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  • VENEZIA 78 – TUTTO QUELLO CHE C’È DA SAPERE

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    Il 26 luglio è stato presentato il programma ufficiale della 78^ Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia, che si terrà nel capoluogo veneto dall’1 all’11 settembre (e che, ve lo annunciamo già, framescinemawebzine.com/ seguirà direttamente dal Lido). Il Presidente della Biennale Roberto Cicutto e il Direttore Artistico della Mostra Alberto Barbera hanno presentato gli obiettivi della nuova edizione del Festival – il più antico del mondo in ambito cinematografico – e soprattutto hanno illustrato i titoli che verranno proiettati al Lido.

    FILM IN CONCORSO

    Ovvero quei film (per un massimo di 21 opere ogni anno) che concorrono ai premi principali assegnati durante la Mostra, primo fra tutti il Leone d’Oro, assegnato dalla Giuria al miglior film in concorso; in ordine di importanza troviamo, subito dopo, i due Leoni d’Argento, assegnati rispettivamente per la migliore regia e come “Gran premio della giuria” (una sorta di secondo posto). La Coppa Volpi, invece, viene assegnata al miglior interprete maschile e alla migliore interprete femminile; il nome di questa coppa si deve a Giuseppe Volpi, politico ed imprenditore italiano, considerato il “padre” della Biennale di Venezia. Un altro premio dedicato ad attori e attrici (in questo caso emergenti) è il Premio Marcello Mastroianni, ideato nel 1998 in onore di uno dei più grandi attori italiani, scomparso due anni prima.  Dal 2005 viene assegnato anche il Premio Osella per la migliore sceneggiatura e, infine, nel 2013, è stato aggiunto un terzo premio che la Giuria assegna a un film meritevole e chiamato “Premio speciale della Giuria” (può essere considerato come un terzo posto).

    Di seguito l’elenco di film in concorso quest’anno a Venezia:

    Madre Paralelas di Pedro Almodóvar
    Un autre monde di Stéphane Brizé
    Spencer di Pablo Larraín
    L’événement di Audrey Diwan
    Mona Lisa and the blood moon di Ana Lily Amirpour
    The Power of the Dog di Jane Campion
    Competencia oficial di Gaston Duprat e Mariano Cohn
    È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino
    Sundown di Michel Franco
    The Last Daughter di Maggie Gyllenhaal
    Illusions Perdues di Xavier Giannoli
    Il Buco di Michelangelo Frammartino
    Qui rido io di Mario Martone
    On the job: the missing 8 di Erik Matti
    Leave no traces di Jan P. Matuszynski
    Captain Volkonogov escaped di Natasha Merkulova e Aleksey Chupov
    The Card Counter di Paul Schrader
    Reflection di Valentyn Vasyanovych
    La Caja di Lorenzo Vigas
    America Latina dei Fratelli D’Innocenzo
    Freaks Out di Gabriele Mainetti

    Un programma particolarmente ricco di grandi nomi e film molto attesi, dopo un’edizione, quella del 2020, che era stata costretta a puntare molto di più su film “piccoli” e arthouse. La Mostra 2021, invece, si preannuncia ben diversa, fin dalla sua apertura, dato che il film inaugurale del Festival (e del Concorso) sarà Madres Paralelas, nuovo atteso film di Pedro Almodóvar con Penélope Cruz. Tra gli autori più attesi Jane Campion torna al lungometraggio dopo dodici anni e presenta alla Mostra The Power of the Dog (nel cast: Benedict Cumberbatch e Kirsten Dunst), mentre Pablo Larraín concorrerà con Spencer, dedicato alla figura di Lady Diana (interpretata da Kristen Stewart), e Paul Schrader con The Card Counter. In ambito più espressamente autoriale si attendono particolarmente la giovane anglo-iraniana Ana Lily Amirpour (già Premio della Giuria a Venezia 73 per The Bad Batch) con Mona Lisa and the Blood Moon, il messicano Michel Franco (vincitore solo lo scorso anno del Gran Premio della Giuria per Nuevo Orden) con Sundown e Lorenzo Vigas (sorprendente e discusso Leone d’Oro a Venezia 72 per Ti guardo) con La Caja. Ben cinque sono poi gli italiani in concorso, tutti piuttosto attesi: Gabriele Mainetti, finalmente, presenterà il suo attesissimo Freaks Out, mentre Paolo Sorrentino concorrerà con il suo amarcord napoletano È stata la mano di Dio (che, lo ricordiamo, non sarà – a differenza di quanto ipotizzato inizialmente – un biopic di Diego Armando Maradona). I fratelli D’Innocenzo, invece, presenteranno America Latina, mentre Mario Martone e Michelangelo Frammartino saranno al Lido rispettivamente con Qui rido io e Il buco. Sempre in concorso non mancheranno altri grandi nomi: da Stéphane Brizé a Gastón Duprat, passando per Xavier Gianolli e Maggie Gyllenhaal, al suo esordio alla regia.

    SEZIONE ORIZZONTI

    Leggendo dalla definizione che ne dà lo stesso sito della Biennale, questo è un “concorso internazionale dedicato a film rappresentativi di nuove tendenze estetiche ed espressive.” I film che concorrono in questa categoria sono:

    Les promesses di Thomas Kruithof
    Atlantide di Yuri Ancarani
    Miracol di Bogdan George Apetri
    Piligrimai di Laurynas Bareisa
    Il Paradiso del Pavone di Laura Bispuri
    Pu Bu di Chung Mong-hong
    El Hoyo en el la cerca di Joaquin del Paso
    Amira di Mohamed Diab
    A plein temps di Eric Gravel
    Cenzorka di Peter Kerekes
    Vera Andrron Detin di Kaltrina Krasniqi
    Bodeng Sar di Kavich Neang
    Wela di Jakrawal Nilthamrong
    El otro tom di Rodrigo Pla e Laura Santullo
    El gran movimiento di Kiro Russo
    Once upon a time in Calcutta di Aditya Vikram Sengupta
    Nosorih di Oleg Sentsov
    True things di Harry Wootliff
    Inu-ho di Yuasa Masaaki

    ORIZZONTI EXTRA

    Da quest’anno, è stato istituito un Premio Orizzonti Extra che sarà assegnato direttamente dagli spettatori (sarà possibile votare nel caso in cui si sia in possesso di un biglietto o di un abbonamento che comprenda la visione di uno dei film in gara).

    Land of dreams di Shirin Neshat e Shoja Azara
    Costa Brava di Mounia Akl
    Mama, Ya doma di Vladimir Bitokov
    Ma nuit di Antoinette Boulat
    La ragazza ha volato di Wilma Labate
    7 prisoners di Alexandre Moratto
    The blind man who did not want to see Titanic di Teemu Nikki
    La macchina delle immagini di Alfredo C. di Roland Sejko

    SETTIMANA INTERNAZIONALE DELLA CRITICA (SIC)

    La selezione è composta da sette opere prime in concorso e due eventi speciali fuori concorso. Diciamo che può essere considerata come un piccolo festival dentro il festival (anche se “festival” non è la parola più adatta per descrivere l’evento di Venezia).

    Eles transportan a morte di Helena Girón e Samuel M. Delgado
    Eltorolni Frankot di Gábor Fabricius
    Mondocane di Alessandro Celli
    Mother Lode di Matteo Tortone
    Obkhodniye Puti di Ekaterina Selenkina
    A salamandra di Alex Carvalho
    Zalava di Arsalan Amiri

    FUORI CONCORSO

    In questa categoria rientrano tutti quei film che, per diversi motivi, non parteciperanno al concorso di Venezia 78 e che, dunque, non potranno essere premiati. Tuttavia vengono comunque presentati alla Mostra per il prestigio che accompagna gli autori di questi film (spesso partecipanti in Concorso ad edizioni passate della Mostra) ma anche per la loro originalità. Possono essere presentate, ogni anno, un massimo di 20 opere.

