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  • Etica e gender role nelle narrazioni mediali – La trasformazione dei personaggi ne Il diavolo veste Prada e Breaking Bad

    Durante gli anni 2000 nei media e soprattutto nelle serie televisive, un grande spazio viene riservato alla figura dell’antieroe: Dr. House, Tony Soprano, Carrie Bradshaw e Dexter Morgan sono solo alcuni esempi di una tendenza per cui, in questo periodo, dei protagonisti non convenzionalmente buoni e poco legati ad un’etica comune, risultano più interessanti agli occhi del pubblico. I motivi del perché delle narrazioni incentrate su eroi “cattivi” siano avvincenti sono tanti, alcuni da ricercare nella storia economica della serialità televisiva, altri che si astraggono da spazio e tempo e dalla specificità dei mezzi, e si legano alla psicologia umana e all’interesse nell’osservare da vicino i processi mentali di personaggi alternativi e la loro relazione con la morale.
    Due prodotti mediali, entrambi risalenti alla metà del primo decennio del nuovo millennio, rispecchiano (uno in maniera esplicita, l’altro di riflesso) questa tendenza, ognuno in modo molto personale.

    Nel 2008 viene trasmessa la prima puntata di Breaking Bad, serie per eccellenza incentrata su un antieroe e che anzi rende questa specificità proprio il fulcro della narrazione.
    La serie ci racconta due anni di vita di Walter White, un professore di liceo che dopo aver scoperto di essere malato di cancro inizia a produrre metanfetamina sfruttando le sue abilità con la chimica per poter lasciare dei soldi in eredità alla propria famiglia. Se in superficie la trama sembra limitarsi a questo, in realtà Breaking Bad esplora il lento cambiamento di stato di Walt, che episodio dopo episodio diventa sempre più spietato, arrivando a compiere gesti di cui non sarebbe stato capace in passato. La sua morale, all’inizio forte e importante per lui, col tempo si deteriora lasciando spazio a sentimenti che erano stati repressi per tutta la sua vita: orgoglio, superbia e arroganza, desiderio di affermarsi per il suo talento, la volontà di indipendenza (economica e non).

    Grazie ai flashback di cui la serie fa spesso uso, veniamo infatti a conoscenza di chi era Walt prima: un chimico altamente qualificato con prospettive di lavoro floride in un’azienda che era destinata ad arricchirsi, un uomo dalle larghe vedute in termini di spese per i propri comfort e soprattutto un grande appassionato del suo lavoro. Gli eventi della vita lo avevano però costretto a lavorare come insegnante in una scuola con un part time in un autolavaggio. La frustrazione accumulata nel corso degli anni emerge prima piano e poi in maniera dirompente quando iniziano ad arrivare le prime soddisfazioni con le vendite di meth e il rispetto del suo raffinato prodotto da parte dei grandi distributori.

    L’attenzione allo sviluppo psicologico del personaggio è essenziale, e noi spettatori lo seguiamo nella sua trasformazione arrivando insieme a lui a non sorprenderci più quando compie gesti atroci, poiché col passare delle stagioni ogni cosa che fa è sempre in linea con la sua personalità. Se nella prima stagione vuole solo dare sicurezza finanziaria ai suoi figli, nell’ultima stagione desidera rimanere il primo produttore di metanfetamina del New Mexico, vuole che i suoi nemici lo temano e che la sua figura venga rispettata per via del suo talento. Vuole riconoscimento.

    Facendo qualche passo indietro, nel 2006 vediamo uscire nei cinema un film destinato a diventare un cult del suo tempo. Il diavolo veste Prada (David Frankel), con un eccezionale cast composto da Anne Hathaway, Meryl Streep, Emily Blunt, Stanley Tucci e molte comparse del mondo della moda (in particolare la supermodella Gisele Caroline Bündchen e lo stilista Valentino), racconta la storia di Andrea Sachs, una giovane giornalista interessata a temi politici e sociali che decide di trascorrere un periodo lavorando nella famosa rivista di moda Runway per aggiungere punti in più al suo curriculum. Poco pratica con le ultime tendenze, Andrea vive un primo impatto traumatico nella sede del giornale, circondata da ragazze bellissime ed estremamente curate, ma anche gratuitamente cattive nei suoi confronti e superficiali. La direttrice Miranda Priestley (personaggio ispirato ad Anna Wintour e interpretato da Meryl Streep) le dà una possibilità di dimostrare la sua bravura come assistente, ma non senza farla sentire inadeguata per i suoi capelli scompigliato e i vestiti semplici, abbinati con poco criterio.

