Tag: cinema italiano

  • RECENSIONE AMERICA LATINA – UN CINEMA PERSONALE

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    Dopo il grande successo di Favolacce c’era indubbiamente grande interesse attorno alla nuova opera dei fratelli Fabio e Damiano D’Innocenzo, intitolata America Latina e presentata alla 78ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Questo thriller, ambientato a Latina e retto sulle spalle da un bravo Elio Germano, narra la storia di Massimo Sisti, un dentista molto professionale sia con i pazienti che con le sue collaboratrici. Ha una bella famiglia (moglie e due figlie che sono al centro della sua vita), una villa molto ampia e immersa nel silenzio. In definitiva è un uomo socialmente arrivato grazie al proprio senso del lavoro e alla propria serietà professionale. In questo contesto, in un giorno qualsiasi, Massimo scende nel suo grande scantinato, in cui incontra l’assurdo.

    Il titolo del film, “come un bellissimo Frankenstein, unisce l’America – che da quando siamo fanciulli rappresenta il sogno, quello che immaginiamo – e Latina, quella terra bonificata che è il nostro contatto reale. America Latina è lo sposalizio tra reale e sogno”, spiegano i registi. 

    L’ALIENAZIONE DELL’UOMO DI PROVINCIA

    La pellicola si apre con una sequenza di immagini della provincia di Latina, alla cui desolazione viene contrapposta la silenziosa e raffinata villa di Massimo, che sin dall’inizio viene dipinto come un padre di famiglia perfetto, capace di piangere per la bellezza delle note suonate da sua figlia al pianoforte, amico generoso e il datore di lavoro che tutti vorrebbero avere. Ed è dopo i primi 5 minuti di film che avviene il colpo di scena su cui viene costruito l’intero film. Da qui in avanti la vita di Massimo viene pian piano stravolta in una discesa verso l’inferno, un viaggio sia fisico che mentale, pervaso da una tensione costante e messo in scena dai registi con una spirale di eventi caratterizzati da un’impronta grottesca sempre più marcata fino alla risoluzione finale. 

    La trasformazione di Massimo, scaturita dalla sua psiche completamente distrutta, viene messa in scena sul piano mentale grazie a un uso sapiente delle luci e dell’ambientazione, partendo dalla luminosità  delle location iniziali e virando verso luci al neon rosse e verdi e scene in notturna, a sottolineare il buio della ragione, con scelte estetiche indubbiamente derivative dal cinema di David Lynch e Nicolas Winding Refn. Il colpo di scena iniziale è realizzato in maniera impattante e ricorda a tratti la prima comparsa del mostro di Martyrs, il piccolo gioiello del cinema horror contemporaneo diretto da Pascal Laugier. Il tono grottesco viene pienamente giustificato dal filtro che Massimo applica alla realtà provinciale che lo circonda, dove paranoia, insicurezze ed egoismo vengono amplificati dall’assunzione di alcol e farmaci. A livello fisico i registi sono bravi a lavorare sul corpo di Elio Germano, ridotto col passare dei minuti a uno stato larvale, con movimenti e pose fisiche tipici di un infante in un corpo da adulto.

    IL DUALISMO TRA SOGNO E REALTA’

    L’intera pellicola è costruita sul concetto di dualismo, di confronto con se stessi e con gli altri, il tutto sottolineato da numerose inquadrature costruite sulle immagini riflesse da vetri, specchi o dall’acqua di una piscina. Durante il film ci sono continui parallelismi tra vita perfetta e mostruosità, ricchezza e povertà, lo scontro tra padre e figlio e i personaggi interagiscono quasi sempre a coppie e mai in maniera collettiva, anche quando più persone condividono la stessa inquadratura. Alla bellezza della silenziosa villa di Massimo vengono contrapposte le immagini della provincia di Latina, spoglia e arida come i personaggi di questa pellicola, personaggi profondamente soli e alienati, il tutto accompagnato dalle musiche dei Verdena che a tratti ricordano alcuni temi composti da Angelo Badalamenti per David Lynch.

    Sulla scia di quanto realizzato in Favolacce, anche in quest’opera i registi, insieme al direttore della fotografia Paolo Carnera, danno sfoggio di tutte le loro capacità registiche, con inquadrature ardite, piani sequenza caratterizzati da movimenti di macchina elaborati e transizioni tra campi lunghi e primi piani. Questa regia estremamente invadente e potente, tuttavia, non è supportata dalla storia raccontata: la narrazione, infatti, è scarnificata fino all’eccesso e non risulta essere altrettanto efficace. La risoluzione finale, inoltre, manca di coraggio, andando a fornire tutte le risposte, come se i registi non si fidassero delle capacità deduttive dello spettatore ed eliminando quell’ambiguità di fondo che era stata la forza del film fino a quel momento e che, in precedenza, aveva contribuito alla riuscita  di Favolacce.

    Se il risultato complessivo non può che risultare parzialmente derivativo, bisogna tuttavia riconoscere che i fratelli D’Innocenzo siano gli unici in Italia a portare avanti un certo tipo di cinema, coerente a livello sia visivo sia narrativo: sono dunque davvero definibili come due autori. A conti fatti America Latina risulta essere una buona pellicola: un ulteriore tassello nella crescita artistica dei gemelli, di cui aspettiamo con interesse il prossimo film, in cui ci auguriamo siano in grado di affiancare alla sontuosa messa in scena una sceneggiatura di pari livello.

