Tag: cineteca di bologna

  • Cartoline ritrovate – Giorno 1

    La Falena d’Argento, Prigionieri dell'Oceano, I Favolosi Cartoni dei Fleischer Restaurati e Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo al primo giorno del Cinema Ritrovato
    Primo giorno di film in 16mm, perle Ritrovate in giro per il mondo, film concerto, ospiti da tutto il mondo, caldo asfissiante e posti a sedere in Piazza Maggiore due ore prima dell'inizio della proiezione. Bentornati al Cinema Ritrovato

    La Falena d’Argento (Christopher Strong), di Dorothy Arzner (USA, 1933) – Katharine Hepburn: Femminista, Acrobata e Amante

    Il film con cui inizia il nostro viaggio di quest'anno inaugura la rassegna dedicata alla più grande attrice di tutti i tempi. Il personaggio che dà titolo al film però è interpretato da Colin Clive, che nello stesso anno diventa Dr. Frankenstein per la Universal. I titoli alternativi per il mercato internazionale, The Great Desire e soprattutto The White Moth rendono giustizia al meraviglioso personaggio interpretato dalla Hepburn: Lady Cynthia Darrington, intrepida pilota d'aerei ispirata ad Amelia Earhart.
    Lui è un uomo sposato fedelissimo a sua moglie, lei un'amica di sua figlia più interessata a volare che agli uomini. Ovviamente tra di loro scoppierà una burrascosa storia d'amore in un contesto, la Hollywood precedente al Codice Hays, in cui le figlie possono parlare ai genitori dei propri amanti clandestini, i baci e le allusioni sessuali non si nascondono e aleggia perfino l'ombra di possibilità di abortire. Il tutto diretto da una regista dichiaratamente lesbica. Certo, c'è del melodramma colpevolizzante invecchiato maluccio, ma il fascino di questi sguardi e di queste parole è eterno.

    Prigionieri dell’Oceano (Lifeboat), di Alfred Hitchcock (USA, 1944) – Ritrovati e Restaurati 

    In mezzo all'Oceano Atlantico nel pieno della Seconda Guerra Mondiale, su una scialuppa di salvataggio si radunano i resti, umani e materiali, di una nave americana affondata dai tedeschi: uomini e donne di diversa provenienza, etnia ed estrazione sociale. Tutti americani, tranne uno, un tedesco che magari ha fatto partire di persona il siluro diretto alla nave.
    Un Hitchcock poco conosciuto, tratto da Steinbeck, in cui la suspense emerge nelle maniere forse meno prevedibili. I nostri compagni sono finiti in mare per disgrazia, per scelta o per dolo? Di chi ci si può fidare davvero? L'umanità può sopravvivere nei momenti in cui è messa a dura prova? La sopraffazione può davvero giovare a qualcuno? Le risposte, nel 1944, sono decisamente ciniche. 

    I Favolosi Cartoni dei Fleischer Restaurati, di Max e Dave Fleischer (USA, 1922-1942) – Ritrovati e Restaurati 

    Arriviamo ad uno degli appuntamenti più attesi, almeno da noi: la presentazione del restauro promosso da Jane Fleischer Reid di 8 tra i più importanti corti creati da Max e Dave Fleischer. I due gemelli terribili dell'animazione anni ‘30, creatori di Betty Boop, Bimbo e Koko the Clown e realizzatori delle serie di Popeye e Superman, con più di 700 titoli all'attivo sono stati tra i più influenti di sempre sia sul piano tecnico, con più di 30 brevetti, che sul piano stilistico e iconografico (basti chiedere a Ghostemane o ai creatori di Cuphead).
    Se in Jumping Beans, primo titolo della serie Out of the Inkwell vediamo uno degli espedienti più imitati della storia dell'animazione (il disegnatore che crea il personaggio, Koko the Clown per poi interagire con lui), in Koko's Earth Control troviamo una narrazione veramente ambiziosa per l'epoca. Se in Small Fry abbiamo una versione più cattiva e feroce delle Silly Symphonies Disney, in Snow White vediamo addirittura anticipare il film di Walt. Troviamo poi titoli sempre più folli, macabri e dissacranti con S.O.S., Bimbo's Initiation e soprattutto Swing You Sinners. E infine abbiamo il vero e proprio kolossal con il primo episodio di Superman ovvero The Bulleteers. Non vediamo l'ora di averne sempre di più. 

    Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo (Close Encounters of the Third Kind), di Steven Spielberg (USA, 1977) – Director’s Cut

    Il grande appuntamento di Piazza Maggiore ci porta il restauro del terzo film di Spielberg, sicuramente uno dei più personali e sentiti, in cui troviamo tutti gli ingredienti del suo cinema, nel restauro 4K della Director's Cut partendo da negativi e positivi di pellicola. L'ignoto non sembra mai una vera minaccia, e lo testimonia l'immensa fiducia quasi ingenua che il piccolo Barry esprime urlando “giocattoli” quando vede l'astronave. E ancora una volta, a distanza di quasi 50 anni, quel finale incanta una piazza intera.

    Nicolò Cretaro,
    Redattore.
  • Il ritorno al cinema di Fantozzi, fenomenologia dell’uomo comune

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    Fantozzi compie cinquant’anni e torna al cinema il 27 marzo con una versione restaurata dalla Cineteca di Bologna in collaborazione RTI e Mediaset Infinity. La pellicola del 1975, diretta da Luciano Salce, invecchia benissimo e si fa espressione anche della modernità, che ha solo apparentemente mutato i connotati.

    Il film è tratto dai best seller Fantozzi e Il secondo tragico libro di Fantozzi, scritti da Paolo Villaggio e ispirati alle vicende lavorative vissute dall’autore presso l’Italimpianti di Genova.

    La maschera dell’impiegato servile e bistrattato è ormai parte dell’immaginario collettivo italiano. Siamo di fronte a un inetto, incapace di realizzare il suo sogno piccolo borghese (di cui ci parleranno poco dopo Cerami e Monicelli), costretto a svolgere le mansioni altrui, schiacciato da uno spietato sistema di potere. Lo sfortunato ragioniere è un essere invisibile, dimenticato per diciotto giorni nei vecchi bagni della Megaditta, che cerca invano di sgomitare e avverte un complesso di inferiorità rispetto ai modelli autoritari davanti ai quali si prostra ogni mattina.

    La metafora sportiva ricorre in tutto l’arco narrativo, il concetto di sconfitta è l’elemento caratterizzante della storia. L’ufficio si trasforma così in una pista di atletica, in cui l’obiettivo è arrivare in orario per timbrare il cartellino e scappare al suono della campanella di fine turno.

    Il racconto è diviso in episodi che man mano dipingono un quadro ironico e brutale della società del tempo, la satira e l’umorismo convivono con aspetti drammatici. Basti pensare al momento in cui i dirigenti dell’azienda deridono Mariangela (Plinio Fernando): la comicità fa un passo indietro e lo spettatore riesce a sentire l’umiliazione subita dalla bambina e dal protagonista.

