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  • Recensione Stranger Things 5: Running Down That Hill

    Recensione Stranger Things 5: Running Down That Hill

    Si è conclusa dopo dieci anni la serie Stranger Things creata dai Duffer Brothers. Con l’uscita della quinta stagione scaglionata in tre volumi (usciti rispettivamente il 26 novembre 2025, il giorno di Natale 2025 e il primo giorno di gennaio 2026), Netflix ha dato l’addio ai ragazzini di Hawkins e alle loro avventure soprannaturali nel Sottosopra. Per la verità l’addio non è definitivo, in quanto sono già previsti ulteriori spin-off, ma questi ultimi otto episodi portano sicuramente a conclusione la saga di Eleven e dei suoi amici Mike, Will, Dustin, Lucas e tutti gli altri.

    Running Up That Hill

    La sfida finale della gang di Hawkins al perfido Vecna è il centro della quinta stagione, ma ovviamente le sottotrame si moltiplicano sia per riempire otto episodi e gestire una miriade infinita di personaggi, sia per chiudere le narrazioni (non proprio tutte) a fine serie. Non che la trama fosse importante per vendere un prodotto ormai attesissimo dai fan della prima e dell’ultima ora, forse anche esasperati dal grande lasso di tempo trascorso dall’ultima stagione. Nonostante l’intera storia si svolga nell’arco di sei anni, stavolta la crescita dei ragazzini protagonisti è molto evidente: Millie Bobby Brown, la protagonista dodicenne nella prima stagione, l’anno scorso è addirittura diventata moglie e madre. Volenti o nolenti, era giunta l’ora di chiudere, e di tanto in tanto pure gli attori sembrano impazienti di svincolarsi dai loro contratti.
    Come quasi tutti i finali di serie, pure la quinta stagione di Stranger Things non è sempre all’altezza delle aspettative, o almeno non lo è per i primi sette episodi. Ci sono tanti buchi di trama e troppi spiegoni: capita in continuazione che un personaggio afferri un qualsiasi oggetto della scenografia e lo usi per consegnare l’ennesima spiegazione di cosa si dovrà fare nel prossimo episodio. Ottimo sul manuale di sceneggiatura, eccessivamente farraginoso nella realizzazione.
    Inoltre, nonostante il climax finale imponesse una scala sempre maggiore, si recepisce nell’ultima stagione un problema di posta in gioco sempre troppo bassa, dovuta a varie ragioni. In primis alla frequente mancanza di coraggio nelle scelte che mandano avanti la trama, ma anche al fatto che ogni ostacolo venga puntualmente liquidato in maniera sbrigativa con sorprendenti colpi di fortuna, compresa anche l’attesa battaglia finale. Non da ultimo, viene meno in questi ultimi otto episodi la coesistenza tra dimensioni fantastica e scolastica dei ragazzini che aveva caratterizzato le stagioni precedenti, e sembra inevitabilmente che manchi qualcosa.

    We can be heroes / Just for one day

    Negli anni Settanta George Lucas creò Star Wars centrifugando insieme tutti i tropi e gli schemi tipici di fantascienza, avventura e fantasy, dalle dodici tappe del Viaggio dell’eroe ai diversi archetipi narrativi. Creò un modello di successo planetario, in grado di influenzare generazioni di sognatori a venire. I fratelli Duffer (e tutte le persone che insieme a loro hanno lavorato alla serie) hanno cercato di fare con Stranger Things la stessa cosa negli anni 2010-20, solo che non si sono basati tanto sul manuale di sceneggiatura (anche, ma non solo) quanto più sui modelli narrativi preesistenti, tra cui Star Wars. Il pro è che la serie è un (bellissimo) omaggio ai miti degli anni Ottanta, dal racconto di formazione alla Stephen King alla meraviglia di Spielberg, dall’horror di Wes Craven alla fantascienza di John Carpenter, senza dimenticare il gioco Dungeon and Dragons la cui popolarità è stata rinverdita dalla serie. In generale, Stranger Things ha il merito di aver lanciato un’incredibile ondata di retromania che ha travalicato i confini della serie.
    La quinta stagione contiene tanti grandi omaggi: da Jurassic Park con un rimando molto esplicito alla scena delle cucine con i raptor e i nipoti di John Hammond, a Indiana Jones 3 che nel finale viene citato esplicitamente, da Star Wars ad Alien fino a Terminator (dovunque ci siano dei soldati statunitensi c’è anche James Cameron, e infatti l’ufficiale in comando è Linda Hamilton aka Sarah Connor), e addirittura l’ispirazione si spinge in avanti fino a cult relativamente più recenti come Matrix e Inception. La playlist musicale poi contribuisce a rievocare la magia di un’epoca che oggi ci appare d’oro, con brani leggendari (forse un poco scontati) quali Upside Down di Diana Ross, Purple Rain di Prince, Mr. Sandman delle Chordette, Heroes di David Bowie e la fortunata Running Up That Hill di Kate Bush, già protagonista della quarta stagione e qui usata con l’interruttore.
    Il guaio di Stranger Things è che esistendo in un ecosistema postmoderno già saturo di citazionismo e in cui qualsiasi prodotto precedente è facilmente accessibile, la serie dei Duffer Brothers finisce per non possedere mai la carica dirompente di Star Wars che diventava modello tra i modelli. Un aspetto che il commiato della stagione lascia trasparire è quanto a volte queste icone siano idealizzate e forse deludenti, non sempre all’altezza del valore di cui emotivamente le infestiamo, ma il cuore sta tutto lì, anche nella loro imperfezione.

    It’s such a shame our friendship had to end / Purple rain, purple rain

    A parte lo straordinario piano sequenzache chiude il quarto episodio, i primi sette capitoli della quinta stagione sono di qualità altalenante, alternando dialoghi e interazioni brillanti (tutte le dinamiche che riguardano Steve sono imperdibili, ma anche l’inaspettato rapporto di confronto fra Robin e Will) a momenti meno efficaci (Nancy e Jonathan funzionano poco, Max perde troppo tempo con un nuovo personaggio, e la relazione tra Vecna e il Mind Flayer non viene spiegata fino in fondo). Finché non arriva l’episodio numero otto.
    L’ultimo capitolo, qualitativamente migliore dei precedenti sette, dura il doppio degli altri perché di fatto contiene due storie: lo scontro finale (forse troppo sbrigativo) e l’epilogo nostalgico (forse troppo lungo) ma ha le sue buone ragioni di gestirsi il tempo come crede. Avviandosi verso la conclusione della storia, comprendiamo che stiamo per dare l’addio a personaggi che ci hanno accompagnato per molto tempo, che in gran parte sono cresciuti insieme a noi, e del cui club di D&D un po’ abbiamo finito per fare parte.
    Ecco perché (SEMI-SPOILER) la chiusura è speculare all’inizio, con una partita di D&D che rievoca in miniatura la storia dei protagonisti e passa il testimone a qualcun altro. Tanto è stato seminato negli episodi venuti fin qui, tanto viene raccolto in chiusura. Il finale ci accompagna in maniera dolce amara in un addio che si rivela efficace: parla di nostalgia per dei tempi andati, di un trauma condivisoche solo chi ha vissuto può capire (e provarne nostalgia), e parla di scelte grandi o piccoleche la vita obbliga a fare, anche se non sempre sono la strada più sicura. Crescere e staccarsi dalle cose è necessario, e i Duffer Brothers ce lo ricordano, ma ci invitano comunque a sognare i nostri finali alternativi e a non sentirci in colpa per la nostalgia che proviamo. Forse non erano tempi migliori, ma eravamo comunque felici.

    Upside Down & Conformity Gate

    Dalla quarta stagione in poi, quasi tutte le messe in onda di nuovi episodi di Stranger Things hanno provocato temporanei crashdi Netflix a causa della grande quantità di utenti connessi. L’ultimo è quello del 7-8 gennaio 2026, una settimana dopo l’uscita dell’ultimo episodio. Secondo una teoria nata online e chiamata Comformity Gate, infatti, in tale data sarebbe dovuto uscire il vero finale di serie, mentre l’ottava puntata sarebbe stata un inganno di Vecna ai danni degli spettatori. Gli indizi sarebbero stati sparsi lungo il corso della quinta stagione e fomentati dalla piattaforma stessa, ma alla fine non è uscito alcun episodio extra. Questo piccolo grande evento ha dimostrato, come se non fosse già chiaro, la portata culturale di Stranger Thing se il fascino che ha portato il pubblico a crearsi da solo dei nuovi finali. Che fatica accettare la fine di qualcosa.
    «Dopo tutto questo tempo, ho scoperto che non serviva la musica per tenermi in vita. Mi bastava sentire la tua mano che stringeva la mia»
    Forse non era la musica degli anni Ottanta a tenerci incollati alla serie, ma qualcuno che ci tenesse per mano.

    Edoardo borghesio

  • Recensione Black Phone 2 – L’altro lato della medaglia

    type=”flex” hundred_percent=”no” hundred_percent_height=”no” min_height_medium=”” min_height_small=”” min_height=”” hundred_percent_height_scroll=”no” align_content=”stretch” flex_align_items=”flex-start” flex_justify_content=”flex-start” flex_wrap_medium=”” flex_wrap_small=”” flex_wrap=”wrap” flex_column_spacing=”” hundred_percent_height_center_content=”yes” equal_height_columns=”no” container_tag=”div” menu_anchor=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” status=”published” publish_date=”” class=”” id=”” spacing_medium=”” margin_top_medium=”” margin_bottom_medium=”” spacing_small=”” margin_top_small=”” margin_bottom_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_dimensions_medium=”” padding_top_medium=”” padding_right_medium=”” padding_bottom_medium=”” padding_left_medium=”” padding_dimensions_small=”” padding_top_small=”” padding_right_small=”” padding_bottom_small=”” padding_left_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” 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    Perché fare un secondo capitolo di un film? In tempi recenti, un sequel serve per completare una narrazione già preventivamente divisa in più parti (guardiamo a It, Dune o Wicked o, ancora più a ritroso, all’ultimo racconto di Harry Potter o della saga di Twilight), ma di norma la regola è decisamente più semplice: se il primo film ha avuto successo, possiamo farne altri che – probabilmente – ne avranno ancora di più. Ovviamente possiamo elencare casi in cui questo non è avvenuto (esempio lampante quel Joker: Folie a deux così divisivo), ma la storia del cinema ci mostra come spesso questa strategia di marketing abbia portato ad enormi successi, portando alcune storie a trasformarsi in saghe dal successo originariamente impensabile.

    Nell’horror le saghe sono tantissime poiché, essendo solitamente gli horror “nuovi” produzioni dal budget ridotto, è abbastanza facile che il successo arrivi senza troppi sforzi sapendo come acchiappare il pubblico giusto. Capita però altrettanto spesso che questi seguiti, venendo costruiti prima con lo scopo di vendere e poi con quello di raccontare, approdino in sala (o in streaming, che dir si voglia) con qualcosa che riproduce pedissequamente quanto fatto in precedenza. Saghe come Halloween, Venerdì 13, Non aprite quella porta, Nightmare ma anche più recenti come The Conjuring o Paranormal Activity sono piene di pellicole che seguono questi schemi; persino il recentissimo Smile 2, uscito appena un anno fa e “soltanto” secondo capitolo, si dimostra incagliato in una struttura che ripete pezzo per pezzo quanto fatto con il predecessore, senza nessun cambiamento davvero degno di nota.

