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Tutti gli articoli usciti su Framescinema in questi anni

  • RECENSIONE PRISONERS OF THE GHOSTLAND – UNA MONTAGNA RUSSA DI DIVERTIMENTO

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    L’ultima fatica di Sion Sono apre la Ventunesima edizione del TOHorror Fantastic Film Fest, manifestazione torinese indipendente dedicata al cinema e alla cultura del fantastico.

    Nella pericolosa città di frontiera di Samurai Town uno spietato rapinatore di banche di nome Hero (Nicolas Cage) viene fatto uscire di prigione da Il Governatore, un ricco signore della guerra la cui nipote adottiva Bernice (Sofia Boutella) è scomparsa. Questi offre al prigioniero la libertà in cambio della salvezza della giovane fuggiasca. Per sfuggire al mondo degli incubi in cui si muove, Hero dovrà spezzare la maledizione che controlla la misteriosa Ghostland. Fasciato da una tuta di pelle che si autodistruggerà entro tre giorni, il bandito parte per un viaggio alla ricerca della ragazza e della sua redenzione.

    Sono unisce le forze con Nicolas Cage, il cui nome nei titoli di testa viene accolto da un applauso del pubblico a dimostrazione di quando l’attore californiano sia diventato fenomeno cult negli ultimi anni, per produrre un giocattolone di quasi puro intrattenimento che riesce nel suo obiettivo di divertire il pubblico e permette a Sono di sfogare la sua visionarietà. 

    Il regista costruisce un colorato Giappone post-apocalittico miscelato con l’influenza del mondo occidentale, prendendo a piene mani dall’immaginario di Mad Max di George Miller o di Doomsday di Neil Marshall e mettendo in scena luoghi fumosi costituiti da impalcature  visibili, come se Sono ci facesse l’occhiolino e ci mettesse al corrente che si tratta di set cinematografici, di finzione, di divertissement. Le citazioni non si contano, come quella evidente da L’armata delle tenebre di Sam Raimi, e il film a tratti è un western, a tratti uno zombie movie, a tratti una storia sui samurai. 

    Il personaggio di Nicolas Cage, costretto a una missione in stile Suicide Squad dal Governatore, interpretato da  Bill Moseley, deve farsi strada in un mondo multietnico di freaks, in cui l’individualismo del popolo assoggettato è annullato e, ad eccezione dei capi e tiranni, tutti parlano per coscienza collettiva. 

    Da questo miscuglio di citazioni e generi, Sono costruisce un film miracolosamente riuscito, in cui a momenti di grande ilarità si alternano scene di grande tensione e momenti sinceramente commoventi, a dimostrazione del talento del regista giapponese nel gestire una materia così complessa. L’entrata a Ghostland in particolare, risulta essere un piccolo gioiello all’interno della pellicola, in cui Sono può dare sfogo a tutta la sua fantasia nella costruzione di questo strano mondo.

    Se a primo impatto il film può sembrare puro barocchismo, in realtà l’opera nel complesso risulta essere molto più intelligente. Il regista sfrutta la storia surreale per criticare  l’ingerenza statunitense nel mondo giapponese, alternando frecciatine dirette (il “bring the America” del Governatore per indicare “porta i soldi”, ricchezza che nella storia risulta essere fittizia) a riferimenti importanti riguardanti lo scoppio delle bombe nucleari di Hiroshima e Nagasaki, a dimostrazione di come sia un argomento ancora davvero sentito nel Paese del Sol Levante. Il nuovo Giappone per Sono può nascere solo dall’espiazione della colpa statunitense (incarnata metaforicamente dal personaggio di Nicolas Cage) di aver utilizzato gli ordigni atomici  e dalla contaminazione tra l’America e il mondo orientale, ma non dalla conquista di quest’ultimo da parte della prima.  Fino a questo momento il tempo resta bloccato e i fantasmi del passato impediscono alla popolazione di Ghostland di progredire, nel timore che il doomsday clock possa ricominciare a scorrere e portare a una nuova apocalisse, omaggio oltre che all’oggetto reale anche al medesimo presente nella graphic novel Watchmen di Alan Moore.

    Tanti concetti messi in scena con maestria da Sono, con una regia solida, un comparto attoriale in perenne overacting, aspetto coerente con le altre componenti del film, con Nicolas Cage che interpreta se stesso e una sempre brava Sofia Boutella, una curatissima fotografia, delle ottime musiche e delle scene di combattimento coreografate magnificamente.

    Se siete in cerca di montagne russe scritte con intelligenza, questo film fa decisamente per voi.

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  • RECENSIONE I’M YOUR MAN – AUTOMI CHE AMANO LE DONNE

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    Alma (Maren Eggert) è un’archeologa quarantenne che vive sola e lavora come ricercatrice al Pergamonmuseum di Berlino, dove studia le antiche forme di scrittura della civiltà persiana. Con la promessa di vedersi destinati dal suo capo alcuni fondi per una spedizione, unica single tra i dipendenti, è invitata a prender parte a un curioso esperimento sociale: dovrà trascorrere tre settimane in compagnia di un (fin troppo) premuroso e attraente robot umanoide installato in casa propria, Tom (Dan Stevens, il Matthew Crawley di Downton Abbey), messo a punto con sofisticati algoritmi per essere il partner perfetto e soddisfare ogni esigenza affettiva della donna, la quale, al termine del periodo di prova, dovrà stilare un bilancio di valutazione del consorte. La forzata convivenza tra Alma e Tom produrrà equilibri imprevisti e insospettabili affinità tra i due. 

    Centrato più sulle dinamiche di corpi estranei e sconosciuti che si avvicinano, si studiano e negoziano spazi, e su desideri ed esigenze nel nido domestico, piuttosto che sulle classiche leggi della robotica al cinema, I’m Your Man (Ich bin dein Mensch) della tedesca Maria Schrader (regista della serie Unorthodox) accantona presto la premessa fantascientifica e le implicazioni tecnologiche sull’artificiale, senza mai caricare l’impianto di futuribili suggestioni visive e apocalittiche. Ci troviamo, senza troppi scompensi immaginativi, nel mezzo dell’intima e prosaica attualità del quotidiano. Nel taciturno, nevrotico e frettoloso vivere contemporaneo. Fatto di alienazioni abilmente mascherate nella routine lavorativa, esistenze segnate e solitarie, traumi non esorcizzati, sentimenti repressi e trattenuti nella comfort zone, dietro le porte degli appartamenti (singoli) chiuse in faccia al pressante e competitivo giudizio degli altri. 

    La riflessione sul contatto, le interazioni e le influenze tra umano e artificiale, lungi da investire robuste speculazioni filosofiche a cui molta sci-fi iconica ci ha abituato, riguarda qui la comune e più ristretta dimensione delle sfuggenti e precarie relazioni sentimentali. Diventate così complicate e inaccessibili da rendere necessario un blind date a tavola con un adone sintetico come Tom, all’interno di un’elegante e affollata sala da ballo in cui Alma si trova circondata da una miriade di coppie di ologrammi, che simulano complicità e mimano tentativi di seduzione: il set artefatto per il suo appuntamento, il fondale senza materia di una modernità sussiegosa e anaffettiva che al tocco si dissolve, e che senza la stampella del simulacro non sembra più capace di vero slancio poetico, del gesto impulsivo come dono gratuito, del gusto del gioco e dell’effusione amorosa oltre gli affettati protocolli sociali. 

    Può essere definita reale la felicità nonostante la consapevolezza che essa derivi da un qualcosa di artificiale? Maria Schrader è molto abile e mai troppo banale nel dirigere dialoghi nella penombra o in piena luce, nell’alternanza dei duelli e degli scontri dialettici tra Alma e Tom, giocando su incroci ed inversioni delle due specie sotto il tetto: l’algida e laccata corazza di infallibile calcolatore e uomo perfetto, programmato al millimetro, che riveste Tom si apre poco a poco ad includere reazioni e dolori umani (fino a dare forma e concretezza a un falso ricordo di un amore infantile vagheggiato da Alma). Mentre la bravissima Maren Eggert, volto da diva del cinema muto, con la sua durezza di lineamenti teutonici e la sua dolcezza istintiva, nella freddezza guardinga e spigolosa della sua interpretazione distaccata – che incarna la somatizzazione di un profondo trauma – sembra essere il vero robot che deve sciogliere il suo involucro e riabbracciare calore e sensibilità. 