    La sceneggiatura (curata da Villaggio, Salce, Leonardo Benvenuti e Piero De Bernardi) risulta semplice solo all’apparenza, ma è in realtà costellata di battute taglienti e ragionate.

    In superficie ridiamo delle peripezie del personaggio e troviamo buffi gli improbabili accadimenti che gli capitano, su un piano più profondo sentiamo una morsa di tristezza, una spinta emotiva che ci coinvolge.

    Fantozzi ci fa tenerezza perché ci rappresenta. È lo specchio dentro il quale non vogliamo rifletterci, è il calderone di archetipi a noi noti, che vengono messi in scena con ferocia esplicita e immediata.

    Il malcapitato contabile ci assolve dalla nostra incompetenza, dissacra le nostre mostruosità attraverso il surrealismo. Sogghigniamo quando deve affrontare le avversità perché sappiamo che non subirà dei reali danni e nella sequenza successiva tutto sarà azzerato, come nei cartoni animati con trame verticali.

    Rivivendo le avventure dello sciagurato Ugo, mi sono tornate in mente le parole di Umberto Eco nel saggio Fenomenologia di Mike Bongiorno (1961). Lo scrittore definiva il noto conduttore televisivo come “un esempio vivente e trionfante, del valore della mediocrità”, “un ideale che nessuno deve sforzarsi di raggiungere perché chiunque si trova già al suo livello”. Questa descrizione potrebbe combaciare perfettamente, proprio perché diventa facile riconoscersi nell’incarnazione dell’uomo comune, della persona più prossima, dinanzi alla quale nessuno si sente inferiore. L’analisi semiotica di Eco aveva tutt’altri propositi, ma alcune considerazioni si possono associare facilmente all’universo fantozziano.

    Il nostro pavido dipendente, però, prova più volte a esercitare un moto di ribellione, anche se la disfatta è sempre dietro l’angolo. Si confronta addirittura con il Megadirettore Galattico (Paolo Paoloni), che gli conferma di essere un minuscolo ingranaggio di un meccanismo gigantesco. Fantozzi non si arrende alla sua sventurata esistenza, ritenta nonostante le criticità, cerca di farsi spazio anche se ogni strada che percorre si rivela sfavorevole.

    È un illuso, un ingenuo romantico, che si emoziona all’idea di riuscire e che ha il coraggio di dire “non l’ho mai fatto, ma l’ho sempre sognato”.

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    Maria Cagnazzo,
    Redattrice.
  • Cinema Ritrovato 2024 – Anticipazioni e cosa aspettarsi

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    Lunedì 13 maggio a Bologna Gian Luca Farinelli, Cecilia Cenciarelli e Roy Menarini hanno presentato al grande pubblico parte del programma de Il Cinema Ritrovato, festival alla sua 38esima edizione organizzato dalla Cineteca di Bologna nel capoluogo dell’Emilia-Romagna. Trattasi di un festival dedicato alla settima arte, che si svolgerà quest’anno tra il 22 e il 30 giugno, coinvolgente diverse sale cinematografiche della città ed un’enorme varietà in termini di pellicole mostrate.

    Cineconcerti

    Come ogni anno, alcuni eventi da tenere d’occhio sono certamente i concerti con orchestra dal vivo

    In quest’edizione, un appuntamento interessante avrà luogo prima dell’inizio del Festival stesso, il 20 giugno in Piazza Maggiore. Un nuovo accompagnamento musicale del maestro Daniele Furlati, eseguito dall’orchestra del Teatro Comunale di Modena, accompagnerà My Cousin, unico film muto arrivatoci con protagonista il tenore Enrico Caruso.

    Appuntamento al 24 giugno, invece, per My Grandmother (1929, Kote Mikaberidze), con accompagnamento del trio finlandese Cleaning Women (presenti alla scorsa edizione come musicisti di Dans la nuit https://framescinemawebzine.com/cinema-ritrovato-dans-la-nuit/-).

    La proiezione di The Wind (1928, Victor Sjöström) diventerà occasione per omaggiare il maestro Carl Davis, deceduto lo scorso agosto. L’Orchestra del Teatro Comunale eseguirà la sua partitura, sotto la direzione di Timothy Brock.

    Immagine tratta da “Il vento” di Victor Sjöström

    Sempre Timothy Brock dirigerà l’Orchestra del Comunale il 7 luglio, per un appuntamento assolutamente immancabile per ogni cinefilo: il capolavoro di Fellini Amarcord.

    Spostandoci dalla cornice di Piazza Maggiore, segnaliamo la presenza di tre cineconcerti eseguiti all’interno del Cinema Modernissimo. In particolar modo, il 24 giugno verrà musicata dal vivo la trilogia di cortometraggi Silent Trilogy di Juho Kuosmanen, il quale sarà presente in sala. Il 28 è la volta di un altro film di Sjöström, He Who Gets Slapped (1924).

    Infine, tornano anche quest’anno le suggestive proiezioni in Piazzetta Pasolini con il proiettore con lanterna a carbone, anch’esse accompagnate da musicisti.

    Registi ed attori

    Il Cinema Ritrovato dedica al solito diverse sezioni alla scoperta o riscoperta di figure interessanti della settima arte.

    Quest’anno, una sezione è dedicata ad uno dei padri della commedia all’italiana, ovvero Pietro Germi.

    Immagine tratta da “Divorzio all’italiana” di Pietro Germi

    Altro regista su cui il Festival punterà i riflettori, meno conosciuto, è Gustav Molander, regista svedese che ebbe il grande merito di far “sfondare” diverse attrici, tra cui Ingrid Bergman.

    Anatole Litvak è anch’egli un cineasta sicuramente meno conosciuto, ma dalla vicenda personale estremamente interessante: nato in Russia, operò in Germania da cui fu costretto a fuggire durante il regime hitleriano in quanto ebreo; riparato in Francia, fu cacciato e tacciato di corruzione; tornato in Russia, fu considerato “traditore”. Durante il Festival, avremo modo di vedere ben 14 dei suoi film.

    Più conosciuto, anche se ugualmente vessato, è Sergej Paradžanov (Il colore del melograno, 1969). Durante il Ritrovato, al regista sarà dedicata una sezione che si concentrerà sulla prima fase della sua carriera, con 7 film prodotti tra 1954 e 1966, tra cui quello che è il suo secondo lungometraggio per importanza, Le ombre degli avi dimenticati. Tre di questi film sono particolarmente rari, in quanto scansionati da negativi originali provenienti addirittura da Kiev.

    Negli ultimi anni, al Cinema Ritrovato non è mai mancata una sezione dedicata ai registi giapponesi, e in particolare a registi giapponesi “minori”. Dopo l’omaggio a Teinosuke Kinugasa dell’anno scorso, quest’anno avremo modo di familiarizzare con Kozaburo Yoshimura, autore contemporaneo a Kurosawa che girò diversi film di denuncia del Giappone post bellico.

