Category: Archivio

Tutti gli articoli usciti su Framescinema in questi anni

  • LE ULTIME NEWS CINEFILE – NUOVI TRAILER, IL NUOVO FILM DI CRONENBERG, L’INTERESSE PER AVATAR

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    CANNES NON ACCETTERÀ (TUTTI) I GIORNALISTI RUSSI

    Il capo della stampa del Festival di Cannes, Agnes Leroy, a seguito di un confronto con un gruppo di giornalisti russi, ha affermato in una mail a TheWrap: abbiamo approvato solo i media russi che sono in linea con la posizione del Festival riguardo alla situazione in Ucraina.

    Pertanto, non a tutti i giornalisti russi sarà riconosciuto l’accredito per il Festival, ma i metodi di selezione non sembrano essere molto chiari stando a quanto dichiarato da vari ex-accreditati russi (https://techprincess.it/festival-cannes-giornalisti-russi-negato-accredito/ ), come per esempio la giornalista Ekaterina Karslidi, che pur essendo fuggita dalla Russia e avendo sottolineato sul suo sito di non avere alcun legame col suo governo, non è comunque stata accettata al Festival francese.

    Ricordiamo che la settantacinquesima edizione del Festival transalpino avrà inizio il 17 maggio 2022.

    THE SHROUDS, IL NUOVO FILM DI DAVID CRONENBERG

    Il regista David Cronenberg pare inarrestabile. Deve ancora essere presentato il suo imminente Crimes of the future a questa 75a edizione del Festival di Cannes, e già è stato annunciato il suo nuovo progetto, The Shrouds.

    Si tratta di un nuovo thriller in salsa prettamente cronenberghiana e ne veniamo a conoscenza grazie a Variety (https://variety.com/2022/film/markets-festivals/vincent-cassel-david-cronenberg-the-shrouds-filmnation-cannes-1235263784/ ) , che annuncia anche il ritorno alla direzione da parte del regista dell’attore Vincent Cassel (già al suo fianco in La promessa dell’assassino e A Dangerous Method).

    Questo è quanto riportato dalla rinomata testata cinematografica: Vincent Cassel è Karsh, un un uomo d’affari innovativo e vedovo in lutto, che costruisce un dispositivo per connettersi con i morti all’interno di un sudario funebre. L’attività rivoluzionaria di Karsh è sul punto di sfondare nel mainstream internazionale quando diverse tombe del suo cimitero vengono vandalizzate e quasi distrutte, compresa quella di sua moglie. Mentre lotta per scoprire un chiaro movente per l’attacco, il mistero di chi ha compiuto questo scempio, e il suo perché, spingerà Karsh a rivalutare la sua attività, il suo matrimonio e la fedeltà alla memoria della sua defunta moglie, oltre a spingerlo a nuovi inizi.

    L’uscita avverrà probabilmente nel 2024.

    IL TRAILER DI LOVE, DEATH + ROBOTS VOLUME 3

    Netflix ha lanciato il trailer della terza stagione di Love, Death + Robots, che uscirà sulla piattaforma questo 20 maggio 2022.

    Questa la sinossi della descrizione del video: La serie antologica animata premiata agli Emmy Love, Death + Robots torna con il terzo volume prodotto da Tim Miller (Deadpool, Terminator – Destino oscuro) e David Fincher (MINDHUNTER, Mank). Terrore, fantasia e bellezza si fondono in nove nuovi episodi con temi che vanno dalla scoperta di un’antica entità maligna a un’apocalisse comica, raccontando sorprendenti storie brevi che spaziano dal fantasy all’horror e alla fantascienza con inconfondibile umorismo e originalità visiva.

    Link al trailer: https://www.youtube.com/watch?v=ARkQ8E6V00I

    I NUMERI DA CAPOGIRO DEL TRAILER DI AVATAR THE WAY OF WATER

    Questo 9 maggio è stato rilasciato su YouTube il trailer ufficiale del secondo capitolo del franchise di James Cameron, “Avatar: the way of water”, e i risultati sono impressionanti: circa 148,6 milioni di visualizzazioni nelle prime 24 ore, di cui 23 milioni nella sola Cina (elemento da non sottovalutare). Alla faccia degli scettici che sostenevano che l’interesse per la saga fosse calato…

    Non serve specificare la magnificenza delle immagini di Cameron. Staremo a vedere in che modo il regista avrà portato avanti le tecnologie avanguardistiche del (suo) cinema. Di solito, se esce un suo film in sala, si smuove sempre qualcosa.

    Ricordiamo che il film uscirà nelle sale di tutto il mondo il 14 dicembre 2022, preceduto da un ritorno in sala del primo capitolo in 3D a partire dal 22 settembre.

    Link al trailer: https://www.youtube.com/watch?v=CYYtLXfquy0

    IL TRAILER DI BROTHER AND SISTER

    Finalmente  possiamo vedere le prime immagini di Brother and Sister, tramite il trailer lanciato su YouTube ( https://www.youtube.com/watch?v=al47GwVwyLk ). Si tratta del film di Arnaud Desplechin (Racconto di Natale, Comment je me suis disputé… (ma vie sexuelle)) con protagonista Marion Cotillard, in concorso per la Palma d’oro in questa edizione del Festival di Cannes.

    Il film narra dell’incontro, dopo più di vent’anni, di un fratello e una sorella al funerale di uno dei genitori.

    Fonti: Variety, World of Reel, The Hollywood Reporter, YouTube

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  • IL FUTURO E’ OGGI – NEL CUORE DELLA FANTASCIENZA: 1997 FUGA DA NEW YORK

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    Il genere fantascientifico implica, nella stragrande maggioranza dei casi, il racconto e la messa in scena di un mondo futuribile; che sia prossimo o distante, realistico o meno, il fatto di immaginare uno scenario diverso dal contemporaneo è ciò che rende un’opera ascrivibile a questo filone. 

    In tal senso è molto interessante – o quantomeno divertente – andare ad analizzare quei film sci-fi che, ad oggi, risultano ambientati nel passato (pur essendo stati concepiti come opere futuristiche): è il caso, ad esempio, di Blade Runner (1982) che, dipingendo un futuro distopico datato 2019, è a tutti gli effetti, ormai, un film di fantascienza vintage, paradossalmente superato da un punto di vista temporale. 

    Nonostante questo elemento sia molto spesso una simpatica curiosità, esistono pellicole di genere volutamente ambientate a pochi anni dal loro presente storico nel tentativo di sovrapporre in maniera ancora più forte il mondo rappresentato con quello reale e contemporaneo. 

    Opera capostipite di questo tipo di fantascienza è il film oggetto dell’analisi qui proposta, ovvero 1997: Fuga da New York di John Carpenter, uscito nelle sale nel 1981 e ambientato, come da titolo, 16 anni dopo. 

