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  • SPECIALE TOHORROR FANTASTIC FILM FEST 2021 – GIORNI 3-4-5

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    Venti lungometraggi, venti animazioni, venti cortometraggi, dieci racconti, dieci sceneggiature, quattro incontri letterari tra bizzarro e fantastico, tra analisi della realtà e fuga dalla medesima, cinquanta paesi coinvolti. Sono questi i numeri della Ventunesima edizione del TOHorror Fantastic Film Fest, manifestazione indipendente dedicata al cinema e alla cultura del fantastico, dal 19 al 24 Ottobre a Torino, tema: “le cose strane”. “Dopo un anno difficile il TOHorror torna più determinato e indipendente che mai, con una visione non scontata del Cinema fantastico e un programma senza compromessi. Basta sfogliare le pagine del catalogo di questa ventunesima edizione per vedere quanto straordinari siano i film in cartellone, così come gli incontri che arricchiscono e fanno da contorno al comparto cinematografico. E mai come quest’anno sento la necessità di ringraziare l’infaticabile squadra che, continuando senza tentennamenti a lavorare, ha permesso di superare questo periodo complicato e di consegnare a voi un evento cinematografico incredibile e rutilante, in presenza, pensato e realizzato in piena indipendenza e autonomia, come nel nostro ventennale spirito” dichiara il direttore artistico Massimiliano Supporta.

    Un Festival organizzato da persone che amano profondamente il cinema di genere e il cinema in generale, una manifestazione da supportare il più possibile.

    Noi di framescinemawebzine.com/ vi proporremo diverse minirecensioni dei film in programma, iniziando con due lungometraggi del concorso principale.

    THE SADNESS – CONCORSO LUNGOMETRAGGI

    “Taipei diventa una bolgia di sangue quando un virus trasforma gran parte degli abitanti in inarrestabili assassini sadomasochisti, spinti a compiere le violenze più perverse. Una giovane coppia tenta di sopravvivere.” (fonte www.tohorrorfilmfest.it).

    Rob Jabbaz, regista canadese trapiantato a Taiwan sforna a tutti gli effetti uno degli horror più violenti e sfrontati degli ultimi anni. Sfruttando immagini e situazioni a noi ben note a causa del Covid, Jabbaz riesce a declinare una versione dello zombie movie in chiave sadica, in cui i mostri voraci di carne umana per sopravvivenza diventano degli efferati assassini che provano piacere nell’uccidere, torturare e stuprare gli altri. Il film si apre con una carrellata di concetti che abbiamo sentito e risentito in questi ultimi anni di pandemia tra medici, virologi, guru, complottisti del web e interessi politici, per poi accantonare tutti questi discorsi a favore di una violenza che deflagra per il resto del minutaggio del film. Nonostante sia un film stracolmo di villain (letteralmente tutte le persone che circondano i protagonisti), uno di essi risulta essere particolarmente memorabile, un signore rappresentante della vecchia Taiwan, rancoroso verso il mondo moderno ed espressione maggiore dell’ambiguità che caratterizza la pellicola su fino a che punto gli infetti si comportino in quel modo a causa della malattia o se tutto sommato ci sia una componente consapevole in quando l’uomo è un essere malvagio. In The Sadness il confine tra uomo e mostro è estremamente labile e questi pseudo-zombie sono estremamente felici durante gli efferati atti che compiono e trasmettono un’inquietudine viscerale allo spettatore. C’è lucidità nella violenza messa in scena e questo aspetto rende ancora più terrificante ciò che ci viene mostrato. Da brividi il discorso di uno dei personaggi infetti, che dichiara il proprio amore verso una donna, per poi elencare le violenze che vorrebbe perpetrare su di lei, discorso non troppo lontano da quelli di uomini responsabili di femminicidi la cui causa viene indicata nel “troppo amore” provato verso la partner. Gli effetti speciali artigianali sono realizzati in maniera sopraffina, con litrate di sangue che sgorgano e cambiano il paesaggio di Taiwan.  Il film, per quanto eccessivo, ha il merito di capire dove si può fermare, spingendo sull’acceleratore sulla violenza, ma lasciando fuori campo i momenti in cui le efferatezza avrebbero rischiato di essere eccessive e insostenibili, mentre la tensione creata ricorda quella del cugino coreano Train to Busan che viene anche citato in una sequenza del film.

    Per gli amanti dell’horror estremo, un film imperdibile.

