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  • EDITH HEAD: SESSANT’ANNI DI ABITI ICONICI

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    La caratterizzazione di un personaggio cinematografico è un processo complesso che non può essere affidato unicamente alla bravura di sceneggiatori, registi e attori. Per arrivare a un risultato il più possibile credibile è infatti necessario che diverse figure professionali lavorino insieme alla creazione di un personaggio completo e sfaccettato. Tra le tante figure coinvolte, quella del costumista ha il compito di cucire su misura l’involucro del personaggio attorno all’attore che lo interpreta, proprio attraverso l’ideazione e la creazione dei suoi abiti di scena.

    Tra le costumiste più famose di Hollywood spicca senza dubbio il nome di Edith Head, 60 anni di carriera e una stella sulla Hollywood Walk of Fame a testimonianza del valore del suo lavoro. La costumista è tra le persone che vantano il maggior numero di nomination e di statuette vinte agli Oscar: dal 1948, anno in cui fu istituito il premio ai migliori costumi, la designer ha infatti ricevuto 35 nomination, aggiudicandosi ben 8 statuette.

    Nata nel 1897 a San Bernardino in California con il nome di Edith Claire Posener (in seguito assumerà il cognome del primo marito) si laurea in letteratura francese a Berkeley e successivamente ottiene un master in  lingue romanze alla Stanford University. Terminati gli studi Edith inizia a insegnare: inizialmente il francese, in seguito – per riuscire a ottenere uno stipendio più sostanzioso – si propone anche come insegnante di arte nonostante l’abbia studiata solamente al liceo. Proprio per colmare le sue lacune in materia inizia a frequentare dei corsi serali di arte presso  l’Otis College of Art and Design e il Chouinard Art Institute.

    Dopo alcuni anni passati a insegnare, nel 1923 risponde a un annuncio pubblicitario della Paramount Picture che cercava disegnatori per il reparto costumi. Nonostante la totale inesperienza come designer, Edith riesce a farsi assumere come disegnatrice di schizzi, e soltanto più tardi ammetterà di aver “preso in prestito” alcuni lavori dei suoi compagni di studi della scuola d’arte per impressionare i selezionatori al colloquio.

    Edith Head insieme ad Alfred Hitchcock

    É con questo piccolo inganno che Edith dà inizio alla sua carriera. In un primo momento lavora come assistente, col tempo guadagna maggiore autonomia, fino a diventare, nel 1938, la prima donna a ricoprire il ruolo di capo costumista in una major hollywoodiana. Durante il decennio successivo inizia a guadagnare notorietà, e nel 1950 riceve, insieme a Gile Steele, il primo premio Oscar della sua carriera per il film L’Ereditiera (William Wyler, 1949)

    Diversamente da molti suoi colleghi, Edith è solita coinvolgere le attrici nel processo creativo, ascoltando i loro gusti e i loro desideri: proprio grazie a questo continuo confronto i costumi da lei disegnati risultano in armonia con gli attori che li indossano e riescono a fondersi con i personaggi senza mai sovrastarli. È proprio in questo modo che Edith riesce a instaurare rapporti di fiducia con le star, tanto che dagli anni ’50 diventa la costumista preferita di molti volti noti di Hollywood e il suo nome divenne sinonimo di successo e di eleganza senza tempo.

    Elizabeth Taylor in Un posto al Sole

    Nel 1967, dopo 44 anni, lascia la Paramount per trasferirsi alla Universal Pictures, dove lavorerà fino all’anno della sua morte, nel 1981. Le produzioni di quegli anni sono però molto diverse da quelle dei decenni precedenti: i registi iniziano a prediligere le scene girate all’aperto rispetto alle riprese in studio e anche i cast includono sempre più volti nuovi e sempre meno attrici e attori con cui la designer è da tempo in sintonia. Per questi motivi Edith inizia a lavorare anche per il piccolo schermo, ideando i costumi per film e serie televisive di successo come Vita da Strega. Nel 1973 appare nella serie poliziesca Colombo in un cameo in cui interpreta sè stessa.

