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  • recensione: practical magic 2- Il ritorno dell’estetica witchcore/whimsi-goth

    recensione: practical magic 2- Il ritorno dell’estetica witchcore/whimsi-goth

    Fleetwood Mac, Florence + The Machine, midnight margaritas e giardini fiabeschi: il ritorno dell’estetica witchcore/whimsigoth 28 anni dopo. Nel 2026 Nicole Kidman e Sandra Bullock sono di nuovo insieme sul grande schermo per Practical Magic 2 con un nuovo tassello della storia della famiglia Owens. Ma facciamo un passo indietro. 

    Nel 1995 l’autrice Alice Hoffman pubblica il romanzo “Practical magic” che in breve tempo attira Denise Di Novi, produttrice di “Edward mani di forbice” e “Heathers”. Di Novi aveva un obiettivo ben preciso: concentrarsi su opere con personaggi femminili come protagonisti. Era stata infatti questa possibilità a colpirla, più che l’idea di realizzare un fantasy gotico a tema streghe. Ricordiamo che “Hocus Pocus” e “The Craft” appartengono più o meno allo stesso periodo, per cui non sarebbe stata una sorpresa la volontà di inserirsi nel filone in corso. Invece, la priorità qui era l’opportunità di analizzare relazioni femminili complesse, in una storia in cui le donne sono le uniche protagoniste, le famiglie che durano nel tempo sono matriarcali, e gli uomini esistono come meri espedienti narrativi. Un bel capovolgimento di ruoli. 

    Questa stessa potenzialità colpisce anche il regista Griffin Dunne (attore protagonista di Fuori Orario di Scorsese), inizialmente diffidente nei confronti del genere magico ma attirato dall’idea di poter affrontare i temi del lutto, del trauma ma soprattutto del legame tra donne. Il secondo passo cruciale nella storia produttiva di Practical Magic fu la scelta del cast. Sandra Bullock per Sally, Nicole Kidman per Gillian. I personaggi delle due sorelle furono adattati alle attrici e ricostruiti su di loro, valorizzando quanto più possibile una chimica già di per sé molto forte. 

    E infine, la vera protagonista del film: la casa. La villa meravigliosa della famiglia Owens non esisteva, e venne costruita da zero con lo scopo di creare un luogo-entità in grado di impostare un’atmosfera specifica: accogliente, confortevole, a tratti inquietante ma soprattutto intimamente femminile. Il lavoro degli scenografi fu magistrale, ed è ancora oggi forse l’aspetto migliore del film: erbe, barattoli, libri, fiori essiccati e alambicchi vennero distribuiti in interni ed esterni, e la cucina in particolare avrebbe dovuto richiamare l’epoca vittoriana ma in versione, per così dire, laboratorio di stregoneria. Tuttavia Practical Magic, nonostante i presupposti e pur essendo una produzione Warner Bros, ebbe scarso successo al momento della sua uscita. Il suo statuto di cult (e per la maggior parte dei suoi fan anche di comfort movie) si è costruito lentamente nel tempo, grazie in primo luogo alle VHS e in generale alla visione domestica. Successivamente, l’avvento dei social e la categorizzazione dei codici visivi ha permesso di cristallizzare un preciso tipo di estetica che il film incarna perfettamente: whimsigoth anni ’90. Per cui il film è diventato un must per chiunque sia fan di questi linguaggi stilistici. 

    Facciamo un salto in avanti e arriviamo al 2021. Alice Hoffman pubblica “The Book of Magic”, ultimo capitolo letterario della saga delle sorelle Owens. A questo punto il fandom della storia è ben consolidato, il primo film si è ripreso del tutto dall’iniziale insuccesso e nel 2024 viene annunciato Practical Magic 2. Non c’è più Griffin Dunne, sostituito alla regia da Susanne Bier, mentre le bambine, per ovvie ragioni anagrafiche, sono intepretate stavolta da Joey King e Maisie Williams. 

    L’atmosfera di Amori & Incantesimi 2 è radicalmente diversa dai toni avvolgenti e immersivi del primo, nonostante i richiami siano molteplici (a volte anche un po’ forzati) e la casa, con ogni suo dettaglio, sia tornata. Il calore del ’98 viene sostituito in primo luogo da unapalette più fredda e con meno personalità (uno spettro che si aggira tra le nuove produzioni e perseguita soprattutto i sequel), e una maggiore cupezza appartiene anche alla storia raccontata. Ci sono numerosi problemi in Amori & Incantesimi 2, soprattutto legati ad una qualità dei dialoghi piuttosto scadente, scelte di casting, e alcune soluzioni narrative forse un po’ frettolose, ma la trama non è affatto banale e riesce a coniugare bene molti aspetti del primo film con questo nuovo capitolo. 

