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  • IL CONCETTO DELLA PERDITA NEL CINEMA DI DEREK CIANFRANCE

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    “Accade facilmente, a chi ha perso tutto, di perdere sé stesso”

    Primo Levi – Se questo è un Uomo

    Esistono, nella storia del cinema, registi che hanno affrontato e sviscerato una tematica lungo tutta la propria filmografia, declinandola di volta in volta da un punto di vista diverso.

    Questo Fil Rouge tematico è evidente, ad esempio, nella produzione di cineasti come Nolan, in cui il concetto di Tempo è estremamente ricorrente, o come Blomkamp, la cui fantascienza ha sempre una retorica di denuncia classista.

    Tra questi va citato anche il giovane regista e sceneggiatore Derek Cianfrance, il cui cinema può essere analizzato e interpretato come un’unica grande riflessione sul concetto della perdita e delle sue conseguenze nella vita umana. 

    Già in Blue Valentine del 2010, che rappresenta il suo esordio nelle sale, questo tema risulta centrale. La storia, infatti, è il dramma di un matrimonio che finisce dopo molti anni, nel quale la protagonista Cindy pian piano capisce di non amare più suo marito Dean. 

    Il regista imposta la sua riflessione sulle conseguenze psicologiche, emotive e relazionali comportate dalla perdita dell’Amore. Il personaggio di Michelle Williams, infatti, vive un terribile conflitto interiore, scissa tra l’ormai irreversibile indifferenza nei confronti del personaggio di Ryan Gosling, e la memoria di un sentimento che ormai si è inaridito. 

    Proprio la negazione di questa conflittualità è alla base del profondo disagio della protagonista che, percependo il suo matrimonio scivolarle tra le dita, si colpevolizza per la perdita del suo Amore verso di lui, essendo consapevole, però, dell’inevitabilità di tale perdita. 

    La narrazione segue un montaggio alternato tra il presente, fatto di freddezza, distanza e incomprensione, e il passato, mostrando come Dean e Cindy si siano innamorati in circostanze decisamente drammatiche, le quali però hanno reso unico e speciale il loro rapporto ed è proprio nel ricordo di questa felicità innocente e pura che la perdita si fa più dolorosa. I personaggi appaiono svuotati fisicamente ed emotivamente dalla deriva del loro rapporto: dove una volta c’era complicità ora c’è solo scontro, dove una volta c’era bellezza ora c’è solo decadimento. 

    Il personaggio di Dean è molto interessante, e al contempo tragico, in quest’ottica. Egli cerca di opporsi a questo epilogo, lotta e si impegna per mantenere vivo un rapporto che ormai è morto, anche se non è mai chiaro se lo faccia perché ancora innamorato di Cindy o perché la prospettiva di perdere la sua famiglia, ovvero ciò che ha costruito per una vita intera, sia per lui troppo spaventosa

    Dopo questo primo film in cui la tematica viene affrontato da un punto di vista relazionale, Cianfrance si concentra su una riflessione più personale, più esistenziale.

    Con il suo secondo lungometraggio, Come un Tuono del 2012, il regista inquadra la perdita come mezzo attraverso il quale redimere le proprie colpe e ritrovare sé stessi. Esempio lampante è il personaggio di Luke (interpretato nuovamente da Gosling), un motociclista acrobatico che vive la vita senza scopo, senza legami. La sua esistenza, apparentemente vuota e priva di senso, viene scossa nel momento in cui scopre di essere padre di un bambino appena nato, la cui madre, però, non vuole avere nessun tipo di rapporto con il protagonista e gli nega, quindi, la possibilità di occuparsi del figlio. 

    Il concetto di colpa in questo film è ciò che segue la perdita. Il protagonista, infatti, cerca di redimersi e di convincere Romina, la madre del piccolo, che lui è in grado di occuparsi di loro. Luke, non accettando di aver perso l’unica possibilità per dare una svolta alla sua vita, inizia a rapinare le banche, trovando la sua espiazione nel provvedere, almeno economicamente, al futuro del bambino. 