    Sul finire degli anni ’70 il suo lavoro esce per la prima volta dal mondo dello spettacolo: è proprio lei, infatti, a progettare un uniforme femminile per la Guardia costiera degli Stati Uniti, visto il numero sempre più alto di donne che intraprendono questa professione. Per questo lavoro Edith riceve il Meritorious Public Service Award, uno tra i più importanti riconoscimenti del Dipartimento dell’Esercito che può essere assegnato a un privato cittadino.

    Edith Head insieme a Audrey Hepburn

    Donna riservata e dimessa nel vestire, Edith porta il suo genio creativo sul grande schermo con abiti iconici indossati dalle più grandi star dell’epoca: Ginger Rogers, Dorothy Lamour, Marlene Dietrich, Lana Turner, Ingrid Bergman, Shirley MacLaine, Elizabeth  Taylor, ma anche Cary Grant, Paul Newman, John Wayne, Steve McQueen. Suoi gli indimenticabili look di Audrey Hepburn in Vacanze Romane, Sabrina, Funny Face e Colazione da Tiffany, così come quelli di Grace Kelly in La Finestra sul Cortile e Caccia al Ladro di  Alfred Hitchcock, regista con cui la designer instaura il sodalizio artistico più proficuo della sua carriera, lavorando con lui per ben 11 film. Nel 1974 i costumi del film La Stangata, con Paul Newman and Robert Redford,  le valgono il suo ultimo Oscar nonché l’unico per look di star maschili.

    Grace Kelly in uno degli iconici abiti del film Caccia al Ladro

    Prima di questo, e oltre al già citato L’Ereditiera, si aggiudica l’Oscar due volte nel 1951 – quando ancora esisteva un premio per i costumi dei film in bianco e nero e uno per quelli a colori – per Sansone e Dalila e per Eva contro Eva e nel 1952 per Un Posto al Sole. Nel 1954 viene premiata per Vacanze Romane e nel 1955 per Sabrina, nonostante in entrambi i film Edith abbia in realtà disegnato soltanto parte dei costumi. Molti dei look di Vacanze Romane sono infatti disegnati da Sonja de Lennart, mentre molti dei costumi di Sabrina sono creazioni di Hubert de Givenchy. In entrambi i casi è però soltanto Edith a ricevere i crediti e i riconoscimenti per il lavoro svolto. Nel 1961 viene nuovamente premiata per il film Un Adulterio Difficile.

    Uno dei meravigliosi abiti disegnati per il film Sansone e Dalila

    Edith Head si è affermata dunque come la più importante costumista di tutta la storia del cinema. Creativa, instancabile e appassionata è proprio lei a restituirci un ritratto della sua professione:

    “Quello che il costumista fa è a metà strada tra magia e camouflage. Creiamo l’illusione di trasformare gli attori in quello che non sono”.

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  • RECENSIONE SOUND OF METAL DI DARIUS MARDER

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    Candidato a sei premi Oscar e vincitore per le categorie di miglior montaggio e miglior sonoro, Sound of Metal è il film d’esordio alla regia di Darius Marder  (escluso il documentario Loot del 2008).

    Trailer

    Già sceneggiatore per Come un tuono (Derek Cianfrance, 2012), Marder torna a collaborare con Cianfrance, che cura il soggetto del film, portando a termine un progetto in cantiere già da 13 anni. Dopo oltre un decennio dunque il regista consegna al pubblico la sua opera prima, che racconta, con precisione disarmante e delicata attenzione al dettaglio, la storia di Ruben Stone, giovane batterista ex tossico-dipendente che si ritrova a fare i conti con l’improvvisa perdita dell’udito. La pellicola,  presentata in anteprima al Toronto International Film Festival nel 2019, vede nei panni del protagonista un meraviglioso Riz Ahmed, che non per niente è stato candidato all’Oscar come miglior attore protagonista. Accanto a lui Olivia Cooke e numerosi attori non professionisti provenienti dalla comunità sorda. A spiccare tra le altre è la performance di Paul Raci. Attore fino ad oggi poco noto al grande pubblico, Raci è figlio di genitori sordi, e riesce a portare sullo schermo un’interpretazione convincente e sincera che è valsa – anche a lui – una nomination agli Oscar di quest’anno.