    È naturale quindi che, davanti all’annuncio di un seguito di The Black Phone, si manifestassero due concetti estremamente semplici: da un lato l’operazione era quasi inevitabile, visto l’enorme successo (160 milioni a fronte di un budget di 18!) commerciale e di pubblico, ma dall’altro il film sembrava aver raccontato tutto, senza che si sentisse il bisogno di aggiungere altro. Invece ci sbagliavamo tutti.

    Disclaimer: Nell’articolo saranno presenti spoiler sulla pellicola precedente. Se non l’avete vista, è caldamente sconsigliata la lettura.

    Le regole dei sequel

    “La quantità di morti deve essere maggiore. Le scene di morte devono essere molto più elaborate, con più sangue e violenza. Ma soprattutto, se vuoi che il tuo film diventi un franchise di successo, non devi mai e poi mai pensare che il killer sia morto”

    Randy – Scream 2 (Wes Craven, 1997)

    1982: sono passati quattro anni dagli eventi del primo film e Finney, turbato profondamente dall’uccisione del Rapace, cerca di reagire al trauma attraverso risse e droghe leggere. Nel frattempo, la sorella Gwen ricomincia ad avere degli strani incubi legati ad alcuni bambini brutalmente uccisi ed allo squillo continuo di un telefono. Saranno proprio queste visioni a condurla, assieme al fratello ed al compagno di scuola Ernesto, ad Alpine Lake, un campo cristiano per giovani ragazzi che sembra avere un legame con la loro defunta madre.

    Lo spunto di partenza è molto semplice ma estremamente funzionale nel presentare un capitolo profondamente differente dal precedente. È chiaro infatti fin da subito come il focus del film sia, questa volta, molto più sull’elemento sovrannaturale (solamente di contorno nel precedente) decidendo quindi di porre al centro delle vicende Gwen, invertendo sostanzialmente i ruoli presentati nel capitolo precedente. La struttura narrativa si compone di step molto semplici, partendo forse con un’eccessiva lentezza nei primi momenti ma capace, una volta ingranate appieno le marce, di procedere poi senza freni. Lasciate da parte le atmosfere cittadine della periferia, l’orrore si sposta quindi nelle foreste innevate delle montagne del Colorado sfoggiando una violenza estrema mai nascosta e, con essa, una volontà di osare forse più. Favoriti infatti dalla natura più sovrannaturale, è facile con il proseguo delle vicende ritrovarsi davanti a scene meno “realistiche” e molto più votate alla spettacolarità della scena: l’utilizzo dei sogni infatti porta Derrickson a costruire intere sequenze “alla NightmareI guerrieri del sogno su tutti – tra personaggi che fluttuano poiché afferrati in sogno, personaggi che compaiono e scompaiono continuamente ed elementi molto più grotteschi legati al villain ed alle sue azioni.

    Inferno di ghiaccio

    “Per ch’io mi volsi, e vidimi davante e sotto i piedi un lago che per gelo avea di vetro e non d’acqua sembiante”

    Inferno, Canto XXXII

    Non solo la citazione a Dante ci permette di inquadrare un interessantissimo parallelismo con l’ambientazione del film, ma permette di addentrarsi ulteriormente in una narrazione che costruisce attorno alle citazioni di stampo (o fondo) religioso una buona parte del suo immaginario. L’aspetto spirituale e religioso – presente anche nel primo, ma marginalmente – guadagna qui un ruolo centrale: un dono a metà tra la maledizione e la benedizione, il rapporto con la morte e gli spiriti, la decisione di approcciarsi ad una situazione seguendo gli insegnamenti di un credo o una spinta personale, sono tutti strumenti che permettono di costruire un coming of age di stampo sovrannaturale degno di un racconto di King (non a caso le basi, anche di questo seguito, provengono proprio dal figlio Joe Hill, autore del racconto d’ispirazione).

    Derrickson si presenta qui a briglia più sciolta rispetto al capitolo precedente, utilizzando maggiormente le sequenze oniriche girate in Super 8 (di squisita Sinister-iana memoria) donando quindi al racconto un’impronta visiva propria e mai banale, con movimenti continui funzionali al turbamento ed all’angoscia delle sequenze che fanno da contraltare ai momenti “reali”, in cui la camera è spesso ferma o votata a movimenti precisi e calcolati.

    La fotografia svolge un ottimo lavoro nel presentare luoghi che risultino contemporaneamente bellissimi e spaventosi, aiutata senz’altro dalle ottime musiche composte per l’occasione dal figlio Atticus Derrickson accompagnate dall’ormai iconico brano di apertura. Ottime anche le performance attoriali dei protagonisti, con un Mason Thames – ormai star dopo il successo del precedente ma soprattutto del remake live action di Dragon Trainer – qui chiuso in sé stesso ma capace, in un momento di debolezza, di sfoggiare tutta il suo talento in crescita, ma soprattutto con una Madeline McGraw davvero in splendida forma e che porta sullo schermo un personaggio che acquista sempre più consapevolezza di sé e riesce ad essere “forte e indipendente” ma non banale. Più sacrificato nel minutaggio Ethan Hawke ma che, nelle sequenze in cui è presente, rende il suo Rapace (se possibile) ancora più minaccioso e iconico che in precedenza, anche grazie al suo prendersi meno sul serio; secondari i ruoli per Jeremy Davies, che ritorna come padre di Finney e Gwen, e Demián Bichir, qui nei panni del supervisore di Alpine Lake, ma che comunque fa sempre piacere vedere a schermo, esattamente come è apprezzabilissimo il cameo di James Ransone.

    Conclusioni

    Abbandonando le atmosfere più grounded del precedente in favore di quelle più sovrannaturali costruite dall’idolo personale Wes Craven con la saga di Nightmare, Scott Derrickson ed il collaboratore di fiducia alla sceneggiatura C. Robert Cargill costruiscono un sequel capace di espandere quanto fatto con il precedente senza risultarne una banale riproposizione, permettendo la costruzione di un racconto che, a posteriori, possiamo vedere come una faccia opposta della medaglia rispetto al precedente.

    Evoluzione dei personaggi, il ritorno di un villain che non risulta banale o già visto e l’aumento massiccio di violenza e azione: non va dato per scontato che, qualora abbiate apprezzato il precedente, questo incontri i vostri gusti (e vale perciò anche il contrario), ma raramente in tempi moderni si è visto un sequel così coraggioso nel cambiare le carte in tavola e di ciò non possiamo che esserne felici.

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    Mattia Bianconi,
    Redattore.
  • I migliori cinecomic che non hanno mai visto la luce

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    In un universo cinematografico pesantemente invaso dai cinecomic, con notizie quotidiane su film in uscita, rumor, casting, aggiornamenti sul boxoffice e quant’altro, ogni tanto fa bene fermarsi e contemplare questo sistema dall’alto, come in volo sul pianeta Terra, per osservare tutto quello che esiste, e tutto quello che non è mai diventato realtà.

    Da grandi poteri derivano grandi responsabilità

    Oggi forse siamo un po’ stanchi di tutti questi film sui supereroi che invadono le sale, ma il cinecomic è un genere importante per almeno due ragioni: da un lato, boxoffice che mantiene tutta la filiera, e dall’altro perché queste narrazioni pompate e rutilanti sono specchio del nostro presente, con tutte le sue complessità e sfide. Così come l’horror, la fantascienza e molti altri generi di consumo, anche i cinecomic hanno attraversato fasi storiche che a loro modo hanno raccontato la contemporaneità, soprattutto nelle minacce affrontate dai vari supereroi: dalla bomba all’idrogeno all’inizio di Superman II all’attenzione per il trauma collettivo post undici settembre fino al ritorno più recente di tensioni ideologiche dei villain.

    In questo senso è interessante anche analizzare quei prodotti che per varie ragioni non sono mai diventati realtà, il più delle volte sospesi ai primi stadi di produzione ma in altri casi cancellati addirittura una volta ultimati. Siccome sarebbe impossibile risalire a un elenco esaustivo di tutti i cinecomic che non hanno mai visto la luce, qui ci si limita a segnalare quelli le cui premesse li avrebbero senza dubbio resi prodotti interessanti per il loro tempo.

    Spider-Man: James Cameron, Sam Raimi e i Sinistri Sei

    Spider-Man è forse il supereroe più amato del grande schermo, perché nonostante i superpoteri è quello più umano: a fronte dell’alter ego fortunato infatti si abbina l’identità segreta di Peter Parker, invischiato con le ordinarie difficoltà della vita dei comuni mortali. Forse per questo l’incarnazione di Tobey Maguire sotto la regia di Sam Raimi resta ancora oggi la più apprezzata. E, al di là di Spider-Man: No Way Home, questo Peter Parker sarebbe potuto tornare in un quarto episodio notoriamente programmato per il 2011 e successivamente cancellato a favore di una nuova iterazione del personaggio. Di Spider-Man 4 si sa che John Malkovich e Anne Hathaway sarebbero stati i villain principali, nei panni rispettivamente dell’Avvoltoio e di Black Cat, ma che sarebbero stati presenti anche altri famosi avversari dell’arrampicamuri in un divertente montaggio che lo avrebbe visto affrontarli tutti quanti: tra di essi ci sarebbero stati Shocker, Prowler, Stilt-Man, Rhino e Mysterio interpretato da Bruce Campbell al suo usuale cameo nei film di Raimi.

    Voglia di supercattivi? The Amazing Spider-Man 3 di Marc Webb con Andrew Garfield avrebbe dovuto portare per la prima volta sullo schermo il mitico supergruppo dei Sinistri Sei. Nel film Peter Parker avrebbe scoperto una formula per riportare in vita i morti, così da risvegliare l’amata Gwen Stacy che sarebbe diventata Spider-Gwen, ma avrebbe resuscitato per errore anche Richard Parker, George Stacy, e Norman Osborn, con quest’ultimo che sarebbe diventato leader dei Sinistri Sei la cui formazione era stata suggerita già nelle post credits dei due episodi precedenti. Spider-Man avrebbe dunque affrontato Goblin, Lizard, Electro, Rhino, Black Cat e Avvoltoio avviando una nuova serie di spin-off sui cattivi di Spider-Man da proseguire con uno stand-alone su Venom.

    Lo Spider-Man più intrigante di tutti però risale agli anni Novanta, quando James Cameron lavorò alacremente a un trattamento a metà tra uno script e uno storyboard, che proponeva una versione molto oscura del personaggio, forse influenzata dal Batman di Tim Burton, che lo trattava come un freak incapace di gestire i propri disumani poteri. L’adattamento prevedeva linguaggio esplicito, scene di sesso e Arnold Schwarzenegger come Dr. Octopus. Alla fine il progetto non fu realizzato a causa di problemi legali ed economici della Marvel e delle altre compagnie coinvolte nel progetto, e alcune idee furono riciclate nella trilogia di Sam Raimi.

    Batman: sequel, reboot e adattamenti audaci

    Dopo Spider-Man, l’altro personaggio più amato dal pubblico è Batman, il supereroe più trasposto in assoluto al cinema. Sia Tim Burton che Joel Schumacher desideravano realizzare un terzo film per le loro trilogie tra gli anni Ottanta e Novanta: Batman Continues di Burton avrebbe affrontato l’Enigmista interpretato da Robin Williams e il ritorno della Catwoman di Michelle Pfeiffer, mentre Batman Triumphant di Schumacher prevedeva il ritorno di Jack Nicholson come Joker, affiancato da Madonna nei panni di Harley Quinn e Nicolas Cage come Spaventapasseri. Entrambi i film furono cancellati perché Warner Bros. decise di prendere altre direzioni con Batman.