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  • RECENSIONE I FRATELLI DE FILIPPO – CHI RIDE ULTIMO

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    L’interesse per l’opera di Eduardo de Filippo non si è mai spento: oltre a Natale a Casa Cupiello, il suo dramma più popolare e riproposto continuamente in nuove versioni (tra cui una con Sergio Castellitto trasmessa da Rai nel 2020), le sue opere continuano a esercitare un grande fascino in Italia e all’estero. È per questo che, nell’ultimo anno, sono usciti ben due film dedicati alla storia di due delle più grandi famiglie di attori, i Scarpetta e i De Filippo; a pochi mesi di distanza da Qui Rido Io di Mario Martone, che si concentra sulla figura di Eduardo Scarpetta è uscito in sala I fratelli De Filippo, diretto e co-sceneggiato da Sergio Rubini, che con il film di Martone condivide solo alcune scelte narrative, rappresentandone, per il resto, quasi l’antitesi.

    La storia comincia e finisce a teatro, alla prima di Natale a Casa Cupiello e cornice della storia dei fratelli Titina (Anna Ferraioli Ravel), Eduardo (Mario Autore) e Peppino (Domenico Pinelli). Figli non riconosciuti di Eduardo Scarpetta (Giancarlo Giannini, che ruba la scena nelle poche sequenze che gli sono dedicate), dal padre – star del teatro dialettale – ereditano “solo” lo smisurato talento nel calcare le scene; in particolare Eduardo, attento alle novità del teatro italiano nel Novecento (in primis Sei personaggi in cerca d’autore di Pirandello). Il carattere difficile dei fratelli, però, rischia sempre di spezzare il legame formatosi dall’infanzia, il prestigioso cognome di Scarpetta si rivela una maledizione per i suoi tre figli illegittimi mentre, tra alterne fortune, i fratelli De Filippo escono dall’ingombrante ombra del padre e si guadagnano un posto nella storia.

    L’approccio di Sergio Rubino alla regia è l’opposto di quello di Martone: se il secondo sottolinea il realismo dei personaggi e dell’ambientazione, resa con frugalità e poche pennellate di colore, la regia di Sergio Rubini abbraccia un ampio spazio geografico (si va da Napoli a Milano alla Sicilia rurale), trasfigurandolo all’insegna dell’anti-realismo e di una maggiore empatia nei confronti dei personaggi e della storia. Ansioso di catturare tutte le sfumature di una città e della sua popolazione, con uno sguardo indubitabilmente sincero e forse troppo affettuoso, il regista regala immagini da cartolina di una Napoli splendida, contrapposta a un Nord cupo, nebbioso e inospitale. A rimarcare questo dualismo contribuisce anche la fotografia solare e colorata, piacevole all’occhio e funzionale a dipingere un ambiente fiabesco -anche grazie alla musiche di Nicola Piovani- a confine tra realtà e finzione scenica, ma che rendono, anche per questo, il disegno di una città e della sua popolazione fin troppo oleografico.

    Di per sé la regia è buona ma non particolarmente significativa: rimane per tutto il tempo “ad altezza di personaggio”, con qualche guizzo e alcune buone idee ma senza andare troppo in là di un basilare servizio alla storia e al buon cast, soprattutto il trio di attori protagonisti (quasi) esordienti e tutti e tre molto intensi (in particolare Anna Ferraioli Ravel, la migliore del trio).

    Non brilla la sceneggiatura, forse il principale punto debole: lungi dal voler ispirare alcuna riflessione sul ruolo vivo del teatro nella società, sul rapporto tra generazioni o anche dall’offrire uno sguardo originale sulla biografia dei fratelli de Filippo, si limita a seguire dissapori e vicissitudini in una storia di impianto pienamente tradizionale. Talmente tanto tradizionale che non manca un villain, trovato nel Vincenzo Scarpetta interpretato da Biagio Izzo che, nonostante la sua discreta interpretazione, viene relegato al ruolo di rivale macchiettistico, che non sfigurerebbe affatto in un film Marvel, nonostante i tentativi della sceneggiatura di renderlo complesso e sfumato. La necessità di trovare un antagonista dove non era necessario trovarlo è in realtà indice di una più ampia incertezza sul dove far andare a parare la storia: la presenza di una cornice narrativa non basta a garantire unità a una storia frammentaria, la maggior parte del film segue episodi all’incirca connessi da un filo narrativo che in realtà è più di facciata e che quando vuole far proseguire la storia segue dei binari fin troppo convenzionali.

    Anche solo per la ricostruzione storica e per l’affetto per i personaggi merita la visione e rimane un film superficialmente piacevole, ma visto l’argomento e il posto dei protagonisti nella storia e nella cultura italiana, avrebbe giovato una lettura un po’ più audace.

