Category: Cinema delle donne

  • HEREDITARY – DIMENSIONE FEMMINILE E MASCHILE IN UNA FAMIGLIA DAL DESTINO SEGNATO

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    Una tragedia familiare che pian piano sfocia in un incubo; una villetta da sogno che si trasforma in una trappola infernale; una casetta sull’albero che si ritrova a dover ospitare l’inquietante simulacro di una divinità malvagia. È questo Hereditary (in Italia arrivato con il sottotitolo Le radici del male), il thriller/horror d’esordio di uno dei più promettenti registi contemporanei, Ari Aster. Hereditary segue le vicende della famiglia Graham, e presenta, a primo impatto, tutte le caratteristiche di un classico dramma. Ogni personaggio ha i suoi problemi, come il passato tormentato di Annie (Toni Collette), gli inquietanti disegni che riempiono i quaderni della figlia  minore Charlie (Milly Shapiro) o la passione sfrenata per la marijuana del figlio adolescente Peter (Alex Wolff). Eppure, a partire dal funerale della nonna Ellen, il male inizierà a insinuarsi in casa Graham, conquistando pezzo per pezzo ogni singolo membro della famiglia, in nome di un destino ormai segnato e inevitabile.

    Attenzione! Questo articolo contiene spoiler sul film in questione!

    UNA FAMIGLIA MATRIARCALE IN UNA CASA DI BAMBOLE

    Uno degli elementi che inseriscono Hereditary tra i più apprezzati horror degli ultimi anni si ritrova sicuramente nei personaggi e nella loro gestione in rapporto al film stesso e allo spettatore. La famiglia Graham è un matriarcato, si regge quindi su un sistema di parentela esclusivamente materna; oltre al nucleo familiare più stretto padre-madre-figli, infatti, l’unico parente a cui si fa riferimento è la nonna Ellen, madre di Annie. Il marito di quest’ultima, Steve (interpretato da Gabriel Byrne), padre di Peter e Charlie, sembra infatti non avere altro al mondo che moglie e figli, e di certo il suo cognome non è sufficiente a renderlo effettivamente un capofamiglia (o un “patriarca”, per restare in tema). È Annie ad avere il comando in casa, lei ha la personalità più forte, ereditata (guarda un po’) proprio dalla madre Ellen. È evidente, poi, come i personaggi femminili hanno una valenza decisamente maggiore rispetto a quelli maschili che, invece, sembrano costretti ad accettare passivamente ciò che accade intorno a loro, a cominciare dall’incidente iniziale fino alla grande rivelazione finale. Certo, Annie o Charlie non hanno una vera capacità decisionale, tuttavia le loro azioni si configurano come un vero e proprio motore per l’intera vicenda, anche se guidate da qualcosa che è già stato scritto. Come ha rivelato lo stesso Ari Aster a Variety poco dopo l’uscita del film, la mancanza di libero arbitrio è l’elemento centrale dell’intera vicenda, e sono le decisioni prese in passato da altri a condizionare e segnare il destino dell’intera famiglia. Anche le miniature che Annie costruisce con cura e attenzione rappresentano soltanto una mera illusione di controllo: casa Graham è a tutti gli effetti una casa di bambole, in cui le persone si muovono grazie alle mani di qualcun altro, qualcuno che si trova al di sopra di loro e a cui non è possibile sfuggire.

    IL DIAVOLO IN FORMA DI MADRE

    Proprio in virtù di questo sistema matriarcale su cui si regge la famiglia Graham, è la figura della madre ad essere fondamentale; Annie non è una madre amorevole, non accompagna i figli nel loro incontro con il mondo, è piena di una rabbia, che riguarda anche il suo essere madre, che non ha mai potuto sfogare. La scena del violento litigio tra Annie e Peter (con un’interpretazione indimenticabile di Toni Collette) è forse quella che segna l’inevitabile tracollo della famiglia, già ferita nel profondo dalla morte della piccola Charlie. Gli sguardi che la madre rivolge al proprio figlio sono carichi di odio, di un rancore profondo, che alla fine esplode, riversando sul tavolo da pranzo anni e anni di frustrazione: Annie detesta essere madre in quella famiglia, odia il compito che le è stato assegnato, ovvero quello di dover proteggere costantemente i propri figli, non è riuscita a sopportare il peso che ogni madre porta sulle proprie spalle.

    Dopo due figli Annie non è ancora in grado di soddisfare le aspettative che il mondo le pone davanti in quanto madre, e questa frustrazione insopportabile la trasforma in una furia, fino a farla diventare una vera e propria figura demoniaca, che nelle scene finali darà letteralmente la caccia a Peter in ogni angolo della casa. L’illusione di controllo che la donna ha costruito in tutto questo tempo crolla definitivamente, come le miniature che stava costruendo nel suo studio; le parole “io sono tua madre” riecheggiano nella sala da pranzo, come a voler dire che è lei a comandare e che tutti (Peter per primo) devono soccombere davanti a lei. E soccomberanno tutti, ma davanti alle scelte di Ellen, anche lei una madre diabolica, pronta a sacrificare l’intera famiglia per raggiungere i suoi malvagi scopi.

    RIBALTAMENTO TRA MASCHILE E FEMMINILE: LA SCENA FINALE NELLA CASA SULL’ALBERO

    Come già detto in precedenza, all’interno di Hereditary le donne sono decisamente più forti degli uomini; tuttavia, la figura femminile e quella maschile si trovano in costante sovrapposizione e si sovvertono più volte, sempre in virtù del tragico destino che incombe sulla famiglia. La nonna Ellen, membro importante di una setta, ha predisposto la sua famiglia ad essere veicolo per l’incarnazione del demone Paimon, uno dei re degli Inferi, da lei adorato. Questa figura demoniaca è in grado di incarnarsi soltanto in un corpo maschile, ed Ellen sceglie di utilizzare Peter per accoglierlo: l’uomo diventa così pura fisicità, semplice involucro per qualcos’altro, strumento per arrivare a un obiettivo superiore. Paimon si trasferisce nel corpo del ragazzo, dopo essere stato ospitato in modo provvisorio all’interno di Charlie.

    Nella casa sull’albero, i membri della setta pongono una corona sul capo di Peter, mentre i corpi senza testa di Ellen ed Annie sono inginocchiati ai suoi piedi; lo chiamano Charlie, poi Paimon; così, nello spazio di un piccolo triangolo, si conclude un lungo e angosciante rituale di invocazione  durato poco più di due ore, che ha visto una famiglia intera soccombere pezzo dopo pezzo all’eredità di un male antico e al tragico destino che era già stato scritto per loro.

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  • LA SENSUALITÀ DEL MALE – IL VALORE DELLA FIGURA FEMMINILE NELL’OPERA DI DARIO ARGENTO

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    È recentemente uscito in sala l’ultimo film di Dario Argento, uno dei registi italiani che più è riuscito a dividere l’opinione pubblica riguardo il proprio lavoro. C’è chi lo ama e chi lo odia, così come in queste settimane c’è chi ha amato o odiato quest’ultimo Occhiali Neri, di cui potete trovare la recensione qui.

    A prescindere dai gusti che si possono avere in merito ai suoi film, è chiaro a tutti che Argento rimane e rimarrà uno dei nomi più importanti per la storia del cinema italiano, in particolare per lo sviluppo del genere thriller-horror insieme ad autori quali Lucio Fulci e Mario Bava. 

    Uno degli elementi più affascinanti che compare nella produzione di Argento è sicuramente la particolare costruzione delle figure femminili, protagoniste di scene iconiche nel panorama dell’horror e del thriller mondiale.

    DONNE COME VITTIME: L’UCCELLO DALLE PIUME DI CRISTALLO E TENEBRE

    Camminando di notte nelle strade di Roma, un uomo scorge una vetrina illuminata: si tratta di un’ampia e forse un po’ asettica galleria d’arte, all’interno della quale compaiono alcune sculture e una scalinata che porta a un piano rialzato. L’uomo è incuriosito, si avvicina, in lui cresce una certa inquietudine, e solo dopo pochi secondi capisce il perché: proprio lì, davanti ai suoi occhi, una donna è stata brutalmente pugnalata da una figura irriconoscibile, subito scomparsa dietro una porta. L’uomo cerca di entrare, ma l’enorme vetrata è chiusa, non c’è verso di trovare un ingresso. La donna ferita cade a terra, i vestiti bianchi ricoperti di sangue, e inizia a strisciare sul pavimento, implorando l’uomo al di là del vetro di aiutarla.

    Così inizia il primo film giallo di Dario Argento, L’uccello dalle piume di cristallo (1970), che lo consacrerà come uno dei migliori ad occuparsi del genere in Italia. 

    La scena iniziale dell’assassinio è l’esempio perfetto per capire come Argento leghi la rappresentazione dell’omicidio alla sfera femminile tramite un accostamento più o meno esplicito della violenza con la sessualità. Non a caso, infatti, il secondo omicidio a cui assistiamo ha come vittima un’altra giovane donna, accoltellata dall’assassino dopo che questi le ha strappato via gli indumenti intimi che indossava in una scena piuttosto esplicita, sia nella rappresentazione della violenza che del corpo femminile. 