    Quest’anno, la categoria è particolarmente densa di titoli molto attesi:

    FILM FICTION

    Dune di Denis Villeneuve
    Halloween Kills di David Gordon Green
    The last duel di Ridley Scott
    Il bambino nascosto di Roberto Andò
    Les Choses Humaines di Yvan Attal
    Ariaferma di Leonardo Di Costanzo
    La scuola cattolica di Stefano Mordini
    Old Henry di Potsy Ponciroli
    Last Night in Soho di Edgar Wright 

    DOCUMENTARI

    Life of Crime 1984-2020 di Jon Alpert
    Tranchées di Loup Bureau
    Viaggio nel crepuscolo di Augusto Contento
    Republic of silence di Diana El Jeiroudi
    Hallelujah: Leonard Cohen, a Journey, a Song di Daniel Geller, Dayna Goldfine
    De Andrè#De Andrè – Storia di un impiegato di Roberta Lena
    Django & Django di Luca Rea
    Ezio Bosso, le cose che restano di Giorgio Verdelli  

    SERIE TV

    Scenes from a marriage di Hagai Levi

    LEONE D’ORO ALLA CARRIERA

    Un riconoscimento che viene assegnato ogni anno a una o più personalità che, nel corso della loro carriera, si sono distinte nell’arte cinematografica. Quest’anno andrà a Roberto Benigni e a Jamie Lee Curtis.

    Oltre ai premi già citati, ogni anno ne vengono assegnati anche altri che, seppur non possano contare sulla stessa importanza di quelli visti in precedenza, vogliamo riportare:

    Premio Jaeger-LeCoultre Glory to the Filmmaker – Istituito nel 2006, viene assegnato ogni anno a un uomo o una donna che ha lasciato il segno nel cinema contemporaneo. Il nome deriva dall’azienda svizzera Jaeger-LeCoultre.

    Il Leone del futuro Premio Venezia opera prima “Luigi De Laurentiis” –  Assegnato ogni anno al miglior film d’esordio presentato in una delle selezioni ufficiali (concorso e Orizzonti) o parallele. È dedicato al produttore italiano Luigi De Laurentiis.

    Il presidente di giuria di quest’anno sarà il regista coreano Bong Joon-ho, divenuto famoso ai più per il suo ultimo film Parasite, pluripremiato agli Oscar del 2020. All’interno della giuria troveremo, tra gli altri, Chloé Zhao, fresca vincitrice dell’Oscar al Miglior Film per Nomadland, film con il quale era riuscita a portarsi a casa anche il Leone d’oro della scorsa edizione della Mostra di Venezia; il regista rumeno Alexandre Nanau, il cui ultimo film documentario è stato candidato agli Oscar (Collective) e Saverio Costanzo (L’amica geniale, La solitudine dei numeri primi), unico italiano in giuria. 

    In chiusura, vorremmo ricordare che tutti possono acquistare un biglietto o un accredito per la Mostra di Venezia, che non è assolutamente riservata solo agli addetti ai lavori. Che dire, se non che non vediamo l'ora di essere al Lido, goderci questi film e raccontarveli qui su framescinemawebzine.com/?

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  • PIER PAOLO PASOLINI: UN “POETA MALEDETTO”

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    “Voi non dovete far altro (io credo) che continuare semplicemente a essere voi stessi: il che significa essere continuamente irriconoscibili. Dimenticare subito i grandi successi: e continuare imperterriti, ostinati, eternamente contrari, a pretendere, a volere, a identificarvi col diverso; a scandalizzare; a bestemmiare” 

    [dal testo dell’intervento che il poeta avrebbe dovuto tenere al Congresso del Partito radicale nel novembre 1975]

    Pier Paolo Pasolini è forse una delle figure più controverse e interessanti del cinema italiano. Si tratta sicuramente di un artista poliedrico, impegnato nella letteratura, nel cinema, nel giornalismo, nel teatro. In ognuno di questi campi non si piega mai a regole prestabilite, al contrario, rivendica incessantemente la sua libertà suscitando accesi dibattiti.

    UNA FIGURA CONTROVERSA

    Dopo aver seguito nell’infanzia gli spostamenti del padre ufficiale di fanteria, compie i suoi studi in Lettere a Bologna. Si trasferisce in Friuli con la madre e il fratello minore, nel 1950 fuggirà però a Roma a causa dello scandalo provocato dalla denuncia per omosessualità.

    Casarsa, una cittadina friulana, fu per lui un riparo dalle violenze della Seconda guerra mondiale. Qui si dedica agli studi, alla poesia e tiene lezioni private per gli studenti che, a causa dei bombardamenti, non potevano raggiungere le scuole di Pordenone o di Udine. Dopo la guerra osserva attentamente le disuguaglianze di classe, considerate la peggior minaccia per la pace sociale. Anche in seguito ad una formazione culturale di provincia, mostra una sempre più grande sensibilità verso l’altro, finché non decide di legarsi al gruppo comunista.

    Non molto tempo dopo arriva il primo processo per atti osceni in luogo pubblico e corruzione di minore; nel 1952 tutti gli imputati furono assolti. Ciononostante, il PCI lo espulse dal partito e viene anche sospeso dall’insegnamento. Matura così la consapevolezza di essere un “poeta maledetto”, espressione usata per la prima volta nel 1832 da Alfred de Vigny, ma che oggi designa un artista dal talento, incompreso, che rigetta i valori della società, che conduce uno stile di vita pericoloso e talvolta autodistruttivo; in genere muore ancor prima che il suo valore venga riconosciuto. 

    “La mia vita futura non sarà certo quella di un professore universitario: ormai su di me c’è il segno di Rimbaud o di Campana o anche di Wilde, ch’io lo voglia o no, che altri lo accettino o no.”

    POETA E CINEASTA

    Gli anni ’50 e ’60 sono caratterizzati da radicali trasformazioni, quali l’industrializzazione e l’avvento della società dei consumi. Davanti a tutto ciò Pasolini vuole tentare di mantenere intatta la purezza e la bellezza originaria di questo mondo, che tenterà di tradurre nel linguaggio letterario attraverso una poesia pura e alla ricerca di una lingua intatta, ben oltre la tradizione ermetica.

    La sua poesia si caratterizza per l’uso del dialetto, la lingua della popolazione emarginata che lo attirava così tanto. Grazie all’attento studio di queste classi sociali, viene chiamato per scrivere diverse sceneggiature: Marisa la civetta (Mauro Bolognini, 1957) e Le notti di Cabiria (Federico Fellini, 1957). 

    Il Pasolini poeta si impegna profondamente nel mondo della settima arte fino a diventare regista. Non è sicuramente un passaggio semplice, si tratta di due arti che richiedono due diverse modalità di scrittura, ma aveva in mente un obiettivo ben chiaro: parlare a tutti gli uomini e per farlo era necessario sfruttare le possibilità offerte dal nuovo mezzo di comunicazione di massa. 

    Le due basi imprescindibili dei film pasoliniani sono la poesia e l’ideologia, presenti in tutte le sue sceneggiature. L’innovazione dei suoi film risiede nella scelta di “ragazzi di strada” per interpretare i suoi personaggi, attori non professionisti disposti ad abbandonarsi alla sua direzione e a recitare con la massima spontaneità. I suoi film vennero percepiti come un ritorno al Neorealismo, ma i paesaggi da lui delineati sono ben più violenti e inquietanti. La sintassi cinematografica gode di fonti di ispirazione molto eterogenee: da composizioni che ricordano la pittura rinascimentale a scene girate per strada alla maniera del Cinéma Vérité. Pasolini spiegava questi accostamenti stilistici sostenendo che i livelli più bassi della società operaia sono legati con la società primitiva e pre-industriale che intendeva evocare attraverso citazioni di grandi opere del passato. 