    È chiaro per Andrea di non essere nell’ambiente adatto a lei, che vorrebbe scrivere dei sindacati dei lavoratori e dare poco peso al suo aspetto fisico per concentrarsi di più sul suo lavoro, ma sceglie comunque di tentare l’esperienza, per un tempo limitato. La protagonista viene messa a dura prova soprattutto nel primo periodo di lavoro, sopraffatta da ritmi insostenibili, richiesta di disponibilità h24, lo sguardo giudicante delle altre ragazze e vere e proprie vessazioni da parte di Miranda. Trova rifugio nel collega Nigel, che la aiuta (seppur dovendo un po’ insistere) a cambiare il suo look per essere più integrata. Il momento in cui Andrea abbandona il suo vecchio aspetto e abbraccia timidamente l’alta moda è un nodo centrale della narrazione, e da quel momento in poi il suo personaggio evolverà in una maniera inaspettata per lei e i suoi amici. Andrea arriva non solo ad inserirsi perfettamente nell’ambiente di Runway, ma spicca sulle altre agli occhi di Miranda per la sua prontezza, spirito d’iniziativa, dedizione al lavoro e ovviamente eleganza e gusto.

    Un ruolo importante nella vita di Andy è esercitato dal suo fidanzato Nate e dai suoi amici Lily e Doug, tutti fondamentalmente allineati a quella che era la sua personalità prima di iniziare a lavorare per Miranda. Non sorprende quindi che avvengano screzi e incomprensioni nel momento in cui la protagonista sembra abbracciare uno stile di vita diverso che spesso la porta a dover rinunciare alle uscite insieme per lavorare o per presenziare ad eventi importanti. Nonostante le sue buone intenzioni Andy appare snob e altezzosa agli occhi del suo gruppo. Nate in particolare le fa spesso pesare quanto sia cambiata e le dice chiaramente come ormai lei non gli piaccia più.

    La sua metamorfosi raggiunge il picco quando viene costretta ad accettare un’occasione lavorativa (un viaggio a Parigi) che sarebbe spettata ad una sua collega. Infine, dopo aver assistito alla corruzione e alla mancanza di rapporti sinceri del mondo di cui ormai era parte, Andy decide di fare un passo indietro e rinunciare al lavoro per recuperare un’integrità morale che sentiva di aver perso.

    Mettendo a paragone Breaking Bad e Il diavolo veste Prada, i primi elementi che risaltano sono i punti essenziali della trama. Nel primo caso abbiamo un uomo che diventa cattivo perché produce droga, mente ai suoi cari, uccide un grande numero di persone, costruisce bombe e armi da fuoco, distrugge la sua famiglia. Nel secondo caso abbiamo una giovane ragazza che tenta una carriera lavorativa con ritmi intensi che la portano a trascurare il suo fidanzato.

    C’è una grandissima differenza tra le due storie, sicuramente anche nelle intenzioni. Tuttavia in entrambi i casi ci viene mostrato un processo di cambiamento “in peggio” che viene sottolineato con i suoi punti salienti. E lo sguardo negli occhi di Skyler quando scopre che suo marito è un narcotrafficante è lo stesso di Nate quando Andy fa tardi al suo compleanno. Nell’analisi dell’evoluzione di questi due personaggi il genere (gender) gioca un ruolo fondamentale. Se Walt fosse stato una donna forse la serie avrebbe comunque mantenuto il suo fascino, perché gli eventi raccontati sono estremi, indipendentemente da un protagonista maschile o femminile. Certamente seguendo lo stereotipo, un uomo sembra più adatto ad una serie come Breaking Bad, soprattutto per l’enfasi posta su alcune caratteristiche tipicamente maschili quali l’imperativo di essere un provider per la propria famiglia e la necessità tossica di affermare il proprio individualismo. Con una donna sarebbe stata diversa, ma comunque avvincente.

