Tag: un altro giro

  • TOP 10 2021 – FRAMES CINEMA AWARDS

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    L’anno che ci siamo appena lasciati alle spalle è stato, ancora una volta, decisamente complicato per il settore cinematografico. Tra sale chiuse —poi finalmente riaperte-, limitazioni dovute alla pandemia e sperimentazioni non sempre riuscite con distribuzioni ibride sala/streaming, questo è stato sicuramente un altro anno di profonda crisi, ma anche, per fortuna, un anno di rinascita. La riapertura dei cinema e il ritorno dei blockbuster in sala hanno rappresentato una boccata d’aria fresca per molti esercenti, spinti soprattutto da film come Spider-Man: No Way Home, No Time to Die e Dune.

    Dal punto di vista di noi spettatori, questo è stato un anno piuttosto generoso sia per quanto riguarda le uscite in sala sia per le esclusive streaming. Come ogni redazione che si occupa di informazione cinematografica, anche noi di Frames Cinema non potevamo sottrarci al compito –ingrato va detto- di stilare la nostra classifica dei 10 migliori film dell’anno.

    Facciamo una premessa: per essere ammessi alla classifica finale, un film doveva essere stato visto da almeno tre redattori. Sono abbastanza, dunque, i film che in pochi di noi hanno visto ma che volevamo consigliarvi comunque. Tra questi c’è La vetta degli Dei, film d’animazione disponibile su Netflix adattato da un graphic novel di Jiro Taniguchi e diretto da Patrick Imbert; poi ancora Dead Pigs, film cinese del 2018 diretto da Cathy Yan e uscito solo quest’anno in Italia grazie a Mubi; ma anche film più mainstream come Lasciali Parlare e No Sudden Move, diretti entrambi da Steven Soderbergh e disponibili su Sky/NOW. Potete trovare la lista completa di queste perle da riscoprire sul nostro profilo Instagram cliccando qui.

    Altrettanta importanza abbiamo voluto dare non tanto ai film che abbiamo ritenuto brutti (e ce ne sono stati, come Venom 2, La scuola cattolica, Caro Evan Hansen e l’immancabile Fast & Furious 9), ma piuttosto a quelli che ci hanno più deluso. Anche questo elenco lo potete trovare sul nostro profilo Instagram e, vi avvertiamo, alcuni titoli potrebbero convincervi a non seguirci più (il film delusione di chi scrive è il tanto acclamato È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino).

    Iniziando a parlare delle classifiche, non poteva mancare quella fatta da voi (o meglio, quella fatta da chi ci segue su Instagram!) che vi proponiamo di seguito:

    10. Don’t Look Up, Adam McKay;
    9. Nomadland, Chloé Zhao;
    8. Titane, Julia Ducournau;
    7. Ultima notte a Soho, Edgar Wright;
    6. Annette, Leos Carax;
    5. Freaks Out, Gabriele Mainetti;
    4. The Father, Florian Zeller;
    3. Un altro giro, Thomas Vinterberg;
    2. The Last Duel, Ridley Scott;
    1. È stata la mano di Dio, Paolo Sorrentino.

    E, dulcis in fundo, la classifica stilata dalla nostra redazione. Ma, prima, ci sentiamo in dovere di spiegare ai nostri lettori i criteri usati per questa top 10. Ogni redattore ha avuto il compito di assegnare ad ogni film che fosse uscito nel 2021 un voto da 0 a 100. Dopodiché, ad ogni film veniva anche assegnato un punteggio bonus derivante dalle top 10 dei singoli redattori e redattrici (10 punti al primo, 1 punto al decimo…). Questo bonus andava a sommarsi con la media voto del film e da lì abbiamo ricavato un punteggio finale, quello utilizzato per stilare la classifica, che potete leggere tra parentesi:

    10. Il collezionista di carte, Paul Schrader (104,18 punti);
    9. West Side Story, Steven Spielberg (105,86 punti);
    8. Freaks Out, Gabriele Mainetti (109,71 punti);
    7. The Father, Florian Zeller (118,43 punti);
    6. Drive My Car, Ryûsuke Hamaguchi (123,6 punti);
    5. Dune, Denis Villeneuve (124,25 punti);
    4. Un altro giro, Thomas Vinterberg (126,27 punti);
    3. Annette, Leos Carax (126,44 punti);
    2. È stata la mano di Dio, Paolo Sorrentino (145,21 punti);
    1. The Last Duel, Ridley Scott (148,58 punti).

    E invece, secondo voi, qual è stato il miglior film dell’anno? Vi trovate d’accordo con le scelte prese dalla nostra redazione? Noi intanto vi diamo appuntamento al prossimo anno con la seconda edizione dei Frames Cinema Awards, sperando che questo sia l’anno della definitiva rinascita del cinema e della sala cinematografica.

