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  • La legge sono io – I “bad cop” nel cinema action anni ‘80

    Tra gli anni ’60 e ’70 si inizia ad avvertire aria di una nuova rivoluzione: il cinema d’azione, che aveva visto fino a quegli anni le sue massime espressioni nei film western, di guerra e di spionaggio – con quest’ultimo che proprio in quegli anni vedeva la nascita della figura di James Bond come nuova icona – si associa sempre più spesso infatti al genere poliziesco. Bullitt di Peter Yates nel ’68 con il suo Frank Bullitt interpretato niente di meno che da Steve McQueen, Il braccio violento della legge di William Friedkin nel ’71 con Gene Hackman nei panni di Jimmy “Popeye” Doylee, sempre nello stesso anno, Ispettore Callaghan: Il caso Scorpio è tuo di Don Siegel che vede la nascita del mito dell’ispettore Harry Callaghanportato sul grande schermo da Clint Eastwood. Tutti agenti di polizia dal grilletto facile, che non sempre riescono a seguire le regole, che si ritrovano spesso a seguire i casi con un forte interesse personale (in cui ritorna quindi la morbosa curiosità tipica dei detective protagonisti dei film noir) e che portano le pellicole che li vedono come protagonisti a contenere diverse sequenze movimentate e dalla forte tensione – non si può in questo caso non citare, per esempio, proprio l’inseguimento del treno presente ne Il braccio violento della legge, messo in scena magnificamente e capace di tenere lo spettatore con il fiato sospeso per minuti interi.

    Gli anni ’80 videro poi un vero e proprio boom del cinema d’azione e molti dei protagonisti di questi film furono proprio poliziotti, alcuni a incarnare la figura positiva dell’uomo di legge, tanti altri invece nel ruolo dei “bad cop” destinati a divenire sempre più popolari.

    Cobra e il modello di antieroe

    Qui la legge si ferma… e comincio io.

    (Dalla tagline del film)

    La silhouette nera di un uomo in motocicletta si staglia su un cielo completamente rosso, alternato a inquietanti immagini di uomini riuniti in cerchio in un luogo trasandato e intenti a battere un’ascia e un picchetto a ritmo con la cupa soundtrack che accompagna tutta la sequenza mentre a schermo scorrono i nomi del cast. Così si apre Cobra, pellicola diretta da George P. Cosmatos – già regista di Cassandra Crossing e Rambo II: La vendetta – e che vede protagonista Sylvester Stallone nei panni del tenente Marion “Cobra” Cobretti, capo della Zombie Squad, un’unità che si occupa di catturare delinquenti psicopatici, e rinomato per i suoi metodi tutt’altro che pacifici. La camicia nera, gli occhiali da sole sempre davanti agli occhi, il fiammifero tra le labbra e la sua fidata pistola sempre a portata di mano caratterizzano fin dalle prime scene un personaggio talmente sopra le righe da divenire immediatamente iconico, calato in un contesto squisitamente anni ’80 tra gigantesche insegne al neon della Pepsi e il tagliere della pizza con le forbici, elementi tipici di quella narrazione quasi fiabesca di molte pellicole più “leggere” dell’epoca a cui fa però fin da subito da contraltare la violenza estrema con cui i personaggi finiscono per spararsi addosso e l’estetica fortemente dark, quasi da pellicola dell’orrore, che aleggia su più di una sequenza – ne sono esempi lampanti l’inseguimento della modella interpretata dall’allora moglie di Stallone Brigitte Nielsen all’interno dell’ospedale o l’omicidio nel parcheggio sotterraneo.

