Tag: tom ford

  • 5 FILM SUL DOLORE DEL LUTTO

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    Nella sua missione di dar voce ai sentimenti umani più disparati, spesso scomodi e insondabili, delle volte fragili e delicati, il cinema si è più volte incontrato o scontrato con la necessità di rappresentare il dolore del lutto e le reazioni che questo dolore provoca. Tra i numerosi film che trattano di questa tematica – per studiarla nel dettaglio o come motore d’avvio per vicende più ampie – in questo articolo ne proponiamo 5 che, in maniera diversa, sondano la natura umana alle prese con la tragedia della morte.

    ANTICHRIST

    Un film inizialmente concepito come horror per la più orrorifica delle esperienze di vita: Antichrist è un film del 2009 ed è il primo dell’ideale trilogia della depressione scritta e diretta da Lars Von Trier (che comprende anche Melancholia e Nymphomaniac). 

    Presentata al Festival di Cannes, la pellicola prende le mosse dalla tragica perdita di una coppia, il cui figlio muore mentre i due stavano avendo un rapporto sessuale. Marito e moglie, dei quali per tutto il film non viene rivelato il nome, si rifugiano nella loro baita tra i boschi per affrontare il dolore e il marito, terapeuta, cerca di risollevare la donna dal forte stato depressivo in cui è sprofondata. Lutto, depressione e tormenti si mescolano però presto a un inquietante vortice di violenza e di follia autodistruttiva, andando a indagare a fondo la natura umana e costrutti sociali secolari e legandosi a filo doppio con un senso di colpa di origine quasi primordiale.

    ORDINARY PEOPLE – GENTE COMUNE

    Esordio alla regia di Robert Redford, Gente comune è tratto dal romanzo Gente senza storia di Judith Guest . Il film, che nel 1981 fece incetta di premi Oscar, racconta della disgregazione di una famiglia pochi mesi dopo la morte del figlio maggiore durante un incidente e il tentato suicidio del secondo genito Conrad. Conrad, sua madre Beth e il padre Calvin vivono l’esperienza del trauma in modo totalmente diverso e il ragazzo, dopo il tentato suicidio e il ricovero in un ospedale psichiatrico, è oppresso dal senso di colpa e dall’incapacità della madre di amarlo tanto quanto amava il fratello.

    Un dramma sui rapporti familiari e sull’incapacità di vivere i sentimenti – pur dolorosi essi siano – e sulle potenti incomunicabilità e distanze che possono sorgere (o manifestarsi) dopo un evento traumatico di tale entità.

    A SINGLE MAN

    Altra opera prima, A Single Man è il film che segna l’ingresso di Tom Ford nel mondo del cinema. Ambientato negli anni ‘60, il film tratta della perdita più dolorosa in maniera delicata e mai urlata, seguendo il professore universitario George in quello che ha deciso essere l’ultimo giorno della sua vita. L’uomo, che da mesi convive con la sofferenza di aver perso il suo compagno Jim, ha deciso di suicidarsi alla fine della giornata, e vive le sue ultime ore ricordando i momenti felici del passato e riscoprendo, involontariamente, piccole gemme di bellezza nella vita. Il risultato è un racconto lieve e intimo del dolore e della solitudine, una riflessione sulla vita e sul senso degli affetti e delle relazioni, significato e ricchezza vera della vita stessa.

    MANCHESTER BY THE SEA

    Tra i film recenti più citati quando si parla di questo tema, Manchester by the Sea – scritto e diretto da Kenneth Lonergan – è il racconto di due drammi paralleli. Il protagonista è Lee Chandler, portinaio tuttofare che a seguito dell’improvvisa morte del fratello torna nella sua città natale per organizzare il funerale e occuparsi del nipote adolescente Patrick, con il quale costruisce un rapporto non privo di attriti e difficoltà. Parallelamente a questa vicenda, i numerosi flashback che intercorrono nel film raccontano della vita precedente di Lee, del suo rapporto con l’ex moglie e di una tragedia che ha visto la morte dei tre figli della coppia sconvolgendo per sempre le loro esistenze e ponendo fine al matrimonio. 