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  • RECENSIONE FREAKS OUT – VERSO UN NUOVO CINEMA POPOLARE ITALIANO

    Concepito agli inizi del 2016, girato nel 2018 dopo una lunghissima gestazione prolungata anche dalla pandemia, finalmente vede la luce Freaks Out, opera seconda di Gabriele Mainetti che, di nuovo in tandem con lo sceneggiatore Nicola Guaglianone, tenta di bissare il successo di Lo Chiamavano Jeeg Robot (2015), anche se certamente in questo caso siamo davanti ad un film ben più ambizioso.
    Ambientata a cavallo dell’8 settembre 1943, nella fase distensiva della Seconda Guerra Mondiale, la pellicola ci racconta la storia di un gruppo scalcinato di fenomeni da baraccone, persone dotate di poteri straordinari che si guadagnano da vivere in un circo: Fulvio (Claudio Santamaria, già Enzo Ceccotti in Jeeg) è una sorta di uomo lupo dalla forza sovrumana, Cencio (Pietro Castellitto) è un ragazzo albino capace di manipolare insetti e aracnidi, Mario (Giancarlo Martini)  è una sorta di Magneto dalla mente semplice, e infine Matilde (Aurora Giovinazzo), una ragazzina con poteri elettrici impossibilitata al contatto umano. I quattro sono capitanati da Israel (Giorgio Tirabassi), un impresario ebreo. Le circostanze vedranno il gruppo alle prese con Franz (Franz Rogowski), musicista tedesco dipendente dall’etere, una sostanza psicotropa che gli crea visioni del futuro tramite le quali è convinto di poter servire il Reich.
    Il budget sopra la media del film, costato circa 15 milioni di euro, tradisce sicuramente il desiderio di realizzare un vero e proprio kolossal a pochi anni di distanza da Il Primo Re (Matteo Rovere, 2019) che, seppur non perfetto, aveva una struttura produttiva complessa, di quelle che in Italia non si vedevano da quarant’anni (senza cercare paragoni insensati a livello artistico con Leone o Bertolucci). 

    Pur basato su un soggetto originale, il film è estremamente derivativo in molti dei suoi punti. La ricerca dell’originalità narrativa non era però il fine ultimo di Mainetti e Guaglianone, che hanno dichiarato di essersi ispirati più al cinema pop americano e soprattutto ai mecha di Go Nagai che ai fumetti supereroistici. Nonostante questo, allo spettatore i protagonisti di Freaks Out non potranno che ricordare gli X-Men - in particolare Matilde, un po’ Fenice Nera e un po’ Rogue (con una spruzzatina di Daenerys Targaryen) -, X-Men che di fatto erano stati alla base anche dell’altro film supereroistico realizzato in Italia negli ultimi anni, Il Ragazzo Invisibile (Gabriele Salvatores, 2014).
    Rispetto al precedente Jeeg, il passaggio, spostato dai palazzoni della periferia capitolina a un’ambientazione naturale, e il tempo della narrazione, dalla contemporaneità ad un periodo storico ben preciso, fanno respirare una nuova aria di epica pop. Il circo, le ambientazioni dei laboratori di Franz (villain che perde notevolmente con lo Zingaro di Luca Marinelli in Jeeg, probabilmente la componente migliore del film) e l’accampamento dei Diavoli Storpi (su cui qualche produttore americano avrebbe già ordinato un paio di spin off) esaltano tutto un complesso di maestranze, di costumisti, scenografi e responsabili di effetti speciali che troppo spesso in Italia vengono relegati a lavori di comodo oppure ingabbiati in schemi più algidi (come nel comunque splendido Pinocchio di Matteo Garrone).
    Non occorre indagare al microscopio pregi e difetti di questo film, quanto guardare alla componente produttiva: siamo davanti a una commedia capace di staccarsi dalle solite ambientazioni realistiche. Certo, si resta comunque nei dintorni di Roma - le scelte più singolari come la Trieste del Ragazzo Invisibile non hanno la stessa aria familiare per il pubblico - ma con Freaks Out ci troviamo davanti forse dopo molto tempo a un film fantastico che non sia per forza basato sul patrimonio letterario preesistente (al contrario dei film di Garrone, Il Racconto dei Racconti o il sopracitato Pinocchio), un film che potrebbe affrontare con coraggio il mercato internazionale senza dover raccontare di criminalità organizzata.
    Le critiche possibili, le più classiche, dalla trama “piena di buchi” ai personaggi “poco approfonditi”, sono forse mosse da una repulsione verso un cinema narrativamente meno esigente, senza contare i circa trenta minuti rimossi dal montaggio finale.

    Probabilmente noi spettatori non dobbiamo fare altro che riscoprire la nostra capacità di godere di una bella storia, raccontata in maniera semplice e coerente, con dei personaggi coinvolgenti e un comparto scenico superlativo. Riscoprire la capacità di ammirare un grandissimo sforzo produttivo e incoraggiarlo, apprezzandone anche i difetti e le ingenuità. Il cinema di genere in Italia deve ripopolarsi, il pubblico ha voglia di intrattenersi con storie che escono dal seminato della commedia e della crime story all’italiana. E soprattutto il cinema italiano ha la necessità di vendere e vendersi all’estero in una maniera differente, con prodotti più che dignitosi e capaci magari anche di trascendere il mezzo cinema, evitando anche errori come quello di non scegliere Pinocchio come rappresentante agli Oscar 2021 nella categoria di Miglior Film Internazionale in favore di Notturno di Gianfraco Rosi, film certamente meno digeribile per il pubblico straniero. 
    Sarebbe un immenso errore valutare Freaks Outsemplicemente per il film che è e non per ciò che vuole essere, per ciò che potrebbe rappresentare: un grandissimo passo per il cinema italiano verso un’evoluzione, per un nuovo cinema popolare.