    Tuttavia, ancora una volta la versione più originale sarebbe stata realizzata da un autore relativamente inaspettato, ossia Darren Aronofsky. Fresco del successo di Requiem for a Dream, Warner Bros. gli affida un adattamento di Batman: Anno Uno di Frank Miller, che affianca il regista alla sceneggiatura. Il loro lavoro è fedele allo spirito del fumetto ma si prende anche molte libertà, rendendo Batman un eroe sospeso tra il noir e l’hard boiled e ispirato ai polizieschi degli anni Settanta come Il giustiziere della notte e Taxi Driver. In questo film Gotham è una città caotica e sovraffollata, Bruce Wayne è un barbone, e Alfred è sostituito da Little Al, un meccanico che modifica un’auto per renderla la Batmobile. Aronofsky vuole Joaquin Phoenix (in altre fasi si valuta persino Clint Eastwood), ma la produzione gli impone Freddie Prinze Jr. e alla fine blocca il progetto perché troppo cupo: gran parte delle idee verrà ripresa anni dopo da The Batman di Matt Reeves e da Joker di Todd Philips, con protagonista proprio Phoenix.

    All’interno degli universi cinematografici contemporanei diventa più complicato risalire alle diverse versioni ipotizzate per i vari film, ma risulta interessante il pitch di Ben Affleck per il suo film di Batman come regista e attore principale, che sarebbe dovuto essere parte del DC Extended Universe e mostrare un uomo pipistrello detective che si affidava a gadget fantascientifici in stile James Bond. Il progetto fu sospeso quando si decise di accantonare l’universo di Zack Snyder e Matt Reeves subentrò alla regia decidendo per una diversa caratterizzazione di Batman con protagonista Robert Pattinson.

    DC Comics: Superman, Justice League e tutti gli altri

    Se Batman è sempre stato la punta di diamante della DC Comics, certo non si può scordare l’eroe più forte sia Superman. Al di là del mai realizzato Superman V con Christopher Reeve (a causa dell’insuccesso critico e commerciale del quarto capitolo), il più celebre tra i film accantonati sull’uomo d’acciaio è Superman Lives di Tim Burton, previsto per la fine degli anni Novanta ma abbandonato per il caos intorno alla sceneggiatura. L’interprete sarebbe stato Nicolas Cage, con Sandra Bullock ad affiancarlo come Lois Lane. La trama prevedeva i complessi di Clark Kent che temeva di uccidere Lois durante un rapporto sessuale e un ragno gigante: di quest’ultimo abbiamo un surreale assaggio in The Flash di Andy Muschietti.

    Persino della Justice League si parlò molto prima che Zack Snyder ne realizzasse la propria controversa versione. Justice League: Mortal di George Miller fu bloccato a casting già completato a causa prima dello sciopero degli sceneggiatori del 2008 e poi per divergenze creative tra la produzione che voleva girare in Canada e il regista che preferiva la nativa Australia. Il cast comprendeva, tra gli altri, Armie Hammer (Batman), DJ Cotrona (Superman), Megan Gale (Wonder Woman), Adam Brody (Flash) e Common (Green Lantern). Secondo la sceneggiatura Batman avrebbe radunato gli altri eroi per combattere l’alleanza formata da Maxwell Lord e Talia al Ghul, con prevista molta violenza sullo schermo.

    Persino lo scontro Batman v Superman visto nel film di Zack Snyder sarebbe dovuto essere anticipato di anni da parte di Wolfgang Petersen, regista di Troy, che aveva già scelto Johnny Depp per Bruce Wayne e Josh Hartnett per Clark Kent. La trama però sarebbe stata più o meno la stessa: un Batman sempre più isolato avrebbe combattuto contro un Superman vedovo di Lois Lane, per poi unire le forze per combattere contro Joker e Lex Luthor. Lo sceneggiatore Akiva Goldsman inserì come easter egg una locandina di questo film nella Times Square post-apocalittica di Io sono leggenda, scritto sempre da lui.

    Altri progetti DC che non videro mai la luce sono Wonder Woman di Joss Whedon con Cobie Smulders (i due avrebbero poi lavorato insieme ad Avengers, e il regista avrebbe completato il Justice League di Snyder), Flash di David S. Goyer (sceneggiatore della trilogia del Cavaliere Oscuro e regista di Blade: Trinity) con Ryan Reynolds e Plastic Man delle Sorelle Wachowski con Keanu Reeves.

    Marvel Comics: il pre-Marvel Cinematic Universe

    Se l’universo DC sembra caotico è perché non abbiamo ancora parlato della Marvel, che prima di concepire il colossale Marvel Cinematic Universe (ma anche dopo) ha visto una miriade di progetti abbandonati che avrebbero potenzialmente coinvolto diversi talent. L’esempio più surreale è Oliver Stone, che negli anni Novanta doveva dirigere Elektra: Assassin con protagonista l’ex pallavolista Gabrielle Reece. La compagna di Daredevil sarebbe comparsa anche in un film su di lui prodotto da Chris Columbus nello stesso periodo, ma pure in questo caso non se ne fece nulla. Entrambi i progetti sfumarono poi negli adattamenti del 2000 con Ben Affleck e Jennifer Garner.

    L’Elektra di Jennifer Garner torna inaspettatamente in Deadpool & Wolverine, 34° film ufficiale del MCU che gioca con le premesse del multiverso. Accanto a lei vi è pure il Gambit di Channing Tatum, altro grande sfortunato tagliato fuori dal programma degli X-Men a causa della confusione generata tra passaggi di diritti. È solo uno dei tanti spin-off dei mutanti a non aver visto la luce, il più illustre dei quali è senza dubbio Magneto, che avrebbe dovuto seguire lo stand-alone su Wolverine e mostrare l’iconico villain nella sua infanzia come ebreo nella Germania nazista (storia poi ripresa in X-Men – L’inizio).

    Altro personaggio tormentato è Doctor Strange, di cui si sono affacciate due versioni irrealizzate decisamente oscure e violente: una negli anni Novanta del maestro slasher Wes Craven (Nightmare, Le colline hanno gli occhi, Scream) e l’altra diretta da Guillermo Del Toro e scritta da Neil Gaiman che si sarebbe svolta negli anni Venti. A proposito di grandi nomi, sulla scia del successo di Superman di Richard Donner, negli anni Ottanta la Marvel valutò un film su Silver Surfer con riferimenti a 2001: Odissea nello spazio e musicato da nientemeno che Paul McCartney.

    Quando la produzione stacca la spina in ritardo: The Fantastic Four e Batgirl

    Come chiusura, citeremo i due casi più bizzarri mai occorsi in fatto di film che non hanno mai visto la luce, ossia quei prodotti che sono stati ultimati per poi non essere distribuiti. Il primo è The Fantastic Four del 1994, film indipendente tedesco prodotto da Bernd Eichinger e Roger Corman, realizzato con la specifica volontà di non distribuirlo ma con l’unico scopo di mantenere i diritti di sfruttamento del supergruppo. Basato su un’origin story formulaica ed effetti speciali artigianali a basso costo, The Fantastic Four fu realizzato con impegno dal regista Oley Sassone e dal cast, del tutto inconsapevoli che non sarebbe mai stato distribuito. Le copie pirata circolanti del film ne hanno sempre confermato la natura scarsa ma genuina.

    L’altro caso analogo, stavolta in casa DC, è molto più recente: si tratta di Batgirl di Adil El Arbi e Bilall Fallah, realizzato nel 2022 come esclusiva di HBO Max parte del DC Extended Universe, inaspettatamente ritirato da Warner Bros. Discovery per ragioni fiscali. Nonostante il budget di 90 milioni di dollari lo renda uno dei film più costosi della storia ad essere prodotto ma non distribuito, la decisione di sospenderlo fu presa per evitare le spese di post-produzione nell’ottica di ristrutturazione della compagnia. Questa manovra ha dato vita ai nuovi DC Sudios guidati da James Gunn e Peter Safran, che nel 2025 hanno realizzato Superman di Gunn come primo film.

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    Enrico Borghesio,
    Redattore.
  • Sotto la maschera di Michael Myers – Dietro le quinte di Halloween

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    Nel 1976, Irwin Yablans e Moustapha Akkad rimasero profondamente affascinati dal talento di un giovane regista emergente, John Carpenter, grazie al suo lavoro in Distretto 13. Colpiti dalla capacità di un appena ventiseienne di girare un thriller ad alta tensione e con un budget ridottissimo (100.000 dollari), i due produttori decisero di affidargli la regia di un progetto che Yablans aveva in mente da un po’: un horror a basso costo incentrato su un killer psicopatico che uccide le babysitter. Carpenter accettò l’incarico, a patto di ottenere il pieno controllo creativo sul progetto. Deciso a curare personalmente ogni aspetto della pellicola, dalla scrittura alla regia, fino alla colonna sonora, iniziò a lavorare al film con la compagna dell’epoca, la sceneggiatrice e produttrice Debra Hill. Insieme, diedero vita al capostipite del sottogenere slasher, un’opera destinata a ridefinire il concetto di paura e a trasformare per sempre il cinema horror: Halloween.

    La genesi del male – Scrittura e pre-produzione

    Moustapha Akkad mise a disposizione 300.000 dollari, fondi avanzati dal suo progetto precedente, Lion of the Desert. La sceneggiatura del film fu scritta in circa tre settimane. Carpenter e Debra Hill scelsero di ambientare la storia durante la notte di Halloween, portando avanti la loro idea iniziale secondo cui “non si può uccidere il male assoluto”. Nacque così la storia di un bambino di sei anni, Michael Myers, che viene internato in un ospedale psichiatrico dopo aver ucciso sua sorella maggiore. Quindici anni dopo, evade e torna nella sua città natale dove inizia una nuova serie di omicidi, incrociando la strada della giovane babysitter Laurie Strode.

    Hill si concentrò sulla creazione di personaggi femminili realistici, mentre Carpenter dedicò particolare attenzione al dottor Loomis, destinato a diventare un elemento centrale della trama. Molti dettagli del film furono ispirati alle esperienze personali dei due sceneggiatori: il nome della città di Haddonfield venne scelto in omaggio al luogo d’infanzia di Hill, Haddonfield, New Jersey, e i nomi delle strade furono presi da quelli di Bowling Green, la città del Kentucky dove Carpenter trascorse parte della sua giovinezza. Michael Myers fu chiamato in onore del produttore inglese che portò Distretto 13 nel Regno Unito, mentre il nome del dottor Loomis derivava da Sam Loomis, il fidanzato di Marion Crane (Janet Leigh) in Psycho (1960), il film che più di tutti influenzò Halloween.

    Per il ruolo di Laurie, Carpenter valutò diverse giovani attrici emergenti, dovendo tener conto del budget limitato. Fu Debra Hill a suggerire Jamie Lee Curtis, non solo per il suo talento, quanto anche per la popolarità di sua madre, Janet Leigh. Il veterano Donald Pleasence fu invece suggerito da Yablans per interpretare il dottor Loomis.

    Per rappresentare il male assoluto, la totale mancanza di umanità, la maschera dell’assassino doveva essere totalmente inespressiva. Tommy Lee Wallace, scenografo e co-montatore del film, acquistò per circa due dollari una maschera del Capitano Kirk (William Shatner) di Star Trek, gli allargò le cavità degli occhi e la dipinse di bianco.