    Continuando con la stessa interpretazione, il personaggio di Avery Cross, ovvero il poliziotto idealista interpretato da Bradley Cooper, segue un percorso simile a quello di Luke Glanton. Egli, infatti, è eroso dal senso di colpa in seguito all’uccisione di un uomo, rappresentazione metaforica della perdita della sua integrità morale e ideale. 

    Il percorso di redenzione di Avery, infatti, è simboleggiato dalla sua guerra personale contro tutti gli agenti corrotti del suo dipartimento, in una sorta di contrappasso dantesco in cui, dopo aver perduto la propria purezza etica, egli si sente obbligato a combattere tutto ciò che immorale per espiare il suo senso di colpa. 

    Dopo il non perfetto La Luce sugli Oceani del 2016, che trattando di una coppia che vive la tragedia di due aborti spontanei rende nuovamente la tematica della perdita fondamentale, esce Sound of Metal del 2020 (qui trovate la nostra recensione). 

    In questa pellicola, di cui Cianfrance ha però solo scritto il soggetto lasciando la regia al co-sceneggiatore di Come un Tuono Darius Marder, viene mostrata la perdita come stravolgimento della vita

    Il protagonista, Ruben, è un batterista che, improvvisamente, perde l’udito. Grazie a questo espediente narrativo, che è  rappresentazione simbolica di un trauma, come può essere ad esempio un lutto, la pellicola mette in scena tutte le ripercussioni psicologiche causate da un tale evento. Il film mostra perfettamente e con una potenza emotiva devastante il conflitto tra la disperazione e lo spaesamento di fronte alla perdita e la necessità di accettarla per poter continuare a vivere. 

    Questo processo universale è caratterizzato da un percorso, lo stesso che il personaggio di Riz Ahmed è costretto a compiere: la prima reazione, infatti, è la negazione. Egli tenta di ingannare sé stesso, provando a convincersi di poter vivere normalmente ignorando il problema. In un secondo momento Ruben inizia a comprendere che deve convivere con la sua situazione, continuando però a considerarla un qualcosa di temporaneo e a cui è possibile porre rimedio.

    Questa volontà del protagonista di tornare indietro, rappresentata nel film dall’intervento chirurgico che promette di restituirgli l’udito, è metafora della tendenza umana a rifugiarsi nel passato in seguito a un trauma. Egli sogna di ricostruire la sua vecchia vita perché l’idea di doverne affrontare una nuova e sconosciuta è estremamente spaventosa. Non resta null’altro da fare, dunque, per Ruben se non metabolizzare il trauma e farne una parte di sé per superarlo.

    Il cerchio tematico aperto da Cianfrance con Blue Valentine si chiude quindi, in questa pellicola, con la consapevolezza che la perdita, in tutte le sue forme, è parte inevitabile della vita umana e per quanto possa essere dolorosa la sola maniera per conviverci è abbracciarla e accettare i cambiamenti che essa comporta. 

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  • RECENSIONE SOUND OF METAL DI DARIUS MARDER

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    Candidato a sei premi Oscar e vincitore per le categorie di miglior montaggio e miglior sonoro, Sound of Metal è il film d’esordio alla regia di Darius Marder  (escluso il documentario Loot del 2008).

    Trailer

    Già sceneggiatore per Come un tuono (Derek Cianfrance, 2012), Marder torna a collaborare con Cianfrance, che cura il soggetto del film, portando a termine un progetto in cantiere già da 13 anni. Dopo oltre un decennio dunque il regista consegna al pubblico la sua opera prima, che racconta, con precisione disarmante e delicata attenzione al dettaglio, la storia di Ruben Stone, giovane batterista ex tossico-dipendente che si ritrova a fare i conti con l’improvvisa perdita dell’udito. La pellicola,  presentata in anteprima al Toronto International Film Festival nel 2019, vede nei panni del protagonista un meraviglioso Riz Ahmed, che non per niente è stato candidato all’Oscar come miglior attore protagonista. Accanto a lui Olivia Cooke e numerosi attori non professionisti provenienti dalla comunità sorda. A spiccare tra le altre è la performance di Paul Raci. Attore fino ad oggi poco noto al grande pubblico, Raci è figlio di genitori sordi, e riesce a portare sullo schermo un’interpretazione convincente e sincera che è valsa – anche a lui – una nomination agli Oscar di quest’anno.

