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  • recensione: THE DOG STARS – LE STELLE DOPO LA FINE

    recensione: THE DOG STARS – LE STELLE DOPO LA FINE

    Fra Aster e Scott 

    Ad un certo punto verso la fine di Eddington di Ari Aster si vede il personaggio di Joaquin Phoenix imbracciare un fucile più grande di lui e sparare nel buio, con l’intensione di uccidere degli assalitori che però non si sono mai mostrati e che forse neanche ci sono. Una scena simile arriva a circa la metà di The dog stars – Le stelle dopo la fine, ultimo film di Sir Ridley Scott. Il personaggio di Josh Brolin, un ex-militare che prospera nel mondo post-apocalittico homo homini lupus in cui vive, scappa mentre spara nel buio a degli avventori che vogliono depredare l’oasi di sopravvivenza che si è costruito negli anni. Qui, a differenza del film di Aster, la minaccia è reale, ed anche iconograficamente consumata per questi anni (da The walking dead fino a Fallout, mentre, per restare al cinema, basti pensare al rinvigorimento della serie di 28 anni dopo), ma l’antifona che sta dietro è la stessa: un uomo che corre nel nulla sparando e correndo, spaventato da un altro che non vede o con cui non ha intenzione di avere altri rapporti se non quelli mediati dalle pallottole; un’idea di vivere comunitario che sembra essersi degradato fino al punto di non ritorno.

    La trama

    Le similitudini tra i due film non si fermano qui: Eddington è ambientato nella cittadina eponima durante lo scoppio della pandemia di Covid del 2020, mentre The dog stars si svolge nel 2035, dopo che un virus di cui poco c’è dato sapere ha sterminato la popolazione mondiale molti anni prima, lasciando i pochi superstiti ad aspettare una morte che potrebbe sopraggiungere anche travestita da influenza (“i vaccini sono finiti anni fa”, dice ad un certo punto pastore mennonita con la faccia di Benedict Wong). Fra i sopravvissuti c’è Hig (Jacob Elordi), ex meccanico ancora in lutto per la morte della moglie, che passa le sue giornate pilotando il suo aereo, giocando con il cane Jasper e cercando bottiglie di Coca Cola ancora bevibili per il suo coinquilino Bangley (Brolin). La strana coppia si separa quando Hig decide di andare a esplorare quello che c’è oltre le Rocky Mountains (in realtà siamo fra Udine e l’Abruzzo, dato che gran parte del film è stato girato da noi), andando oltre le proteste di Bangley, che decide di rimanere a proteggere il loro rifugio. Diretto verso un segnale radio che forse non c’è, si imbatterà in una fattoria gestita da un’altra coppia, padre e figlia, Cima (Margaret Qualley) e Pops (Guy Pearce), dove troverà asilo.

    Destinati a non cambiare 

    Ridley Scott, profondamente kubrickiano, non ha mai avuto particolare fiducia nell’essere umano o in un suo miglioramento sostanziale che potrebbe portare ad un miglioramento della vita in generale; in Alien il male cresce dentro di noi fino ad infettare gli altri, in Blade Runner le macchine sembrano essere molto più umane degli umani, fino agli ultimi esempi di empia vanità distruttiva di House of Gucci e Napoleon: Scott lascia sempre aperta una porta al dubbio sulla vera caratura etica dei suoi personaggi, anche quando i film finiscono “bene”. E non è certo nella sua trentesima regia, a quasi 89 anni, che si smentisce e, seppure il film, fra i vari generi che tocca (si passa dal post-apocalittico, al western, all’home invasione e al thriller psicologico; tante cose, ma nel complesso armoniose e godibili), lambisca blandamente la rom-com e sembra forzosamente infuso in una fiducia nel futuro e nei buoni sentimenti, Scott non perde mai occasione per ricordarci chi siamo e in che mondo viviamo. E lo fa concentrandosi su un cortocircuito di genere (in senso biologico) che vede nel personaggio di Jacob Elordi un Frankenstein a metà fra il modo di essere uomo che è stato e quello che sarebbe bello e giusto diventare, obbiettivo che però, per Scott, è impossibile raggiungere per le deficienze strutturali dell’animo umano. Se da un lato Hig controbilancia la mascolinità dura e alle volte meschina di Bangley, che, a differenza del compagno, non ha alcun interesse nel ricreare una comunità di sopravvissuti, ma spara a tutti quelli che entrano nella sua proprietà e vive un’esistenza circondato da armi, violenza e banconote (che hanno l’effetto di un talismano di potere più che un’effettiva utilità), cioè il “fucking American dream”, come lo chiama lui, è anche vero che sembra impossibilitato a scrollarsi di dosso una certa visione maschile in cui lui deve essere quello che risolve la situazione, che porta la croce per gli altri e che arriva finalmente ad aprirsi sul suo passato e sui suoi traumi dopo un confronto acceso con Cima. Anche il suo rapporto con la defunta moglie ci viene mostrato da Scott come una reiterazione di un modello di coppia tenera e amorevole, ma fondamentalmente patriarcale: nei ricordi di Hig, infatti, vediamo la moglie Melissa (Sai Bennet) sempre e solo nella loro camera da letto, con o senza pancione, rendendo l’accostamento donna-sesso agli occhi del personaggio maschile palese e sottolineando un’impossibilità di cambiamento per una società tutta (Scott, infatti, usa la questione di genere per mettere in scena la sua disillusione per la razza umana) che preferisce “prima sparare e poi fare domande”, parafrasando Bangley.


    Gianluca Meotti

    Redattore