    Se mettiamo un uomo al posto di Andy, la struttura narrativa portante de Il diavolo veste Prada crolla irrimediabilmente. Il pathos dei momenti salienti in cui Andrea si interroga su quella che è diventata la sua etica non avrebbe affatto lo stesso effetto. Risulta molto più difficile immaginare una fidanzata svalutare l’impegno del proprio ragazzo sul posto di lavoro, lamentarsi con toni infantili di quanto è cambiato e cercare di attirare attenzioni con un silenzio punitivo.
    I media sono specchio delle visioni della società, ma concorrono anche a rafforzare le medesime concezioni, per cui una donna che trascura la famiglia (o in questo caso fidanzato e amici) viene associata a qualcosa di cattivo e le viene chiesto di cambiare.
    C’è un caso rilevante nella storia del cinema in cui vediamo un protagonista fare carriera ed evolversi. Si tratta di Jordan Belfort in The wolf of wall street, che fin dall’inizio del film viene supportato da sua moglie Teresa nel suo sogno di diventare milionario, nonostante tutte le implicazioni del caso. Niente sbuffi boriosi e niente passivo-aggressività, e se i due divorziano è a causa di uno stile di vita eccessivo di Belfort, e in particolare di un’amante di cui lui si innamora, non certo per come il suo lavoro “l’abbia reso una persona peggiore”.

    Il senso di tradimento provato da Nate non è neutro, ma è il risultato morale di circa due secoli che hanno visto la donna dedita all’accudimento degli altri: la prospettiva di una carriera è quindi pensabile solo a patto che questo aspetto non venga meno.

    Tornando a Breaking Bad, vediamo come a Walt venga data la possibilità di abbracciare fino alla fine il suo nuovo Io e non rinnegarsi, nonostante i vari momenti in cui era convinto che avrebbe davvero chiuso con la meth. È vero, in questo caso la sua volontà è precisa, mentre Andy in realtà non abbandona mai il sogno di occuparsi di politica. La verità però è che lei non sta male mentre lavora per Miranda, a un certo punto le piace. Accetta i rischi, ma si gode anche i pregi di un mestiere inaspettato che sta scoprendo, perché è giovane e sta testando le possibilità della vita. Non sono i fatti in sé a farle cambiare idea, ma i discorsi colpevolizzanti da parte di un fidanzato frustrato e i punzecchiamenti malvagi della direttrice che le fa notare come abbia voltato le spalle ai suoi amici. Queste voci sono espressione di un sentire comune, e arrivano a dipingere una ragazza sveglia e volenterosa, che sta effettivamente tastando un terreno nuovo intorno a sé, come un’egoista workaholic che ha perso sé stessa.
    Possiamo quindi vedere come Breaking Bad e Il diavolo veste Prada ci raccontino due storie entrambe focalizzate su un processo di cambiamento riprovevole. Nel primo caso è un negativo reale e assoluto, in cui il protagonista rimane artefice del suo destino all’interno della sua trasformazione; nel secondo, è un negativo socialmente costruito, che in verità di nocivo ha ben poco e tra le righe dimostra le molteplici difficoltà in più che una donna deve affrontare per ottenere dei successi, partendo in primis dalle pretese dei suoi affetti.

    Riflettere su come film e serie tv abbiano rappresentato la società nel corso del tempo aiuta a comprendere meglio chi siamo oggi e chi siamo stati; al contempo ci dà la possibilità di non accettare passivamente come stereotipi di genere vengano perpetuati, ma di giudicarli con occhio critico pur godendo del buono delle storie che riempiono la nostra quotidianità.