    Il regista ha spesso parlato della sua visione di omicidio come un perverso atto d’amore e di congiunzione tra il carnefice e la vittima”, in cui la morte rappresenta l’apice. Paura e piacere sono due sensazioni non troppo distanti: entrambe hanno in comune un senso di totale euforia che annulla qualsiasi aspetto del razionale, e molto spesso il genere horror sfrutta questa grande vicinanza per inquietare ancora di più lo spettatore (pensiamo, ad esempio, ai Cenobiti o Supplizianti della saga di Hellraiser). Argento riesce così a trasformare la paura in modo che diventi erotismo, sfiorando in alcuni casi il confine della pornografia, attraverso scene in cui la sessualità si fonde perfettamente e quasi magicamente con il puro terrore.

    Un ulteriore esempio che si può fare in merito riguarda le numerose scene in cui la macchina da presa sembra voler spiare e osservare i sensuali corpi delle future vittime dell’assassino, con un gusto tipicamente voyeuristico. In Tenebre (1972), nella scena che culmina con l’assassinio di due donne, possiamo vedere come la macchina da presa di Argento indugi nell’osservare le vittime, in un primo momento fuori dalle finestre delle loro stanze, poi entrando direttamente nell’ambiente della casa, tramite delle soggettive che molti hanno tentato di imitare. La macchina da presa finisce per identificarsi con l’assassino e con lo spettatore, che assiste alla brutale uccisione di quei corpi che fino a pochi secondi prima si era soffermato ad ammirare. Il fatto che spesso le vittime appaiano seminude sulle schermo rafforza l’accostamento che il regista crea tra sessualità/erotismo  e violenza/terrore. 

    DONNE COME CARNEFICI: PROFONDO ROSSO

    Nella filmografia di Argento, la figura femminile risulta notevolmente ampliata rispetto ai ruoli di co-protagonista che aveva sempre ricoperto nel genere thriller/horror, diventando al contempo vittima e carnefice. In effetti, molti degli spietati serial killer che il regista muove all’interno dei suoi film più importanti (tra cui il già citato L’uccello dalle piume di cristallo) sono proprio delle donne, spesso tormentate da traumi o affette da disordini mentali. La loro violenza non conosce scrupoli, sono spietate e senza cuore, uccidono usando ogni sorta di arma che Argento mette loro in mano, da coltelli e pugnali fino addirittura a una mannaia. È chiaro che il regista voglia far trasparire una visione oscura e paranoica della figura femminile, in cui trova ancora spazio l’erotismo più sfrenato, mostrato in modo differente per ogni film.

    In Profondo Rosso, il meraviglioso colpo di scena finale rivela che l’assassino, tanto a lungo cercato dal protagonista Marc, è in realtà una donna, l’anziana madre del suo amico Carlo, da anni affetta da un disturbo mentale. Verso la fine del film, la donna si rivela in tutta la sua follia e violenza allo spettatore, che assiste con il fiato sospeso a una delle scene più spettacolari del cinema thriller. Carnefici ma non soltanto assassine, le donne di Argento sono spesso figure rappresentative del male, come le streghe di Suspiria (1977) e la Morte in Inferno (1980).

    LA SCELTA DEL COLORE ROSSO (NON SOLO PER IL SANGUE)

    Vi siete mai chiesti (magari guardando Suspiria) come mai il sangue che macchia le scene del crimine di Argento sia così rosso? Sembra incredibile, ma a volte è quasi arancione per quanto sia vivace e brillante. Questa scelta ha una spiegazione ben precisa: nella costruzione della messa in scena, e soprattutto nella fotografia, Argento ama utilizzare i colori in veste simbolica, e l’esempio più rappresentativo si ritrova sicuramente nelle luci colorate che illuminano i luoghi in Suspiria, colori talmente forti e brillanti da far venire quasi il mal di testa, soprattutto per quanto riguarda il rosso. Questo colore ha un valore estremamente importante nel cinema di Argento: innanzitutto simboleggia il sangue, la violenza, la follia omicida che l’assassino (o il Male) sfoga sulle sue malcapitate vittime; in secondo luogo il rosso è anche il simbolo dell’amore, sia nella sua forma migliore che nella sua forma peggiore di ossessione ed erotismo sfrenato. È così, quindi, che il colore rosso va a identificare la figura femminile, capace di essere sensuale quasi fino a sforare il confine della morale e insieme spietata tanto da utilizzare una mannaia per uccidere e annullare completamente le proprie vittime.

    Donne ambigue e inquietanti, insomma, che ritroviamo in ogni film del regista, a confermare la sua predilezione per la pericolosità che i suoi personaggi femminili riescono a celare dietro un fascino sensuale senza precedenti. 

    Grazie al lavoro di Argento attrici come Jessica Harper, Daria Nicolodi, Jennifer Connelly, Clara Calamai, Stefania Casini, Eva Renzi sono diventate icone del cinema thriller/horror italiano e globale, andando a costruire pian piano un universo cinematografico in cui il terrore e la violenza si mescolano all’erotismo, su uno sfondo macchiato di sangue rosso brillante.

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  • 5 REGISTE DA SCOPRIRE

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    Fin dalla sua nascita, datata 1895, l’industria cinematografica è stata quasi del tutto appannaggio del mondo maschile. I migliori registi che vi vengono in mente, i direttori della fotografia, i pochi produttori o montatori di cui ricordate il nome, sono probabilmente per la quasi totalità uomini. Questo non vuol dire, chiaramente, che nel mondo della settima arte non ci siano donne di valore, anzi. Lasciando da parte la categoria delle attrici che, per forza di cose, risulta molto ampia, variegata e soprattutto riconosciuta, nelle posizioni più teniche di un set troviamo numerose donne che hanno fatto la storia di quest’arte e che non hanno niente da invidiare ai loro colleghi uomini.

    Pensiamo a Thelma Schoonmaker, professione montatrice, vincitrice di 3 premi Oscar (su un totale di 8 nomination), ha lavorato su numerosi film del maestro Scorsese, ai quali ha dato un’impronta stilistica che li ha resi i capolavori che tutti noi conosciamo; pensiamo ancora a Susi Cecchi D’Amico, classe 1914, la regina indiscussa della sceneggiatura italiana che ha firmato copioni come quello di Ladri di biciclette, capolavoro neorealisti di Vittorio De Sica del 1948, o della commedia I Soliti Ignoti di Mario Monicelli, ma soprattutto, dal 1951 in poi, ha realizzato le sceneggiature di quasi tutti i film di Luchino Visconti. 

    Thelma Schoonmaker

    Nell’ambito della regia potremmo parlare di Kathryn Bigelow, prima donna ad aver vinto un Oscar per la migliore regia con The Hurt Locker (nel 2010, cioè durante l’82esima edizione dell’ambito premio statunitense), o ancora di Jane Campion, prima donna ad aver vinto la Palma d’Oro a Cannes nel 1993 con Lezioni di Piano, senza dimenticare Lina Wertmüller, orgoglio del nostro paese, prima donna regista ad essere candidata al Premio Oscar per la miglior regia (1977, per Pasqualino Settebellezze). Nonostante questi nomi così importanti -a cui se ne potrebbero aggiungere molti altri- e nonostante gli enormi passi avanti fatti negli ultimi anni, è fuori dubbio il fatto che il mondo del cinema è dominato da uomini. 

    Lina Wertmüller

    Secondo i dati di We Are Lynn, progetto di Groenlandia Film dedicato alla produzione di opere cinematografiche dirette da donne, nel mondo solo il 19% delle regie è firmato da donne. In Italia questo dato è ancora più basso: soltanto il 9% dei film porta la firma di una regista. A chi dovesse dire che questi dati sono frutto esclusivamente della meritocrazia o di una millantata maggiore predisposizione per l’uomo al lavoro da regista, diciamo subito che si sbaglia. Le donne sono state, da sempre, relegate ai margini di produzioni importanti, in quanto ritenute meno capaci degli uomini e quindi meno affidabili. Questo ha portato le produzioni ad essere maggiormente restie nell’affidare grosse somme a registe per la realizzazione dei loro film, o a preferire nomi di registi uomini per affidare loro sceneggiature ritenute importanti e potenzialmente molto remunerative. Questo retaggio culturale, checché se ne dica, resiste ancora oggi, ma va piano piano sgretolandosi. Nel nostro piccolo anche noi vogliamo contribuire ad abbattere questo muro, parlando in questo articolo di 5 registe che si sono fatte notare negli ultimi anni, in un modo o nell’altro, attirando su di sé l’attenzione dei cinefili di tutto il mondo.

