorito onori e glorie imperiture, e poi lo soffoca e lo imprigiona succhiandogli via l’anima, condannando il nostro a ripetere per l’eternità il ruolo dell’amabile ribelle ammansito e impomatato, pronto per stampigliarsi sulla rilucente cover di Vogue America. Mickey non ci sta, si sottrae, oppone resistenza come può. Si va a barricare testardamente nell’anarchia virulenta e nelle piogge di sangue di questo cult immarcescibile (non riusciranno più a prenderlo, e lui proseguirà imperterrito nella diserzione dalle platee di massa, appoggiandosi al bancone abbruttito e gonfio d’alcool come compagno di squallide sbronze bukowskiane in Barfy – Moscone da bar, 1987). Accetta la sfida di scivolare senza rete di sicurezza in una dimensione costitutivamente improntata allo smarrimento, all’errore e alla perdita (di memoria); al brusco, distorto e spiazzante slittamento di tratti distintivi, gesti, icone, oggetti e significati dall’ordinaria e rassicurante percezione del già visto: un volto di superficie (visiva) imbellettato e preconfezionato che inesorabilmente si insudicia e si corrompe a contatto con la sostanza abrasiva, ipnotica e intossicante di insospettabili tenebre e raccapriccianti pulsioni interiori.

    La faccia d’angelo pulita – per un’anima già torva dentro – del John di 9 1/2 weeks, dai lineamenti gommosi e armoniosi, dal sorrisetto sornione, timido e complice, appena velata di un seducente filo di barba e ordinatissimi capelli laccati freschi di hair styling, come sotto il getto improvviso di un acido repellente si squaglia nella trasandatezza scomposta, untuosa e sconsiderata di Harry Angel, aprendo a una serie di nevrosi ticchettanti e dolori psicosomatizzati che affondano la doppia natura dell’attore-personaggio nel delirio psicologico e nel disfacimento corporale, portandolo a sguazzare nel lurido e nel marcio, in una folle morale imputridita che arriva persino a lambire la perversione sanguinolenta dell’incesto – in una torrida e materica scena di sesso selvaggio, grondante cascate di sangue dai soffitti, perfettamente speculare al furioso amplesso sulla scale e sotto la spessa pioggia di 9 settimane e mezzo. “I know who I am, I know who I am!”, urla più volte Harry Angel in preda alla disperazione finale, messo di fronte alla verità, ricomposta solo un attimo prima di bruciare per sempre all’inferno. È ancora e sempre Mickey Rourke che grida al mondo la sua appartenenza a se stesso, custode unico della sua preziosa e singolare identità, con il merito e l’orgoglio di non aver mai svenduto l’anima ai diavoli di Hollywood.

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    Daniele Badella,
    Redattore.
  • RECENSIONE UNA VITA IN FUGA – UN DEBOLE DRAMMA FAMILIARE

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    Dopo cinque anni dal suo ultimo lavoro come regista (il poco fortunato Il tuo ultimo sguardo), Sean Penn torna dietro la macchina da presa per dirigere Una vita in fuga, dramma familiare biografico presentato al Festival di Cannes nel 2021. Il film si ispira alla storia di John Vogel, noto falsario e truffatore statunitense, e racconta momenti della sua vita focalizzandosi sul rapporto conflittuale con la figlia Jennifer, vera protagonista della pellicola e voce narrante di tutta la vicenda. 

    Per la prima volta Penn dirige sé stesso e, per questa storia familiare, sceglie un cast familiare: i figli dell’attore, Dylan e Hopper Penn, vestono infatti i panni dei figli del criminale statunitense, la prima come vera protagonista della pellicola, il secondo in un ruolo più marginale. 

    Il film è l’adattamento cinematografico del memoir (inedito in Italia) Flim-Flam Man: The True Story of My Father’s Counterfeit Life, scritto dalla figlia di John, Jennifer Vogel, ma, nonostante si ispiri a fatti e personaggi reali e a vite e rapporti decisamente burrascosi, non riesce mai ad acquisire mordente e a risultare pienamente coinvolgente

    La storia, un lungo flashback narrato con un voice-over a tratti didascalico e ridondante, copre un arco temporale di oltre vent’anni e si divide in tre segmenti corrispondenti a tre differenti fasi della vita di Jennifer, tre momenti in cui viene mostrato l’evolversi del suo rapporto col padre. Da eroe d’infanzia, amorevole ma incostante, a cocente delusione, John Vogel incarna il fallimento di un padre nonché di una provincia Americana in cui è facile perdersi. 

