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  • Recensione Io sono ancora qui – Classico ma funzionale

    Io Sono Ancora Qui è un dramma politico e personale quadratissimo e sicuramente poco innovativo ma efficace, perfetto per la stagione dei premi.
    Premio per la Miglior Sceneggiatura all’81esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, il nuovo film di Walter Salles (I Diari della Motocicletta, Dark Water, On The Road) racconta la storia della famiglia Paiva, messa a dura prova dalla repressione sanguinaria della dittatura militare, ed è basato sul romanzo omonimo pubblicato nel 2015 e scritto dal membro più giovane della famiglia, Marcelo Rubens Paiva (rimasto per altro tetraplegico in seguito ad un incidente nel 1979).
    Rubens Paiva (Selton Mello) è un ex deputato del Partito Laburista Brasiliano ostracizzato dalla vita politica in seguito al Golpe militare del 1964. Vive la sua vita in apparente tranquillità con la moglie, i figli e i numerosi amici e compagni di lotta politica fino alla sua sparizione nel 1971 ad opera del governo stesso. In seguito, anche la moglie Eunice Facciolla (Fernanda Torres), anch’essa arrestata e torturata ma successivamente liberata, avvierà numerose campagne per scoprire la verità sul marito e gli altri desaparecidos.

    È curioso notare come per il terzo anno consecutivo a vincere il premio per la sceneggiatura a Venezia sia stato un film tangente alle dittature sudamericane. Tuttavia, il film di Salles sceglie un taglio notevolmente diverso dai suoi predecessori. Se Argentina, 1985 (Santiago Mitre, 2022 e scritto con Mariano Llinás) ci presentava il gruppo di giovani avvocati preparare il processo ai gerarchi di Vileda quasi come una banda intenta a preparare il colpo grosso (sembravano un po’ degli Ocean’s Eleven raccontati da Adam McKay) e El Conde (Pablo Larraín, 2023) ci presentava una versione satirico-vampiresca del Generale Pinochet (non particolarmente riuscita per quanto ci riguarda), Salles lascia pochissimo spazio all’ironia e ignora completamente le riletture di genere, optando anche per un montaggio meno inutilmente giocherellone.
    La sua mano calda e sapiente, infatti, ci mostra la quotidianità di una famiglia assolutamente benestante nella Rio degli anni ’70. Una casa gigantesca, dalle porte sempre aperte e perennemente piena di ospiti, in cui i grandi parlano di politica in salotto e i figli corrono dentro e fuori con i loro amici, che siano bambini o adolescenti. La figlia maggiore, Veronica (Valentina Herszage) è attiva nella contestazione studentesca, ascolta sempre rock e ha il mito dell’Inghilterra, dove si trasferirà. Si sente quasi respirare il clima degli Anni di Piombo italiani. Sembra lei la predestinata a tenere le redini della famiglia, ad indicare una direzione dopo la sparizione del padre, punto di riferimento per milioni di persone, ma esce di scena velocemente, preda di rassegnazione, disillusione e necessità di costruire la propria nuova vita. Eunice invece dai cocci della devastazione della sua vedovanza bianca sceglie di contrastare potere, violenza e sopraffazione. Le porte della casa sono costrette a chiudersi, le finestre a non fare entrare più luce ma dagli occhi di Eunice e dei suoi figli deve continuare a trasparire dignità