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  • RECENSIONE UN ALTRO GIRO DI THOMAS VINTERBERG

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    “Il problema con il mondo è che tutti gli altri sono indietro di qualche drink”, spiegava Humphrey Bogart, uno che di bevute se ne intendeva. Quasi la stessa tesi che in Un altro giro (Druk) di Thomas Vinterberg – vincitore dell’Oscar 2021 come miglior film internazionale – è accreditata allo psichiatra-filosofo norvegese Finn Skårderud, secondo cui la persona sobria sconterebbe un costante deficit di una piccola percentuale di alcool nel sangue (lo 0,05 %, uno o due bicchieri di vino), senza la quale non godrebbe davvero appieno dell’armonia con sé e il prossimo. Quattro professori in crisi di mezza età, Martin, Peter, Tommy e Nikolaj, variamente insoddisfatti delle loro vite, decidono allora di improvvisarsi alcolisti anonimi con piglio scientifico, in un progressivo crescere dell’etilometro a tutto schermo che porterà nuove epifanie e conseguenze nefaste.

    Non è, però, un goliardico e decerebrato hangover movie spinto agli eccessi, al contrario di quanto la locandina e un certo battage pubblicitario facciano pensare. Come ha notato, con sensibile affinità critica, Paolo Sorrentino – che reputa il film un capolavoro – in una recente call a due col regista danese per Variety, Vinterberg adotta una prospettiva più sottile e intimamente suggestiva. Piazzando il suo racconto in “quel preciso momento in cui non sei ubriaco, ma un po’ ubriaco”. Quella zona franca, libera ma sfuggente, precaria e mai durevole, difficile da filmare e mettere a fuoco, in cui “[…] credi che tutto sia possibile”. Una provvisoria tregua dal mondo che assomiglia alla felicità.

    In quest’ottica, Vinterberg si mostra capace di un piccolo film meno dogmatico e ambizioso dei precedenti affreschi al nero sulle torbide relazioni tra individuo e ambiente sociale – la famiglia in Festen (1998), la comunità ne Il sospetto (2012) e La comune (2016). Ma forse proprio per questo riesce a saggiare, con una regia fluida e frizzante, gusti musicali assortiti (da Tchaikovsky al funk 70’s dei The Meters) e una complice empatia aderente ai personaggi, tutte le sfumature e le diverse temperature di un dramedy in bilico tra euforia spensierata e dolorosa lucidità. Senza far mai sbandare i toni e sbilanciare le dosi del cocktail narrativo (probabile ragione dei favori dell’Academy e della company di Leo Di Caprio, che si è affrettata ad acquisire i diritti del remake Usa). Indulgendo sì nella descrizione affettuosa e divertita dei round alcolici del suo drink team, con un bel tepore luministico e funzionali angolazioni di ripresa in prossimità che, sfocando, danzando, ruotando e ruzzolando insieme al quartetto, giostrano equilibri sempre più precari, senza però pregiudicare lo spessore e il peso drammatico delle azioni dei personaggi. Trovando il baricentro e il termometro emotivo nel volto ferito di un intenso e generoso Mads Mikkelsen (premiato come miglior attore agli European Film Awards), su cui sono incise tutte le pieghe e i lividi tumefatti per una vita implosa e soffocante che prova a svoltare nei nuovi stimoli dati dall’ebbrezza (il difficile rapporto di Martin, continuamente rinegoziato, con la moglie Anika costituisce un cupo e  melanconico romance a sé stante)

    Assoldati come guru, a sorvegliare la narrazione, i padri nobili dell’alcolismo come realpolitik, gli artisti della bottiglia, i bevitori professionisti della grande Storia: Hemingway, Churchill, Franklin D. Roosevelt, il generale  Ulysses Grant, affissi alla lavagna da Martin per catturare l’attenzione dei suoi studenti, ricordandogli che “il mondo non è mai come te lo aspetti”. Pur senza il Bogart di Casablanca, che di nazionalità si professava ubriacone, Un altro giro caldeggia una coraggiosa e didattica ragionevolezza del bere anche a costo della tragedia, senza il proibizionismo morale del politicamente corretto. Vinterberg, pur segnato da un tremendo lutto familiare (la figlia scomparsa in un incidente d’auto a pochi giorni dall’inizio delle riprese), conserva la gioia della speranza verso il futuro, si unisce alla pazza folla delle nuove generazioni in festa e certifica che anche bevendo si diventa cittadini del mondo, con la serena accettazione della propria fallibilità.

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