    La regia di Carpenter

    Halloween fu girato nella primavera del 1978 in circa venti giorni, prevalentemente a Pasadena, California. A causa della stagione, la crew ebbe difficoltà a trovare zucche per le decorazioni e utilizzò foglie artificiali dipinte per ricreare l’atmosfera autunnale. Le famiglie del quartiere parteciparono come comparse, vestendo i propri figli con costumi di Halloween per le riprese.

    Carpenter lavorò in particolare con Jamie Lee Curtis per ottenere l’effetto di terrore desiderato dalla sua performance. Come ricordò l’attrice, il regista ideò un “misuratore della paura” per aiutarla a orientarsi tra le scene, in quanto il film non fu girato in ordine cronologico. Il misuratore andava da 1 a 10, e ogni livello corrispondeva a un’intensità diversa nelle espressioni facciali e nelle urla.

    Con Nick Castle, interprete di Michael Myers, Carpenter fu ancora più essenziale. Per il regista, la motivazione del personaggio di Myers si limitava a spostarsi da un punto A a un punto B, senza provare o mostrare alcun tipo di emozione. L’unica indicazione significativa che diede a Castle riguardò la scena dell’omicidio di Bob, in cui gli chiese di inclinare la testa e osservare il cadavere come se fosse “una collezione di farfalle”.

    L’essenzialità nella regia e l’uso estremamente sapiente del budget limitato permisero ad Halloween di diventare un capolavoro del genere horror, capace di evocare il terrore nel pubblico anche con pochi, studiati dettagli visivi e sonori. Come scritto anche dal critico cinematografico Roger Ebert, “mostrare della violenza sullo schermo è facile, ma farlo bene è decisamente difficile”. A questo proposito, il piano sequenza iniziale, girato interamente in soggettiva, è un capolavoro di costruzione della tensione e coinvolgimento emotivo, che stabilisce il tono dell’intero film. Il punto di vista utilizzato da Carpenter è cruciale, poiché trasforma l’atto di violenza in un’esperienza voyeuristica.

    Mentre la macchina da presa si muove fluidamente tra le stanze della casa, lo spettatore è guidato attraverso un ambiente familiare, ora carico di una tensione opprimente. La musica, che si fa strada nel silenzio, amplifica il senso di anticipazione, scandendo i secondi che ci separano dall’omicidio di Judith, creando un vero e proprio conto alla rovescia.

    Quando il giovane Michael Myers entra nella camera della sorella, il culmine della tensione è raggiunto. Vediamo attraverso i suoi occhi non solo la lama affondare, ma anche il movimento stesso del coltello. Lo sguardo di Michael (e il nostro) sembra studiare attentamente l’atto, come se volesse analizzarne ogni particolare. Questa calma e freddezza, tuttavia, si scontrano con l’orrore di ciò che stiamo osservando: un coltello che colpisce ripetutamente una giovane ragazza.

    Il culmine di questa sequenza si verifica quando, dopo l’omicidio, Michael torna in strada e gli viene tolta la maschera. Questo momento è emblematico: il volto innocente e inespressivo del bambino, contrasta in modo stridente con l’atto terribile appena compiuto. Questo (non) volto diventa così simbolo di un male inarrestabile e, soprattutto, incomprensibile.

    La voce del silenzio – Le musiche del film

    Per il tema principale, “Halloween Theme”il regista si ispirò a un esercizio che suo padre gli aveva insegnato al bongo, trasferendo poi quella tecnica al pianoforte. Le sue note funsero quasi da voce per il silenzioso Michael Myers, accompagnandolo nella sua scia di omicidi. Il suo utilizzo ripetuto lungo tutto il film contribuì a mantenere un senso costante di angoscia e di pericolo imminente. Caratterizzato dal contrasto tra le note acute del pianoforte e un sottofondo percussivo elettronico costruito su un motivo ripetitivo, semplice ma abilmente strutturato, l’ “Halloween Theme” si è con gli anni fuso in maniera indissolubile con il personaggio, donando al film e all’intero franchise una vera e propria identità. Di contro, il “Laurie’s Theme” offre una melodia più dolce e malinconica, opposta non solo al tema principale, ma a tutti i motivi musicali associati al personaggio di Michael, rendendo Laurie l’antitesi dell’assassino.

    L’intera colonna sonora, che Carpenter ha dichiarato di aver completato in appena tre giorni, immerge lo spettatore in un paesaggio sonoro di continua tensione, contribuendo a costruire il mondo di Halloween al pari delle immagini.

    L’eredità di Halloween

    Halloween diede la spinta definitiva alla consacrazione del sottogenere slasher. Spesso definito il primo vero esempio di questo filone, il film di Carpenter trasse grande ispirazione dai precursori del genere degli anni ‘60 e ‘70, tra cui L’occhio che uccide (Michael Powell, 1960)Psycho (Alfred Hitchcock, 1960) e Reazione a catena (Mario Bava, 1971). In opere come Non aprite quella porta (Tobe Hooper, 1974) e La città che aveva paura (Charles B. Pierce, 1976), si possono rintracciare numerosi elementi che sarebbero poi diventati tipici del genere, tuttavia, è stato il successo travolgente di Halloween a dare vita e visibilità a una nuova ondata di film horror. Questo successo ha aperto la strada a dei franchise di grande successo, come la saga di Venerdì 13 (Sean S. Cunningham, 1980), che ha dato vita al personaggio di Jason Voorhees, e quella di Nightmare (Wes Craven. 1984), che ha introdotto Freddy Krueger.

    Ma soprattutto, Halloween ha dato vita a numerosi sequel (tra cui ben due retcon). Nonostante l’ampia produzione di questi film, i risultati sono spesso stati discutibili e variabili in termini di qualità e innovazione.

    Ritorno alle origini – Il remake di Rob Zombie

    Nel 2007, Rob Zombie ha diretto una reinterpretazione audace e personale del film di Carpenter, offrendo una nuova visione della storia. Il film si apre con un’introduzione magistrale di quaranta minuti, durante la quale Zombie approfondisce il personaggio di Michael Myers, esplorando il suo passato e le esperienze che hanno contribuito alla sua trasformazione in mostro.

    A differenza della versione originale, Zombie non si limita a ritrarre il killer come una figura puramente malvagia. Al contrario, presenta una dimensione di umanità insita in Michael, che emerge in relazione alle uniche due persone che ama davvero: sua madre e sua sorella minore. Vorrebbe proteggerle ad ogni costo, ma, paradossalmente, è proprio questa sua natura che finisce per inghiottire ogni cosa intorno a loro, rendendo la sua evoluzione ancora più tragica e complessa. La visione di Zombie trasforma così Michael Myers in un personaggio multi sfaccettato, invitando il pubblico a riflettere sulle radici della sua violenza e sulla perdita della sua umanità.

    La reinterpretazione di Zombie ha suscitato reazioni contrastanti tra i fan e i critici, ma ha certamente riacceso l’interesse per la saga di Halloween, dimostrando che il mito di Michael Myers continua a evolversi e a catturare l’immaginazione del pubblico, anche decenni dopo la sua prima apparizione.

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    Simone Pagano,
    Redattore.
  • Il reboot di Scream ci dice qualcosa sul rapporto tra horror e femminile

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    In breve: nel 2015 ci lascia a 76 anni il demiurgo del franchise di Scream, Wes Craven, e nel 2017 con il famoso articolo del New York Times scoppia lo scandalo di Harvey Weinstein che porta alla chiusura della sua casa di produzione e distribuzione Dimension Film. La Spyglass Media Group rileva i diritti della saga per realizzarne un reboot e nel 2022 esce Scream, definito un ‘requel’ dagli stessi protagonisti, crasi fra reboot e sequel, un nuovo inizio che riprende vecchi personaggi affiancati dai nuovi (e che per maggior chiarezza d’ora in poi sarà chiamato Scream-requel). Subito l’anno dopo Scream VI si pone come diretto seguito del quinto mantenendo la nuova identità del reboot, ma in un contesto seriale che guarda alla continuità con la saga originale. Entrambi i capitoli sono diretti dalla coppia Gillett – Bettinelli-Olpin, sceneggiati da quella Vanderbilt – Busick, e hanno ottima accoglienza al botteghino, con Scream VI che diventa addirittura il capitolo più remunerativo dopo il primo grazie ai suoi 169.1 milioni d’incasso. A scindersi è invece la critica cinematografica, perché una fetta meno lusinghiera evidenzia come Scream-requel calchi un po’ stancamente la trama del capitolo pilota, mentre una più entusiasta mette in luce la capacità di Scream VI di riprendere con originalità l’evoluzione della saga di Craven, rispettando l’ampliamento del setting uguale a Scream 2 (prima dalla fittizia Woodsboro al college di Windsor, ora da Woodsboro a New York), e le ‘regole’ del sequel: “Il numero dei morti aumenta; Gli omicidi sono sempre più elaborati con più sangue e più violenza; Mai e poi mai pensare che il killer sia morto”.

    La final girl in Scream

    Appurato che piazzandosi in una via di mezzo fra un sequel e un reboot la nuova saga-requel ripropone a grandi linee le linee narrative dei primi due capitoli, dovremmo chiederci: cos’è che rende Scream, appunto, un franchise? In altre parole: pur variando, qual è la costante immutabile che permette alla saga di sopravvivere nel tempo anche con tutti i difetti che può portarsi dietro? Cos’è che desta sempre nuovo interesse nel pubblico? A ben vedere, infatti, Scream si differenzia da altre saghe horror come quella di Nightmare (sempre di Craven, fra l’altro), perché la costante non è l’assassino mascherato (Ghostface, che cambia in ogni film), ma sono i protagonisti, su tutti Sidney Prescott e Gale Wathers nella prima saga, e Sam Carpenter e Tara Carpenter in quella requel: un fatto connette sempre il nuovo film agli assassini del precedente, anche quando non vengono coinvolti direttamente vecchi protagonisti del primo film. Scream appartiene al sottogenere horror dello slasher (quello dove un killer armato di lama uccide uno ad uno i personaggi avviando il celebre ‘body count’, il ‘conteggio dei corpi’ delle vittime), e gran parte della forza del franchise ha sempre risieduto nel carisma delle due ragazze protagoniste, a tal punto da aver segnato una svolta per la concezione del femminile nel sottogenere di appartenenza.

    Scream esce nelle sale nel 1996 e sin da subito gli viene assegnata l’etichetta di neo-slasher inaugurando una nuova era per il genere, quella dell’autoriflessione e dell’intertestualità della cultura horror popolare volte a svelare le regole del genere per poi contraddirle e decostruirle. Fra le varie riformulazioni di Scream c’è quella del topos della ‘final girl’, termine coniato dalla teorica femminista Carol J. Clover nel 1987 che, pensando al filone degli anni ‘70 e ‘80, la definisce come L’unico personaggio femminile che mentre viene inseguito, ferito o messo alle strette dall’assassino, è costretto a sopportare il trauma di trovare i corpi mutilati dei suoi amici, abbastanza a lungo da essere salvata o uccidere lei stessa il killer1. La final girl è l’eroina finale, insomma, le cui regole impostate dallo slasher classico sono riprese da Scream a partire dalle sue famose ‘tre regole’ per anticipare le mosse dell’assassino e sopravvivere: non si deve mai fare sesso (l’amplesso equivale a morte); mai ubriacarsi o drogarsi; non dire mai “Torno subito”. Negli anni ‘80 questi topoi narrativi trovavano giustificazione nelle politiche di Ronald Reagan che condannavano duramente chi prendeva parte al sesso libertino o consumava sostanze stupefacenti, intrappolando così la final girl nelle sue caste ma salvifiche virtù. Negli anni ‘90 i ‘movimenti femministi della terza ondata’ (nata grazie a opere letterarie come Il mito della bellezza di Naomi Wolf, o i due lavori di Judith Butler Questione di genere e Corpi che contano) ampliano la definizione di liberazione sessuale incoraggiando le donne a comprendere ed esprimere liberamente la propria identità di genere, per abbracciare così la sessualità come strumento di potere e di autodeterminazione. La società comincia ad acquisire una nuova sensibilità e con essa anche lo specchio del cinema, che in casi come Scream diviene prodotto e co-agente dei mutamenti culturali di fine millennio.