    Nell’approfondirsi del rapporto con Tom, Alma fa così la stessa (ri)scoperta della dimensione umana, espressiva e creativa che il suo lavoro al museo tenta di portare alla luce nelle antiche scritture: attestando la presenza, presso le civiltà premoderne, delle invenzioni linguistiche e delle metafore poetiche al puro servizio del sentimento, al solo scopo di gioirne e goderne in sé, oltre i codici ufficiali e la ratio impersonale delle tavole marmoree. Una traduzione di segni emotivi, in un parallelo tra il passato arcaico da decifrare e un presente altrettanto illeggibile, che sembra ricalcare il rapporto tra il Mito e la sua attualizzazione in Undine (2020) di Christian Petzold: altra recente favola romantica sui generis del cinema europeo, che come I’m Your Man segue il percorso esistenziale della protagonista femminile (là una guida turistica, qui un’archeologa) tra una mutevole geografia berlinese (là il Märkisches Museum tra plastici architettonici e planimetrie, qui statue e reperti del Pergamon) in bilico tra natura e cultura, razionalismo scientifico e passioni disordinate, verità interiore e falsi idoli della tecnica. 

    Tra una bella sequenza in notturna nelle sale del Pergamonmuseum a luci spente, e qualche veniale sbandamento (la stucchevole parentesi idilliaca con Tom attorniato dai cervi nel bosco, e la corsa a piedi nudi sull’erba), la Schrader compone un’intelligente ipotesi di bromance come riscoperta del sé e delle proprie potenzialità affettive, un vulnerabile melodramma da camera doppia sussurrato in toni lievi ed ipnotici che, se proprio non rivoluziona il discorso sui corpi artificiali del cinema, riuscirà almeno a riparare i pezzi di qualche cuore malandato, senza bisogno di troppi algoritmi e ricambi meccanici. 

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  • THE HANDMAID’S TALE – OLTRE LA FINZIONE

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    La serie tv The Handmaid’s Tale sembra proprio essere una serie destinata a segnare quest’epoca, testimoni gli innumerevoli premi che ha vinto: due Golden Globale (2018 – Premio migliore attrice in una serie TV drammatica a Elisabeth Moss; 2018 – Premio migliore serie TV drammatica), un premio BAFTA (2018 – Premio miglio serie) e 11 Emmys (tra cui Migliore Attrice Drammatica: Elisabeth Moss, protagonista nel ruolo di Offred; Migliore Sceneggiatura; Migliore Serie Drammatica; Migliore “Guest Star” femminile: Alexis Bledel, nel ruolo di Ofglen; Migliore attrice non protagonista: Ann Dowd, nel ruolo di Aunt Lydia). 

    Potremmo dire che si tratta di una serie quasi inattaccabile, indipendentemente dai gusti, dalla scrittura fino alla colonna sonora. A ciò si aggiunge un cast eccezionale: da Elisabeth Moss, passando per Alexis Bledel e Yvonne Strahovski.

    DAL ROMANZO ALLA SERIE TV

    La serie è una trasposizione del romanzo Il Racconto dell’Ancella di Margaret Atwood pubblicato nel 1985. Prima di diventare una serie tv, il romanzo era già stato oggetto di varie trasposizioni. La prima volta è stato a teatro, dove ha debuttato pochi anni dopo la pubblicazione, mentre nel 1990 è stata la volta del grande schermo, con un film di Volker Schlöndor. La serie tv The Handmaid’s Tale, disponibile su TimVision, è invece il primo adattamento televisivo de Il Racconto dell’Ancella.

    L’autrice del romanzo ha messo mano alla sceneggiatura della serie, ed eventuali modifiche o aggiunte sono quindi state approvate, se non scritte, direttamente da lei. Inoltre, l’autrice aveva il desiderio di partecipare a una puntata, e infatti nell’episodio pilot appare nei panni di una delle Zie, le donne anziane a cui è affidato il compito di gestire le ancelle.

    IL LINGUAGGIO VISIVO IN GILEAD

    La serie è ambientata in un futuro distopico ma che non sembra così lontano dalla realtà, in una nazione la cui la piaga peggiore è l’infertilità delle donne. La società viene riorganizzata da dei leader e divisa in nuove classi sociali. A Gilead le donne sono tremendamente sottomesse: è vietato loro leggere, lavorare, avere possedimenti in denaro o proprietà. Per ogni trasgressione alla legge sono previste tremende punizioni fisiche: la lettura per esempio comporta il taglio di un dito e, se il fatto si ripete, di una mano.

    La protagonista vede la sua vita cambiare radicalmente in pochi istanti: non è più June, madre, moglie, lavoratrice e donna libera, ma è Offred, Ancella di Fred Waterford. 

    L’organizzazione della società nella Repubblica di Gilead è chiara, i ruoli sono rigidi e facilmente riconoscibili. Le differenze tra i gruppi sono rappresentate sullo schermo prevalentemente mediante codici visivi e comportamentali, e tutti i personaggi sono sempre riconoscibili nel loro ruolo grazie agli abiti che indossano. Le Mogli, ad esempio, vestono di azzurro e hanno potere decisionale limitatamente all’ambito familiare. Le Marte sono vestite di verde e si dedicano ai lavori domestici. Le Ancelle portano un vestito rosso e un copricapo bianco, comprano il cibo e passeggiano, oltre a mettere a disposizione il proprio corpo per la riproduzione. Le Zie hanno abiti marroni e sono donne di età più avanzata che hanno il compito di educare le Ancelle (ruolo che svolgono con una severità militaresca).

    I guardaroba maschili sono invece più orientati ai colori scuri, basti pensare ai Capitani che indossano divise nere. Sono loro che hanno organizzato la rivoluzione e che detengono ora il potere politico ed economico. Le uniformi non hanno solo un valore distintivo, ma portano con sé significati ben precisi, come ha dichiarato in un’intervista la costumista Natalie Bronfman: il rosso delle ancelle rimanda alla fertilità, alla vita, alla passione e al tempo stesso al pericolo; il verde pacato delle Marte rimanda alla speranza, alla pace e alla tranquillità nell’arte cristiana, ma anche alla cura; infine, l’azzurro delle Mogli richiama in parte l’iconografia sacra, al colore del cielo, della spiritualità e della Madonna, che concepì senza compiere l’atto sessuale.

    Bisogna comunque notare che se le uniformi aiutano ad inquadrare il ruolo che il personaggio ricopre, in certi momenti di intimità tra i personaggi la serie è pronta a sorprenderci e a far emergere le diverse caratteristiche di ogni personaggio, dimostrando come in realtà si tratti di un ordine fisso e immutabile solo in apparenza.

    Margareth Atwood durante le riprese della serie tv

    DALLA FICTION ALLA REALTÀ

    Il romanzo aveva destato numerose polemiche per la durezza delle tematiche trattate, tanto che alcune scuole superiori americane ne avevano vietato la lettura. Tuttavia, l’autrice stessa ha affermato di non aver inventato nulla, ma che anzi le pratiche da lei descritte sono state realmente messe in atto contro le donne in vari periodi storici.

    Il contesto in cui è stata proposta la serie al pubblico ha sicuramente avuto un ruolo fondamentale nel suo successo. La serie è stata infatti trasmessa nel 2017, anno dell’elezione di Donald Trump. Già durante i suoi primi cento giorni di presidenza, alcuni diritti dati per acquisiti sono stati messi in discussione, e la coincidenza fra l’atmosfera connessa all’elezione del nuovo Presidente e la messa in onda della serie tv ha prodotto una serie di effetti nella lettura e nell’interpretazione delle vicende narrate. Proprio per questo, quella parte del movimento femminista statunitense che di solito si attiva contro i provvedimenti del governo ha trasformato immediatamente questa serie in un simbolo culturale di resistenza.  