    Rubens era una figura benevola, ingombrante, titanica. Eunice deve sopportare da sola ciò che il marito sopportava con famiglia e compagni, deve sorridere come prima non riusciva (mentre al marito riusciva benissimo). La sicurezza della famiglia era da tempo minacciata e precaria, il rumore degli elicotteri militari sopra le loro teste mentre facevano il bagno in spiaggia era quotidianità, ma i Paiva non potevano certo rinunciare alla vita. E non lo faranno nemmeno dopo. Eunice e i suoi figli rivivranno quegli scampoli di serenità attraverso le numerose immagini realizzate da Veronica nei suoi ultimi anni in Brasile e poi negli scritti di Marcelo. Vedremo infatti un salto temporale in cui il cast cambia, e a Fernanda Torres si sostituisce la sua reale madre, Fernanda Montenegro, in una Eunice anziana e ormai debilitata e arresa. Non cambierà solo Rubens, per sempre giovane.
    Per quanto solido e commovente il film non presenta sicuramente nulla di particolarmente innovativo né vuole cercarlo. Fernanda Torres è aiutata da un montaggio al suo servizio e forse abbondano i “falsi finali”. Ainda Estou Aqui mira ad arrivare ad un pubblico più vasto possibile ed è una scelta più che condivisibile. Tra una tematica sociale di rilevanza (anche in chiave anti-Bolsonariana) e la necessità di ritagliarsi un posto al sole nella stagione dei premi è stata sicuramente giusta la scelta del Brasile di puntare su questo film. Due candidature ai Golden Globe per il Miglior Film Internazionale e per la Miglior Attrice a Fernanda Torres (che forse si sarebbe meritata la Coppa Volpi) replicate anche agli Oscar con tanto di candidatura a Miglior Film certificano il successo di critica del film.

    Nicolò Cretaro,
    Redattore.
  • Cartoline dal Lido – Giorno 5

    La quinta giornata al Lido ci porta in Brasile per un dramma storico, politico e familiare, ad Hollywood per il grande ritorno della coppia Brad Pitt - George Clooney e in Francia per una storia di riconquista della propria persona.

    Ainda Estou Aqui, di Walter Salles (Venezia 81 – Concorso)

    Storia reale del dissidente brasiliano Rubens Paiva, scomparso nel 1971 per mano del regime militare, e della sua famiglia.
    Come nel caso di Argentina, 1985 di Santiago Mitre due anni fa, ci troviamo davanti ad un dramma storico politico che riflette sulla coscienza singola e collettiva attraverso il racconto delle conseguenze dell'opposizione politica. Entrambi i film lo fanno tramite un'impostazione piuttosto classica e ammiccante al pubblico e alle giurie, è chiaro che i premi e gli applausi sono un obiettivo desiderato (ma forse per questi film è un bene che cerchino di parlare a chiunque). Poco spazio ad un umorismo hollywoodiano che il suo omologo argentino usava spudoratamente, l'interpretazione di Fernanda Torres dal momento in cui diventa lei stessa la protagonista del film la rende una candidata per la Coppa Volpi.

    Wolfs, di Jon Watts (Venezia 81 – Fuori Concorso)

    Nello slot lo scorso anno riservato a Hit Man di Richard Linklater (migliore commedia degli ultimi anni per chi scrive) anche quest'anno fuori concorso troviamo un thriller comedy su degli atipici professionisti (George Clooney e Brad Pitt) che si occupano di risolvere problemi per chi non può rivolgersi a vie ufficiali (leggasi: fare sparire cadaveri).
    Jon Watts non è Linklater e certamente Wolfs non vuole riflettere sui temi delle personalità multiple e sul valore intrinseco dell'atto recitativo. È una commedia d'azione ben calibrata che lascia intendere allo spettatore solo quello che vuole fargli comprendere, presentando a noi spettatori i due divi protagonisti (forse il film con lo star power maggiore sul Lido) in una versione che vuole e riesce ad apparire ancora solida e attraente nonostante la maturità, e ricordandoci che tutti quanti alla fine abbiamo bisogno di giocare in squadra.

    Mon Inséparable, di Anne-Sophie Bailly (Orizzonti – Concorso)

    Dramma francese con protagonista una straordinaria Laure Calamy nei panni di una madre di un figlio neurodivergente ormai adulto che si trova davanti alla possibilità inaspettata di diventare a sua volta genitore.
    Nei suoi cento minuti, forse pochi, ci troviamo davanti a delle diverse visioni del ruolo genitoriale in bilico tra responsabilità e irresponsabilità, accoglienza e rifiuto, abbandono e sovraccarico incarnati spesso dalle stesse figure, anche contemporaneamente.
    Laure Calamy ha già probabilmente il suo nome sul premio miglior attrice della categoria, sobbarcandosi la figura di una donna che decide di riabbracciare tutto ciò che si è negata negli anni in cui la sua vita si era ridotta al ruolo unico di madre e caregiver, toccando con mano una gioventù non ancora definitivamente svanita e ridefinendo i confini dei propri rapporti.
    Nicolò Cretaro,
    Redattore.