Naza, il nuovo documentario dei co-autori di No other land Yuval Abraham e Rachel Szor, racconta il genocidio di Gaza attraverso le interviste a 24 ufficiali e tecnici dell’esercito israeliano. È un documentario devastante, nato principalmente da un’urgenza di testimonianza, ma che non rinuncia ad essere un film con una produzione importante, quasi un miracolo da storia del cinema sotto il cielo di guerra.

La banalità del male
Volti e voci dei testimoni sono manipolati per non essere riconoscibili. Ufficiali e soldati spiegano le tecniche, gli strumenti e le ragioni degli attacchi su Gaza. Riferiscono con schiettezza e distacco di una missione affidata. “Meno male che è l’AI a prendere le decisioni”. “Non c’è livore”. “Ho un ruolo tecnico”. ‘Naza’ è il nome con cui si identificano le vittime collaterali, previste e ininfluenti. È spiazzante, ma il loro è semplicemente un lavoro, per di più dopante, che fa sentire potenti. Qualcuno non si rende conto della mostruosità delle proprie azioni nemmeno davanti al silenzio perplesso dell’intervistatore.
Delegano a software potentissimi il calcolo del bersaglio, abbattono palazzi interi per eliminare un sospetto, colpiscono vittime disarmate abitualmente, gli entrano in casa con droni e intercettazioni, uccidono famiglie inermi, eliminano anche il ricordo di intere genealogie, non riconoscono l’entità del genocidio. Non si può che restare in silenzio, senza parole. Dove manca la parola, l’immagine diventa simbolo: al buio, sui tetti, quei testimoni sono spersonalizzati, ombre oscure di agenti di morte privati di identità, di dignità, ingranaggi di una gigantesca macchina di sterminio.

Chi siamo noi
Lo svolgimento si sviluppa in quattro momenti: prima si cercano di identificare le vittime, poi le strategie di Israele, poi si prova a capire se c’è un senso o una qualsiasi giustificazione all’assassinio di massa, e infine uno sguardo alla politica del “Bibi’s Department”, le pubbliche relazioni di Netanyahu. Il terrorismo è “l’attacco sistematico e deliberato contro i civili o gli innocenti (tramite omicidio, mutilazione e minaccia) per perseguire obiettivi politici”, secondo le parole del primo ministro israeliano qualche anno fa.
Non c’è giudizio, solo testimonianza cruda e crudele di parole impronunciabili. Le immagini parlano. È quasi alienante osservare una notte eterna dal tetto di Tel Aviv dove tutto sembra normale. Finisce per sgretolarsi la sintassi del racconto, più si cercano le risposte e meno si trovano. Si sfibra l’umanità di chiunque, delle vittime raccolte in fosse comuni e dei carnefici ignari del peso delle loro azioni. È giustificata come una ritorsione, ma è sproporzionata, cieca, furiosa, disumana.
La zona di interesse
Le inquadrature sono apparentemente semplici. Avviene tutto al di fuori della scena, la morte è fuoricampo. Il notturno è significato e significante. I protagonisti osservano dall’alto un mondo di cui si sentono padroni. Dal tetto vedono senza essere visti. La regia, in cerca di compensazione, li contraddice, entrando nelle loro case come loro in quelle di Gaza.
Sbarre, inferriate, balaustre, sono una protezione che non regge. Niente può resistere contro questa denuncia fatta di pacifica osservazione sulla trasparenza di un orrore. La luce va via, ma non ci si ferma, si procede mentre passano gli aerei. L’imperativo è raccontare, raccontare per non dimenticare, non dimenticare un genocidio iniziato il 7 ottobre 2023.