    Oltre a una messa in scena ispiratissima sia sul fronte della regia che su quello della fotografia (curata da Rick Waite), la forza del film si trova senza dubbio nel suo protagonista a cavallo tra l’eroe senza macchia e senza paura, sempre pronto a difendere i cittadini della città che ama e a scherzare con il proprio compagno di avventure, nell’estremizzazione di un vigilante per cui non esistono regole e che addirittura sembra non aver “tempo per le donne”. Volendo però rientrare in una rappresentazione “per tutti” – forse per volere del regista ma molto più probabilmente per volontà della produzione, già rea di aver pesantemente tagliato il film per evitare il divieto ai minori di 18 anni – la narrazione finisce poi per rientrare verso alcuni binari prestabiliti sicuramente meno coraggiosi ma che non rovinano una pellicola d’azione comunque degna del suo nome, tra inseguimenti, sparatorie, esplosioni e scazzottate degne di nota.

    Arma letale, Tango & Cash ed il buddy cop

    “-Hai soldi a palate, ti vesti come un banchiere, che cosa cerchi di più?

    -L’azione, come in quei film made in USA.”

    (Da un dialogo tra Tango ed un suo superiore)

    Se possiamo trovare pellicole asseribili al buddy cop già negli anni ’60 e ’70, è nei coloratissimi anni ’80 che questo sottogenere vive un vero e proprio boom soprattutto grazie alla serie tv Miami Vice e a pellicole come 48 ore (Walter Hill, 1982) e Beverly Hills Cop (Martin Brest, 1984) che, con la loro commistione tra poliziesco, action e commedia, si rendono appetibili per una grossa fetta di pubblico. 

    A creare un nuovo mito saranno però Richard Donner alla regia e Shane Black alla sceneggiatura quando nel 1987 porteranno in sala Arma letale, primo capitolo di quella che sarebbe poi diventata una vera e propria saga e che vedeva come protagonisti Danny Glover e Mel Gibson rispettivamente nei panni di Roger Murtaugh, diligente detective di mezz’età rispettato da tutto il distretto, e di Martin Riggs, ex soldato delle forze speciali segnato dalla morte della moglie che lo porta ad assumere tendenze suicide e a essere estremamente violento nei confronti dei criminali che affronta. Proprio grazie a quest’ultimo, la pellicola si cimenta in sparatorie e combattimenti corpo a corpo messi in scena con grande lucidità. E’ però la dicotomia tra i due protagonisti a rappresentare il pezzo forte del film, dicotomia che si costruisce sulle difficoltà di operare con metodi opposti e sulla creazione di un legame tra i due che si consolida scena dopo scena, valorizzando in questo modo sia le differenze necessarie negli approcci alle situazioni sia i punti d’incontro che mano a mano escono allo scoperto, sia nelle sequenze più concitate che nei momenti più drammatici (tutt’altro che banali o accennati, tra i temi del suicidio sopracitato, dell’abuso di droga e della diffusione della pornografia centrali alla narrazione).

    In maniera simile si comporta anche Tango & Cash, pellicola del 1998 diretta da Andrej Končalovskij e che vede protagonisti Sylvester Stallone e Kurt Russell nei panni di Tango e Cash, due dei migliori poliziotti di Los Angeles incastrati da un potente boss della malavita e costretti perciò a cooperare contro la loro volontà per salvarsi e risolvere il problema. Se i sopracitati Murtaugh e Riggs rappresentavano la classica accoppiata “poliziotto buono-poliziotto cattivo”, i due protagonisti della pellicola sono entrambi il prototipo di poliziotto dedito all’azione e si distinguono perciò tra di loro più che altro per una presenza scenica più classica di Tango, con occhiali da vista, revolver e completo elegante alla Harry Callaghan, e quella del suo compagno che armato di pistola pesantemente modificata e mullett sembra fare il verso proprio al Mel Gibson di Arma letale. Sembra quasi superfluo affermare come l’accoppiata Stallone-Russell non solo funzioni nei momenti più spettacolari ma anche nei momenti più dialogati, costruiti sullo scambio di battute e frecciatine che i due protagonisti si scambiano continuamente rendendo l’atmosfera sempre leggera – anche qui per volere soprattutto della produzione, che estromise a pellicola quasi conclusa il regista – alla ricerca di un tono più serio – per andare a sostituirlo con Albert Magnoli.