    Il regista de La Cosa mette in scena, come si evidenzierà a breve, un’America in mano  all’esercito, distopica e fascista, nella quale i criminali più pericolosi vengono segregati sull’isola di Manhattan, vera e propria prigione a cielo aperto dove l’unica legge vigente è quella del più forte e le persone sono abbandonate inesorabilmente a loro stesse. 

    Il film segue le vicende del protagonista Snake Plissken, un veterano di guerra ormai disilluso e reietto interpretato da Kurt Russell, che viene inviato a New York con la forza per recuperare il Presidente degli Stati Uniti, il cui aereo è precipitato proprio sull’isola-carcere, ma soprattutto una misteriosa valigetta contenente informazioni militari di importanza globale.

    L’AMERICA ALLA GOGNA, TRA YUPPISMO E CAPITALE

    Già dall’incipit di Escape from New York (questo il titolo originale), Carpenter gioca a carte scoperte  e mette subito sul tavolo la grande metafora – non particolarmente nascosta – su cui si basa l’intera opera: New York, la città simbolo dell’edonismo, del consumismo e del capitalismo ruggente degli anni ‘80 americani, è abitata solamente da criminali e delinquenti, i quali hanno instaurato una società basata su violenza e prevaricazione del più debole. E’ impossibile, dunque, non riconoscere la durissima critica che il regista muove nei confronti dello yuppismo, così in voga durante gli anni della presidenza Reagan, fatto di un arrivismo selvaggio e di una “corsa all’oro” speculativo-finanziaria senza precedenti. 

    Proprio questo modus vivendi, così irrimediabilmente corrotto da logiche capitalistiche e così profondamente radicato nella società americana, è messo in parallelo con la criminalità che popola New York nel film: in altre parole se l’isola di Manhattan è il luogo in cui vivono i delinquenti e la stessa città è il luogo simbolo dello yuppismo nella realtà, allora nella visione di Carpenter lo Yuppie è necessariamente il vero e più pericoloso criminale che abita il suolo statunitense e ne inquina la società, la quale è, inevitabilmente, riflesso di un sistema politico imperialista che per natura si fonda sulla disparità economica della propria popolazione. 

    Non è un caso, in questo senso, che i terroristi che dirottano l’aereo presidenziale siano un gruppo di militanti per la liberazione dei lavoratori oppressi, degli anarchici che combattono contro un’istituzione chiaramente fascista e reazionaria, che fa della violenza (nel film militare, nella realtà principalmente economica) e della sopraffazione la propria legge, influenzando in questo modo la società che si plasma di conseguenza secondo questi principi, una società in cui il più forte, ovvero il più ricco, ha il diritto quasi naturale di opprimere e prevaricare il più debole, ovvero il più povero. 

    Ciò che, però, rende veramente potente la critica carpenteriana appena presentata è la messa in scena del regista che, realizzando un film puramente di genere, riesce a comunicare un messaggio politico chiarissimo e incisivo soprattutto grazie alle immagini: la città distrutta e quasi post-apocalittica è una palese metafora del pessimismo di Carpenter nei confronti dell’America del suo tempo (una scelta scenografica per certi versi simile a quella presa da Spielberg per il suo West Side Story). Non è casuale, quindi, che il regista inquadri più volte i luoghi simbolo del potere economico statunitense – come il World Trade Center o il palazzo della Borsa – deturpati, sporchi e in rovina, come se questa rappresentazione così mortifera fosse in realtà il vero volto che si cela dietro la maschera sfavillante dello stato “democratico” per eccellenza.

    I costumi stessi contribuiscono a rafforzare questo immaginario retro-cyberpunk, con i personaggi che vengono costantemente inquadrati armati con oggetti di recupero tra i più disparati, vestiti di stracci e cianfrusaglie, in ambienti stracolmi di rifiuti, prodotti di un mondo consumista che crea una ricchezza materiale strabordante, ma fondamentalmente inutile alla basilare sopravvivenza dell’uomo. 

    In sintesi, una rappresentazione lucidissima e allegorica della società occidentale dominata da regole economiche spietate, messa in scena da un grandissimo artista capace di portare avanti una denuncia politica scomoda e mai banale attraverso il genere, con un approccio che – forse – oggi appare poco sci-fi, ma che certamente racchiude in sé l’essenza stessa del cinema fantascientifico. 

    SNAKE PLISSKEN, L’ALTER EGO NICHILISTA DI CARPENTER

    Elemento fondamentale che ha contribuito non poco a rendere Fuga da New York uno dei più grandi cult degli anni ‘80 è sicuramente il suo protagonista, ovvero Snake Plissken (nella versione italiana incomprensibilmente tradotto come Jena): benda sull’occhio, fucile in spalla e capello lungo, Kurt Russell è senza dubbio riuscito, con questa interpretazione, a imporsi nell’immaginario cinefilo come uno degli antieroi per eccellenza, estremamente iconico, ma allo stesso tempo figura complessissima, rappresentazione filmica del pensiero politico carpenteriano. 

    Plissken è, fondamentalmente, un veterano di guerra ormai disertore (interessante il fatto che si citi una battaglia di Leningrado, sottointendendo un terzo conflitto mondiale già avvenuto), il quale ha una visione del mondo completamente nichilista, non crede più in nulla ed è completamente estraneo a qualsiasi tipo di ragionamento politico: in una realtà come quella rappresentata da Carpenter, in cui il pianeta è inevitabilmente alle porte di una guerra nucleare e l’America è uno stato ormai dittatoriale dominato dall’esercito, il totale disinteresse di Plissken e l’indifferenza con cui si relaziona al potere costituito si rivelano essere il massimo gesto rivoluzionario. 

    In questo senso, l’iconica battuta pronunciata dal protagonista nel momento in cui gli viene imposto di imbarcarsi in questa missione per salvare il presidente, ovvero “President of what?”, è segno di una visione amarissima, in cui la totale sfiducia di Carpenter nei confronti del sistema-America torna nuovamente al centro attraverso il rifiuto sistematico, all’insegna quasi del menefreghismo, delle istituzioni costituite da parte del proprio alter-ego Snake Plissken: un dissenso che si esprime tramite l’unico atteggiamento possibile di fronte alla situazione socio-politica al centro della denuncia e della critica del regista. In altre parole, se il Presidente – e dunque lo Stato – è simbolo di questa concezione imperialista, capitalista e fascista, allora questo Presidente non è ciò in cui Carpenter si rivede, rimanendo dunque il capo di un mondo che Plissken non riconosce e che rigetta. 