    Il setting temporale è il nostro presente, e le sorelle Owens non sono ancora riuscite a liberarsi dell’antica maledizione per cui ogni uomo di cui si sarebbero innamorate sarebbe tragicamente morto. La continuità generazionale è fondamentale nella loro famiglia: sempre due sorelle, sempre una mora e una rossa. Quindi in questo momento non sono più Sally e Gillian le giovani streghe incapaci di controllare i loro poteri, ma è Kyle, la figlia di Sally, a confrontarsi davvero con la maledizione (e sua sorella Antonia, che ha pochissimo spazio nonostante il film avesse l’obiettivo di valorizzare il rapporto tra sorelle). Il ritmo è concitato, e scelte come ambientare parte del racconto a Londra rendono sicuramente la storia coinvolgente, per quanto la qualità complessiva rimanga bassa. Ciò che però colpisce, quello che il film riesce a rappresentare benissimo proprio come il primo, sono l’intensità e l’autenticità dei legami femminili. Se questi valori nel primo Practical Magic emergevano in forma di supporto e vicinanza in seguito ad una violenza, con il secondo capitolo cinematografico la formula magica è “sacrificio”. Un sacrificio per permettere a chi verrà dopo di riuscire ad amare senza paura.

    Practical Magic 2 è certamente imperfetto, come del resto anche il primo se si adottano criteri di valutazione severi, e lascia l’impressione che si tratti di una grande occasione persa (magari tra 10 anni non la penseremo più così?). Ma non è privo di lati positivi: se si ha la volontà di tralasciare problemi tecnici legati alla forma e concentrarsi sul messaggio di fondo, sulle scenografie suggestive e sulla musica dei Fleetwood Mac, è una visione più che godibile. 


    Gaia fanelli

    Redattrice

  • Dogma 95 – Storia di un’utopia cinematografica

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    Nel marzo del 1995 il regista danese Lars von Trier lanciava una sfida radicale alla forma e all’industria cinematografica presentando, assieme al collega Thomas Vinterberg, il manifesto Dogma 95. Il documento, accompagnato da un cosiddetto “voto di castità” composto da dieci regole, mirava a purificare il cinema dalle sue sovrastrutture tecniche e narrative. L’obiettivo consisteva nel riportare la settima arte alla sua essenza, valorizzando l’immediatezza dell’immagine, la forza della storia e la verità della performance attoriale.

    La genesi del Dogma affonda le sue radici nel clima culturale della Danimarca degli anni ‘90 e nella frustrazione di von Trier e Vinterberg nei confronti del cinema “mainstream”, ritenuto troppo manipolativo e artefatto. Ma per comprendere pienamente la nascita di questo movimento, occorre approfondire il percorso creativo e ideologico di Lars von Trier.

    L’avversione per il cinema manistream e il “voto di castità”

    Von Trier, formatosi alla National Film School di Copenaghen, aveva già guadagnato notorietà con la Trilogia dell’Europa (The Element of Crime, Epidemic, Europa), opere articolate e formalmente complesse. Pur essendo considerato già all’epoca un maestro del linguaggio visivo tuttavia von Trier iniziò a percepire la sovrastruttura estetica del cinema come una gabbia più che una risorsa. Questa profonda frustrazione lo condusse verso una ricerca di autenticità, culminata con il desiderio di una “riforma” radicale del mezzo cinematografico. La sua esperienza con il piccolo schermo – in particolare la serie The Kingdom (1994) – fu determinante per il passaggio a uno stile più immediato, basato su camera a mano e montaggio essenziale. Parallelamente, Thomas Vinterberg era allora un giovane regista emergente che condivideva la stessa insofferenza per la spettacolarizzazione e l’artificialità del cinema “commerciale”. Il loro incontro fu fondamentale: entrambi desideravano rimettere al centro l’uomo e la sua verità emotiva, rinunciando a ogni comfort tecnologico per inseguire un’essenzialità quasi ascetica. Durante un seminario a Parigi organizzato per il centenario del cinema, von Trier colse l’occasione per distribuire copie del manifesto, redatto insieme a Vinterberg e altri registi danesi (Kristian Levring e Søren Kragh-Jacobsen). Se la provocazione fu accolta inizialmente con perplessità, ben presto attirò l’attenzione internazionale.