    Immagine tratta da “Marocco” di Josef von Sternberg

    Spostandoci davanti alla macchina da presa, una piccola selezione sarà dedicata alla presenza sul grande schermo del leggendario musicista Duke Ellington e della sua orchestra.

    Abbiamo due ultime sezioni interamente al femminile, dedicate ad un’attrice tedesca e ad una francese. Da una parte, la diva Marlene Dietrich, la cui carriera il Ritrovato omaggerà con 9 film, due due quali muti, e alcuni suoi home movies; dall’altra, Delphine Seyrig, che tra le altre cose prestò il volto alla protagonista del recentemente proclamato “miglior film” secondo la rivista Sight and Sound, Jeanne Dielman, 23, quai du Commerce, 1080 Bruxelles di Chantal Akerman.

    Viaggio nello spazio…

    La sezione Cinemalibero, “contenitore” di film provenienti da paesi non occidentali, resta un punto di riferimento per chi desidera spaziare e trovare pellicola praticamente introvabili. 

    Quest’anno, la sezione raccoglie undici film. Due elementi sono degni di nota. Da una parte, abbiamo tre registe donne, pioniere della settima arte: Assia Djebar, algerina ed autrice di un solo film, La Nouba des femmes du Mont Chenoua; Marva Nabili, iraniana fuggita negli Stati Uniti; Sarah Maldoror, di cui verranno presentati dei film dedicati alle celebrazioni di Carnevale.

    Immagine tratta da “La Nouba des femmes du Mont Chenoua” di Assia Djebar

    Altro elemento interessante della selezione di quest’anno è l’addentrarsi in situazioni che fanno riferimento a situazioni di regime. Bona, di Lino Brocka, per ammissione dello stesso regista vuole rappresentare, attraverso la messa in scena di un sistema patriarcale estremo, il regime di Marcos nelle Filippine. Il rarissimo Nujum Al-Nahar di Ossama Mohammed sarà presentato col regista in sala, regista iraniano che è in esilio dal 2001. Camp de Thiaroye di Sambène Ousmane e Thierno Faty Sow è stato censurato in Senegal per la spinosa vicenda raccontata: la fucilazione da parte dei francesi di soldati senegalesi.

    Dark Heimat” è il nome di una sezione dedicata a film tedeschi degli anni Quaranta, realizzati in località alpine, caratterizzati da storie noir e ormai caduti nel dimenticatoio.

    … e nel tempo

    Come ogni anno, il Cinema Ritrovato porta gli appassionati indietro nel tempo, specificatamente cento e centoventi anni nel passato.

    La grande sorpresa fornita alla sezione 1904 è il ritrovamento di alcuni film realizzati da dei gesuiti in Turchia, Egitto e Palestina.

    Per quanto riguarda il 1924, avremo un interessante miscuglio di classiche conosciuti (L’ultima risata di Murnau, Quo vadis? di Gabriellino D’Annunzio e Georg Jacoby) con chicche meno immediatamente riconoscibili come il primo adattamento de I ragazzi della via Pal e il cecoslovacco Bílý ráj. Non manca poi uno spazio dedicato alla storia: verranno mostrati dei cinegiornali e, cosa più interessante, i filmati della commemorazione successiva al delitto Matteotti.

    Immagine tratta da “Quo vadis?” di Gabriellino D’Annunzio e Georg Jacoby

    Le ultime sezioni

    Anche quest’anno appuntamento con la sezione “Documenti e documentari”, con alcuni titoli alquanto interessanti. 

    Celluloid Underground racconta la nascita dell’amore per il cinema del regista, iraniano, nella sua patria negli anni 80\90. Made in England, The Films of Powell and Pressburger utilizza la voce narrante di Martin Scorsese per tracciare, film dopo film, il percorso dei due registi inglesi. L’image originelle è un formato francese di appena 30 minuti, dedicato ognuno a un diverso regista a cui vengono fatte domande a bruciapelo. Durante il Cinema Ritrovato avremo modo di vedere intervistati in questa maniera David Lynch e Marco Bellocchio.

    Immagine tratta da “Pink Floyd: Live at Pompeii”

    Per quanto riguarda i restauri, avremo i primi 3 documentari di Stanley Kubrick, il filmato del concerto dei Pink Floyd a Pompei, i documentari del regista cubano Nicolás Guillén Landrián, The Bus, che racconta il viaggio in bus da San Francisco a Washington per la Marcia per la libertà, e due documentari di Wim Wenders, che per altro sarà anche ospite nel corso del Festival.

    “I colori del cinema a passo ridotto” si dedica all’argomento dell’utilizzo del colore all’interno dei “formati ridotti”, a partire dagli anni 20 in poi.

    Il paradiso dei cinefili

    La sezione “Ritrovati e restaurati”, anche quest’anno, sarà fonte per tutti gli appassionati di un bel dilemma su cosa andare a vedere. 

    Appuntamento imprescindibile è certamente la proiezione del maestoso e mitico Napoleon di Abel Gance, finalmente restaurato, dopo 14 anni, nella sua versione completa di 7 ore. Al Ritrovato sarà proiettata la prima parte, di “sole” tre ore e tre quarti.

    Immagine tratta da “Napoleon” di Abel Gance

    Appuntamenti in Piazza Maggiore con una copia in 70 mm di Intrigo Nazionale di Hitchcock ed una, sempre in 70 mm, di Sentieri selvaggi di Ford, quest’ultimo presentato da Wenders. Il formato più grande permetterà di dare ancora più risalto alle immagini maestose del maestro della tensione e del “padre” del cinema western.

    Per chi ha voglia di cult più particolari, non temete: in occasione dei suoi 70 anni, il Cinema Ritrovato porta in sala il Godzilla originale. Parlando di cinema orientale, di certo meriterà una visione anche Tokyo Drifter (1966), un’esplosione di violenza incredibilmente avanti coi tempi.

    Sarebbero davvero troppi i film da citare in questa sezione, tantissimi super classici che i cinefili non vorranno perdersi in sala (Cantando sotto la pioggia, Il bandito della Casbah, I sette samurai, L’occhio che uccide, Mean Streets, La conversazione, Sugarland Express, Amadeus, Lo squalo…)

    Per chiudere in bellezza, noi citeremo quello che, pare, fornirà l’immagine “simbolo” del Festival di quest’anno: il musical spezza cuore di Jacques Demy Gli ombrelli di Cherbourg.

    Immagine tratta da “Gli ombrelli di Cherbourg” di Jacques Demy

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    Silvia Strambi,
    Redattrice.
  • Il Cinema Ritrovato 2023 – Alcune anticipazioni

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    È stata presentata, la sera del 15 maggio, parte del ricco programma del festival Il Cinema Ritrovato, organizzato dalla Cineteca di Bologna nel capoluogo dell’Emilia-Romagna. Trattasi di un festival cinematografico che si svolge tra fine giugno ed inizio luglio (in questo caso, le date vanno dal 24 giugno al 2 luglio) e che accoglie diverse sezioni, ricche di piccole chicche, provenienti da tempi e spazi diversi, o capolavori restaurati.

