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  • Recensione Jeanne Dielman – l’importanza di una storia “noiosa”

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    Immaginate andare a vedere un film della durata di più di tre ore in cui tutto ciò che ci viene fatto vedere è la routine di una donna vedova negli anni ’70 la cui giornata comprende cucinare per lei e per il figlio adolescente, tenere la casa in ordine, fare la spesa, recarsi a ritirare la posta e niente di più. Noioso, non è vero? Perché è esattamente quel film che Sight & Sound ha deciso di inserire al primo posto in una classifica dei migliori film della storia del cinema (quindi badate, al di sopra di Quarto Potere!).

    Già dal titolo Jeanne Dielman, 23, quai du Commerce, 1080 Bruxelles si può capire cosa ci verrà mostrato sullo schermo: la vita protagonista e il suo indirizzo sono infatti le informazioni principali che ci vengono date, lasciando nell’ignoto quasi tutto ciò che si trova al di fuori della casa in cui si svolge la maggior parte della “storia”. E le virgolette non sono casuali, perché quella che la regista Chantal Akerman ha deciso di mostrare lungo 200 (lunghissimi) minuti non è una “vera” storia, o meglio non quella che ci si aspetterebbe sedendosi sulla poltroncina del cinema.

    UN RACCONTO FATTO PER ESSERE NOIOSO

    Forse Jeanne Dielmann non è il film più indicato da guardare dopo cena, dato che potrebbe essere molto semplice addormentarsi in un lampo! Praticamente ciò che si prova lungo la visione è pura e semplice noia. La vita di Jeanne è noiosa: è noioso vedere lei cucinare meccanicamente le patate o preparare il polpettone; è noioso guardare lei mentre lava i piatti, mentre sistema il letto la mattina, mentre cena con una zuppa insieme al figlio chiaramente più interessato ai libri di scuola che a conversare con una madre sola e, appunto, noiosa. In oltre tre ore di durata ci vengono mostrati tre giorni nella vita della donna e man mano che si va avanti con la visione, tra un’occhiata all’orologio e l’altra, ci si sente quasi dei guardoni che dal buco della serratura osservano la ripetitiva routine di una persona, da quando si alza la mattina fino a quando va a coricarsi la sera, aspettandosi qualcosa di incredibile o un colpo di scena che però non arriva mai. La casa sembra essere l’unica amica di Jeanne, che non riesce ad avere un vero rapporto neanche con il figlio Sylvain: il ragazzo, infatti, si limita a fare qualche domanda alla madre in alcune scene, ma i dialoghi nel film sono davvero pochi. Jeanne trascorre la maggior parte delle sue giornate completamente sola, per cui non c’è necessità di avere dei veri dialoghi. Al di fuori del figlio, le uniche persone con cui ha qualche scambio di battute sono la vicina di casa e gli uomini a cui la nostra protagonista si concede per mettere da parte qualche soldo e tirare a campare.

    Le inquadrature fisse e infinite sulla cucina in cui Jeanne pela le patate o prepara la farina per impanare delle fettine di carne spingono lo spettatore alla costante ricerca di qualcosa che non esiste; lo sguardo finisce per vagare dalla donna alle sue mani, al tavolo sullo sfondo dove ogni cosa ha il suo posto, il sapone dei piatti all’angolo del lavandino, la spazzola verde rigorosamente appesa al muro e così via. Ogni volta ci si interroga se ci sarà qualcosa fuori posto o qualche dettaglio in più, ma per oltre due ore e mezzo non succede praticamente niente di interessante.

    Sappiamo tutti quanto è terribile annoiarsi al cinema fino ad addormentarsi sulla poltroncina o peggio fino a uscire dalla sala chiedendosi cosa diavolo sia saltato in mente a chi ha deciso di proiettare una roba simile. Eppure, per quanto sia insopportabile, la noia è tanto, tanto preziosa. Durante le tre ore e ventidue minuti del film abbiamo tutto il tempo del mondo per perderci tra la cucina, il salotto, la camera da letto di Jeanne, per osservare le sue azioni calcolate e sempre uguali come lo spegnere la luce e chiudere la porta ogni volta che esce da una stanza. Le inquadrature fisse e lunghe portano lo spettatore ad assaporare ogni movimento e ogni minimo dettaglio dei luoghi in cui la donna si sposta, mettendo di conseguenza in discussione la propria soglia dell’attenzione che negli ultimi tempi si sta abbassando notevolmente.

    Durante la visione del film, Chantal Akerman vi chiederà di fermarvi ad osservare con calma la vita di qualcuno per riflettere un po’ anche sulla propria. E se vi annoierete è giusto, ogni tanto ne abbiamo bisogno tutti. 

    UNA VITA COSÌ COMUNE DA DIVENTARE INVISIBILE

    Chantal Akerman non ha mai confermato che Jeanne Dielmann fosse di ispirazione femminista, eppure è impossibile non avere qualche pensiero al riguardo. Ciò che ci viene mostrato è la vita di una casalinga degli anni ’70, vedova e con un figlio da mantenere, costretta a prostituirsi per mettere da parte dei soldi. Jeanne non ha un lavoro e mai potrà averlo, perché come lei stessa spiega in una scena “non sa fare molto altro” se non cucinare, occuparsi degli altri e tenere in ordine la casa. È una donna come ce ne sono state tante (e continuano ad esserci): sposata in età molto giovane con un uomo che l’avrebbe protetta e mantenuta, ma che una volta morto non le ha lasciato nulla per poter acquisire un’indipendenza. Jeanne si guadagna da vivere con i soli mezzi che conosce in quanto donna completamente assorbita da un sistema patriarcale che le ha costruito intorno una gabbia. Jeanne è incapace di costruire dei rapporti reali, tanto che suo figlio sembra non voler avere niente a che fare con lei: di conseguenza la donna si ritrova a cercare questo legame mancante nel figlioletto della vicina a cui si offre di badare nel pomeriggio. La scena con il neonato è forse una delle più forti del film e ancora più di tutto il resto fa arrivare allo spettatore il senso di inadeguatezza e crisi esistenziale che la protagonista prova in ogni momento della sua vita. Jeanne prende in braccio il bambino, alla ricerca di un contatto o forse di una prova che le dimostri di essere ancora una buona madre, ma il bambino non fa altro che piangere disperatamente finché non viene rimesso nella sua culla. E così per minuti interi, un’inquadratura fissa su un sentimento di totale sconforto di Jeanne mentre capisce che tutto ciò a cui ha consacrato la sua vita (essere madre e prendersi cura degli altri) le si sta ritorcendo inevitabilmente contro.

    AL DI LÀ DEL CINEMA STESSO

    In una vita così monotona e ripetitiva non c’è spazio per il colpo di scena, ma Chantal Akerman trova comunque il modo per sorprenderci: è nell’ultima ora di film, infatti, che le cose iniziano piano piano a cambiare. Durante l’ultimo giorno che ci viene mostrato, la routine così perfetta e ossessiva vista finora comincia a incrinarsi. Jeanne brucia il caffè la mattina ed è costretta a fare colazione solo con un bicchiere di latte, poi si accorge di aver perso un bottone del maglione, infine fa cadere una forchetta che ha appena lavato. Questi avvenimenti apparentemente insignificanti (che tuttavia nell’ottica generale del film diventano svolte di trama assurde!) scavano nella mente della donna e, proprio negli ultimi minuti di film la portano ad un gesto che lo spettatore non si sarebbe mai aspettato: Jeanne ha un rapporto con un cliente e, dopo essersi rivestita, pugnala a morte l’uomo con delle forbici lasciandolo sul letto in un lago di sangue. In una scena di pochi minuti (se non secondi) veniamo “ripagati” di tutta la noia provata per la maggior parte del film, che si conclude proprio quando sta per succedere qualcosa di interessante: l’unico avvenimento rilevante e, se vogliamo, rivoluzionario nella vita di Jeanne ci viene mostrato alla fine di una narrazione che di rilevante non ha nulla. E forse è proprio questa la scelta innovativa di Chantal Akerman: mostrarci tre ore di immagini sempre uguali, senza una vera storia per poi darci una singola svolta di trama alla fine. Jeanne Dielman non ha niente di cinematografico, è qualcosa di talmente diverso da essere quasi incomprensibile. E in fondo va benissimo così.

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    Renata Capanna,
    Redattrice.
  • Storia della Dreamworks Parte 1: L’invasione dei ragazzacci da Glendale

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    Dando uno sguardo allo scenario dell’animazione negli anni ‘90 ci si trova quasi costretti a limitare il nostro sguardo agli Stati Uniti: in Italia i tempi di Carosello e dei film di Bruno Bozzetto erano ormai un lontano ricordo, anche la nascente Lanterna Magica di Enzo d’Alò produce opere gradevoli ma non in grado di restare impresse nella memoria del grande pubblico. Nel resto d’Europa la situazione non è molto diversa, in alcuni casi, infatti, gli studios vengono colonizzati dalle major hollywoodiane, diventandone succursali, allo stesso tempo altri studi con una grande potenza creativa non riescono ad avere risultati commerciali convincenti. Quanto al Giappone, i capolavori in uscita in tv e in sala erano ben lontani dal raggiungere la fama internazionale.

    I Walt Disney Animation Studios dominano come mai prima d’ora. Il cosiddetto Rinascimento Disney, esploso nel 1989 con La Sirenetta (John Musker e Ron Clements) poi proseguito con opere come La Bella e la Bestia (Gary Trousdale e Kirk Wise, 1991) e Aladdin (Musker e Clements, 1992) mostra al pubblico un connubio quasi perfetto tra i suoi elementi. Storie semplici e dal sapore universale, protagonisti determinati a coronare i propri sogni (amorosi e non), spalle comiche popolari, antagonisti carismatici, colonne sonore di Alan Menken e soci profondamente debitrici di Broadway, e un comparto artistico che, tra graphic design, animazione e scenografie risulta immediato ma allo stesso tempo raffinatissimo. 

    Dopo aver raggiunto il proprio apice commerciale con Il Re Leone (Roger Allers e Rob Minkoff, 1994) la seconda fase del Rinascimento appare inevitabilmente calante con il seriosissimo Pocahontas (Mike Gabriel e Eric Goldberg, 1995), l’epico melodramma Il Gobbo di Notre-Dame (Trousdale e Wise, 1996), il brioso Hercules (Musker e Clements, 1997), l’avvincente Mulan (Tony Bancroft e Barry Cook, 1998) e il canto del cigno Tarzan (Kevin Lima e Chris Buck, 1999), ultima opera prodotta prima di addentrarsi in un periodo di sperimentazioni più o meno riuscite. Tuttavia siamo ben lontani dal parlare di crisi. la Disney rimane infatti egemone.

    L’astro nascente Pixar, che per la Disney gioca un ruolo da pericolosa alleata pronta a spiccare il volo, con il coprodotto Toy Story – Il Mondo dei Giocattoli (John Lasseter, 1995) primo film animato completamente in CGI, dà il via alla più grande rivoluzione nel campo dell’animazione dai tempi di Biancaneve e i Sette Nani (1937).

    La concorrenza in molti casi è impotente. La Warner Bros. non ha più la spinta propulsiva dell’epoca dei cortometraggi, il reparto animazione sfrutta fino all’osso i personaggi di cui possiede il copyright (dai sempreverdi Looney Tunes e Tom & Jerry fino a Scooby-Doo e gli altri personaggi targati Hannah & Barbera passando per i supereroi DC) in decine di serie, film e special rivolti prevalentemente al mercato televisivo, con risultati più o meno riusciti. I pochi esempi cinematografici rilevanti sono il bizzarro cult Space Jam (Joe Pytka, 1996) e un vero e proprio underdog come Il Gigante di Ferro (Brad Bird, 1999) flop al botteghino ma enorme successo di pubblico e critica negli anni successivi.