    Emblematico del suo stile è senza dubbio Uccellacci e Uccellini (1966), in cui propone un dialogo tra gli intellettuali e le masse. I primi tentano di risvegliare le coscienze di quest’ultimi, che però non accettano i loro moralismi. Potrebbe stupire la presenza di Totò, attore simbolo della comicità italiana, come protagonista. Pasolini lo scelse perché “riuniva in sé, in maniera assolutamente armoniosa, indistinguibile, due momenti tipici dei personaggi delle favole: l’assurdità/il clownesco e l’immensamente umano”.

    Uccellacci e uccellini

    BERSAGLIO DELLA CENSURA

    Negli anni ’60 continua a scrivere sceneggiature, fino a proporre il suo primo soggetto: Accattone (1961), dove racconta ancora una volta il sottoproletariato (nella società moderna, la classe economicamente e culturalmente più degradata) che vive nelle periferie delle grandi città senza speranza per un miglioramento della propria condizione. 

    Pur non avendo ottenuto il visto della censura, il film viene presentato alla Mostra del Cinema di Venezia, sollevando molte proteste che causano la definitiva censura del film. La pellicola viene, però, molto apprezzata in Francia e diventa il primo film italiano vietato ai minori di 18 anni.

    Certamente in Italia la pratica censoria era molto severa durante il fascismo, ma il culmine di questa rigidità si raggiunse anche nel secondo dopoguerra, di cui Pasolini fu uno dei bersagli prediletti.

    Il film successivo, Mamma Roma (1962), conosce lo stesso destino: vietato ai minori di 14 anni e alcuni dialoghi vengono addirittura cancellati. Racconta la vita di una prostituta che riesce ad affrancarsi del suo protettore Carmine e decide di cambiare vita. Una donna che, con grande lucidità, cerca il colpevole delle persone sofferenti come lei, in dubbio tra una responsabilità individuale in cui ognuno è artefice del proprio destino, e una responsabilità sociale, secondo la quale è la società stessa che pone le basi per questa sofferenza. 

    Mamma Roma

    Il suo stile diventa ancora più provocatorio in Teorema (1968), ritenuto scandaloso dalla Chiesa cattolica. È la storia di un giovane enigmatico e affascinante che giunge in una casa borghese e sconvolge le vite dei membri della famiglia. Pasolini e il produttore Donato Leoni vennero condannati a sei mesi di reclusione e successivamente assolti. Ciononostante, la pellicola fu vietata ai minori di 14 anni. Dopo il processo dichiarò: 

    “La parte vecchia della nostra società è ipocrita e repressiva e quindi ignora l’eros. La parte tollerante e permissiva dà all’eros delle qualità che non mi piacciono. È una falsa tolleranza, una forma di alienazione anche quella”

    Sicuramente possiamo parlare di un artista fuori dagli schemi, ma che riesce a scuotere grazie all’estrema sincerità con cui rappresenta la “reale dimensione della tragedia in un mondo che vive nella tragedia ma cerca di nasconderla sotto un’apparenza di falsa civilizzazione”.

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  • RECENSIONE MARX PUÒ ASPETTARE DI MARCO BELLOCCHIO

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    Marx può aspettare è il nuovo film di Marco Bellocchio, presentato al Festival di Cannes 2021, nella stessa occasione in cui al regista di Vincere e Il traditore è  stata assegnata la Palme d’honneur.

    Col senno di poi sembra felicemente appropriata l’assegnazione di un tale riconoscimento alla carriera in concomitanza con l’uscita di questo documentario. Marx può aspettare segue un doppio binario: il ricordo del fratello Camillo, morto suicida nel 1968 a soli 28 anni, nelle parole dei fratelli e delle sorelle Bellocchio superstiti, ma anche l’opportunità per il regista piacentino di ripercorrere la propria carriera artistica, dalla vittoria del Nastro d’argento per I pugni in tasca (1965) a L’ora di religione (2002). È appropriato quindi che l’assegnazione della Palma d’oro onoraria avvenga assieme all’uscita di un film in cui Bellocchio mette così tanto in gioco sé stesso e le sue opere, alla luce di una tragedia personale.

    Marx può aspettare è un film che nasce sotto il segno della morte: la famiglia Bellocchio affronta questa tragedia ormai remota nel tempo in occasione di un raduno nel 2016. Qui i fratelli -ma anche altri parenti di questa famiglia- si confrontano con le domande irrisolte e i sensi di colpa. Il ritratto di Camillo esclude qualsiasi tendenza all’agiografia, e del racconto di un malessere che ha portato a quel gesto estremo non c’è retorica né compiacimento: della tragedia personale di Camillo e del senso di colpa per non aver saputo riconoscere quel male si parla con partecipazione emotiva ma anche con lucidità, cercando di comprendere le ragioni di tutte le parti in causa e chiamando a testimoniare ricordi e punti di vista anche contrastanti tra loro. L’abilità di Marco Bellocchio sta infatti nel saper intrecciare il punto di vista della famiglia Bellocchio con quello di voci esterne: la sorella della fidanzata di Camillo, Giovanna Capra, il padre gesuita Virginio Fantuzzi (scomparso nel 2019) e lo psichiatra prof. Luigi Cancrini. Il colloquio con Giovanna Capra esprime la posizione più severa nei suoi confronti, mentre quello con padre Fantuzzi offre un punto di vista originale sulla filmografia dell’ateo Bellocchio, interpretata come un confessionale laico in cui riaffiorano il senso di colpa e i rimorsi in cerca di una redenzione.

    La dimensione sociale tipica dei film di Bellocchio è sempre presente, ma ridimensionata in uno studio sulle dinamiche di una famiglia numerosa come quella dei Bellocchio. La depressione di Camillo viene indagata come sintomo di un malessere collettivo, che riguarda una famiglia “disastrata” in cui nessuno è realmente capace di comprendere a fondo i sentimenti l’uno degli altri. La stessa propensione politica che caratterizza il cinema di Marco Bellocchio viene vista inun’ottica inedita, come un ostacolo alla comprensione personale di un fratello poco interessato alla politica, che all’inquietudine politica di Marco rispose con “Marx può aspettare”.

    L’ultimo documentario di Marco Bellocchio è un’opera riuscita sotto ogni aspetto: è una confessione onesta e mai autoindulgente, capace di risvegliare la coscienza e l’attenzione dello spettatore e di farlo con sobrietà, sottolineata dalla colonna sonora essenziale ed efficace di Ezio Bosso (scomparso nel maggio dello scorso anno). Offre poche certezze e molte domande, questa storia di un dramma privo di catarsi -il senso di colpa per il suicidio di Camillo alimentato con gli anni non si può risolvere certo con un film- ma non disperato: il regista e autore non si sente assolto ma almeno liberato.

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  • RECENSIONE LA TERRA DEI FIGLI – IL CINEMA POST-APOCALITTICO ITALIANO

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    Ispirato all’omonimo graphic novel di Gipi, La terra dei figli è il nuovo film diretto e co-sceneggiato da Claudio Cupellini e potrebbe essere una delle più grandi sorprese del cinema italiano recente.

    Innanzitutto è un film di un genere, a esclusione di produzioni fantascientifiche italiane degli anni ’70-‘80, non così esplorato dal cinema nostrano: la storia ha luogo in un imprecisato futuro post-apocalittico, a seguito di una guerra. La civiltà è al collasso, i superstiti sono abbandonati alla lotta per la sopravvivenza; in questo paesaggio un ragazzo analfabeta, interpretato da Leon de La Vallée, alla morte del padre cerca qualcuno che possa leggergli il diario che il genitore custodiva. Attraversa quindi un territorio paludoso abitato da personaggi ostili, in cerca di risposte che il diario può dargli.