    Paul Raci interpreta Joe, uno dei punti di forza di questa pellicola

    LA TRAMA DEL FILM

    Lo sviluppo della trama è tutto sommato semplice: Ruben e Lou, compagni sul palco e nella vita, vivono di musica e per la musica. I due formano insieme il gruppo Blackgammon, suonano musica metal e vivono in un van. La loro vita da musicisti nomadi viene stravolta quando, nel bel mezzo di un tour, Ruben perde di colpo quasi l’80% del suo udito. In mancanza di denaro per delle costose protesi acustiche, è costretto ad accettare l’aiuto di Joe, un veterano ed ex alcolista rimasto sordo in guerra, il quale vive in una comunità di sordi e gestisce una casa-rifugio per sordomuti. Per il protagonista inizia così un percorso che dovrebbe essere non solo di accettazione, ma anche di nuova consapevolezza. Lontano dalla sua vita lavorativa e sentimentale, Ruben si inserisce, non senza difficoltà, nella comunità. Studia il linguaggio dei segni e prova a reimparare la percezione di un mondo privo di suoni ma ricco di vibrazioni. La prospettiva però di essere inserito come elemento fisso nella comunità fa tornare a galla il prepotente e totale rifiuto per la sordità, la quale inevitabilmente lo imprigiona lontano dalla sua vita, mentre tutto, fuori dal suo mondo ovattato, evolve e va avanti per necessità di sopravvivenza.

    UN VOCABOLARIO DI SUONI E SGUARDI

    La forza del film, inutile dirlo, sta nell’enorme lavoro di studio e realizzazione del sonoro, che ci porta ad esplorare una condizione di isolamento che da un anno a questa parte può sembrare  ˗ in modo certamente diverso ˗  tristemente familiare.

    A detta di Nicolas Becker (sound editor della pellicola insieme a Jaime Baksht, Michelle Couttolenc, Carlos Cortés e Philip Bladh) la sfida non era quella di realizzare un “bel suono”, quanto più quella di alterare in modo convincente la percezione dei normali suoni a cui il pubblico è abituato. Nel film Ruben è costretto ad acquisire una nuova percezione non solo di ciò che lo circonda, ma anche di sé stesso. Questo è ben trasmesso fin dalle primissime scene: lo spettatore, inizialmente introdotto al mondo metal di suoni alterati e voci distorte, si scontra d’improvviso, così come il protagonista, con una realtà silenziosa, fatta di rumori e conversazioni ovattate e lontane, a volte quasi da intuire. Sullo schermo si alternano momenti sonori, in cui il pubblico vive dall’esterno la frustrazione e la rabbia impotente di Ruben, e momenti di totale immedesimazione e immersione nella sua nuova percezione della realtà. In questo modo l’enorme vocabolario di suoni fini e sottili catturati grazie a speciali microfoni (lo schiocco di una mascella, una porta che cigola, l’incredibile varietà di rumori di una tavolata riunita a pranzo …) si affianca a un silenzio frusciante quando la camera ci porta dietro agli occhi del protagonista, dentro al suo isolamento.