    Non è un caso, infatti, che in seguito al completamento della missione, il protagonista rifiuti qualsiasi tipo di ricompensa semplicemente per smascherare – con una semplice domanda – la totale noncuranza del Presidente di fronte alle morti che il suo salvataggio ha causato. Deluso per l’ennesima volta da un mondo al quale non appartiene, rifiuta l’opportunità di entrare a far parte del corpo di comando dell’esercito – declinando l’offerta di Hauk – e decide di sbeffeggiare l’America facendo suonare una cassetta con della musica quasi da circo durante il discorso del Presidente, al posto della famosa cassetta con le informazioni nucleari, che resta nelle mani di Snake mentre si allontana e viene distrutta dal protagonista, che ironicamente ride per una vittoria dal sapore estremamente amaro.

    Un finale magnifico nella sua semplicità e disarmante nel suo pessimismo, ma che in qualche modo regala una seconda possibilità all’umanità: Plissken distrugge infatti la cassetta contenente i segreti  militari degli Stati Uniti invece di consegnarla in mano alle potenze nemiche – una chanche che forse, però, il mondo non meritava, come sembra suggerire Carpenter alla fine del sequel Fuga da Los Angeles. Ma questa è un’altra storia.   

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  • LIVE #10 – MARVEL CINEMATIC UNIVERSE E AUTORIALITÀ

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    Insieme ad Alessandro Dioguardi, regista, sceneggiatore, redattore di Cinefacts.it e conduttore del podcast “Sul divano di Ale”, oggi vogliamo parlarvi dei quei film del Marvel Cinematic Universe che sono riusciti a coniugare autorialità e intrattenimento.

    Indice:
    – 4:40 – Guardiani della Galassia
    – 25:30 – Guardiani della Galassia Vol. 2
    – 37:40 – Thor: Ragnarok
    – 54:53 – Eternals
    – 01:10:42 – Doctor Strange: nel Multiverso della Follia

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  • LE ULTIME NEWS CINEFILE: CRONENBERG, PARK CHAN-WOOK, FAVINO E WILL SMITH…

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    NOSTALGIA, IL TRAILER DEL NUOVO FILM CON PIERFRANCESCO FAVINO

    Venerdì 6 maggio è stato diffuso il primo teaser trailer del nuovissimo film diretto da Mario Martone, Nostalgia. Il protagonista Felice, interpretato da Pierfrancesco Favino, torna a Napoli dopo ben quarantacinque anni trascorsi tra Africa e Medio Oriente, e il suo sarà un vero e proprio viaggio alla riscoperta di un passato creduto perduto, ma che in realtà lo tormenta da quando era solo un adolescente. Il film, tratto dal romanzo omonimo di Ermanno Rea, uscirà nelle sale il 25 maggio. Cliccate qui per vedere un trailer tra le strade del Rione Sanità.

    DAVID CRONENBERG E PARK CHAN-WOOK AL FESTIVAL DI CANNES 2022

    Il Festival di Cannes 2022 vedrà la partecipazione anche del mitico David Cronenberg, con un film il cui trailer sta già facendo discutere la comunità cinefila. Cronenberg, famoso per le sue opere appartenenti al filone del body horror (La Mosca del 1986 è sicuramente la sua opera più nota in questo senso), presenterà al Festival Crimes of the Future, un thriller decisamente intrigante in cui vedremo un artista compiere numerose trasformazioni al proprio corpo, cambiando completamente il proprio aspetto in quelle che paiono vere e proprie esibizioni di metamorfosi. Nel cast spiccano i nomi di Viggo Mortensen, che interpreta il protagonista, ma anche di Léa Seydoux e Kristen Stewart, i cui personaggi dovranno affrontare l’evoluzione della specie umana in un futuro tra l’inquietante e l’affascinante.

    Il trailer “dalla mente di David Cronenberg” è disponibile qui.

    Cronenberg non è l’unico ad aver fatto parlare di sé in questo ultimi giorni: è infatti uscito anche il trailer del nuovo film di Park Chan-Wook, uno dei registi coreani più apprezzati di sempre, anche lui in concorso al Festival di Cannes 2022. Decision to leave sarà una detective story che vedrà l’investigatore Hae-joon (interpretato da ark Hae-il) impegnato nel cercare di risolvere il mistero della morte di un uomo tra le montagne coreane. Non si conosce ancora la data di uscita in sala in Occidente, ma per la Corea del Sud è fissata al 29 giugno. Dati le precedenti opere del regista, apprezzate in tutto il mondo sia dalla critica che dal pubblico, non possiamo che aspettarci qualcosa di decisamente interessante. Cliccate qui per catapultarvi tra le montagne coreane!

    INCASSI ALLE STELLE PER IL DOCTOR STRANGE DI BENEDICT CUMBERBATCH

    Per mesi non si è fatto che parlare di uno dei film più attesi di maggio, Doctor Strange nel Multiverso della Follia, l’ultima fatica di casa Marvel, in sala dal 4 di questo mese. Le aspettative decisamente alte sono state rispettate, almeno per quel che riguarda il botteghino: il film è infatti al primo posto in Italia, con oltre un milione di euro di incassi giornalieri, a debita distanza da Animali Fantastici – I Segreti di Silente (che conta “appena” poco più di 60mila euro). Spostandoci fuori dall’Italia, il Dr. Stephen Strange ha praticamente conquistato il mondo intero, toccando e superando la vetta dei 120 milioni in pochissimi giorni di programmazione; si tratta del secondo miglior dato in periodo di pandemia, secondo solo a Spiderman – No way home. Un inizio decisamente col botto, anche grazie al grande e atteso ritorno di Sam Raimi alla regia, per una Marvel che inizia ad esplorare e portare sul grande schermo il complicato multiverso che sta iniziando a costruire. In caso foste interessati, potete trovare qui la nuovissima recensione di Doctor Strange nel Multiverso della follia.

    EMANCIPATION, QUANDO ARRIVERÀ IL NUOVO FILM CON WILL SMITH?

    Infine, arrivano notizie da Variety riguardanti Emancipation, il thriller con Will Smith targato Apple che sarebbe dovuto arrivare nelle sale nell’autunno di quest’anno. Infatti, già da luglio 2020 si parlava di questa pellicola, tuttavia i recenti avvenimenti riguardante l’attore, che in questo momento non si trova in una posizione particolarmente semplice dopo gli eventi della notte degli Oscar, potrebbero aver influenzato fortemente la distribuzione. Emancipation, diretto da Antoine Fuqua, sarebbe basato sulla storia vera datata 1863 della fuga di uno schiavo dalla Louisiana verso il nord degli Stati Uniti. Per ora, Apple sembra aver ritardato l’uscita del film, probabilmente al prossimo anno. Alcune fonti ritengono che Emancipation avrebbe potenzialmente potuto portare Smith a vincere un secondo Oscar, dopo quello di quest’anno per King Richard; in caso avvenisse, sarebbe però una vittoria amara, dato che all’attore è stato proibito di partecipare alla cerimonia per i prossimi dieci anni.