    Chloé Zhao

    Non potevamo non partire parlando della regista che, sbaragliando la concorrenza, ha trionfato alla scorsa edizione degli Oscar vincendo l’ambito premio alla miglior regia (per la seconda volta nella storia andato ad una donna). Grazie al film Nomadland, è riuscita a portarsi a casa anche il premio per il Miglior Film, essendo lei anche produttrice. La regista cinese naturalizzata statunitense, classe 1982, ha ad oggi firmato la regia di quattro lungometraggi. Nei suoi primi tre lavori (Songs My Brother Taught Me, The Rider, Nomadland) Zhao ha impresso uno stile molto ben definito, che ricerca la bellezza naturale dei mitici paesaggi della frontiera statunitese, esplorando l’animo americano e ricercando una certa autorialità che l’ha portata alla fama di adesso. L’ultimo suo film in ordine di uscita è The Eternals, ennesimo capitolo del Marvel Cinematic Universe; lasciando da parte le critiche che si possono muovere al film in sé (le produzioni di questo tipo sono molto poco autoriali e devono seguire dei dettami ben definiti imposti dall’alto) lo stile di Chloé Zhao è comunque visibile, seppur nascosto -a volte piuttosto bene- dalla pomposità plastica tipica dei film Marvel meno riusciti. Piccola curiosità: la regista ha realizzato prima il film del MCU e solo dopo Nomadland, che è dunque il vero -finora- ultimo film di Chloé Zhao.

    Filmografia:

    • Songs My Brother Taught me (2015);
    • The Rider – Il sogno di un cowboy (2017);
    • Nomadland (2020);
    • The Eternals (2021).

    Céline Sciamma

    Regista e sceneggiatrice francese, classe 1978, autrice di cinque lungometraggi dal 2007 al 2021. La fama internazionale arriva nel 2019 in seguito all’uscita di quel gioiello che è Ritratto della giovane in fiamme. Anche in questo caso ci troviamo di fronte ad una regista/autrice, che unisce una messa in scena pulita, ricercata e visivamente accattivante ad un messaggio che guarda alla parità di genere e alla lotta contro la discriminazione. Nel suo cinema troviamo sempre una figura femminile che tenta di districarsi dalle ragnatele di un sistema patriarcale e oppressivo. Il suo ultimo lavoro, Petite Maman, è datato 2021 e sarà tra poco disponibile su MUBI (così come tutta la filmografia della regista).

    Filmografia

    • Naissance des pieuvres (2007);
    • Tomboy (2011);
    • Diamante nero (2014);
    • Ritratto della giovane in fiamme (2019);
    • Petite Maman (2021).

    Alice Rohrwacher

    Rimaniamo in Europa e facciamo tappa nel nostro paese presentandovi una delle migliori registe del panorama italiano. Alice Rohrwacher (sorella dell’altrettanto famosa Alba) ha girato nel corso di poco meno di 10 anni soltanto tre lungometraggi, che hanno però attirato l’attenzione del pubblico a livello internazionale. Nel 2014, con Corpo Celeste, vince il Grand Prix Speciale della Giuria al Festival di Cannes, il secondo più ambito riconoscimento del Festival dopo la Palma d’Oro. Nel 2018, sempre a Cannes, vince il premio per la migliore sceneggiatura grazie al film Lazzaro Felice. Nonostante siano passati quattro anni dall’uscita del suo ultimo film, la Rohrwacher non è rimasta di certo con le mani in mano, girando ben 4 cortometraggi nel giro di un paio d’anni, di cui segnaliamo in particolare Omelia Contadina (2020) e Futura (2021). Lo stile registico dell’autrice toscana è asciutto e semplice ma allo stesso tempo ricercato, capace di creare dei mondi fiabeschi ma anche terribilmente realistici. Il suo cinema è impregnato dalla dicotomia natura/città, una vera e propria lotta quasi ancestrale che vede la prima come qualcosa di incontaminato, pacifico, un luogo in cui ricerca la felicità, in contrasto con la vivacità violenta e divoratrice dell’ambiente urbano. Da pochi giorni sono iniziate a Tarquinia le riprese del nuovo film della regista, per adesso in merito a questo progetto si conosce pochissimo (ambientato negli anni ‘80 e con un cast internazionale), noi, però, già lo attendiamo, sperando che la cineasta possa trovare ancora più riscontro anche nel pubblico generalista.

    Filmografia:

    • Corpo Celeste (2011);
    • Le Meraviglie (2014);
    • Lazzaro Felice (2018).

    Julia Ducournau

    Seconda regista francese di questa breve lista, altra autrice che ha trovato la fama da pochissimo (soltanto l’anno scorso) grazie alla vittoria della Palma d’Oro a Cannes per il suo ultimo lavoro, Titane. Ducournau ha firmato soltanto due lungometraggi tra il 2016 e il 2021, ma ha già fornito al pubblico una cifra stilistica molto ben riconoscibile. Uno stile crudo, orrorifico e ansiogeno, ma anche molto ben curato esteticamente, con inquadrature e sequenze che niente hanno da invidiare a registi più navigati. In entrambi i suoi lungometraggi la protagonista è una donna, o meglio una giovane ragazza, alla scoperta del suo vero io, una ricerca all’interno di trasformazioni fisiche ed interiori. A chi ha voluto rinchiudere la regista all’interno del genere body horror, lei ha risposto che sì, il suo stile è certamente ispirato a questo filone cinematografico, ma che allo stesso tempo non vuole essere segregata all’interno di una definizione. Uno spirito ribelle insomma, come le protagoniste che porta sullo schermo.

    Filmografia:

    • Raw (2016);
    • Titane (2021).

    Emerald Fennell

    La più giovane regista di questa lista, unica sotto i 40 anni, è anche quella con il minor numero di lungometraggi finora girati. Stiamo parlando della regista di Una donna promettente -unico lungometraggio finora realizzato-, film che ha suscitato clamore e ha scosso la coscienza di molte persone, non solo uomini, ottenendo diverse candidature agli Oscar dello scorso anno tra cui Miglior Film, Miglior regia e Miglior Sceneggiatura originale (quest’ultimo anche vinto dalla Fennell stessa). Oltre al sopracitato film, però, Fennell ha girato anche 6 episodi di Killing Eve, una delle serie più apprezzate degli ultimi anni. Se lo stile visivo e registico presente in Una donna promettente sarà portato avanti, esplorato e approfondito dalla regista non possiamo saperlo, quello che sappiamo è che siamo di fronte ad un talento che sarebbe un peccato sprecare. Al momento non si sa quando uscirà il suo prossimo film da regista (ricordiamo che Emerald Fennell è anche un’affermata attrice!) ma noi siamo già pronti a venire nuovamente investiti da una tempesta di cruda realtà. 

    Filmografia:

    • Una donna promettente (2020).

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  • LAURA DERN E IL SUO SPLENDIDO LAVORO IN BIG LITTLE LIES

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    Oggi una delle attrici più importanti della nostra epoca compie 50 anni!  

    Laura Dern è senza dubbio uno di quei nomi che non può mancare nella cinematografia mondiale: le sue collaborazioni con David Lynch in Velluto blu (1986), Cuore selvaggio (1990) e Inland Empire – L’impero della mente (2006) sono diventate iconiche, così come l’interpretazione del personaggio di Ellie Sattler nell’ormai classico Jurassic Park di Steven Spielberg (1993). Laura è nota per lo stile unico con cui riesce a interpretare caratteri forti e più che mai sfaccettati, con una bravura che nel 2020 è stata ufficialmente riconosciuta con un Oscar come miglior attrice non protagonista per il ruolo dell’avvocato divorzista Nora Fanshaw in Marriage Story di Noah Baumbach (2019). L’Academy non è tuttavia l’unica istituzione ad aver premiato l’attrice, che vanta anche, tra altri premi minori, 5 Golden Globe, un BAFTA e un Emmy.

    Quest’ultimo riconoscimento, il più importante a livello televisivo, le è stato assegnato per la serie televisiva Big Little Lies (in Italia arrivata con il sottotitolo Piccole Grandi Bugie e distribuita da Sky), prodotta da David E. Kelley per HBO nel 2017: approfittiamo della ricorrenza per consigliarvi uno dei prodotti televisivi migliori degli ultimi tempi!

    BIG LITTLE LIES: LA VERITÀ VERRÀ A GALLA?

    Sullo sfondo bluastro di Monterey, una piccola cittadina della California, si svolgono vicende piene di segreti, torbide come l’acqua dell’oceano che prima o poi porterà a galla tutta la verità. Tratta dal romanzo omonimo di Liane Moriarty, Big Little Lies ha un cast prevalentemente al femminile, con attrici di una bravura straordinaria riconosciuta in tutto il mondo, che interpretano donne forti e complicate, come se ne possono trovare in ogni città. Nicole Kidman è Celeste, una madre che ha rinunciato alla propria carriera per prendersi cura dei figli, sposata con un marito possessivo e violento (Alexander Skarsgård); Reese Witherspoon è Madeline, sposata con il suo secondo marito e madre di due figlie, alle prese con la crescita della maggiore che sta attraversando quella fase “ribelle” dell’adolescenza; Shailene Woodley è Jane, appena arrivata a Monterey nel tentativo di ricostruirsi una vita dopo aver avuto un bambino a seguito di una violenza sessuale da parte di uno sconosciuto; e infine Laura Dern, solita interpretare personaggi particolarmente risoluti, è Renata, un’imprenditrice di successo e madre di una bambina. Il personaggio di Renata si rivelerà molto importante nella seconda stagione (dove viene approfondito), dimostrando come la sua apparente cattiveria sia in realtà una risposta al fatto che la vita non abbia mai smesso di metterla alla prova. Nella seconda parte della serie compaiono poi anche Meryl Streep, che interpreta la suocera di Celeste, e Zoë Kravitz nel personaggio di Bonnie, nuova moglie del primo marito di Madeline.