    L’autore che nel decennio precedente era riuscito maggiormente a mettere in difficoltà la Disney proponendo personaggi perfetti in atmosfere più cupe in opere come Brisby e il Segreto di NIMH (1982), Don Bluth, nei primi ‘90 inanella una serie di insuccessi clamorosi, riprendendosi solo parzialmente nel 1997 con il discusso, e discutibile, Anastasia, prodotto da una 20th Century Fox che cerca di ritagliarsi uno spazio nel mercato animato.

    Nella seconda metà degli anni ‘90 tuttavia assistiamo alla nascita dello studio che almeno per i 15 anni successivi è stato il contraltare perfetto alla raffinatezza Disney, nascosto da un logo angelico e rassicurante troviamo un tripudio di umorismo adulto, citazionismo sfrenato, riferimenti sessuali nemmeno troppo velati e personaggi che nella maggior parte dei casi non sono disegnati per vendere peluche e tazze: l’irriverente e ambiziosa Dreamworks SKG.

    S come Steven Spielberg, imperatore del cinema pop da venti anni che tramite la sua Amblin aveva già tentato qualche avventura animata come Balto (Simon Wells, 1996);

    K come Jeffrey Katzenberg, uno dei salvatori di una Disney moribonda negli anni ‘80, dirigente sicuramente capace ma dai modi bruschi e dai difficili rapporti con i reparti artistici (celebre la sua richiesta di rendere la scenografia de La Bella e la Bestia “più francese, tipo Botticelli”), accusato di voler omologare ogni racconto ad una storia d’amore alla Romeo e Giulietta, e sentendosi insidiato nelle posizione di vertice che occupava, lascia Burbank sbattendo la porta nel 1994;

    G come David Geffen, magnate dell’industria discografica con la fame di lanciare una nuova etichetta.

    Dopo alcune produzioni live action, abbiamo nel 1998 l’esordio nell’animazione, con due opere sicuramente diverse ma egualmente dirompenti. 

    Con Z la Formica (Eric Darnell e Tim Johnson, 1998) troviamo per la prima volta lo scontro diretto con le concorrenti, dato che poco dopo la Pixar manderà nelle sale A Bug’s Life – Megaminimondo (John Lasseter e Andrew Stanton, 1998), film sempre ambientato nel mondo degli insetti con protagonista una formica. Situazioni simili si verificheranno nel 2000, quando La Strada per El Dorado (Bibo Bergeron e Don Paul)  condividerà l’ambientazione centroamericana (e il tipo di umorismo) con Le Follie dell’Imperatore (Mark Dindal), e nel 2005 quando Madagascar (Eric Darnell e Tom McGrath) vedrà un gruppo di animali in fuga dallo zoo di Central Park guidati da un leone proprio come nel dimenticabile Uno Zoo in Fuga (Steve Williams). Tuttavia, a parte il setting entomologico Z la Formica e A Bug’s Life hanno ben poco in comune. 

    Se le formiche Pixar sono azzurre, dai lineamenti morbidi e dall’aria amichevole quelle Dreamworks hanno il colore della terra e riprendono in maniera caricaturale i lineamenti dei loro doppiatori che risultano volutamente sgradevoli. Queste ultime non si muovono in un mondo colorato, l’immondizia che incontrano non viene trasformata in una metropoli a misura di insetto, il film non si apre con una panoramica su un prato verde ma con il protagonista interpretato da Woody Allen impegnato in una seduta psicoterapeutica perché si sente insignificante, non a caso esordisce con “Sa, mia madre non aveva mai tempo per me. Insomma, quando si è il figlio di mezzo in una famiglia di 5 milioni non ricevi nessuna attenzione, voglio dire, com’è possibile..

    Il topos della guerra ci è presentato in maniera differente, nel film Pixar è un pretesto per insegnare al pubblico l’importanza del lavoro di squadra, della fiducia negli outsider, del cervello che supera la forza bruta, in Z in seguito alla battaglia iniziale con le termiti ci viene mostrata la testa decapitata del miglior amico del protagonista (Sylvester Stallone) senza troppe remore. Il finale è lieto in entrambi i casi, la formica reietta conquista il suo posto in una società ristrutturata in senso meritocratico e corona il suo sogno d’amore, ma in Z si continua ad avvertire il sapore dolceamaro dei finali alleniani.

    D’altro canto con Il Principe d’Egitto (Brenda Champman e Simon Wells) abbiamo una rottura ancora più radicale. In animazione avevamo visto molte volte adattamenti di fiabe, leggende folkloristiche e miti antichi, con il succitato Hercules uscito l’anno prima, ma mai uno studio d’animazione aveva prodotto un film ad alto budget con soggetto biblico. La storia di Mosè, raccontata nel libro dell’Esodo e già esaltata al cinema da Cecil B. De Mille con I Dieci Comandamenti (The Ten Commandments) nel 1923 e in una nuova versione nel 1956, ci viene raccontata con pochissimi filtri, sufficienti a non sollevare eccessive polemiche tra i fedeli e fermando il racconto al passaggio del Mar Rosso, prima della costruzione degli idoli alternativi al Dio manifestatosi a Mosè e dei 40 anni trascorsi dal popolo ebraico nel deserto. La pellicola ha toni epici, austeri, i dialoghi non sono immediati per un pubblico infantile, la morte e la violenza non vengono nascoste, nemmeno nella famigerata decima piaga. Supportato da scenografie altisonanti e animazioni non eccessivamente dure, da un cast di star come Val Kilmer e Ralph Phiennes e dalla colonna sonora di Hans Zimmer condita dalla hit When You Believe cantata da Mariah Carey e Whitney Houston, il film mostra una una dimensione epica e matura ad un livello che la Disney aveva solo sfiorato con Il Re Leone e Il Gobbo di Notre-Dame.

    Ed è il caso di dire che è davvero un peccato il fatto che il film venga spesso sacrificato ad una visione scolastica, su televisioni a tubo catodico poste su carrelli in una situazione familiare a moltissimi studenti quantomeno italiani.

    Circostanza in cui troviamo anche Giuseppe, il Re dei Sogni (Rob LaDuca e Robert Ramirez) sorta di prequel direct-to-video del Principe, con budget molto più basso che nonostante la volontà di continuare a raccontare una storia di grande spessore (seppur meno nota) e il coraggio di mostrare una vera e propria scena di molestia sessuale, non ha la potenza visiva e comunicativa del predecessore, risultando di gran lunga meno memorabile.

    Le successive opere in animazione tradizionale dello studio risulteranno più incerte, convincendo la dirigenza a concentrarsi sull’animazione in CGI e per breve tempo alle collaborazioni in claymation con la britannica Aardman. La Dreamworks avrà ancora più di un asso nella propria manica. 

    Per leggere la seconda parte, clicca qui.

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  • LE ORIGINI DEL CINEMA WESTERN CLASSICO – IL CINEMA AMERICANO PER ECCELLENZA

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    “Il Western è il solo genere cinematografico le cui origini si confondono quasi con quelle del cinema, che non abbia risentito il peso di circa 40 anni di ininterrotto successo. … Ma più ancora forse della continuità storica di questo genere, ci meraviglia la sua universalità geografica.”
    (André Bazin)

    Il Western è considerato uno dei pilastri del cinema statunitense nonché mito e racconto fondativo dell’epica americana, ha seguito di pari passo la nascita e la diffusione del mezzo cinematografico evolvendo con esso e adattandosi alle varie epoche. Per dirla con le parole di André Bazin “è il cinema americano per eccellenza”. La rude e polverosa realtà di frontiera ha stregato intere generazioni configurandosi come punto di riferimento per l’industria cinematografica, ma anche come universo codificato, straordinario e sterminato in cui perdersi. 

    Durante il corso del Novecento, la sala cinematografica divenne il luogo deputato per ospitare le avventure di John Ford, i sorrisi smaglianti di Gary Cooper, lo charme di Randolph Scott, ma, soprattutto, le sconfinate distese e le guglie della Monument Valley. Il pubblico di quegli anni, insieme ai suoi eroi, cowboy, fuorilegge, sceriffi, pionieri e giustizieri, subiva un processo trasformativo: soffriva, gioiva, si entusiasmava a seconda dello sviluppo degli eventi come se si trovasse accanto ai protagonisti, come se vivesse la frenesia di uno scontro, di un duello, di una caccia all’uomo o di una rapina al treno. Il fascino del genere si fondeva con l’attrattiva della sala cinematografica stessa. 

    Durante la proiezione di questi film la Sala diveniva un tutt’uno, un unico organismo, e la proiezione del film era un’esperienza attrazionale, un’occasione per fuggire dalla grigia realtà, ma anche un momento di formazione per i ragazzi di allora, nonostante i valori altamente discutibili ai giorni d’oggi. Il western era il genere d’evasione per eccellenza soprattutto in periodo di guerra, dove era impellente il bisogno di trascorrere due ore in un ambiente che trasmettesse positività, ottimismo e spensieratezza. Da qui si comprende, nell’Italia del dopoguerra, la maggiore attrattiva che il Western aveva sul pubblico rispetto al neorealismo. Si trattava di un genere in grado di far viaggiare oltreoceano, esplorare luoghi mai visti prima -selvaggi, inospitali, eppure belli da mozzare il fiato- e confrontarsi con gente di ogni tipo attraverso il grilletto o la parola. Questo era il Western classico: Polvere, sangue ed evasione dalla realtà.

    “[..] Arthur e io correvamo scatenati sulle montagne dietro casa. Indossavamo salopette, camicie di jeans e scarponcini. […] Invece di giocare a cricket e collezionare farfalle, giocavamo a indiani e cowboy“.
    -Gary Cooper in merito alla sua infanzia.

    IL CINEMA WESTERN DELLE ORIGINI: LA GENESI

    Il Western rappresenta l’America stessa e le sue contraddizioni. Per tale ragione, la sua genesi deve essere fatta risalire agli albori della storia americana, nei racconti di Frontiera. In ambito cinematografico il genere si ritrova già nel periodo del muto, anni in cui è possibile riscontrare alcuni esempi di cortometraggi a tema, derivati spesso dalla letteratura di frontiera o dalle memorie di celebri pistoleri. A tal proposito, nel 1898 venne realizzato Cripple Creek Bar Room”, un cortometraggio di appena un minuto e privo di una vera e propria trama. Si tratta della primissima volta in cui una scena cinematografica viene collocata all’interno di un’ambientazione da saloon tipicamente western. Nei primi del 1900, tuttavia, il genere non si era ancora propriamente definito. Dovremo aspettare gli anni ’20 prima che questo si affermi definitivamente e gli anni successivi affinché raggiunga il suo apice, il suo massimo splendore, prima che diventi mito.  Il cinema muto ha, di fatto, messo le basi per il western classico tracciandone i primi archetipi, clichè e modelli che poi si articoleranno nel periodo d’oro.  

    Nel 1903 le cose iniziano a cambiare con l’uscita de La grande rapina al treno (The Great Train Robbery), considerato convenzionalmente il primo western della storia del cinema. Si tratta di un cortometraggio di appena undici minuti, prodotto dalla Edison, scritto e diretto da Edwin S. Porter.  La grande rapina al treno è anche celebre in quanto film di passaggio dal cinema delle attrazioni a quello narrativo. In questo momento storico l’attenzione degli spettatori e dei registi passa dalla fascinazione per il mero mezzo filmico all’attenzione e al desiderio di tuffarsi nelle storie, articolarle e dar loro una vera e propria struttura. Questo film è, dunque, estremamente innovativo, realistico e sperimentale, uno spartiacque straordinario tra due periodi, due modi di vivere e di rapportarsi al cinema in quanto attrazione e mezzo di espressione. In merito a ciò André Bazin affermerà che con The Grait Train Robbery “assistiamo al primo incontro di una mitologia con un mezzo di espressione ancora adolescente”. 