    TEDDY – CONCORSO LUNGOMETRAGGI

    In un piccolo villaggio sui Pirenei il diciannovenne Teddy vive alla giornata, fra lo zio adottivo, il lavoro in un salone di bellezza e la fidanzata che sogna altre vite. Una notte di luna piena viene aggredito da una bestia e comincia a sviluppare pulsioni animalesche…

    La nuova opera di Ludovic e Zoran Boukherma è una riuscita commedia horror, che si ispira al grande film di John Landis Un lupo mannaro americano a Londra e sposta la vicenda nella provincia francese, dove bigottismo e mediocrità sono le caratteristiche principali della  comunità. All’orrore della vicenda viene accostata la tenerezza dei suoi personaggi, in un mix inusuale che convince. Il film ha il pregio di provocare più volte una sincera risata ispirandosi, nella costruzione della famiglia di Teddy, al cinema di Bruno Dumont, in particolare nel meraviglioso personaggio dello zio Pepin. Il film è un coming of age, dove alle pulsioni dell’adolescenza si aggiungono gli impulsi animaleschi dovuti alla trasformazione di Teddy in un lupo mannaro. Consci della mancanza di budget, nelle le poche scene in cui avviene la trasformazione i due registi sapientemente optano per un’ambientazione scura e mantengono il mostro nella penombra, riuscendo in questo modo a creare scene credibili. L’unico difetto tecnico del film è una fotografia troppo televisiva, che sul grande schermo risulta un po’ posticcia.

    Il comparto attoriale fornisce una prova complessiva di assoluto livello e il finale riesce a emozionare non poco, a dimostrazione del cuore con cui è stata scritta e diretta questa pellicola.

    FRANK AND ZED – SEZIONE FREAKSHOW

    Gli abitanti di un villaggio sono perseguitati da una maledizione. Ben presto dovranno fare i conti con il terribile mostro chiamato Drac Macat che, leggenda narra, vive nel castello diroccato in cima alla collina. 

    Una faticosa lavorazione di 7 anni ha portato alla realizzazione di questo film completamente folle di Jesse Blanchard che non è altro che l’incontro tra il Muppet Show e l’horror e il fantasy, come se Sam Raimi e il primo Peter Jackson dirigessero pupazzi di stoffa e gomma piuma. Se già il concetto di base rende l’opera memorabile ancor prima della visione, il film non delude assolutamente le aspettative, costruendo una narrazione cinica e scorretta, ma allo stesso tempo attenta ai suoi personaggi, che dopo poche battute o azioni entrano nei nostri cuori. Frank and Zed, i due mostri protagonisti del film, sono una copia perfetta e complementare e, nonostante tutti gli omicidi che effettuano durante il film, non possiamo che fare il tifo per loro nel confronto con i politici corrotti del villaggio. Anche il popolo del paese, al contrario dei loro capi, è composto da personaggi riuscitissimi, in particolare il gruppo di quattro poveracci che si ritrova coinvolto nella battaglia senza sapere esattamente cosa fare e dando vita a una serie di siparietti uno più divertente dell’altro. Il film non si prende minimamente sul serio e decostruisce la solennità tipica del genere fantasy, sia attraverso il fatto di realizzare un’opera del genere con dei pupazzi sia attraverso piccoli elementi della sceneggiatura (la serietà del nome Drac Macat con cui è soprannominato il mostro viene sostituito da un banale Frank). Inoltre ha l’intuizione notevole di riuscire a far ridere più volte attraverso l’utilizzo dello splatter puro durante il lunghissimo combattimento finale, con teste che si spaccano e budella che escono fuori, ma il tutto posta in maniera comica e slapstick.

    Un’opera realizzata con grande passione, a cui forse 15 minuti in meno avrebbero giovato, ma che permette allo spettatore di uscire dalla comfort zone e di godere di un prodotto estremamente originale.