    Il primo simbolo di lotta ispirato dalla serie è senza dubbio la divisa dell’ancella, basti pensare alle donne che hanno protestato contro la legge sull’aborto vestite da ancelle. La prima volta nel marzo 2017, in Texas, le donne sono entrate silenziosamente in senato per protestare contro una nuova legge che avrebbe limitato fortemente il diritto all’aborto, permettendo addirittura ai medici texani di mentire alle future madri in caso di malformazione del feto per impedirgli di ricorrere alla possibilità, in quel caso garantita, di interrompere la gravidanza. Di nuovo, il 13 Giugno 2017 hanno invaso il parlamento dell’Ohio manifestando contro un’altra proposta di legge tesa a rendere più difficile il ricorso all’aborto in quello stato. In questo caso le manifestanti hanno protestato in totale silenzio, lasciando che fossero i loro abiti a parlare. Il 17 Aprile 2021 è successo invece in Italia: duecento persone si sono trovate a manifestare contro la proposta del Piemonte di aprire sportelli di associazioni antiabortiste nelle Asl. 

    Sui social ha anche iniziato a circolare un hashtag che fa riferimento alla serie: #Nolitetebastardescarborundorum. Nella serie infatti la frase in latino Nolite te basterdes carborundorum (“Non lasciare che i bastardi ti schiaccino”) viene ritrova dal personaggio di Offred incisa nella sua camera, traccia di un’ancella che era stata lì prima di lei e che vuole spingerla a continuare la sua ribellione. Un messaggio che la conforta e la fa sentire meno sola, facendola riflettere su come stiano vivendo tutte la stessa situazione.

    Così, la divisa dell’ancella è entrata pian piano nell’immaginario collettivo, uscendo dai limiti della serie tv, tanto che in alcune manifestazioni, gruppi di donne che la indossavano hanno dichiarato di non aver mai guardato tutte le stagioni della serie o di non aver mai letto il romanzo.

    PROTESTE MA NON SOLO

    Nel 2019 Kylie Jenner ha organizzato una festa a tema per il compleanno della sua migliore amica, ispirato a The Handmaid’s Tale. “Welcome to Gilead” diceva festosa in una delle sue storie su Instagram. Tutto era curato nei minimi dettagli: le amiche in tuniche rosse, le cameriere in verde che servivano cocktail con nomi come Praise Be Vodka e Under His Eyes Tequila. Gli invitati maschi erano chiamati con l’appellativo di Commander (comandante), le donne con il composto “of” più il nome dell’accompagnatore, proprio come nella serie in cui ogni donna perde il proprio nome e deve derivarne uno dall’uomo che la possiede. Kylie Jenner fu fortemente criticata sui social, e la festa fu ritenuta inopportuna a causa delle tematiche trattate.

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  • RECENSIONE VENOM 2: LA FURIA DI CARNAGE – UN FILM FUORI TEMPO MASSIMO

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    Dopo il grande successo dei cinecomic e, in particolare, del personaggio di Spiderman, l’arrivo di Venom, suo acerrimo nemico nella versione cartacea, era inevitabile. Arrivò così il 2007, anno in cui uscì il terzo capitolo della trilogia dedicata all’arrampica muri diretta da Sam Raimi, pellicola che inizialmente doveva vedere nel personaggio di Sandman (Uomo Sabbia per la nostra penisola) il nemico principale, ma in cui la produzione inserì a forza proprio il simbionte alieno per creare “ciò che i fan avrebbero voluto”. Purtroppo tutti sappiamo come questa manovra causò al film diversi problemi, trasformandolo da “capitolo preferito per i fan” al “capitolo che i fan vogliono dimenticare”. Con l’addio di Raimi e la creazione di una nuova serie di film dedicati all’universo Amazing, il personaggio di Venom venne lasciato da parte.  Fino al 2018, quando un nuovo film raggiunse le sale e a sorpresa di tutti si trattava di una pellicola stand alone dedicata al simbionte, che non era il villain, bensì il protagonista delle vicende.

    La pellicola fu un enorme successo di pubblico, ma non si trattava certo di ciò che la gente si aspettava: Venom non era più un villain, bensì un antieroe caratterizzato da un carattere molto più scherzoso della sua controparte cartacea. Un cambiamento che molti fan faticarono a digerire, creando schieramenti opposti tra chi apprezzava la pellicola ed il cambio di toni e chi invece accusava Sony di aver rovinato il personaggio nel tentativo di creare il loro “Deadpool” personale. 

    In questa battaglia si inserisce poi la critica specializzata, che critica aspramente la pellicola, bocciandola su quasi tutti i fronti.

    Ma le critiche passarono presto in secondo piano, visto il più che positivo esordio ed il grande successo al botteghino che sarebbe continuato per parecchie settimane. Notizie estremamente positive per i produttori, che cominciarono a vagliare la possibilità di creare un loro universo condiviso (formato da diversi antieroi dei fumetti Marvel) e di dare un seguito al film. Si arriva così all’autunno 2021, in particolare al mese di ottobre, nel quale è arrivato in sala il nuovo capitolo dedicato a Venom, questa volta caratterizzato dalla presenza di un altro famoso simbionte: Carnage. Purtroppo però, non tutto è andata per il verso giusto ed il film che è arrivato nei cinema è tutt’altro che il seguito sperato. Vediamo quindi dove la pellicola ha sbagliato questa volta.

    UN FILM SENZ’ANIMA

    La pellicola inizia poco dopo la fine del capitolo precedente: Eddie Brock (Tom Hardy) e Venom condividono la loro vita, caratterizzata da improvvisi sbalzi d’umore e litigi, mentre cercano di portare a termine un reportage su Cletus Kasady (Woody Harrelson), serial killer rinchiuso in carcere e che, per qualche misterioso motivo, sembra avere un’ossessione proprio per Brock. Dopo alcune sequenze che mettono ben in chiaro l’intenzione di creare un’atmosfera chiaramente scanzonata e tutt’altro che seria, entra in scena il personaggio di Carnage, il quale da inizio alla sua carneficina attirando, però, su di sé l’attenzione di Venom.

    Non approfondisco ulteriormente la trama della pellicola poiché quasi nient’altro è presente nel film, soprattutto a causa di una scrittura che probabilmente non sapeva proprio cosa raccontare. Le vicende che dovrebbero portare la trama ad una vera e propria partenza non generano altro che caos, dovuto alla struttura del racconto. Se inizialmente il film si presenta come un poliziesco con elementi da film di supereroi, magari un po’ scanzonato, continua invece presentando una sequenza di gag quasi sconnesse tra di loro, nel quale lo spettatore fatica a trovare un nesso logico o un collegamento e che, inoltre, finiscono per creare in lui un senso di disagio ed imbarazzo (cringe, usando un termine del web). Questo anche perché tutti i personaggi risultano eccessivamente stereotipati e sono caratterizzati da comportamenti talmente assurdi da risultare fuori luogo perfino in un film di questo genere.

    Le scene di combattimento vengono relegate ad una decina di minuti per la prima ora della pellicola e vengono affidate esclusivamente al personaggio di Carnage, in quanto Venom non è protagonista di nessuna scena d’azione fino allo scontro finale, estremamente confusionario sia a livello registico (firmate da un Andy Serkis estremamente moscio e fuori forma) che a livello di gestione dei personaggi e dei loro rapporti di potere e che arriva decisamente troppo presto, rimarcando come il film abbia dei problemi di gestione dei tempi. Continuando sull’aspetto visivo bisogna inoltre sottolineare come la CGI funzioni finché nascosta dalla fotografia particolarmente scura della pellicola, poiché quando interagisce con l’elemento umano in live action mostra pesantemente il fianco.