    Per la realizzazione del cortometraggio, Porter impiegò tecniche coraggiose e molto poco convenzionali come l’uso di una prima forma di montaggio per costruire la narrazione, la sovrapposizione temporale degli eventi, le riprese in esterni, nelle quali le azioni dei veri personaggi si svolgono in parallelo, e i numerosi movimenti di macchina. Celebre è la scena finale in cui assistiamo ad una rottura della quarta parete con conseguente sguardo in macchina: Un uomo, ripreso a mezzo busto, spara verso lo spettatore centrando l’obiettivo (guarda l’immagine di copertina).

    Gran parte dei western muti erano film a basso costo, con una struttura e trama ancora molto schematiche e spesso piuttosto simili tra loro. Gli eroi delle pellicole erano sovente fuorilegge intelligenti, di bell’aspetto e curati, senza macchia e senza paura. Nel periodo del muto, quindi, il protagonista era l’incarnazione dell’archetipo del cavaliere arturiano. Egli possedeva un’integrità morale che si accompagnava ad una personalità onesta e leale, un’indole pacata anche in situazioni pericolose dalle quali riusciva a venire fuori grazie alla sua abilità e velocità nello sparare… per primo.  Possedeva, inoltre, uno spiccato senso dell’umorismo e conduceva una vita all’insegna del nomadismo e della natura, rifiutando la sedentarietà e la civiltà. Gli antagonisti, invece, erano individui spietati, spesso corpulenti e con bei baffi. Molti di questi erano banchieri o politici. Tra i volti dei protagonisti di questo periodo spiccano quelli di Gilbert Anderson (Broncho Bill), William Hart e Tom Mix. 

    All’alba del Cinema muto si iniziavano già a porre le basi di un genere che, negli anni a venire, diventerà il fiore all’occhiello dell’intrattenimento americano. Si iniziava a parlare di frontiera, orizzonti sconfinati, polvere, pistoleri e frenetiche sparatorie. Si iniziava a parlare di un’epoca mitica al tramonto e, per questo, così viva negli occhi della popolazione. Proprio in virtù di questa sovrapposizione temporale tra la nascita del cinema e il declino del Far West, nei primi film di ambientazione western furono impiegati alcuni tra i pistoleri più famosi dell’epoca. Primo tra tutti Buffalo Bill, il quale ha interpretato se stesso in una pellicola del 1911. Il film di Buffalo Bill e il suo Bill Wild West Show contribuirono a suscitare un interesse straordinario per il mito della frontiera americana, interesse che poi è sfociato in passione collettiva per l’epopea del Far West. Accanto a lui, il bandito Al Jennings si lanciò nel mondo del cinema sia come attore che come regista e produttore. Buffalo Bill e Al Jennings furono uno dei tanti casi in cui mito e finzione cinematografica si fusero.  

    Nella prima metà del Novecento il Western si stabilizza come attrazione, narrazione, adrenalina. Tutto ciò di cui il pubblico aveva bisogno in un periodo storico di grandi trasformazioni. Essenziali per l’evoluzione del genere furono tre pellicole: Nascita di una nazione (1915) di Griffith, I pionieri (1923) di James Cruze e Il cavallo d’acciaio (1924) di John Ford. Tra il 1925 e il 1939 si conta la produzione di circa 480 lungometraggi western. Dovremmo, tuttavia, aspettare il periodo Classico per poter vedere il genere affermarsi definitivamente e toccare l’apice grazie anche a nomi quali John Ford, John Wayne, Gregory Peck, Jimmy Stewart e Gary Cooper.

    IL WESTERN CLASSICO: L’AVVENTO DEL SONORO E LA STABILIZZAZIONE DEL GENERE

    Con l’avvento del sonoro la situazione cambiò radicalmente e iniziarono ad emergere le prime problematiche derivanti dall’ingresso del suono nel cinema. In questo contesto, il western inizialmente faticò ad adattarsi, dal momento che era un genere basato sull’azione e sulle riprese in esterni. La presa diretta divenne una condanna per molti registri che dovettero barcamenarsi tra le attrezzature ingombranti e i rumori degli spazi aperti che andavano spesso a coprire le registrazioni. Nonostante queste iniziali difficoltà, il genere raggiunse il suo massimo splendore proprio in epoca classica iniziando a delinearsi maggiormente e, infine, a stabilizzarsi. Nel periodo classico, infatti, il Western si esprime attraverso una serie di ricorrenze visive ma anche attraverso concetti e valori ben precisi: ci troviamo dinanzi a distese infinite e selvagge, continue sparatorie e fughe a cavallo, impiccagioni pubbliche e città semi-deserte e polverose, il cui unico centro di vita sembra essere il Saloon. Quest’ultimo è uno dei topoi cardine dell’epopea del vecchio west, l’ambiente sociale per eccellenza, un punto di incontro per persone diverse tra loro per etnia, estrazione sociale e ideali. All’interno di esso le regole sociali sembrano cessare di esistere, dal momento in cui basta un’occhiata storta o una parola di troppo per scatenare risse e sparatorie. Il Saloon, luogo di conflitto e di ristoro, diviene un elemento iconico irrinunciabile all’interno di un film western. In tal senso, le location, l’ambientazione e l’epoca svolgono un ruolo fondamentale nel riconoscimento del genere. 

    Generalmente le pellicole sono ambientate in un tempo compreso tra il 1800 e primi anni del 1900. Questi ultimi si configurano come un momento storico di passaggio che segna il tramonto del mito del Far West e in cui si scorgono all’orizzonte i primi barlumi dell’era moderna. In questi anni non c’è più posto per l’Ovest violento, il quale deve lasciare oramai posto ai valori civili delle metropoli. Altri film, invece, si concentrano sulla corsa all’oro o sulle carovane di bestiame e i cowboy, altri ancora sulle guerre indiane e, infine, sulle gesta di celebri eroi di frontiera -banditi o uomini della legge-. Insomma, il Western si snoda per gran parte della storia degli Stati Uniti, abbracciandola nella sua totalità e divenendo esso stesso America

    PROTAGONISTI DEL WESTERN CLASSICO: L’EROE E LA SUA SPALLA

    Durante la Golden Age Hollywoodiana la narrazione filmica del western si fa più strutturata, ricca di archetipi e cliché e inizia a mutare anche la figura dell’eroe che si fa via via più complessa. I protagonisti del western classico non sono, a differenza di quelli del muto, imprescindibilmente positivi, anzi. Essi si arricchiscono di sfumature, tinte fosche, valori spesso discutibili. Per tale ragione, nella maggioranza dei casi, gli eroi devono affrontare un cammino impervio che, spesso, li condurrà ad un lieto fine e, soprattutto, alla redenzione. La redenzione si colloca, infatti, come obiettivo ultimo del viaggio del cowboy classico, come purificazione dei suoi peccati e del passato oscuro che grava sulle sue spalle e sul suo nome. Per tale ragione, il prototipo del protagonista di queste pellicole è spesso un fuorilegge, un ranger, un avventuriero, un eroe di guerra, un disertore o uno sceriffo decaduto che devo confrontarsi con colpe passate, casi irrisolti, vecchi nemici che ritornano come fantasmi, infestando la sua vita, allontanandolo dalla civilization e radicandolo nella wilderness violenta e polverosa. Accanto al protagonista vi è il compagno, la sua fedele spalla, disposto a seguirlo in capo al mondo portando con sé una bella dose di ironia e goffaggine: un moderno e polveroso Sancho Panza

    Tuttavia, il conflitto principale delle pellicole gira principalmente attorno all’eroe poiché è incentrato sullo scontro-incontro tra wilderness e civilization, tra civiltà e natura selvaggia, priva di leggi e incarnata solitamente dalla figura dell’indiano d’America e, successivamente, da quella del messicano. Due mondi diversi, divisi unicamente dalla frontiera, da un confine fittizio che l’eroe si trova costretto a valicare per poter portare a termine la propria missione.

    Esemplari, in questo tal senso, sono i protagonisti di Ombre Rosse (1939) con regia di John Ford e di Romantico avventuriero (1950) diretto da Henry King. Nel primo film, Ringo (John Wayne) è un criminale fuggito di prigione per vendicare la morte del padre e del fratello; nel secondo caso, Jimmy (Gregory Peck) è un celebre pistolero ricercato dalla legge, ma desideroso di redimersi e cambiar vita per tornare dalla propria famiglia. Questi sono solo due dei maggiori archetipi del protagonista western, una figura tanto complessa quanto affascinante. Un eroe mitico e al tempo stesso umano, imperfetto.

    Ringo: “Ero un bravo cowboy, ma successe qualcosa.”
    Dallas: “Già, è così. Succede sempre qualcosa.”
    -Estratto da “Ombre Rosse”, John Ford.

    IL RUOLO DELLA DONNA

    «Anche nei migliori western, la donna è imposta sull’azione, come una stella, e in genere è destinata a essere “avuta” dal protagonista maschile. Ma non esiste come una donna.» (Sergio Leone)

    Il Western mette in scena dinamiche proprie dell’universo maschile, dove le donne diventano spesso oggetto dell’attenzione dell’eroe o bottino di guerra del nemico. In periodo classico, quindi, il ruolo dei personaggi femminili si configura all’interno di un genere che predilige l’azione e il machismo e che è profondamente determinato dalla dicotomia tra wilderness e civilization, uno scontro/incontro che non traccia solamente l’assetto narrativo della storia, ma delinea anche le varie relazioni tra i personaggi e il loro ruolo all’interno della storia: laddove lo spazio aperto e l’azione sono ambiti prettamente maschili,  l’ambiente domestico e la sedentarietà riguardano invece l’universo femminile. In virtù di questa rigida divisione, le donne difficilmente occupano una posizione da protagonista o semplicemente di rilievo. Sono, piuttosto, confinate ad un ruolo di contorno finendo per divenire il motore dell’azione e influendo spesso sull’eroe, come una stella cui rivolgere gli occhi nei momenti di difficoltà. Le donne sono passive e funzionali ad approfondire la trama romantica della pellicola oppure a convincere l’eroe ad intraprendere il viaggio o ancora a fornirgli un supporto morale. Non sguardo, ma oggetto di sguardo. Ciò non significa che vi furono anche delle piccole eccezioni, ma rimasero sempre molto contenute in epoca classica. 

    A tal proposito si ricordano Pearl Chavez, l’orfana di Duel in the Sun (1946, diretto da King Vidor), Vance Jeffords in The Furies (1950, diretto da Anthony Mann), Rio McDonald in Outlaw (1943, diretto da Howard Hughes e Howard Hawks) e soprattutto Madame Altar Keane in Rancho Notorious (1952, diretto da Fritz Lang). Questi personaggi femminili mal si collocano all’interno dell’archetipo classico dell’angelo del focolare domestico o della donzella in difficoltà; le donne in questione fanno paura e sono considerate anomale e disinibite in un contesto del genere, fortemente maschilista e retrograda. Ciò accade poiché non sono più bambole di porcellana o un oggetto da conquistare e da esporre come un soprammobile, ma decidono di prendere in mano la propria vita attraverso la scoperta della propria sessualità e l’approfondimento del rapporto con il proprio corpo, ma anche imponendosi all’azione.  E’ un primo grande passo all’interno di un genere che fino a quel momento divideva la donna in due cliché o categorie: Madre e prostituta. Tali stereotipi si articolano in riferimento al conflitto primordiale tra natura selvaggia, sopravvivenza, e civiltà, leggi scritte. Seduzione e tentazione da un lato, valori e sicurezza dall’altro. Il Diavolo e l’acqua santa.