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  • TOHORROR FANTASTIC FILM FEST 2021 – GIORNO 2

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    Venti lungometraggi, venti animazioni, venti cortometraggi, dieci racconti, dieci sceneggiature, quattro incontri letterari tra bizzarro e fantastico, tra analisi della realtà e fuga dalla medesima, cinquanta paesi coinvolti. Sono questi i numeri della Ventunesima edizione del TOHorror Fantastic Film Fest, manifestazione indipendente dedicata al cinema e alla cultura del fantastico, dal 19 al 24 Ottobre a Torino, tema: “le cose strane”. “Dopo un anno difficile il TOHorror torna più determinato e indipendente che mai, con una visione non scontata del Cinema fantastico e un programma senza compromessi. Basta sfogliare le pagine del catalogo di questa ventunesima edizione per vedere quanto straordinari siano i film in cartellone, così come gli incontri che arricchiscono e fanno da contorno al comparto cinematografico. E mai come quest’anno sento la necessità di ringraziare l’infaticabile squadra che, continuando senza tentennamenti a lavorare, ha permesso di superare questo periodo complicato e di consegnare a voi un evento cinematografico incredibile e rutilante, in presenza, pensato e realizzato in piena indipendenza e autonomia, come nel nostro ventennale spirito” dichiara il direttore artistico Massimiliano Supporta.

    Un Festival organizzato da persone che amano profondamente il cinema di genere e il cinema in generale, una manifestazione da supportare il più possibile.

    Noi di framescinemawebzine.com/ vi proporremo diverse minirecensioni dei film in programma, iniziando con due lungometraggi del concorso principale.

    THE SCARY OF SIXTY-FIRST – SEZIONE AMERICAN NIGHTMARE

    Due studentesse newyorkesi trovano una sistemazione da sogno, un appartamento nell’Upper East Side a prezzo stracciato. Il sogno si fa incubo quando scoprono l’identità del precedente inquilino: Jeffrey Epstein, il miliardario morto (forse) suicida nel 2019 dopo l’arresto per pedofilia e traffico di minori (fonte www.tohorrorfilmfest.it).

    L’esordio alla regia di Dasha Nekrasova (anche attrice all’interno del film) è un folle mix  di cronaca nera e possessioni demoniache, capace di portarsi a casa il premio come miglior opera prima all’ultimo Festival del cinema di Berlino. Il film, realizzato quasi totalmente con la macchina a mano e con un montaggio serratissimo, trasuda estetica anni 70 sin dalla prima inquadratura e sin dalle prime musiche. Alcune scene, volutamente sguaiate e al limite del trash, vengono in realtà contestualizzate dalla coerenza formale dell’intera pellicola e risultano funzionali alla follia della storia messa in scena. Il film abbraccia le teorie del complotto riguardo al possibile assassinio di  Jeffrey Epstein, ma non si prende mai veramente sul serio riguardo all’argomento e sfrutta questo soggetto per inserire numerosissimi spunti e riflessioni di natura politica e psicologica.  

    Se la prima chiave di lettura del film è necessariamente legata alla storia di Epstein, connesso in questo film al mondo della magia nera e dell’occultismo e capace di tormentare le protagoniste anche da morto, tra possessioni, atti di omertà e teorie del complotto (con un finale che ricorda molto nello stile quello del cult American Psycho), in seconda battuta una lettura più intimista e legata alla sfera psicologica delle protagoniste è anche suggerita. Tutte e tre utilizzano la storia raccontata per scoprire qualcosa di sé stesse, dalla propria sessualità, alla propria ossessione per il macabro fino al risveglio di un trauma causato dalla propria famiglia e in particolare dalla pedofilia incestuosa di un padre verso la figlia, connettendosi dunque direttamente alla storia del miliardario americano.

    Un’opera prima indubbiamente originale, capace di risultare sinceramente folle, ad eccezione di un finale in cui si rientra in binari tutto sommato convenzionali, e in grado di conquistare lo spettatore nel momento in cui quest’ultimo è disposto a comprendere ed accettare l’estetica che lo caratterizza.

    AFTER BLUE (PARADIS SALE) – FUORI CONCORSO

    After Blue è un pianeta abitato da sole donne. Quando, preda di un’attrazione incontrollabile, la giovane Roxy libera la pericolosa assassina Kate Bush, gli equilibri sociali si spezzano e la ragazza e sua madre saranno costrette a un’odissea per espiare la colpa, ritrovare la criminale e ucciderla per ristabilire un’armonia forse perduta per sempre (fonte www.tohorrorfilmfest.it).