    La “terra dei figli” è una terra che ha rinunciato sia al passato che al futuro: i ricordi e la Storia sono un dolore pericoloso, da evitare, mentre del domani non sembra importare nessuno. Tanto che i figli, la generazione nata dopo la catastrofe, viene trattata come un fastidio nel migliore dei casi, e come carne da macello nel peggiore, e subiscono tutto il peso degli errori dei loro genitori. La buona regia di Claudio Cupellini alterna ritratti di questo mondo e momenti di introspezione: campi lunghissimi che abbracciano paludi e resti di una civiltà tramontata, alternati a primissimi piani spesso scavati nella luce fioca di una lanterna. Le ambientazioni sono protagoniste quanto i personaggi, favorite dall’ottimo production design di Daniele Frabetti e dalla fotografia di Gergely Pohárnok. Questa terra è fatta di vaste paludi, strade colme, complessi industriali abbandonati abbandonati sporche, umide, metafora di un tempo immobile e smorto ma non del tutto privo di speranza.

    I personaggi sono complessi e ben definiti: Leon de La Vallée, nella maggior parte del film piuttosto acerbo e monocorde, riesce comunque a offrire lampi di grande intensità attoriale, e risulta straordinariamente in parte nell’interpretare il ragazzo senza nome, crudele e fragile, in cerca di un’identità. Ottima Maria Roveran nel ruolo di Maria, una ragazza inizialmente prigioniera di due contadini, che accompagna il protagonista nel suo viaggio. Due giovani supportati da un bel cast che comprende sorprendenti volti noti, come la “strega” cieca interpretata da Valeria Golino e il boia che, sotto la maschera, nasconde un irriconoscibile Valerio Mastandrea.

    È facile trovare imperfezioni in questo film: la durata è forse un po’ troppo estesa rispetto alla storia raccontata ed è un peccato non aver trovato più posto per le figure femminili, oltre a quello di supporto emotivo per i personaggi maschili. Tuttavia La terra dei figli è un film ispirato e coraggioso e dimostra, ancora una volta, la capacità del cinema nostrano recente di giocare con generi e storie che sembravano non avere più molto di nuovo da offrire. Non avrà l’impatto mediatico sfolgorante di Lo chiamavano Jeeg Robot, le dimensioni da blockbuster de Il primo Re o l’urgenza civile di Sulla mia pelle; tuttavia, il cinema italiano (ri)parte anche da qui.

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  • Giuseppe Tornatore e la narrazione della sua Sicilia

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    “Ho girato spesso fuori dalla Sicilia, ma è un tema e una realtà alla quale tornerò sempre.”

    Giuseppe Tornatore, originario di Bagheria (in provincia di Palermo), è tra i registi più celebri e riconosciuti nella storia del cinema italiano. Sin da giovanissimo si appassiona al mondo dell’arte: inizia a lavorare nel campo della fotografia e riceve diversi riconoscimenti dalle riviste cinematografiche internazionali; appena sedicenne si avvicina al mondo del teatro e mette in scena due opere, una di Pirandello e una di Eduardo De Filippo.

    Le prime realizzazioni cinematografiche sono dei documentari. Negli anni ’80 ne realizza alcuni per Rai Tre, sempre sulle tradizioni isolane, come Incontro con Francesco Rosi (1981) e Le minoranze etniche in Sicilia (1982, premiato al Festival di Salerno).

    Nel 1986 esordisce al cinema con Il camorrista, tratto dall’omonimo romanzo di Giuseppe Marrazzo. Il film riceve un’ottima accoglienza e vince il Nastro d’argento al miglior regista esordiente. 

    IL REGISTA COME UN “ARTIGIANO”

    Tornatore prova una straordinaria fascinazione per l’arte del racconto. Afferma di raggiungere il massimo di intensità ad energia vitale nello “smarrirsi nelle viscere della storia che sta raccontando”, perché “raccontare storie è semplicemente un mestiere e chi le racconta è un artigiano”. Un artigiano che parte dagli eventi, li analizza e poi li riorganizza secondo un “codice emotivo tanto solido quanto occulto per risarcire la storia dell’originario senso del racconto”.

    Nella maggior parte dei suoi film il tema delle origini è predominante, un passato nel quale rispecchiarsi. Ci mette a confronto con dei personaggi ben consapevoli del proprio passato e del proprio vissuto, che diventerà un punto di riferimento dal quale partire per andare avanti ed evolversi. Come li definisce Mario Sesti, possiamo parlare di “personaggi-mondo” che portano dentro di sé il mondo in cui sono nati, gli eventi e le relazioni che li hanno segnati.

    LA SICILIA: “UN LUOGO CINEMATOGRAFICO”

    La Sicilia è una terra ricca di storia e di cultura, che ha ispirato artisti e autori. Tra questi vi è sicuramente Tornatore, che non si è mai stancato di raccontare la sua terra di origine. Sostiene di avere un teorema assolutamente personale: 

    “amo la Sicilia ma per esprimere tutto il mio amore ne devo stare lontano”.

    Cresce con l’esempio di artisti siciliani, quali il pittore  Renato Guttuso, il poeta Ignazio Buttitta, il fotografo Ferdinando Scianna, la scrittrice Dacia Maraini: degli artisti che avevano saputo raccontare con intelligenza e artisticità il proprio paese. Tutto ciò ha stimolato il celebre regista ad approfondire sempre di più le proprie origini siciliane e, nello specifico, di Bagheria. Definisce l’isola come un serbatoio di idee, di storie e persino di contraddizioni, forse perché i suoi abitanti sono dei sognatori “costretti ad immaginarsi cosa ci sia dall’altra parte dell’orizzonte”; una vena che sente gli appartenga.

    Ripercorriamo insieme i quattro film più emblematici ambientati nel territorio siciliano. 

    NUOVO CINEMA PARADISO (1988)

    Si rivela fortunato l’incontro con Franco Cristaldi, uno dei pochi produttori italiani che capì l’importanza di investire in film di qualità, film che acquistano valore con gli anni. 

    Da questo incontro nasce il suo grande capolavoro Nuovo Cinema Paradiso. La notizia della morte di un certo Alfredo è l’occasione per Salvatore Di Vita di ripercorrere tutti i momenti della sua infanzia trascorsi nell’immaginario paesino Giancaldo, in provincia di Palermo. Con la mente torna ai momenti trascorsi con Alfredo al Cinema Paradiso, in cui apprende tutti i trucchi del mestiere per diventare proiezionista. Tuttavia, il ritorno in Sicilia in occasione del funerale lo mette a confronto con il suo passato: il cinema ormai è chiuso e ha  perso il suo splendore.

    Al contrario di ciò che si potrebbe pensare, il successo del film non fu immediato. La prima edizione, della durata di 173 minuti, venne criticata perché troppo ridondante e prolissa. Nel novembre dello stesso anno lo riduce a 157 minuti: l’afflusso di pubblico è talmente basso che decidono di toglierlo dalla circolazione. Nel tentativo di riportarlo in sala, Cristaldi chiede al regista di accorciarlo a massimo 2 ore. Sebbene Tornatore abbia accettato a malincuore, il successo di pubblico e di critica andò sempre crescendo e venne coronato dall’Oscar come Miglior film straniero

    L’UOMO DELLE STELLE (1995)

    Joe Morelli è un truffatore che sbarca in Sicilia per vendere agli abitanti di un piccolo paese il sogno del cinema, della fama e del successo attraverso finti provini. 

    Seguendo Morelli in folli spostamenti, Tornatore ci porta alla scoperta di Ragusa Ibla, Monterosso Almo e Marzamemi.

    Nello stesso anno Tornatore riceve un David di Donatello come Miglior regia, tuttavia l’accoglienza della critica fu parecchio contrastante. Paolo Merenghetti stronca l’opera affermando che si tratta di “un’inutile riflessione sulla cattiveria del cinema”.

    MALÈNA (2000)

    La storia della ventisettenne Malèna, interpretata da Monica Bellucci, è ambientata nell’immaginario paesino di Castelcutò. La giovane, considerata la più bella del paese, abita sola perché il marito è partito per lottare nella seconda guerra mondiale.