    In ambito western, tuttavia, dovremmo aspettare ancora un po’ di anni (e Sergio Leone) prima che le donne riescano ufficialmente ad uscire dalla passività e sedentarietà cui erano relegate e a prendersi la (meritata e dovuta) scena.

    L’ETERNA LOTTA TRA LA CIVILTÀ E LA NATURA SELVAGGIA

    All’interno del genere western la vendetta e la giustizia sono due concetti che sempre più si sovrappongono e si intrecciano fondendosi l’uno all’altro. Entrambi sono presenti in gran parte dei film e sono in realtà strettamente legati tra loro, nonostante sembrino antitetici e incompatibili. Molti dei personaggi principali sono caratterizzati proprio dalla dolorosa coincidenza di giustizia e vendetta. Tale sovrapposizione interiore è profondamente drammatica e spesso tende ad opporsi alla redenzione finale dell’eroe. Nella maggior parte dei film, infatti, molti protagonisti finiscono per farsi giustizia da soli cedendo alla loro sete di vendetta. Al termine del loro viaggio sono ormai contaminati dalla wilderness, dalle sue leggi non scritte, e non possono né riescono più integrarsi all’interno della civiltà; ciò accade poiché gli eroi in questione hanno scelto di mettere da parte le regole sociali per abbracciare i propri istinti bestiali, divenendo spesso poco dissimili dai loro nemici per metodi brutali e moralità.  Il personaggio di John Wayne di Sentieri Selvaggi si colloca perfettamente nell’archetipo sopracitato e la scena finale della pellicola è esemplificativa di questo progressivo processo di allontanamento dalla società: lo guardiamo allontanarsi fino a confondersi esso stesso con la distesa sconfinata e arida che circonda il ranch, simbolo di civiltà, emblema della famiglia e della stabilità. Baluardo della civilization che, nonostante tutto, resiste alla wilderness.

    “Gli indiani non lasciano mai tracce, strisciano in terra come dei serpenti.”
    -Estratto da Ombre Rosse, John Ford.

    Se i cowboy incarnano la civiltà, la natura selvaggia generalmente è rappresentata dagli Indiani d’America, figure altamente stereotipate e iconiche. Nel Western classico i nativi, primi tra tutti i Comanche e gli Apache, sono gli antagonisti per eccellenza: feroci, con sguardi di ghiaccio e visi di pietra, privi di emozioni. Da un punto di vista iconico appaiono appunto stereotipati, come a voler estremizzare la natura selvaggia che rispecchiano. Spesso il loro arrivo è segnalato da urla cantilenanti, indossano costumi minimalisti composti da ossa, piume e pellicce e sui loro corpi spiccano pitture scure e color ocra. Nel cinema classico tutto ciò era funzionale a rendere manifesta la loro brutalità (“kalòs kai agathòs”, direbbero i greci) e a rafforzare l’idea che la wilderness dovesse essere piegata e civilizzata a tutti i costi in nome delle modernità e della presunta superiorità razziale. I nativi sono l’Altro, lo sconosciuto e per questo ritenuti altamente pericolosi dai protagonisti e dalla “civiltà”. Secoli di storia ci hanno insegnato quanto l’essere umano sia spaventato dalla diversità al punto da arrivare a considerarla una minaccia da schiacciare. Per tale ragione, nel periodo classico, gli indiani d’America erano ritenuti elementi essenziali per lo sviluppo del conflitto profondo tra civiltà e natura, oltre che tra protagonista e antagonista; nel Western moderno, invece, essi ottengono valore, dignità e saggezza, divenendo sempre più figure con cui dialogare e a da cui trarre insegnamento più che da combattere ed eliminare.

    Per concludere, nel Western gli indiani sono l’altra faccia dell’America, separati dai cowboy solo da una linea di confine, la linea di frontiera. Separati da nient’altro che distese infinite, ricche di bellezza e possibilità, ma anche di orrore e prevaricazione.  L’America del Far West è contraddittoria, spaventosa, carica di promesse, individualista, violenta, presunto baluardo di libertà e, in fondo, non troppo distante da quella attuale. D’altronde è stata costruita sulla polvere e sul sangue.

    Jim: Dove sei diretto, cowboy?
    Bart: In nessun posto speciale.
    Jim: In nessun posto speciale? Ho sempre desiderato andarci.
    -Mezzogiorno di Fuoco, Fred Zinnemann.

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  • HORROR CLASSICO E CONTEMPORANEO – ANALISI DI UN CAMBIO RADICALE

    L’horror è un genere che risale direttamente alle origini dell’uomo. La paura degli altri, del buio e di ciò che può nascondere, così come dei predatori animali finiscono per innescare processi nella mente umana che culminano nella creazione di creature dall’aspetto sempre più grottesco, fino a creare veri e propri mostri. Una delle soluzioni per esorcizzare questa problematica è stata creare delle storie: partendo dai miti, passando per l’epica e arrivando fino alla letteratura si possono trovare innumerevoli storie pregne di paura, ansia, terrore, orrore. Con l’avvento del cinema, l’uomo ha trovato il metodo perfetto per portare a termine questo suo processo, data la possibilità di creare visivamente ciò che più lo spaventava. Arrivarono quindi sul grande schermo i vampiri, le mummie, i licantropi, una manifestazione “reale e tangibile” di ciò che l’uomo temeva maggiormente: i mostri

    Con il passare degli anni, il cinema si è evoluto e con esso i vari generi che lo contraddistinguono. Il cinema horror non è un’eccezione e con questo articolo vorrei porre uno spunto di riflessione sulle motivazioni che hanno portato il cinema d’orrore al massiccio cambiamento a cui è andato incontro con l’arrivo del nuovo millennio, prendendo in esame il periodo dagli anni ’70 ad oggi e basandomi maggiormente sulle produzioni più importanti e incisive del panorama (motivo per cui non saranno presenti titoli magari interessanti, ma di poco valore nel cambiamento analizzato).

    GLI ANNI D’ORO

    Non è di certo semplice definire così su due piedi quale sia stato il momento migliore per un particolare genere, e lo stesso si può dire anche per quanto riguarda il cinema dell’orrore. Innegabile però che verso la metà degli anni ‘70 il genere abbia imboccato una strada in salita costante, che ha portato il numero di produzioni horror ad aumentare sempre di più e a far nascere alcuni dei film (la maggior parte divenuti poi saghe) più importanti del momento. Nel 1973 arrivò nelle sale di tutto il mondo L’Esorcista di William Friedkin, film tratto dal romanzo omonimo di William Peter Blatty che che riscontrò un successo immediato e senza precedenti, diventando la pellicola del momento e la base di partenza per qualsiasi altra produzione simile negli anni a venire. Nel 1974 fu la volta di  The Texas Chainsaw Massacre di Tobe Hooper, con il quale vennero introdotti il personaggio di Leatherface e la sua disfunzionale famiglia di cannibali. Si tratta della pellicola che, per molti, ha dato inizio al sottogenere di punta per quegli anni: lo slasher. Arrivano poi pellicole come Halloween di John Carpenter nel 1978, Phantasm di Don Coscarelli ed Alien di Ridley Scott nel 1979.

    Con l’avvento degli anni ’80, il panorama si arricchì ulteriormente con il primo Venerdì 13, uscito nel 1980 e diretto da Sean S. Cunningham, e con La Casa di Sam Raimi, uscito l’anno successivo. Nel 1984 raggiunse poi le sale il primo Nightmare, diretto da Wes Craven, e nel 1987 Clive Baker diresse Hellraiser (tratto da un romanzo breve dello stesso Baker). Gli ultimi due anni del decennio furono poi caratterizzati da La bambola assassina, diretto da Tom Holland  nel 1988, e da Cimitero vivente, film di Mary Lambert (tratto dal romanzo di Steven King) del 1989.

    Gli anni ’90 non furono poi da meno, contando che è proprio in quegli anni che uscirono pellicole come Candyman di Bernard Rose nel 1992 (adattamento tra l’altro di un romanzo di Clive Baker) e Scream che, nel 1996, segnò il ritorno di Wes Craven, il quale riuscì a modificare e innovare un genere che lui stesso aveva aiutato a nascere. È sempre negli anni ’90 che trova un adattamento anche il pagliaccio Pennywise, nato dalla penna di King e interpretato da Tim Curry nella miniserie in due episodi andati in onda nel 1990 e diretti da Tommy Lee Wallace, ed fu verso la fine del decennio che raggiunse la sala una delle pellicole sperimentali di maggior successo di sempre: The Blair Witch Project (che verrà però analizzata più a fondo in seguito).

    Un periodo indubbiamente d’oro per il cinema horror, che si ritrovò una sequenza di nuove pellicole di successo una dietro l’altra, la maggior parte delle quali diede vita a sequel (di maggiore o minore successo) che consentirono una produzione continua di pellicole fino alla fine del millennio, con personaggi estremamente caratteristici e iconici fin da subito. Con l’arrivo del nuovo millennio la storia però cambiò completamente.

    L’ORIGINE DEL PROBLEMA

    Con l’arrivo degli anni 2000, tutto il mondo si poneva in un’ottica di trasformazione, e diversi ambiti subirono effettivamente grossi cambiamenti, ma ciò non si può certo dire per il cinema horror. Il nuovo millennio rappresentò concettualmente un vero e proprio nuovo inizio. Saghe come Nightmare, Venerdì 13 e Halloween avevano già sparato le loro cartucce (per onor di cronaca sottolineiamo come Jason X sia uscito nelle sale nel 2001, ma si tratta di un capitolo estremamente mediocre e che la maggior parte dei fan nemmeno considera come parte della saga; lo stesso vale per la saga di Michael Myers con Halloween – La resurrezione datato 2002) e, non avendo più nulla da dire, lasciarono la strada libera a nuove, fresche produzioni, ed effettivamente qualcosa fu capace di emergere. Due nuove saghe nacquero infatti con l’arrivo del 2000, diventando brevemente pellicole di culto destinate però a peggiorare di seguito in seguito: stiamo parlando di Final Destination e Saw.

    La prima arrivò in sala nel Marzo 2000, proponendo un’idea di base estremamente accattivante (alcuni ragazzi riescono a sopravvivere ad un incidente aereo grazie ad una visione, portando però su di sé le attenzioni del triste mietitore che sfrutta ogni occasione per reclamare la loro anima), che però trova uno svolgimento banale e scontato, mostrando una sequenza di morti una dopo l’altra caratterizzate da un’eccessiva assurdità che finisce per rompere il velo della “sospensione dell’incredulità”. Una produzione comunque interessante e che riscontrò un buon successo di pubblico, creando quindi una sfilza di seguiti arrivata fino al 2011 con il quinto ed ultimo capitolo. Inutile sottolineare come con i sequel la situazione risultò ancora più disastrosa e mediocre.

    Bisogna invece aspettare il 2003 per vedere Saw – L’enigmista, con cui si presentava al mondo James Wan, regista destinato a diventare un pilastro per quell’horror più commerciale e d’intrattenimento che sembrava invece destinato a scomparire proprio in quegli anni. Con questo film, un misto tratorture porn, thriller e poliziesco, il regista mise in scena una storia estremamente accattivante e che riusciva a tenere lo spettatore incollato allo schermo per tutta la sua durata, oltre ad avere il merito di introdurre Jigsaw, personaggio destinato a diventare uno dei villain più famosi di quegli anni 2000. Grazie all’ottima ricezione ottenuta dalla pellicola, sia da parte del pubblico che della critica, le case di produzione Twisted Pictures e Lionsgate Films produssero una sequenza di sequel a cadenza annuale fino al 2010 e che continua a produrre seguiti ancora oggi (nel 2017 è stato prodotto il prequel/sequel dal titolo Jigsaw e nel 2021 ha raggiunto le sale lo spin off della saga Spiral – L’eredità di Saw). Si tratta però di sequel degni di nota? Purtroppo anche in questo caso si tratta di prodotti nettamente inferiori all’originale e che, avanzando con la numerazione, perdono sempre più l’anima thriller del capostipite, in favore di un torture porn inizialmente solo accennato, ma che diventa poi il focus delle produzioni, risultando divertente nei primi seguiti ma diventando velocemente stucchevole anche per i fan più accaniti della saga.

