Tag: shiva baby

  • E VISSERO PER SEMPRE… 8 FILM QUEER A LIETO FINE

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    Avete mai fatto caso al fatto che, molto spesso, i film con personaggi appartenenti alla comunità LGBTQIA+ hanno dei finali tragici? Tra morti violente e spesso legate al proprio orientamento sessuale, amanti separati o destini drammatici, il cinema queer (parola nata come insulto, ora reclamata dalla comunità LGBTQIA+ ed utilizzata come termine ombrello) non ha risparmiato ai suoi protagonisti dosi massicce di sofferenza. 

    Questa tendenza al finale drammatico, che ad una prima occhiata potrebbe essere attribuita al desiderio degli spettatori di vedere storie strappalacrime sul grande schermo, in realtà affonda le proprie radici nella storia della rappresentazione dell’omosessualità al cinema. 

    Il Motion Picture Production Code (soprannominato “Codice Hays” dal nome del suo creatore), in vigore ad Hollywood dal 1934 ed ufficialmente abbandonato nel 1968, fu istituito nel tentativo di regolare l’arte cinematografica. Tra le norme del Codice, molto stringenti, ce n’era una che vietava la messa in scena di “perversioni sessuali”, termine che stava ad includere anche la rappresentazione di personaggi e pratiche riconducibili alla comunità LGBTQIA+.

    Thou Shalt Not, Whitey Schafer, 1940: foto satirica che includeva quante più violazioni possibili al Codice Hays

    Questo divieto non impedì comunque a diversi registi di inserire personaggi queer nei propri film, facendo uso del queer coding, ovvero l’attribuzione di caratteristiche che il pubblico potesse riconoscere: per i maschi, eccessiva femminilità e sensibilità, uso di make up, voci sottili; per le femmine, eccesso di mascolinità e di vestiti riconducibili al genere opposto, avversione verso pratiche considerate tradizionalmente da donne… 

    Per evitare la glorificazione delle “perversioni” indicate nel Codice, i personaggi con tratti di coding o apertamente queer venivano spesso usati come cattivi, creando così uno spiacevole legame tra l’orientamento sessuale “contro natura” e la malvagità dei personaggi. Uno dei casi più sistematici di questo tipo di rappresentazione, persistente anche dopo la caduta in disuso del Codice, è stato quello della Disney: Ursula è dichiaratamente ispirata alla drag queen Divine, Scar è fortemente teatrale nei modi di fare e parlare…

    Divine, la drag queen che ha ispirato il personaggio di Ursula.

    Un altro topos divenuto frequente a seguito dell’avvento della televisione, che era più libera di trattare certi argomenti, era quello di dare ai personaggi coded un finale drammatico. Il caso più citato di solito è quello di Gioventù bruciata (1955) e della tragica fine di Plato nomen omen

    È dunque evidente come il persistere nel cinema odierno di cattivi queer coded o di finali drammatici per personaggi queer sia anche lo strascico di un periodo di sistematica omofobia, che purtroppo ha tuttora le sue conseguenze sullo schermo e non solo.

    Per questo motivo, in occasione del Pride Month ci sentiamo di consigliare 8 film che rompono questo schema e che si chiudono con un finale positivo. Se però siete il tipo di persone che non vogliono sapere nulla, nel consumare media, vi consiglio caldamente di chiudere qui l’articolo: seguono spoiler!

    GLI AMORI DI ANAÏS (Charline Bourgeois-Tacquet, 2021)

    Cominciamo con due film che terminano con finali ambigui e che tuttavia ritengo essere più tendenti al positivo che al negativo.

    Anaïs (Anaïs Demoustier) è una trentenne svampita che vive alla giornata con enorme energia ed ottimismo. La relazione casuale con un editore, Daniel, la porta a conoscere l’autrice Emilie Ducret (Valeria Bruni Tedeschi), con cui cercherà in tutti i modi di stringere un rapporto.

    Il cuore emotivo del film è certamente la protagonista, che si apre in maniera incondizionata alle esperienze della vita ed all’amore. Buona parte della storia, anche i suoi eventi più cupi, si mantiene sui toni della commedia romantica in virtù di questo approccio scanzonato e privo di limiti. Infatti, l’attrazione di Anaïs nei confronti di Emilie non causa mai imbarazzo a lei stessa o ad altri solo perché l’oggetto del suo desiderio è una donna. Sarà proprio la sua leggerezza nel vivere e la persistenza nella seduzione ad affascinare tanto la scrittrice che capitola, infine, ai piedi della giovane.