    Purtroppo, a un incipit narrativo potenzialmente interessante non segue un adeguato sviluppo delle vicende e dei personaggi, che vengono anzi costruiti su premesse inconsistenti e instabili, tanto da risultare spesso non solo bidimensionali, ma anche poco coerenti. Le tre parti del racconto (idealmente infanzia, età del conflitto adolescenziale e prima vita adulta di Jennifer) sono un susseguirsi di avvenimenti ripetitivi e retorici, che mancano di vera consistenza e che sono legati l’uno all’altro da un filo davvero troppo sottile per andare a costituire una trama realmente solida e lineare.

    Così, il personaggio di Penn si perde nel corso del film e non resta che un’ombra dal viso stropicciato, un carattere abbozzato mai davvero in grado di riempire il personaggio del vero dramma dei fatti raccontati; e pure il personaggio della figlia, di cui seguiamo il percorso di crescita quasi come nel più classico dei coming of age, si sviluppa in maniera incoerente e con innesti e svolte di trama poco convincenti.

    In questa accozzaglia di ripetizioni, personaggi che si perdono e stereotipi vari, anche l’ipotetico sottotesto del rovesciamento del classico American dream non trova la sua giusta collocazione e resta solo uno spunto incollato in maniera posticcia e richiamato fin troppo palesemente da alcuni dialoghi e dal titolo originale Flag Day (giorno della festa della bandiera statunitense e, nel film, giorno del compleanno di John Vogel). 

    Nonostante la generale inconsistenza, sono comunque da sottolineare alcuni momenti di regia particolarmente ispirata: la scena iniziale, memoria d’infanzia di un paesaggio rurale ammantato di nostalgia vintage (che giova dalla scelta della pellicola in formato 16mm); il bel montaggio alternato dell’unica scena di pseudo azione; i brevi filmati dei ricordi di famiglia. Nota positiva anche la colonna sonora, composta da malinconiche ballate country a cui hanno contribuito Eddie Vedder (che torna a collaborare con il regista dopo Into the wild e che qui sentiamo anche il coppia con la figlia Olivia, al suo debutto), Glen Hansard e Cat Power. Purtroppo però questi aspetti non bastano a salvare un film generalmente difettoso su tutti gli altri fronti. 

    Insomma, il ritorno alla regia di Penn di poco si scosta dal suo ultimo insuccesso: Una vita in fuga è un film insipido, una storia con del potenziale ma con una sceneggiatura che manca di consistenza e con dei personaggi deboli sulla carta e forzati sullo schermo che mancano dell’autenticità e della credibilità che si addirebbe a dei personaggi reali.

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  • THE TREE OF LIFE: 10 ANNI PER UN CAPOLAVORO DEL CINEMA CONTEMPORANEO

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    Di The Tree of Life (2011) di Terrence Malick – quinto lungometraggio in trentotto anni di carriera per il regista texano – si è detto e scritto molto fin dalla prima proiezione al Festival di Cannes dieci anni fa, dove la giuria presieduta da Robert De Niro gli assegnò la Palma d’Oro.

    Per Malick si trattava del progetto di una vita: già ai tempi de I giorni del cielo (1978) parlava di un progetto misterioso intitolato Q, che avrebbe dovuto abbracciare l’intera storia del cosmo e le origini della vita. The Tree of Life è, in parte, la concretizzazione di questo sogno: un film di ambizioni spropositate, che tenta di mettere in relazione le vicende di una famiglia texana con la formazione della Terra e la nascita delle prime specie animali. Il tono dell’opera, come sempre con Malick, è filosofico: è noto che il regista abbia studiato a Harvard e insegnato al MIT, nonché tradotto in inglese opere di Heidegger come Vom Wesen des Grundes. All’epoca della sua uscita il film fu accolto – com’era prevedibile, viste le premesse dell’opera – da reazioni miste: alla prima proiezione sulla Croisette gli applausi entusiasti si mischiarono con i fischi dei detrattori. Ma già alla cerimonia di premiazione del festival, pochi giorni dopo, il film di Malick fu applaudito come solo di rado accade e, a poco a poco, nei mesi e negli anni a venire, molti giornalisti e studiosi hanno cominciato e riconoscere l’unicità e la sincerità dell’opera e già nel 2012 Roger Ebert – uno tra i più influenti critici cinematografici di sempre – lo inserì nella sua personale lista dei più grandi film della storia.