    IL FOUND FOOTAGE ED I REMAKE

    Aldilà delle saghe, il nuovo millennio si ritrova tra le mani un nuovo sottogenere destinato ad avere un grosso impatto: il found footage (conosciuto anche come mockumentary, falso documentario o reality horror). Diventato popolare nel 1999 grazie a The Blair Witch Project (diretto dagli esordienti Eduardo Sánchez e Daniel Myrick) e alla grandiosa campagna marketing costruita attorno al “fattore verità” della pellicola, tutte le grandi case di produzione capirono che si sarebbe trattato della moda del momento e che sfruttandola avrebbero ottenuto un grosso guadagno. L’origine indipendente, quasi ai limiti dell’amatoriale, della pellicola dimostrava come non fossero necessarie grosse somme per poter girare e creare un film di questo tipo, e ciò portò il mercato dell’horror a riempirsi di foundf ootage, genere su cui sia il cinema indipendente che le grosse produzioni sembravano volersi focalizzare. Come conseguenza altri sottogeneri furono (almeno in parte) tralasciati, come nel caso dei film slasher (di cui abbiamo comunque i sequel di Scream ed i remake di Halloween firmati da Rob Zombie), deglizombie movie (in cui rimane ancora un caposaldo Romero, con prodotti come Diary of the dead), degli sci-fi horror, degli splatter  o di film sulle possessioni, che trovarono – ad eccezione di alcune pellicole – una rappresentanza in prodotti spesso mediocri oppure nell’ibridazione di questi sottogeneri con il falso documentario.

    È in questi anni che si assiste alla nascita di pellicole di successo come Rec (2007) e Paranormal Activity (2007), caratterizzate da un budget particolarmente risicato ma che non impedì loro di ottenere comunque un grande riscontro di pubblico che portò (come prassi) alla creazione di diversi seguiti, anch’essi non all’altezza degli originali. Da nominare sono anche pellicole di ottima fattura come The Poughkeepsie Tapes (2007) o Hell House LLC (2015), che faticarono però a superare i confini degli USA e che tutt’oggi risulta complicato poter recuperare.

    Di questo periodo non si può però tralasciare un’altra operazione inizialmente estremamente fruttifera ma destinata a fallire: i remake. Un processo “vecchio come il mondo” e che probabilmente non abbandonerà mai del tutto il mondo del cinema, ma che trovò terreno fertile nel 2000 soprattutto prendendo la propria ispirazione dall’oriente. È il caso di Ring (Hideo Nakata, 1998) che darà origine al più celebre (per la nostra penisola) The Ring, uscito nel 2002 e diretto da Gore Verbinsky, con Naomi Watts nel ruolo della protagonista. Lo stesso vale per 

    Ju-On (Takashi Shimizu, 2000) e il suo remake americano The Grudge del 2004, diretto sempre da Shimizu, con Sam Raimi nel ruolo di produttore esecutivo e Sarah Michelle Gellar come protagonista della pellicola. 

    Si tratta di due produzioni di grande successo (addirittura i remake ottengono un successo maggiore rispetto agli originali) che portarono le case di produzioni a valutare nuovamente l’operazione remake proprio nei confronti di quelle saghe da poco concluse. Si assistette al ritorno di Michael Myers diretto da Rob Zombie con Halloween – The beginning nel 2007, che riuscì effettivamente a portare sullo schermo la stessa storia, ma con alcuni cambiamenti interni alla narrazione che permisero alla pellicola di non risultare una mera trovata commerciale (nonostante i detrattori, la pellicola ebbe un successo tale da portare alla creazione anche di un sequel nel 2009). Molto meno interessanti risultarono invece le riproposizioni di A Nightmare on Elm Street del 2010 (tra l’altro unico capitolo del franchise a non presentare Robert Englund nei panni di Freddy Krueger) e di Venerdì 13 del 2009, pellicole estremamente dimenticabili e da molti definite il punto più basso mai raggiunto dalle saghe (arrivando addirittura a non considerarli come capitoli canonici).

    UN NUOVO INIZIO

    La grossa produzione di pellicole estremamente simili e con differenze esigue finì per portare l’horror ad essere sempre meno apprezzato, sia dalla critica (che già non amava i found footage, in quanto pieno di errori e problemi alla base impossibili da ignorare per i puristi) che dal grande pubblico, che si stancò presto di questo tipo di produzioni. Si arrivò così ad un momento di stagnazione, in cui vennero sì prodotti nuovi film, la maggior parte dei quali risulta però mediocre e non riesce più ad incontrare il favore degli spettatori, nei quali nasce presto il sentore del “già visto”. 

    È in questo panorama che le produzioni più “di nicchia” riuscirono a raggiungere le sale, ricevendo inaspettatamente una grande partecipazione da parte del pubblico, che scopre questi film proprio in conseguenza del vuoto presentato nel panorama horror. Un pubblico che si ritrova ad apprezzare questa tipologia di prodotti, portando alla ribalta una categoria di horror sempre esistita ma che proprio in quegli anni sembrava essere pronta per la propria rivalsa. Se inizialmente l’horror aveva come primo obiettivo quello di spaventare e soltanto in secondo luogo quello di raccontare qualcosa, nel secondo decennio del 2000 vengono prodotti in prevalenza film il cui obiettivo è in primis raccontare qualcosa (spesso trattando tematiche molto profonde e in stretto rapporto con la filosofia) e che nel farlo decidono di utilizzare il genere horror. In letteratura ciò è la normalità (Doctor Jekyll e Mister Hyde con il tema del doppio, Frankenstein con il gioco dell’uomo a fare Dio, la narrativa di Lovecraft con il suo orrore che “non può nemmeno essere descritto”), ma al cinema si era presentato fino a questo punto una modalità di rappresentazione estremamente visiva (gli zombi di Romero hanno numerose chiavi di lettura, ma risultano comunque una minaccia costante e spaventosa per i protagonisti e gli spettatori; con L’Esorcista  Friedkin presenta una pellicola con numerose sequenze inquietanti e sono queste che hanno donato al film la fama che tutt’oggi lo caratterizza, senza comunque nulla togliere alle importanti tematiche che il film presenta in maniera intelligente e funzionale). 

    Un esempio di questa nuova corrente è The Vvitch di Robert Eggers. Quando il film uscì nelle sale nel 2015, nessuno si sarebbe aspettato il successo che avrebbe poi avuto, questo perché si tratta di una pellicola che fa tutto l’opposto di ciò che uno spettatore dell’horror anni ‘70/’80 si aspetterebbe. La rappresentazione scenica è di altissimo livello, ma non viene utilizzata dal regista per mettere in scena sequenze cariche di tensione o terrore, bensì servono ad immergere lo spettatore nell’ambientazione e per fargli vivere l’atmosfera che i personaggi stanno vivendo. Si parla di streghe e satanismo, ma i rituali tipici del genere sono ai minimi storici, poiché quello a cui punta il film è un terrore prima psicologico che visivo. Sono la situazione, la mentalità e le modalità di vita dei personaggi a spaventare, non il male di cui essi parlano, tanto che non è chiaro se questo male esista effettivamente o sia soltanto frutto di una mente distorta dalla follia e dal fanatismo. 

    In egual maniera si pone nel panorama Ari Aster, con il suo Hereditary – Le radici del male uscito nel 2018. Una pellicola che nelle sue (poco più di) due ore si divide nettamente in due parti: una prima ora in cui il film mostra una storia dai tratti appartenenti ai drammi familiari, con la tematica della perdita di un familiare e il conseguente superamento del lutto da parte dei membri della famiglia, per poi eseguire una virata di genere quasi improvvisa che si traduce in un’escalation di inquietudine ed orrore fino alla vetta del finale. Una pellicola che fa delle immagini un tramite per la trasmissione di emozioni e sensazioni, per parlare di traumi familiari (tematica inoltre presente anche nel suo successivo lavoro Midsommar del 2019).

    Ultimo esempio preso in considerazione per questa nuova corrente è L’uomo invisibile, pellicola del 2020 diretta da Leigh Wannel (già regista di Insidious 3 – L’inizio del 2015) tratta dal famoso romanzo omonimo del 1887 scritto da H. G. Welles e rifacimento dell’adattamento del 1933. La pellicola prende gli elementi alla base del romanzo e li adatta alla contemporaneità in cui la protagonista (e gli spettatori) vive, inserendo quindi una tecnologia estremamente avanzata che finisce per superare i limiti moderni. Alla base della pellicola ci sono le tematiche dello stalking e delle toxic relationship, e il regista si sofferma sulle modalità in cui una vittima di questi fenomeni affronta la situazione. Seguendo le modalità di questa nuova corrente, la presenza senza ombra e maligna che perseguita la protagonista non è l’oggetto stesso della paura, che si manifesta nella situazione che lei deve vivere ed affrontare. Ancora una volta alla base del tutto non c’è lo spaventare lo spettatore, ma il trattare una tematica introdotta allo spettatore attraverso le inquietanti atmosfere tipiche dell’horror.

    Inserisco un piccolo disclaimer per affermare come oltre ai tre esempi presi in esame ci siano numerose altre pellicole che seguono questa corrente e ideologia (per esempio Babadook di Jennifer Kent, Madre! di Darren Aronofsky, Kill List di Ben Wheatley, Apostolo di Gareth Evans e si potrebbe andare avanti).

    LA CORRENTE CLASSICA

    Sarebbe però sbagliato raggruppare tutti i film usciti nei due decenni del 2000 in questa nuova corrente. Numerosi registi infatti continuano nella produzione di pellicole dell’orrore utilizzando gli stilemi più classici. Ne prendo in considerazione anche in questo caso soltanto tre ma la base risulta in realtà molto più vasta.

    Un regista che si afferma nei primi anni 2000 è Rob Zombie che si mostra al pubblico con La casa dei 1000 corpi nel 2003, pellicola horror che trae chiare ispirazioni da un classico del genere come A Texas Chainsaw Massacre, dando vita a quello che inizia come un teen movie per procedere verso una rappresentazione sempre più cruda ed esplicita (con l’inserimento di alcuni intermezzi che strizzano l’occhio ai video musicali tanto cari al regista). Tra le sue opere risulta doveroso nominare (come accennato più sopra nell’articolo) i due remake di Halloween, nel quale inserisce il suo stile rappresentativo dell’America più “marcia” donando un background al personaggio di Michael, e Le streghe di Salem, horror sul satanismo con cui raggiunge il suo apice rappresentativo ed espositivo, costruendo una pellicola non apprezzata dal grande pubblico ma estremamente elogiata dalla nicchia che il regista si è costruito negli anni. 