    La locandina

    La prima rivelazione è stata quella della locandina che fungerà da rappresentazione di tutto il Festival. Dopo il sensuale ballo di Stefania Sandrelli e Dominique Sanda ne Il conformista, la cui immagine era stata usata l’anno scorso, per l’edizione del 2023 si è scelto anche stavolta il fotogramma di un film italiano. Si tratta di Quién sabe? del maestro Damiano Damiani, un western politico con protagonisti Gian Maria Volontè, Lou Castel, Klaus Kinski e Martine Beswick. Possiamo presumere che sarà presente nella programmazione del festival, ma non conosciamo ancora con certezza la data di proiezione.

    Un’immagine da “Quien sabe?”, film da cui è tratta la locandina del festival

    Le proiezioni in piazza e gli ospiti

    Una delle particolarità del Festival del Cinema Ritrovato e uno degli eventi più attesi è certamente l’inizio delle proiezioni sul maestoso schermo in Piazza Maggiore. Queste cominciano poco prima dell’inizio del festival vero e proprio (per la precisione, quest’anno il 20 luglio) e proseguono anche successivamente, accompagnando i bolognesi per quasi tutta l’estate.

    Film d’apertura del Festival, quest’anno, sarà Io ti salverò (Spellbound) di Alfred Hitchcock, con Ingrid Bergman e Gregory Peck. Particolarità della pellicola sono la presenza di alcuni fotogrammi a colori nonostante l’uso predominante del bianco e nero, e una sequenza onirica che ha visto l’intervento diretto di Salvador Dalí.

    La sequenza onirica in “Io ti salverò”

    Altre date certe sono quelle dei concerti, con la presenza dell’Orchestra del Teatro Comunale ad accompagnare con la propria musica due capolavori del cinema muto. Quest’anno gli appuntamenti sono martedì 27 e venerdì 30 luglio. I due film che saranno musicati dal vivo sono stati entrambi restaurati dal MoMA di New York. Si tratta di Il ventaglio di Lady Windermere (1925, Ernst Lubitsch), con musica composta da Stephen Horn, e Stella Dallas (1925, Henry King), con musica di Timothy Brock.

    Brock si è occupato dell’accompagnamento musicale di un altro grande appuntamento da non perdere (probabilmente non mostrato in Piazza), ovvero La donna di Parigi, primo film drammatico di Charlie Chaplin che quest’anno compie il proprio centenario.

    Sempre in Piazza sarà mostrato Bellissima di Luchino Visconti, storia di una madre che tenta di portare la figlia bambina al successo. Questo film rientra in ben due sezioni del Festival: quella dedicata alla sceneggiatrice Suso Cecchi D’Amico e quella in onore dell’attrice Anna Magnani, a 50 anni dalla morte. In particolar modo, per questa proiezione saranno presenti i 3 figli di D’Amico.

    A chiudere il festival sarà un classico più recente: The dreamers (Bernardo Bertolucci), che compie “solo” vent’anni. A presentarlo, oltre al produttore Jeremy Thomas, ci sarà un super ospite per il quale non dubitiamo che la Piazza si riempirà: il regista Luca Guadagnino (Chiamami col tuo nome, Bones and all).

    I protagonisti di “The Dreamers”

    Possibilmente in Piazza sarà presentato anche Blow Out (1981, Brian De Palma), film con protagonista John Travolta sulla post produzione sonora dei film. Ad introdurlo sarà presente il compositore Pino Donaggio. Questi ha collaborato con De Palma per sette volte, oltre ad aver lavorato con altri grandi del cinema nazionale ed internazionale.

    Altro ospite di questa edizione sarà il regista Joe Dante (Gremlins), a Bologna per presentare il suo primo film: The Movie Orgy, un documentario di più di 5 ore che verrà mostrato nella sezione Pratello Pop, dedicato a restauri di film più di nicchia.

    Infine, sarà ospite fissa del Cinema Ritrovato Thelma Schoonmaker, montatrice da (3!) Oscar. Sarà presente per presenziare alle proiezioni dei film del defunto marito, Michael Powell, a cui è stata dedicata una piccola sezione. In particolar modo, in Piazza sarà proiettato Narciso nero (1947) con Deborah Kerr, la storia di una suora che si trova con alcune consorelle a gestire una missione in condizioni ambientali avverse che risvegliano fantasmi del passato.

    Una scena da “Narciso Nero”

    Il pratello pop

    Il Cinema Ritrovato conferma anche per il 2023 una novità introdotta l’anno passato, ovvero la proiezione a tarda notte, nel Cinema Europa, di alcuni classici restaurati ma non portati nelle altre sale per via del loro statuto di cult “minori”.

    Alcuni dei titoli che verranno proiettati in questa sezione, denominata “Pratello Pop”, includono il già citato The Movie Orgy, The World’s Greatest Sinner di e con l’attore Timothy Carey (Orizzonti di gloria) e il film animato Le maître du temps (1970, Jean-Daniel Pollet).

    Classici…

    Come sarà emerso anche da una sommaria scorsa ai titoli finora presentati, Il Cinema Ritrovato è il luogo ideale per recuperare, in alta definizione e in pellicola, grandi classici della storia del cinema.

    Alcuni film che possiamo aspettarci di vedere durante questa edizione, oltre a quelli già citati, comprendono La donna della retata di Ozu (di cui ricorrono i 120 anni dalla nascita), Il grido (1957, Michelangelo Antonioni) ed Asfalto che scotta (1960, Claude Sautet) oltre a classici dell’horror come La maschera del demonio (1960, Mario Bava).

    In onore del centenario della nascita del regista Vittorio De Seta, verrà riportato in sala il suo folgorante debutto nel lungometraggio: Banditi a Orgosolo (1961).

    Impossibile dimenticare poi la sezione dedicata a Rouben Mamoulian, regista armeno (naturalizzato statunitense) che ha operato sin dall’epoca del muto. Tra i suoi grandi film possiamo citare Il dottor Jekyll (1931), Il segno di Zorro (1940) e probabilmente il più famoso La regina Cristina (1933), con protagonista la coppia Greta Garbo-John Gilbert.

    Greta Garbo in “La regina Cristina”

    … E chicche da tutto il mondo

    Tuttavia, la cosa più interessante del Cinema Ritrovato è la possibilità di recuperare accanto ai grandi classici anche chicche altrimenti inaccessibili.

    Il festival offre, come ogni anno, un’amplissima gamma di cinema da tutto il mondo: dal Giappone, con la sezione interamente dedicata al regista Teinosuke Kinugasa (la cui opera più famosa è probabilmente La via dell’inferno, Oscar al miglior film straniero) alla Svizzera coi film della centenaria casa di produzione Paesens-Film, passando per l’Austria col lavoro della direttrice della fotografia Elfi Mikesh.