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  • RECENSIONE GLI STATI UNITI CONTRO BILLIE HOLIDAY – IL PEGGIO DEI BIOPIC

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    Gli Stati Uniti contro Billie Holiday sembrava il film perfetto per un regista come Lee Daniels: il regista di Precious(2009) e The Butler (2013) ha fatto sua una storia di razzismo e scontro con le autorità come la travagliata esistenza di Billie Holiday.

    E senz’altro Lee Daniels ha fatto sua la causa civile che la figura di Billie Holiday porta inevitabilmente con sé: peccato che, nel farlo, si sia perso per strada il film.

    LA STORIA (CONFUSA E SUPERCIFIALE) DI LADY DAY

    Con il pretesto di un’intervista del 1957 (un superfluo espediente narrativo di cui la narrazione si dimentica ben presto), il lungometraggio percorre alcuni anni salienti della carriera e della vita di Lady Day, segnati dalla persecuzione da parte del governo degli Stati Uniti, preoccupato per la carica rivoluzionaria di Strange fruit canzone di protesta contro i linciaggi perpetrati nei confronti della popolazione afroamericana, cui segue un arresto e una vita tenuta sotto stretta osservazione da parte dell’FBI.

    Qui si può già riscontrare uno dei problemi più grandi del film: la sua scansione temporale. La scelta di coprire un ampio arco di tempo è un azzardo nel genere biopic, perché il rischio di trattare in modo superficiale i singoli momenti a favore del quadro generale togliendo così spessore a entrambi è sempre dietro l’angolo. Il film purtroppo non sfugge a questa trattazione superficiale: nonostante il tentativo di collegare tra loro le varie e numerose sottotrame la dipendenza dalla droga e dai mariti violenti, la persecuzione da parte dell’FBI, il rapporto con il tormentato agente Jimmy Fletcher nessuna lascia veramente il segno, perché tutte sono trattate come se fossero la trama principale mentre nessuna lo è veramente. Soprattutto c’è poca consequenzialità nel comportamento dei personaggi secondari, che cambiano motivazioni e rapporti da una scena all’altra senza una reale ragione o meglio, le ragioni vengono spesso trascurate o espresse in forma di spiegoni.

    STRANGE FRUIT

    Ma non è tutta colpa della sceneggiatura di Suzan-Lori Parks; la regia di Lee Daniels appare con poche eccezioni sbilanciata tra intensa partecipazione emotiva e tentativo di restare distaccata: il risultato è la mancanza di una direzione precisa, di un punto di vista univoco. Questo è evidente anche nelle scene musicali, dirette e montate senza guizzi e per la maggior parte insignificanti ai fini del senso della storia. L’idea di una musica capace di smuovere le coscienze rimane questo: un’idea, spesso vagheggiata ma raramente messa in pratica in modo convinto all’interno della storia. Alla complessiva mediocrità della messa in scena la regia prova malamente a compensare con scelte artistiche bizzarre o fuori luogo improvvise accelerazioni della velocità, ingiustificate inquadrature in bianco e nero.

    Per tutto il film restano costantemente di buon livello la fotografia di Andrew Dunn e i costumi di Paolo Nieddu, ma soprattutto l’ottima prova di Andra Day (nonostante il monocorde doppiaggio italiano di Alessia Amendola), imprigionata in un ruolo con poco spessore ma meritatamente candidata all’Oscar come migliore attrice protagonista nel 2021 nonché autrice, insieme a Raphael Saadiq, della canzone originale Tigress & Tweed presente nella soundtrack del film. Tutto il resto del film, dalla regia alle interpretazioni secondarie compreso uno spaesato Trevante Rhodes e un monotono Garrett Hedlund è molto al di sotto delle capacità di tutte le persone coinvolte, non tanto per mancanza di passione nei confronti del soggetto quanto per una perenne indecisione e confusione nella trattazione dello stesso; non a caso, i momenti migliori del film sono quelli in cui si libera dalle trappole delle convenzioni dei biopic e punta tutto sulla rabbia nei confronti della situazione sociale descritta. Spicca in particolare la lunga sequenza onirica che ripercorre l’infanzia di Billie Holiday e prosegue con il ritrovamento casuale di una famiglia afroamericana distrutta dai suprematisti bianchi: la visione allucinata di un’America da incubo, dell’orrore del suprematismo bianco sempre dietro l’angolo e della disperazione di un’anima tormentata fin dall’infanzia. Una sequenza che lascia a bocca aperta, diretta e interpretata benissimo, di tale efficacia, rabbia e potenza espressiva da far notare ancora di più queste clamorose assenze per tutto il resto del film.

    UN BIOPIC DELUDENTE

    Ed è quindi un vero peccato dover constatare che Gli Stati Uniti contro Billie Holiday sia probabilmente uno dei peggiori biopic di recente memoria: un guscio esteticamente interessante ma vuoto e noioso a causa del suo ritmo discontinuo; un film incapace di rendere giustizia non solo alla persona di cui, nel tentativo di offrirne un ritratto imparziale, vengono mostrati soprattutto i vizi e ben poco di ciò che la rendeva così speciale, ma anche e soprattutto all’indignazione civile che muove il film nei confronti del razzismo sistemico di ieri e di oggi.

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  • RECENSIONE MOON KNIGHT – LUCI E OMBRE DI DISNEY+

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    Aperta nel mese di gennaio 2021 con la serie Wanda Vision, la Fase 4 del Marvel Cinematic Universe si compone, attualmente, di cinque serie e quattro film, che non sono però riusciti a convincere sempre tutti, ponendo spesso critica e pubblico su fronti avversi.

    Il 4 maggio 2022 è giunta alla conclusione la quinta serie originale Disney+ facente parte del MCU, con protagonista il guerriero egiziano Moon Knight interpretato per l’occasione da Oscar Isaac

    Purtroppo, però, non tutto sembra essere andato per il verso giusto, vediamo perché.

    DA FILM A SERIE TV

    Processo ormai comune e condiviso da diverse produzioni originali Disney+, soprattutto in casa Marvel, è quello di trasformare un progetto pensato originariamente per il cinema in una serie televisiva, conversione facile sulla carta ma che si può rivelare estremamente complicata nel momento in cui il materiale originale non risulta abbastanza sostanzioso da coprire almeno l’esiguo numero di sei episodi (siamo ormai lontani dai fasti delle stagioni con più di venti puntate ciascuna).