    L’oscurità di Black Rain e il ribaltamento del ruolo

    Un poliziotto americano in Giappone. Il loro paese. Le loro leggi. Il loro gioco. Le sue regole.

    (Dalla tagline del film)

    È del 1989 uno dei film forse meno conosciuti del grande Ridley Scott: Black Rain – Pioggia sporca rappresenta appieno come un film possa divenire, se affidato alle giuste mani, un piccolo cult del genere. Quando infatti il poliziotto Nick Conklin, sospettato di corruzione e rinomato per il temperamento tutt’altro che pacato, accompagna assieme al giovane collega Charlie Vincent il membro della Yakuza Sato fino al Giappone per estradarlo lasciandoselo però sfuggire, si ritrova costretto a immergersi in un’Osaka stupenda e malinconica allo stesso tempo – merito soprattutto della fantastica messa in scena di Scott che la rende una città quasi futuristica alla stregua della Los Angeles di Blade Runner – dove si vede limitato sia nei mezzi che nella libertà d’azione ribaltando così la situazione classica di un “bad cop” interpretato magistralmente da Michael Douglas e costretto a subire quasi passivamente tutta la corruzione e la criminalità che aleggia in quei luoghi.

    Spetta quindi al singolo spettatore determinare se la gara in motocicletta che funge da incipit alla pellicola e il successivo inseguimento che dà il via alla trama vera e propria, uniti alla sequenza d’azione finale – che strizza non poco l’occhio a un certo tipo di cinema d’azione orientale – e al finale sostanzialmente positivo risultano nella disfunzionale rottura di una stupenda atmosfera cupa e dark oppure nella perfetta rappresentazione di un film d’azione sempre conscio di ciò che vuole ma capace di ricoprirsi al tempo stesso di toni più maturi.

    L’ibridazione di genere: da RoboCop a Batman

    “Vivo o morto, tu verrai con me.”

    Una delle battute più celebri di RoboCop

    Il poliziesco è un genere talmente vasto che solamente cercando di stilare una semplice lista dei film che ne fanno parte si finirebbe per riempire pagine su pagine e anche riducendo l’area di ricerca ai soli anni ’80 l’elenco si manifesterebbe comunque in una notevole lunghezza. Questo è dovuto non solo alla popolarità del genere ma soprattutto alla grande facilità con cui esso si commistiona con gli altri. Restando nel poliziesco più puro con alcuni momenti più movimentati tipici del cinema d’azione possiamo infatti citare numerosi esempi: tra i grandi capolavori non si può infatti non citare Vivere e morire a L.A., con cui William Friedkin mostra nel 1985 di essere ancora una volta uno dei migliori cineasti a costruire polizieschi capaci di inserirsi appieno con i costumi dell’epoca e a rivoluzionarli a loro volta, o quel Manhunter – Frammenti di un omicidio che mostra per la prima volta il personaggio di Hannibal Lecter sullo schermo grazie all’immensa bravura di Michael Mann. Tra i meno conosciuti non si può non citare The Killer di John Woo o Violent Cop di e con Takeshi Kitano, due esempi perfetti ma agli antipodi di cinema orientale alle prese con il genere e che produce due pellicole da recuperare al più presto. Allontanandosi ulteriormente dalla purezza del poliziesco si trovano poi le incursioni nella fantascienza, come il cult RoboCop di Paul Verhoeven, con cui non solo si mette in scena un poliziotto in costante balia tra l’anima umana e la fredda violenza robotica ma che tratta anche tematiche profonde e radicate della società di allora e attuali al tempo stesso, o Interceptor di George Miller – unico capitolo della saga di Mad Max in cui il protagonista ricopre il ruolo di poliziotto anche se in un futuro distopico quasi apocalittico, divenendo poi nei successivi quasi un pistolero in una terra senza leggi -, nell’horror, come dimostra il piccolo cult Poliziotto sadico (Maniac Cop) di William Lustig datato 1988 in cui il bad cop diventa da eroe a villain vero e proprio, fino ai cinecomic, con quel Batman diretto da Tim Burton nel 1989 che non ha bisogno di presentazioni e che vede nell’uomo pipistrello il poliziotto vigilante per eccellenza, dai metodi violenti e sempre sull’orlo del divenire lui stesso un criminale in una Gotham City dall’aria cupa e gotica.