    La sezione Cinemalibero, che va avanti da diversi anni, esplora ulteriormente il continente africano, portando anche documenti storici quali 4 rari cinegiornali del Senegal. Tra i titoli da tenere d’occhio in questa sezione abbiamo Bushman del compositore David Schickele, storia di un nigeriano che si trasferisce a San Francisco, e Ceddo, in onore del centenario dalla nascita del suo regista, Ousmane Sembène.

    Una scena da “Ceddo”

    Parte del programma sarà dedicata poi al cinema siriano, con film quali The Dupes (Tewfik Saleh, regista egiziano che gira in Siria), e ad un omaggio al drammaturgo e regista iraniano Bahram Beyzai.

    Da non perdere sono poi tre rarità che difficilmente troverete altrove: una sezione dedicata al pioniere del cinema africano Albert Samama Chikly, con una filmografia di ben 120 unità tra film ed estratti, una al regista Michael Roemer, autore di tre film e alcuni documentari, compreso uno su un degradato quartiere di Palermo chiamato “Cortile Cascino”, e la proiezione di tre cassette ritrovate contenenti alcune delle lezioni di cinema di Godard.

    Un tuffo nel passato

    Non può mancare, dopo il viaggio nello spazio, anche quello nel tempo.

    Come negli anni passati, il festival dedica due sezioni in particolare al passato remoto dell’arte cinematografica. La prima va indietro di ben 120 anni, coprendo così, in questo caso, l’anno 1903. Avremo dunque modo di vedere sul grande schermo non solo i grandi classici di Meliés, ma anche opere dei suoi avversari presso la Pathé, oltre che il primo, grande successo degli Stati Uniti ed il primo western: La grande rapina al treno (Edwin S. Porter).

    Un bandito “spara” agli spettatori ne “La grande rapina al treno”

    La seconda sezione lancia uno sguardo, invece, a quei film di cui ricorre il centenario. Abbiamo dunque a che fare con le opere dei russi bianchi, con gli ultimi sprazzi dell’espressionismo tedesco e del diva film italiano, col passaggio al lungometraggio di Buster Keaton e l’affermarsi di Sergej Ejzenštejn. L’anno è anche significativo in quanto avvennero diversi eventi storici che furono filmati, come il terremoto del Kantō e la scoperta della tomba di Tutankhamon.

    Interessante poi la sezione dedicata ad una pagina interessante del nostro cinema, ovvero la presenza di diverse attrici russe nel periodo del muto. Nell’ambito di questa sezione sarà mostrato Thaïs, lungometraggio futurista con protagonista la ballerina Thaïs Galitzy.

    Una scena da “Thais”

    Infine, diretta prosecuzione dello scorso anno è la sezione dedicate alle commedie tedesche “dell’esilio”, ovvero quelle commedie sonore realizzate da registi che avevano operato negli anni precedenti alla salita al potere di Hitler che tentarono di portare, pur lontani dalla patria, la stessa leggerezza nelle opere del periodo.

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    Silvia Strambi,
    Redattrice.
  • SPECIALE CINEMA RITROVATO – THE BLUES BROTHERS

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    Siamo in missione per conto di Dio!

    Questa volta, nella notte del 3 luglio 2022, la missione è stata quella di chiudere la 36a edizione del Cinema Ritrovato. Un’edizione di (ri)scoperte, restauri, grandi classici, aperta il 25 giugno dall’inno alla pace de Il Grande Dittatore e che non poteva non concludersi con un inno alla musica, alla comicità esplosiva, un inno alla vita: The Blues Brothers – I fratelli Blues.

    E’ stato lo stesso regista John Landis, ospite d’onore del festival, a introdurre il film con la sua solita verve comica e dissacrante di fronte alle migliaia di persone che hanno affollato Piazza Maggiore, a cui ha riservato praticamente un sipario di stand up comedy di trenta minuti. Quando si dice che le vere opere autoriali rispecchiano la personalità dell’autore…

    Unico per i tempi comici, irripetibile per la chimica fra gli attori, irraggiungibile per il carisma recitativo che si tramuta in irriverente imperturbabilità attoriale, inimitato e inimitabile. Anzi, in realtà è stato lo stesso Landis a tentare una replica con il sequel del 1998, Blues Brothers – Il mito continua, dove si è provata la sostituzione del compianto John Belushi con l’ottimo John Goodman, pur non riuscendo neanche lontanamente ad avvicinarsi al successo e all’iconicità del primo capitolo.

    Cos’è che rende ancora oggi The Blues Brothers il capolavoro cult che (quasi) nessuno capì all’epoca? Non deve sorprendere infatti che alla sua uscita, nel 1980, il film fu quasi unanimemente affossato dalla critica oltreoceano: Los Angeles Times, Washington Post e Variety distrussero il film definendolo chi un “disastro”, chi un “imbecille stramberia” e chi un film “dall’humor elementare e dal divertimento momentaneo”. Era lo stesso anno in cui falliva il capolavoro I cancelli del cielo di Michael Cimino che, oltre al danno, ebbe anche la (enorme) beffa: se il film di Landis poteva almeno vantare degli incassi in positivo (147 milioni contando anche il mercato home video, su un budget di 27,5), Cimino (al netto dell’inflazione) si trovò davanti a una perdita 135 milioni di dollari, portando anche al fallimento della storica casa di produzione United Artists e alla stroncatura della sua carriera

    Con i suoi soliti toni fuori dagli schemi, pochi giorni prima della proiezione in Piazza Maggiore Landis ha raccontato al pubblico dell’Arena del Sole di Bologna un aneddoto sul flop dei Fratelli Blues: Belushi lesse la recensione del New York Times da parte di un’importante critica cinematografica del tempo che definiva il film una “saga presuntuosa”. Non esitò a chiamare subito Landis per chiedergli “John, per caso ti sei scopato quella tipa?”: il perfetto manuale su come affrontare con sarcasmo demenziale l’insuccesso di un lavoro tanto sentito. Il regista e gli attori erano davvero come li vediamo sul grande schermo. Certo, sempre con i loro difetti e le loro disavventure personali: è passata ormai alla storia la dipendenza da cocaina di Belushi che portò non pochi problemi sul set. Sempre all’Arena del Sole, Landis ha citato un episodio di totale incoscienza dell’attore, rimasto chiuso a chiave nella sua stanza d’appartamento. Fu lo stesso regista a sfondare la porta e a portarlo all’ospedale perché i soccorsi tardavano ad arrivare, ma la mattina seguente Belushi era già sul set. Tuttavia, come affermato da Landis sul palco di Piazza Maggiore “il John che vediamo nel film era un John al 50%… chissà cosa sarebbe riuscito a tirare fuori se fosse stato al 100% delle sue potenzialità”. Belushi morì appena due anni dopo, il 5 marzo 1982.