    Nel finale, la pragmaticità di Emilie si scontra con la perseveranza della protagonista, e sebbene non sia chiaro chi delle due la spunterà, la speranza che il film stesso sembra instillare è che sia Anaïs ad avere la meglio per l’ennesima volta convincendo la compagna a continuare la loro relazione.

    GREAT FREEDOM (Sebastian Meise, 2021)

    Nella Germania del secondo dopoguerra, Hans (Franz Rogowski) è trasferito dal campo di concentramento al carcere in quanto in violazione del Paragrafo 175, che vietava rapporti tra persone dello stesso sesso. Negli anni successivi tornerà in quella stessa prigione altre due volte, legandosi ad alcuni carcerati e mantenendo un legame col suo vecchio compagno di cella, Viktor (Georg Friedrich).

    Vista la premessa di questo film, sembra assurdo che qualcosa di buono possa uscirne. Questo è stato effettivamente il giudizio di una parte della critica, che si è spaccata a metà soprattutto riguardo al finale e al suo significato. In realtà, lo stesso Rogowski, intervistato al riguardo, l’ha definito un “finale speranzoso”. È in quest’ottica che desidero leggere Great freedom e la sua conclusione.

    Nel film, la permanenza in prigione non spezza lo spirito di Hans, anzi: il suo desiderio di contatto con altri uomini è più forte della condanna societaria e lo spinge ad affidarsi a diversi stratagemmi per poter continuare ad amare anche all’interno di un sistema che lo vuole annientato. Alla fine del film, arriva addirittura a preferire il carcere al mondo esterno, trovandovi qualcosa che fuori non ha: un legame, non meramente sessuale ma prima di tutto sentimentale.

    In questa prospettiva, Great freedom è una triste e spesso dura, certo storia di resistenza ad oltranza con un lieto fine non convenzionale.

    SHIVA BABY (Emma Seligman, 2020)

    Danielle (Rachel Sennott), costretta a partecipare allo shiva (un rituale ebreo successivo alla morte e sepoltura di una persona), è soggetta al peggior incubo di qualsiasi giovane: il giudizio e i commenti invasivi dei parenti e degli amici di famiglia. Come se ciò non bastasse, durante la giornata reincontra Maya (Molly Gordon), la sua ex ragazza, e Max, suo attuale sugar daddy, assieme alla moglie e il figlio.

    Shiva baby tratta di ansie e difficoltà che molti giovani spettatori riconosceranno: l’incertezza riguardo al proprio futuro, le pressioni del mondo esterno, il giudizio riguardo alle proprie scelte di vita… Questi elementi vengono poi amplificati dalla regia e dalla fotografia, che riescono a creare un efficace effetto claustrofobico. 

    Alla fine del film, veniamo lasciati senza risposte riguardo all’avvenire di Danielle, ma con una nota di positività e la speranza che qualcosa di migliore è all’orizzonte. Particolarmente importante da questo punto di vista è Maya, con la quale Danielle riallaccerà i rapporti nel corso del film e che la spingerà a cercare di essere la versione migliore di sé stessa.

    Con al proprio centro una donna ebrea ed apertamente bisessuale, Shiva baby dimostra quanto le vicende personali possano essere universali, restando comunque fedele e rispettoso delle esperienze di queste due comunità.

    ROCKETMAN (Dexter Fletcher, 2019)

    Il film biografico dedicato alla vita del cantante Elton John, interpretato da Taron Egerton, rischiava di cadere in molti dei cliché di cui spesso sono vittima i biopic musicali, possedendone la classica struttura: una storia di ascesa alla fama seguita da una rapida caduta nel vizio. Rocketman riesce tuttavia ad evitare la banalità, in primis abbracciando lo stile del musicista e assumendo la sfacciataggine spettacolare di un musical. 

    In secondo luogo, il passaggio del cantante dalle stelle alle stalle ha forti radici che vengono affrontate nella prima parte del film: problemi di affettività derivanti da una situazione famigliare tossica. Imparando a conoscere il protagonista ne comprendiamo i problemi: il bisogno quasi patologico di amore, la scarsa autostima e il timore di poter restare solo o di non trovare qualcuno “che lo ami come si deve”.