    La storia segue le vicende di Marc Spector, mercenario affetto dal disturbo di personalità multipla, che si ritrova a dover fare i conti con la gestione del proprio corpo assieme alla mite personalità di nome Steven. Al tutto si aggiunge il compito – assegnato da una divinità egizia di nome Khonshu – di fermare il misterioso predicatore Harrow. Le premesse narrative si dimostrano interessanti e ben calibrate nel primo episodio, il cui vero protagonista è Steven che, ignaro di tutto ciò che accade, accompagna lo spettatore alla scoperta delle varie informazioni necessarie per capire il contesto, ma già dal secondo episodio l’elemento di mistero lascia spazio ad una comicità sempre più demenziale che, con l’avanzare degli episodi, finisce inevitabilmente per rendere eccessivamente macchiettisti la maggior parte dei personaggi.

    ARCHEOLOGIA DI CARTONE

    Ambientando la serie principalmente in Egitto e presentando un mix di azione ed esplorazione archeologica, risulta fin da subito ovvio il paragone con film come Indiana Jones o il remake de La Mummia degli anni ’90, paragone che si conclude però decisamente a sfavore della serie a causa di scenografie spesso poco elaborate e smaccatamente finte (basti pensare alla realizzazione della tomba di Alessandro Magno, raccontata da miti e leggende come un tempio riccamente decorato e pieno di ricchezze, laddove qui è mostrata come uno stanzino con un misero sarcofago) e dall’utilizzo di una CGI decisamente sottotono – come purtroppo ormai d’abitudine negli ultimi film Marvel – che mette in scena mostri e divinità che mettono a dura prova la sospensione dell’incredulità anche degli spettatori abituati a un mondo con stregoni, alieni e supereroi.

    A questo si aggiunge un comparto tecnico decisamente mediocre sia a livello di fotografia, poco ispirata ed estremamente monotona (vista anche la varietà di ambientazioni), sia a livello di regia, funzionale nei momenti più quieti, ma assai confusa non appena l’azione si fa più concitata. Elemento rimasto finora esterno al discorso è la recitazione che, purtroppo, nonostante alcuni grandi attori coinvolti, come il già citato Isaac o Ethan Hawke nei panni del villain, si mantiene su un livello generalmente basso e spesso è eccessivamente sopra le righe. 

    CONCLUSIONI

    Sesta serie originale Disney+ facente parte del MCU, Moon Knight si presenta con un primo episodio intrigante per poi crollare incessantemente con l’avanzare degli episodi. Una regia basilare, a tratti sconclusionata, e una sceneggiatura piena di problemi e momenti morti si accostano a scenografie decisamente sottotono e ad una CGI abbastanza raffazzonata, laddove nemmeno grandi nomi come Oscar Isaac o Ethan Hawke riescono ad innalzare il livello della serie, imprigionati in una recitazione decisamente stereotipata ed eccessiva. Una serie che cerca di essere tante cose ma finisce per fallire in tutto, da guardare solo se si è fan dell’universo condiviso e non si può fare a meno di “rimanere in pari”.

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  • RECENSIONE DOCTOR STRANGE NEL MULTIVERSO DELLA FOLLIA – CINEFUMETTO D’AUTORE (?)

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    A circa cinque mesi dalla sua apparizione in Spiderman – No Way Home (Jon Watts, 2021), Benedict Cumberbatch torna a vestire i panni dello stregone Steven Strange nel secondo film a lui interamente dedicato. 

    Secondo la schedule originale, questo secondo capitolo doveva in realtà arrivare nelle sale molto prima, in quanto era stato pensato come il film che avrebbe introdotto lo spettatore al concetto di multiverso, tema che sarebbe stato poi approfondito con la serie Disney+ Loki ed il terzo film dedicato al tessiragnatele Peter Parker. Come ben sappiamo, però, c’è stata un’inaspettata pandemia di mezzo che ha portato Disney a pianificare da zero tutta la Fase 4 dell’MCU (che comprende tutti i prodotti audiovisivi targati Marvel in uscita dopo Spiderman – Far From Home (Jon Watts, 2019)). L’uscita di questo film viene fatta slittare, dunque, fino ad oggi, Maggio 2022. Altro grande cambiamento riguarda il regista: la direzione della pellicola è passata dalle mani di Scott Derrickson, regista del primo capitolo che ha deciso di lasciare la produzione per “divergenze creative”, a quelle di Sam Raimi, tornato a dirigere un cinefumetto Marvel dopo la sua trilogia (antecedente al Marvel Cinematic Universe) dedicata al personaggio di Spiderman interpretato da Tobey Maguire.

    Sarà riuscito Sam Raimi nell’impresa di unire la sua poetica con gli stilemi classici dell’MCU? 

    UN CLASSICO CINEFUMETTO

    Le vicende si aprono in medias res all’interno di una dimensione “magica”, con una variante di Strange intenta a combattere un misterioso demone assieme ad una giovane ragazza, anch’essa dotata di poteri. Ritrovatosi in pericolo, Strange sceglie – come siamo ormai stati abituati in tutte le sue apparizioni – il male minore cercando di rubare i poteri alla ragazza per poterli controllare e “salvare il multiverso”. Nulla va, ovviamente, nel verso da lui auspicato e la ragazzina, scopertasi essere la potentissima America Chavez capace di aprire varchi nel Multiverso, riesce a scappare teletrasportandosi in un altro universo, quello da noi finora conosciuto, dove assieme al “nostro” Doctor Strange e al fidato Wong partirà per un viaggio interdimensionale alla ricerca di un magico libro che può salvarle la vita e fermare i demoni che le danno la caccia.

    Una storia all’apparenza complessa e contorta, ma che si rivela essere estremamente semplice ripresentando i vari elementi tipici delle sceneggiature Marvel dell’ultimo periodo, con lunghi momenti didascalici e tanti “spiegoni” (forse troppi). Tuttavia si è lontani anni luce dalla pochezza narrativa dell’ultimo film su Spiderman. Qualche increspatura si trova anche in questa pellicola, ma è lodevole il tentativo da parte del team di sceneggiatori di non soffermarsi su una banale sequela di citazioni e varianti di personaggi dei vari multiversi, cercando di approfondire una certa caratterizzazione dei personaggi, con Strange che vuole risolvere a tutti i costi la situazione utilizzando anche metodi estremi (e questo vale per tutte le sue versioni seppur con le dovute differenze) e Wanda che – interpretata da una Elizabeth Olsen estremamente in parte – si imbarca in una morbosa ricerca dell’unità familiare, alla riscoperta anche del suo ruolo come “madre”. 