    Nonostante tutto, oltre ai suoi travagli produttivi (aggiungiamoci anche il budget iniziale sforato di 10 milioni di dollari per via dei continui ritardi delle riprese), non ricordiamo The Blues Brothers soltanto come uno dei classici casi di film incompresi – il cui ingiustificato flop di critica funge oggi da cassa di risonanza -, ma per il suo essere un esperimento mediale che assume i caratteri di un vero e proprio spettacolo musicale. Non sottovalutiamo la sua valenza politica e culturale, in un’America che non colse minimamente il monito di Landis sui prodromi del governo Reagan, aggiudicatosi la vittoria alle elezioni dell’anno seguente: la cornice-celebrazione della black music a suon di rhythm’n’blues (James Brown, Aretha Franklin, Ray Charles, Cab Calloway e John Lee Hooker), fa da contorno al tripudio di detonante comicità anticonformista (e slapstick, sulla scia di Buster Keaton) unita a un’azione spettacolare e irrefrenabile (nella sequenza d’assedio al Daley Center furono disposti 100 agenti della polizia e 200 uomini della Guardia Nazionale su 50 volanti, decine di cavalli, 3 carri armati, 3 elicotteri e 3 autopompe).

    Il capolavoro di John Landis è una bomba audiovisiva la cui onda d’urto si propaga ancora a distanza di 42 anni e che, quando avvertita, non può non farci alzare in piedi per ballare e cantare a squarciagola l’indimenticabile colonna sonora – nel 2004 dichiarata dalla BBC come la più bella della storia del cinema -, proprio come ha fatto tutta Piazza Maggiore nella scatenata serata del 3 luglio 2022, nella chiusura del festival cinefilo bolognese simulacro di un patrimonio culturale nazionale da valorizzare e custodire gelosamente.

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  • SPECIALE CINEMA RITROVATO – DANS LA NUIT DI CHARLES VANEL

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    Oggi, nell’ambito del nostro speciale dedicato al Festival del Cinema Ritrovato di Bologna, vogliamo parlarvi di un film del 1930 che possiamo definire, senza timore di smentita, storico. Dans la nuit è considerato, infatti, l’ultimo film muto francese. Diretto da Charles Vanel, celeberrimo attore transalpino del cinema muto che prese parte a più di 100 produzioni, la pellicola fu un flop commerciale, arrivando in sala ormai al tramonto dell’epoca del muto, in un periodo in cui gli spettatori chiedevano e desiderano altro; anche per questo, probabilmente, Dans la nuit fu il suo primo e unico lavoro dietro la macchina da presa.

    Di questa pellicola si erano quasi perse le tracce, ma – ancora una volta – grazie al preziosissimo lavoro di restauro siamo riusciti ad ammirarlo in tutto il suo splendore sul grande schermo, nella bellissima cornice di Piazza Maggiore a Bologna. Il film, che narra le vicende di un uomo il cui volto viene sfigurato a causa di un incidente in miniera, presenta numerosi elementi innovativi per l’epoca. Innanzitutto, nonostante si stia parlando di una pellicola muta, le didascalie sono qui ridotte quasi a zero: Vanel decide di narrare la storia quasi esclusivamente per immagini, facendosi aiutare da brevissime didascalie che segnano lo scorrere del tempo.

    Da un punto di vista tecnico, Vanel dimostra di essere stato un regista (o meglio, un potenziale regista) a dir poco talentuoso. La macchina da presa segue i personaggi ma, allo stesso tempo, si concentra su dettagli apparentemente insignificanti. Le inquadrature coinvolgono lo spettatore grazie ad un uso sapiente e moderno della macchina da presa: tra tutte non possiamo non citare la scena dell’altalena, di una complessità e bellezza rara per quegli anni. In generale bisogna notare come la regia godesse di maggiore libertà di movimento. Non da meno è la fotografia, grazie alla quale la mise en scene raggiunge un livello artistico altissimo, creando quelli che potrebbero essere considerati dei veri e propri quadri che brillano grazie all’utilizzo narrativo che viene fatto delle ombre e ad una profondità di campo innovativa. Infine, bisogna notare come il montaggio serrato che alterna inquadrature medie con primi e primissimi piani di dettagli sia dei personaggi (nella prima parte troviamo tantissime comparse oltre ai protagonisti) sia anche sugli oggetti in scena (le sequenze ambientate all’interno della casa, ad esempio) riesca a convogliare l’attenzione dello spettatore sull’azione, rendendola più dinamica e avvincente. 

    Altro elemento considerevole è la varietà di stili e generi cinematografici presenti nell’opera (che dura soltanto 90 minuti). Si passa da una pellicola all’apparenza leggera e permeata da uno stucchevole romanticismo ad un thriller dalle tinte horror permeato di drammaticità. Nonostante lo spettatore possa sentirsi in prima battuta confuso da questo cambiamento, a parere di chi scrive il passaggio da un genere all’altro risulta particolarmente riuscito, dimostrando come questo autore/attore avrebbe, forse, potuto dare molto al cinema anche da regista. Il passaggio dalla leggerezza al dramma, in particolare, viene palesata dal modo in cui avviene il punto di svolta del racconto, ovvero il crollo in miniera. Grazie ad un uso intelligente del montaggio alternato vediamo, infatti, il protagonista lavorare all’interno della cava e i lavoratori inserite la dinamite e, lì vicino, un gruppo di ragazzini che per puro gioco soffiano all’interno di un corno dando involontariamente il segnale per il via libera all’esplosione. Dunque da un gioco innocente e spensierato è causa di un evento drammatico.

    Siamo di fronte ad un’opera che è a tutti gli effetti un Dramma operaio -e quindi sociale- ma anche un viaggio nella psiche dei due coniugi. L’esplosione, dovuta all’azione di bambini e quindi essenzialmente al caso e al fato, sconvolge le vite dei nostri, portandoli alla depressione e ad una pazzia che crea disperazione.

    Purtroppo il film presenta un finale che, se non mette in discussione tutto quello che avevamo visto in precedenza, poco ci manca. È forse consolatorio sapere che fu la produzione ad imporre il lieto fine, che infatti cozza evidentemente con la poetica imposta dal regista.

    Un’altra perla riscoperta e riportata alla luce grazie al restauro e al lavoro sempre attento della Cineteca di Bologna, che ha visto 4000 persone godere della visione sul grande schermo, una visione che poche altre persone al mondo possono dire di aver fatto.

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  • SPECIALE CINEMA RITROVATO – NOSFERATU DI F. W. MURNAU

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    La fragilità dell’arte cinematografica sembra essere il filo conduttore di questa edizione del Cinema Ritrovato: l’ultimo film di ‘Fatty’ Arbuckle scomparso dalla circolazione dopo lo scandalo che lo coinvolse, il ritrovamento fortuito del corto pasoliniano La ricotta pre censura, l’opera monstre di Stroheim mutilata per passare dalle sei ore ad appena due e venti, il debutto di Charles Vanel, trovato più che ‘ritrovato’, il rocambolesco restauro di Ludwig… i film che quest’anno ci ricordano quanto la pellicola sia materiale delicato e quanto sia stata soggetta al trascorrere dei decenni, sono, sfortunatamente, tanti.