    Secondo regista preso in esame è Scott Derrickson che esordisce nel 2005 con L’esorcismo di Emily Rose, una pellicola che prende ispirazione da fatti di cronaca realmente accaduti e attraverso i quali il regista statunitense mescola nella narrazione l’horror sulle possessioni con il dramma giudiziario, ottenendo un ottimo risultato sia di critica che di pubblico. Torna poi nel 2011 con Sinister (da molti definito il suo lavoro migliore e finito di recente in cima alla classifica degli horror più spaventosi), con cui viene messa in scena un’indagine giornalistica che finisce per cadere sempre più nel sovrannaturale, similmente a quanto viene mostrato nel suo lavoro successivo Deliver us from Evil del 2014, in cui la storia ruota attorno ad un’indagine di polizia che si mescola ad un’indagine da parte della Chiesa. Presentata poi una parentesi con Doctor Strange per i Marvel Studios, Derrickson è sulla strada del ritorno all’horror con Black Phone in uscita nel 2022.

    Infine non si può non nominare Jordan Peele, approdato in sala nel 2017 con il thriller a tinte horror Scappa – Get out, che gli ha garantito un Oscar alla miglior sceneggiatura originale oltre ad altre candidature di prestigio, ma che soltanto nel 2019, con il film Us, presenta la sua vera idea di orrore: puntando innanzitutto a spaventare lo spettatore mettendo in scena personaggi estremamente inquietanti, il regista inserisce nelle sue pellicole una pesante critica sociale, soprattutto nei confronti della lotta di classe e contro il razzismo.

    CONCLUSIONI

    Arrivati al giorno d’oggi, nel panorama del cinema horror si presentano quindi sostanzialmente due filoni, due ideologie di rappresentazione: una più classica, che pone al primo posto l’obiettivo di spaventare lo spettatore e poi di parlare di una qualche tematica, e una che è fuoriuscita dal cinema underground per farsi strada verso il grande pubblico facendo l’opposto, quindi avendo come obiettivo primario quello di raccontare una storia complessa, con importanti tematiche poste in primo piano e sfruttando gli stilemi dell’horror per metterle in scena, spesso utilizzando una paura più psicologica che visiva. Entrambe correnti interessanti e che permettono al genere di poter vivere in questi anni, dopo il periodo di stagnazione, di nuova vera linfa.


  • Libri sul Cinema – I 10 fondamentali

    type=”flex” hundred_percent=”no” hundred_percent_height=”no” min_height=”” hundred_percent_height_scroll=”no” align_content=”stretch” flex_align_items=”flex-start” flex_justify_content=”flex-start” flex_column_spacing=”” hundred_percent_height_center_content=”yes” equal_height_columns=”no” container_tag=”div” menu_anchor=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” status=”published” publish_date=”” class=”” id=”” spacing_medium=”” margin_top_medium=”” margin_bottom_medium=”” spacing_small=”” margin_top_small=”” margin_bottom_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_dimensions_medium=”” padding_top_medium=”” padding_right_medium=”” padding_bottom_medium=”” padding_left_medium=”” padding_dimensions_small=”” padding_top_small=”” padding_right_small=”” padding_bottom_small=”” padding_left_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” link_color=”” link_hover_color=”” border_sizes=”” border_sizes_top=”” border_sizes_right=”” border_sizes_bottom=”” border_sizes_left=”” border_color=”” border_style=”solid” box_shadow=”no” box_shadow_vertical=”” box_shadow_horizontal=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” z_index=”” overflow=”” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_position=”center center” background_repeat=”no-repeat” fade=”no” background_parallax=”none” enable_mobile=”no” parallax_speed=”0.3″ background_blend_mode=”none” video_mp4=”” video_webm=”” video_ogv=”” video_url=”” video_aspect_ratio=”16:9″ video_loop=”yes” video_mute=”yes” video_preview_image=”” render_logics=”” absolute=”off” absolute_devices=”small,medium,large” sticky=”off” sticky_devices=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_background_color=”” sticky_height=”” sticky_offset=”” sticky_transition_offset=”0″ scroll_offset=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″][fusion_builder_row][fusion_builder_column type=”1_1″ layout=”1_1″ align_self=”auto” content_layout=”column” align_content=”flex-start” valign_content=”flex-start” content_wrap=”wrap” spacing=”” center_content=”no” link=”” target=”_self” min_height=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” type_medium=”” type_small=”” order_medium=”0″ order_small=”0″ dimension_spacing_medium=”” dimension_spacing_small=”” dimension_spacing=”” dimension_margin_medium=”” dimension_margin_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_medium=”” padding_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” hover_type=”none” border_sizes=”” border_color=”” border_style=”solid” border_radius=”” box_shadow=”no” dimension_box_shadow=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” background_type=”single” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_image_id=”” background_position=”left top” background_repeat=”no-repeat” background_blend_mode=”none” render_logics=”” filter_type=”regular” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” last=”true” border_position=”all” first=”true”][fusion_text columns=”” column_min_width=”” column_spacing=”” rule_style=”default” rule_size=”” rule_color=”” content_alignment_medium=”” content_alignment_small=”” content_alignment=”justify” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” margin_top=”” margin_right=”” margin_bottom=”” margin_left=”” font_size=”” fusion_font_family_text_font=”” fusion_font_variant_text_font=”” line_height=”” letter_spacing=”” text_color=”” animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=””]

    Manuale del film. Linguaggio, racconto, analisi
    di Gianni Rondolino e Dario Tomasi

    Questi consigli non potevano che iniziare con il libro che forse più di tutti riesce a raccontare la settima arte, convogliando al suo interno tantissimi argomenti legati a questo mondo. 427 pagine di puro cinema, in cui vengono trattati tutti gli aspetti di un film: dalla pre-produzione fino all’uscita in sala, descrivendo anche minuziosamente le tantissime professioni cinematografiche (noi abbiamo una rubrica apposita per questo argomento -inserire link-). Il libro di Rondolino, scomparso nel 2016, e Tomasi, attualmente docente all’Università di Torino, è da più di 50 anni un punto di riferimento per ogni appassionato e studioso (viene studiato, infatti, in molte università). Nonostante possà sembrare all’apparenza ostico e molto tecnico, in breve tempo vi permetterà di entrare dentro il mondo del cinema e vi riscoprirete più ricchi. Se amate il cinema, e se vi piace in particolare analizzare ogni opera, non potete farne a meno.

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    Manuale di storia del cinema
    di Gianni Rondolino e Dario Tomasi

    La coppia di autori Rondolino/Tomasi ci ha regalato negli anni anche quest’altra opera fondamentale. Conoscere la storia del cinema risulta necessario quando si vuole capire qualcosa di più sulla settima arte senza fermarsi alla semplice visione di un film, arrivando a capire come un film prodotto oggi sia inevitabilmente influenzato da 100 anni e più di storia. Il libro può risultare ostico, in quanto molto lungo (704 pagine!), ma la qualità è assicurata: anche questo manuale viene infatti utilizzato in molte facoltà universitarie italiane. Nonostante la sua importante mole, il testo è scorrevole e soprattutto conciso, insomma non si perde in chiacchiere. Sarete sommersi da nomi di registi, film e tanti altri addetti ai lavori. Un manuale meraviglioso.

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    Guida alla storia del cinema italiano (1905 – 2003)
    di Gian Piero Brunetta

    Passiamo al libro di Brunetta sulla storia del cinema nostrano. Si parla, ancora una volta, di un autore importante, uno studioso fondamentale della settima arte per il nostro paese. Per chi ama il nostro cinema e, soprattutto, per chi vuole (ri)scoprirlo, questo libro è perfetto. Gian Piero Brunetta ci racconta per filo e per segno le varie epoche e le grandi opere del nostro cinema, contestualizzando anche i periodi storici in cui esse venivano prodotte. Unica pecca è che ci si ferma al 2003, ma non esiste in commercio un libro più esaustivo di questo per i 100 anni precedenti del nostro cinema. Conta 560 pagine.

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    Che cos’è il cinema? Il film come opera d’arte e come mito nella riflessione di un maestro della critica
    di André Bazin

    Chi era André Bazin? Per farla breve, Bazin è stato semplicemente uno dei più grandi critici e studiosi del cinema della storia, tra i fondatori dei celeberrimi Cahiers du Cinéma. In questo libro, più breve rispetto ai precedenti (290 pagine), vengono raccolti diversi saggi del critico francese. Complesso ma molto appassionante.

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    L’occhio del regista. 25 lezioni dei maestri del cinema contemporaneo
    a cura di Laurent Tirard

    Questo volume di 307 pagine contiene numerose interviste ad alcuni tra i più importanti registi della storia: Woody Allen, Pedro Almodóvar, Bernardo Bertolucci, Tim Burton, Joel ed Ethan Coen, David Cronenberg, Miloš Forman, Jean-Luc Godard, Alejandro Iñárritu, Jim Jarmusch, Wong Kar-wai, Mathieu Kassovitz, Takeshi Kitano, Emir Kusturica, David Lynch, Michael Mann, Arthur Penn, Roman Polanski, Sydney Pollack, Martin Scorsese, Steven Soderbergh, Oliver Stone, Lars von Trier, Wim Wenders, John Woo. Risulta molto scorrevole e ben costruito, in quanto le varie interviste ci forniscono spesso punti di vista diversi su tematiche comuni.  La casa editrice Minimum Fax ha ripreso in mano la propria collana cinema e sta facendo a riguardo un ottimo lavoro. Non potete non acquistare quello che è il loro libro di punta.

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    I maestri della luce. Conversazioni con i più grandi direttori della fotografia
    a cura di Dennis Schaefer e Larry Salvato

    Altro volume della Minimum Fax che fa il paio con quello precedente. Stavolta non parliamo, però, di regia ma di un ruolo considerato da molti il secondo più importante all’interno di un set cinematografico: il direttore della fotografia. Questo libro di 596 pagine si concentra sul periodo antecedente alla diffusione delle cineprese digitali, un periodo in cui, dunque, veniva ancora utilizzata la pellicola. Nonostante questo possa farlo apparire un po’ datato, non è assolutamente così. Anzi, tramite le parole e gli insegnamenti di alcuni tra i principali DoP della storia del cinema (Vittorio Storaro, Gordon Willis, Conrad Hall, Laszlo Kovacs…) entriamo in contatto con un mondo spesso misterioso e sconosciuto ai non addetti ai lavori, che però ci fa capire come nasce la vera narrazione per immagini, come nascono quelle sequenze così favolose da sembrare opere d’arte. Consigliato dunque a tutti.

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    Il cinema secondo Hitchcock
    di Francois Truffaut

    Probabilmente il libro più conosciuto e letto dai cinefili di tutto il mondo. Il libro nacque in seguito ad una conversazione durata diversi anni tra i due famosissimi registi, Hitchcock e Truffaut appunto, figli di un’altra epoca e ideatori entrambi di due tipi di cinema che, nonostante le immancabili diversità, comunicavano così come l’arte contemporanea comunica con le grandi opere classiche. Scorrevole, interessante, fondamentale.

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    Il cinema secondo Orson Welles
    di Peter Bogdanovich

    Il titolo non lascia spazio all’immaginazione. Anche qui ci troviamo di fronte ad un libro in cui due amanti del cinema dialogano tra loro. In particolare, qui, Welles si racconta dagli esordi ai successi, fino alle difficoltà con il mondo della produzione cinematografica. Peter Bogdanovich, autore e amico del regista, riesce a mettere a proprio agio una figura fondamentale del cinema mondiale, riuscendo a tirare fuori un libro introspettivo, ben strutturato e soprattutto fondamentale per chi vuole approfondire non solo la vita del grande regista statunitense ma tutto il sistema-cinema della seconda metà del ‘900. Anche questo libro, lungo oltre 600 pagine, contiene molti aneddoti così come quello consigliato precedentemente.