    Trovano spazio approfondimenti anche su America Chavez,  interpretata da una convincente Xochitl Gomez e che ci viene introdotta con semplici ma fondamentali nozioni sul suo passato, e Mordo, a cui presta le sembianze sempre Chiwetel Ejiofor con una nuova capigliatura ma che, purtroppo, si dimostra essere il meno interessante ed approfondito tra i personaggi secondari. 

    Il tutto, va comunque ricordato, viene esposto in fase di scrittura in un modo decisamente semplicistico. Viene naturale chiedersi se non fosse stato possibile investire maggiore attenzione e tempo in una caratterizzazione più approfondita di questi supereroi.

    IL RITORNO DI RAIMI

    Portata a termine la visione, l’istinto ci porta a gridare “Raimi is back!”, ma risulta doveroso fare una precisazione: qui non si è di fronte al nuovo film di Sam Raimi, bensì ad un nuovo film del MCU diretto da Sam Raimi. Come detto sopra, gli stilemi Marvel sono tutti presenti, soprattutto sul piano narrativo, imbrigliando il regista in uno schema già prefissato. Ciò non toglie, però, che la mano del regista è ben presente, soprattutto lì dove che ha avuto maggiore libertà creative: i fan delle sue opere passate troveranno moltissimo autocitazionismo, da zoom veloci ed improvvisi su porte che si chiudono improvvisamente, a morti che escono dal terreno fino alle tipiche inquadrature in piano olandese o all’utilizzo della “soggettiva del male”.

    Marcata è soprattutto la componente horror in cui, specialmente nella seconda metà del film, Raimi sembra aver spinto sull’acceleratore. Rimanendo nei canoni di un prodotto pensato per un pubblico prettamente giovanile (in America la pellicola è stata classificata PG-13), ci si ritrova davanti a numerosi momenti di tensione, anche grazie ad un sapiente uso delle luci e dei colori – ottima risulta infatti la fotografia curata da John Mathieson che passa da ambientazioni più calde e accese ad altre più fredde senza però risultare mai banale – e usufruendo di stilemi classici del cinema dell’orrore, come i jumpscare o la fuga dal mostro. Piccola parentesi va anche dedicata alla gestione dei vari camei, proposti come attrazione che farà felice più di un fan ma che Raimi decide di gestire in una maniera decisamente “bizzarra”, e all’utilizzo geniale della colonna sonora curata da Danny Elfman, storico collaboratore del regista.

    CONCLUSIONI

    Con Doctor Strage nel Multiverso della follia ci si ritrova davanti ad uno dei prodotti più interessanti della nuova fase dell’universo Marvel, che però è al contempo uno tra i capitoli più divisivi. La classica struttura narrativa Marvel, con tutte le varie problematiche che si trascina dietro, affiancata ad un regista che mette tutto sé stesso (letteralmente) all’interno della pellicola, porta alla nascita di un prodotto che molti ameranno ma che altrettanti disprezzeranno. Uno spartiacque che, una volta conclusa la visione, vi porterà a due opzioni: accettare che la Marvel sia questa e che, se accompagnata e guidata da personalità autoriali, può donare prodotti sicuramente non perfetti ma comunque estremamente godibili, oppure dirle definitivamente addio e chiudere i rapporti con essa. 

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  • RECENSIONE SETTEMBRE – IL MESE DEI NUOVI INIZI

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    Risaliva a ben sei anni fa l’ultima interpretazione attoriale di Giulia Steigerwalt, più precisamente al 2016 dove compariva ne Il giorno più bello di Vito Palmieri, mentre solo lo scorso anno figurava come sceneggiatrice in Marilyn ha gli occhi neri di Simone Godano (anche se in molti la ricorderanno per la sceneggiatura de Il Campione, di Leonardo D’Agostini). Quello che mancava alla prolificità e versatilità di Steigerwalt era l’esperienza dietro alla macchina da presa: ecco che arriva Settembre, prodotto da Groenlandia con Rai Cinema e distribuito da 01 Distribution. No, non stiamo parlando dell’omonimo film del 1987 di Woody Allen – uno dei suoi più bergmaniani e dimenticati – anche se sentiamo gli echi del suo impianto corale e della messa in scena perlopiù teatrale; infatti è curioso mettere a confronto le due opere, per il diverso approccio dei due autori a quel clima settembrino che, probabilmente ciascuno di noi – e con le sue declinazioni personali –, respira e vive ogni anno.

    Settembre narra le storie intrecciate di personaggi in cerca di felicità a partire da quella di Maria (Margherita Reggiani) che, di ritorno dalle vacanze estive, scopre con sorpresa di essere stata finalmente notata dal ragazzo per cui ha da sempre un debole. Eppure con altrettanto stupore scoprirà che sarà con Sergio (Luca Nozzoli), il ragazzo col compito di metterli in comunicazione, che si avventurerà per la prima volta dentro alle effusioni della prima adolescenza. Nel frattempo la madre di Sergio, Francesca (Barbara Ronchi), a seguito del delicato referto di una visita medica che ha profondamente scosso e cambiato la visione della sua vita, entra sempre più in intimità con l’amica Debora (Thony). Sarà proprio il suo medico Guglielmo (Fabrizio Bentivoglio, che svetta su tutti) il primo a cui Francesca confesserà questo nuovo autentico e inaspettato legame omosessuale. I due si incontrano casualmente nel bar che lui è solito frequentare per lasciarsi alle spalle la separazione con la moglie, frattura che lo ha lasciato a un vita dove l’unico vero contatto pare essere quello con Ana (Tesa Litvan), prostituta diciannovenne dal carattere cinico e dal passato difficoltoso, con cui ha una frequentazione stabile; a chiudere questo bizzarro cerchio di nuove scoperte interiori è quest’ultima, Ana, che attraverso l’innamoramento con Matteo (Enrico Borello), un ragazzo del quartiere, risveglierà in Guglielmo quella spinta emotiva in grado di dare nuove direzioni alla sua vita.

    Non è mai troppo tardi per realizzare i nostri sogni: settembre è il mese migliore per dare inizio al nostro riscatto, perché l’autunno è la stagione dei nuovi inizi. Come un fulmine a ciel sereno tutti i protagonisti di Settembre si accorgono che fino a quel momento hanno condotto una vita infelice, che non sentivano propria. Non avevano vissuto, ma si erano guardati vivere.