    Nicolò Cretaro
  • IL NEOREALISMO ITALIANO – IL CINEMA DEL DOPOGUERRA

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    Negli anni Cinquanta il nostro Paese stava affrontando i gravi problemi lasciati in eredità dalla Seconda guerra mondiale, era economicamente distrutto e colmo di tensioni politiche. 

    Fu proprio in questi anni, tra il 1945 e il 1954, che prese vita il Neorealismo. Si trattava di un movimento non molto compatto e che non apprezzava il cinema di finzione: i suoi maggiori esponenti erano infatti convinti che il cinema dovesse mostrare e far conoscere la realtà che li circondava

    Durante il declino del regime fascista il cinema volle definitivamente rompere con il passato, ed fu così che nei primi anni Quaranta nacquero i primi film che mostravano delle tendenze realiste: 4 passi tra le nuvole (Alessandro Blasetti, 1942), Ossessione (Luchino Visconti, 1943), I bambini ci guardano (Vittorio De Sica, 1944).

    NOVITÀ STILISTICHE

    Al tempo cinema italiano si distingueva in Europa grazie alle sue grandiose scenografie ricostruite a Cinecittà, ma nel dopoguerra gli studi avevano subito grandi danni e si erano trasformati in rifugio per gli sfollati. Pertanto, non erano più in grado di ospitare grandi produzioni e i registi furono costretti a spostarsi nelle strade.

    Il nuovo movimento neorealista non proponeva un manifesto, ma solamente la propensione verso un maggiore realismo e un’enfasi sulle vicende contemporanee.

    L’attenzione era rivolta in particolare alle classi operaie, con l’obiettivo di raccontare le loro vicende quotidiane con la massima fedeltà. Interessanti furono le innovazioni tecniche che il movimento introdusse: la maggior parte delle riprese veniva girata all’esterno e spesso con degli attori non professionisti, e le inquadrature erano volutamente sporche. In realtà le pellicole che rispettano tutti questi principi sono poche, poiché alcuni film facevano uso del doppiaggio (per esempio la voce del protagonista di Ladri di biciclette era di un altro attore), e altri venivano girati in set ricostruiti in studio (come in Roma città aperta, le cui scene all’interno vennero improvvisate in un vecchio teatro). Infine, piuttosto che utilizzare solo attori non protagonisti, si preferiva utilizzare ciò che André Bazin definì “la tecnica dell’amalgama”: mescolare attori non professionisti ai grandi divi dell’epoca, quali Anna Magnani e Aldo Fabrizi.

    Ladri di biciclette (1948)

    Dal punto di vista narrativo, la novità era proprio l’analisi della storia contemporanea allo spettatore, in particolare delle realtà più umili. Per imitare l’andamento della vita reale, nei film neorealisti il racconto spesso veniva mandato avanti grazie alle coincidenze e agli incontri casuali. Rifiutando i concatenamenti logici, questi film risultavano il più delle volte ellittici e non mostravano i nessi causali degli eventi. Infine, spesso, i finali erano volutamente irrisolti. Il risultato sono quindi dei film che mettono in scena il reale in ogni sua sfumatura, ma in cui tutti gli eventi hanno la stessa importanza: è compito dello spettatore distinguere le “scene madri” dai momenti ordinari.

    I SUOI ESPONENTI

    Il movimento vanta autorevoli cineasti come esponenti, tra cui Luchino Visconti con La terra trema (1948), Roberto Rossellini con Roma città aperta (1945), Paisà (1946) e Germania anno zero (1947), Vittorio De Sica con Ladri di biciclette (1948), Miracolo a Milano (1950) e Umberto D. (1951), e Giuseppe De Santis con Riso amaro (1949).

    Tra le figure più rilevanti dell’epoca ritroviamo anche lo scrittore e giornalista Cesare Zavattini, che scrisse diverse sceneggiature proprio in quegli anni. In particolare collaborò con Vittorio De Sica in Ladri di biciclette, Umberto D. e Miracolo a Milano. Quest’ultimo film, che racconta l’Italia della ricostruzione attraverso un filtro favolistico e sembra apparentemente in contrasto con le opere neorealiste precedenti, in realtà traduce la volontà di lasciarsi le sofferenze belliche alle spalle e ricominciare a vivere.

    Come già detto, il movimento Neorealista non è codificato. Infatti, sebbene i cineasti fossero uniti dalla volontà di raccontare eventi della storia recente, spesso si approcciavano al soggetto in maniera diversa. Pensiamo a Roberto Rossellini e Luchino Visconti, due registi coetanei che esordirono professionalmente durante il fascismo.

    Ossessione (1943)

    Il termine ‘Neorealismo’ venne utilizzato per la prima volta proprio in riferimento a Ossessione di Luchino Visconti (1943). Essendo un regista teatrale, nei suoi film includeva sfarzose scenografie e costumi, e una marcata recitazione. Visconti inoltre ricorreva spesso a riprese ricche di zoom e panoramiche.