    Bertrand Mandico torna sulla scena dopo l’exploit del suo esordio al lungometraggio nel 2017 con Les Garçons sauvages, opera posta al primo posto della classifica dei migliori film di quell’anno dai Cahiers du Cinéma. Con questa nuova pellicola presentata all’ultima edizione del Festival del cinema di Locarno il regista francese costruisce un’epopea che mescola generi diversi, dalla fantascienza al fantasy, dal cinema erotico fino al western, concentrandosi principalmente sulla costruzione estetica del mondo messo in scena, piuttosto che sugli eventi narrati. Il mondo After Blue, il cui nome deriva da “dopo il pianeta blu”, dopo la Terra, è caratterizzato da una natura che nelle sue forme sembra creata dalle viscere di animali e uomini, stilisticamente ispirata pesantemente dal mondo creato da Mario Bava in Terrore nello spazio e da quello di El Topo di Alejandro Jodorowsky, una natura allo stesso tempo sessualizzata, piena di fluidi, peli e simboli fallici. In After Blue gli schizzi di sangue si mischiano alla vernice lanciata su un dipinto trasparente, le donne che lo abitano assomigliano per la maggior parte a streghe e il mondo intero sembra pregno di misticismo, sottolineato dalla meravigliosa fotografia di Pascale Granel, che costruisce ogni inquadratura come se fosse un quadro. La trama sfrutta il pretesto della caccia a Kate Bush per narrare della scoperta della sessualità da parte di Roxy, che prova profonda attrazione verso la criminale ed è ancora in piena fase di scoperta di sé stessa e del proprio corpo, la cui evoluzione viene narrata durante l’intera pellicola fino al liberatorio e catartico finale. Mandico costruisce un coming of age mascherato da western con elementi di fantascienza, tra androidi di forma umana, pistole tecnologiche chiamate come i nomi di stilisti famosi e mostri che sembrano usciti da un film di Guillermo del Toro. Un film di puro sperimentalismo, di enorme world-building che  fagocita la scarsa narrazione, ma che risulta essere talmente particolare da meritare la visione rigorosamente sul grande schermo. Menzione d’onore per le musiche di Pierre Desprats, a dimostrazione di come la scuola francese continui a produrre talenti anche in questo ambito.

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  • TOHORROR FANTASTIC FILM FEST 2021 – GIORNO 1

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    SPECIALE TOHORROR FANTASTIC FILM FEST 2021 – GIORNO 1

    Venti lungometraggi, venti animazioni, venti cortometraggi, dieci racconti, dieci sceneggiature, quattro incontri letterari tra bizzarro e fantastico, tra analisi della realtà e fuga dalla medesima, cinquanta paesi coinvolti. Sono questi i numeri della Ventunesima edizione del TOHorror Fantastic Film Fest, manifestazione indipendente dedicata al cinema e alla cultura del fantastico, dal 19 al 24 Ottobre a Torino, tema: “le cose strane”. “Dopo un anno difficile il TOHorror torna più determinato e indipendente che mai, con una visione non scontata del Cinema fantastico e un programma senza compromessi. Basta sfogliare le pagine del catalogo di questa ventunesima edizione per vedere quanto straordinari siano i film in cartellone, così come gli incontri che arricchiscono e fanno da contorno al comparto cinematografico. E mai come quest’anno sento la necessità di ringraziare l’infaticabile squadra che, continuando senza tentennamenti a lavorare, ha permesso di superare questo periodo complicato e di consegnare a voi un evento cinematografico incredibile e rutilante, in presenza, pensato e realizzato in piena indipendenza e autonomia, come nel nostro ventennale spirito” dichiara il direttore artistico Massimiliano Supporta.

    Un Festival organizzato da persone che amano profondamente il cinema di genere e il cinema in generale, una manifestazione da supportare il più possibile.

    Noi di framescinemawebzine.com/ vi proporremo diverse minirecensioni dei film in programma, iniziando con due lungometraggi del concorso principale.

    MIDNIGHT IN A PERFECT WORLD – CONCORSO LUNGOMETRAGGI

    Manila, futuro prossimo. Inspiegabili blackout notturni colpiscono i quartieri. Si dice che chi si trova per strada nell’oscurità svanisca nel nulla. Quattro amici si rifugiano in una “safe house”, edifici-bunker in cui attendere che torni l’elettricità. Ma forse neanche lì sono al sicuro (fonte www.tohorrorfilmfest.it).