    Malèna è un soggetto di Luciano Vincenzoni, il quale aveva ambientato la vicenda in una cittadina di provincia del Veneto. Tornatore ha ritenuto necessario ambientarlo nell’isola, per tornare ad una realtà che conosceva bene e che aveva chiara nella memoria. A rendere riconoscibile Castelcutò è la provincia di Siracusa. Il regista costruisce una Sicilia suggestiva e ricca di stereotipi, che renderanno Malèna oggetto di odio e invidia delle donne del posto.

    BAARÌA (2009)

    Baarìa racconta la storia d’amore clandestina tra Peppino Torrenuova, un giovanissimo membro del Partito Comunista Italiano, e Mannina, i cui genitori non consentono all’unione a causa delle precarie condizioni economiche di Peppino. 

    Il film racconta la vita nel comune di Bagheria (Baarìa in siciliano) tra gli anni ’30 e ’80. Attraverso la storia dei due giovani innamorati, Tornatore dissemina reali avvenimenti della storia italiana, dal fascismo allo sbarco degli alleati in Sicilia. Tuttavia, per motivi produttivi, gran parte del film fu girato in Tunisia.

    «“Baarìa” è un suono antico, una formula magica, una chiave. La sola in grado di aprire lo scrigno arrugginito in cui si nasconde il mio film più personale. Una storia divertente e malinconica, di grandi amori e travolgenti utopie. Una leggenda affollata di eroi… Baarìa è anche il nome di un paese siciliano dove la vita degli uomini si dipana lungo il corso principale. Ma percorrendole avanti ed indietro per anni, puoi imparare ciò che il mondo intero non saprà mai insegnarti.»

    Tornatore stesso non riesce a spiegarsi fino in fondo la grande attrazione che la Sicilia è in grado di esercitare nei confronti di molti artisti. Lo ha persino chiesto a Leonardo Sciascia, il quale rispose: “Si è sempre fatto e sempre si farà cinema sulla Sicilia perché la Sicilia è di per sé cinema”.

    Ad ogni modo una cosa è certa: con grande sensibilità e delicatezza è riuscito a raccontarci tanti personaggi, ognuno con il propri sogni e con le proprie speranze, tante storie e tante sfaccettature di questo territorio che non si è mai stancato di raccontare.

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  • I CRITOFILM DI CARLO LUDOVICO RAGGHIANTI – CINEMA E ARTE

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    Nel secondo dopoguerra si sviluppò in Italia l’idea di esercitare la critica d’arte sfruttando il nuovo mezzo cinematografico. L’obiettivo era quello di trovare un nuovo metodo di divulgazione della cultura visiva, e rinnovare i vecchi modelli di comunicazione sull’arte. Il documentario sembrava quindi uno strumento perfetto per sfruttare la visione e trovare un’alternativa alla critica letteraria.

    Il cinema quindi diventò un veicolo di diffusione di massa dell’arte, con non poche ambiguità nel trovare un equilibrio tra proposte anticonformiste e una semplice trasposizione filmica della critica tradizionale.

    Il documentario d’arte nacque in realtà con Luciano Emmer, che nel 1938 aveva iniziato a girare film in cui raccontava gli affreschi di Giotto con la visione simultanea e la piacevole aggiunta della musica.

    Tuttavia una vera e propria stagione del documentario d’arte vi fu nell’immediato dopoguerra, e si protrasse per diversi decenni, ad opera di diverse figure. Tra queste anche Carl Dreyer nel 1949 realizzò un film sull’arte dedicato a Thorvaldsen, sperimentando le possibilità del linguaggio cinematografico nell’esporre la scultura. In Italia i più importanti registi di documentaristi legati al mondo artistico furono Roberto Longhi e Carlo Ludovico Ragghianti.

    Il primo è considerato la figura più originale di questo periodo, che però non riuscì a rendere i suoi film caratteristici e innovativi, limitandosi ad una lettura delle opere legando i movimenti della macchina da presa ai suoi discorsi. Una semplice riproduzione filmata del testo, senza distaccarsi troppo dalla tradizione. Nonostante ciò vinse nel 1948 il Leone d’argento alla Mostra del Cinema di Venezia.

    Chi invece traspose sullo schermo una posizione filosofica completa e complessa fu Ragghianti, che cercò di sfruttare le nuove possibilità offerte. I suoi non erano semplici documentari, ma vera e propria critica fatta sfruttando il mezzo filmico. Si interessò alla dimensione dello spazio-tempo cercando di mostrare la genesi dell’opera. Si partiva nei suoi critofilm da una visione inusuale di questa (ad esempio una visione aerea) e il testo veniva scritto solo in seguito, basandosi sul montaggio. L’idea era che il cinema fosse capace in sé di un’operazione critica.

    Carlo Ludovico Ragghianti

    Centrale nelle sue operazioni critiche in generale era l’idea (mutuata dall’idealismo crociano) di una circolazione dello spirito tra forma e pensiero. L’espressione artistica sarebbe quindi un impulso diventato forma, e la critica doveva indagare la genesi di quest’ultima e studiarne le articolazioni.

    Questo obiettivo di fondo era l’indicazione da seguire nelle riprese dei critofilm, cercando di comprendere come l’artista avesse avuto l’intuizione.

    Quello dal 1954 al 1964 fu un decennio intenso di produzione. La scelta di soggetti e temi di questo periodo è varia. Comunità millenarie (il primo, dopo alcuni tentativi preliminari), Michelangelo (l’ultimo) ed altri che vanno dall’urbanistica alla pittura fiorentina furono i suoi lavori di questo periodo, che si conciliarono in una filmografia variegata in cui emergono tutti i differenti interessi dello storico.

    Questa volontà di sperimentare, scoprire, proporre novità era perfettamente in linea col carattere dello storico. Sentiva infatti una forte esigenza democratica di diffondere il valore dell’arte visto come una parte fondamentale dell’uomo e che se coltivato lo avrebbe portato ad un progresso etico collettivo. Questo interesse così indirizzato veniva chiamato “moralismo critico”, e si risolveva in un atteggiamento politicamente impegnato ad incoraggiare gli studi di storia dell’arte.

    Il suo interesse per l’arte era inteso nel senso più ampio possibile: considerava tale tutto ciò che avesse a che fare con la creatività dell’uomo, non trascurando quindi il cinema, l’urbanistica, le arti decorative, la fotografia.

    Nel 1945 venne nominato sottosegretario delle Belle Arti, con il compito di rimediare ai disastri della Seconda guerra mondiale. Da questa esperienza fu molto deluso, andando a chiamare “ipertiroidismo burocratico” la lentezza delle istituzioni nell’impegnarsi effettivamente nel valorizzare il patrimonio artistico.

    Cercò per tutta la vita di promuovere l’educazione culturale e l’amore per l’arte, diventando una delle figure più importanti del secolo scorso.

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  • RECENSIONE TUTTI PER UMA

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    Susy Laude esordisce alla regia con Tutti per Uma, la storia di una famiglia tutta al maschile composta dal nonno Attila (Antonio Catania), suo fratello minore – lo zio Dante (Lillo), il figlio Ezio (Pietro Sermonti), i due nipoti Francesco (Gabriele Ansanelli) e Emanuele (Valerio Bartocci) e il cane Mimmo. In casa Ferliga regna un clima di tensione e continui litigi, dati dai vari problemi che i componenti della famiglia devono affrontare, in primis le scarse vendite e conseguenti debiti che l’azienda vinicola di famiglia, un tempo rinomata, sta provocando. Ma l’arrivo misterioso di una principessa dell’Austria dal nome impronunciabile potrebbe migliorare le sorti delle loro vite. Presentata al resto della famiglia sotto un’altra identità, la presenza di Uma (Laura Bilgeri) porta i Ferliga a circondarsi di un’aria di falsa serenità, per fare colpo sulla graziosa fanciulla.