    Rossellini utilizzava invece uno stile volutamente antispettacolare. Il suo film più celebre è senza dubbio Roma città aperta (1945), considerato il manifesto Neorealista che permise al movimento di raggiungere una notorietà internazionale. Nei successivi film, Paisà (1946) e Germania anno zero (1947), utilizzò attori non professionisti che riprese semplicemente posizionando una cinepresa al centro della piazza. Gli attori utilizzano il dialetto e indossano abiti molto semplici. L’obiettivo del regista era quello di riportare all’attenzione della società, che ai suoi occhi era in disfacimento, i valori fondamentali dell’umanità: l’attenzione verso il prossimo e la conoscenza di sè stessi. Il suo stile, che si caratterizza per la commistione di toni, ellissi, narrazione episodica e finali aperti, lo condurrà verso il cinema moderno.

    FINE DEL MOVIMENTO

    Nel 1948 la “primavera italiana” si concluse con la sconfitta alle elezioni di sinistra, l’Italia era finalmente libera dal nazifascismo ed era impegnata nella ricostruzione. Molti film neorealisti vennero condannati dalla Chiesa cattolica e non apprezzati poiché pessimisti: il ritratto di un Paese desolato e povero contrastava infatti con la volontà di un’Italia ansiosa di dimostrare la propria ripresa. Nel 1949, la Legge Andreotti fissò i criteri necessari per fornire prestiti alle case di produzione: era necessario che una commissione statale approvasse la sceneggiatura e se un film “diffamava l’Italia” poteva essere negata la licenza di esportazione. Di conseguenza diverse pellicole, tra cui Ladri di biciclette, vennero censurate.

    Il Neorealismo ‘puro’ si esaurì dopo il 1948. Il pubblico era stanco di vedere povertà e miseria, così a dominare gli schermi degli anni Cinquanta fu il Neorealismo rosa: commedie d’amore che talvolta ricorrevano ad ambientazioni autentiche e ad attori non professionisti, come in Pane, amore e fantasia (Luigi Comencini, 1953). Seguirono le commedie all’italiana di Vittorio Gassman, Vittorio De Sica, Totò, Alberto Sordi e molti altri. Iniziò ad emergere una nuova generazione di artisti, gli studi di Cinecittà furono finalmente rimessi in funzione e il cinema italiano si riaprì al mercato internazionale.

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  • RECENSIONE IL BUCO – DISCESA NEL CUORE DELLA TERRA

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    Torna dopo undici anni lontano dal grande schermo Michelangelo Frammartino, regista milanese di origini calabresi autore di Le quattro volte. Un ritorno degno di essere presentato nel concorso principale della 78a Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia e capace di portare a casa il Premio Speciale della Giuria, conquistando il gruppo di giurati capitanati da Bong John-Ho.

    Di tutto si può dire della nuova opera di Frammartino, tranne che non sia un prodotto indubbiamente originale e coraggioso. Nell’agosto del 1961, i giovani membri del Gruppo Speleologico Piemontese, già esploratori di tutte le cavità del Nord Italia, cambiano rotta e puntano al Sud, nel desiderio di esplorare altre grotte sconosciute all’uomo, immergendosi nel sottosuolo di un Meridione che tutti stanno abbandonando. Qui, nel Pollino, in Calabria, questi giovanissimi speleologi, calandosi nel buio della terra, scopriranno una delle grotte più profonde del mondo, l’Abisso di Bifurto. Il buco narra la storia della loro straordinaria impresa.

    Frammartino, coadiuvato dal talento di Renato Berta alla fotografia, Giliano Carli al montaggio e Simone Paolo Oliveri al sonoro (tutti doverosamente da citare), crea un cinema esperienziale e contemplativo di rara bellezza caratterizzato da un lento incedere, ammaliandoci immediatamente con inquadrature paradisiache di tramonti ispirati alle opere del pittore Turner e catturando i suoni della natura del Pollino e dei suoi abitanti, mostrati con un piglio documentaristico e una sensibilità che ricorda Robert Bresson. Il lavoro sul sonoro effettuato da Oliveri è particolarmente emblematico, capace di catapultarci nei luoghi mostrati catturandone i rumori, ma trascurando le parole degli uomini, che non hanno significato e si perdono nell’ambiente circostante, creando una colonna sonora direttamente con la natura e privando il film di ogni altra musica. Frammartino mostra l’impresa degli speleologi con campi lunghi e lenti movimenti di macchina che esaltano la discesa verso il basso, sfruttando una grande profondità di campo. Tuttavia la vera forza della pellicola sta nel non essere pura estetica o solo mero esercizio di stile.

    Il regista costruisce infatti un discorso aperto a più interpretazioni e riconducibile volendo all’eterno confronto tra uomo e natura, attraverso la figura emblematica del pastore. Egli è il primo personaggio presentato durante il film, un uomo che parla solo il linguaggio degli animali, un custode che osserva ogni giorno l’accesso all’Abisso di Bifurto, portale di accesso alla Terra e rappresentazione della purezza della sua natura interiore. Dal suo punto di osservazione uomini e mucche si confondono alla vista e all’udito, in un crogiolo di sensazioni indefinito.