    La serie parte da un evento che coinvolgerà tutte le donne e l’intera cittadina di Monterey: il figlio di Jane viene accusato di aver provato a strangolare la figlia di Renata ma, nonostante la piccola continui ad incolpare il coetaneo, questo evento non ci viene mai mostrato, lasciando a noi l’arduo compito di fare ipotesi e continuare nella visione per poter giungere alla soluzione del mistero. Abbiamo poi in ogni puntata alcune scene che mostrano interrogatori della polizia sulla morte di qualcuno; il pubblico non conosce né di chi si stia parlando né a cosa si faccia riferimento in queste brevi scene (forse anticipazioni?), per cui l’unica cosa da fare è continuare nella visione tra segreti, misteri e verità non dette, sperando che la soluzione possa prima o poi venire alla luce.

    Il racconto è quindi costruito su un fitto intreccio di intrighi e bugie che vengono scoperti man mano nel corso della narrazione e ciò consentono di comprendere le molteplici sfaccettature dei personaggi.

    LE DONNE DI MONTEREY: TRA MADRI, NEMICHE E COMPAGNE DI VITA

    Le protagoniste di Big Little Lies sono tutte accomunate dall’essere madri, ognuna con una situazione familiare differente e sempre delicata: i loro bambini stanno imparando a conoscere il mondo e ogni evento che colpisce i figli colpisce anche le loro madri. Ognuna di queste donne ha conosciuto e conosce la paura e l’insicurezza, sia nell’essere madre sia nell’essere donna all’interno di una società che continua a metterle costantemente alla prova. I rapporti tra le protagoniste sono costellati di bugie e spesso rancore: sono amiche e nemiche, sullo sfondo di una cittadina che non perde neanche un momento per parlare e mettere in circolo voci non veritiere. Madeline, Jane, Celeste e Renata sono collegate tra loro da eventi e ricordi che tornano come fantasmi, e ognuna li affronta con la molteplicità di sfaccettature che lo spettatore ha modo di conoscere andando avanti nel racconto.

    Il personaggio di Renata, come già detto in precedenza interpretato da Laura Dern, è quello che spicca tra gli altri per la sua competitività nei rapporti umani. È una donna in carriera che si mostra molto sicura di se stessa, quando in realtà è una madre apprensiva, un’amica quasi ostile, e le sue più grandi paure vengono mostrate mano mano che si inizia a conoscere a fondo la storia della sua vita. Nonostante non sia stata ancora confermata una terza stagione, noi di Frames Cinema ci teniamo assolutamente a consigliarvi di vedere questa serie, per soffermarsi su alcuni aspetti del quotidiano che spesso non vengono trattati con uno sguardo adeguato.

    Insieme ai tutti suoi iconici personaggi, Laura Dern è oggi una delle attrici più talentuose e influenti nel panorama cinematografico mondiale. È stato inoltre di recente dichiarato il suo ritorno nel mondo di Jurassic Park, che rappresenta il decollo della sua carriera nel ruolo di Ellie Sattler, nel sesto capitolo della saga Jurassic World Dominion, la cui uscita nel cinema italiani è stata fissata al 9 giugno 2022.

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  • BARBARA STANWYCK IN LA FIAMMA DEL PECCATO – UNA DARK LADY SENZA SCRUPOLI

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    Qualsiasi amante di cinema ha attraversato quella particolare fase di ossessione per il cinema noir, quel sottogenere sviluppatosi tra gli anni ’30 e ’40 del Novecento noto anche come poliziesco o detective movie. Le atmosfere del cinema noir sono prevalentemente urbane, notturne e cupe: in queste ambientazioni le figure si muovono tra le ombre di una città dai vicoli bui e l’aria torbida per il fumo di sigarette, mentre i loro passi dentro scarpe lucidate attraversano pozzanghere sull’asfalto. Ma non siamo qui per analizzare gli ambienti prediletti di questo cinema, piuttosto per ricordare qual è il film che è stato definito il noir per eccellenza e come un suo personaggio in particolare riesce ancora a rapire il pubblico dopo più di settant’anni sugli schermi.

    È il 1944 e il pubblico del cinema statunitense conosce per la prima volta Double Indemnity, uno splendido noir diretto dal già affermato regista di origini tedesche Billy Wilder; in Italia il film arriverà con il titolo La fiamma del peccato nel 1946. Wilder ha il merito di aver portato sugli schermi una storia di inganni e ricatti inserita in un’ambientazione che riflette perfettamente le vicende torbide e oscure che coinvolgono i personaggi. Eppure un merito forse ancor più grande va alla talentuosa Barbara Stanwyck per aver interpretato la dark lady Phyllis Dietrichson, considerata come uno dei migliori villain della storia del cinema.

    Double Indemnity narra della relazione tra l’agente assicurativo Walter Neff (Fred MacMurray) e la bellissima Phyllis Dietrichson (Barbara Stanwyck) e del piano escogitato dalla donna per liberarsi del marito in modo da intascare i soldi dell’assicurazione insieme all’amante. Il nostro protagonista ci viene mostrato come un uomo dai sani valori, eppure la sua morale nulla può contro il fascino della donna, che sa bene come usare le armi della seduzione a suo favore. Il personaggio di Phyllis è tanto affascinante quanto senza scrupoli e ricalca il modello letterario e cinematografico della femme fatale, che riesce a far cadere ogni uomo ai suoi piedi; nonostante il suo forte carattere, Neff non può fare a meno di abbandonarsi completamente alla donna, tanto che sarà lui stesso a pianificare l’omicidio del marito di lei. A una visione accurata si può notare come la vera natura della donna si mostri gradualmente nel corso della trama, accompagnata dagli abiti che vengono fatti indossare all’attrice. Vi invitiamo a fare particolare attenzione a come la Stanwyck si presenta sulla scena la prima volta: indossa un abito bianco, colore che viene spesso associato all’innocenza, mentre alla caviglia porta un braccialetto. Quest’ultimo diventa la sua arma di seduzione più forte, portatore di quel fascino che come un incantesimo riesce a far cadere il nostro protagonista nella trappola che la donna gli ha teso.

    È importante notare come i caratteri tipicamente associati al femminile quali la bellezza, la seduzione, ma anche l’innocenza, l’amore, la premura, vengono gestiti dalla donna in maniera magistrale: Phyllis è consapevole di essere profondamente affascinante e allo stesso modo sa ciò che un uomo vuole sentirsi dire. Così riesce a mostrarsi come la donna innocente, costretta al matrimonio con un uomo che non la ama, ma per il quale lei prova affetto e preoccupazione. Neff sente immediatamente di essere colui che salverà la povera donna innocente dalla gabbia di un matrimonio infelice. L’uomo, quindi, finisce per allearsi con lei e concludere il suo progetto, escogitando l’omicidio in modo da poter usufruire della “doppia indennità” (da cui prende il nome il film) e ottenere ancora più denaro. Nel corso dei loro incontri Phyllis si fa sempre più misteriosa, mentre i suoi abiti iniziano a tingersi di nero, fino ad arrivare al momento in cui nasconderà i suoi occhi con un paio di grossi occhiali da sole scuri. La Stanwyck riesce perfettamente a trasmettere la discesa del personaggio nella malvagità, usando un’apparente innocenza per mascherare un atteggiamento impassibile e spietato. Persino durante l’interrogatorio successivo alla morte del marito Phyllis si mostra impassibile, mentre Neff inizia già a farsi prendere dall’angoscia di essere scoperto. L’ultimo incontro dei due avviene in una notte oscura e sarà fatale per entrambi: la donna usa nuovamente l’arma della cavigliera per sedurre l’uomo, ma ormai lui è deciso a sbarazzarsi di lei. Tuttavia, anche dopo la morte, Phyllis riesce a trascinare Neff nell’abisso, infatti poco dopo l’uomo verrà arrestato per l’assassinio.

    Ci teniamo a farvi notare come sia impressionante che un personaggio femminile sia stato costruito per essere così spietato: ciò che colpisce di più è l’estrema consapevolezza che ha la donna del suo fascino e di come riesca a controllarlo tanto da farlo diventare un’arma per raggiungere i suoi obiettivi. Probabilmente è proprio questo che riesce a confondere un uomo, la capacità di controllo che ha la donna sui caratteri che l’uomo stesso le ha associato per secoli. Anche se Phyllis muore, infatti, Neff non riesce a scamparla; e durante la sua confessione, lo sentiamo dire:“L’ho ucciso io, per denaro e per una donna. Non ho preso il denaro e non ho preso la donna.”

