Tag: stand up comedy

  • Bo Burnham: Inside – Il superamento della solitudine

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    A quasi due anni dalla sua uscita, Bo Burnham: Inside risulta essere la miglior opera possibile per raccontare il periodo pandemico, ma forse nasconde molto di più.

    Definire un’opera come Inside di Bo Burnham cercando di incasellarla in un preciso genere audiovisivo non è semplice, e forse nemmeno utile. Inside è stato concepito, distribuito e venduto al pubblico come un comedy special pre-registrato, genere comunissimo negli Stati Uniti che noi in Italia abbiamo imparato ad apprezzare grazie soprattutto alle piattaforme (nonostante sulle reti nazionali abbiamo visto spesso dei one man show dei nostri cabarettisti, forma di spettacolo simile ma più affine ai gusti dello spettatore nostrano), in cui una particolare serata, spesso all’interno del tour di uno stand-comedian, viene registrata e pubblicata successivamente. La regia è praticamente di servizio, la location è una sola ma a volte molti artisti aggiungono al montaggio dei piccoli cortometraggi (nel caso di Kevin Hart), un piccolo dietro le quinte (Jerry before Seinfeld) o delle scene in altre location. Lo stesso Bo Burnham infatti aveva concluso il suo precedente special di Netflix Make Happy proprio nella stessa stanza in cui ha successivamente girato Inside nella sua interezza. 

    La stanza in cui è rimasto per 14 mesi, dal marzo del 2020 al maggio 2021, e in cui ha scritto, diretto e montato quest’opera che nemmeno lui riesce a definire (“Welcome to…whatever this is” sono le parole con cui inizia) curandone anche musica ed effetti visivi. Dando vita all’operazione creativa degli ultimi anni che ha più colpito chi scrive. Novanta minuti in cui emerge la voglia di creare dopo e durante un periodo di inerzia totale, di alienazione da se stessi e dal mondo, forse cercato, forse imposto. Niente palco, niente troupe, niente pubblico, solo un uomo, a cavallo dei suoi trent’anni, che cerca di sopravvivere a se stesso

    Bo Burnham è un artista nato sul web. Nel 2006, a soli 16 anni raggiunge la fama su un giovanissimo YouTube grazie alle sue canzoni comiche registrate nella sua cameretta. Certo, così inizia la storia di quasi ogni performer del 21esimo secolo. Per dieci anni Bo si esibisce in tour come stand-up comedian, pubblica album musicali, libri di poesia, fa qualche comparsata in film e programmi televisivi, arriva su Netflix con lo special Make Happy. Ma allo stesso tempo comincia a soffrire di attacchi di panico, sempre più frequentemente sul palco (“non il luogo migliore”), al punto da decidere nel 2016 di ritirarsi definitivamente dalle esibizioni live, dedicandosi alla scrittura, al lavoro su se stesso, alla sua vita privata. Dirige un film (Eighth Grade), ottiene qualche ruolo cinematografico (Promising Young Woman), vive con la compagna Lorene Scafaria, non rilascia interviste e cerca di trovare un nuovo equilibrio. A gennaio 2020 decide che è giunto il momento di tornare sul palco, ma un piccolo microorganismo rovinerà i suoi piani. Bo decide di chiudersi nella sua guest house e di iniziare a scrivere per tutto il tempo necessario.

    Passano 14 mesi, arriva anche il suo trentesimo compleanno (tempo limite autoimposto e ovviamente disatteso, per terminare il progetto) tra le continue revisioni di un lavoro in cui non c’è assoluta barriera tra produzione vera e propria, pre e post. Un vortice creativo in cui tutto è confuso e assimilabile, ma allo stesso tempo lineare e sincero. Flusso di coscienza fatto videomaking ed esplosione di creatività. Novanta minuti in cui vengono esplorate tutte le tendenze del momento, in cui la forma video viene totalmente ribaltata e in cui si inneggia a Jeff Bezos in ogni sua forma. Lo sketch vero e proprio si alterna al suo stesso making of, il brano musicale con una moltitudine di effetti si alterna al nostro seduto davanti alla telecamera in un momento di disperazione. I suoi capelli crescono, la barba e le occhiaie anche. Il suo aspetto sembra sempre più deteriorato e di certo i suoi nervi crollano ripetutamente. Sia nello special che negli Inside Outakes, un’ora di contenuti speciali e scene tagliate caricata su YouTube a giugno 2022, un anno dopo l’uscita dello special, vediamo alcuni momenti quasi di video-diario in cui Burnham si dice intenzionato ad interrompere il suo lavoro, al non vedere una conclusione, a parlare ad uno spettatore che secondo lui non ci sarà mai, perfino ad alludere al suicidio. 