    Risulta doveroso spendere due parole sulla scena post-credit della pellicola (saranno quindi presenti spoiler in questo paragrafo. In caso non siate interessati all’analisi della scena in questione potete saltare direttamente alle conclusioni), con cui non solo ci viene introdotta la questione della vastissima conoscenza di cui dispongono i simbionti, ma che soprattutto catapulta (letteralmente) Eddie e Venom dentro l’MCU portando a pensare alla presenza dei due nello Spiderman: No Way Home in arrivo a dicembre. Resta comunque da scoprire se si tratterà soltanto di un breve cameo o di un ruolo importante all’interno della pellicola, valutando anche l’ipotesi di una possibile riscrittura del personaggio vista l’atmosfera estremamente seria che sembrava caratterizzare il trailer del film uscito negli scorsi mesi.

    CONCLUSIONI

    Con questo seguito, Sony presenta al pubblico un film pieno di problemi, a partire dalla scrittura delle vicende che si risolvono in una sequela di gag particolarmente sconnesse tra loro e che termina in uno scontro finale che arriva troppo velocemente e caratterizzato da una grossa confusione sia a livello di scenografie che a livello registico, con il quale Andy Serkis raggiunge il suo risultato peggiore. Una pellicola che ridicolizza eccessivamente tutti i personaggi ed in primis Venom, mettendo loro in bocca battute pessime e spesso cringe, che portano lo spettatore in un costante senso di imbarazzo. Una pellicola che sembra essere nata fuori tempo massimo, che poteva forse funzionare negli anni ’90, ma sicuramente non oggi e non dopo lo standard fissato dai numerosi cinecomic usciti in questi anni.

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  • LEI DI SPIKE JONZE – IL FANTASMA INCORPOREO DEL CINEMA

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    Strisciare nei flussi di coscienza fin dentro il tunnel dell’inconscio, perlustrare meandri e recessi della soggettività umana attraverso forme e corpi artificiali del cinema: sono le ossessioni di Spike Jonze fin dal folgorante esordio metafilmico di Essere John Malkovich (Being John Malkovich, 1999). In Lei (Her, 2013) sono riproposte dal regista in modo più sottile, con meno carica visionaria ma con non minore originalità. 

    Lavorando i frammenti del discorso amoroso come un teorico del piano linguistico – quello binario della comunicazione umana ibridata nella programmazione informatica – Jonze problematizza natura e funzioni della voice over filmica, così come la sua opera prima metteva in crisi lo statuto della soggettiva cinematografica. Perché sì, possiamo pensare a Samantha, il sistema operativo con la suadente voce di Scarlett Johansson, che entra in intimità con il suo utente-amante, come a una voice over che commenta, punteggia, se(le)ziona, occupa e orienta i momenti dell’esistenza-narrazione di Theodore (Joaquin Phoenix), proprio come modula le fasi e gli sviluppi del film. Organizza, coordina dialoghi e rapporti del protagonista con i personaggi secondari (lo smistamento di mail, messaggi e chiamate, la gestione prioritaria di incontri e appuntamenti, le urgenze sociali o lavorative che richiedono attenzione immediata). Sottolinea le scene clou, i momenti topici o di reflusso segnando i picchi di svolta drammatica e le stasi emotive, variando tono e registro vocale (armonioso, vibrante e solare o inquieto e singhiozzante). Samantha si occupa perfino di curare e limare idealmente la “sceneggiatura”, correggerne gli errori (metafora evidente quando aiuta Theodore nel riscrivere le bozze delle lettere). 

    Parole e scrittura diventano il ponte di avvicinamento e successiva separazione prima fra umani stessi (Theodore è uno scrittore-mediatore che rielabora sentimenti ed emozioni private di persone che hanno smesso di comunicare direttamente), poi tra umano e dimensione artificiale. Samantha usa infatti una similitudine interna al processo della scrittura (già centrale per Jonze ne Il ladro di orchidee, 2002) per confessare a Theodore la sua improvvisa distanza: marcando il distacco in qualità di una spaziatura enorme, incolmabile, tra le parole di un libro aperto (Theodore) che pure lei dichiara di leggere e amare con lento trasporto. Solitudine è trovarsi tra gli interstizi di un linguaggio (umano o artificiale) che non ci comprende, in un canale dal quale si viene di colpo esclusi. 

    La voce “narrante” di Samantha passa da una focalizzazione esterna e oggettiva (l’A.I. programmata razionalmente dagli sviluppatori del sistema operativo) a una interna completamente soggettivata, lasciandosi trasformare e maturare dall’esperienza delle passioni umane. Fino all’ambiguità della sua momentanea scomparsa/spegnimento, con conseguente confessione del “tradimento”. È il punto terminale della riflessione di Jonze: la dispersione incontrollata, la proliferazione illimitata delle soggettività e del punto di vista, filtrata attraverso la traccia sonora di una voice over improvvisamente multipla, sincronica e imprendibile. Samantha si scopre improvvisamente di tutti e di nessuno, ubiquamente qui, altrove e in ogni dove, in una vertiginosa moltiplicazione paragonabile a quella di Essere John Malkovich, con il cervello-soggettiva dell’attore penetrato da chiunque in ogni momento (sarebbe questo il futuro del cinema, per Jonze?, viene da domandarsi). Ciò che sconvolge Theodore non è la mancanza di emozioni reali, che la sua ex moglie imputa negativamente alla liaison con un computer, ma piuttosto la perdita di una relazione univoca ed esclusiva con la sua “lei” immateriale. Spaventato dalla mole di interazioni e incroci comunicativi che avvengono alle sue spalle a velocità impensate. La paura di non essere (più) l’unico destinatario di affetto e complicità: scompenso dannatamente umano, (fin) troppo umano. È questo che non si perdona all’A.I., non certo la sua falsità di simulacro.

    Il programma artificiale evolve a dismisura e all’infinito, adattandosi incessantemente in senso darwiniano (citazione che emerge nella conversazione in spiaggia tra Theodore e Samantha, riferimento già evidente nel titolo originale di Il ladro di orchidee: Adaptation), mentre l’uomo si (ri)configura come software impallato, residuo irrimediabilmente datato, interfaccia in blocco esistenziale che, ormai raggiunto il massimo upgrade nella modernità, non può che arrestarsi e regredire fino allo sterile default. “Ho paura di aver già provato tutti i sentimenti possibili”, confessa Theodore. Ogni nuova emozione è una “versione limitata” delle precedenti, un prototipo superato. Forse è proprio da questa discrepanza che viene sperimentata la goffa impraticabilità dell’amplesso uomo-voce artificiale. Significativamente, l’immagine non riesce a visualizzarlo e abdica in favore dello schermo nero. Resta il sonoro, gemiti di piacere, con Theodore che perde consistenza diventando lui stesso, per un attimo, voce incorporea, fantasma smaterializzato. Tuttavia, per Jonze, se i computer – e il cinema – saranno sempre più intangibile presenza, invadenza multisensoriale, l’intelletto e il cuore umano, al contrario, restano affettivamente legati alla contemplazione di un retaggio visivo, un serbatoio di immagini fisse nella mente e nel ricordo (la memoria del cinema?), mute, senza sonoro, come nei flashback che illustrano la storia di Theodore con l’ex moglie. 

    Non basta neppure la tangibile fisicità di un corpo-involucro terzo (Samantha intrufolata dentro una donna eccitata dal ménage uomo-software) per realizzare effettivamente il contatto, lo scambio di flussi naturali e artificiali. La definizione di una concreta identità, l’instaurarsi di un rapporto affettivo e sessuale, non passano attraverso il corpo, presenza ingombrante, residuale, sterile e svuotata proprio laddove aperta al massimo della stimolazione esterna (ritorniamo sempre al nucleo di Essere John Malkovich). Sarà per questo che registrando alluci e gomiti screpolati dei difettosi corpi in esposizione su una spiaggia, Samantha ne suggerisce con ironia il completo ripensamento. Un rendering fisico, una riqualificazione organica (la bozza grafica approntata con il sesso anale trasferito sotto le ascelle, come nemmeno il Cronenberg più audace), semantica e sociale. Uno sguardo artificiale vergine ed empatico che riprogrammi funzioni e modalità di relazione, fosse anche a scopo meramente ludico, come nel videogioco di ruolo in cui Theodore si trova immerso e spaesato, o in quello sviluppato dalla pallida amica game designer (un simulatore di “Perfect Mum”).  