    Drew Barrymore, all’epoca ventunenne, sarebbe stata la final girl perfetta, famosissima fra la gen-X, sexy, innocente… peccato esca di scena dopo appena 5 minuti

    Scream ribalta infatti lo stereotipo della donna perennemente in pericolo, sessualizzata e stalkerizzata, risalente a un periodo in cui il genere horror – e in particolar modo lo slasher – era considerato appannaggio prevalentemente degli uomini, tanto per chi stava dietro alla macchina da presa (era pressoché impossibile trovare registe donne), quanto per chi si sedeva sulle poltrone dei cinema: prima del film di Craven la ragazza in pericolo era oggetto dello sguardo maschile e, per esempio, affinché prendesse corpo la magia dell’identificazione dovevano esserle proibiti i rapporti sessuali (eroismo e forza, sì, ma sempre da una prospettiva virile). Fra le varie riformulazioni di Scream la final girl non cambia solo qualitativamente, ma quantitativamente: per la prima volta non è più una sola ma sono ben due (Sidney Prescott e Gale Weathers). Dal punto di vista qualitativo agisce l’infrazione delle ‘tre regole’: il personaggio di Sidney (Neve Campbell) prima rifiuta il bacio del ragazzo Billy salvo poi perdere la verginità con lui verso il finale, proprio un attimo prima di scoprire la sua vera identità di killer mascherato. Craven sovverte quindi il topos della punizione del desiderio sessuale mostrandoci in prima istanza lo stereotipo classico di una Sidney piuttosto reticente, salvo poi prendere in contropiede lo spettatore sul finale lasciandola sopravvivere alla carneficina (nonostante il desiderio sessuale), e addirittura uccidere l’assassino con cui era appena stata a letto. Accanto a Sidney c’è la collaboratrice dell’uccisione del villain, Gale Weathers (Courtney Cox), presentata come una donna in carriera, indipendente, e sessualmente disinibita (intraprenderà anche una storia d’amore con il personaggio di Linus Riley), un’alleanza così atipica da venire addirittura definita “una sorta di politica di coalizione per la Terza Ondata”2, soprattutto se si pensa al gioco d’attesa iniziale dove l’icona della generazione X, Drew Barrymore (la bambina di E.T l’extra-terrestre), viene brutalmente uccisa per prima da Ghostface lasciando di stucco chiunque si aspettasse di trovarla nei panni dell’eroica final girl di turno. Wes Craven ha fornito una nuova rappresentazione di “girl power” e costretto di conseguenza i generi cinematografici a riformulare i loro canoni, specialmente il genere horror dove la ragazza era sempre oggetto voyeuristico del maschio: Scream problematizzava la definizione classica di ‘final girl’ teorizzata da Clover, cessando di essere la ragazzina innocente e sessualmente repressa per permettere un’identificazione, finalmente, anche femminile.

    My father was a murderer!: il lato oscuro delle nuove eroine

    Nella saga-requel di Scream le final girls sono le figlie di Billy Loomis, le sorelle Carpenter Tara (Jenna Ortega) e Sam (Melissa Barrera), che mantengono così la legacy del film con i predecessori e legano anche differenti generazioni di fan con la garanzia della continuità del franchise. Tara vorrebbe andare avanti con la vita e lasciarsi alle spalle il retaggio terrificante mentre Sam è tormentata dallo stigma dell’eredità maledetta, specialmente nel sesto film dove questa discendenza la rende responsabile agli occhi dei media degli omicidi avvenuti a Woodsboro l’anno prima, uno dei tanti fil rouge che unisce il personaggio di Sam a quello di Sidney (dal momento che Sidney in Scream 2 veniva ripetutamente accusata dai compagni di college di essere una delle cause degli omicidi di Woodsboro, cominciati proprio con l’uccisione di sua madre). La maledizione della discendenza di sangue con l’assassino permette non soltanto di richiamare i vecchi Scream ma anche di desumere come la saga-requel replichi, in realtà, un espediente comune a tanti e coevi reboot di film horror: la focalizzazione dell’attenzione su di un femminile con più ombre, meno tenero, più duro, più violento. Tre casi esemplari di remake sono usciti tutti nel 2013: quello de La Casa ha spostato l’attenzione da Ash al personaggio eroinomane di Mia, in Non aprite quella porta 3D (anche in questo caso un requel) la final girl Heather è cugina del serial killer Leatherface e decide addirittura di trascorrere il resto della sua vita con lui, mentre Lo sguardo di Satana – Carrie ha riportato sui grandi schermi una delle ragazzine più temute e pericolose della storia del cinema. Ma ancora: le streghe di The Neon Demon e di The Witch, l’alieno femminile di Under the skin, la ragazza cannibale di Raw – Una cruda verità, sono tutti personaggi con cui riusciamo sempre a empatizzare ma che non sappiamo se poter definire davvero ‘eroine’, avendo più cose in comune con i villain che con gli eroi, oltre che essere alimentate dalle loro trasgressioni passate, piuttosto che ostacolate da esse.

    Sulla destra la nuova final girl, Sam, ha appena trucidato il villain di turno indossando il costume di Ghostface. Affianco, la sorella Tara la osserva inquietata…

    My father was a murderer! tuona Sam alla fine di Scream VI dopo aver scaricato una raffica di pugnalate su uno dei villain di turno, Bailey (Dermot Mulroney). La legacy con Billy Loomis non poteva farsi più letterale di così, vedendo per la prima volta una delle final girl indossare il costume di Ghostface e ribaltare il finale canonico degli slasher, ossia il gioco del gatto e del topo, di vittima e di carnefice, in una scena in cui lo spettatore, anche se per un breve momento, assume il punto di vista del killer e teme invece la final girl – persino Tara proverà sgomento misto a spavento una volta terminata la furia di violenza della sorella. Questo nuovo aspetto del franchise ha l’intelligenza di recuperare il rifiuto del genere da parte della final girl che aveva teorizzato Clover mescolandolo con l’emancipazione e il ‘carattere agente’ delle ragazze introdotto da Scream. È per questo che Patricia Pisters afferma che l’horror contemporaneo non propone “final girls come vittime o come il loro opposto, ma come gamma di personaggi più complessi. […] Le eroine dell’horror contemporaneo non sono sempre ragazze gentili o personaggi con cui puoi simpatizzare perché sono vittime o supereroine. Solo quando accetteremo questa complessità emotiva e imperfetta ci sarà spazio per una rappresentazione femminile sullo schermo meno stereotipata3. In effetti Sam Carpenter è una final girl più coraggiosa e, soprattutto, più ambigua, minacciosa, violenta. “When I plunged the knife several times, I felt it was only flesh” dice il personaggio di Jason Carvey (Tony Revolori) all’inizio del sesto film: nella saga-requel la carne “è soltanto carne” ed è proprio il pedale pigiato sulla violenza un’altra caratteristica cardine del riavvio del franchise, che oltre a trovare giustificazione nel gioco metatestuale di scardinamento delle attitudini manieristiche dell’horror elevato contemporaneo, si rivela funzionale all’evoluzione dei personaggi delle final girls; la violenza più cruda e sporca azzera quasi del tutto l’ironia che ha sempre caratterizzato Scream, sia per un rinnovamento d’immagine (dopo che le varie parodie di Scary Movie o Shriek – Hai impegni per venerdì 17? avevano già sfruttato e portato al parossismo i vari espedienti comici della saga), sia per rendere meno sessualizzate ed erotiche le eroine finali.

    Infatti non si possono ignorare i riverberi di due fenomeni in particolare sulla rappresentazione del femminile al cinema: il movimento femminista #MeToo4 nato proprio a seguito dello scandalo riguardante il primo produttore di Scream, Harvey Weinstein, e l’emergere della cosiddetta ‘quarta ondata femminista’ che ha l’inclusione maschile tra i punti cardine più importanti nella lotta per l’emancipazione femminile: nella saga-requel di Scream lo spazio di congiunzione tra mondo maschile e femminile si situa anche al livello dei personaggi secondari come per esempio quello di Mindy Meeks (nipote del defunto Randy, altra legacy del film), il geek di turno incaricato di spiegare le ‘regole di sopravvivenza’; se fino a Scream 4 era sempre stato un maschio (prima Randy Meeks, poi Charlie Walker e infine Linus Riley), adesso Mindy dimostra che finalmente anche le ragazze possono essere vere appassionate di film horror, seguendo inoltre i cambiamenti culturali interni all’industria cinematografica stessa che già da un po’ di tempo vede emergere sempre più registe donne alla direzione di film dell’orrore, come Jennifer Kent (Babadook), Ana Lily Amirpour (A Girl Walks Home Alone at Night), Julia Ducournau (Titane), Nia DaCosta (Candyman), Veronika Franz (Goodnight Mommy), Karyn Kusama (Jennifer’s Body, The Invitation) e tante altre.

    Mindy mentre spiega le ‘regole’ del requel

    Enjoy that torch!. Il passaggio di testimone

    Per le modalità con cui il film affronta la sessualità, una delle eroine più analizzate dalle teorie femministe contemporanee è “Jay” Height di It Follows, che nel libro Final Girls, Feminism and Popular Culture (Palgrave Macmillan, 2020) è così commentata: “[la final girl del film] non diventa una “vendicatrice femminile, un’eroina femminista trionfante” (Clover 2015) che imbraccia le armi per sconfiggere aggressivamente i mostri. Jay trova semplicemente il modo di convivere con i suoi fantasmi, pur mantenendo da loro una distanza di sicurezza. Lei non è l’unica sopravvissuta, alla fine ha sua sorella Kelly e i suoi amici Yara e Paul come compagni nella battaglia continua contro la maledizione. Assieme al costante sviluppo della quarta ondata femminista, It Follows apre uno spazio per immaginare come potrebbe essere la Final Girl del ventunesimo secolo, in un clima culturale sempre più ostile alle richieste di uguaglianza delle donne e di altre minoranze5. Il discorso tracciato per Jaime Height è traslabile in tutto e per tutto anche alle nuove final girls della saga-requel di Scream, mettendone in rilievo due questioni essenziali. Innanzitutto viene sottolineato come le nuove eroine finali debbano continuare a “vivere con i loro fantasmi”, esattamente come Sam che dovrà continuare a lottare per cercare di tenere a bada il piacere derivante dalle uccisioni (come ammette in Scream VI nel colloquio con il suo psicologo), e accettare la maledizione che ha colpito la sua famiglia: elemento che sottolinea la necessità di una lotta femminile continua, mai definitiva, sempre in divenire, creando una cesura con il canone classico degli Scream dove ogni capitolo poteva considerarsi autoconclusivo al pari della battaglia delle final girls; il secondo punto essenziale è il carattere comunitario della lotta, dove l’eroina non è più una “sopravvissuta solitaria” ma può contare sull’aiuto di altri soggetti a lei vicini. Scream-requel è il film dove l’elemento collettivo è meglio esemplificato, perché se nei primi due capitoli avevamo una coppia di final girls, nel quinto ne abbiamo addirittura quattro, Sindy, Gale, Sam e Tara. Prendiamo in esempio la scena in cui uno dei Ghostface di turno, la giovane Amber (Mikey Madison), vorrebbe incastrare i protagonisti fingendosi ai media l’unica final girl superstite dei massacri: purtroppo Amber non ha fatto i conti con i cambiamenti culturali che non prevedono più soltanto un’eroina finale ed è punita da Gale, ricevendo subito tre pallottole in petto e morendo carbonizzata dal fuoco dei fornelli. Sidney guarda soddisfatta il corpo di Amber e le grida “Enjoy that torch!” (‘to pass the torch’ indica il passaggio di testimone), facendo riferimento alla frase “Time to pass the torch!” detta poco prima da Amber mentre cercava di soffocare Gale. Ma il testimone non si passa più singolarmente, soltanto in gruppo, non bastano più soltanto due final girls, ne servono ben quattro, tanto che non saranno due nemmeno in Scream VI dove Tara e Sam potranno contare sull’aiuto fondamentale di una terza final girl, Kirby Reed (Hayden Panettiere), presa in prestito direttamente da Scream 4.