    Tutto questo, nell’esordio alla regia di Steigerwalt è trasposto attraverso dei caratteri sinceri e scritti in punta di penna: un’opera corale dove i personaggi insoddisfatti sono alla ricerca di rapporti nuovi, puri e autentici, che non troveranno nel futuro programmato ma nell’inaspettato e soprattutto nella forza delle relazioni umane più spontanee. È vero che ci si lascia a qualche didascalismo di troppo (soprattutto nel finale e nell’utilizzo delle musiche), ma l’ironia frizzante arriva sempre al punto giusto e le recitazioni sono tutte credibili e convincenti. Da anni non apparivano sugli schermi italiani delle interpretazioni giovanili così genuine, come il cuore dei loro personaggi; non è scontato che si tocchino con così giusto e sorprendente tatto l’educazione sessuale e i primi approcci adolescenziali.

    La ricerca della spontaneità forse cozza con l’impianto registico quasi teatrale e ampiamente impostato, ma la forza sta nella sceneggiatura, che regala note acri miste a sane risate che non rasentano mai il ridicolo o il banale.

    In anni in cui continuano ad essere prodotte e commercializzate commedie come Il sesso degli Angeli di Leonardo Pieraccioni, Settembre è una bella ventata d’aria fresca per gli spettatori. O perché no, come uno spritz del tardo venerdì pomeriggio.

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  • LE ULTIME NEWS CINEFILE – I VINCITORI DELLA 67a EDIZIONE DEI DAVID DI DONATELLO, DANEL RADCLIFFE TORNA SUI GRANDI SCHERMI, IL NUOVO FILM DI OLIVIA WILDE

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    I VINCITORI DELLA 67a EDIZIONE DEI DAVID DI DONATELLO

    La scorsa notte fra il 3 e il 4 maggio, con la conduzione di Carlo Conti e Drusilla Foer si è tenuta l’annuale edizione dei David di Donatello, una delle più prestigiose premiazioni italiane i cui 21 premi sono decretati dalla Giuria dell’Accademia del Cinema Italiano (composta da svariati nomi tutti disponibili sul sito dell’Accademia). Ad essere presi in considerazione sono stati presi i film distribuiti nelle sale italiane – e solo per quest’anno anche sulle piattaforme streaming – dal 1 marzo 2021 al 28 febbraio 2022.

    Svetta il kolossal Freaks Out di Gabriele Mainetti con ben 6 premi vinti, seguito da E’ stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino con appena un premio in meno, per vedere chiuso il podio da Ennio di Giuseppe Tornatore con 3 vittorie all’appello.

    Ha fatto storcere il naso a molti cinefili il Premio Spettatore assegnato a Me Contro Te – Persi nel tempo di Gianluca Leuzzi, terzo lungometraggio che vede protagonista la coppia dei fenomeni del web (Youtube, per la precisione) “Luì e Sofì“.

    Per tirare le somme di questa 67a edizione dei David di Donatello, risulta evidente la direzione che si intende dare al cinema italiano: larga apertura al grande pubblico e meno elitarismo. Freaks Out è infatti un puro cinecomic – action in salsa nostrana, E’ Stata la mano di Dio è probabilmente il film più visto quest’anno dagli spettatori italiani per via della sua uscita su Netflix e contemporaneamente nelle sale selezionate (Netflix non rivela gli incassi dei suoi film distribuiti in sala, ma si stima un incasso attorno ai 7 milioni di euro), oltre ad avere ottenuto la candidatura come Miglior film in lingua straniera alla passata edizione degli Oscar. Infine abbiamo Ennio, ritratto di una delle figure più celebri e popolari di tutta la Storia italiana contemporanea con un minutaggio che sfiora le due ore e mezza, successo di critica e pubblico tale da portare nelle casse del nostro cinema oltre 2 milioni di euro.

    Di seguito la lista completa delle Statuette.

    MIGLIOR FILM: E’ stata la mano di Dio

    Di Paolo Sorrentino, produzione di Paolo Sorrentino, Lorenzo Mieli

    MIGLIOR REGIA

    È stata la mano di Dio
    Paolo SORRENTINO

    MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA

    Ariaferma
    Silvio ORLANDO

    MIGLIORE ATTRICE PROTAGONISTA

    A Chiara
    Swamy ROTOLO

    MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA

    Qui rido io
    Eduardo SCARPETTA

    MIGLIORE ATTRICE NON PROTAGONISTA

    È stata la mano di Dio
    Teresa SAPONANGELO

    MIGLIOR ESORDIO ALLA REGIA

    Piccolo corpo
    Laura SAMANI

    MIGLIORE SCENOGRAFIA

    Freaks Out
    Massimiliano STURIALE – Ilaria FALLACARA

    MIGLIORI COSTUMI

    Qui rido io
    Ursula PATZAK

    MIGLIORE SCENEGGIATURA ORIGINALE

    Ariaferma
    Leonardo DI COSTANZO, Bruno OLIVIERO, Valia SANTELLA

    MIGLIOR AUTORE DELLA FOTOGRAFIA

    Ex Aequo – È stata la mano di Dio, Daria D’ANTONIO e Freaks Out, Michele D’ATTANASIO

    MIGLIOR CANZONE ORIGINALE

    Diabolik
    Titolo: LA PROFONDITA’ DEGLI ABISSI Musica, testi e interpretazione di: Manuel AGNELLI

    MIGLIOR ACCONCIATURA

    Freaks Out
    Marco PERNA

    MIGLIORE MONTAGGIO

    Ennio
    Massimo QUAGLIA, Annalisa SCHILLACI

    MIGLIOR DOCUMENTARIO

    Ennio
    di Giuseppe TORNATORE

    MIGLIORE SCENEGGIATURA NON ORIGINALE

    L’arminuta
    Monica ZAPELLI, Donatella DI PIETRANTONIO

    MIGLIORE COMPOSITORE

    I fratelli De Filippo
    Nicola PIOVANI

    MIGLIOR TRUCCO

    Freaks Out
    Diego PRESTOPINO – Emanuele DE LUCA e Davide DE LUCA (prostetico o special make-up)

    MIGLIOR FILM INTERNAZIONALE

    Belfast di Kenneth Branagh
    Universal Pictures
    Gran Bretagna

    MIGLIOR PRODUTTORE

    Freaks Out
    Andrea OCCHIPINTI, Stefano MASSENZI, Mattia GUERRA (LUCKY RED) – Gabriele MAINETTI (GOON FILMS) – RAI CINEMA IN COPRODUZIONE CON GAPBUSTERS

    MIGLIORI EFFETTI VISIVI – VFX

    Freaks Out
    Stefano LEONI

    MIGLIOR SUONO

    Ennio
    Presa diretta: Gilberto MARTINELLI
    Montaggio: Fabio VENTURI
    Mix: Gianni PALLOTTO