    E forse è la stessa performance di Burnham a spingere Inside oltre la sua concezione originaria di comedy special versione quarantena e che lo rende degno di essere visto anche in una condizione in cui l’isolamento (dello spettatore) non è coatto.

    Inside è un grido di dolore esternato attraverso le sue canzoni. Dalla critica sociale (This is How the World Works o Welcome to the Internet) a quella del proprio ego (Problematic), dal tempo che passa inesorabilmente e inutilmente (Turning 30) alla svalutazione (o sopravvalutazione) del proprio lavoro e del proprio pensiero (Comedy), dalla volontà di brillare morta sul nascere (Content) ad una rassicurante e speriamo momentanea disperazione (Look Who’s Inside Again) fino ad arrivare all’estasi finale (All Eyes on Me), un viaggio in cui i testi tragicomici ondeggiano su note trascinanti (e disgraziatamente adatte ai balletti TikTok sulle note di Bezos o White Woman’s Instagram) per fare sprofondare lo spettatore in uno stato d’animo di angosciosa solitudine che in tanti negli ultimi due anni sono stati costretti a provare, ma che in realtà fa parte della natura intrinseca dell’essere umano. Inside è un’opera che vuole solo mostrare come tutte queste sensazione possono non essere solo fonti di vergogna, odio verso se stessi e autodistruzione, ma da condizione invalidante possono trasformarsi in forza ed energia creativa, in ironia e accettazione di sé stessi, in arte. Un’operazione artistica completa e autoprodotta, che merita di essere diffusa il più possibile.

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  • SEPPELLITI DA UNA RISATA – 5 FILM PER SCOPRIRE LA STAND UP COMEDY

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    Negli ultimi anni le piattaforme hanno dedicato sempre più spazio all’interno dei propri cataloghi alla comicità, basti pensare agli speciali di stand up comedy che Netflix rende disponibili periodicamente. Questo non senza problematicità sia all’estero che in Italia, dove il fenomeno è da qualche anno in progressiva crescita e popolarizzazione. Se infatti per i comici internazionali si sta assistendo ad un boom di speciali paragonabile al boom comico di fine anni ‘80, quando spuntavano continuamente nuovi club con il rischio di saturare il mercato, c’è la preoccupazione che il luogo della stand up comedy si sposti progressivamente dai palchi al web. Per i comici italiani invece non si riesce a comprendere l’effettivo impatto di queste vetrine che sortiscono spesso un effetto limitato. 

    Rimane però innegabile l’impatto dei comici sull’industria dell’intrattenimento ed accade spesso che siano anche i soggetti più interessanti da mettere al centro di una pellicola, protagonisti ingombranti quanto ricchi di spunti proprio grazie alla tendenza a mettersi a nudo di fronte al pubblico, tra nevrosi personali e l’abbattimento di temi tabù. La stand up comedy è la forma teatrale più personale ed implica per un natura un coinvolgimento emotivo tra comico e pubblico ma l’esperienza si limita alla performance sul palco, i film in questo senso riempiono un vuoto tra quello che succede prima e dopo, regalando allo spettatore una prospettiva inedita rispetto a quella sperimentata nella realtà. Questa prospettiva è spesso in contrasto con il lato più leggero dell’intrattenimento ed offre uno spazio per esplorare anche la dimensione psicologica più oscura di chi vive rispetto cercando di  far ridere le persone.