    Gaia Fanelli,
    Redattrice.
  • Recensione Conclave — Sia fatta la sua volontà

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    Le elezioni attirano sempre l’attenzione, e fra tutte le elezioni, il conclave è una delle più intriganti. Quindi un film sull’elezione del papa, a prescindere dalla caratura della produzione, sarà un thriller  tesissimo e con un finale a sorpresa comunque vada. Non solo, il film in questione, cioè Conclave di Edward Berger, è anche una produzione internazionale di assoluta qualità e con attori di livello, dove ogni cosa sembra al posto giusto.

    Cosa ci si aspetta dunque da un film del 2024 che tratta la designazione più alta di tutte? L’ascesa al soglio pontificio, l’unica elezione ‘per sempre’ del mondo contemporaneo, con tutte le altre condivide l’atmosfera di tensione e le ambizioni dei candidati. Conclave, presentato in anteprima europea alla Festa del Cinema di Roma, è apparentemente un dramma religioso, ma è anche un giallo, e in fondo un esame delle pulsioni politiche opposte nella società globale contemporanea.

    Morto un papa se ne fa un altro

    Il pontefice in carica è deceduto, e il decano Lawrence (Ralph Fiennes) viene richiamato a organizzare il conclave che insedierà un nuovo papa tra tutti i cardinali del mondo. I contendenti più quotati sono il liberale americano Bellini (Stanley Tucci), il politicante Tremblay (John Lightow), l’ambizioso cardinale africano Adeyemi, e il reazionario estremo Tedesco (Sergio Castellitto). Lawrence, che già da tempo vive un dissidio interiore sulla propria vocazione a far parte dell’organismo religioso, accetta con riluttanza non solo di guidare il conclave, ma anche l’ingrato compito di mediare tra le posizioni e di dissipare i fumi neri delle manovre politiche in seno al Vaticano.

    Nella cornice perpetua dei sontuosi interni soffocanti, un susseguirsi di ritualità, primi piani sui dettagli, spalle pensose e solitudini gravi generano il clima di una camera chiusa nella quale si consuma il delitto. Alla fine è un giallo, pur se non ci sono omicidi, quello di cui Lawrence si trova protagonista, a indagare scandali e misfatti. A un certo punto non c’è nemmeno più distinzione tra  i “buoni” e i “cattivi” identificati a principio, perché tutti in qualche maniera hanno peccato: «serviamo ideali, ma noi non siamo ideali». E allora chi sarà l’eletto? Che neghino pure, ma ciascuno ha già deciso il nome che porterà se toccherà a lui.

    Così tutti quanti, sotto l’abito anacronisticamente sgargiante, sono in verità semplici umani. Il regista Edward Berger si dice soddisfatto di aver girato veramente a Roma, dove passeggiano nelle loro quotidianità preti con la valigetta e suore con il caffè. In fondo, anche il tempio di San Pietro è popolato di uomini e donne qualunque. E le pulsioni che li animano sono le medesime di chiunque, che la sceneggiatura evidenzia benissimo contraddistinguendo ciascun personaggio con tratti caratteristici di ambizione, angoscia, diffidenza, nazionalismo, eros, senso di colpa, e soprattutto dubbio.

    Nuntio Vobis

    Il tocco europeo di Edward Berger si percepisce anche in una produzione all’americana, come già nel suo precedente All Quiet on the Western Front, che era sostanzialmente un blockbuster hollywodiano ma fatto in Germania (non a caso, targato Netflix; non da meno, ha vinto un bel po’ di Oscar). Oggettivamente Conclave è un’americanata, non solo per la quantità di grandi attori internazionali che vi partecipano, ma anche per la sua visione globale tendenzialmente liberale, molto più fluida rispetto a un’ipotetica produzione alternativa realizzata nella vecchia Europa e vicino ai paesi cattolici. Berger si destreggia bene con una regia molto precisa e composta ma a ritmo di thriller