    Non convince del tutto il nuovo film di Dodo Dayao, regista filippino, che costruisce una narrazione piena di spunti interessanti a cui manca però un vero e proprio obiettivo. Il regista inserisce elementi di fantascienza, di horror, di viaggi nel tempo e di politica all’interno dell’opera, cercando di sfruttare il genere per parlare di altri temi, tra cui quello della repressione effettuata dal presidente Duterte dal 2016 nella guerra alla droga, che ha portato all’esecuzione sommaria e senza processo di moltissimi tossicodipendenti. Il soggetto di base, con il pretesto dei blackout, è parzialmente ispirato all’opera Il silenzio di Don DeLillo ed è la storia di quattro amici che cercano di sopravvivere alla notte, fuggendo dalla polizia e da esseri alieni non meglio specificati, che man mano diventa una ghost story, dove il fantasma può essere costituito dallo Stato, che compie efferatezze nelle tenebre, o da sé stessi. E dunque la safe-house in cui è ambientata gran parte della vicenda diventa uno spazio mentale, rappresentazione del proprio io in cui rifugiarsi per rifiuto verso il mondo esterno, o forse la nostra mente è popolata da altrettanti mostri e dal senso di colpa e da nessuna parte si può trovare rifugio. 

    Il comparto tecnico è di assoluto livello, con la prima parte dell’opera caratterizzata da lenti movimenti di macchina che diventano schizofrenici  nella seconda. Il cast è convincente e il lavoro fatto sul sonoro (aspetto migliore di tutta la pellicola) è di assoluto livello, con le musiche che si mescolano ai suoni alieni, a tratti ispirati a pezzi che sembrano prodotti da Aphex Twin, a tratti semplicemente inquietanti. Le poche sequenze horror funzionano, con gli esseri graficamente ispirati all’immaginario di Annientamento di Alex Garland e gli effetti visivi sono ben realizzati. Il problema è che Dayao costruisce una narrazione lenta, forzatamente autoriale, fornisce diversi spunti, ma non sembra portarne avanti neanche uno. Un’opera a metà e un’occasione mancata.

    WE NEED TO DO SOMETHING – CONCORSO LUNGOMETRAGGI

    Una famiglia resta bloccata nel bagno di casa dopo un devastante uragano; all’esterno, le macerie ostruiscono la porta. Passano i giorni, i soccorsi non arrivano e orrendi suoni inumani cominciano a provenire da fuori (fonte www.tohorrorfilmfest.it).

    Il primo lungometraggio di Sean King O’Grady risulta essere una piacevolissima sorpresa, capace di giocare con i clichè del genere e a sorprendere positivamente. Il regista americano avvia la narrazione dipingendo la classica insopportabile famiglia americana composta da un padre rabbioso, una moglie benevola, una teenager ribelle e un figlio nerd, pronta a essere massacrata nella successiva ora e mezza. Tuttavia le dinamiche si sviluppano in una maniera non totalmente prevista, riuscendo a tratti a farci empatizzare con i personaggi e tratti a farceli odiare, ma non tanto per la l’antipatia in sé di ognuno di loro, quanto per la meschinità e l’ipocrisia che li caratterizzano, sempre pronti a creare scene melodrammatiche e di buon cuore per poi venire puntualmente contraddetti dagli eventi che accadono successivamente. Il film risulta essere un mix tra un film da camera, con quattro persone chiuse in una stanza per giorni mentre all’esterno sta probabilmente avvenendo l’apocalisse, e un monster movie, con il mostro di turno che provoca effetti diretti in un minutaggio limitato, ma che risulta immediatamente iconico grazie a una sola e semplice frase doppiata da Ozzy Osbourne, citato anche in altri due momenti della pellicola. Anche la narrazione parallela che viene portata avanti, unica incursione nel mondo esterno, in cui viene mostrata la vita della figlia Mel, inizia come un coming of age classico e degenera nel macabro, stupendo notevolmente nelle dinamiche e catturando l’attenzione dello spettatore. Il tutto viene condito dai classici riferimenti a quanto siamo delle nullità senza tecnologia e quanto siamo patetici nel negare l’evidenza pur di non accettare la realtà che il mondo sta andando allo scatafascio(riferimenti al cambiamento climatico?), mentre un paio di colpi di scena davvero ben assestati contribuiscono a elevare il risultato finale.

    Dal punto di vista tecnico O’Grady opta principalmente per la camera fissa coadiuvata da un montaggio serratissimo, permettendo al film di non perdere ritmo e di far tenere gli occhi degli spettatori incollati allo schermo per tutta la durata della pellicola. Anche gli effetti speciali artigianali risultano essere ben realizzati e realistici, anche se le scene disturbanti mostrate risultano essere un po’ troppo gratuite. 

    In conclusione un film godibilissimo, che non rivoluziona il genere, ma che ha l’intelligenza di non creare aspettative che non è in grado di soddisfare e di riuscire a divertire e intrattenere a dovere.