    Il film si presenta fin da subito come un prodotto indirizzato ad un target di bambini, con toni fiabeschi e superficiali, risultando tuttavia eccessivamente semplice, anche per il pubblico a cui è destinato. Le premesse riguardanti la storia sembrano interessanti, con una semplice commedia unita alle più classiche favole su principi e principesse e con un cast promettente capace di strappare una risata anche ad un pubblico più generalista. Purtroppo il suo sviluppo lascia molto a desiderare. Non esiste un filo logico per tutta la durata del film e gli eventi accadono senza alcuna continuità logica con ciò che si è visto nella sequenza precedente. Molto spesso inoltre, eventi o azioni di cui si parla nei dialoghi non vengono mostrate su schermo, ma subiscono un’ellissi lasciandole all’immaginario dello spettatore, una pratica rischiosa che, se non viene fatta con criterio e intelligenza, rischia di rendere la storia del film incomprensibile.

    La parte narrativa della favola cerca di dare un’identità particolare e interessante alla storia, finendo invece per banalizzarla: un classico modello della principessa col suo principe azzurro senza spessore o originalità, che non riesce a legarsi bene con il resto della storia, risultando abbastanza superflua. Non banali sarebbero potuti risultare gli intermezzi Musical del film, che rimandano chiaramente ad una classica pellicola Disney, ma la loro scarsa presenza rendono le poche performance musicali un ulteriore ingrediente eterogeneo di un film che sembra più un miscuglio confusionario di generi e scenette.
    Le parti comiche, principalmente slapstcik, hanno poco mordente, risultando fiacche e provocando davvero poche risate. Anche le gag tra la coppia Lillo – Sermonti, che sulla carta dovrebbero risultare stellari, risultano banali e fuori luogo, come la sequenza che riprende le classiche gag anni ‘20, piacevoli forse per chi le guarda con un occhio consapevole, ma che per chiunque altro risultano alla pari di scenette tipici di programmi come paperissima sprint.

    I personaggi risultano poco definiti, restando tutti molto piatti per tutta la durata dell’opera. Ogni componente della famiglia Ferliga ha i suoi drammi personali e tratti riconoscibili, ma il loro percorso, quando presente, è mal raccontato, dando un illusione di sviluppo quando su schermo non si vede una singola inquadratura che lo motivi, come se l’autore sapesse dove andare a parare ma non sapesse come arrivarci. Probabilmente il vero problema di questo film è che cerca di fare troppo, inserendo forzatamente temi e particolari per ogni membro della famiglia, senza riuscire a gestirli e svilupparli a dovere, essendo poi costretto a ricorrere a salti temporali e lasciando così allo spettatore il compito di immaginare il percorso che porta dalla situazione iniziale a quella finale di ogni sottotrama presente nella storia. Infine, se un buon film si giudica da un buon antagonista, allora Tutti per Uma è ancora più in difficoltà. Lo zio Victor (Dino Abbrescia), principale antagonista, è, alla pari di tutti gli altri personaggi, una macchietta.

    Nei primi minuti di quest’opera filmica veniamo introdotti dal piccolo di casa, Emanuele, e ciò che segue sembra proprio il racconto della storia dal suo punto di vista, quello di un bambino che racconta a spizzichi e bocconi senza seguire una logica ma seguendo il suo istinto. Una bell’idea a livello concettuale ma nel pratico molto difficile da seguire, facendo vivere agli spettatori un’esperienza non appagante, anzi a tratti frustrante per alcune scelte narrative illogiche.
    Tutti per Uma è purtroppo una delusione. Nonostante un comparto attoriale e un presupposto narrativo con un buon potenziale, infatti, non riesce ad essere mai appetibile, nemmeno per un pubblico di più piccoli.

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  • RECENSIONE IL CATTIVO POETA – IL TRAMONTO DI UN DIVO

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    Il cattivo poeta, film scritto e diretto da Gianluca Jodice, è uno sguardo sulla figura complessa e contraddittoria di Gabriele D’Annunzio, in particolare sugli ultimi anni di vita del Vate.

    La storia segue Giovanni Comini (Francesco Patanè): giovane federale di Brescia che viene incaricato dal segretario del partito fascista Achille Starace (Fausto Russo Alesi) di sorvegliare il Vate, Gabriele d’Annunzio, oppositore dell’alleanza tra Mussolini e Hitler e, per questo, sempre più inviso a Mussolini in persona. Nel corso di questo incarico Comini, inizialmente entusiasta del Partito, comincia ad aprire gli occhi sulla sua vera natura.

    Quindi, più che a D’Annunzio, l’intreccio ruota principalmente attorno a Giovanni Comini e alla sua progressiva presa di coscienza della natura violenta e oppressiva del PNF. Il Vate, d’altra parte, gioca un ruolo non marginale, ma nemmeno così centrale come ci si potrebbe aspettare. Chi era in attesa di un vero e proprio biopic su di lui potrebbe, dunque, restare deluso: la maggior parte delle volte, Gabriele D’Annunzio sembra ricoprire un ruolo di catalizzatore del  cambiamento di Giovanni Comini e non di protagonista effettivo.

    Il film copre per “capitoli” gli ultimi anni di vita del “cattivo poeta”, dall’incarico assegnato a Giovanni Comini nel 1936 alla morte di D’Annunzio nel 1938. Questa scansione cronologica va però a svantaggio del film stesso, almeno all’inizio: a fatica tiene il passo con lo sviluppo dei personaggi, che procede “a singhiozzo” e non in modo spontaneo e naturale. Questo, assieme ai dialoghi perlopiù ingessati, contribuisce a rendere piatti e non così interessanti i personaggi, in particolare l’evoluzione di Giovanni Comini è piuttosto prevedibile fin dall’inizio.

    Anche per questo motivo, quando appare, Gabriele D’Annunzio ruba facilmente la scena a tutti gli altri presenti. Merito soprattutto della performance ammirevole di Sergio Castellitto: la sua interpretazione riesce quasi da sola a rendere D’Annunzio un personaggio davvero complesso e sfaccettato. Il D’Annunzio di Castellitto è un vecchio dall’eloquenza raffinata che a volte si muove come una marionetta, fisicamente prostrato dagli anni e dall’abuso di cocaina, e a volte rivela una vitalità inaspettata, quasi animalesca. Una continua tensione a superare i propri limiti fisici, quindi, che rivelano uno scavo psicologico da parte di Castellitto che almeno in parte supplisce alla sceneggiatura, poco interessata ad analizzare gli aspetti più “scomodi” e oscuri di D’Annunzio.

    Più che il D’Annunzio personaggio letterario o uomo a tutto tondo, quindi, il film è interessato a esplorare il lato di divo italiano e icona (decaduta). Questo studio sul personaggio unico del Vate riverbera una più ampia riflessione del film sul potere dei media e sulla costruzione di un mito, politico, letterario e mediatico. A questo contribuiscono l’essenziale ma efficace ricostruzione degli anni ‘30, fatta di canzoni d’epoca, interni ricostruiti a puntino ed esterni portati in vita grazie anche a effetti digitali di discreto livello, e la fotografia di Daniele Ciprì, che contrappone gli imponenti palazzi del potere fascista, la cui luce abbacinante ma gelida appiattisce i personaggi rendendoli figurine in divisa, agli intimi interni del Vittoriale, che ritagliano i  personaggi in una luce calda e intensa. La contrapposizione, quindi, è tra il mito di D’Annunzio, fallace e decadente ma in qualche modo onesto, e il mito di Mussolini, artificiale e fatto di motivi propagandistici: tanto che, quando Benito Mussolini entra in scena nel terzo capitolo, all’arrivo alla stazione di Verona non pronuncia nemmeno una battuta. Oltre ai motivi propagandistici, oltre alle pervasive rappresentazioni del Duce che tappezzano le strade, le case e i luoghi di potere, non c’è niente. Quando si affaccia dal balcone della stazione di Verona e viene acclamato dalla folla, nel suo non parlare Mussolini viene messo a nudo come una tronfia caricatura, vuota di significato. Poco più che un “vigile urbano”, come viene definito con spregio, assurto al successo solo grazie a propaganda e opportunismo. Al contrario, quando D’Annunzio si affaccia dal balcone del Vittoriale per salutare i suoi legionari dell’impresa di Fiume, è un uomo curvo e a malapena capace di reggersi in piedi, ma il suo è un discorso sincero, appassionato e commosso. Luisa Baccara (Elena Bucci) dice che tutti hanno bisogno di un balcone su cui recitare la parte dei protagonisti, ma anche che ci sono buone rappresentazioni e cattive rappresentazioni: nel caso de Il cattivo poeta, l’omaggio di D’Annunzio ai suoi legionari nel Vittoriale si colloca tra le prime, la pomposa e vacua farsa di Mussolini tra le seconde. E, da sempre, gli italiani sembrano essere pericolosamente affascinati dalle cattive rappresentazioni…