    È interessante in partenza la sceneggiatura di Peter Straughan, basata su un romanzo di Robert Harris, autore più e più volte saccheggiato dal cinema. Attraverso le vicende singolari dei personaggi, e di Lawrence in particolare, lo script mette in evidenza tante questioni sul significato e sullo spazio che possiede oggi non tanto la religione quanto l’organismo ecumenico della chiesa cattolica. Tra l’altro, benché sia un film che tratta di dottrine e liturgie, riesce ad essere anche divertente in sprazzi d’ironia. E insieme mantiene benissimo la tensione, in particolare nella prima e nell’ultima mezz’ora (dove c’è, a onor del vero, un certo colpo di scena). Soprattutto, Conclave è un film laico, che racconta gli avvenimenti spiegandoli senza retorica e senza pretendere niente dallo spettatore, nemmeno un’imposizione moraleggiante naturalmente in agguato nel soggetto: questo è il bello della produzione all’americana, che tuttalpiù insegna la posizione del dubbio.

    Ralph Fiennes è magnetico, detective suo malgrado, fragile e pensoso, offrendo una delle migliori interpretazioni della sua carriera e portandosi sulle spalle la quasi interezza del film. È curioso che alla Festa del Cinema di Roma 2024 Fiennes sia stato presente due volte, sia con Conclave che con The Return, reimmaginazione pseudo-shakespeariana del finale dell’Odissea, che altrettanto gli ha dato occasione di interpretare un personaggio ferito dal tempo e dall’esperienza. Tornando a Conclave, che sarebbe ideale vedere in versione originale per apprezzare il multilinguismo degli interpreti, sono assolutamente bravissimi tutti i comprimari. In particolare diverte Sergio Castellitto interpretando un personaggio che sembra cucito su misura per lui, eccentrico e caciarone, ma pure severo e vagamente inquietante.

    Tutta la storia si ambienta dentro le mura del Vaticano: sono rare le immagini a campo lungo e sopratutto gli esterni, e quasi del tutto assenti le banali inquadrature di Piazza San Pietro o di Roma nel suo generale, pur coinvolgendone gli spazi nella vicenda. Questa claustrofobia rende ancora più intrigante il mistero, insieme ad una serie di rumori fuori campo e a tagli di montaggio un poco più lunghi del necessario, o qualche inquadratura brevemente fuori fuoco. Tutto insieme genera una sensazione di angoscia, di isolamento, di un mondo che si muove al di fuori delle mura di questa istituzione millenaria e mai tanto sotto pressione come nel momento corrente. La composizione visiva è straordinaria, tra geometrie e illuminazioni naturali e di candela. Come ogni minimo aspetto del conclave viene dominato e corretto dal decano Lawrence con l’aiuto della madre superiora Agnes (Isabella Rossellini), così ogni dettaglio del film nel suo insieme è curato maniacalmente.

    Quel che succede in Vaticano resta in Vaticano

    Sotto l’abito dei più austeri pastori del mondo si nascondono umani e peccatori, dietro l’atmosfera irrigidita e fuori tempo delle inflessibili ritualità che scandiscono le giornate di raduno apostolico ci sono i ritmi immutabili di un mondo acceleratissimo. Ben vengano le “tartarughe”, ossia le opinioni divergenti; si comincino ad accettare possibilità prima inimmaginabili. Solo rispondendo alle sfide del mondo questa cultura millenaria potrà sopravvivere. 

    Con una veduta più ampia, attraverso la ‘guerra’ interna della chiesa, Conclave racconta i conflitti della globalizzazione del mondo intero. Dietro il film religioso, si nascondono le questioni politiche di oggi: le posizioni radicali contro quelle moderate, il conservatorismo contro il progressismo, l’accentramento contro la multiculturalità, l’inesorabile aumento di rilevanza della guerra nel qui ed ora, la capacità di perdonare e il coraggio di avanzare, l’equilibrio, il dubbio come forza motrice. Perché che cos’è il dubbio, in fondo, se non l’essenza stessa della fede?

    Fare un film è come fare un conclave: una sequela di passaggi obbligati, riti, dettagli, divergenze e compromessi, sotto la guida di un regista, che alla fine, volente o nolente, ci lascerà un insegnamento. Il personaggio di Ralph Fiennes è il regista di Conclave, sospinto dal dubbio e quindi dalla fede. «Sia fatta la sua volontà»: che cosa significa eseguire la sua volontà a questo punto? Quale e quali volontà vanno perseguite in un luogo tanto affollato, che vale per il refettorio dei cardinali come del mondo intero? 