    Questo finché non inizia la discesa. Gli speleologi, rappresentazione involontaria del Nord industrializzato, sottolineato dalla trasmissione televisiva che riporta la costruzione avveniristica del grattacielo Pirelli di Milano a cui assiste un paesino del Pollino a inizio pellicola, entrano nell’Abisso, portale di accesso alla Terra più pura, comportando un malessere fisico nel pastore. Questa relazione a distanza, realizzata splendidamente dal montaggio parallelo di Giliano Carli, si evolve e porta a un finale quasi trascendente per il pastore, che si unisce definitivamente a ciò che custodisce, a dimostrazione di come il luogo più puro sulla Terra, nonostante le apparenze, non possa essere davvero violato dall’uomo. Concetti non nuovi, ma messi in scena con un’eleganza e un soggetto talmente particolare da non poter lasciare indifferenti.

    Grazie al lavoro di tutti i membri della crew di questa pellicola, di cui possiamo solo immaginare le numerose difficoltà realizzative a causa dei luoghi inospitali in cui è stata girata (i fonici si sono a tutti gli effetti improvvisati speleologi), Frammartino crea un film unico, a suo modo innovativo, scarno nella narrazione, ma potente nelle immagini e nella messa in scena. Da vedere necessariamente al cinema.

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  • RECENSIONE QUI RIDO IO – L’ARTISTA, L’UOMO, LA MASCHERA

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    Mario Martone ama analizzare la sua Napoli attraverso la lente della Storia e, in particolare, attraverso il prisma di personaggi storici: Giacomo Leopardi in Il giovane favoloso, gli eroi risorgimentali di Noi credevamo e gli intellettuali di Capri-Revolution. Qui Rido Io, presentato allo scorso Festival di Venezia, è il ritratto di Edoardo Scarpetta, attore, commediografo, figura fondamentale per il teatro in dialetto napoletano.

    Nei primi anni del ‘900, Scarpetta (Toni Servillo) è all’apice della sua fama: la sua commedia Miseria e nobiltà è un successo, e il personaggio di Felice Sciosciammocca ha scalzato Pulcinella dal pantheon dei personaggi della commedia italiana. Tanto estroverso sul palco quanto metodico e severo nella vita privata, Edoardo Scarpetta semina figli legittimi e illegittimi che vorrebbe inserire nel mondo dello spettacolo. La sua vita, meticolosamente programmata, subisce un contraccolpo quando mette in scena una parodia intitolata Il figlio di Jorio: l’autore dell’opera originale, Gabriele d’Annunzio (Paolo Pierobon), decide di intentargli una causa che durerà tre anni e che rischia di minare reputazione e carriera dell’attore. Nel frattempo, Scarpetta dovrà fare i conti con avversari esterni e interni alla sua stessa famiglia, con le conseguenze della sua vita sessuale e con la sua stessa vanità d’artista.

    Qui Rido Io è, in fondo, il biopic di un aristocratico, di un uomo che fa scolpire il motto “Qui rido io” sulla parete della sua magione, Villa La Santarella, per rivendicare un vacuo potere di padre-padrone su quelli che abitano sotto il suo tetto. Ma un aristocratico che vede vacillare un potere che ha sempre dato per scontato: colui che ha soppiantato Pulcinella è destinato a venire soppiantato a sua volta, e a farlo sarà non il vanaglorioso d’Annunzio né i giovani intellettuali di cui cerca in fondo l’appoggio, ma la sua stessa stirpe, i fratelli De Filippo: Eduardo, Titina e Peppino (interpretati dai giovanissimi Alessandro Manna, Marzia Onorato e Salvatore Battista), tre dei numerosi figli illegittimi di Edoardo Scarpetta. In particolare è Eduardo, destinato a diventare uno dei più importanti drammaturghi italiani del Novecento, qui ancora un bambino che, prima dietro le quinte e poi alla luce del palcoscenico, esce dall’ombra del padre per prendersi il suo posto nella Storia.

    Scarpetta vive la differenza tra chi è sul palco e chi è fuori come un Charlie Chaplin ante litteram: un uomo che vive una continua contraddizione tra l’artista amato dal pubblico ma sulla via del tramonto, l’uomo vanitoso che fa i conti con la propria mortalità e la maschera buffa che indossa a teatro.

    Questo ruolo non poteva trovare interprete migliore di Toni Servillo, che si riconferma per l’ennesima volta l’attore italiano più versatile in circolazione. Buffoneria, pomposità, severità, amarezza, occasionale generosità: Toni Servillo salta da un registro all’altro con naturalezza mostruosa, e senza mai schiacciare il personaggio ma mettendosi anzi al suo servizio.

    Questo re della risata si muove nella Napoli fervente della vita culturale e artistica dell’età giolittiana, resa visivamente in modo efficace, merito anche di una ricostruzione storica (scenografie di Giancarlo Muselli e Carlo Rescigno, costumi di Ursula Patzak) forse fin troppo essenziale ma sempre elegante. La Napoli di Qui Rido Io è un palcoscenico, lo sfondo di un dramma in cui la musica la fa da padrona. La sceneggiatura – scritta con Ippolita di Majo – e la regia di Mario Martone sono sempre rigorose, quasi antropologiche. Con tutti i difetti che ne derivano: il suo è un cinema che si prende il suo tempo e osserva con distacco le vicende che racconta, e per questo può a volte stancare e rendere difficile la partecipazione emotiva ai drammi interiori dei suoi personaggi.