    Anche in questo caso è utile volgere lo sguardo al panorama industriale contemporaneo perché Scream non è stato il primo franchise ad aumentare il numero delle final girls rispetto ai suoi capitoli precedenti: anche la nuova saga-sequel di Halloween diretta da David Gordon Green prevede l’aumento delle final girls con il ricongiungimento del nuovo e vecchio cast (la vecchia eroina Laurie Strode e la nipote Allyson), ed è lo stesso espediente utilizzato dal sequel di Non aprite quella porta diretto da David Blue Garcia, dove la memorabile final girl di Sally Hardesty combatte Leatherface insieme alla neo-entrata Lila.

    Due delle quattro final girls di Scream-requel, Sidney e Gale, osservano il corpo carbonizzato del Ghostface-Amber

    D’altronde cinema e società non sono due macrocosmi inscindibili? Nella loro costante interazione è difficile però stabilire chi eserciti maggiore pressione sull’altro. Essendo il cinema specchio della società è innegabile che sia proprio quest’ultimo a seguire i cambiamenti dei flussi culturali che, a loro volta, i film rendono immagine inscalfibile sul grande schermo sintetizzandone i valori e consacrandone un’iconografia: ogni scarto generazionale segue lo onde delle maree culturali e degli scenari sociali, comportando differenze sostanziali di approccio produttivo. Se le culture si rappresentano sempre in grandi narrative e il cinema, al pari degli altri mass media, è lo strumento di autorappresentazione con cui la società produce i riferimenti in cui potersi riconoscere6, allora ci si può domandare in che modo venga costruita la capacità delle saghe di continuare ad essere apprezzate nel corso del tempo grazie alla loro qualità intrinseca di emozionare e di coinvolgere anche pubblici futuri, mantenendo la validità e il significato dei loro topoi nel corso delle generazioni e senza che diventino obsoleti.

    Come anticipato in apertura, il box office della saga-requel ci testimonia che nel caso di Scream e la riformulazione della final girl, la scommessa della Spyglass è stata vincente. Tuttavia, la parentesi delle sorelle Carpenter si è rilevata piuttosto breve perché Melissa Barrera è stata licenziata da Spyglass dopo il suo aperto schieramento sui social in merito al conflitto israelo-palestinese, mentre poco dopo Jenna Ortega si è tirata fuori dal progetto per solidarietà nei confronti della collega e per continuare la seconda stagione della serie Mercoledì. Per ora è stato ufficialmente confermato un settimo capitolo che vedrà ancora una volta il ritorno di Neve Campbell nei panni di Sidney Prescott, e indiscrezioni suggeriscono possa ricomparire anche Courtney Cox in quelli di Gale Weathers. In cabina di regia e in sceneggiatura ci sarà Kevin Williamson, penna storica dei primi quattro capitoli e fedele collaboratore di Wes Craven. Sarà interessante seguire il percorso narrativo delle due attrici veterane e le traiettorie delle final girls in contesti produttivi e sociali sempre diversi, in costante evoluzione. In più,Scream 7’ riuscirà a replicare il successo al botteghino della saga-requel?

    Riferimenti bibliografici

    1 Clover, C.J., Men, Women, and Chain Saws: Gender in the Modern Horror Film, Princeton University Press, Princeton, 2015. pp. 35.

    2 Paszkiewicz, K., Rusnak, S., Final Girls, Feminism and Popular Culture, Palgrave Macmillan, Cham, 2020, pp. 127.

    3 Pisters, P., New Blood in Contemporary CinemaViolence and Female Agency: Murderess, Her Body, Her Mind, Edinburgh University Press, Edinburgh, 2020, pp. 197.

    4 Per una prospettiva più approfondita dell’influenza del #MeToo sull’industria hollywoodiana si veda Luo, H., Zhang L., Scandal, Social Movement, and Change: Evidence from #MeToo in Hollywood. https://doi.org/10.1287/mnsc.2021.3982

    5 Paszkiewicz, K., Rusnak, S., Final Girls, Feminism and Popular Culture, Palgrave Macmillan, Cham, 2020, pp 130-131.

    6 Assman, J., La memoria culturale. Scrittura, ricordo e identità politica nelle grandi civiltà antiche, Einaudi, Torino, 1997.

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    Alberto Faggiotto,
    Caporedattore.
  • Ritorno al futuro – Il nuovo paradigma pop dei viaggi nel tempo

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    Il 21 ottobre di ogni anno si celebra il Ritorno al futuro Day, una giornata che riunisce tutti gli appassionati del capolavoro di Robert Zemeckis. Proprio il 21 ottobre 2023 torna nelle sale cinematografiche di tutta Italia il cult movie che ha fatto sognare intere generazioni di cinefili e pubblici da ogni parte del mondo. La scelta della data, tuttavia, non riguarda in maniera specifica il primo film della trilogia – l’episodio che rivedremo al cinema – ma coincide con il giorno in cui, nel secondo episodio della saga, Emmett “Doc” Brown, Marty McFly e la fidanzata Jennifer Parker salgono sulla DeLorean-macchina del tempo e viaggiano nel futuro, ritrovandosi catapultati nel 21 ottobre 2015. 

    Sebbene nel 1985 – data di uscita del film – i viaggi nel tempo non fossero un argomento ignoto al grande pubblico, Ritorno al futuro ha avuto il grandissimo pregio di rielaborare questo topos (prima letterario, poi cinematografico) in salsa pop, affrontando, tuttavia, anche dilemmi etici e paradossi insiti nel “problema dei viaggi nel tempo”. 

    Prima di Ritorno al futuro: da H. G. Welles a Terminator

    Pare un’affascinante coincidenza che la pubblicazione del celeberrimo romanzo di H. G. Wells, The Time Machine, e la nascita del cinematografo dei Fratelli Lumières siano avvenute entrambe nel 1895. L’accostamento tra cinema e viaggi del tempo può parere singolare: tuttavia, ben due motivi legano questo rapporto iniziato proprio all’alba del ventesimo secolo. Il primo concerne la fortuna del testo di Wells nella macchina produttiva cinematografica, non tanto per gli adattamenti da esso tratti – L’uomo che visse nel futuro (George Pal, 1960) e il remake The Time Machine (Simon Wells, 2002) – quanto per la straordinaria fertilità del tema dei viaggi nel tempo sviluppato nel genere fantascientifico. Il secondo lavora più sul piano teorico, e coincide con la capacità del cinema di essere esso stesso una macchina del tempo, non solo secondo la prospettiva di poter riprodurre all’infinito momenti di vita accaduti nel passato, ma anche secondo le possibilità tecniche del medium stesso: si pensi, ad esempio, a Démolition d’un mur (Demolizione di un muro) dei Fratelli Lumière, film che mostrava in primis l’abbattimento di un muro, e successivamente la sua ri-materializzazione, resa possibile attraverso il riavvolgimento della pellicola.  

    Ma il primo vero “viaggio del cinema” nel tempo risale al 1921 con Le avventure di un americano alla Corte di re Arturo (Emmett J Flynn) – seguito dal riadattamento sonoro omonimo del 1931 – tratto a sua volta dal romanzo fantastico di Mark Twain pubblicato qualche anno prima del libro di Wells. Pur avendo “battuto sul tempo” The Time Machine, il romanzo di Twain è dotato di una carica più fantasiosa che scientifica: a differenza dello scienziato “eccentrico e geniale” protagonista del testo di Wells che compie il viaggio su un mezzo costruito ad-hoc, il protagonista de Un americano alla corte di re Artù, Hank Morgan, è uno yankee che torna nel Medioevo per mezzo di una fantastica “trasmigrazione delle anime”; un paradigma che, in una certa misura, ha caratterizzato anche un film italiano sui viaggi nel tempo, Non ci resta che piangere (Roberto Benigni, Massimo Troisi, 1984). 

    La presenza del topos dei viaggi nel tempo assume connotazioni diverse in base alle epoche e ai paesi di produzione. Se ne La jetée (Chris Marker, 1962) il tema si configura come una riflessione distopica sul potere e sulla minaccia atomica, è con l’avanguardistica serie antologica Ai confini della realtà che il topos viene declinato nuovamente entro i canoni della fantascienza. Nella prima stagione, andata in onda negli Stati Uniti a partire dal 2 ottobre 1959, l’episodio La giostra (Walking distance) è il primissimo esempio che dimostra l’interesse di Rod Serling verso il tema: lo stesso Serling sarà co-sceneggiatore del primo film de Il pianeta delle scimmie (Franklin J. Schaffner, 1968), lungometraggio che tratta il viaggio nel tempo unitamente alle missioni intergalattiche. Oltre al già citato L’uomo che visse nel futuro – e a L’uomo venuto dall’impossibile (Nicholas Meyer, 1979), che prende parzialmente spunto dal romanzo di Wells – è negli anni Ottanta che il viaggio del tempo esplode nella Settima Arte. In particolare, il thriller Terminator (James Cameron, 1984) tratta il tema attraverso la chiave del paradosso temporale e della distopia generata dal timore di una futura ribellione delle macchine. 

    Flusso-canalizziamoci nel 1955

    Doc: Allora, dimmi, ragazzo del futuro… chi è il presidente degli Stati Uniti nel 1985?

    Marty: Ronald Reagan.

    Doc: Ronald Reagan?! L’attore?! E il vicepresidente chi è? Jerry Lewis?! Suppongo che Marilyn Monroe sia la First Lady! E John Wayne è il ministro della guerra!

    – Marty McFly e Doc in una scena del film

    Che cosa cambia, effettivamente, con l’uscita nelle sale cinematografiche di Ritorno al futuro? Che cosa apporta di nuovo il film di Zemeckis al topos dei viaggi nel tempo nella storia del cinema? Il paradigma de L’uomo che visse nel futuro non pare più consono al pubblico degli anni Ottanta che accorre in sala per vedere film come I predatori dell’arca perduta (Steven Spielberg, 1981), Ghostbusters (Ivan Reitman, 1984), Nightmare (Wes Craven, 1984) o E.T. – L’Extraterrestre (Spielberg, 1982). Ritorno al futuro, dal canto suo, incorpora e stravolge in chiave pop e contemporanea una delle più grandi chimere della storia dell’umanità

    La macchina del tempo non è più un marchingegno costruito ad-hoc dall’eccentrico scienziato protagonista de L’uomo che visse nel futuro, bensì una DeLorean, un mezzo di trasporto in tutti i sensi, veloce e, soprattutto, cool per l’epoca (il modello è stato prodotto dalla DeLorean Motor Company dal 1981 al 1982). Sì, perché a differenza dell’adattamento del romanzo di Wells – ambientato alla fine dell’Ottocento – Ritorno al futuro si cala direttamente nella propria contemporaneità, facendo leva su riferimenti culturali ben noti al pubblico degli anni Ottanta: in questo modo, il viaggio nel 1955 produce sì uno straniamento nel pubblico più giovane che si identifica con il protagonista adolescente Marty, ma richiama anche l’attenzione di un’intera generazione cresciuta negli anni Cinquanta. 