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  • RECENSIONE PRISONERS OF THE GHOSTLAND – UNA MONTAGNA RUSSA DI DIVERTIMENTO

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    L’ultima fatica di Sion Sono apre la Ventunesima edizione del TOHorror Fantastic Film Fest, manifestazione torinese indipendente dedicata al cinema e alla cultura del fantastico.

    Nella pericolosa città di frontiera di Samurai Town uno spietato rapinatore di banche di nome Hero (Nicolas Cage) viene fatto uscire di prigione da Il Governatore, un ricco signore della guerra la cui nipote adottiva Bernice (Sofia Boutella) è scomparsa. Questi offre al prigioniero la libertà in cambio della salvezza della giovane fuggiasca. Per sfuggire al mondo degli incubi in cui si muove, Hero dovrà spezzare la maledizione che controlla la misteriosa Ghostland. Fasciato da una tuta di pelle che si autodistruggerà entro tre giorni, il bandito parte per un viaggio alla ricerca della ragazza e della sua redenzione.

    Sono unisce le forze con Nicolas Cage, il cui nome nei titoli di testa viene accolto da un applauso del pubblico a dimostrazione di quando l’attore californiano sia diventato fenomeno cult negli ultimi anni, per produrre un giocattolone di quasi puro intrattenimento che riesce nel suo obiettivo di divertire il pubblico e permette a Sono di sfogare la sua visionarietà. 

    Il regista costruisce un colorato Giappone post-apocalittico miscelato con l’influenza del mondo occidentale, prendendo a piene mani dall’immaginario di Mad Max di George Miller o di Doomsday di Neil Marshall e mettendo in scena luoghi fumosi costituiti da impalcature  visibili, come se Sono ci facesse l’occhiolino e ci mettesse al corrente che si tratta di set cinematografici, di finzione, di divertissement. Le citazioni non si contano, come quella evidente da L’armata delle tenebre di Sam Raimi, e il film a tratti è un western, a tratti uno zombie movie, a tratti una storia sui samurai. 

    Il personaggio di Nicolas Cage, costretto a una missione in stile Suicide Squad dal Governatore, interpretato da  Bill Moseley, deve farsi strada in un mondo multietnico di freaks, in cui l’individualismo del popolo assoggettato è annullato e, ad eccezione dei capi e tiranni, tutti parlano per coscienza collettiva. 

    Da questo miscuglio di citazioni e generi, Sono costruisce un film miracolosamente riuscito, in cui a momenti di grande ilarità si alternano scene di grande tensione e momenti sinceramente commoventi, a dimostrazione del talento del regista giapponese nel gestire una materia così complessa. L’entrata a Ghostland in particolare, risulta essere un piccolo gioiello all’interno della pellicola, in cui Sono può dare sfogo a tutta la sua fantasia nella costruzione di questo strano mondo.

    Se a primo impatto il film può sembrare puro barocchismo, in realtà l’opera nel complesso risulta essere molto più intelligente. Il regista sfrutta la storia surreale per criticare  l’ingerenza statunitense nel mondo giapponese, alternando frecciatine dirette (il “bring the America” del Governatore per indicare “porta i soldi”, ricchezza che nella storia risulta essere fittizia) a riferimenti importanti riguardanti lo scoppio delle bombe nucleari di Hiroshima e Nagasaki, a dimostrazione di come sia un argomento ancora davvero sentito nel Paese del Sol Levante. Il nuovo Giappone per Sono può nascere solo dall’espiazione della colpa statunitense (incarnata metaforicamente dal personaggio di Nicolas Cage) di aver utilizzato gli ordigni atomici  e dalla contaminazione tra l’America e il mondo orientale, ma non dalla conquista di quest’ultimo da parte della prima.  Fino a questo momento il tempo resta bloccato e i fantasmi del passato impediscono alla popolazione di Ghostland di progredire, nel timore che il doomsday clock possa ricominciare a scorrere e portare a una nuova apocalisse, omaggio oltre che all’oggetto reale anche al medesimo presente nella graphic novel Watchmen di Alan Moore.

    Tanti concetti messi in scena con maestria da Sono, con una regia solida, un comparto attoriale in perenne overacting, aspetto coerente con le altre componenti del film, con Nicolas Cage che interpreta se stesso e una sempre brava Sofia Boutella, una curatissima fotografia, delle ottime musiche e delle scene di combattimento coreografate magnificamente.

    Se siete in cerca di montagne russe scritte con intelligenza, questo film fa decisamente per voi.

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