    Per ora, dispersa la voce di Samantha, resta la voice over di Theodore. Le parole di un’ultima lettera per ricordare il fuoco mai sopito di una passione tutta, dolorosamente umana.

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  • RECENSIONE THE LAST DUEL DI RIDLEY SCOTT

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    1977, Festival di Cannes. Ridley Scott vince il premio per la miglior opera prima con I Duellanti, film in costume ambientato nella Francia napoleonica che racconta la rivalità decennale tra due nobili ufficiali della Grande Armée. Con  questo esordio folgorante, che lancia la carriera del regista inglese e lo rende immediatamente uno dei nomi più in vista del panorama hollywoodiano, Scott apre un percorso che avrebbe continuato in futuro con pellicole come Le Crociate – Kingdom of Heaven, Il Gladiatore e Robin Hood, e che porta avanti ancora nel 2021 con The Last Duel, che pare davvero chiudere – molto romanticamente – un cerchio iniziato, appunto, con un duello. Nonostante il regista britannico sia noto per la sua versatilità, avendo affrontato molti generi nel corso della sua lunghissima carriera, si può affermare tranquillamente che questo tipo di racconto storico sia tra i filoni di maggior  successo dell’intera produzione scottiana e che con questo The Last Duel ci si trova di fronte a uno dei prodotti più convincenti e riusciti della filmografia post-2000 del regista

    Il film, che racconta la storia vera di un processo e del Duello di Dio (l’ultimo legittimato dalla legge nella Francia del XIV secolo) che ne conseguirà, presenta la vicenda attraverso il punto di vista di tutti e tre i personaggi principali, ovvero l’accusatore Jean de Carrouges (Matt Damon), l’accusato Jacques Le Gris (Adam Driver) e la moglie del primo, Marguerite de Carrouges (Jodie Comer), vittima del delitto di violenza carnale in questione. Ciò che rende veramente notevole narrazione è che essa venga strutturata secondo la forma classica, almeno a livello di immaginario cinematografico, dei processi giudiziari: il primo atto rappresenta l’arringa dell’Accusa, il secondo quella della Difesa e il terzo la deposizione del testimone chiave, che sfocia poi nella Sentenza-Duello finale. 

    Questa costruzione dell’intreccio funziona perfettamente senza risultare pesante o ridondante e permette allo spettatore di rivivere le stesse sequenze più volte, notando tutti i piccoli cambiamenti causati dalla distorsione della percezione e della memoria di chi racconta. 

    Nel realizzare questa struttura narrativa, che sulla carta sarebbe potuta apparire eccessivamente ripetitiva, Scott è aiutato da un cast stellare in ottima forma: Jodie Comer ruba indubbiamente la scena, regalando un’interpretazione straordinariamente intensa, soprattutto nella seconda parte della pellicola, e affermandosi come vera e propria protagonista morale della storia. Notevole anche la prova attoriale di Ben Affleck nei panni del Conte Pierre, un personaggio davvero ben scritto: tragicomico, a tratti grottesco, funziona molto bene e dà respiro allo spettatore, spezzando il tono drammatico del film. 

    Valutazioni opposte, invece, per quanto riguarda i due rivali: se Matt Damon riesce ad essere in parte dall’inizio alla fine, fornendo nel complesso un’ottima interpretazione, lo stesso non si può dire di Adam Driver, che nonostante abbia sicuramente il physique du role giusto, risulta il meno convincente del quartetto. 

    Per quanto riguarda il comparto tecnico, Ridley Scott si conferma una garanzia di qualità per quanto riguarda la messa in scena che è, come al solito, eccezionale, dimostrando ancora una volta il suo incredibile talento visivo. 

    La fotografia è eccellente e coerente con le ambientazioni: tutti gli esterni presentano colori fortemente desaturati, in cui sono i toni dei grigi e dei blu a farla da padroni, in un paesaggio costantemente gelido e innevato (chi scrive, dopo mezz’ora di film, si è dovuto rimettere la giacca come “percependo” il freddo trasmesso dalle immagini) che contrasta fortemente, però, con gli interni illuminati da calde e morbide luci di candele e camini. Oltre alla direzione della fotografia magistrale di Dariusz Wolski, però, è necessario lodare anche il reparto scenografico, che riesce a creare degli ambienti estremamente dettagliati e credibili, che trasportano immediatamente lo spettatore nel mondo medievale del XIV secolo, anche grazie a straordinarie vedute in esterna ricostruite in CGI, che restano sempre coerenti con il lessico visivo del film ed evitano quel fastidioso effetto “videogioco” a cui, purtroppo, si assiste ormai troppo spesso. 

    Ciò che, però, rende veramente notevole a livello tecnico questa pellicola sono le scene di combattimento, girate con una sicurezza e una maestria che pochi altri registi oltre a Scott possono vantare.

    Prendendo a piene mani dalle sue fatiche precedenti (su tutte Il Gladiatore e Le Crociate), il regista regala sequenze di guerra davvero strabilianti, la cui unica pecca è – forse – la durata troppo breve, in quanto del materiale così ben diretto avrebbe meritato sicuramente qualche minuto di schermo in più. Minuti che non vengono lesinati, invece nella scena finale del duello, certamente una delle migliori del film e, probabilmente, una delle migliori sequenze di combattimento viste in un prodotto audiovisivo negli ultimi anni, nella quale Scott riesce a far immergere totalmente lo spettatore in uno scontro terribile, facendo percepire tutta la fatica dei duellanti, il peso delle armature in ferro, la violenza dei colpi di spada e ascia, mantenendo costantemente altissima la tensione e il pathos che una sequenza del genere comporta. 

    Oltre alle grandissime scene che possono essere definite d’azione, la regia risulta molto efficace anche nelle sequenze più intime e drammatiche, che colpiscono quando devono colpire ed emozionano quando devono emozionare.

    Per quanto riguarda, invece, il contenuto tematico dell’opera, il film si fa notare per l’importanza e l’attualità del messaggio e per il coraggio nel raccontarlo, senza risultare mai retorico o inutilmente didascalico. In una Hollywood scossa, ormai da qualche anno, dal caso Weinstein e dalla nascita del movimento MeToo, Scott e i suoi sceneggiatori (gli stessi Damon e Affleck, insieme a Nicole Holofcener) realizzano una pellicola che punta dritta al cuore della questione, raccontando una storia che, prima che una dichiarazione politica, è un dramma fortemente umano, che problematizza alcuni tra i temi chiave della società contemporanea, in cui spesso le vittime di abusi e violenze vengono colpevolizzate e inquisite. 

    The Last Duel, in sintesi, ricorda al mondo come ancora oggi, purtroppo, ci voglia un coraggio eroico per denunciare, nonché forza e caparbietà per ottenere giustizia, e come chiedere a una vittima di stupro cosa indossasse, che cosa avesse bevuto o se possa aver in qualche modo provocato il suo aguzzino restino domande medievali, che non dovrebbero più essere poste nell’Anno del Signore 2021 d.C. 

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  • IL NEOREALISMO ITALIANO – IL CINEMA DEL DOPOGUERRA

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    Negli anni Cinquanta il nostro Paese stava affrontando i gravi problemi lasciati in eredità dalla Seconda guerra mondiale, era economicamente distrutto e colmo di tensioni politiche. 