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  • TRA MASCHILE E FEMMINILE, LO SDOPPIAMENTO DI MARIA IN METROPOLIS

    Immaginate di trovarvi nel bel mezzo di una rivoluzione, una vera e propria rivolta del popolo sfruttato contro i potenti. Immaginate essere parte di quel popolo che ogni giorno è costretto a un continuo lavoro, senza possibilità di riposo, senza possibilità di vivere una vita che sia al di fuori del lavoro stesso. E immaginate ora che il vostro lavoro si svolga nelle profondità della terra, dove non c’è luce se non quella prodotta da gigantesche lampade artificiali. Se volete catapultarvi in questo mondo per un paio d’ore vi basterà guardare quello che viene considerato il più grande capolavoro di Fritz Lang, una pellicola che ha posto le basi per lo sviluppo del cinema di fantascienza. Dal 1927 (anno della sua uscita nelle sale) ad oggi, si è parlato davvero tanto di Metropolis, della sua trama figlia della rivoluzione industriale, della sua scenografia maestosa che strizza l’occhio ai grandi kolossal del muto italiano, e del commento musicale, rivisitato negli anni ’80. In questa sede prenderemo in esame una figura fondamentale all’interno del film e quello che possiamo definire il suo doppio: parliamo della giovane Maria e del suo “alter ego di metallo”, il robot nato dalla mente del professor Rotwang.

    Impossibile negare come il mondo del cinema, come ogni altra arte, ami sperimentare con la figura femminile e la simbologia che può esservi ricondotta: d’altronde uno dei primi fenomeni a svilupparsi con la nascita del cinema è stato proprio il divismo, soprattutto quello femminile. Ciò a cui assistiamo in Metropolis, da un certo punto di vista, è uno sdoppiamento della figura di Maria in due personaggi che, se vogliamo, possono rappresentare i poli opposti del femminile e del maschile percepiti dalla società moderna, nel 1927 come oggi. Ma andiamo con ordine.

    Lang ci presenta Maria, interpretata dalla meravigliosa Brigitte Helm, attraverso una scena che, senza bisogno di parole, fa immediatamente capire come la sua figura sia fondamentale e accuratamente delineata nella sua simbologia. Maria appare sulla scena circondata da un gruppo di bambini che si stringono a lei, attaccandosi ai suoi vestiti come fossero suoi figli. Mentre Lang passa gradualmente dal campo lungo al primo piano, grazie all’uso abile delle luci e del trucco, Maria assume sempre di più le fattezze di una santa, che, circondata da una mandorla di luce, risplende e rapisce lo sguardo di tutti, grazie all’espressività dei suoi grandi occhi. Già da questa prima apparizione, la donna viene associata agli attributi femminili tradizionali, principalmente quelli della madre affettuosa e protettrice che con dolcezza guida i suoi figli ad affrontare il mondo. Nel suo parlare di uguaglianza e fratellanza, valori pericolosi nel mondo in cui vive, Maria rimane dolce e premurosa, sia verso i bambini che verso i lavoratori, a metà tra un’insegnante e una madre: nel momento in cui si rivolge al protagonista Freder, figlio del più potente tra i potenti della città, il suo atteggiamento si fa ancora più materno, ed è proprio il suo essere donna a diventare la sua forza. Maria è la luce, la femminilità stessa, ed è costantemente rappresentata attraverso la classica iconografia della Madonna nell’arte, spesso illuminata da un’aureola luminosa.

    Se Maria rappresenta la femminilità, il suo “alter ego metallico” è l’opposto: nella scena in cui l’inventore Rotwang svela la sua creazione, la donna robotica ha un aspetto oscuro, inquietante, ancor di più se si fa caso al pentagramma pagano che troneggia al di sopra di essa. In poco tempo, la macchina prendere le sembianze di Maria, in una scena la cui costruzione, insieme agli effetti speciali, ha senza dubbio ispirato la fantascienza degli anni a venire. È qui che lo spettatore assiste sullo schermo a un vero e proprio sdoppiamento del personaggio: da qui in poi abbiamo due Maria. Tuttavia, mentre la donna rappresenta la femminilità, la madre salvatrice che ama e protegge i suoi figli, il suo doppio robotico rimanda a caratteristiche ritenute tipicamente maschili, come la forza bruta e l’aggressività. La prima è premurosa e materna, la seconda ha un modo di fare brusco, a volte oscuro, vicino a quello degli uomini che la circondano e dalle cui mani è stata assemblata. Molto presto, la donna robotica inizierà a causare conflitti tra i lavoratori sottoterra e tra i potenti in superficie, in nome di quella forza che la figura maschile utilizza da sempre per imporsi sugli altri, mentre la povera Maria continuerà invano a credere nella pace e nella fratellanza tra le persone.

    I lavoratori insoddisfatti e rivoltosi, accecati dalle parole della “falsa Maria”, prenderanno la via della forza e della violenza, e a nulla serviranno le parole di Freder per convincerli che Maria ha sempre voluto la fratellanza. Questa forza maschile, tuttavia, non risolverà le cose, ma renderà il popolo una moltitudine incontrollabile che finirà inevitabilmente per distruggere se stessa e l’intera città; solo il ritorno della vera Maria riuscirà a riportare la pace. Qui, nell’ultima parte del film, la donna riesce a portare in salvo i bambini che tanto la amano senza abbandonare le caratteristiche di madre, neanche mentre la città sta crollando su se stessa. La figura di Maria è maturata, è diventata più forte nella sua femminilità, mentre il suo alter ego ha finito per essere distrutto, vittima della violenza che professava come unico mezzo di salvezza. Proprio nel finale, quando i popoli del sotterraneo e della superficie si trovano finalmente faccia a faccia, sarà ancora una volta Maria a unirli nella pace, come fa una madre premurosa che ricongiunge i suoi figli dopo un litigio.

    Molte culture vedono nella personalità del singolo la presenza di due figure distinte, quella maschile e quella femminile: ci piace pensare che Lang abbia voluto portare avanti questa credenza dirigendo sullo schermo lo sdoppiamento di un personaggio nei suoi poli opposti, per poi mostrarci la sua evoluzione fino all’equilibrio finale. Per citare l’ultima didascalia di Metropolis, tra braccio e mente il mediatore dev’essere il cuore: allo stesso modo, una giovane donna ha saputo fare della propria femminilità lo strumento perfetto per dare finalmente pace al suo popolo.

    Renata Capanna

     

  • LITTLE MISS SUNSHINE, COSA SI ASPETTA LA SOCIETÀ DA UNA RAGAZZA?

    type=”flex” hundred_percent=”no” hundred_percent_height=”no” min_height=”” hundred_percent_height_scroll=”no” align_content=”stretch” flex_align_items=”flex-start” flex_justify_content=”flex-start” flex_column_spacing=”” hundred_percent_height_center_content=”yes” equal_height_columns=”no” container_tag=”div” menu_anchor=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” status=”published” publish_date=”” class=”” id=”” spacing_medium=”” margin_top_medium=”” margin_bottom_medium=”” spacing_small=”” margin_top_small=”” margin_bottom_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_dimensions_medium=”” padding_top_medium=”” padding_right_medium=”” padding_bottom_medium=”” padding_left_medium=”” padding_dimensions_small=”” padding_top_small=”” padding_right_small=”” padding_bottom_small=”” padding_left_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” link_color=”” link_hover_color=”” border_sizes=”” border_sizes_top=”” border_sizes_right=”” border_sizes_bottom=”” border_sizes_left=”” border_color=”” border_style=”solid” box_shadow=”no” box_shadow_vertical=”” box_shadow_horizontal=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” z_index=”” overflow=”” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_position=”center center” background_repeat=”no-repeat” fade=”no” background_parallax=”none” enable_mobile=”no” parallax_speed=”0.3″ background_blend_mode=”none” video_mp4=”” video_webm=”” video_ogv=”” video_url=”” video_aspect_ratio=”16:9″ video_loop=”yes” video_mute=”yes” video_preview_image=”” render_logics=”” absolute=”off” absolute_devices=”small,medium,large” sticky=”off” sticky_devices=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_background_color=”” sticky_height=”” sticky_offset=”” sticky_transition_offset=”0″ scroll_offset=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″][fusion_builder_row][fusion_builder_column type=”1_1″ layout=”1_1″ align_self=”auto” content_layout=”column” align_content=”flex-start” valign_content=”flex-start” content_wrap=”wrap” spacing=”” center_content=”no” link=”” target=”_self” min_height=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” type_medium=”” type_small=”” order_medium=”0″ order_small=”0″ dimension_spacing_medium=”” dimension_spacing_small=”” dimension_spacing=”” dimension_margin_medium=”” dimension_margin_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_medium=”” padding_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” hover_type=”none” border_sizes=”” border_color=”” border_style=”solid” border_radius=”” box_shadow=”no” dimension_box_shadow=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” background_type=”single” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_image_id=”” background_position=”left top” background_repeat=”no-repeat” background_blend_mode=”none” render_logics=”” filter_type=”regular” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” last=”true” border_position=”all” first=”true”][fusion_text columns=”” column_min_width=”” column_spacing=”” rule_style=”default” rule_size=”” rule_color=”” content_alignment_medium=”” content_alignment_small=”” content_alignment=”justify” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” margin_top=”” margin_right=”” margin_bottom=”” margin_left=”” font_size=”” fusion_font_family_text_font=”” fusion_font_variant_text_font=”” line_height=”” letter_spacing=”” text_color=”” animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=””]

    Olive è una bambina e, come tale, non sa ancora quanto la vita possa essere difficile. Olive vuole soltanto partecipare a un concorso di bellezza, mostrare di cosa è capace, rendere fiera la sua famiglia. Olive non sa quanto la vita e la società possano essere crudele nei confronti di una donna, ancor di più nei confronti di una bimba. Nel film che andremo a trattare oggi vedrete una bizzarra famiglia americana imbarcarsi verso un viaggio straordinario che cambierà il loro (e il vostro) modo di guardare il mondo. Ai registi Valerie Paris e Jonathan Dayton va il merito di aver costruito dei personaggi indimenticabili e di averli inseriti in una grande riflessione su come vita e società si pongano verso ognuno di noi, specialmente verso le ragazze, che siano già donne cresciute o ancora bambine. La vita e la società si aspettano qualcosa da noi? Oggi proveremo a rispondere a questa domanda insieme a Little Miss Sunshine.