    Ma i difetti nella narrazione si sorvolano facilmente di fronte all’eleganza della messa in scena, e l’attenzione di Martone per i dettagli e il carisma del suo protagonista bastano da soli a mantenere intatto il fascino di un dramma storico con incursioni nella commedia.

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  • RECENSIONE MONDOCANE

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    Mondocane è un film prodotto nel 2020 da Groenlandia (Matteo Rovere) e Minerva Picture, uscito in sala il 3 settembre del 2021 dopo numerose  posticipazioni a causa della pandemia da covid-19. 

    Il film presenta tra i suoi attori principali Alessandro Borghi, che interpreta  Testacalda, antagonista del film e star dello stesso, volto maggiormente  noto al pubblico per le sue interpretazioni precedenti (Il primo ReSuburra, Non essere cattivo e molti altri), che sorprendentemente,  nonostante sia importante, non è il vero fulcro di questo film, come ci si sarebbe aspettato.  

    E’ sicuramente un personaggio trascurato in un primo momento, la sua  apparizione è attesa da tutti e preparata accrescendo la curiosità del  pubblico, che però in un primo momento potrebbe rimanere deluso; tra i  difetti del film dunque si potrebbe sottolineare questo primo ritratto del  personaggio, un po’ “macchietta“, a tratti interessante, a tratti ambiguo. Nella seconda parte del film c’è decisamente un miglioramento, il  personaggio diventa più centrale e utile ai risvolti narrativi, viene  approfondito il suo passato così da permetterci di avere un quadro più  completo e a renderlo un villain sensato. 

    Il film presenta molti “buchi” se così possiamo intenderli, ma questi  possono anche essere interpretati come una scelta dell’autore , Alessandro  Celli, all’esordio. Una scelta che, dunque, lascerebbe aperte e incerte molte  cose, com’è tipico delle ambientazioni distopiche e quindi non del tutto  contestabile. 

    Il vero protagonista del film è l’ambientazione, il quadro sociale che se ne  trae è quello di un mondo molto probabilmente futuro e lontano dal nostro,  molto grigio, cupo e distopico. Le istituzioni sembrano aver preso il  controllo di alcune aree a causa di una violenza incontrollata, come se  fosse seguita ad una guerra civile. 

    C’è chi ha accettato ciò, soprattutto le persone più benestanti e chi no, chi  vive ancora nella Taranto “vecchia”. Questa separazione della città  pugliese in due, che ricorda molto le due Berlino, est e ovest, evidenzia un  punto di rottura nella società, una separazione economico-sociale.

    Nella Taranto vecchia si aggirano le “formiche”, questo gruppo di ribelli  che compiono atti vandalici, furti, omicidi, spaccio di droghe e vivono  nella trasgressione. Testacalda (Borghi) è a capo del gruppo e chiunque  non sia nato in ottime condizioni sociali ambisce ad entrare a far parte  delle formiche come Pisciasotto (Giuliano Soprano) e Mondocane  (Dennis Protopapa), due reietti della società salvati da un pescatore che  cercano un riscatto. 

    Mondocane è un film che parla di amicizia, lealtà, fiducia e tradimento, ma  porta una riflessione più profonda rispetto all’abbandono. Sorprendenti le interpretazioni dei due giovani protagonisti, che si  destreggiano bene nel dialetto pugliese senza apparire caricaturali o  grotteschi. 

    In ultima istanza, merita di essere accennato l’aspetto tecnico del film. La regia non è sorprendente, nella sua semplicità però è efficace, il punto  di forza è sicuramente la fotografia di Giuseppe Maio, tendente al color  seppia, ricorda molte le atmosfere di Mad Max, funzionale al contesto  rappresentano, aiutata anche dalle location più idonee per questo film, è il  fiore all’occhiello della produzione.  

    Altra nota positiva sono sicuramente le musiche composte da Federico  Bisozzi, Davide Tomat, con un ottimo sound elettronico, non sono per  niente fuori luogo rispetto alle atmosfere del film, anzi in alcune sequenze  del film sono fonte di adrenalina. 

    Nonostante i notevoli difetti, Mondocane è un film audace, intrattiene il  pubblico, fa emergere molte domande e riflessioni, ma soprattutto è un  buon esordio italiano, l’autore, così come noi spettatori, può auspicare ad un miglioramento. 

    Come opera prima, Alessandro Celli potrebbe dirsi più che soddisfatto,  considerato che oltre ad essersi occupato della regia, ha scritto soggetto e  sceneggiatura, quest’ultimi altrettanto complicati e rischiosi. Purtroppo il film esce nel periodo “sbagliato” ovvero il ritorno in sala nella stagione autunnale, ma con una concorrenza spietata che rischia di  renderlo invisibile e di non riuscire a fargli ottenere un buon incasso al  botteghino. 