    Accanto ai ritratti biografici si accompagnano film nei quali comici con alle spalle una carriera nell’industria decidono di rappresentare sullo schermo personaggi che abitano questo mondo, è il caso di Adam Sandler in Funny People, Chris Rock in Top Five e Jenny Slate in Obvious Child. Se la rappresentazione della vita di un comedian è stata spesso appannaggio della serialità -dal  grande show sul nulla di Jerry Seinfeld al recente successo di The Marvelous Mrs. Maisel- negli ultimi anni si è arricchita la lista di film che scelgono di rappresentare l’esperienza sul palco e fuori dal palco da una prospettiva sempre più personale. 

    Per seguire l’evoluzione di questo piccolo ma stimolante sottogenere, di seguito elencati gli esempi più virtuosi: 

    Lenny (Bob Fosse, 1974)

    Il film successivo a Cabaret di Bob Fosse è una rarità nel suo genere, un film autobiografico su un comedian -in questo su colui che viene considerato come il creatore della stand up comedy, Lenny Bruce- che non viene interpretato dal comedian stesso. Qui Dustin Hoffman, in un’interpretazione che gli valse la terza candidatura al Premio Oscar come miglior attore protagonista,  ripercorre diversi momenti della vita del comico, dall’esordio ai momenti finali della sua carriera quando le diverse infrazioni alle leggi dell’oscenità lo portano a sviluppare un complesso da messia diretto all’autodistruzione. 

    The King of Comedy (Martin Scorsese, 1982)

    Robert De Niro è Rupert Pupkin, un comico squilibrato che sogna di ottenere, senza successo, uno spazio in un talk show e decide di sequestrare un famoso presentatore per ottenere finalmente il suo momento di gloria. 

    Anche The King of Comedy è una voce peculiare all’interno di questa lista perchè questa dark comedy di Martin Scorsese, sempre più apprezzata negli anni, non racconta come sia la vita di un comedian ma è sicuramente uno dei più grandi esempi di rappresentazione della forza distruttiva della spasmodica ricerca di fama e popolarità in anni in cui ottenere uno slot in televisione poteva dare una svolta decisiva alla propria carriera. 

    Ape (Joel Potrykus, 2012) 

    Con questo film slacker low budget il regista Joel Potrykus attinge dalla sua esperienza personale di comedian in difficoltà a New York per raccontare un artista solitario e borderline al suo punto di rottura, opponendosi così alla romanticizzazione del lavoro dello stand up comedian in cui spesso ci si imbatte guardando commedie che trattano il tema.  Trevor Newandyke non riesce a sfondare nella stand up comedy e questa frustrazione lo accompagna anche sul palco, dove dovrebbe invece raccontare delle proprie insicurezze, alimentando una spirale autodistruttiva che lo intrappola nella sua stessa mediocrità. 

    Obvious Child (Gillian Robespierre, 2014)

    Nel suo debutto alla regia Gillian Robespierre si affianca alla stand up comedian Jenny Slate, per la quale aveva già diretto lo speciale Netflix Stage Fright, per presentare al Sundance una commedia romantica indie su una comedian che decide di abortire dopo un incontro occasionale di una notte. La commistione tra vita privata e monologhi sul palco qui non potrebbe essere più chiara con la protagonista che racconta quello che le sta accadendo al pubblico. 

    The Big Sick (Michael Showalter, 2017)

    The Big Sick è tra gli ultimi grandi successi di questo genere che ha visto l’esordio alla sceneggiatura per il comico Kumail Nanjiani, il quale ispirandosi alla sua esperienza autobiografica, ha ottenuto una candidatura come miglior sceneggiatura originale ai Premi Oscar del 2017. Questa pellicola segue la strada tracciata da Obvious Child sia nello sviluppo drammatico della commedia, quando la donna di cui si innamora va in coma a causa di una rara infezione, sia dal punto di vista della rappresentazione del comedian sul palco a cui viene dedicato sempre più spazio. La stand up comedy anche qui diventa un espediente vincente per permettere di conoscere al pubblico le emozioni del protagonista. 

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