    Nessun sottotesto, nessun simbolismo marcato o forzato: Manchester by the Sea è il racconto di vite sconvolte, di sopportazione, disperazione e dolori onnivori.

    LOVE LIFE

    A chiudere questa lista, il più recente dei cinque film: Love Life, del giapponese Kōji Fukada, è stato presentato lo scorso settembre alla Mostra internazionale del cinema di Venezia, per poi uscire nelle sale qualche giorno dopo. Di nuovo il racconto di un incidente, di nuovo il dolore di un figlio perso prematuramente, questa volta però è tutto filtrato dalla sensibilità del cinema giapponese e dalla pacatezza di sentimenti composti seppur strazianti. 

    La trama, in breve, vede Taeko e suo marito Jirō vivere una vita serena con il figlio Keita. La morte del figlio in un incidente domestico riporta nella vita della coppia il padre del bambino, un uomo sordo e senza fissa dimora che da tempo era scomparso. Distacchi e ricongiungimenti, dettagli e silenzi popolano una pellicola delicata che racconta il processo di accettazione del dolore da cui è impossibile uscire illesi.

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  • IL NEO-WESTERN E IL RINNOVAMENTO DEI CANONI

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    “Everything old is new again” recita l’insegna al neon simbolo di uno dei mercatini vintage più famosi di Milano e probabilmente non esiste modo migliore per cercare di descrivere e riassumere la corrente Neo-Western contemporanea che da qualche anno – ormai – sta incontrando un successo di critica e pubblico non indifferente. 

    Facendo un passo indietro, con la definizione di Neo-Western si intende tutto quel filone cinematografico che si propone di portare nella contemporaneità i canoni, le tematiche e gli stilemi del genere classico per eccellenza, molto spesso ibridando il tutto con influenze provenienti da altri contesti cinematografici, prevalentemente noir, thriller e crime. 

    É sufficiente pensare, infatti, al capostipite di questo movimento, ovvero Non è un Paese per Vecchi dei Fratelli Coen del 2007 (del quale trovate una nostra analisi in compagnia del grandissimo Adriano della Starza QUI),  per comprendere quanto ad oggi il Neo-Western sia uno dei sottogeneri più importanti e stilisticamente riconoscibili del panorama cinematografico contemporaneo, e di quanto si sia reso quindi appetibile per autori di prima fascia – come appunto i Coen – che trovano qui territorio fertile per affrontare tematiche mai banali, reinterpretando stilemi che arrivano direttamente dal classicismo delle grandi narrazioni del passato.

    Proprio quest’ultima operazione è riscontrabile in film come Animali Notturni di Tom Ford (2016), il quale gioca sapientemente con l’alternanza tra la freddezza dell’algidissimo racconto principale – ovvero quello in cui il personaggio di Amy Adams legge il manoscritto dell’ex marito – e la messa in scena del romanzo stesso, che prende forma in un caldissimo e soffocante scenario Western di ambientazione Texana. 

    Il regista, però, non si limita a riproporre un contesto visivo che rimandi alle origini, con grandi distese desertiche, strade polverose che si perdono nel nulla e cieli immensi che rubano lo sguardo, ma decide di portare alcune delle tematiche classiche del genere al centro della sua narrazione. Nella revenge story che viene messa in scena nel romanzo di Animali Notturni, infatti, affiora con prepotenza uno dei conflitti fondamentali del racconto Western, ovvero lo scontro infinito tra giustizia e vendetta personale: il personaggio di Jake Gyllenhaal, appunto, è un uomo alla ricerca degli assassini della moglie e della figlia, corroso dal senso di colpa per non essere stato abbastanza forte da proteggerle, il quale dopo aver constatato l’inefficienza della procedura istituzionale, si affida a uno sceriffo solitario (un Michael Shannon veramente troppo bravo per non essere citato)  per uccidere personalmente i criminali e trovare così la propria giustizia personale. 

    Se questo tipo di discorso non è sicuramente originale, basti pensare al capolavoro di John Ford L’Uomo che uccise Liberty Valance in cui lo scontro tra individualismo e istituzione viene largamente approfondito, è altrettanto vero però che la scatola narrativa costruita da Tom Ford (con tanto di simpatica coincidenza di cognomi) riesce a mettere al centro questo conflitto concettuale in maniera molto efficace, mai sbandierata, trovando l’equilibrio perfetto tra narrazione thriller – in primo piano – e riflessione di stampo western a fare da contesto fondamentale nel quale si sviluppa l’intera pellicola. 