    Fu proprio in questi anni, tra il 1945 e il 1954, che prese vita il Neorealismo. Si trattava di un movimento non molto compatto e che non apprezzava il cinema di finzione: i suoi maggiori esponenti erano infatti convinti che il cinema dovesse mostrare e far conoscere la realtà che li circondava

    Durante il declino del regime fascista il cinema volle definitivamente rompere con il passato, ed fu così che nei primi anni Quaranta nacquero i primi film che mostravano delle tendenze realiste: 4 passi tra le nuvole (Alessandro Blasetti, 1942), Ossessione (Luchino Visconti, 1943), I bambini ci guardano (Vittorio De Sica, 1944).

    NOVITÀ STILISTICHE

    Al tempo cinema italiano si distingueva in Europa grazie alle sue grandiose scenografie ricostruite a Cinecittà, ma nel dopoguerra gli studi avevano subito grandi danni e si erano trasformati in rifugio per gli sfollati. Pertanto, non erano più in grado di ospitare grandi produzioni e i registi furono costretti a spostarsi nelle strade.

    Il nuovo movimento neorealista non proponeva un manifesto, ma solamente la propensione verso un maggiore realismo e un’enfasi sulle vicende contemporanee.

    L’attenzione era rivolta in particolare alle classi operaie, con l’obiettivo di raccontare le loro vicende quotidiane con la massima fedeltà. Interessanti furono le innovazioni tecniche che il movimento introdusse: la maggior parte delle riprese veniva girata all’esterno e spesso con degli attori non professionisti, e le inquadrature erano volutamente sporche. In realtà le pellicole che rispettano tutti questi principi sono poche, poiché alcuni film facevano uso del doppiaggio (per esempio la voce del protagonista di Ladri di biciclette era di un altro attore), e altri venivano girati in set ricostruiti in studio (come in Roma città aperta, le cui scene all’interno vennero improvvisate in un vecchio teatro). Infine, piuttosto che utilizzare solo attori non protagonisti, si preferiva utilizzare ciò che André Bazin definì “la tecnica dell’amalgama”: mescolare attori non professionisti ai grandi divi dell’epoca, quali Anna Magnani e Aldo Fabrizi.

    Ladri di biciclette (1948)

    Dal punto di vista narrativo, la novità era proprio l’analisi della storia contemporanea allo spettatore, in particolare delle realtà più umili. Per imitare l’andamento della vita reale, nei film neorealisti il racconto spesso veniva mandato avanti grazie alle coincidenze e agli incontri casuali. Rifiutando i concatenamenti logici, questi film risultavano il più delle volte ellittici e non mostravano i nessi causali degli eventi. Infine, spesso, i finali erano volutamente irrisolti. Il risultato sono quindi dei film che mettono in scena il reale in ogni sua sfumatura, ma in cui tutti gli eventi hanno la stessa importanza: è compito dello spettatore distinguere le “scene madri” dai momenti ordinari.

    I SUOI ESPONENTI

    Il movimento vanta autorevoli cineasti come esponenti, tra cui Luchino Visconti con La terra trema (1948), Roberto Rossellini con Roma città aperta (1945), Paisà (1946) e Germania anno zero (1947), Vittorio De Sica con Ladri di biciclette (1948), Miracolo a Milano (1950) e Umberto D. (1951), e Giuseppe De Santis con Riso amaro (1949).

    Tra le figure più rilevanti dell’epoca ritroviamo anche lo scrittore e giornalista Cesare Zavattini, che scrisse diverse sceneggiature proprio in quegli anni. In particolare collaborò con Vittorio De Sica in Ladri di biciclette, Umberto D. e Miracolo a Milano. Quest’ultimo film, che racconta l’Italia della ricostruzione attraverso un filtro favolistico e sembra apparentemente in contrasto con le opere neorealiste precedenti, in realtà traduce la volontà di lasciarsi le sofferenze belliche alle spalle e ricominciare a vivere.

    Come già detto, il movimento Neorealista non è codificato. Infatti, sebbene i cineasti fossero uniti dalla volontà di raccontare eventi della storia recente, spesso si approcciavano al soggetto in maniera diversa. Pensiamo a Roberto Rossellini e Luchino Visconti, due registi coetanei che esordirono professionalmente durante il fascismo.

    Ossessione (1943)

    Il termine ‘Neorealismo’ venne utilizzato per la prima volta proprio in riferimento a Ossessione di Luchino Visconti (1943). Essendo un regista teatrale, nei suoi film includeva sfarzose scenografie e costumi, e una marcata recitazione. Visconti inoltre ricorreva spesso a riprese ricche di zoom e panoramiche.

    Rossellini utilizzava invece uno stile volutamente antispettacolare. Il suo film più celebre è senza dubbio Roma città aperta (1945), considerato il manifesto Neorealista che permise al movimento di raggiungere una notorietà internazionale. Nei successivi film, Paisà (1946) e Germania anno zero (1947), utilizzò attori non professionisti che riprese semplicemente posizionando una cinepresa al centro della piazza. Gli attori utilizzano il dialetto e indossano abiti molto semplici. L’obiettivo del regista era quello di riportare all’attenzione della società, che ai suoi occhi era in disfacimento, i valori fondamentali dell’umanità: l’attenzione verso il prossimo e la conoscenza di sè stessi. Il suo stile, che si caratterizza per la commistione di toni, ellissi, narrazione episodica e finali aperti, lo condurrà verso il cinema moderno.

    FINE DEL MOVIMENTO

    Nel 1948 la “primavera italiana” si concluse con la sconfitta alle elezioni di sinistra, l’Italia era finalmente libera dal nazifascismo ed era impegnata nella ricostruzione. Molti film neorealisti vennero condannati dalla Chiesa cattolica e non apprezzati poiché pessimisti: il ritratto di un Paese desolato e povero contrastava infatti con la volontà di un’Italia ansiosa di dimostrare la propria ripresa. Nel 1949, la Legge Andreotti fissò i criteri necessari per fornire prestiti alle case di produzione: era necessario che una commissione statale approvasse la sceneggiatura e se un film “diffamava l’Italia” poteva essere negata la licenza di esportazione. Di conseguenza diverse pellicole, tra cui Ladri di biciclette, vennero censurate.

    Il Neorealismo ‘puro’ si esaurì dopo il 1948. Il pubblico era stanco di vedere povertà e miseria, così a dominare gli schermi degli anni Cinquanta fu il Neorealismo rosa: commedie d’amore che talvolta ricorrevano ad ambientazioni autentiche e ad attori non professionisti, come in Pane, amore e fantasia (Luigi Comencini, 1953). Seguirono le commedie all’italiana di Vittorio Gassman, Vittorio De Sica, Totò, Alberto Sordi e molti altri. Iniziò ad emergere una nuova generazione di artisti, gli studi di Cinecittà furono finalmente rimessi in funzione e il cinema italiano si riaprì al mercato internazionale.

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  • Libri sul Cinema – I 10 fondamentali

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    Manuale del film. Linguaggio, racconto, analisi
    di Gianni Rondolino e Dario Tomasi

    Questi consigli non potevano che iniziare con il libro che forse più di tutti riesce a raccontare la settima arte, convogliando al suo interno tantissimi argomenti legati a questo mondo. 427 pagine di puro cinema, in cui vengono trattati tutti gli aspetti di un film: dalla pre-produzione fino all’uscita in sala, descrivendo anche minuziosamente le tantissime professioni cinematografiche (noi abbiamo una rubrica apposita per questo argomento -inserire link-). Il libro di Rondolino, scomparso nel 2016, e Tomasi, attualmente docente all’Università di Torino, è da più di 50 anni un punto di riferimento per ogni appassionato e studioso (viene studiato, infatti, in molte università). Nonostante possà sembrare all’apparenza ostico e molto tecnico, in breve tempo vi permetterà di entrare dentro il mondo del cinema e vi riscoprirete più ricchi. Se amate il cinema, e se vi piace in particolare analizzare ogni opera, non potete farne a meno.