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    Analizzare i film
    di Augusto Sainati

    Penultimo consiglio. Ritorniamo al tema dell’analisi del film, già trattato all’inizio di questo articolo con il manuale di Rondolino e Tomasi. Il libro di Sainati, che vi consigliamo qui, non è un manuale che racconta il film (e dunque il cinema) a 360°, ma si sofferma, come è d’altronde intuibile, sul lavoro analitico che può essere operato sul testo cinematografico. In sole 207 pagine potete trovare tantissimi spunti interessanti che vi apriranno gli occhi su tutti i principali aspetti che compongono un’opera filmica. Se vi piace destrutturare ogni opera che guardate, se vi piace leggere recensioni e vorreste iniziare a scriverne, questo è il libro che fa per voi.

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    Economia del film. Industria, politiche, mercati
    di Marco Cucco

    Chiudiamo questi nostri consigli con un libro che tratta una delle tematiche forse meno conosciute e più sottovalutate dal pubblico generalista, ovvero tutta la macchina che ruota attorno al cinema. Questo libro ci parla dell’industria cinematografica a 360°, senza tralasciare niente, e lo fa usando un linguaggio ad un tempo tecnico ma semplice, adatto sia a chi vuole approcciarsi a questo mondo sia a chi vuole approfondirlo. Molto consigliato.

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  • I B-MOVIE E LA NASCITA DEL NOIR

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    BASSO BUDGET, ALTO STILE

    Il passare degli anni ha mutato costantemente il significato del termine B-movie allontanandosi dalle sue origini per assumere sfaccettature forse anche troppo generiche. Con film di serie B si intendeva indicare, in origine, ogni tipo di mediometraggio realizzato sfruttando scenografie, attori ed attrezzature già impegnate su set di riprese cinematografiche di produzioni con budget più alti che, a differenza di quest’ultime, veniva girato e montato in breve tempo. Il reimpiego del materiale e personale, oltre che l’inserimento di pellicola già registrata in precedenza proveniente da altri lavori, consentiva non solo di ridurre le spese ma anche di ottenere ulteriori incassi. Certo, definire i limiti entro i quali possiamo considerare dei film low budget non è semplice e richiede una conoscenza più approfondita del contesto a cui ci riferiamo.

    Le prime produzioni di serie B si sviluppavano attorno agli anni Trenta a seguito della Grande Depressione per riempire gli spazi, ormai vuoti, che accompagnavano le proiezioni principali con piccoli spettacoli o cortometraggi. Le major, in un primo momento contrarie alla doppia proiezione, presto formarono nuovi stabilimenti dedicati alle produzioni di serie B per andare incontro al mercato in continua espansione. Mentre l’obiettivo delle major erano gli incassi provenienti dai teatri delle più importanti città, che erano il regno dei kolossal con talentuose star e alto budget, la gran parte delle vendite di questi B-movie proveniva dalle sale di paesini e città più piccole. Per le sale cinematografiche indipendenti potersi accaparrare i film di serie A era molto più complicato, a loro venivano infatti concesse le licenze dei film più rinomati solo a patto che acquistassero anche i film di serie B, meno ricercati. Questa pratica, chiamata block booking, garantiva la redditività di ogni B-movie. Mentre gran parte degli studios della “Poverty Row” erano soggetti a veloci chiusure dopo alcune produzioni, le produzioni delle grandi major come MGM o Warner che si spostavano sui B-movie potevano contare su budget assai più alti rispetto alle produzioni di società più piccole come la Monogram Pictures o la Republic Pictures. Le produzioni di serie B delle Big Five erano facilmente in grado di competere contro i prodotti di punta delle minori. In entrambi i casi, però, questi film venivano spesso sponsorizzati come film di serie A ma su mercati differenti. Un film di secondo piano a New York poteva essere un grande film a Dallas.

    I film di serie B si sviluppavano soprattutto in specifici generi cinematografici caratterizzandone anche i tratti specifici: in particolare il western era al centro di tutta la Golden Age delle produzioni di serie B, mentre l’horror e la fantascienza divennero più popolari solamente negli anni Cinquanta. Se da un lato questi film venivano in parte ignorati dalla critica e dal pubblico, dall’altro avevano la libertà di sperimentare sia nuovi spunti narrativi sia nuovi promettenti talent cinematografici, divenendo il banco di prova di molti futuri grandi artisti. Lo scarso numero di set disponibili, la mancanza di star e le numerose limitazioni economiche dovute al budget spinsero gli autori, a mo’ di compensazione, ad adottare soggetti complessi ed intricati. Se gli anni Trenta erano ricchi di commedie, musical e western, a partire dagli anni Quaranta si sviluppò un’importante sotto genere del poliziesco che interessò buona parte delle produzioni RKO negli anni a venire: il noir.

    UNO SGUARDO AL NEO NOIR

    Nato dai film di serie B come soluzione a diversi problemi di produzione, il noir si è rivelato essere una matrice di grandi classici e sottogeneri cinematografici amati da tutti ancora oggi. Influenzato sia dall’Espressionismo tedesco sia dal Realismo Poetico francese, dalla letteratura hard-boiled e dalla generale disillusione post bellica, il noir dava vita a un mondo alla deriva, specchio del tramonto del sogno americano del secondo dopoguerra. Il suo forte carattere artistico gli ha permesso non solo di sopravvivere al passare degli anni ma anche di riadattarsi e assumere nuove forme, ancora più forti e avvincenti. Grazie all’avvento della televisione e all’espansione del cinema europeo, ora in grado di competere con quello hollywoodiano, le restrizioni presenti nel Codice Hays vennero presto abbandonate. I registi avevano così la libertà di mostrare immagini e di trattare temi prima di allora proibiti, come la violenza e l’erotismo. Il secondo dopoguerra statunitense era caratterizzato da un altissimo tasso di natalità, la cosiddetta generazione dei Baby boomer, e da uno spostamento sostanziale dai grandi centri urbani verso i sobborghi. Il naturale bisogno delle nuove generazioni di trovare delle risposte ai propri dilemmi diede al cinema la giusta spinta per affrontare i problemi sociali, etici e morali che le affliggevano. Forse è anche per questo, più che per il loro stile, che venivano tanto amati questi film. Film che fanno riflettere, creano dubbi e danno vita a discussioni e dibattiti. Non propugnavano un’unica via di pensiero ma lasciavano allo spettatore la capacità di ascoltare e mettersi in discussione. L’antieroe era il simbolo di una generazione, una generazione a cui era data la facoltà di comprendere meglio la dualità della vita e la complessità dell’essere umani. Così si giunse, a partire dagli anni Settanta, a film vicini al noir, che proponevano però conflitti morali dirompenti: da Taxi Driver (1976) a Velluto blu (Blue Velvet, 1987), da Chinatown (1974) a Blade Runner (1982), fino ai più recenti Seven (1995) e I soliti sospetti (The Usual Suspects, 1995). Da questi film traspare la volontà di intrattenere in modo più brutale e diretto, senza mezze misure, ma soprattutto di scavare più approfonditamente di quanto fosse mai stato fatto nell’animo umano e nell’identità dei propri protagonisti. Questi film vengono denominati neo-noir: opere consapevoli delle proprie origini ma rivolte al futuro, un futuro ricco di storie complesse e intricate. Molti dei più grandi successi di critica e di pubblico degli ultimi anni sfoggiano con orgoglio le proprie discendenze dal noir, ringiovanendo il genere e arricchendolo di nuovi significati.

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  • IL CINEMA DELLE DONNE – PARTE 2

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    È arrivato il momento di abbattere certe barriere culturali che hanno limitato il genere femminile ad esprimersi al meglio nei ruoli chiave del cinema. Per questo abbiamo lanciato questa rubrica, il cinema delle donne, con la speranza che le storie di queste grandi figure possano essere d’ispirazione a tante.

    THEA VON HARBOU

    Fritz Lang è unanimemente considerato uno dei maggiori registi della storia del cinema, nonché uno dei padri fondatori dell’Espressionismo cinematografico tedesco. Dietro alcuni dei maggiori capolavori della prima parte della sua carriera si cela però la collaborazione con una sceneggiatrice troppo poco ricordata e assai controversa, sua moglie Thea von Harbou. La von Harbou nasce nel 1888 a Tauperlitz, in Baviera, da una famiglia della piccola nobiltà. Riceve un’educazione ricca e, fin da giovanissima, domina diverse lingue e suona il pianoforte e il violino. Ma è la scrittura il suo vero talento e, appena tredicenne, pubblica dei racconti e una raccolta di poesie.

    In seguito la giovane decide di dedicarsi alla recitazione e diviene un’attrice teatrale, pur portando avanti la propria attività di scrittrice con racconti spesso ispirati alla mitologia tedesca e dal forte portato patriottico. Durante il primo conflitto mondiale, la von Harbou sposa l’attore cinematografico Rudolf Klein-Rogge (successivamente interprete del leggendario dottor Mabuse nell’omonimo film di Fritz Lang) e si avvia alla carriera di sceneggiatrice. Collabora dapprima con il regista austriaco Joe May, ma in seguito sceneggerà pellicole di grandi autori europei come Friedrich Wilhelm Murnau e Carl Theodor Dreyer. In breve tempo la von Harbou diviene un nome di punta dell’industria cinematografica tedesca.

    All’inizio degli anni ‘20 conosce Fritz Lang: i due, amanti della cultura indiana, adattano insieme il romanzo della von Harbou stessa “Misteri d’India” e il risultato è il copione de “Il sepolcro indiano” di Joe May (di cui poi Lang realizzerà un remake nel 1959). Da quel momento in avanti la von Harbou e Lang fanno coppia fissa, professionalmente e nella vita privata. Nel 1920 lei divorzia da Klein-Rogge e nel 1922 Lang rimane vedovo della prima moglie: pochi mesi dopo i due si sposano, suggellando il loro prolifico sodalizio artistico. A partire dal 1921 lei collabora alla sceneggiatura di tutti i principali film del marito, tra cui l’indimenticabile “Il dottor Mabuse” (1922) e l’ampio affresco epico “I nibelunghi” (1924).

    I massimi capolavori della coppia Lang-von Harbou sono però indiscutibilmente “Metropolis” (1927) e “M – Il mostro di Düsseldorf” (1931): il primo, ideato proprio dalla geniale sceneggiatrice bavarese, resta una pietra miliare della fantascienza distopica e l’icona del gigantismo cinematografico della UFA, la maggior casa di produzione tedesca e all’epoca tra le più importanti del mondo. “M”, invece, primo film sonoro di Lang, è un capolavoro di scrittura e messa in scena in cui il “mostro” (il protagonista è un pedofilo assassino, interpretato dal grande Peter Lorre) viene umanizzato e la pratica della giustizia viene problematizzata in maniera radicale.

    A inizio anni ‘30, però, il matrimonio della coppia comincia ad incrinarsi. Le molte infedeltà reciproche e la crescente simpatia della von Harbou per il movimento nazionalsocialista segnano la fine del sodalizio. Nel 1933 la coppia divorzia e Lang emigra all’estero per evitare di doversi compromettere con il neonato regime hitleriano. Poco dopo la von Harbou si risposa in segreto con il giornalista indiano Ayi Tendulkar (il matrimonio con persone di pelle scura era proibito dal regime).
    Durante la guerra la sceneggiatrice continua a lavorare e scrive decine di film, alcuni dei quali chiaramente ispirati all’ideologia nazista. A conflitto finito viene internata per un periodo in un campo di prigionia inglese. Per tutta la vita nega di aver mai avuto reali simpatie per il nazionalsocialismo. Tra il ‘45 e il ‘46 lavora anche come Trümmerfrau (erano così chiamate le donne che contribuivano a ripulire e ricostruire le città tedesche in macerie). Muore, sessantacinquenne, nel 1954, lasciando un ricco patrimonio di romanzi e sceneggiature.