    La famiglia Hoover ha come pilastri fondamentali due donne, la piccola Olive di appena sette anni (interpretata da una giovanissima Abigail Breslin) e sua madre Sheryl (Toni Collette). Non si può dire che la loro sia una famiglia davvero felice, ma sono proprio questi due personaggi femminili a mantenere un equilibrio tra i suoi membri: Sheryl si fa in quattro per prendersi cura di tutti, mentre sua figlia è in grado di portare un fascio di luce sui volti bui degli uomini che la circondano. Olive è un raggio di sole, ma non quel raggio di sole che i giudici del contest “Little Miss Sunshine” stanno cercando. Mentre assistiamo alle avventure della famiglia nel viaggio verso la California, capiamo come Olive e Sheryl siano la rappresentazione di ciò che la società pretende da una donna: un aspetto gradevole, conforme a degli standard di bellezza che conosciamo tutti; la capacità di assumersi delle responsabilità, di prendersi cura degli altri, arrivando se necessario ad annullare se stesse. Gli uomini della famiglia Hoover non sentono queste esigenze: il più delle volte i loro pensieri girano vorticosamente intorno a se stessi e ai propri obiettivi, mostrando come il loro atteggiamento sia di chiusura nei confronti degli altri. L’unico ad essere più aperto è il nonno di Olive, Edwin (interpretato dal premio Oscar Alan Arkin), profondamente affezionato alla nipotina, tanto da averle insegnato il numero di ballo che lei presenterà al concorso di bellezza.

    Ecco, il concorso è completamente al centro della vita di Olive, ancora troppo piccola per capire cosa prevale all’interno di questo ambiente. Ciò che vediamo verso la fine del film, infatti, è un mondo in cui delle bambine vengono a tutti gli effetti sfruttate per appagare i desideri e l’orgoglio dei loro genitori, o comunque di persone adulte; impossibile dar la colpa alle piccole, che non hanno coscienza di quanto quella situazione sia dannosa per loro. In questo caso, è facile estendere il concorso di bellezza all’intera società: basta guardarsi un attimo intorno e ci si rende conto che, molto spesso, l’unica cosa che conta in una donna è il suo aspetto esteriore, deve essere gradevole e rientrare in determinati standard che di per sé non dovrebbero esistere. In varie scene del film vediamo Olive toccare con mano queste esigenze che la vita e la società le richiedono: basta pensare ai momenti in cui suo padre le vieta di mangiare del gelato altrimenti metterebbe su peso, oppure quando le scarica addosso la sua inutile retorica del “vincitori vs vinti”. Sheryl, invece, vuole solo che sua figlia sia felice, esibendosi sul palco con il numero di danza che il nonno le ha insegnato con tanto amore. Non molto tempo dopo, tuttavia, Sheryl si renderà conto del fatto che sua figlia potrebbe essere vittima della società, annullando se stessa per il solo scopo di soddisfare gli altri: una donna (una ragazzina) è molto altro al di là di questo, oltre un aspetto gradevole e oltre il ruolo di madre curatrice che le è sempre stato attribuito.

    “La vita è come un concorso di bellezza dopo l’altro” dirà Dwayne, il fratello di Olive, dopo aver scoperto di non poter entrare nell’aeronautica; in qualsiasi veste saremo, qualcuno troverà sempre un modo per giudicarci, per cui tanto vale essere se stessi. Non esistono vincitori e perdenti, come vuole far credere il capofamiglia Richard. Esistono solo persone con diverse ambizioni e diverse possibilità, sta a loro decidere come e dove mettersi in gioco. Quando Olive si esibisce (in una scena a dir poco esilarante che vi consigliamo di recuperare) ci sembra di sentire la sua voce ribadire il suo diritto di essere ciò che più ama, di essere la ragazza che vuole, anche se non conforme allo standard voluto dal mondo. Anche se i severi giudici del concorso non la apprezzeranno come merita, per noi Olive resterà la nipotina tanto amata dal nonno Edwin, “la bambina più bella che esista al mondo, sia fuori che dentro”.

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  • LA RIVINCITA DELLE “CATTIVE RAGAZZE”

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    Quanto ci piacciono i cattivi. Da quando nel 1999 la serie televisiva I Soprano ha completamente ribaltato quelle che fino ad allora erano state le caratteristiche tipiche del protagonista del racconto seriale televisivo, mostrandoci un antieroe dalla moralità spudoratamente corrotta, noi spettatori ci siamo immersi sempre più anima e corpo in quelle che lo studioso americano Jason Mittell ha definito “lunghe interazioni con uomini schifosi”. Infatti a differenza dei personaggi cinematografici, quelli televisivi occupano la vita degli spettatori per settimane, mesi, e, nei casi più fortunati, addirittura anni, e verrebbe da chiedersi perché mai dovremmo decidere di passare il nostro tempo con uomini così spudoratamente negativi. Eppure la formula ha avuto grandissimo successo e da allora il piccolo schermo si è popolato di una marea di questi “uomini schifosi”: da Dexter Morgan (Dexter) a Walter White (Breaking Bad), passando per Don Draper (Mad Man)  e tanti altri che hanno inciso in maniera più o meno profonda nella cultura popolare e nell’immaginario collettivo. Una delle caratteristiche comuni che salta più agli occhi è però che, almeno fino a poco tempo fa, sono sempre stati tutti maschi. A causa di norme culturali dei generi televisivi ma anche sociali più ampie, i personaggi femminili sono ancora associati a ruoli passivi, altruisti e materni, e quando deviano da alcune di queste caratteristiche vengono categorizzate attraverso le etichette, altrettanto restrittive, di “donna ribelle” o “donna forte”. 

    Negli ultimi anni tuttavia qualcosa sta cambiando, e alcune antieroine femminili che sovvertono gli stereotipi tradizionali hanno cominciato a comparire nelle serie televisive, sfidando la convenzione che le donne debbano essere necessariamente carine e gentili,  e dandoci la possibilità di vedere personaggi femminili complessi e pieni di contrasti, al pari dei loro corrispettivi maschili. 

    Diverse sono le ragioni per cui finalmente ciò sta avvenendo. Innanzitutto l’espansione del mercato televisivo e il conseguente cambiamento del suo sistema industriale, soprattutto negli Stati Uniti. Gli ultimi decenni hanno visto una diminuzione del potere delle reti televisive tradizionali basate sul sistema del broadcasting; esse sono state affiancate da nuove reti via cavo e dalle piattaforme in streaming, con un pubblico sempre meno generalista e sempre più frammentato, ognuno con i suoi gusti e le sue sensibilità. Negli ultimi anni sono stati prodotti centinaia di nuove serie televisive: viene da sé che all’interno di un mercato sempre più ampio e variegato riescano a trovare spazio anche proposte più radicali e innovative, che non devono puntare a raggruppare un pubblico particolarmente vasto ma piuttosto a essere apprezzate da quel segmento specifico verso il quale sono indirizzate.

    I nuovi spazi che si vengono a creare hanno quindi cominciato ad essere riempiti grazie al lavoro di una schiera di produttrici e sceneggiatrici donne che hanno cominciato a raccontare storie e personaggi femminili in maniera diversa rispetto al passato. Dalla casa di produzione di Shonda Rhimes sono arrivati due personaggi come Olivia Pope, protagonista di Scandal, e Annalise Keating de Le regole del delitto perfetto, due donne nere che occupano posizioni di potere e disposte a tutto pur di raggiungere i loro obiettivi, ostacolate da un mondo e una società che le vorrebbe buone e al loro posto. Phoebe Waller-Bridge, attrice, produttrice e sceneggiatrice inglese, ha invece ricevuto il plauso della critica per le sue serie Fleabag, che ci fornisce il ritratto di una donna disfunzionale, dissacrante e crudelmente reale (qui trovate la nostra recensione), e Killing Eve, in cui una delle due protagoniste – Villanelle – è una spietata serial killer che ha spinto la corruzione etica e morale di un’antieroina femminile davvero al pari dei suoi corrispettivi maschili. Jenna Bans invece è la creatrice di Good Girls, che racconta la storia di tre donne e madri che si danno al crimine per sopperire alle loro difficoltà economiche, e che per questo motivo è stata comparata da alcuni a Breaking Bad.