    Ma perché The Tree of Life è un tale capolavoro e, a parere di chi scrive, una delle assolute punte di diamante del cinema contemporaneo? Per cominciare è bene premettere che le riflessioni filosofiche che possono essere fatte basandosi sull’opera sono infinite – dai rimandi a Tommaso d’Aquino a quelli a Heidegger –, ma non è questa la sede: l’intenzione del presente articolo è infatti spiegare perché il film di Malick sia un capolavoro prima di tutto da un punto di vista prettamente cinematografico, in quanto opera radicalmente innovativa nell’ambito del linguaggio della settima arte.

    Val la pena accennare, sinteticamente, alla trama: un giorno i signori O’Brien (Brad Pitt e Jessica Chastain) vengono a sapere della morte del loro secondogenito. Il più vecchio dei loro tre figli, Jack (Sean Penn da adulto, Hunter McCracken da giovane), – che vive ormai in una moderna metropoli piena di grattacieli – è anch’egli raggiunto dalla tragica notizia e inizia a quel punto una meditazione esistenziale che lo porta a ricordare l’infanzia negli anni ‘50 a Waco (Texas) e a riflettere sul senso della propria vita e sul rapporto con i genitori, laddove il padre è incarnazione della Natura egoista e dominatrice e la madre della Grazia sempre pronta all’abnegazione. Queste vicende si fondono, come già accennato, con una suggestiva ricostruzione dell’origine dell’universo e della vita.

    Come spesso accade con progetti a lungo covati, il numero di ore di girato realizzate da Malick per The Tree of Life è stato enorme, tant’è vero che il direttore della fotografia del film, il messicano Emmanuel Lubezki, ha dichiarato che il primo cut sfiorasse le dieci ore di durata. A partire da questa monumentale bozza, Malick e cinque montatori hanno realizzato una versione finale di due ore e diciotto minuti che, sorprendentemente, non dà mai l’idea di essere solamente parziale. Certo, gli ampi tagli sono evidenti, ma è proprio qui che sta la forza di The Tree of Life, che riesce a sintetizzare alla perfezione ciò che manca perché tagliato. Malick, infatti, procede per scene molto brevi (chiaramente sintesi delle originali: non a caso il montaggio è serratissimo e non vi sono mai piani sequenza, spezzati in fase di editing) che, pur nella loro essenzialità, riescono a catturare il cuore emotivo della narrazione e a lasciar intuire tutto ciò che manca. In questo senso The Tree of Life pretende dallo spettatore uno straordinario sforzo inferenziale: è lo spettatore a dover inferire – portare dentro al film – ciò che è stato tagliato. Per questo motivo la frammentarietà della pellicola è in realtà la sua forza: il film dura poco più di due ore, ma è come se ne inglobasse dieci. Ogni scena è un bagliore, una sollecitazione emotiva che rimanda a quello che avrebbe dovuto essere, una piccola pennellata a suggerire un quadro ben più ampio che è lo spettatore a ricreare tramite il proprio lavoro interpretativo.