    La forza di Conclave è di raccontare cose complesse ma in modo chiaro per tutti, e comunque non scontato. Parla del presente, è sorprendente e insieme rassicurante perché perpetra la narrazione di qualcosa di condiviso. Probabilmente sarà un film su cui ci sarà da discutere anche dopo che sarà uscito e non solo prima (come purtroppo accade con molti altri prodotti odierni). Fosse anche solo per la drastica possibilità concessa dal suo finale, ciò che lascia in fondo è l’insegnamento ad aprire nuove porte, passare attraverso il dubbio, pure accettare qualcosa che non si può capire, e dunque interiorizzare veramente la fede. Sia fatta la sua volontà.

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    Edoardo Borghesio,
    Redattore news.
  • RECENSIONE SUPERNOVA

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    Sam e Tusker sono compagni di vita da vent’anni. Sam (Colin Firth) è un pianista, Tusker (Stanley Tucci) uno scrittore. Quando li incontriamo i due sono a bordo di un camper, immersi nella campagna inglese. Sam, al volante, sta litigando con il navigatore. Tusker, una vecchia cartina alla mano, lo prende in giro. È così che Supernova (Harry Macqueen) ci introduce nella vita della coppia, con un quadro di una normalità semplice e familiare. Quello che non è semplice, e che scopriamo quasi subito, è che a Tusker già da un paio d’anni è stata diagnosticata una demenza precoce, che lentamente gli sta facendo perdere la capacità di ricordare e di fare alcuni semplici gesti. 

    Sulla scia di Still Alice (Richard Glatzer e Wash Westmoreland), che già nel 2014 aveva portato sullo schermo il dramma della malattia precoce, Supernova ci porta dentro un brevissimo segmento della vita di una coppia che cerca di convivere con una nuova e faticosa compagna che, ancor più della malattia in sé, è la paura di un futuro incerto. Durante il viaggio di Sam e Tusker tra le persone e i luoghi a loro cari, la tematica del futuro ricorre spesso, e a poco a poco le divergenze di pensiero che i due hanno sull’argomento diventano evidenti. Sam progetta degli anni pieni, in cui il suo lavoro è messo da parte per sfruttare ogni prezioso attimo insieme a Tusker. Cerca di ignorare il peggiorare della malattia del compagno e rifiuta l’idea di aver presto bisogno di un aiuto esterno. Tusker, dal canto suo, ha già tracciato un percorso diverso, non accetta il pensiero di diventare un semplice passeggero della sua vita, di essere un peso per Sam, di non riuscire più a scrivere le proprie pagine in autonomia.

    I due punti di vista, così inconciliabili, vanno a toccare un argomento oggi quanto mai attuale, e portano a domandarsi: quanto altruismo c’è nel prendersi cura della persona che amiamo? E quando l’altruismo rischia di cadere dall’altra parte del sottile filo degli opposti sporcandosi di egoismo?

    A dare spessore alla pellicola contribuiscono una bella fotografia, che – pur senza particolari guizzi – ci immerge a pieno nella calma della campagna inglese e nel calore intimo degli ambienti familiari, e la prova attoriale dei due protagonisti. Firth e Tucci disegnano alla perfezione la complicità e la tenerezza di un amore di lunga data, ma è in particolare Tucci che colpisce per la sua interpretazione di una fierezza dolorosa e commovente.

    In Supernova non ci sono pillole, ospedali o medici, non c’è pietismo o commiserazione, e il racconto della malattia diventa quasi un pretesto per portarci dentro alle dinamiche più vere e dure della vita e dell’amore. La pellicola è a tutti gli effetti un road movie che percorre un breve tratto della vita di una coppia qualsiasi. Un tratto così breve che il film a un certo punto viene quasi troncato, accompagnandoci ai titoli di coda con le ultime note di un piano, e lasciandoci – volutamente –  un senso di vuoto e incompiutezza.

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