    È dunque ancora più importante come, a 100 anni dalla sua uscita, siamo ancora capaci di vedere, proiettato in Piazza Maggiore nella sua versione completa, Nosferatu, capolavoro horror del regista tedesco F.W. Murnau con, in accordo al suo sottotitolo “Sinfonia del terrore”, l’accompagnamento live dell’Orchestra del Teatro Comunale. Il contributo dell’Orchestra, guidata da Timothy Brock che ha anche composto le musiche per l’evento, ha contribuito ad avvicinare il pubblico all’opera di Murnau con occhi nuovi, un pubblico che, come ha notato Gabriele Mainetti nel suo intervento pre proiezione, ha riempito la Piazza straordinariamente per un film uscito addirittura un secolo fa.

    Questo film si sarebbe potuto tranquillamente aggiungere alla lunga lista di opere perse per sempre o arrivateci in forme molto ridotte, vista la sua storia. Per chi non ne fosse a conoscenza, Nosferatu è un adattamento non autorizzato del libro Dracula di Bram Stoker, con nomi, luoghi e tempo cambiati ed alcuni elementi della trama leggermente modificati per evitare problemi di copyright. L’attenzione di Murnau fu inutile, dal momento che la vedova Stoker, Florence Balcombe, cercò di far distruggere ogni copia esistente del film, operazione che evidentemente non riuscì. 

    Per nostra fortuna, bisognerebbe aggiungere: Nosferatu ha contribuito fortemente non solo al futuro del cinema in toto, ma anche e soprattutto all’evoluzione del genere vampiresco al cinema. Come riportato dallo studioso Christopher Frayling nella sua lezione tenuta durante il Festival, infatti, questo film potrebbe essere non solo il primo ad adattare il romanzo di Stoker (recentemente il copione di Drakula halàla, pellicola perduta finora ritenuto degna di questo titolo, è emerso, rivelando che in realtà in essa non ci sono riferimenti al soprannaturale) ma anche il primo dedicato ai vampiri in toto. 

    L’imprinting lasciato da Nosferatu sul cinema successivo è evidente: anche se l’iconografia del vampiro sopravvissuta nella coscienza collettiva non è oggi quella del Conte Orlok ma piuttosto quella del successivo Dracula con protagonista Bela Lugosi, ci sono tre elementi identificati da Frayling che non erano presenti nel romanzo di Stoker e che sono entrati nell’immaginario collettivo. In primis, l’idea che il vampiro possa essere ucciso dalla luce del sole; in secondo luogo la presenza di una donna pura che distrugge la creatura malvagia sacrificandosi; in ultimo, il fatto che il vampiro porti con sé la malattia (in questo caso nello specifico la peste), un elemento che ha probabilmente le sue radici nella recente epidemia di influenza spagnola che la Germania aveva affrontato. 

    Altro elemento innovativo, la decisione di Murnau di girare in esterni: buona parte dei film espressionisti tedeschi venivano girati in studio, in cui era possibile ricostruire atmosfere da incubo, specchio dell’interiorità disturbata dei personaggi, a partire dall’architettura (si veda come esempio emblematico Il gabinetto del dottor Caligari, il capostipite di questa corrente cinematografica). Nonostante ciò Murnau non rinunciò ad espedienti registici tipici dell’Espressionismo, in particolar modo l’uso delle luci e delle ombre. L’entrata in scena del vampiro è emblematica, in questo senso: il Conte Orlok esce dalle tenebre, da un arco del suo castello, per accogliere Hutter, il protagonista, il quale a sua volta si sposta dalla luce verso il buio (letteralmente e metaforicamente) assieme al padrone di casa.

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    Un ruolo a sé stante ha poi l’ombra di Orlok, che sembra agire quasi in autonomia rispetto al vampiro stesso e che è responsabile di alcune delle immagini più suggestive e memorabili del film.

    Di questo personaggio si è parlato molto, per il suo look iconico ma anche e soprattutto per la recitazione dell’attore Max Schreck (“Massimo Terrore”), che cozza volutamente con quella degli altri attori, specialmente i protagonisti, i quali assumono uno stile recitativo molto più naturalistico (anche se la cosa potrebbe non apparire evidente a noi spettatori moderni), facendo sembrare sin dall’inizio il personaggio come un essere altero, soprannaturale. Addirittura, a seguito dell’uscita di Nosferatu, l’interpretazione dell’attore fu considerata tanto realistica da spingere alcuni a credere che quello che era stato catturato sullo schermo fosse un vero vampiro. Il regista E. Elias Merhige si è ispirato al concetto per il suo film, opportunamente chiamato L’ombra del vampiro, con protagonisti John Malkovich nella parte di Murnau e Willem Dafoe in quella di Schreck, in un’interpretazione\imitazione tanto accurata da valergli la nomination agli Oscar, un evento tuttora irripetuto nella storia dei film dedicati al vampirismo.

    Alcuni studiosi hanno letto nel Conte Orlok, basandosi soprattutto sul suo aspetto di simil roditore, una caricatura della popolazione ebrea, e nella distruzione che esso porta con sé un’eco del sentimento comune di prostrazione e di antisemitismo post Prima Guerra Mondiale che Hitler avrebbe poi sfruttato nella sua scalata al potere. Tuttavia, è stato altresì notato che nel cast è presente in un ruolo principale un attore ebreo (Alexander Granach). Tenendosi più sul generale, potremmo affermare come è già stato fatto da tanti critici che Nosferatu, riecheggiando il romanzo di Stoker, dipinge il vampiro come un generico Altro che invade e impoverisce con la sua diversità la terra in cui si reca.

    Altra interessante lettura è quella fornita da Siegfried Kracauer nel suo saggio sul cinema muto tedesco Da Caligari a Hitler: egli vede nel personaggio del Conte Orlok l’ennesima incarnazione del personaggio del tiranno, ricorrente nel cinema espressionista (Kracauer porta come altri esempi il già citato Caligari e il dottor Mabuse dell’omonimo film). Nel caso di Nosferatu, lo studioso nota come la tirannia rappresentata dal vampiro possa essere sconfitta da un atto d’amore incondizionato. 

    Ad oggi, il film è entrato nell’immaginario collettivo: il nome “Nosferatu” appare in prodotti come Buffy l’ammazzavampiri o Berserk, ci sono scene del film nel video musicale di Under Pressure, nel mockumentary di Taika Waititi What we do in the shadows il vampiro più anziano del gruppo seguito dal regista ha l’iconico aspetto del primo succhiasangue della storia del cinema… Addirittura il personaggio del Conte Orlok è presente in alcuni episodi di Spongebob!

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    A giudicare dalla reazione della Piazza, Nosferatu ha certo perso parte del suo terrore, ma non un’unghia del proprio fascino: lo stile di questo film è immortale, così come le sue immagini più celebri. A distanza da due anni dall’inizio della pandemia, inoltre, dimostra di poter essere ancora attuale, con le proprie sequenze dedicate al dilagare della peste, la ricerca di un capro espiatorio e la triste sequenza delle bare portate per strada che, nella mente di alcuni spettatori (nella mia di certo) avrà ricordato la parata di carri armati di Bergamo. 