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  • RECENSIONE SI VIVE UNA VOLTA SOLA DI CARLO VERDONE

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    Il nuovo film scritto, diretto e interpretato da Carlo Verdone, Si vive una volta sola, è, come molti suoi film degli ultimi anni, una commedia permeata da una sorta di amarezza esistenziale di fondo, da una malinconia sottopelle che riaffiora tra le scene umoristiche.

    Il professor Umberto Gastaldi (Carlo Verdone) è un chirurgo di grande fama, divorziato, con una figlia che partecipa da soubrette a programmi televisivi di infimo livello. Lui e i suoi colleghi, Lucia Santilli (Anna Foglietta) e Corrado Pezzella (Max Tortora), dalla vita privata altrettanto difficile, passano le giornate a giocare scherzi particolarmente crudeli al loro collega, l’anestesista Amedeo Lasalandra (Rocco Papaleo), fino a quando non scoprono che questi è malato terminale. Così decidono di accompagnarlo per una settimana di ferie in Puglia, cercando di trovare il coraggio di comunicare la cattiva notizia all’ignaro amico. La trama è semplice, funzionale alle gag e ai momenti più malinconici, e ha risvolti piacevolmente prevedibili.

    Il tema della malattia è trattato con la giusta serietà, non viene buttato in farsa ma nemmeno sfruttato per facile melodramma: in sostanza, sebbene non particolarmente memorabile, l’aspetto più riuscito del film sono proprio i risvolti sentimentali imperniati sulla malattia, sulla fragilità della vita e dei rapporti umani. Ciò che invece funziona poco è la commedia, continuamente sospesa tra gag fiacche, personaggi di contorno macchiettistici, risvolti prevedibili. Alcuni momenti fanno sorridere, in altri si riesce a intravedere una certa verve umoristica e il talento comico dei protagonisti coinvolti, ma oltre a questo poco altro.

    La sceneggiatura (di Verdone, Giovanni Veronesi e Pasquale Plastino), in bilico tra un dramma solido ma non memorabile e una commedia all’acqua di rose, viene solo in parte risollevata dai personaggi. I migliori sono quelli di Lasalandra e soprattutto di Santilli, bene interpretati da Rocco Papaleo e Anna Foglietta: tutti e due riescono a equilibrare bene tempi comici azzeccati e spessore drammatico. Non così i personaggi di Gastaldi e Pezzella: Carlo Verdone e Max Tortora sono entrambi sotto tono e poco convincenti, non brillano né per comicità né per serietà, e sono penalizzati da una caratterizzazione banale il primo, insufficiente il secondo. Umberto Gastaldi in particolare, il primus inter pares tra i protagonisti, avrebbe il potenziale per arricchire il film di riflessioni come il rapporto tra genitori e figli e il contrasto tra una vita professionale eccellente e una privata disastrosa, ma nessuno di questi temi viene affrontato con vera convinzione, e risultano poco più che funzionali a caratterizzare il personaggio di Verdone. Il conflitto tra padre e figlia è perlomeno sfumato ed evita di cadere nel facile manicheismo ma, di nuovo, oltre a questo poco altro.

    Funzionale è anche la regia di Verdone, così come l’intero comparto tecnico-artistico del film: la fotografia, il montaggio, la colonna sonora, sono tutti strumentali alla narrazione ma non particolarmente degni di nota, efficaci ma non brillanti.

    Giudizio che, in ultima analisi, si può estendere a tutto il film: efficace ma non brillante. I fan e i completisti della filmografia di Carlo Verdone probabilmente troveranno di che godere, ed i momenti più sentimentali e malinconici funzionano, ma per il resto Si vive una volta sola è una commedia perfettamente nella media.

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  • Il nuovo cinema Horror italiano

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    5 FILM INDIPENDENTI DI REGISTI ITALIANI DA TENERE D’OCCHIO

    Negli ultimi anni risulta innegabile la “rinascita” a cui il cinema italiano è andato incontro, grazie soprattutto a diversi cineasti e ad opere che non hanno avuto paura di puntare su qualcosa di diverso. Abbiamo Sorrentino, i fratelli D’Innocenzo, Mainetti, Garrone, Virzì e si potrebbe andare avanti ancora, sinonimo del fatto che il cinema italiano è tutt’altro che morto e riesce a regalare ottimi prodotti, slegandosi anche dai classici stereotipi dei “film italiani solo sulla mafia o solo cinepanettoni”.

    Anche l’horror, genere che tra gli anni ’50 e gli anni ’80 ha reso l’Italia famosa in tutto il mondo grazie a registi come Argento, Avati, Fulci o Bava per dirne alcuni, negli ultimi anni sembra aver dimostrato di poter uscire da quel baratro incontrato verso la fine degli anni ’90 e l’inizio del nuovo millennio. Pupi Avati è, per esempio, tornato nel 2019 al genere con il riuscitissimo Il Signor Diavolo e Luca Guadagnino ha diretto il particolare remake di Suspiria. Ma se si scava più a fondo, lasciando un attimo da parte le grandi produzioni, si trovano tantissimi titoli e registi indipendenti ed è proprio tra questi che spesso si nascondono piccole gemme, forse un po’ grezze, ma comunque degne di nota. Partiamo allora alla scoperta di 5 titoli poco conosciuti ma che meritano una visione e dei registi che si presentano con essi, per affermare ancora una volta che il cinema horror italiano è tutt’altro che morto.

    Suspiria di Luca Guadagnino, remake del capolavoro di Dario Argento.

    THE WICKED GIFT

    Con questa opera prima, il giovane regista tarantino Roberto D’Antona infarcisce un prodotto molto classico: Ethan (interpretato dallo stesso D’Antona) è un ragazzo affetto da insonnia a causa di terribili incubi, con i quali sembra prevedere la morte di alcune persone a lui vicine geograficamente; da qui, assieme al suo migliore amico (Francesco Emulo) ed una medium (Annamaria Lorusso), comincia una vera e propria discesa all’inferno per Ethan costellata di fantasmi, demoni ed incubi terrificanti.

    Anche se apparentemente ci appare tutto molto classico, è il tocco di D’Antona a rendere questo film unico e degno di nota. La sceneggiatura pesca a piene mani dai grandi del genere, rimanendo però al tempo stesso godibile e nuova, rendendo così la visione molto interessante anche per gli spettatori più avvezzi. La recitazione è buona, nonostante in alcuni punti si senta molto l’origine teatrale degli attori, e la regia riesce a garantire una buona immedesimazione con anche alcuni picchi molto gradevoli.

    Il punto di forza del film è sicuramente l’atmosfera che riesce a costruire, alternando alcuni momenti più tranquilli dai tratti anche comici a momenti di altissima tensione, favoriti da una colonna sonora riuscitissima e ad una fotografia di buonissimo livello.

    Roberto D’Antona è un po’ il regista che si nasconde dentro tutti noi fin da bambini, quando ci immaginavamo storie fantastiche assieme ai nostri amici, ed è su questo concetto che ha poi basato tutta la sua cinematografia.