    Paul Raci interpreta Joe, uno dei punti di forza di questa pellicola

    LA TRAMA DEL FILM

    Lo sviluppo della trama è tutto sommato semplice: Ruben e Lou, compagni sul palco e nella vita, vivono di musica e per la musica. I due formano insieme il gruppo Blackgammon, suonano musica metal e vivono in un van. La loro vita da musicisti nomadi viene stravolta quando, nel bel mezzo di un tour, Ruben perde di colpo quasi l’80% del suo udito. In mancanza di denaro per delle costose protesi acustiche, è costretto ad accettare l’aiuto di Joe, un veterano ed ex alcolista rimasto sordo in guerra, il quale vive in una comunità di sordi e gestisce una casa-rifugio per sordomuti. Per il protagonista inizia così un percorso che dovrebbe essere non solo di accettazione, ma anche di nuova consapevolezza. Lontano dalla sua vita lavorativa e sentimentale, Ruben si inserisce, non senza difficoltà, nella comunità. Studia il linguaggio dei segni e prova a reimparare la percezione di un mondo privo di suoni ma ricco di vibrazioni. La prospettiva però di essere inserito come elemento fisso nella comunità fa tornare a galla il prepotente e totale rifiuto per la sordità, la quale inevitabilmente lo imprigiona lontano dalla sua vita, mentre tutto, fuori dal suo mondo ovattato, evolve e va avanti per necessità di sopravvivenza.

    UN VOCABOLARIO DI SUONI E SGUARDI

    La forza del film, inutile dirlo, sta nell’enorme lavoro di studio e realizzazione del sonoro, che ci porta ad esplorare una condizione di isolamento che da un anno a questa parte può sembrare  ˗ in modo certamente diverso ˗  tristemente familiare.

    A detta di Nicolas Becker (sound editor della pellicola insieme a Jaime Baksht, Michelle Couttolenc, Carlos Cortés e Philip Bladh) la sfida non era quella di realizzare un “bel suono”, quanto più quella di alterare in modo convincente la percezione dei normali suoni a cui il pubblico è abituato. Nel film Ruben è costretto ad acquisire una nuova percezione non solo di ciò che lo circonda, ma anche di sé stesso. Questo è ben trasmesso fin dalle primissime scene: lo spettatore, inizialmente introdotto al mondo metal di suoni alterati e voci distorte, si scontra d’improvviso, così come il protagonista, con una realtà silenziosa, fatta di rumori e conversazioni ovattate e lontane, a volte quasi da intuire. Sullo schermo si alternano momenti sonori, in cui il pubblico vive dall’esterno la frustrazione e la rabbia impotente di Ruben, e momenti di totale immedesimazione e immersione nella sua nuova percezione della realtà. In questo modo l’enorme vocabolario di suoni fini e sottili catturati grazie a speciali microfoni (lo schiocco di una mascella, una porta che cigola, l’incredibile varietà di rumori di una tavolata riunita a pranzo …) si affianca a un silenzio frusciante quando la camera ci porta dietro agli occhi del protagonista, dentro al suo isolamento.

    E sono proprio gli occhi ad essere tra i grandi protagonisti di questo film. Quasi ad indicare il bisogno estremo di acuire gli altri sensi per sopperire alla mancanza uditiva, sono molte le scene in cui gli occhi dei personaggi parlano più e meglio di loro. Non solo percepiamo, chiare e tangibili nello sguardo liquido di Ruben, tutta la sua rabbia, la sua frustrazione e la sua paura, ma leggiamo con facilità il senso di disperata impotenza negli occhi di Lou, la profonda dignità e consapevolezza in quelli di Joe, la dolcezza sui visi dei bambini e degli insegnati della comunità.

    Ed è proprio nello sguardo silenzioso di Riz Ahmed che, con il progredire della storia, possiamo leggere una nuova consapevolezza. Il protagonista arriva a chiudere un percorso di crescita personale e si rende conto, scontrandosi apertamente con la realtà, di doverla accettare per continuare a vivere in modo certamente differente, ma non per questo meno dignitoso.

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