    Laddove, però, autori come Tom Ford rielaborano in chiave contemporanea sia elementi tematici, che stilemi visivi, è altrettanto vero che il Neo Western si presta a reinterpretazioni che si distaccano maggiormente dall’immaginario iconografico del genere, per mantenere comunque al centro topoi classici fondamentali.

    Basti pensare a film come Drive di N.W. Refn (2011) che si muove in un ambiente di stampo decisamente Neo-Noir, ma che sviluppa il proprio racconto attraverso espedienti narrativi e tematici tipicamente Western: la pellicola, ad esempio, si apre con una rapina in banca e con la conseguente fuga a rotta di collo in macchina – metamorfosi moderna del cavallo – guidata da un Ryan Gosling impassibile e glaciale, costantemente con lo stuzzicadenti in bocca, a cui manca veramente solo il cappello a falda larga per apparire come un cowboy moderno. 

    Proprio il protagonista è rappresentazione di un altro elemento marcatamente western – in particolar modo quello all’italiana di Sergio Leone – ovvero il pistolero solitario, misterioso, che viene dal nulla. L’arco narrativo di Gosling si ispira chiaramente a quelli dei grandi caratteri classici: il suo personaggio si muove in un mondo estremamente violento ed è quindi costretto a essere altrettanto violento con il mondo; l’unico barlume di umanità e di speranza è rappresentato nell’amore, mai veramente concretizzato (Sentieri Selvaggi?) se non in quella bellissima scena del bacio in ascensore, che però egli non potrà mai veramente raggiungere perché trascinato nuovamente e irrimediabilmente nel vortice di violenza al quale, in fondo, appartiene. 

    Pienamente consapevole dell’impossibilità di cambiare il proprio destino e la propria natura, all’eroe solitario non resta che affrontare l’ultimo grande duello e tornare poi nel nulla da cui era venuto (come un moderno Clint Eastwood) cavalcando l’automobile non più verso il tramonto, ma nella notte nera: immagini che cambiano nella forma, ma che continuano a suggerire una sostanza e una narrazione che affonda le proprie radici in una matrice indiscutibilmente western. 

    Forma e contenuti classici, quindi, si mischiano molto spesso con linguaggi moderni e lontani dalla tradizione, come ad esempio in The Counselor (Ridley Scott, 2013), un bellissimo – e sottovalutatissimo – esperimento in cui immaginario e ambientazione western si mettono al servizio di una narrazione e di un contenuto marcatamente noir: ne sono un esempio l’uomo avido che si infila in un affare più grande di lui o la femme fatale contrapposta alla donna angelica e innocente, per non dimenticare il ruolo mortifero del denaro sulla scia di Non è un Paese per Vecchi, elemento non casuale visto che la sceneggiatura di The Counselor è scritta da Cormac McCarthy, autore del romanzo adattato successivamente dai Coen. 

    Questa tendenza all’ibridazione con altre influenze rende il Neo-Western un ambiente estremamente malleabile e stimolante, che si presta a moltissime riflessioni sulla natura umana – e dunque su problematiche più intime – sia a discussioni metacinematografiche sul genere stesso. 

    Basti pensare a film come I Segreti di Brokeback Mountain di Ang Lee (2005) per capire quanto questa corrente sia in grado di approfondire e scandagliare l’animo umano e le sue contraddizioni, riuscendo contemporaneamente a dipingere un affresco sociale sfaccettato (in questo caso anche abbastanza critico) e a decostruire il linguaggio cinematografico classico. In questo film, infatti, viene preso un grande topos della narrazione western come l’omosessualità latente e mai veramente concretizzata – declinata piuttosto in una forte e profonda amicizia virile – e viene messa al centro del racconto, esplicitando l’amore passionale tra due cowboy in un contesto moderno (il film si ambienta tra gli anni ’60 e ’80), ma che rimanda inevitabilmente e si collega per sillogismo a quello delle grandi pellicole del passato. 