    Dopo The Wicked Gift  il regista e sceneggiatore ci ha infatti deliziato a cadenza annuale con altre opere degne di nota (Fino all’inferno, Gli ultimi eroi, Caleb), con le quali affronta volta per volta i vari ambiti del genere, passando dai demoni agli zombi, alle streghe fino ai vampiri.

    Tanta varietà, insomma, in tutte le produzioni originali del cinema di D’Antona, capace di portare sullo schermo i vari archetipi che hanno reso famoso e popolare il genere ma lo fa con un suo modo caratteristico che ritorna in ogni produzione e che, diciamocelo, funziona sempre.

    Tutti i suoi film sono visibili su Amazon Prime Video.

    OLTRE IL GUADO – ACROSS THE RIVER

    Con questo film del 2014, il regista Lorenzo Bianchini, già famoso per altre sue opere, è divenuto quasi istantaneamente un regista di culto per gli appassionati del genere. Il film presenta un’ambientazione composta di grandi boschi e vecchi villaggi abbandonati e lo fa con una storia all’apparenza semplicissima: Marco (Marco Marchese), un etologo, studia il comportamento degli animali e finisce con il rimanere bloccato in un vecchio villaggio abbandonato che nasconde inquietanti segreti. La storia come detto risulta molto basica, ma riesce comunque  a tenere lo spettatore incollato allo schermo per tutta la durata del film, grazie soprattutto ad alcuni momenti estremamente inquietanti e di grande tensione.

    Il film presenta giusto un paio di personaggi, con le loro storie che finiranno per legarsi ma senza che questi si incontrino mai. Questo comporta una quantità estremamente limitata di dialoghi, con un film che punta di conseguenza tutto sulle inquadrature e sulla magistrale prova attoriale di Marchese, che riesce a reggere egregiamente tutto il film sulle sue spalle. Il binomio Bianchini-Marchese si dimostra quindi qualcosa di eccezionale.

    Dopo Oltre il guado, il regista si è preso un periodo di pausa dai lungometraggi, puntando invece sulla creazione di una webserie. Aspettiamo quindi con ansia un suo nuovo film, sicuri che ancora una volta sarà in grado di creare una piccola gemma.

    Il film è visibile su Amazon Prime Video.

    THE PERFECT HUSBAND

    Lucas Pavetto, classe ’82, riprende una tendenza che sembrava essere ormai andata a scomparire. Molti importanti registi horror dei decenni passati hanno infatti spesso utilizzato attori americani nelle loro produzioni (basti pensare a quanti film di Argento presentano protagoniste/i di nazionalità non italiana) e Pavetto fa lo stesso con il suo The Perfect Husband, remake del suo precedente Il marito perfetto.

    La storia segue Viola (Gabriella Wright) e Nicola (Bret Roberts), un coppia in crisi che decide di passare un weekend in un isolato chalet di montagna, ma il tutto si trasformerà sempre più in un incubo.

    L’inizio lento che serve a presentare i protagonisti riesce a non stancare, ma anzi a coinvolgere lo spettatore grazie ad una buona regia e ad una coppia di attori calati perfettamente nella parte. Ma è la seconda parte del film, quella puramente horror, che riesce a dare il meglio di sé. Tantissimo sangue e tantissimi richiami al cinema di genere anni ‘70/’80 rendono il film un prodotto da recuperare assolutamente per ogni amante del genere, contando anche lo stupendo finale che non può lasciare indifferenti.

    Purtroppo dopo questo riuscitissimo film, il regista e la coppia Wright – Roberts si sono cimentati in Alcolista, film invece che presenta diversi problemi soprattutto nella scrittura e nella gestione dei tempi. Nonostante ciò, non possiamo non sperare che si sia trattato soltanto di un piccolo inciampo e che presto questo binomio registico attoriale ci riproponga un altro horror degno di essere ricordato.

    Entrambi i film di Pavetto sono visibili su Amazon Prime Video.

    FABULA

    Parlare di Fabula non risulta mai semplice. Questo perché ad una prima visione può risultare il film meno godibile tra quelli qui nominati soprattutto per un pubblico più generalista, tuttavia non posso esimermi dal definirlo il mio preferito di questa lista. Ma andiamo con ordine.

    Davide (interpretato dal regista del film Denis Frison) è un ex ispettore di polizia che si trasferisce nella piccola città natale della sua ragazza. Qui si ritroverà a voler far luce sul misterioso “killer delle favole”, tornato ad uccidere dopo diversi anni di pausa.

    Risulta palese un forte rimando agli horror anni ’80, ma è proprio su questo che il film punta senza nascondersi. Questo, infatti, è un prodotto estremamente citazionista ed il suo intento sembra proprio essere quello di presentare nel 2020 un “nuovo Argento”.  La sceneggiatura è senza dubbio il punto forte di questo prodotto, riuscendo infatti a creare una storia che per più di due ore riesce a tenere lo spettatore incollato allo schermo, coniugando superbamente gli elementi da film giallo con le sequenze puramente horror (caratterizzate tra l’altro dall’utilizzo di una colonna sonora chiaramente ispirata alla OST dei Goblin).

    Anche la regia si mostra in maniera adeguata, senza picchi ma capace di fare il suo dovere, soprattutto nella gestione della tensione nelle scene più concitate. L’elemento più debole, quello che potrebbe portare molti spettatori ad abbandonare preventivamente la visone, è la recitazione: purtroppo la mancanza di professionisti del settore porta molti momenti ad essere difficilmente godibili, soprattutto da parte di uno spettatore sporadico, abituato a standard qualitativi più alti.

    Questo è l’esempio perfetto di cinema indipendente: un film tutt’altro che perfetto, ma che, se riesce a prenderti, diventerà probabilmente uno dei tuoi preferiti.

    Se si riesce infatti ad abituarsi alla recitazione mediocre (che riguarda comunque principalmente i personaggi secondari, in quanto gli attori protagonisti si dimostrano comunque bravi), il film riesce con la sua sceneggiatura e le sue atmosfere horror a trascinare lo spettatore all’interno di un prodotto estremamente grezzo, ma che dimostra come Frison abbia tutte le carte in regola per creare ottimi prodotti di genere.

    Fabula è recuperabile su Amazon Prime Video.

    THE END? L’INFERNO FUORI

    Non si può, forse, considerare The End come una produzione indipendete tanto quelle citate sopra. Tuttavia, si tratta comunque di un film con un budget molto ridotto, prodotto dalla casa di produzione dei Manetti Bros e girato dall’esordiente Daniele Misischia.

    Il film segue Claudio (Alessandro Roja), un operatore finanziario che deve recarsi ad un importante appuntamento di lavoro, rimanendo però bloccato in un ascensore. Quella che all’apparenza può sembrare un episodio sfortunato si rivela essere la sua salvezza, visto che nel frattempo è appena scoppiata un’epidemia di zombie. Il film precede quasi completamente all’interno dell’abitacolo dell’ascensore, il tutto condito da una regia spaziale e mai noiosa ed una prova attoriale di Roja favolosa che riesce a reggere il film praticamente da solo in un’unica ambientazione. Vengono presentati anche alcuni personaggi secondari durante il film, ma a farla da padrone sono soprattutto gli zombie, curatissimi visivamente e che riescono, grazie alla regia di Misischia, a spaventare e a far salire la tensione alle stelle.

    La parte forse più debole di questo prodotto è proprio la sceneggiatura, mai capace di presentare qualche picco e rimanendo abbastanza piatta e prevedibile.

    Un altro prodotto quindi tutt’altro che perfetto, ma che introduce egregiamente il Daniele Misischia regista che vedremo tra non molto con Il mostro della cripta, speranzosi di ottenere un prodotto che migliori quello che di buono si è già visto in questo film.

    The End? L’inferno fuori è disponibile alla visione su Netflix.

    Questi erano cinque film che secondo noi vale la pena recuperare. Li avevate già visti? Se sì cosa ne pensate?

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