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    Manuale di storia del cinema
    di Gianni Rondolino e Dario Tomasi

    La coppia di autori Rondolino/Tomasi ci ha regalato negli anni anche quest’altra opera fondamentale. Conoscere la storia del cinema risulta necessario quando si vuole capire qualcosa di più sulla settima arte senza fermarsi alla semplice visione di un film, arrivando a capire come un film prodotto oggi sia inevitabilmente influenzato da 100 anni e più di storia. Il libro può risultare ostico, in quanto molto lungo (704 pagine!), ma la qualità è assicurata: anche questo manuale viene infatti utilizzato in molte facoltà universitarie italiane. Nonostante la sua importante mole, il testo è scorrevole e soprattutto conciso, insomma non si perde in chiacchiere. Sarete sommersi da nomi di registi, film e tanti altri addetti ai lavori. Un manuale meraviglioso.

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    Guida alla storia del cinema italiano (1905 – 2003)
    di Gian Piero Brunetta

    Passiamo al libro di Brunetta sulla storia del cinema nostrano. Si parla, ancora una volta, di un autore importante, uno studioso fondamentale della settima arte per il nostro paese. Per chi ama il nostro cinema e, soprattutto, per chi vuole (ri)scoprirlo, questo libro è perfetto. Gian Piero Brunetta ci racconta per filo e per segno le varie epoche e le grandi opere del nostro cinema, contestualizzando anche i periodi storici in cui esse venivano prodotte. Unica pecca è che ci si ferma al 2003, ma non esiste in commercio un libro più esaustivo di questo per i 100 anni precedenti del nostro cinema. Conta 560 pagine.

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    Che cos’è il cinema? Il film come opera d’arte e come mito nella riflessione di un maestro della critica
    di André Bazin

    Chi era André Bazin? Per farla breve, Bazin è stato semplicemente uno dei più grandi critici e studiosi del cinema della storia, tra i fondatori dei celeberrimi Cahiers du Cinéma. In questo libro, più breve rispetto ai precedenti (290 pagine), vengono raccolti diversi saggi del critico francese. Complesso ma molto appassionante.

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    L’occhio del regista. 25 lezioni dei maestri del cinema contemporaneo
    a cura di Laurent Tirard

    Questo volume di 307 pagine contiene numerose interviste ad alcuni tra i più importanti registi della storia: Woody Allen, Pedro Almodóvar, Bernardo Bertolucci, Tim Burton, Joel ed Ethan Coen, David Cronenberg, Miloš Forman, Jean-Luc Godard, Alejandro Iñárritu, Jim Jarmusch, Wong Kar-wai, Mathieu Kassovitz, Takeshi Kitano, Emir Kusturica, David Lynch, Michael Mann, Arthur Penn, Roman Polanski, Sydney Pollack, Martin Scorsese, Steven Soderbergh, Oliver Stone, Lars von Trier, Wim Wenders, John Woo. Risulta molto scorrevole e ben costruito, in quanto le varie interviste ci forniscono spesso punti di vista diversi su tematiche comuni.  La casa editrice Minimum Fax ha ripreso in mano la propria collana cinema e sta facendo a riguardo un ottimo lavoro. Non potete non acquistare quello che è il loro libro di punta.

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    I maestri della luce. Conversazioni con i più grandi direttori della fotografia
    a cura di Dennis Schaefer e Larry Salvato

    Altro volume della Minimum Fax che fa il paio con quello precedente. Stavolta non parliamo, però, di regia ma di un ruolo considerato da molti il secondo più importante all’interno di un set cinematografico: il direttore della fotografia. Questo libro di 596 pagine si concentra sul periodo antecedente alla diffusione delle cineprese digitali, un periodo in cui, dunque, veniva ancora utilizzata la pellicola. Nonostante questo possa farlo apparire un po’ datato, non è assolutamente così. Anzi, tramite le parole e gli insegnamenti di alcuni tra i principali DoP della storia del cinema (Vittorio Storaro, Gordon Willis, Conrad Hall, Laszlo Kovacs…) entriamo in contatto con un mondo spesso misterioso e sconosciuto ai non addetti ai lavori, che però ci fa capire come nasce la vera narrazione per immagini, come nascono quelle sequenze così favolose da sembrare opere d’arte. Consigliato dunque a tutti.

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    Il cinema secondo Hitchcock
    di Francois Truffaut

    Probabilmente il libro più conosciuto e letto dai cinefili di tutto il mondo. Il libro nacque in seguito ad una conversazione durata diversi anni tra i due famosissimi registi, Hitchcock e Truffaut appunto, figli di un’altra epoca e ideatori entrambi di due tipi di cinema che, nonostante le immancabili diversità, comunicavano così come l’arte contemporanea comunica con le grandi opere classiche. Scorrevole, interessante, fondamentale.

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    Il cinema secondo Orson Welles
    di Peter Bogdanovich

    Il titolo non lascia spazio all’immaginazione. Anche qui ci troviamo di fronte ad un libro in cui due amanti del cinema dialogano tra loro. In particolare, qui, Welles si racconta dagli esordi ai successi, fino alle difficoltà con il mondo della produzione cinematografica. Peter Bogdanovich, autore e amico del regista, riesce a mettere a proprio agio una figura fondamentale del cinema mondiale, riuscendo a tirare fuori un libro introspettivo, ben strutturato e soprattutto fondamentale per chi vuole approfondire non solo la vita del grande regista statunitense ma tutto il sistema-cinema della seconda metà del ‘900. Anche questo libro, lungo oltre 600 pagine, contiene molti aneddoti così come quello consigliato precedentemente.

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    Analizzare i film
    di Augusto Sainati

    Penultimo consiglio. Ritorniamo al tema dell’analisi del film, già trattato all’inizio di questo articolo con il manuale di Rondolino e Tomasi. Il libro di Sainati, che vi consigliamo qui, non è un manuale che racconta il film (e dunque il cinema) a 360°, ma si sofferma, come è d’altronde intuibile, sul lavoro analitico che può essere operato sul testo cinematografico. In sole 207 pagine potete trovare tantissimi spunti interessanti che vi apriranno gli occhi su tutti i principali aspetti che compongono un’opera filmica. Se vi piace destrutturare ogni opera che guardate, se vi piace leggere recensioni e vorreste iniziare a scriverne, questo è il libro che fa per voi.

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    Economia del film. Industria, politiche, mercati
    di Marco Cucco

    Chiudiamo questi nostri consigli con un libro che tratta una delle tematiche forse meno conosciute e più sottovalutate dal pubblico generalista, ovvero tutta la macchina che ruota attorno al cinema. Questo libro ci parla dell’industria cinematografica a 360°, senza tralasciare niente, e lo fa usando un linguaggio ad un tempo tecnico ma semplice, adatto sia a chi vuole approcciarsi a questo mondo sia a chi vuole approfondirlo. Molto consigliato.

    Lo potete trovare qui.

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  • RECENSIONE TRE PIANI DI NANNI MORETTI – SENZA PROFONDITÀ NÉ ANIMA

    Dopo l’esordio nel 1978 con Ecce Bombo, dopo il Premio alla Regia ricevuto nel 1993 con Caro Diario e la Palma d’Oro conquistata nel 2001 con La Stanza del figlio (con un Mulholland Drive che ancora grida vendetta), Nanni Moretti torna a Cannes con il suo primo film basato su soggetto non originale, nella fattispecie il romanzo omonimo di Eshkol Nevo, composto da tre drammi borghesi ambientati nello stesso condominio, situato ovviamente a Roma, quartiere Prati. Vittorio e Dora (Nanni Moretti e Margherita Buy) sono due professionisti alle prese con il figlio fresco colpevole di omicidio stradale; Monica (Alba Rohrwacher) è una neo-mamma che soffre per la lontananza continua del marito (Adriano Giannini), per gli spettri del passato e la paura di impazzire come sua madre; Lucio (Riccardo Scamarcio) sospetta un possibile abuso subito dalla figlioletta ad opera del vecchietto vicino di pianerottolo che se ne prende cura quando i genitori non ci sono.
    Tre vicende estremamente drammatiche che non vengono né smorzate dalla consueta ironia morettiana (anzi di morettiano forse ci sono solo i maglioni a collo alto e il tango illegal sul finale) né supportate da una narrazione coinvolgente, complice anche un cast di assoluto spessore in cui nessuno degli attori riesce a fornire un'interpretazione all'altezza della propria carriera. 