    E sono proprio gli occhi ad essere tra i grandi protagonisti di questo film. Quasi ad indicare il bisogno estremo di acuire gli altri sensi per sopperire alla mancanza uditiva, sono molte le scene in cui gli occhi dei personaggi parlano più e meglio di loro. Non solo percepiamo, chiare e tangibili nello sguardo liquido di Ruben, tutta la sua rabbia, la sua frustrazione e la sua paura, ma leggiamo con facilità il senso di disperata impotenza negli occhi di Lou, la profonda dignità e consapevolezza in quelli di Joe, la dolcezza sui visi dei bambini e degli insegnati della comunità.

    Ed è proprio nello sguardo silenzioso di Riz Ahmed che, con il progredire della storia, possiamo leggere una nuova consapevolezza. Il protagonista arriva a chiudere un percorso di crescita personale e si rende conto, scontrandosi apertamente con la realtà, di doverla accettare per continuare a vivere in modo certamente differente, ma non per questo meno dignitoso.

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  • Censura in Italia – Dove eravamo rimasti?

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    In oltre 100 anni di storia, sono molte le evoluzioni e le vicissitudini che il cinema ha dovuto affrontare, non da ultimo questo forzato e prolungato momento di chiusura delle sale che lascia i lavoratori del settore totalmente in balia degli eventi. É in questo clima di immobilità che il tema della censura cinematografica è tornato a far parlare di sé.

    L’ultimo sviluppo in materia di censura risale infatti a poche settimane fa, precisamente all’ultimo decreto firmato dal ministro della cultura Dario Franceschini. A voler essere precisi questo non è altro che l’ultimo step dell’attuazione di una legge, la cosiddetta Legge Cinema del 2016, che archivia la possibilità di censurare i film e prevede la creazione di una Commissione per la classificazione delle opere cinematografiche. É però soltanto dopo cinque anni dall’avvio della riforma che questa Commissione è stata effettivamente costituita, soppiantando definitivamente una legge risalente al 1962.

    Non è in questa sede che intendo discutere dei tempi di applicazione della legge in Italia, bensì vorrei ripercorrere le vicende che in oltre un secolo di storia del cinema hanno portato all’attuale stato delle cose.

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    Il ministro della cultura Dario Franceschini.

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    Fin dalla sua nascita, furono in molti ad accorgersi dell’enorme influenza che  il cinema poteva esercitare sul pubblico. I cineasti avevano notato come violenza, criminalità e tematiche sessuali fossero molto utili per riempire le platee, e non ci volle molto affinché il cinema  iniziasse ad essere additato come il responsabile di un declino dei principi morali, sorte che nella storia è toccata più o meno ad ogni novità in fatto di media e comunicazione.

    Sorse così in numerosi stati l’esigenza di introdurre una regolamentazione per “tutelare lo spettatore” da contenuti considerati osceni o semplicemente non condivisi dalle autorità. Questa esigenza si è concretizzata diversamente nei diversi paesi.

    In Italia in un primo momento il cinema rientrò nella sfera delle attività regolate dal testo unico della legge sulla pubblica sicurezza. Il primo vero intervento che prevedesse espressamente la censura cinematografica risale al 1913, quando fu disposta la revisione obbligatoria di tutte le pellicole per il rilascio di un nulla osta per la loro circolazione. Sempre nello stesso periodo venne approvata una norma che prevedeva la possibilità di revisione a priori anche dei copioni e delle sceneggiature. Tali provvedimenti costituivano di fatto una vera e propria censura preventiva, che venne giustificata adducendo l’interesse degli stessi produttori a non veder ritirare dal mercato dei film le cui spese di produzione fossero già state sostenute.

    L’imporsi del fascismo non semplificò la vita degli operatori, anzi. Facilitato dalle disposizioni già esistenti, il regime costruì un sistema in grado non solo di censurare, ma anche di favorire le opere in linea con gli ideali del partito e ritenute utili ai fini propagandistici. Già nel 1923 furono introdotti nuovi casi in cui il nulla osta non poteva essere concesso, e furono previste per la prima volta limitazioni alla possibilità di esportare all’estero le pellicole ritenute dannose per gli interessi del paese. In questo periodo l’attività del censore non si limitò alla lotta verso film giudicati moralmente discutibili, ma si estese anche alla valutazione dell’idoneità di coloro che  intendevano esercitare l’attività cinematografica, nonché dei luoghi  in cui si svolgevano le rappresentazioni.