    Mescolando sapientemente melò e Western, Ang Lee riesce a costruire un racconto profondamente intimo e umano sull’accettazione di sé stessi, ben più importante dell’accettazione sociale, che smaschera e smonta la leggenda del grande uomo virile e violento tipica del genere, riflesso di una società maschilista e ottusa (come ha fatto anche Jane Campion con il suo Il Potere del Cane), utilizzando proprio gli elementi fondanti di questo linguaggio cinematografico. 

    Appare chiaro, dunque, alla fine di questa breve – e sicuramente non pienamente esaustiva – analisi, come il Neo Western sia a tutti gli effetti uno dei generi più importanti degli ultimi vent’anni, simbolo di un Cinema che spinge per reinventarsi, analizzando le proprie radici, decostruendole e riportandole in una contemporaneità ormai profondamente mutata rispetto a quella a cui i grandi capolavori classici si rivolgevano. 

    Un filone sicuramente da scoprire – o da riscoprire per i meno avvezzi – capace di confrontarsi con l’intero spettro delle tematiche più alte, dalla politica all’amore, passando per la solitudine e la violenza; un cinema per tutti i palati che raramente delude lo spettatore.

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  • ‘A SINGLE MAN’ E ‘ANIMALI NOTTURNI’, RACCONTO DELLE OSSESSIONI DI TOM FORD

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    Quando nel 2005 Tom Ford, già stilista di fama internazionale, ha iniziato a interessarsi al cinema, non sono stati in pochi a esprimere scetticismo, persino, pare, tra i suoi amici più intimi. Buttarsi in un nuovo campo, quando il proprio nome è già associato a grandi successi, porta inevitabilmente con sé alcuni rischi. Anche nel cinema, la popolarità, a fronte di un più facile ingresso nell’industria, può portare infatti, in caso di insuccesso, a critiche ancora più aspre di quelle che si rivolgerebbero a illustri sconosciuti.

    L’effettivo debutto cinematografico di Ford avviene però soltanto quattro anni più tardi, quando, dopo aver acquistato i diritti dell’omonimo romanzo, auto produce il film A Single Man, presentato nel 2009 alla Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia. Il film, complice anche l’interpretazione di Colin Firth (che viene premiato a Venezia con la Coppa Volpi e riceve la sua prima nomination agli Oscar), è un successo sia in termini di pubblico che in termini di critica, ma nonostante ciò devono passare altri sette anni prima che Ford torni dietro la cinepresa. Nel 2016 esce Animali Notturni, che viene premiato, di nuovo a Venezia, con il Gran Premio della Giuria. 

    «Ci sono stilisti che sono degli artisti. […] Quanto a me, penso di essere troppo cinico per essere un vero artista».

    Chissà se Ford la pensa allo stesso modo anche riguardo alla sua (per ora snella) carriera da regista. 

    Nato in Texas, da genitori iperprotettivi, lo stilista ha più volte dichiarato di aver avuto un’infanzia complicata, e di portarsi dietro da quegli anni una sorta di inquietudine, di perenne timore nei confronti del mondo. Negli anni dei più grandi successi nel mondo della moda, quella sua inquietudine si trasforma in lotta con la depressione e l’alcolismo, demoni che il regista riesce a scacciare, ma che continua comunque a dover tenere sotto controllo.

    C’è molto di questi lati di Ford nei suoi film, al di là di quella che potrebbe essere l’influenza del suo mondo di provenienza: c’è molto del suo vissuto, della sua irrequietezza. Sceneggiati dallo stesso regista, entrambe le sue pellicole, se pur molto distanti tra loro sia per trama che per estetica, sono infatti accomunate dalle stesse tematiche. 

    L’inquietudine e una certa tendenza verso la morte ricorrono in entrambi i film, se pur in modo differente. La morte li apre e li chiude entrambi. Essa è ossessione dichiarata per George, professore gay nella California del ‘62, che in A Single Man fa i conti con il lutto per la prematura perdita di Jim, suo compagno di vita da sedici anni. 

    “Solo gli stolti fuggono alla semplice verità che ora non è semplicemente ora, è un freddo promemoria, un giorno più di ieri, un anno più dell’anno scorso, e che prima o poi lei arriverà.”