    Se nel caso degli antieroi maschili l’allineamento dello spettatore con un protagonista moralmente corrotto è spesso facilitato dall’accostamento di quest’ultimo con altri personaggi ancora più negativi, nel caso di queste prime antieroine femminili il personaggio è parzialmente riscattato dall’accostamento ad un mondo di personaggi maschili inadeguati, mediocri, inetti e grotteschi, che in mancanza di nuovi modelli di mascolinità si rifanno ad altri ormai vecchi e datati per riaffermare il loro potere. Secondo la studiosa Amanda Lotz questo elemento della mascolinità in crisi è centrale nei discorsi sui ruoli di genere e sulla loro rappresentazione televisiva, e per questo fa notare la mancanza di proposte innovative su nuovi modelli di mascolinità in televisione poiché, essendo gli uomini stati protagonisti di ogni aspetto della storia del medium per sessant’anni, non è stato portato avanti nessun discorso specifico sul loro nuovo ruolo all’interno di un panorama che cambia velocemente. 

    Questi sono solo pochi esempi e spunti di un panorama vario ed in espansione che spinge verso la creazione di protagoniste femminili finalmente sfaccettate che rispecchiano la complessità del mondo reale. Perché la parità di genere passa anche dal diritto a non essere delle “brave ragazze”. 

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  • IL CINEMA DELLE DONNE – PARTE 2

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    È arrivato il momento di abbattere certe barriere culturali che hanno limitato il genere femminile ad esprimersi al meglio nei ruoli chiave del cinema. Per questo abbiamo lanciato questa rubrica, il cinema delle donne, con la speranza che le storie di queste grandi figure possano essere d’ispirazione a tante.

    THEA VON HARBOU

    Fritz Lang è unanimemente considerato uno dei maggiori registi della storia del cinema, nonché uno dei padri fondatori dell’Espressionismo cinematografico tedesco. Dietro alcuni dei maggiori capolavori della prima parte della sua carriera si cela però la collaborazione con una sceneggiatrice troppo poco ricordata e assai controversa, sua moglie Thea von Harbou. La von Harbou nasce nel 1888 a Tauperlitz, in Baviera, da una famiglia della piccola nobiltà. Riceve un’educazione ricca e, fin da giovanissima, domina diverse lingue e suona il pianoforte e il violino. Ma è la scrittura il suo vero talento e, appena tredicenne, pubblica dei racconti e una raccolta di poesie.

    In seguito la giovane decide di dedicarsi alla recitazione e diviene un’attrice teatrale, pur portando avanti la propria attività di scrittrice con racconti spesso ispirati alla mitologia tedesca e dal forte portato patriottico. Durante il primo conflitto mondiale, la von Harbou sposa l’attore cinematografico Rudolf Klein-Rogge (successivamente interprete del leggendario dottor Mabuse nell’omonimo film di Fritz Lang) e si avvia alla carriera di sceneggiatrice. Collabora dapprima con il regista austriaco Joe May, ma in seguito sceneggerà pellicole di grandi autori europei come Friedrich Wilhelm Murnau e Carl Theodor Dreyer. In breve tempo la von Harbou diviene un nome di punta dell’industria cinematografica tedesca.

    All’inizio degli anni ‘20 conosce Fritz Lang: i due, amanti della cultura indiana, adattano insieme il romanzo della von Harbou stessa “Misteri d’India” e il risultato è il copione de “Il sepolcro indiano” di Joe May (di cui poi Lang realizzerà un remake nel 1959). Da quel momento in avanti la von Harbou e Lang fanno coppia fissa, professionalmente e nella vita privata. Nel 1920 lei divorzia da Klein-Rogge e nel 1922 Lang rimane vedovo della prima moglie: pochi mesi dopo i due si sposano, suggellando il loro prolifico sodalizio artistico. A partire dal 1921 lei collabora alla sceneggiatura di tutti i principali film del marito, tra cui l’indimenticabile “Il dottor Mabuse” (1922) e l’ampio affresco epico “I nibelunghi” (1924).

    I massimi capolavori della coppia Lang-von Harbou sono però indiscutibilmente “Metropolis” (1927) e “M – Il mostro di Düsseldorf” (1931): il primo, ideato proprio dalla geniale sceneggiatrice bavarese, resta una pietra miliare della fantascienza distopica e l’icona del gigantismo cinematografico della UFA, la maggior casa di produzione tedesca e all’epoca tra le più importanti del mondo. “M”, invece, primo film sonoro di Lang, è un capolavoro di scrittura e messa in scena in cui il “mostro” (il protagonista è un pedofilo assassino, interpretato dal grande Peter Lorre) viene umanizzato e la pratica della giustizia viene problematizzata in maniera radicale.

    A inizio anni ‘30, però, il matrimonio della coppia comincia ad incrinarsi. Le molte infedeltà reciproche e la crescente simpatia della von Harbou per il movimento nazionalsocialista segnano la fine del sodalizio. Nel 1933 la coppia divorzia e Lang emigra all’estero per evitare di doversi compromettere con il neonato regime hitleriano. Poco dopo la von Harbou si risposa in segreto con il giornalista indiano Ayi Tendulkar (il matrimonio con persone di pelle scura era proibito dal regime).
    Durante la guerra la sceneggiatrice continua a lavorare e scrive decine di film, alcuni dei quali chiaramente ispirati all’ideologia nazista. A conflitto finito viene internata per un periodo in un campo di prigionia inglese. Per tutta la vita nega di aver mai avuto reali simpatie per il nazionalsocialismo. Tra il ‘45 e il ‘46 lavora anche come Trümmerfrau (erano così chiamate le donne che contribuivano a ripulire e ricostruire le città tedesche in macerie). Muore, sessantacinquenne, nel 1954, lasciando un ricco patrimonio di romanzi e sceneggiature.

    THELMA SCHOONMAKER

    Non tutti sanno che, dietro alla perfezione dei capolavori di Martin Scorsese, si nasconde la collaborazione più che quarantennale con la montatrice Thelma Schoonmaker. Nata ad Algeri nel 1940 (suo padre lavorava per una compagnia petrolifera), si trasferì negli Stati Uniti solo quindicenne. Studiò Scienze politiche con l’intenzione di avviarsi alla carriera diplomatica, ma per motivi ideologici (era contro la Guerra del Vietnam e favorevole alle lotte per i diritti civili degli afroamericani) le fu consigliato di cambiare ambito.

    Fu allora che iniziò a studiare cinema all’Università di New York, dove le capitò di occuparsi del montaggio di “Chi sta bussando alla mia porta” (1967), film d’esordio di un giovane regista ancora sconosciuto: Martin Scorsese. Fu l’inizio di una collaborazione eccezionale. La Schoonmaker ha montato tutti i film del genio newyorkese a partire da “Toro scatenato” (1980) e nel corso della sua carriera ha ottenuto tre premi Oscar (per il già citato capolavoro del 1980, per “The Aviator” e per “The Departed”) e altre cinque candidature, l’ultima nel 2020 per “The Irishman”.

    Nel 2014 le viene consegnato il Leone d’Oro alla Carriera presso la Mostra del Cinema di Venezia, mai assegnato prima ad un montatore. Questo premio è esplicativo della fondamentale influenza artistica dell’opera della Schoonmaker, maestra nel fare del montaggio non solo un passaggio necessario, bensì un autentico momento creativo, in cui il film viene plasmato e prende forma, tramite precise scelte del montatore e del regista. Scorsese stesso ha più volte detto che i giorni passati in sala di montaggio con la Schoonmaker sono i suoi preferiti nella lavorazione di un film, nonché i più significativi per il risultato definitivo.

    Thelma Schoonmaker nel 1984 sposò Michael Powell, regista inglese autore di capolavori assoluti come “Scarpette rosse”, “I racconti di Hoffmann” e “L’occhio che uccide”. Dalla morte di lui, avvenuta nel 1990, la Schoonmaker si è impegnata nella conservazione e nella celebrazione dell’opera filmica del defunto marito. Secondo una classifica realizzata nel 2012 dalla Motion Picture Editors Guild “Toro scatenato” è il film con il miglior montaggio della storia del cinema.

    MILENA CANONERO

    L’Italia vanta una lunga tradizione di costumisti cinematografici (l’opera di Piero Tosi e Danilo Donati, tra i tanti, è ancora oggi universalmente acclamata), ma nessuno può competere con la fama e l’ammirazione globali riservate a Milena Canonero.