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    L’apparato scenografico, con gigantografia di Mussolini e scritta propagandistica, allestito per la cerimonia di fondazione della nuova sede dell’Istituto Luce, nel 1937 (Istituto Luce). (Fonte: Avvenire.it)

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    Al termine del secondo conflitto mondiale, l’avvento della democrazia non slegò del tutto l’industria cinematografica dal controllo statale. Nonostante l’esplicita tutela della libertà di espressione contenuta nell’articolo 21 della Costituzione (che prevede il solo limite del buon costume), il cinema continuò ad essere oggetto di censura, sebbene con delle evoluzioni. Nel 1945 un primo intervento provvide ad abrogare gran parte dei controlli preventivi, e nel 1962 una nuova legge sulla “Revisione dei film e dei lavori teatrali” stabilì definitivamente che la censura cinematografica dovesse riguardare unicamente i prodotti finiti e non più intervenire durante la fase della loro realizzazione. Questa legge stabiliva inoltre l’eliminazione di ogni criterio politico nell’attività di revisione, e legava il rilascio del nulla osta per la proiezione unicamente al controllo del rispetto del buon costume.

    Tra le tante vicende di film bloccati o tagliati dalla censura, a fare particolare scalpore fu quella di Ultimo tango a Parigi (1972) di Bernardo Bertolucci (in copertina quella che è, forse, la più famosa scena del film e anche la più “contestata”). Inizialmente tagliato soltanto di alcuni secondi, pochi giorni dopo la sua uscita nelle sale venne ritirato con l’accusa di “esasperato pansessualismo fine a se stesso”. Dopo il ritiro iniziò, sia per il film che per il suo regista, un lungo iter giudiziario di assoluzioni e condanne, che terminerà soltanto nel 1989, anno in cui il film venne finalmente restituito alle sale. Simili vicissitudini toccarono anche a Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975) di Pier Paolo Pasolini. Approvato dalla censura con dei tagli nel 1976 (soltanto dopo la tragica morte del regista), una volta uscito venne immediatamente denunciato, sequestrato e condannato dalla magistratura a causa delle “immagini così aberranti e ripugnanti di perversioni sessuali che offendono sicuramente il buon costume”. Il sequestro fu revocato in appello e il film venne, se pur con alcuni tagli, rimesso in circolazione. La pellicola andò incontro poi a ulteriori sequestri e dissequestri, e le venne riconosciuta la piena dignità artistica soltanto nel 1991.

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    Una scena del film “Salò o le 120 giornate di Sodoma” di Pier Paolo Pasolini.

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    Con il tempo i casi di film censurati sono sempre più diminuiti, e negli ultimi decenni sono stati molti i progetti per una riforma della legge sulla revisione, ma nessuno dei disegni legislativi proposti è mai stato trasformato in un’effettiva norma. Il contrasto tra la libertà di manifestazione del pensiero e l’attività censoria è stato superato, dopo oltre cinquant’anni, proprio a partire dalla già citata Legge Cinema del 2016. In sostituzione alla censura, è stato introdotto un nuovo sistema di movie rating, ispirato a quello dei paesi anglosassoni. La legge, in parte attuata tramite decreto nel 2017, prevede che siano gli stessi operatori del settore ad attuare una classificazione delle opere in quattro diverse categorie (opere adatte a tutti, opere non adatte ai minori di anni 6, opere vietate ai minori di anni 14, opere vietate ai minori di anni 18), e stabilisce l’istituzione di un organismo di controllo di tale classificazione, ovvero proprio la “nuovissima” Commissione per la classificazione delle opere cinematografiche di cui di recente si è tanto parlato.

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