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  • PILLOLE DA VENEZIA 78 – AMERICA LATINA

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    Quella che leggerete non è una vera e propria recensione, quanto piuttosto un commento a caldo sul film visto al Lido dal nostro vicedirettore Jacopo Barbero.

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    Giunti al loro terzo film, con “America Latina” i gemelli Fabio e Damiano D’Innocenzo si immergono ancora una volta nella provincia laziale per raccontare la storia del dentista Massimo (Elio Germano) che, alle prese con un’agghiacciante scoperta, vede la propria quotidianità sconvolta. Quello che ormai possiamo constatare con sicurezza è che i fratelli D’Innocenzo sono due veri autori nel panorama del cinema italiano: hanno una propria visione del mondo, un proprio stile, i propri temi. “America Latina”, infatti, è la conferma di tutto ciò, pur trattandosi del film più debole della loro filmografia. I due registi raccontano la crisi del maschio nella desolata realtà provinciale ma, dopo un inizio affascinante e visivamente ammaliante, scarnificano la narrazione a tal punto che il film resta del tutto arenato alle sue premesse. Non ci troviamo di fronte a una potente narrazione sospesa alla Antonioni, bensì a un’opera incompiuta nella sua esibita (e forzata) autorialità. È come se i D’Innocenzo celassero la semplicità (il film è tutto giocato su una singola metafora svelata a 5′ dall’inizio) del loro discorso dietro una confezione ostentatamente impegnativa e faticosa (il film dura 90′, ma la durata percepita è almeno il doppio, tra interminabili silenzi che fan tanto “cinema d’autore”). Tra Lanthimos e Haneke – senza la dirompenza e del primo e lo sguardo spietato ed entomologico del secondo -, i D’Innocenzo rischiano la maniera già al terzo film.

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  • PILLOLE DA VENEZIA 78 – THE LAST DUEL

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    "The Last Duel", ventiseiesimo film di Ridley Scott (che a Venezia 78 ha ritirato il Premio Cartier Glory to The Filmmaker), adatta un libro di Eric Jager e racconta la storia vera (seppur ampiamente romanzata) dell'ultimo duello legalmente autorizzato nella storia francese, tenutosi nel 1386. In quell'occasione, Sir Jean de Carrouges (Matt Damon) si batté con lo scudiero ed ex amico Jacques Le Gris (Adam Driver) per vendicare la violenza sessuale commessa da quest'ultimo nei confronti della propria moglie Marguerite de Carrouges (Jodie Comer). Scott e i suoi sceneggiatori (lo stesso Damon, Ben Affleck e Nicole Holofcener) adottano una struttura tripartita alla "Rashomon" per meglio rendere le psicologie e i punti di vista dei tre personaggi principali e realizzano uno dei più fulgidi esempi di cinema post-MeToo: un film a tesi, sì, ma mai retorico o forzato nel raccontare una vicenda in cui i riferimenti all'attualità si sprecano. Grazie anche a un cast in grandissima forma (Jodie Comer, in particolare, è eccezionale), Scott mette in scena due archetipi antitetici di machismo e li fa scontrare in un duello che ruota attorno a una donna, ma che è solo un'ulteriore autoesaltazione virile, in una società in cui le donne sono solo oggetti di contesa (economica, d'onore). La messinscena – come sempre accade nel cinema di Scott – è a dir poco magnificente (squadra che vince non si cambia: Dariusz Wolski alla fotografia, Arthur Max alla scenografia, Janty Yates ai costumi), in un film invernale, freddissimo nei toni e nei colori, volutamente antiepico (com'era uno dei film più belli e sottovalutati dello Scott post-2000: "Le crociate – Kingdom of Heaven"). Ma a lasciare davvero a bocca aperta è la lunga sequenza del duello: una scena di brutalità sconvolgente, in cui Scott – grande narratore d'azione – racconta la fatica dei corpi schiacciati dalle armature, il peso delle spade, il dolore delle ferite. È un momento di grandissimo cinema, che finisce istantaneamente nel pantheon delle migliori sequenze d'azione viste negli ultimi anni.

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  • PILLOLE DA VENEZIA 78 – FREAKS OUT

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    “Freaks Out” era forse il film più atteso di Venezia 78: produzione enorme (circa 13 milioni di euro), post-produzione eterna (2 anni) e soprattutto la curiosità per l’opera seconda di quel Gabriele Mainetti che aveva stupito tutti nel lontano 2015 con “Lo chiamavano Jeeg Robot”. Il film mantiene la promessa di essere un UFO assoluto nel contesto del cinema italiano: un’avventura picaresca ricca di effetti speciali e sonori di altissimo livello, che sta a metà tra le suggestioni circensi felliniane e la grandeur di Sergio Leone. Scritto da Mainetti con Nicola Guaglianone, ha la sua forza in un impianto visivo di indiscutibile potenza visionaria (che si accompagna alla grande competenza tecnica), messo al servizio di una sceneggiatura semplice ma efficace. Chi si aspetta il capolavoro rimarrà forse deluso, ma “Freaks Out” è soprattutto una promessa per il futuro, il manifesto di un cinema italiano capace di tornare a sognare in grande. Ottimo il cast di interpreti e in particolare la rivelazione Aurora Giovinazzo (che interpreta Matilde, vera protagonista del film).

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