    La discrepanza temporale tra le due epoche produce non un terrificante straniamento, bensì il tono comico caratterizzante l’intera pellicola: basti pensare all’iconica scena “Johnny B. Goode”, il momento in cui Marty si fa travolgere dalla sua passione per il rock dinnanzi agli studenti degli anni Cinquanta che, giustamente, non riescono a comprendere quella musica che “piacerà ai loro figli”. 

    L’iconicità di Ritorno al futuro

    Molti sono gli elementi che hanno reso il film di Zemeckis un cult movie senza tempo, dalle sequenze alle citazioni iconiche, dai costumi agli oggetti di scena. Certamente la freschezza con cui Ritorno al futuro ha rimodulato il topos dei viaggi nel tempo ha giocato un ruolo fondamentale nel decretare il successo dell’intera trilogia. 

    Se avessi un po’ più di tempo… ehi, un momento, ho tutto il tempo che voglio: ho una macchina del tempo!

    – Marty McFly in una scena del film

    Certamente questa leggerezza non è da intendersi come una trattazione sconclusionata del tema dei viaggi nel tempo. Ritorno al futuro, pur limitandosi alla narrazione di una micro-storia che coinvolge Marty e il contesto socio-culturale in cui vive, elabora alcuni problemi imprescindibili, come il “Paradosso del nonno” – esperito dallo stesso Marty nel momento in cui sembrano vanificarsi le possibilità che il padre si fidanzi con la futura moglie – il “Paradosso di conoscenza” – Marty suona “Johnny B. Goode” e un membro della band fa ascoltare il pezzo a Chuck Berry prima che questi abbia effettivamente composto la canzone – e il “Paradosso della co-esistenza” – nei film successivi si verifica il problema della compresenza di ben quattro macchine del tempo.

    Fra paradossi e momenti iconici, Ritorno al futuro ha saputo lasciare un’impronta indelebile nella Settima Arte proponendo una narrazione alternativa, intrisa di umorismo e riferimenti pop, al tema dei viaggi nel tempo. E sicuramente l’istituzione del Ritorno al futuro day non è che una diretta conseguenza di questa profonda affezione verso il cult movie di Zemeckis.

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    Shannon Magri,
    Redattrice.
  • Cillian Murphy – Dal teatro a Oppenheimer

    In occasione del 46esimo compleanno di Cillian Murphy, ripercorriamo brevemente i punti fondamentali della sua carriera fino a qui.

    Cillian nasce a Douglas (Cork, Irlanda) e lì la sua carriera inizia nel 1996, con il teatro. Ottiene infatti il ruolo di protagonista in Disco Pigs, una delle opere principali della compagnia teatrale indipendente Corcadorca, e nel successivo adattamento per il grande schermo diretto da Kirsten Sheridan (2001). Si tratta della storia di due adolescenti di Cork soprannominati Pig (Cillian Murphy) e Runt (Elaine Cassidy). I due sono legati da un rapporto simbiotico che li isola dal resto del mondo, e che provoca in Pig una gelosia distruttiva. Entrambe le versioni riscuotono un discreto successo, con lo spettacolo portato in scena in tutta Europa per alcuni anni e il film premiato al Giffoni Film Festival del 2002. Nello stesso periodo partecipa a numerose altre produzioni teatrali, tra cui Il gabbiano di Cechov al Festival di Edimburgo del 2003, alcuni cortometraggi e anche una mini serie per la BBC. La prima vera svolta avviene l’anno seguente grazie al successo dell’horror post-apocalittico 28 Giorni dopo, diretto da Danny Boyle, per il quale l’attore riceve due nomination: una agli Empire Awards e una agli MTV Movie Awards del 2004.

    Nel 2005 arrivano i primi ruoli da villain: interpreta Jackson Rippner nel thriller Red Eye (diretto da Wes Craven) e il Dr. Crane in Batman Begins di Christopher Nolan. Quest’ultimo film segna l’inizio di un rapporto professionale molto proficuo con il regista inglese.

    A questo punto diversi esponenti della critica iniziano a notarlo e, in particolare, a notare quanto questo tipo di personaggi siano adatti a lui. Manhola Dargis del New York Times quell’anno l’ha descritto come un “picture-perfect villain“. Si tratta spesso di impressioni dettate dall’aspetto fisico dell’attore, più di un commento cita i suoi occhi chiarissimi e i lineamenti marcati accanto (se non addirittura prima) alle sue doti recitative. Tuttavia, per quanto il fatto che l’apparenza evochi così facilmente delle caratteristiche sia un vantaggio innegabile, è difficile pensare che performance così riuscite siano dovute a una fortunata coincidenza.

    Negli anni seguenti infatti ha dimostrato di saper portare sullo schermo non solo l’immagine dell’antagonista stereotipato, il cattivo in quanto tale, ma personaggi a 360 gradi complessi e tormentati, spesso al limite della follia. Lui stesso racconta che già il ruolo di Konstantine ne Il gabbiano l’aveva affascinato per la ricerca interiore e l’introspezione che il personaggio attraversa. L’attrazione per il palcoscenico e per il tipo di lavoro che questo richiede era sorta già quando era molto giovane: nonostante dopo le primissime prove avesse poi dedicato tutta la sua adolescenza alla musica, componendo e suonando con il fratello, aveva finito per insistere con il direttore della Corcadorca per ottenere l’audizione per Disco Pigs.

    Questa dedizione al mestiere ha sicuramento contribuito anche al successo di quello che è probabilmente la sua interpretazione più conosciuta dal grande pubblico: Thomas Shelby nella serie tv BBC Peaky Blinders (2013-2022).

    Prima di tornare in TV però, nel 2006 è il protagonista di Il vento che accarezza l’erba di Ken Loach. Vincitore della Palma d’oro a Cannes, è il film indipendente irlandese di maggior successo. Qui Murphy interpreta Damien, un giovane medico che insieme al fratello decide di combattere nella guerra contro l’occupazione Inglese. Lavora nuovamente con Nolan, tornando nei panni dello Spaventapasseri per Il Cavaliere Oscuro (2008) e Il Cavaliere Oscuro -Il Ritorno (2012). Nel 2010 è nel cast di Inception accanto a nomi del calibro di Leonardo Di Caprio, Tom Hardy, Elliot Page; e interpreta Robert Fischer, il giovane erede dell’impero multimiliardario e bersaglio del protagonista. Nel 2012 è nel cast del thriller Red Lights di Rodrigo Cortés.

    Inizia l’anno successivo il lungo lavoro per Peaky Blinders, dove ritorna anche il tema della guerra. La serie infatti tratta di una gang di Birmingham guidata dai fratelli Shelby, reduci dalla prima guerra mondiale e dediti a scommesse illegali e contrabbando. Cillian è Tommy Shelby, il protagonista cinico, misterioso, e tormentato dai flashback della vita in trincea. Nel frattempo appare anche in Dunkirk (Nolan, 2017), dove interpreta un altro soldato, stavolta senza nome (ci si riferisce a lui solo come “Shivering soldier”). Quella che è ormai diventata la cifra distintiva dell’attore viene fuori non necessariamente nei personaggi “cattivi”, o borderline come possono essere percepiti Pig o Tommy Shelby, a dimostrazione del talento che va oltre l’estetica.

    “My best memories of working on Christopher Nolan films are never the large-scale stuff. It’s the very involved, intensely focused, extremely rigorous work, with Chris right there beside the camera. That’s what I always remember because all of the big stuff – as incredible as it is to witness – doesn’t mean anything unless the human story is driving it.”  (nme.com) 

    “I miei ricordi migliori del lavoro sui film di Christopher Nolan non riguardano mai le cose di larga scala. Riguardano il lavoro molto coinvolto, focalizzato intensamente ed estremamente rigoroso, con Chris lì accanto alla macchina da presa. È questo che alla fine ricordo sempre, perché tutte le cose grandi – per quanto incredibili da vedere – non significano niente se non c’è la storia umana ad alimentarle.” 

    Cillian commentava così il lavoro sul set con Christopher Nolan in un’intervista rilasciata dopo le riprese di Dunkirk. È facile a questo punto vedere il fatto che in Oppenheimer sarà il protagonista, al suo settimo film diretto da Nolan, quasi come un coronamento del percorso fatto finora. Oppenheimer è il film più lungo di Nolan, in Italia esce ad Agosto 2023 e potrebbe diventare un nuovo punto di non ritorno nella carriera dell’attore irlandese.

    Federica Rossi,
    Redattrice.
  • Recensione Scream VI – (Ri)scrivere una saga

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    A poco più di un anno dall’uscita del quinto capitolo, la coppia Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillet riporta nuovamente in sala uno degli ultimi boogeyman nati negli anni ’90 e in attivo ancora oggi. All’annuncio di un sesto capitolo a così poca distanza dal precedente, tra i fan cominciò a crescere il timore dell’arrivo di un capitolo senza idee, in cui la vera anima della saga sarebbe stata stravolta e riscritta in un horror sempliciotto utile solo ad attirare persone in sala con lo scopo di un guadagno economico. Se a questo aggiungiamo la notizia delle distanze prese da Neve Campbell – storica interprete di Sidney Prescott, protagonista finora di tutti i capitoli della saga – a causa di contrasti con la produzione per motivi di cachet e subito interpretata dal web come un velato tentativo di allontanarsi da un progetto che stava prendendo “la piega sbagliata” (ci teniamo a sottolineare come queste voci siano semplici rumor, senza prove a suo carico), e un trailer che rendeva chiaro fin da subito come il Ghostface del film sarebbe stato “diverso”, risulta facile inquadrare la bizzarra situazione del film, atteso con grande trepidazione ma anche timore.

    “Aspetta, non puoi uccidermi! Dobbiamo ancora finire il film.” 

    “Oh, chi se ne frega dei film!”

    Prossima fermata: New York

    Dopo un incipit a dir poco geniale – inferiore forse soltanto all’originale e a quello del quarto capitolo – che mette in chiaro fin da subito come questo film intenda sì rispettare il canone della saga pur rendendo questa volta l’aspetto metacinematografico della pellicola meno centrale rispetto ai precedenti film, veniamo riportati nella vita di Sam (Melissa Barrera), trasferitosi a New York per controllare e tenere al sicuro la sorella Tara (Jenna Ortega), ora studentessa del college assieme ai gemelli Mindy (Jasmin Savoy Brown) e Chad (Mason Gooding). Assieme a loro ci sono anche alcune new entry come Quinn (Liana Liberato), la coinquilina di Sam, Anika (Devyn Nekoda), fidanzata di Mindy, e Ethan (Jack Champion), compagno di stanza di Chad, oltre ad altri “vecchi volti” come la giornalista/scrittrice Gale Weathers (Courtney Cox) e Kirby Reed (Hayden Panettiere), sopravvissuta miracolosamente al quarto capitolo. 