    THELMA SCHOONMAKER

    Non tutti sanno che, dietro alla perfezione dei capolavori di Martin Scorsese, si nasconde la collaborazione più che quarantennale con la montatrice Thelma Schoonmaker. Nata ad Algeri nel 1940 (suo padre lavorava per una compagnia petrolifera), si trasferì negli Stati Uniti solo quindicenne. Studiò Scienze politiche con l’intenzione di avviarsi alla carriera diplomatica, ma per motivi ideologici (era contro la Guerra del Vietnam e favorevole alle lotte per i diritti civili degli afroamericani) le fu consigliato di cambiare ambito.

    Fu allora che iniziò a studiare cinema all’Università di New York, dove le capitò di occuparsi del montaggio di “Chi sta bussando alla mia porta” (1967), film d’esordio di un giovane regista ancora sconosciuto: Martin Scorsese. Fu l’inizio di una collaborazione eccezionale. La Schoonmaker ha montato tutti i film del genio newyorkese a partire da “Toro scatenato” (1980) e nel corso della sua carriera ha ottenuto tre premi Oscar (per il già citato capolavoro del 1980, per “The Aviator” e per “The Departed”) e altre cinque candidature, l’ultima nel 2020 per “The Irishman”.

    Nel 2014 le viene consegnato il Leone d’Oro alla Carriera presso la Mostra del Cinema di Venezia, mai assegnato prima ad un montatore. Questo premio è esplicativo della fondamentale influenza artistica dell’opera della Schoonmaker, maestra nel fare del montaggio non solo un passaggio necessario, bensì un autentico momento creativo, in cui il film viene plasmato e prende forma, tramite precise scelte del montatore e del regista. Scorsese stesso ha più volte detto che i giorni passati in sala di montaggio con la Schoonmaker sono i suoi preferiti nella lavorazione di un film, nonché i più significativi per il risultato definitivo.

    Thelma Schoonmaker nel 1984 sposò Michael Powell, regista inglese autore di capolavori assoluti come “Scarpette rosse”, “I racconti di Hoffmann” e “L’occhio che uccide”. Dalla morte di lui, avvenuta nel 1990, la Schoonmaker si è impegnata nella conservazione e nella celebrazione dell’opera filmica del defunto marito. Secondo una classifica realizzata nel 2012 dalla Motion Picture Editors Guild “Toro scatenato” è il film con il miglior montaggio della storia del cinema.

    MILENA CANONERO

    L’Italia vanta una lunga tradizione di costumisti cinematografici (l’opera di Piero Tosi e Danilo Donati, tra i tanti, è ancora oggi universalmente acclamata), ma nessuno può competere con la fama e l’ammirazione globali riservate a Milena Canonero.

    Torinese, classe 1949, studiò a Genova, prima di trasferirsi a Londra, dove iniziò a lavorare nel mondo della pubblicità. Proprio nella capitale inglese fece l’incontro di una vita, con il regista che le avrebbe spalancato le porte del cinema: Stanley Kubrick. Egli affidò alla Canonero la realizzazione dei costumi di “Arancia Meccanica” (1971), che contribuirono fortemente alla fama imperitura del film: la bombetta di Alex e dei drughi, le bretelle bianche e il bastone da passeggio nero divennero immediatamente oggetto di culto e hanno contribuito ad affermare l’iconicità probabilmente senza pari del capolavoro kubrickiano.

    Nel 1975 la Canonero proseguì la sua collaborazione con il grande regista, firmando insieme alla svedese Ulla-Britt Söderlund i costumi di “Barry Lyndon”, vivida ricostruzione del ‘700 inglese. Gli abiti della Canonero, perfetti in ogni minimo dettaglio e ispirati a veri vestiti dell’epoca, contribuiscono fortemente all’atmosfera unica della pellicola e non si limitano a rievocare l’ambiente del diciottesimo secolo, bensì divengono espressione della psicologia dei personaggi protagonisti: basti pensare alla leggiadra Lady Lyndon, interpretata da Marisa Berenson, che nel corso del film pare ingrigire insieme agli abiti che indossa, sempre più cupi e slavati, lontanissimi dalla veste dal candore quasi etereo indossata nella scena del primo bacio al chiaro di luna con Redmond Barry. Per il capolavoro del 1975 la Canonero ottenne il suo primo Oscar.

    Per Kubrick firmerà ancora i costumi di “Shining”, collaborando nel frattempo con grandi autori quali Francis Ford Coppola, Sydney Pollack e Roman Polanski. Nel 1982 vinse il suo secondo Oscar per “Momenti di gloria” di Hugh Hudson.

    Negli ultimi decenni significative sono state le collaborazioni con Sofia Coppola e Wes Anderson. Per la prima ha firmato i costumi pop di “Marie Antoinette” (2006), che le hanno fruttato un terzo Oscar, mentre con Anderson porta avanti un sodalizio grandioso, che contribuisce fortemente all’imposizione di uno stile visivo unico ai film del regista, con le loro atmosfere fuori dal tempo. Per “Grand Budapest Hotel” (2014) ha vinto il suo quarto Academy Award, diventando una delle costumiste più premiate di sempre.

    Per leggere la prima parte, clicca qui.

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    Questo articolo è comparso per la prima volta nella nostra pagina Instagram @framescinema_com.

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  • IL CINEMA DELLE DONNE – PARTE 1

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    È arrivato il momento di abbattere certe barriere culturali che hanno limitato il genere femminile ad esprimersi al meglio nei ruoli chiave del cinema. Per questo abbiamo lanciato questa rubrica, il cinema delle donne, con la speranza che le storie di queste grandi figure possano essere d’ispirazione a tante.

    JANE CAMPION

    Neozelandese, classe 1954, è una delle maggiori registe e sceneggiatrici viventi e ad oggi resta l’unica donna ad aver ottenuto la Palma d’Oro al Festival di Cannes.

    Nel corso della propria filmografia ha raccontato le donne, la loro sensualità e il loro indomito fuoco interiore.

    Esordì negli anni ’80, ma nel decennio successivo raggiunse la notorietà mondiale e firmò i suoi capolavori: Un angelo alla mia tavola (Leone d’argento a Venezia 1990), ma soprattutto Lezioni di piano (1993) e il troppo sottovalutato Ritratto di signora (1996, uno dei film più belli degli anni ’90 secondo P. Mereghetti).

    Lezioni di piano, in particolare, è un film romantico di straordinaria potenza e bellezza. È la storia dell’indomita gentildonna scozzese Ada (una indimenticabile Holly Hunter) che, trasferitasi in Nuova Zelanda per un matrimonio combinato, è contesa tra il marito designato e un maori a cui insegna a suonare il pianoforte. Resta uno dei melodrammi più sensuali, misteriosi e visivamente avvolgenti mai realizzati, amatissimo da grandi registi contemporanei come Xavier Dolan e celebre per le struggenti musiche di Michael Nyman. Il film vinse 3 Oscar e trionfò a Cannes.

    La Campion non dirige un film dal 2009 (Bright Star), ma ha firmato l’acclamata serie TV Top Of The Lake e ha dichiarato che al momento preferisce lavorare in televisione, dove secondo lei regna massima libertà creativa ed è più semplice abbattere tabù narrativi.

    SUSO CECCHI D’AMICO

    Ennio Flaiano, Tullio Pinelli, la coppia Age & Scarpelli, Tonino Guerra, Cesare Zavattini… Questi i nomi di alcuni tra i più celebri sceneggiatori della storia del cinema italiano. Tutti uomini. Ma in questa lista manca almeno un nome fondamentale, irrinunciabile: Suso Cecchi D’Amico, classe 1914, la regina indiscussa della sceneggiatura in Italia.

    Nata a Roma, da ragazza compie soggiorni all’estero in Svizzera e nel Regno Unito, a Cambridge. Fin da giovanissima traduce opere di Hardy e Shakespeare, affiancata dal padre Emilio, critico letterario.

    Poi inizia a lavorare nel cinema e per 60 anni firma pellicole di importanza capitale, lasciando il segno in generi cinematografici diversissimi tra loro e nelle opere di registi mitici del nostro cinema.

    Negli anni ’40 e ’50 firma capolavori del Neorealismo, tra cui “Ladri di biciclette” di De Sica: sua l’idea del tentato furto della bicicletta nel finale, nonché la solida struttura in 3 atti all’americana di quel capolavoro, che dopo oltre 70 anni non ha perso nulla della sua forza drammaturgica. Negli anni ’50 sceneggia con il duo Age & Scarpelli e Monicelli forse la più celebre commedia all’italiana: I soliti ignoti. Ma soprattutto, a partire dal 1951, firma quasi tutti i copioni di Luchino Visconti, da Bellissima a Senso, da Rocco e i suoi fratelli a Il Gattopardo fino a L’innocente.

    Nel 1994 ha ottenuto il Leone d’oro alla carriera a Venezia, coronamento di una carriera prolifica, punteggiata da assoluti capolavori. Nel 1999 ha lavorato con Martin Scorsese per il documentario Il mio viaggio in Italia, in cui il regista newyorkese racconta con passione infinita proprio quel cinema che la Cecchi D’Amico per decenni ha contribuito a forgiare.

    Si spegne a Roma il 31 luglio del 2010, un faro nel buio per tutte le sceneggiatrici di ieri oggi e domani.

    KATHRYN BIGELOW

    Sapevate che alcuni dei più importanti film d’azione degli ultimi trent’anni sono stati diretti da una donna? Questo è un genere tradizionalmente (ed erroneamente) associato alla mascolinità, un genere in cui Kathryn Bigelow, classe 1951, è riuscita a trasporre tutta la sua dirompente personalità. Californiana, fin da giovane appassionata di avanguardie artistiche, studia cinema alla Columbia University di New York e esordisce al lungometraggio nel 1981 con The Loveless con protagonista Willem Dafoe.

    Il successo arriva però nel decennio successivo con il cult Point Break – Punto di rottura (1991), con due giovanissimi Patrick Swayze e Keanu Reeves, e soprattutto con Strange Days (1995), film di capitale importanza, punto di non ritorno per il postmoderno cinematografico: una pellicola in cui, in un futuro non troppo lontano, la droga più diffusa tra gli uomini sono le memorie e le esperienze di altri uomini rivissute in prima persona, come un film in home-video e tramite un apposito dispositivo. Le immagini (e quindi il cinema) come droga, dunque, messe in scena a loro volta con uno stile ipercinetico e delirante, che fanno di Strange Days uno dei film espressivamente più audaci degli anni ‘90.

    Dopo alcuni film meno brillanti, nel 2008 arriva la consacrazione definitiva con The Hurt Locker. Pellicola di guerra ambientata in Iraq e sceneggiata dal giornalista Mark Boal (ora compagno della Bigelow). è una meditazione sulla guerra che diviene droga e disumanizza chi la combatte, impedendogli qualsiasi ritorno ad una vita normale e anzi costringendolo ad alzare sempre la posta in gioco sul campo di battaglia, in un crescendo di tensione e orrore. Film duro, ambientato in un Iraq misterioso e quasi astratto, in un conflitto in cui è impossibile comprendere appieno le parti in causa. Il film vince 6 Oscar, inclusi quelli per il miglior film e la miglior regia, per la prima volta nella storia andati ad una donna (quest’anno Chloé Zhao ha vinto l’Oscar alla miglior regia e per il miglior film).

    Negli ultimi anni ha diretto i bellissimi Zero Dark Thirty, storia della caccia ad Osama Bin Laden e indimenticabile saggio di cinema dell’ossessione, e Detroit. È, inoltre, l’ex moglie di James Cameron (battuto agli Oscar 2010 dalla stessa Bigelow quando lui concorreva con Avatar), che le produsse diversi film e sceneggiò Strange Days. Fu un sodalizio breve ma straordinario, troppo poco ricordato, tra due dei maggiori innovatori del cinema d’azione moderno.