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    Questa struttura rapsodica si adatta perfettamente alla narrazione del film, in larga parte fondata su ricordi d’infanzia, intuizioni momentanee, riflessioni estemporanee: un cancello aperto, un lampione, dei bambini che si bagnano in un fiume o giocano a pallone, un clown (figure 1-5)… sono montati da Malick come frammenti di ricordi andati perduti, esattamente come le scene del suo film, impossibili da presentare in forma estesa come impossibile è per il Jack adulto di Sean Penn – vero protagonista del film, benché appaia per appena una decina di minuti – rivivere le proprie memorie d’infanzia nella propria conformazione originale. Di esse permangono solo dei “cocci” (molti sono i personaggi senza nome, i momenti privi di contesto: sedimenti del passato), che è lo spettatore a mettere insieme e integrare, anche e soprattutto tramite la propria esperienza di vita, che entra prepotentemente in gioco durante la visione e svolge un ruolo attivo nella ricomposizione dei frammentari ricordi del protagonista: siamo stati tutti bambini e abbiamo tutti convissuto con molti dei conflitti e dubbi del protagonista (ecco perché è importante che la trama sia così “generica”: il racconto di una famiglia tipo, in cui tutti possiamo riconoscerci almeno in parte). È davvero come se Malick con il suo stile volesse imitare il funzionamento della mente umana che – magmatica, disorganica, sconnessa – non rielabora le esperienze in forma completa, ma solo parziale e asistematica (pensiamoci: quando ricordiamo un evento non lo riviviamo mai nella sua interezza, ne cogliamo bensì i punti essenziali, capaci però di restituirci tutta l’emotività del momento). Il regista struttura secondo questa logica l’intera pellicola e finisce dunque per giocare con il tempo filmico e la sua percezione: condensa in poco più di due ore infiniti altri film potenziali e con un’inquadratura di pochi secondi è capace di spalancare universi narrativi ed emotivi inesauribili, che lo spettatore fa suoi tramite la propria immaginazione, il richiamo a ricordi privati e la costante interrogazione del testo filmico. The Tree of Life è dunque davvero un film “albero”, potenzialmente infinito nelle proprie ramificazioni emozionali e di significazione.

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    Per tutte queste ragioni The Tree of Life, pur nella sua varietà di immagini e situazioni, è in realtà un’opera di grandissima essenzialità che cerca di condensare nel minor tempo possibile un denso magma emotivo e narrativo. Si pensi solo all’introduzione del personaggio di Sean Penn – il Jack O’Brien adulto. Malick lo fa comparire per la prima volta al risveglio a letto: è spettinato, quasi frastornato (figura 6). È un uomo in totale crisi esistenziale che il regista, con una concisione che ha del miracoloso, tratteggia in pochi attimi, mostrando lui e la (presunta) moglie prima seduti ai due capi del letto (figura 7) – distanti, impossibilitati a comunicare – e in seguito addirittura su due piani diversi della propria casa (figure 8-9). Lei sopra, lui sotto, più lontani che mai. Basta questa scena a Malick per abbozzare un personaggio del tutto alienato, distaccato rispetto a un mondo – il presente della narrazione – assolutamente freddo, asettico e quasi denaturato, opposto rispetto alla natura lussureggiante della Waco degli anni ‘50 dove lo spettatore è trasportato dai ricordi d’infanzia di Jack. È come se la natura fosse imprigionata tra le strutture del mondo moderno – del cielo rimane il riflesso nelle vetrate dei grattacieli vertiginosi (figura 10), gli alberi appaiono solo nel mezzo di un ambiente completamente antropizzato (figura 11) – e gli uomini fossero vittima di un distacco dalla propria Madre.

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    Il film è una storia di ricerca: i personaggi sono in costante dialogo, tramite lo stream of consciousness tipicamente malickiano, con il trascendente, il divino (non inteso in una dimensione confessionale) e la natura, con cui paiono cercare una rinnovata concordia. The Tree of Life è una pellicola in cui tutto tende all’alto, alla luce misteriosa che ci illumina dal cielo, che la straordinaria fotografia di Emmanuel Lubezki riesce a catturare in modo stupefacente. Il film è pieno di porte e cancelli che si spalancano, scale rivolte al sole, ponti (figure 12-16): Malick coglie i segni quotidiani della tensione alla trascendenza che è parte essenziale dell’essere umano e mostra i suoi personaggi intenti alla ricerca di tracce dell’ultraterreno nella propria vita e nei propri ricordi.

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    E se i protagonisti all’inizio del film paiono più lontani che mai dal divino e dalla natura, colpiti dall’indicibile dolore della morte del secondogenito degli O’Brien, paiono finalmente ricongiungersi ad essi nel finale quando, avvolti dalla luce e dallo splendore di una nuova alba – momento di autentica poesia visiva –, trovano la forza di affidare il loro caro defunto al trascendente e di tornare a fidarsi di ciò che di più alto c’è nel mondo. In questo modo il film diviene una straordinaria parabola sul superamento del lutto e sul ritorno alla vita, che celebra il rinnovato desiderio dell’uomo di tornare a credere nel miracolo dell’esistenza e nel ciclo naturale delle cose, di cui la morte è parte essenziale.