    Una lista davvero infinita, che è cominciata ben prima degli sfavillanti e al tempo stesso cupi anni ’80 e che prosegue ancora oggi aggiornandosi costantemente, dimostrando come il poliziesco d’azione abbia ancora tanto da mostrare e come il fascino del “bad cop” sia destinato a tutt’altro che svanire.


  • IL CORPO E L’ANIMA NEL CINEMA DI STEVE MCQUEEN

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    “Fin dall’origine della vita, dunque, corpo e anima percepiscono i medesimi moti vitali e li condividono […]
    Così che la loro separazione ne determina la reciproca fine:
    Unica è la loro sopravvivenza, come unica è la loro natura.” 

    Tito Lucrezio Caro 

    Il legame tra Anima e Corpo è uno dei cardini del pensiero occidentale che, nel corso dei secoli, si è spesso interrogato sulla natura del rapporto tra questi due elementi. Fin dall’Antica Grecia, infatti, i più grandi pensatori hanno cercato di definire i limiti entro i quali lo Spirito e la Materia costituiscano l’Essere umano in quanto tale.

    Filosofi come Platone, Cartesio o Sant’Agostino intendono l’anima e il corpo come entità nettamente separate, facendo prevalere la prima sulla seconda: Platone, infatti, considera il corpo come la prigione dell’anima, un luogo in cui essa è costretta e dal quale deve liberarsi. Al contrario altri pensatori, ad esempio Spinoza, intendono l’uomo come unione della sua corporeità e della sua ragione.

    Applicando questa visione a un contesto cinematografico, l’opera del regista inglese Steve McQueen può essere letta ed interpretata come un’analisi del rapporto tra Corpo e Anima. 

    Già nel suo primissimo lungometraggio Hunger (2008), infatti, la correlazione tra Materia e Pensiero è fondamentale. Narrando la storia vera della blanket e dirty protest (ovvero il rifiuto da parte dei prigionieri di indossare gli abiti forniti dal carcere e di radersi barba e capelli, unito all’imbrattamento delle celle con i propri escrementi) di alcuni membri dell’IRA nel carcere irlandese di Long Kesh, il regista mette in mostra dei personaggi che, essendo stati privati di tutto, trovano nel proprio corpo l’unico e ultimo mezzo per ribellarsi

    È proprio in questo senso che il Fisico si fa immagine dello Spirito: i prigionieri infatti, costretti in un sistema che li opprime, riacquisiscono la propria libertà nell’affermazione del potere che hanno su loro stessi, ovvero sul Corpo, il quale diventa vero e proprio protagonista attivo della lotta ideologica. Indossare la divisa carceraria e attenersi alle regole della prigione, quindi, significherebbe sottomettersi a tutto ciò contro cui si battono e contro cui si ribellano. 

    La riflessione di McQueen si approfondisce nel momento in cui il leader dei detenuti, Bobby Sands (Michael Fassbender), inizia un lunghissimo sciopero della fame per smuovere l’opinione pubblica e ottenere, finalmente, lo status di prigionieri politici per tutti i suoi compagni. In questo senso il rifiuto di mangiare del protagonista  può essere letto come la rappresentazione fisica di un concetto, come l’emblema della lotta per la libertà nella quale è impegnato. La distruzione deliberata del Corpo diventa, quindi, affermazione suprema dello Spirito e, in quanto tale, non più un semplice mezzo, ma vero e proprio simbolo di un’Idea.

    Dopo questa prima pellicola, Steve McQueen ribalta totalmente la natura del suo discorso con il suo secondo lungometraggio, ovvero Shame (2011).