    Ossessione che va via via materializzandosi, facendosi sempre più concreta mentre seguiamo George durante quella che ha deciso essere la sua ultima giornata, mentre lo osserviamo preparare ogni dettaglio con precisione e lucidità, facendo le prove della sua dipartita, predisponendo ogni cosa per il suo funerale. 

    Il film si snoda, con toni intimi e a tratti poetici, secondo due linee temporali, tra i continui rimandi al passato felice di George e Jim e il presente in cui George prosegue a interpretare la parte del “debolmente rigido ma perfetto professore, capace di lasciarsi andare solamente nei pochi attimi di reale connessione con l’improbabile amica di una vita, Charley, con un sensibile studente, Kenny, e con un giovane prostituto incontrato per caso proprio quel giorno.

    Differente è invece la morte con cui ci scontriamo in Animali Notturni, violenta e disturbante nei fatti, presentata con una certa poesia di immagini e richiami visivi sullo schermo. Protagonista della (prima) vicenda del film è Susan, gallerista di successo e alter ego filmico del regista, interpretata da Amy Adams. Intrappolata in un ambiente tossico, vuoto e dedito al materialismo (il parallelo col mondo della moda è qui evidente) e in un matrimonio ormai di pura facciata, Susan vive in una profonda insoddisfazione, e l’arrivo inaspettato del romanzo che l’ex marito Edward (Jake Gyllenhaal) le ha dedicato la sconvolge profondamente, riportandola con la mente a eventi del suo passato. 

    Come per il suo debutto cinematografico, anche qui Ford mescola e lega a filo doppio le vicende del presente e del passato, ma in questo caso alle due diverse narrazioni temporali se ne aggiunge una terza. La vicenda centrale del film, quella che lega le letture notturne di Susan agli spaventosi animali del titolo, è infatti quella di Tony (di nuovo, Jake Gyllenhaal), protagonista nel romanzo di una storia di violenta vendetta che diventa, tra le righe, vera vendetta anche per Edward.

    Anche qui, man mano che la lettura di Susan prosegue e i minuti del film scorrono, la morte, da avvenimento incipit, sembra diventare il fine ultimo, non dichiarato ma forse implicitamente cercato: risposta violenta e quasi obbligata a un crimine che non trova giustizia, pace ritrovata per la vita sgretolata di Tony. 

    In entrambe le pellicole, essa è il culmine di un processo: di consapevolezza per George, che giunge all’accettazione e alla riscoperta di quei rari “momenti di assoluta chiarezza” per cui vale la pena vivere, di giustizia per Tony, vittima inerme, privato di colpo della sua famiglia alla stregua di George. 

    Storie di paure e di solitudini opprimenti, raccontate nel primo caso con la delicatezza di colori desaturati – che soltanto a tratti brillano su dettagli di minuta gioia viva -, nel secondo caso con una violenza disturbante e carica di colori che spiccano nell’oscurità. Case di vetro si tramutano in lussuose prigioni, prigioni che obbligano George ad essere invisibile agli occhi dei più – in quegli anni, per noi così lontani, di scarse rivendicazioni sociali – mentre rendono Susan aliena in un ambiente da cui non è mai riuscita a fuggire davvero.

    Entrambi i film sono dei veri gioielli, delle gemme con sfaccettature oscure, ma per ora restano solo delle brevi incursioni da parte di Tom Ford in un mondo che da sempre lo affascina, e che tra una collezione e l’altra è tornato recentemente a visitare soltanto per vestire di eleganza il Bond di Daniel Craig (i completi degli ultimi tre film della serie di James Bond e del prossimo all’uscita No time to die portano infatti la firma dello stilista). 

    Chissà che non stia aspettando altri sette anni per tornare a dirigere. Chissà se avrà fatto pace con le sue ossessioni.

    “Death is all I think about. There is not a day or really an hour that goes by that I don’t think about death. I think you are born a certain way. I think you just come out that way.”

    “La morte è tutto quello a cui penso. Non passa giorno né ora in cui io non ci pensi. Penso che si viene al mondo in un certo modo. Semplicemente penso di essere nato così.” 

    (da un’intervista dell’Hollywood Reporter a Tom Ford in occasione dell’uscita di Animali Notturni).

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