    Torinese, classe 1949, studiò a Genova, prima di trasferirsi a Londra, dove iniziò a lavorare nel mondo della pubblicità. Proprio nella capitale inglese fece l’incontro di una vita, con il regista che le avrebbe spalancato le porte del cinema: Stanley Kubrick. Egli affidò alla Canonero la realizzazione dei costumi di “Arancia Meccanica” (1971), che contribuirono fortemente alla fama imperitura del film: la bombetta di Alex e dei drughi, le bretelle bianche e il bastone da passeggio nero divennero immediatamente oggetto di culto e hanno contribuito ad affermare l’iconicità probabilmente senza pari del capolavoro kubrickiano.

    Nel 1975 la Canonero proseguì la sua collaborazione con il grande regista, firmando insieme alla svedese Ulla-Britt Söderlund i costumi di “Barry Lyndon”, vivida ricostruzione del ‘700 inglese. Gli abiti della Canonero, perfetti in ogni minimo dettaglio e ispirati a veri vestiti dell’epoca, contribuiscono fortemente all’atmosfera unica della pellicola e non si limitano a rievocare l’ambiente del diciottesimo secolo, bensì divengono espressione della psicologia dei personaggi protagonisti: basti pensare alla leggiadra Lady Lyndon, interpretata da Marisa Berenson, che nel corso del film pare ingrigire insieme agli abiti che indossa, sempre più cupi e slavati, lontanissimi dalla veste dal candore quasi etereo indossata nella scena del primo bacio al chiaro di luna con Redmond Barry. Per il capolavoro del 1975 la Canonero ottenne il suo primo Oscar.

    Per Kubrick firmerà ancora i costumi di “Shining”, collaborando nel frattempo con grandi autori quali Francis Ford Coppola, Sydney Pollack e Roman Polanski. Nel 1982 vinse il suo secondo Oscar per “Momenti di gloria” di Hugh Hudson.

    Negli ultimi decenni significative sono state le collaborazioni con Sofia Coppola e Wes Anderson. Per la prima ha firmato i costumi pop di “Marie Antoinette” (2006), che le hanno fruttato un terzo Oscar, mentre con Anderson porta avanti un sodalizio grandioso, che contribuisce fortemente all’imposizione di uno stile visivo unico ai film del regista, con le loro atmosfere fuori dal tempo. Per “Grand Budapest Hotel” (2014) ha vinto il suo quarto Academy Award, diventando una delle costumiste più premiate di sempre.

    Per leggere la prima parte, clicca qui.

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    Questo articolo è comparso per la prima volta nella nostra pagina Instagram @framescinema_com.

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  • IL CINEMA DELLE DONNE – PARTE 1

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    È arrivato il momento di abbattere certe barriere culturali che hanno limitato il genere femminile ad esprimersi al meglio nei ruoli chiave del cinema. Per questo abbiamo lanciato questa rubrica, il cinema delle donne, con la speranza che le storie di queste grandi figure possano essere d’ispirazione a tante.

    JANE CAMPION

    Neozelandese, classe 1954, è una delle maggiori registe e sceneggiatrici viventi e ad oggi resta l’unica donna ad aver ottenuto la Palma d’Oro al Festival di Cannes.

    Nel corso della propria filmografia ha raccontato le donne, la loro sensualità e il loro indomito fuoco interiore.

    Esordì negli anni ’80, ma nel decennio successivo raggiunse la notorietà mondiale e firmò i suoi capolavori: Un angelo alla mia tavola (Leone d’argento a Venezia 1990), ma soprattutto Lezioni di piano (1993) e il troppo sottovalutato Ritratto di signora (1996, uno dei film più belli degli anni ’90 secondo P. Mereghetti).

    Lezioni di piano, in particolare, è un film romantico di straordinaria potenza e bellezza. È la storia dell’indomita gentildonna scozzese Ada (una indimenticabile Holly Hunter) che, trasferitasi in Nuova Zelanda per un matrimonio combinato, è contesa tra il marito designato e un maori a cui insegna a suonare il pianoforte. Resta uno dei melodrammi più sensuali, misteriosi e visivamente avvolgenti mai realizzati, amatissimo da grandi registi contemporanei come Xavier Dolan e celebre per le struggenti musiche di Michael Nyman. Il film vinse 3 Oscar e trionfò a Cannes.

    La Campion non dirige un film dal 2009 (Bright Star), ma ha firmato l’acclamata serie TV Top Of The Lake e ha dichiarato che al momento preferisce lavorare in televisione, dove secondo lei regna massima libertà creativa ed è più semplice abbattere tabù narrativi.

    SUSO CECCHI D’AMICO

    Ennio Flaiano, Tullio Pinelli, la coppia Age & Scarpelli, Tonino Guerra, Cesare Zavattini… Questi i nomi di alcuni tra i più celebri sceneggiatori della storia del cinema italiano. Tutti uomini. Ma in questa lista manca almeno un nome fondamentale, irrinunciabile: Suso Cecchi D’Amico, classe 1914, la regina indiscussa della sceneggiatura in Italia.

    Nata a Roma, da ragazza compie soggiorni all’estero in Svizzera e nel Regno Unito, a Cambridge. Fin da giovanissima traduce opere di Hardy e Shakespeare, affiancata dal padre Emilio, critico letterario.

    Poi inizia a lavorare nel cinema e per 60 anni firma pellicole di importanza capitale, lasciando il segno in generi cinematografici diversissimi tra loro e nelle opere di registi mitici del nostro cinema.

    Negli anni ’40 e ’50 firma capolavori del Neorealismo, tra cui “Ladri di biciclette” di De Sica: sua l’idea del tentato furto della bicicletta nel finale, nonché la solida struttura in 3 atti all’americana di quel capolavoro, che dopo oltre 70 anni non ha perso nulla della sua forza drammaturgica. Negli anni ’50 sceneggia con il duo Age & Scarpelli e Monicelli forse la più celebre commedia all’italiana: I soliti ignoti. Ma soprattutto, a partire dal 1951, firma quasi tutti i copioni di Luchino Visconti, da Bellissima a Senso, da Rocco e i suoi fratelli a Il Gattopardo fino a L’innocente.

    Nel 1994 ha ottenuto il Leone d’oro alla carriera a Venezia, coronamento di una carriera prolifica, punteggiata da assoluti capolavori. Nel 1999 ha lavorato con Martin Scorsese per il documentario Il mio viaggio in Italia, in cui il regista newyorkese racconta con passione infinita proprio quel cinema che la Cecchi D’Amico per decenni ha contribuito a forgiare.

    Si spegne a Roma il 31 luglio del 2010, un faro nel buio per tutte le sceneggiatrici di ieri oggi e domani.

    KATHRYN BIGELOW

    Sapevate che alcuni dei più importanti film d’azione degli ultimi trent’anni sono stati diretti da una donna? Questo è un genere tradizionalmente (ed erroneamente) associato alla mascolinità, un genere in cui Kathryn Bigelow, classe 1951, è riuscita a trasporre tutta la sua dirompente personalità. Californiana, fin da giovane appassionata di avanguardie artistiche, studia cinema alla Columbia University di New York e esordisce al lungometraggio nel 1981 con The Loveless con protagonista Willem Dafoe.

    Il successo arriva però nel decennio successivo con il cult Point Break – Punto di rottura (1991), con due giovanissimi Patrick Swayze e Keanu Reeves, e soprattutto con Strange Days (1995), film di capitale importanza, punto di non ritorno per il postmoderno cinematografico: una pellicola in cui, in un futuro non troppo lontano, la droga più diffusa tra gli uomini sono le memorie e le esperienze di altri uomini rivissute in prima persona, come un film in home-video e tramite un apposito dispositivo. Le immagini (e quindi il cinema) come droga, dunque, messe in scena a loro volta con uno stile ipercinetico e delirante, che fanno di Strange Days uno dei film espressivamente più audaci degli anni ‘90.

    Dopo alcuni film meno brillanti, nel 2008 arriva la consacrazione definitiva con The Hurt Locker. Pellicola di guerra ambientata in Iraq e sceneggiata dal giornalista Mark Boal (ora compagno della Bigelow). è una meditazione sulla guerra che diviene droga e disumanizza chi la combatte, impedendogli qualsiasi ritorno ad una vita normale e anzi costringendolo ad alzare sempre la posta in gioco sul campo di battaglia, in un crescendo di tensione e orrore. Film duro, ambientato in un Iraq misterioso e quasi astratto, in un conflitto in cui è impossibile comprendere appieno le parti in causa. Il film vince 6 Oscar, inclusi quelli per il miglior film e la miglior regia, per la prima volta nella storia andati ad una donna (quest’anno Chloé Zhao ha vinto l’Oscar alla miglior regia e per il miglior film).

    Negli ultimi anni ha diretto i bellissimi Zero Dark Thirty, storia della caccia ad Osama Bin Laden e indimenticabile saggio di cinema dell’ossessione, e Detroit. È, inoltre, l’ex moglie di James Cameron (battuto agli Oscar 2010 dalla stessa Bigelow quando lui concorreva con Avatar), che le produsse diversi film e sceneggiò Strange Days. Fu un sodalizio breve ma straordinario, troppo poco ricordato, tra due dei maggiori innovatori del cinema d’azione moderno.