    Se nel film precedente il Corpo veniva sacrificato in una lotta contro un disagio esterno, in Shame la corporeità viene costantemente ricercata dal protagonista per rispondere a un disagio interiore. La storia di Brandon, infatti, è il racconto di una persona tormentata che, vivendo un’esistenza segnata da un passato traumatico e indefinito, cerca di trovare nella soddisfazione fisica una sorta di tregua da questo conflitto dell’anima

    In quest’ottica è importante notare come il Corpo e la Mente del protagonista vivano questo dramma in una simbiosi malata e tossica: Brandon, infatti, ha paura del contatto emotivo e la possibilità di sviluppare un legame e di aprirsi con un’altra persona è talmente spaventosa per lui che il suo stesso fisico la rigetta. In questo senso l’unica scena in cui il protagonista non riesce a fare sesso con una donna diventa emblematica proprio perché quella donna rappresenta tutto ciò che terrorizza il protagonista, ovvero la necessità di mettersi a nudo veramente e di farsi conoscere più profondamente. 

    Il discorso, però, vale anche nel senso opposto: l’incapacità di raggiungere una soddisfazione emotiva attraverso la fisicità nega al Corpo stesso la possibilità di ottenere un appagamento completo. Il volto di Brandon, nelle scene in cui ha rapporti occasionali, non mostra mai piacere e, al contrario, sembra quasi provare dolore e disperazione, come se sapesse, inconsciamente, che ciò che ricerca veramente non si trova lì. 

    Maggiore è il disagio della Mente, quindi, maggiore è l’abbandono al Corpo e,  sprofondando sempre di più in questa spirale di dipendenza, il personaggio di Fassbender si ritrova in un circolo vizioso autodistruttivo che danneggia chiunque cerchi di stargli vicino, dimostrandosi allo stesso tempo vittima e carnefice di se stesso. 

    Il concetto di oggettificazione dell’individuo, già molto presente in Shame in quanto Brandon intende le relazione come mera oggettificazione fisica, viene ripreso da McQueen nel film del 2013 12 Anni Schiavo.

    In questa pellicola che narra il rapimento e la successiva schiavitù di Solomon Northup, un afroamericano libero, la riflessione del regista si sposta sull’idea di possesso:

    il Corpo viene visto come oggetto del possesso e quindi, in altre parole, avere il controllo fisico su una persona significa possederla in quanto Individuo.

    In questo senso il tentativo di spersonalizzazione degli schiavi passa, inevitabilmente, dalla violenza corporea. Distruggendo fisicamente gli afroamericani tramite lo sfruttamento nei campi e tramite torture crudissime, infatti, gli schiavisti cercano di privarli della loro dignità e di annullarne completamente l’umanità e l’anima

    Proprio per questo motivo gli schiavi vengono mostrati spesso nudi, quindi metaforicamente “spogliati” della propria identità, e segnati dalle frustate dei padroni, le quali causano ferite tanto fisiche quanto mentali: ogni colpo, ogni sopruso, ogni violenza è, simbolicamente, un tentativo di piegare lo Spirito degli afroamericani, cosicché anche loro accettino di essere ormai possesso degli schiavisti e, in quanto tali, non più umani. 

    Nonostante Solomon riesca, con estrema fatica, a mantenere un briciolo di dignità, questo sistema lascia inevitabilmente tracce molto profonde sul protagonista. Egli infatti, riuscendo finalmente a tornare a casa, istintivamente si scusa con la propria famiglia per il proprio aspetto, essendo ormai abituato a considerarsi inferiore a causa della condizione bestiale nella quale è stato costretto per tutto quel tempo. In questo sta un ulteriore legame tra Corpo e Anima: il suo aspetto fisico, infatti, è ormai piegato da anni di schiavitù e ciò è anche diretta manifestazione del dramma profondissimo che ha vissuto e che non potrà mai essere cancellato, proprio come le cicatrici che porta addosso.

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