    E proprio quel “miracolo dell’esistenza” è raccontato da Malick con uno stile visivo assolutamente unico, che fa del mondo una cattedrale, un tempio sacro in cui persino le gocce di pioggia e le foglie secche paiono pervase da maestà e sublimate dalla magnifica colonna sonora, che spazia dalla Grande messe des morts di Berlioz a un capolavoro della musica classica contemporanea come il Requiem for my friend di Zbigniew Preisner, composto in memoria dell’amico regista Krzysztof Kieślowski. E Malick, con il coraggio e l’ambizione sfrontata che sono propri dei grandi, allarga il campo della narrazione all’intero creato – mettendo in relazione piccolo e grande, attimi e ere geologiche – e intreccia la storia degli O’Brien con quella dell’universo e della vita biologica, creando rime visive straordinarie: gli embrioni paiono pianeti (figura 17), le galassie occhi umani (figura 18), un feto dietro una membrana ricorda un volto dietro una tenda (figure 19-20). E tutto ciò per ricordarci che anche noi, con le nostre esistenze così piccole e insignificanti, siamo parte di quella storia della vita che va avanti da miliardi di anni.

    [fusion_images picture_size="auto" hover_type="none" autoplay="no" columns="1" column_spacing="13" scroll_items="" show_nav="yes" mouse_scroll="no" border="yes" lightbox="no" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" class="" id=""][fusion_image image="https://framescinemawebzine.com/wp-content/uploads/2021/06/figura17.jpg" image_id="2733" link="" linktarget="_self" alt="" /][fusion_image image="https://framescinemawebzine.com/wp-content/uploads/2021/06/figura18.jpg" image_id="2734" link="" linktarget="_self" alt="" /][fusion_image image="https://framescinemawebzine.com/wp-content/uploads/2021/06/figura19.jpg" image_id="2735" link="" linktarget="_self" alt="" /][fusion_image image="https://framescinemawebzine.com/wp-content/uploads/2021/06/figura20.jpg" image_id="2736" link="" linktarget="_self" alt="" /][/fusion_images][fusion_text columns="" column_min_width="" column_spacing="" rule_style="default" rule_size="" rule_color="" content_alignment_medium="" content_alignment_small="" content_alignment="justify" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" sticky_display="normal,sticky" class="" id="" margin_top="" margin_right="" margin_bottom="" margin_left="" font_size="" fusion_font_family_text_font="" fusion_font_variant_text_font="" line_height="" letter_spacing="" text_color="" animation_type="" animation_direction="left" animation_speed="0.3" animation_offset=""]

    L’impressionante impianto visivo di The Tree of Life, peraltro, ha ispirato decine di registi, che negli anni hanno provato, spesso senza riuscirci, a imitarlo: da Iñarritu con Revenant – Redivivo a Nolan con Interstellar, passando persino per il Sorrentino de La grande bellezza, che cita Malick tra le sue maggiori fonti d’ispirazione, e lo Zack Snyder de L’uomo d’acciaio (si vedano le scene dell’infanzia di Superman). Malick stesso, a onor del vero, pare essere caduto vittima del suo capolavoro, dal momento che da anni pare disperatamente cercare di replicarne la felicità stilistica: To The Wonder, Knight of Cups, Voyage of Time e Song to Song (con l’eccezione del bel La vita nascosta – Hidden Life) girano tutti attorno alle idee di The Tree of Life, ma falliscono nel replicarne il lirismo sincero, con esiti intellettualoidi e talvolta francamente imbarazzanti.

    La grandezza del capolavoro del 2011, infatti, sta nell’essere una pellicola da un lato stilisticamente complessa e stratificatissima, come abbiamo provato a spiegare, ma dall’altro mai cervellotica o cerebrale e, anzi, assolutamente fruibile. Come in tutte le opere più raffinate, infatti, qui lo stile non pesa e, al contrario, quasi non si nota perché a emergere – al di là della ricchezza filosofica e concettuale – è anzitutto la dimensione emotiva e universale di una storia umanissima, in cui chiunque può riconoscersi e di fronte alla quale è impossibile non essere travolti da un senso di profonda fascinazione e meraviglia.

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