    Poche parole sono necessarie per parlare del plot, asciutto in maniera tale da permettere alla narrazione di procedere senza intoppi pur lasciando grande spazio ai momenti più crudi e di tensione con protagonista l’assassino. L’elemento di riflessione sul cinema è infatti quasi del tutto assente, tanto da far risultare l’iconica adunata dei protagonisti per discutere delle “regole del film” quasi fuori luogo, un contentino inserito a forza semplicemente perché “ci deve essere”, con regole banali che non aggiungono assolutamente nulla alla pellicola e per il quale forse sarebbe stato più calzante un maggiore coraggio da parte della produzione nel discostarsi del tutto da quanto fatto in precedenza. Rimangono comunque presenti numerose citazioni al mondo dell’horror in generale, dal ragazzino ossessionato da Dario Argento con t-shirt e poster a tema, ai costumi indossati dai passeggeri della metropolitana il giorno di Halloween, al trivia tra Kirby e Mindy. 

    Sangue e amore

    Affianco ai momenti più concitati, sono le storyline dei personaggi a occupare il vuoto lasciato dall’elemento riflessivo, con una forte impronta teen – ancora più marcata che in passato – che catalizza intere scene, mentre porta avanti con il personaggio di Gale una riflessione sui limiti tra privato e pubblico nel giornalismo – “Avevi detto questa volta non avresti scritto nessun libro ed invece lo hai fatto.” “E’ il mio lavoro.” – già presente nelle sue precedenti apparizioni e con Kirby un accenno – forse un po’ troppo limitato a livello di spazio – sullo stress post traumatico e sull’affrontare i demoni del proprio passato.

    Per quanto riguarda la messa in scena dell’orrore tutto funziona benissimo, con alcune delle sequenze di fuga e di scontri tra le migliori nei film horror degli ultimi anni, aiutate anche da un Ghostface estremamente violento e a tratti inarrestabile (quasi come fosse sovrannaturale) che riempie le inquadrature di interiora e sangue a ogni occasione.

    Nonostante tutto risulta però lampante la differenza della regia rispetto a quella classica operata da Craven nei precedenti film: qui è molto più basilare, fatta di campi e controcampi che si aprono a qualche piccola sperimentazione soltanto nelle scene più tranquille, lontani quindi dalle iconiche sequenze di fuga inevitabili nei capitoli novantini. Non si è però necessariamente davanti a un difetto, quanto più a una scelta dettata anche e soprattutto da un fatto: i protagonisti preferiscono spesso affrontare il male piuttosto che scappare da esso.

    Conclusioni

    Scream VI è un capitolo diverso, che si distacca dagli stilemi classici della saga sostituendo agli elementi di metacinema una maggior quantità di sequenze marcatamente gore e violente alternate a situazioni meno concitate in cui fuoriesce l’anima teen dei protagonisti più giovani. Questi ultimi guadagnano inoltre profondità riuscendo a conquistarsi la scena rispetto ai personaggi storici, qui presenti in numero minore e per un time screen decisamente più ridotto ma sempre funzionale e ben dosato. 

    Se siete tra quelli che seguono le vicende di Ghostface soltanto per vedere come il franchise avrebbe ironizzato sul trend hollywoodiano del momento, allora questo capitolo probabilmente vi deluderà. Se invece siete disposti a lasciare lo spirito di Craven ai capitoli precedenti e siete aperti alla novità e al cambiamento nella saga, questo nuovo film può tranquillamente diventare con facilità uno dei vostri preferiti.

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  • TRAILER SCREAM 6 – PROSSIMA FERMATA, NEW YORK

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    Dopo meno di un anno dall’uscita nelle sale di Scream (2022), requel (reboot/sequel) dell’omonima e storica saga del geniale Wes Craven, è stato pubblicato il primo teaser trailer del nuovo capitolo con “protagonista” Ghostface.

    TRAILER LINGUA ORIGINALE

    TRAILER IN ITALIANO

    La storia è ambientata nella città di New York e continua a raccontare le vicende dei sopravvissuti agli ultimi omicidi di Ghostface.

    Nel cast infatti ritroviamo Jenna Ortega (più recentemente Wednesday Addams nell’omonima serie tv), Melissa Barrera, Courteney Cox, Hayden Panettiere, Mason Goodin e Jasmin Savoy Brown

    A loro si aggiungono i nuovi arrivati Samara Weaving (Finché Morte Non Ci Separi), Tony Revolori (Grand Budapest Hotel), Dermot Mulroney (Shameless) ed Henry Czerny (Mission: Impossible). 

    Come si può notare manca Neve Campbell, l’iconica Sidney Prescott, star protagonista di tutta la saga, che ha dichiarato di non essere soddisfatta dell’offerta di tornare per Scream 6 e di abbandonare quindi il franchise.

    Insieme al trailer è stato rilasciato anche il poster ufficiale del film; il quale mostra la figura di Ghostface, in prima persona, con la classica maschera visibilmente danneggiata. 

    LINK POSTER

    La storia, come per il primo capitolo della “nuova” saga, è stata scritta da James Vanderbilt e Guy Busick.

    La regia è affidata nuovamente a Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett (entrambi registi del film Finché Morte Non Ci Separi) che dopo la scomparsa di Craven hanno preso le redini della saga, riportandola sul grande schermo.

    Il film è stato prodotto da Paramount Pictures, Project X Entertainment, Spyglass Entertainment e Radio Silence Productions.

    Infine, la pellicola sarà distribuita negli Stati Uniti da Paramount Pictures a partire dal 10 marzo 2023 e in Italia da Eagle Pictures a partire dal 9 marzo 2023.

    Come sempre, nell’attesa, si consiglia la visione dei film precedenti, disponibili per lo streaming su Paramount Plus (tranne il quarto capitolo), su Mediaset Infinity (solo i primi tre capitoli) o su Now TV (solo il quinto capitolo).

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  • RECENSIONE SCREAM (2022) – UN RITORNO METACINEMATOGRAFICO

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    A dieci anni di distanza dal quarto capitolo della saga (ed ultima opera che vide Wes Craven dietro la macchina da presa prima della sua dipartita nel 2015) e dopo una parentesi seriale di tre stagioni, Ghostface torna sul grande schermo. Riportare in sala un personaggio ed una saga così cult nasconde sempre numerose insidie dettate dalle alte aspettative dei fan e dall’inevitabile confronto con i primi capitoli. La sfida più grande risultava, però, in ambito registico e di sceneggiatura, in quanto entrambi questi aspetti erano stati curati in precedenza da Craven stesso. Trovare, dunque, degni sostituti in grado di equiparare la sua genialità di scrittura e la sua bravura registica era tutt’altro che semplice. Partendo da un soggetto di Kevin Williamson e dello stesso Craven, questo nuovo capitolo della saga presenta una sceneggiatura curata da James Vanderbilt e Guy Busick, mentre la regia è, questa volta, nelle mani del duo Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett, conosciuti ai più per la regia di Finché morte non ci separi del 2019. Saranno stati in grado di tenere il passo con il cineasta statunitense scomparso nel 2015?

    “E A NOI FAN CHI CI PENSA?”

    Una frase che spesso viene ripetuta, quasi come un mantra, da orde di fan delle saghe più disparate che, ritrovandosi davanti ad un nuovo capito che non ha rispettato le aspettative, si scagliano inferociti contro produttori e registi. Questo Scream parte proprio da questo concetto: i fan conosceranno Squartati (o Stab nella versione originale), ovvero il film che racconta Scream dentro Scream, con il quale già Craven gestiva, in maniera acuta, un interessantissimo messaggio metacinematografico nel secondo e poi anche nel terzo capitolo del franchise. Arrivati nel 2022, Squartati ha ormai perso il suo appeal e la major che ne detiene i diritti lancia una campagna reboot, affidando la regia a “quello di Cena con delitto” e adattando la saga ai canoni odierni di horror, togliendo l’anima cruenta e splatter del prodotto e sostituendola con paure più psicologiche e con basi filosofiche (nello stile di The VVitch come fa intendere il film stesso). A qualche fan accanito dell’originale, però, questa decisione non piace e decide di girare dal vivo il proprio sequel di Squartati, creando un “requel”, ovvero un mix di reboot e sequel, in linea con la maggior parte dei revival delle saghe -horror e non- degli ultimi anni, ma sempre rispettando la materia originale.

    Da una base, quindi, estremamente metacinematografica, gli sceneggiatori riescono a costruire uno dei migliori (se non il migliore) sequel possibile. Introducendo personaggi nuovi, il film introduce lo spettatore alla new wave, alla Generazione Z che apprezza un horror diverso, più sofisticato e che si pavoneggia con aria di superiorità di fronte ai cultori del genere, ma che si ritrova qui ad affrontare il fantasma del passato, finendo per mostrarci dei ragazzi uguali, se non addirittura più stupidi, dei personaggi originali. Come ogni requel che si rispetti, però, la sceneggiatura riesce a far tornare anche alcuni dei personaggi originali a cui i fan sono tanto affezionati, facendolo in maniera intelligente e oculata, senza scadere negli ormai classici cliché dei revival degli ultimi anni.

    PASSATO E PRESENTE

    L’elemento migliore di questa pellicola è sicuramente l’elevato citazionismo, sia verso altri film o franchise sia verso la saga stessa. Se già negli originali le citazioni agli altri slasher abbondavano (tra tutte basti pensare a Billy Loomis, cognome condiviso con l’iconico dottore e psichiatra di Michael Myers nella saga di Halloween), anche qui si trovano numerose citazioni sia nella scrittura, con le protagoniste Sam e Tara Carpenter (sempre tornando ad Halloween) o il giovane Wes Hicks (palese rimando al regista della saga), ma soprattutto nella regia che, seppur non arrivando alle vette di Craven, riesce ad intrattenere e a costruire correttamente la tensione giocando spesso con gli stereotipi ed i cliché sia della saga sia degli altri film del genere (con una delicatissima ma geniale reference alla scena della doccia del capolavoro di Alfred Hitchcock Psycho).

    Le prove attoriali sono complessivamente su un buon livello, su cui spiccano su tutte Courtney Cox e David Arquette, che imbandiscono la scena dell’incontro dopo anni in maniera estremamente emozionante, mentre tra le new entry spicca il Richie Kirsch di Jack Quaid, già ottimo nella serie Amazon The Boys e che qui mette in mostra tutta la sua bravura.

    Volendo guardare il pelo nell’uovo, qualche difetto nella pellicola si può riscontrare. Oltre alla già citata regia non a livello dei precedenti capitoli, che comunque si dimostra tutt’altro che pessima, tra i contro della pellicola si annovera una presentazione di alcuni nuovi personaggi forse un po’ abbozzato e poco approfondito, aspetto che non permette di empatizzare al massimo con loro. Si può anche citare una particolare scelta narrativa che riguarda in prima persona la protagonista Sam e che, se può da un lato piacere a molti, ad alcuni spettatori potrebbe far storcere il naso.

    CONCLUSIONI

    Il duo Gillet/Bertinelli-Olpin riesce ad imbastire una regia che, assieme ad una sceneggiatura basata su un soggetto dello stesso Craven, porta sullo schermo il sequel che tutti i fan speravano di ottenere. Pregno di metacinema, questo film riconosce gli elementi che hanno reso importante Scream e li riadatta in una nuova ed interessante chiave, senza però dimenticarsi dell’elemento più splatter e cruento fulcro di questi prodotti. Tra nuovi personaggi e vecchie conoscenze, Scream torna e lo fa nel modo giusto.

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