    Il finale in quest’ottica è degno di nota perché riesce a concludere in maniera positiva la vicenda del protagonista senza però ignorare i danni da lui stesso compiuti, la difficoltà del lavoro che dovrà compiere per migliorarsi e, soprattutto, quanto sia fondamentale, per questo processo, imparare ad amarsi.

    In un panorama di narrazioni dedicate a figure queer la cui vita è terminata in miseria e in questo panorama Elton John è comunque una figura privilegiata , va detto, Rocketman dimostra che la felicità è possibile senza rinunciare a sé stessi.

    RAFIKI (Wanuri Kahiu, 2018)

    Un lieto fine è tanto più apprezzabile quando per averlo è stato necessario lottare. Rafiki, infatti, è stato bandito dal paese d’origine della regista, il Kenia, in quanto la sua conclusione “troppo speranzosa” violerebbe le leggi lì attualmente attive: ad oggi le attività omosessuali sono ancora punibili dalle istituzioni. 

    Pertanto, la storia apparentemente semplice di questo film, che segue lo sbocciare dell’amore tra due adolescenti, Kena (Samantha Mugatsia) e Ziki (Sheila Munyiva), assume un enorme valore se calata nel suo contesto di appartenenza. La relazione è descritta con estrema delicatezza e senza voyeurismo, sviluppandosi naturalmente come una qualsiasi storia d’amore. Tuttavia, la coppia è soggetta ad una forma di omofobia istituzionale, che le vede braccate da un’intera comunità e dalle loro stesse famiglie. Inoltre, su di loro pende la minaccia di risvolti legali: un’enormità, per due ragazze che semplicemente si amano.

    Nonostante queste premesse, la regista ha deciso di chiudere con un finale speranzoso, che apre le porte ad un futuro migliore per le sue protagoniste e lancia un messaggio sovversivo.

    Rafiki è importante perché ci permette di uscire dai nostri canoni e affacciarci su un mondo e delle dinamiche di cui sappiamo poco. Affronta inoltre la realtà della criminalizzazione dell’amore tra persone dello stesso sesso, apparentemente così lontana da noi, ma in realtà ancora attiva in circa 70 paesi. 

    LA TERRA DI DIO (Francis Lee, 2017)

    Se vi è piaciuto Brokeback Mountain ma avreste voluto un finale diverso, allora La terra di Dio fa per voi. 

    Johnny (Josh O’Connor), giovane costretto a gestire la fattoria di famiglia, tira avanti grazie all’alcool e a rapporti sessuali occasionali. La sua vita sempre uguale cambia quando il padre assume, per aiutarlo, Georghe (Alec Secăreanu), immigrato proveniente dalla Romania. 

    Come in Brokeback Mountain, La terra di Dio sfrutta i paesaggi dello Yorkshire per costruire una passione che ha le sue radici nella maestosità e la spontaneità della natura. In questa storia, però, il conflitto del protagonista non è causato dal proprio orientamento sessuale, ma, come ha fatto notare lo stesso regista, dal bisogno di crescere e passare da una serie di rapporti fugaci ad una relazione stabile. Johnny, abituato a sveltine brutali e fredde come la vita di fattoria, comincia ad apprezzare la bellezza sia dell’amore sia della natura solo nel momento in cui si trova affiancato da Georghe, che lo introduce ad una dimensione più intima e sentimentale. 

    Remando contro la tradizione letteraria e cinematografica che rappresenta la passione omosessuale come elemento di corruzione, in questo film l’influenza del proprio compagno è, al contrario, la spinta che serve a Johnny per ricalibrare i propri rapporti personali, migliorare il proprio carattere e, di conseguenza, la propria vita.

    GONNE AL BIVIO (Jamie Babbit, 1999)

    La cheerleader Megan (Natasha Lyonne) viene mandata dai propri cari in un campo di riabilitazione, dopo che alcuni suoi comportamenti li hanno convinti del fatto che sia lesbica. Qui comincia un percorso farsesco di “guarigione” assieme ad altri coetanei, tra i quali spicca la strafottente Graham (Clea Duvall).