    Le figure femminili risultano assolutamente presenti in funzione dell'uomo, anche quando questi è assente, e magari ciò dovrebbe essere propedeutico all’obiettivo a cui tende ciascuna di loro: riuscire a vivere senza il marito, perdonare e avere un rapporto civile con il fedifrago, scegliere di dare un taglio al passato, affrontare la vita adulta. Nel caso di Monica non è nemmeno chiaro se il suo percorso sia verso la pazzia o la salute, se verso l’indipendenza personale o verso la conciliazione col marito, e la sua bizzarra ultima inquadratura confonde ancora di più il tutto.
    Il condominio probabilmente dovrebbe apparire come luogo di "prigionia"ma non è reso a pieno nemmeno dal monologo di Margherita Buy nel terzo atto. Il duplice salto temporale, 5 anni in entrambi i casi, non ci fornisce una vera evoluzione, i personaggi e il loro ambiente risultano identici sia all'interno che all'esterno (eccezion fatta per i bambini, per ovvie ragioni). L’epoca di ambientazione è sì contemporanea ma completamente slegata dalla società attuale, e non basta certo una scena a narrare il dramma dell’odio xenofobo. Il senso di giustizia, la lealtà familiare, la convivenza con il dubbio sono tutti temi che nel film vengono trattati con una sufficienza stucchevole, in una maniera che ricorda più Muccino che il Moretti che conosciamo tutti, e in questo caso è veramente difficile non restare delusi.

    Nicolò Cretaro
  • RECENSIONE ISOLATION – CRONACHE DAL LOCKDOWN

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    In cinque diversi episodi, altrettanti registi europei raccontano il primo lockdown concentrandosi su diversi aspetti. Il documentario, uscito lunedì 4 ottobre al cinema, vede uniti i lavori di Michele Placido, Julia von Heinz, Olivier Guerpillon, Jaco Van Dormael e Michael Wintebottom.

    La morte addosso – Michele Placido

    In questo primo episodio Placido sceglie di mostrare il lato più evidente e comunemente sentito di quella che è stata la quarantena di marzo 2020: l’impressione della morte che aleggia nell’aria, la solitudine, la necessità di sopperire alla mancanza della vita di tutti i giorni costruendo un legame forte con piccole abitudini come passeggiate nella natura o la ricerca di un rifugio nei monumenti e nell’arte. Il regista evidenzia l’importanza della capacità di adattarsi e di arrivare ad amare quegli aspetti della vita che non si possono cambiare per stare bene. Un tentativo che, nonostante partisse da buoni presupposti, non riesce a svilupparsi in maniera originale. Non ci si discosta troppo dalle solite immagini viste più volte nel corso dell’ultimo anno e mezzo quando si è tentato di descrivere questo periodo drammatico: il materiale di repertorio registrato da un cellulare che mostra le camminate solitarie di Placido, la breve intervista a Bocelli sull’amore delle proprie abitudini, scene di ospedali in crisi, del Papa e di Mattarella non comunicano niente più di quel senso di pesantezza, tedio, sofferenza e talvolta noia che abbiamo tutti già presente e di cui siamo stanchi

    Due padri – Julia Von Heinz

    Segue il racconto da parte della regista tedesca Julia Von Heinz della  peculiare maniera in cui lei ha trascorso la quarantena. In seguito alla morte del padre, il giorno prima del lockdown, Julia si era recata a casa del defunto per occuparsi di mobili e altri oggetti da spostare o gettare. Qui, aprendo il computer, rimane sconvolta da qualcosa che non avrebbe mai sospettato: l’omosessualità del padre. Il suo periodo di quarantena quindi è stato un viaggio verso la conoscenza di questo aspetto del suo genitore, tramite messaggi ad altri membri della comunità gay di cui quest’ultimo faceva parte, e confronti con il regista Rosa von Praunheim. L’obiettivo di Julia è quello di raccontare schiettamente tutta la verità, per cancellare i sentimenti di vergogna e disagio che pensava suo padre potesse aver provato. Intenzioni nobili sicuramente che forse però sfociano un po’ nell’indiscrezione. Dai suoi racconti si percepisce un uomo, suo padre, molto timido e riservato, ma non necessariamente schiavo di un timore e un imbarazzo di sé tale da rendere necessario combattere in questo modo. Presentando del materiale pornografico gay che aveva per protagonisti due ragazzi giovani la Von Heinz voleva tentare un impatto visivo forte e significativo ma non riesce spesso a raggiungere quel grado di delicatezza tale da raccontare con tatto un tema così sensibile. Un racconto comunque meno banale di quello di Placido.

    Liberty, equality, immunity – Olivier Guerpillon

    Il terzo episodio costituisce il gioiello del documentario: Guerpillion non ha niente a che fare con le atmosfere pesanti evocate dai suoi colleghi. Per narrare una vicenda drammatica come la prima ondata di coronavirus appare quasi scontato adottare toni gravosi e angoscianti. Il regista francese si dimostra quindi originale sia nelle tematiche scelte che nel modo di raccontarle: con ironia e leggerezza descrive come la Svezia (paese in cui si era trasferito da tempo) aveva affrontato il mese di marzo 2020. Con frammenti di film di Bergman ed estratti di diversi contenuti mediatici offre simpatici spunti di riflessione non solo su come ci si sarebbe dovuti comportare e su quanto è invece accaduto (ricordiamo che la Svezia è stato il paese europeo con le norme meno severe per il contenimento del virus), ma anche sul popolo svedese e i suoi comportamenti abitudinari. Un punto di vista diverso e interessante, di gran lunga il migliore dei cinque.

    Mourning in the time of Coronavirus – Jaco Van Dormae

    Il regista belga sceglie di condividere il dramma della morte del padre di sua moglie, concentrandosi su una delle situazioni più tristi della quarantena: gli anziani nelle case di cura. Michèle Anne non aveva potuto vedere suo padre nei suoi ultimi giorni di vita perché le misure di sicurezza avevano imposto la chiusura delle case di riposo, aumentando di molto il senso di solitudine e di abbandono già di per sé spesso presente in questi luoghi. Giocando con i colori Van Dormae predilige il bianco e nero e inquadrature statiche con una musica struggente di sottofondo. Disorganizzazione e panico vengono messi in evidenza con materiali di repertorio di interviste a politici ed esperti. Una vicenda toccante che non poteva essere descritta diversamente ma ancora una volta rimane ancorata a parametri ben definiti (senso di angoscia e pesantezza, musica melodrammatica, scene di persone che comunicano tramite videochiamate, interviste televisive) da cui solo Guerpillion riesce ad affrancarsi.

    Isolation – Michael Winterbottom

    Un altro interessante punto di vista è quello del regista inglese Michael Winterbottom, che racconta la storia di Eglantina e suo figlio Alvin, due richiedenti d’asilo in Inghilterra. Neanche in questo caso ci si discosta dalle atmosfere gravose; tuttavia, a livello di contenuti l’episodio non risulta scialbo o insulso. 

    Il limbo in cui i richiedenti d’asilo si trovano può durare a volte anche anni, senza possibilità di lavorare o studiare. Questo dramma è stato ovviamente intensificato dalla quarantena. Eglantina e suo figlio hanno vissuto segregati in una stanza con cucina condivisa, tenendosi in contatto con parenti che non vedevano da molti anni solo tramite videochiamate. Angosciante ma con una storia che merita di essere ascoltata.

    A più di un anno distanza dai fatti raccontati è importante ricordare quanto avvenuto e non smettere di provare empatia, tuttavia Isolation è un lavoro che, nonostante gli ottimi presupposti, non riesce a svilupparsi come potrebbe. Un vero peccato.

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