    DAVID GIOVANI

    È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino

    MIGLIOR CORTOMETRAGGIO

    Maestrale di Nico Bonomolo

    DAVID DELLO SPETTATORE
    Me contro Te il Film – Persi nel tempo

    DAVID ALLA CARRIERA

    Giovanna Ralli

    DAVID SPECIALE

    Sabrina Ferilli

    Antonio Capuano

    LE NUOVE DISPOSIZIONI ANTI-COVID PER I CINEMA

    Dal 1° maggio è caduto l’obbligo di indossare mascherine e di esporre il Green Pass in quasi tutti i contesti, ma fra questi non compare il cinema (assieme al teatro, ai mezzi di trasporto, ai palazzetti sportivi e agli ospedali). Nelle sale italiane permane quindi l’obbligo di utilizzo di mascherine FFP2 fino al 15 giugno, ma non si è fatta attendere la dura reazione di ANEC che ha inviato due lettere aperte, una al presidente della repubblica Sergio Mattarella, e una al presidente del consiglio Mario Draghi (assieme ai ministri Franceschini, Speranza e ai presidenti di CDR e ANCI), reperibili a questo link: https://www.anecweb.it/notiziaevento.php/32817

    ASSEGNATO A PAUL SCHRADER IL LEONE D’ORO ALLA CARRIERA

    Nella giornata di mercoledì 4 maggio su proposta del Direttore della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, Alberto Barbera, il Cda della Biennale di Venezia ha annunciato che il vincitore del Leone d’oro alla carriera della 79/a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, sarà Paul Schrader (regista statunitense di cult come American Gigolo o Il bacio della Pantera e sceneggiatore di capolavori come Toro scatenato o Taxi Driver). Schrader ha così commentato il prestigioso riconoscimento: “Sono profondamente onorato, Venezia è il mio Leone del cuore”.

    TRAILER DEL NUOVO FILM CON DANIEL RADCLIFFE

    Martedì 3 maggio è uscito il trailer del nuovo film che vede protagonista Daniel Radcliffe, biopic su Al Yankovic chiamato Weird: The Al Yankovic Story. Chi è Al Yankovic (detto ‘Weird’, strano), vi starete chiedendo? Si tratta di un mancato architetto che negli anni 70 ha deciso di intraprendere una carriera da comico musicale. Si è fatto presto conoscere per la sua capacità di storpiare i testi di canzoni famose ed eseguirle lui stesso: momenti di svolta per lo strambo comico furono la parodia di My Sharona dei The Knack (My Bologna) cantata e suonata con la fisarmonica, e Another One Rides the Bus (parodia di Another One Bites the Dust dei Queen). La sua fama di parodista fuori dagli schemi proseguì lungo tutti gli anni 80 (che lo porterà a fare brevi apparizioni anche nella trilogia de La Pallottola Spuntata). Dall’aspetto altamente istrionico (occhiali, baffi e lunghi riccioli rossicci), vedremo se Daniel Radcliffe riuscirà a riconsegnarci tutta la carica demenziale di un personaggio fuori dagli schemi. Ancora non abbiamo notizie in merito all’uscita nelle nostre sale.

    Il link per il teaser trailer è il seguente: https://www.youtube.com/watch?v=gSPbrmIpcy0

    TRAILER DEL NUOVO FILM CON HARRY STYLES E FLORENCE PUGH

    Si chiama Don’t Worry Darling e sarà diretto da Olivia Wilde, il nuovo film che vedrà sui grandi schermi l’inaspettata coppia Florence Pugh – Harry Styles. Tutt’ora non è stata annunciata la data d’uscita per i cinema italiani, la sinossi presa dal sito di Coming Soon è la seguente: è ambientato negli anni ’50 e racconta la storia di Alice (Florence Pugh), una casalinga sposata con Jack (Harry Styles), che vive con il marito in una comunità sperimentale, isolata e utopica, conducendo un’esistenza idilliaca. In questa comunità idealizzata, che raccoglie famiglie felici, vige il concetto di ottimismo sociale, tipico di quel decennio, e portato avanti anche dallo stesso amministratore delegato Frank (Chris Pine), che gestisce ogni aspetto della vita in questo idilliaco luogo. Gli uomini passano le loro giornate nel quartier generale del Victory Project, un progetto top-secret dedicato allo “sviluppo di materiali innovativi”. Le donne, compresa la compagna di Frank, Shelley (Gemma Chan), trascorrono il tempo a godersi la comunità con i suoi agi e lussi. Apparentemente la vita perfetta, dove ogni bisogno del residente viene prontamente soddisfatto dall’azienda e l’unica cosa chiesta in cambio è l’impegno lavorativo e la discrezione sul progetto in atto.

    Quando Alice inizia a chiedersi cosa suo marito faccia alla Victory e a quale scopo, inizia a sospettare che Jack possa avere segreti con lei. Ben presto la donna si renderà conto che sotto il velo perfetto dell’apparenza si nascondono cose terribili, che porteranno la sua splendida vita a disfarsi pezzo dopo pezzo. Ma è pronta a perdere tutto pur di far conoscere la verità?

    Link al trailer: https://www.youtube.com/watch?v=RnvGZUJX6cs

    TUTTO JAMES BOND SU PRIME VIDEO

    Dal 13 maggio sarà possibile recuperare tutti i 25 film della storica saga di 007 su Amazon Prime Video, a seguito dell’acquisizione della MGM da parte di Amazon di appena un mese fa. Il tempo in cui rimarranno a disposizione sarà limitato, ma non è ancora stato dichiarato con chiarezza da Amazon quando sarà la scadenza.

    LE NUOVE USCITE DI MAGGIO AL CINEMA

    Sono tantissime le uscite da poter apprezzare durante maggio su grande schermo, e per i più curiosi rimandiamo direttamente al nostro post instagram con le uscite più succulente!

    FONTI: World of reel, Deadline, BadTaste, Ansa, YouTube, Coming Soon, Anec

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  • #10 STRADE PERDUTE: LA TRILOGIA DE LA CASA DI SAM RAIMI

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    LINK ALL’EPISODIO

    In questo decimo episodio di Strade Perdute, Alessandro e Jacopo, insieme al loro ospite Mattia Bianconi, analizzano (anche se per lo più citano battute iconiche dei film) la Trilogia de La Casa di Sam Raimi, in occasione dell’uscita nelle sale di Doctor Strange in the Multiverse of Madness diretto proprio da Raimi. Riscopriamo insieme le origini del Cinema del regista, noto ai più solamente per la trilogia di Spiderman di inizio anni 2000, che grazie alla saga in questione è riuscito a scrivere il suo nome nella storia della Settima Arte.

    Lista dei film citati
    – La Casa (3.30)
    – La Casa 2 (25.45)
    – L’Armata delle Tenebre (44.40)

    Un saluto e un ringraziamento a tutti i nostri ascoltatori e alle nostre ascoltatrici, ci sentiamo al prossimo episodio.