    Il “voto di castità” imponeva restrizioni severe: si poteva girare solo in location reali, senza scenografie aggiunte; la colonna sonora doveva essere interna alla scena; la macchina da presa doveva essere a mano; e ogni effetto artificiale, dalla luce all’azione di genere, era vietato. Questa “dimensione visiva ascetica” avrebbe dovuto impedire all’autore di dominare l’opera, esaltando invece la realtà e l’autenticità. Il manifesto in realtà, pur essendo scritto in tono perentorio nascondeva una vena ironica e performativa: von Trier stesso ne riconosceva l’ambiguità, definendolo “più un gesto provocatorio che un’ideologia”.

    Il primo film ufficiale Dogma fu Festen (1998) di Vinterberg, una narrazione familiare densa di tensione e segreti, seguita da The Idiots (1998) di von Trier, più radicale e provocatorio. Entrambi i film incarnavano in modi diversi l’etica Dogma: se il primo metteva in scena un dramma realista sfruttando appieno l’estetica Dogma, il secondo spingeva il manifesto al limite, con scene disturbanti e improvvisate, in cui la rappresentazione dell’anomalia e del corpo diventava un gesto politico ed estetico insieme. La ricezione critica fu divisa: se Vinterberg ottenne riconoscimenti internazionali (Premio della giuria a Cannes), von Trier fu accusato di cinismo e provocazione gratuita, segno che l’applicazione del Dogma era tutt’altro che neutra.

    Lo sviluppo del movimento e la sua fine

    In seguito, il movimento si diffuse rapidamente. Tra il 1998 e il 2005 furono realizzati diversi film certificati Dogma, provenienti da diversi paesi e firmati anche da autori meno noti, come Jean-Marc Barr, Harmony Korine e Susanne Bier. La comunità Dogma era eterogenea, ma accomunata dalla volontà di rompere con i canoni dominanti e dalla fiducia nella potenza della semplicità formale. La rigidità delle regole funzionava da innesco creativo: l’assenza di artifici stimolava una nuova grammatica, fatta di imperfezioni, sguardi traballanti, attori messi a nudo anche emotivamente. Non mancavano però le contraddizioni. La certificazione Dogma, con tanto di numero progressivo e firma dei fondatori, suggeriva un’autorità che cozzava con lo spirito anti-istituzionale del manifesto. Alcuni film violavano apertamente le regole pur mantenendo il marchio Dogma, a conferma della natura ambigua del progetto. Già nei primi anni 2000, molti registi, inclusi von Trier e Vinterberg, iniziarono a disattendere apertamente le restrizioni. In una celebre intervista, von Trier dichiarò che “l’autore può anche barare, ma deve sentire il peso della sua colpa”.

    Nel 2005, a dieci anni dalla nascita, il movimento venne dichiarato ufficialmente concluso. Ma la sua importanza va ben oltre la durata cronologica. Dogma 95 può essere letto come un esperimento estetico e ideologico, più che come una vera scuola o corrente. Nonostante la sua breve durata, ha lasciato un’impronta profonda sul cinema indipendente e digitale: ha anticipato lo stile raw di molte opere successive, valorizzando l’uso della camera a mano, della luce naturale e della messa in scena verosimile. Ha anche riacceso il dibattito sul ruolo dell’autore e sull’etica della rappresentazione, soprattutto in un momento storico in cui il digitale stava trasformando radicalmente la produzione e la distribuzione cinematografica. Molti registi contemporanei, pur senza aderire formalmente al manifesto, hanno assorbito la lezione del Dogma. Le influenze si ritrovano nel cinema dei Dardenne, nel primo Andrea Arnold, nel realismo sporco di Sean Baker o nei mockumentary che sfumano i confini tra finzione e realtà. 

    A trent’anni di distanza, Dogma 95 continua a essere oggetto di studio e discussione. La sua eredità risiede non tanto nella fedeltà a un codice rigido, quanto nella tensione verso un cinema più vero, più vicino all’uomo e alla sua imperfezione. Un cinema che osa spogliarsi di tutto, per raccontare ciò che resta: il conflitto, il volto, la parola. Come ogni utopia, anche Dogma 95 ha conosciuto i suoi limiti e le sue contraddizioni, ma ha saputo scuotere il linguaggio filmico e porre domande ancora attuali sulla natura e sulla funzione del fare cinema. La parabola del Dogma può allora essere vista come un tentativo, affascinante e radicale, di ridare senso al cinema in un’epoca di sovrapproduzione e di immagini sovraccariche. Come ogni manifesto, ha funzionato più come scintilla che come modello, generando fermento e riflessione più che imitazione. Ed è forse in questa instabilità, in questa tensione mai del tutto risolta tra norma e libertà, che risiede il suo valore più duraturo.

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    Gaia Fanelli,
    Redattrice.