    Pur affrontando un tema serio come quello della terapia di conversione, tuttora in uso in alcuni paesi, Gonne al bivio assume un approccio comico, prendendo in giro le pratiche messe in atto nei centri dedicati, l’ipocrisia delle persone che ne sono a capo e gli stereotipi legati alla comunità LGBTQIA+ (alcuni ancora tristemente attuali): l’idea che l’omosessualità “nasca” a partire da un episodio scatenante, la miscredenza che esista una maniera corretta di essere gay, l’etichettare una persona come omosessuale a partire da elementi come il comportamento o il tipo di abbigliamento. Inoltre, il film ridicolizza l’idea di un netto binarismo uomo-donna e abbraccia l’idea di una famiglia al di fuori dei confini domestici, tanto caro e famigliare alla comunità LGBTQIA+.

    Ciliegina sulla torta d’ironia: la presenza nel cast di RuPaul (che molti conosceranno come host del reality show a tema drag queen RuPaul’s Drag Race) nella parte di un “ex gay” a capo del centro di riabilitazione.

    MAURICE (James Ivory, 1987)

    Maurice Hall (James Wilby) è un ragazzo membro della borghesia inglese di inizio ventesimo secolo. A Cambridge un suo compagno, Clive Durham (Hugh Grant), lo avvia ad una relazione platonica omosessuale. Una volta abbandonato dall’amante, Maurice dovrà fare i conti con i propri desideri in un momento storico in cui i rapporti sessuali tra uomini sono ancora illegali.

    Se la prima parte del film è oggi quella più ricordata e citata, è nella seconda, che vede entrare in scena un terzo protagonista, il guardiacaccia Alec Scudder (Rupert Graves), che ci sono alcuni degli elementi che rendono Maurice una storia estremamente rivoluzionaria visto il tempo in cui è stata concepita (l’autore E.M. Forster scrisse il romanzo da cui il film è tratto nel 1913-14). 

    Maurice si chiude infatti con un’accettazione totale e senza riserve, da parte del protagonista, della propria natura, un risvolto che arriva tanto più gradito dopo aver assistito alle pressioni vissute dagli omosessuali, a livello non solo legale, ma anche psicologico. Inoltre, in contraddizione ai principi di Clive, termina con la celebrazione di un amore che abbraccia la dimensione sentimentale tanto quanto quella sessuale, un elemento decisamente controcorrente rispetto alla pudicizia dell’età edoardiana in cui il film è ambientato. Come se non bastasse, Forster prese a piene mani dalla filosofia del poeta Edward Carpenter, di cui era amico, che affermava che l’eros fosse un elemento capace di andare oltre ogni barriera, compresa quella di classe (allora ancora molto sentita).

    Con il suo finale, dunque, Maurice è da una parte una critica forte e chiara ad una società ipocrita e limitante, di cui Clive è il perfetto rappresentante. Dall’altra, è un inno all’amore libero di convenzioni e una celebrazione di chi ha lottato (o tuttora lotta) per ottenerlo.

    In chiusura di articolo mi sento di segnalare come, anche all’interno di questa lista, ci sia ben poca varietà, con nessuna menzione di personaggi trans, non binary, asessuali ecc. Purtroppo questa mancanza dipende in parte da un’ignoranza personale, in parte da una carenza all’interno dei media di rappresentazioni più complesse di quelle a cui siamo solitamente abituati. Fortunatamente, si stanno facendo dei passi avanti, ma non dovremmo mai smettere di pretendere che la settima arte riproduca il mondo nelle sue infinite sfumature e, soprattutto, dia a tutt* il proprio, meritato lieto fine.

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  • RECENSIONE SHIVA BABY

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    Nella tradizione ebraica, lo Shiva è il periodo di sette giorni di lutto in cui i parenti stretti, dopo una sepoltura, si riuniscono per il cordoglio nella dimora del defunto, tra preghiere, banchetti commemorativi e familiari in visita. Nel corso di questo rituale sociale, lungo un’unità di tempo e luogo di poco meno di ottanta minuti, si svolge la vicenda di Shiva Baby (2020), opera prima della canadese Emma Seligman, che esordisce nel lungometraggio espandendo il suo omonimo corto del 2018 (presentato come tesi di laurea alla New York University). Protagonista, in entrambi i casi, la venticinquenne attrice e stand-up comedian statunitense Rachel Sennott, fattasi un nome come caustica battutista su Twitter, in un live-show su Instagram e nella webserie – da noi inedita – Ayo and Rachel Are Single (a occhio, un talento promettente)

    Seguiamo dunque le traversie di Danielle, spigliata studentessa incerta sul futuro e in crisi di identità, che, all’insaputa di tutti, lavora come sugar baby per maturi clienti in cambio di soldi e costosi regali. Dopo un appuntamento, recandosi di malavoglia a uno Shiva nei sobborghi di Brooklyn in compagnia dei genitori, distante e annoiata in mezzo alla calca dei congiunti, si imbatte in Maya, sua ex amante. Non bastasse, si trova di fronte proprio l’uomo col quale si è intrattenuta poco prima, con avvenente moglie e figlioletta neonata al seguito a complicare gli imbarazzi, tra parenti ficcanaso che si intromettono da ogni dove e una tensione che per Danielle comincia a farsi insostenibile. 

    È facile riconoscere il folto background di riferimento del film della Seligman. Tra i toni dell’irriverente commedia umana, il coming of age indie e l’ansia montante da kammerspiel psicologico, riunisce umorismo alla Fran Lebowitz, un’antieroina alla Greta Gerwig, la trasgressione al senso comune, le stilettate puntute alla morale, l’attentato all’ipocrisia borghese e ai dettami dell’ortodossia religiosa (e sessuale), la provocazione dissacratoria e il cinismo paradossale del milieu ebraico di tante opere di Woody Allen e dei fratelli Coen (nel cast, spicca Fred Melamed nel ruolo del padre e del goffo schlemiel, comparso in numerosi film di Allen nonché rivale amoroso di Larry Gopnik in A Serious Man (2009). 

    Con, in più, la convulsione schizofrenica del nucleo familiare slabbrato dalla pecora nera – mina vagante alla Rachel getting married (2008) di Mike Nichols, alcuni riflessi della serialità recente (Transparent, Unorthodox) e le dichiarate ispirazioni della regista: il ritratto delle insicurezze teen di Palo Alto (2013) di Giò Coppola, l’osteggiata relazione tra donne e la ricerca dell’identità femminile schiacciata dalla comunità in Disobedience (2017) di Sebastián Lelio, il pedinamento attoriale e l’improvvisazione alla Cassavetes

    Shiva Baby procede però sicuro sulle sue gambe. Un’opera libera, spontanea, coraggiosa, ben scritta e ancor meglio recitata (la Sennott è fantastica), orgogliosamente personale, che rielabora il vissuto autobiografico di Emma Seligman – bisessuale e appartenente alla comunità ebraica come la sua Danielle – in una disorientata ricerca di sé che rifiuta le etichette e accetta benevolmente la stasi, l’indecisione, il blocco esistenziale, e che non teme di mostrare contraddizioni e vulnerabilità della generazione Z. Riflettendo su un tema spinoso come la gestione della sessualità, il consapevole e compiaciuto sfruttamento del corpo da parte di Danielle, senza ricorrere al revanscismo ideologico femminista, che anzi viene apertamente deriso, al pari del resto, nelle battute su corsi di gender business (?!) e pink pussyhats in marcia nei cortei. 

    Anche nella brillante direzione degli attori e nella messa in scena, Emma Seligman dimostra una grande padronanza del linguaggio filmico, fatto di precise scelte stilistiche: montaggio svelto e puntuale nei dialoghi più tesi, uso di lenti anamorfiche – della cinematographer  Maria Rusche – per raggruppare l’affollamento di personaggi nell’ampiezza della profondità di campo, distinguendo l’isolamento estraniato e il senso di prigionia di Daniele dai capannelli di familiari sfocati sullo sfondo. È lei l’insider a cui si aggrappa il punto di vista, a spasso tra gli interni nell’ansiogena mobilità della camera a mano, che aumenta progressivamente la sensazione di opprimente claustrofobia schiacciata sul volto della ragazza: un’atmosfera soffocante e inquisitoria, con la costante pressione fisica e psicologica dei parenti appostati in salotto, pronti a far domande scomode e bloccare le vie di fuga, grottescamente distorti (le facce mostruose che si ingozzano di cibo e assillano Danielle con smorfie ghignanti). Con uno score pizzicato, ispirato alla musica Klezmer, per tirare le corde emotive di Danielle in vibrazioni quasi horror. E un finale spiraglio di ottimismo che, nello stipare tutti i personaggi in un gremito furgoncino delle diversità alla Little Miss Sunshine (2006), trova il mezzo migliore per una tregua dai conflitti. 

    Per dirla in soldoni, tanta roba per un magnifico esordio.

    Il film è disponibile su MUBI 

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