    Un secolo dopo, Nosferatu è più vivo che mai, un vampiro senza il quale non esisterebbe il cinema di vampiri come lo conosciamo oggi.

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  • SPECIALE CINEMA RITROVATO – CANTANDO SOTTO LA PIOGGIA

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    In fondo chi è lei per darsi tante arie? Non è che un’ombra sullo schermo, un’ombra: non è carne ed ossa lei!

    E’ questa battuta rivolta dal personaggio di Debbie Reynolds a quello di Gene Kelly che costituisce il fulcro del capolavoro firmato da quest’ultimo in coppia con Stanley Donen: il Cinema Ritrovato ha riproposto Cantando Sotto la Pioggia in Piazza Maggiore la sera del primo di luglio, e ancora oggi fatichiamo a concepire la portata di un cambiamento tanto radicale come quello del mutamento dall’epoca del muto a quella del sonoro, un passaggio così cardine per la storia del cinema che difficilmente potrà essere replicato.

    Indispettita perché derisa da Don Lockwood per via del suo ruolo di attrice teatrale, Kathy Selden controbatte definendolo nient’altro che “un ombra”: a teatro la sua voce poteva essere percepita dal pubblico, al cinema quella di Lockwood no, lui non era un attore in carne e ossa, per lei altro non era che spersonalizzato della sua essenza per via dell’obbligo di sottostare a una mediazione comunicativa (da parte dei sottotitoli o anche degli imbonitori, i maestri di cerimonia che durante il muto si incaricavano di spiegare o commentare alcuni passaggi del film).

    E la cosa paradossale è che Kathy Shelden aveva ragione: Don Lockwood non era carne ed ossa, perché come affermava Sebastiano Luciani “il teatro è verbale e statico, il cinema è visivo e dinamico; mentre a teatro le cose più ideali si materializzano, sullo schermo le cose più materiali si spiritualizzano”. Non era errato affermare che Lockwood fosse un ombra, ma quelle hollywoodiane sebbene non tangibili assumevano dei valori iconici sotto duplice aspetto: da una parte c’era il cinema come fenomeno culturale e di massa che permetteva agli attori di venire riconosciuti come persone vere e proprie, dall’altra c’era il lavoro effettuato sugli stessi attori per la la costruzione della loro immagine di star che li rendeva intrinsecamente e indissolubilmente legati all’epoca in cui vivevano, il cui spirito e la cui aura divistica si aggiravano proprio come ombre nella memoria del pubblico.

    In questo contesto, la frase pronunciata da Debbie Reynolds rappresenta il nucleo del film perché sintetizza perfettamente cosa costituì il passaggio fra queste due epoche del cinema, quali fratture sociali e intra-produttive comportò, sia tecnicamente che di percezione del ruolo attoriale.

    Nel 1927, con Il Cantante di Jazz di Alan Crosland, cambiò davvero tutto: sebbene fosse ancora allo stato primordiale di part-talkie (ovvero muto ma con alcune parti dialogate), il cinema poteva vantarsi di avere una colonna sonora stabile e univoca incisa su un supporto e riprodotta in sincrono con le immagini. Nel 1930 il mondo intero era sbigottito: “Gimme a whisky, ginger ale on the side, and don’t be stingy, baby!” recitava – nella battuta che ha ormai segnato la storia del cinema – Greta Garbo in Anna Christie di Clarence Brown.

    Gli attori parlavano, gli spettatori potevano sentire la loro voce, le star comunicavano direttamente con il pubblico. “Garbo talks!” riportavano all’unanimità i rotocalchi del tempo, impazziti dopo aver sentito la voce della “Divinafemme fatale di Hollywood. La recitazione doveva pertanto essere naturale e realistica, gli attori dovevano essere a tutti gli effetti dei professionisti in grado non più soltanto di fare smorfie e movenze accompagnati da un sottofondo musicale, ma dovevano parlare, cantare, ridere e piangere: nonostante per Garbo sia andato tutto sommato bene – a parte qualche problema di dizione presto risolto -, chi non fu in grado di accettare e adattarsi al cambiamento aveva scritta e sancita la fine della propria carriera: è il caso della coppia Mary Pickford e Douglas Fairbanks, lei addirittura prima donna imprenditrice della film industry made in USA che nel 1919 figurava tra i fondatori della United Artists, oltre che tra i 36 fondatori dell’Academy of Motion Picture Arts and Sciences, più semplicemente l’Academy degli Oscar. Fairbanks invece era definito il Re di Hollywood e si era affermato come uno dei più popolari e apprezzati interpreti di film d’avventura grazie alle sue strabilianti doti acrobatiche. Istantaneamente l’avvento del sonoro sancì l’involontario passaggio di consegne dell’appellativo di Re di Hollywood a Clark Gable, così come condusse molto rapidamente all’alcolismo di Pickford che si ritirò dalle scene nel 1933, appena un anno prima del marito. Fine anche della loro relazione: nel 1936 arrivò il divorzio schiacciati dal crollo delle rispettive carriere. Fairbanks morì tre anni dopo.

    Altro caso: Clara Bow, diva assoluta del muto e di tutti gli anni ruggenti ma dallo spiccato accento di Brooklyn difficilmente eliminabile, per il quale fu costretta al ritiro nel 1933, con conseguenti condizioni mentali sempre più instabili che la rinchiusero nelle case di cura.

    Insomma, non fu proprio tutto rose e fiori per le grandi star del tempo, ma le difficoltà si ebbero anche a livello produttivo con la rivoluzione degli impianti acustici che portò alla fine di molti ruoli produttivi e alla nascita di altri: si abbandonò l’incisione su disco per favorire la registrazione su pellicola (cosiddetta registrazione sound on film), che si presentava come una striscia a lettura ottica posta alla destra dei fotogrammi e che pertanto obbligava le sale a dotarsi di importanti altoparlanti. E’ proprio in una delle scene più famose e divertenti di Cantando Sotto la Pioggia che ci viene mostrato come la limitazione alla registrazione dei suoni in presa diretta, implicava il perfetto e totale isolamento acustico del set, con la chiusura delle chiassose macchine da presa in scatole insonorizzate dotate di un foro per l’obiettivo: in tal modo la possibilità di movimento per le inquadrature era estremamente circoscritta e bisognava ricorrere alla tecnica delle cineprese multiple, nonché la registrazione della medesima scena da diversi punti di vista tramite molteplici macchine da presa, cercando in tutti i modi di evitare scricchiolii, vibrazioni e altri inconvenienti acustici: impresa difficilissima per il personaggio di Lina Lamont (Jean Hagen).

    Tutto ciò, oggi e per sempre, è racchiuso in un film, immortale e inscalfibile nel suo essere testamento dei fasti che furono e al contempo celebrazione di una nuova epoca, tanto sonora quanto visiva. Un film che è anche altare glorificatore dell’immagine a colori, in un’epoca in cui i più serbavano ancora grandi rimostranze: semplicemente, Cantando Sotto la Pioggia.

    Se ti è piaciuto l’articolo, per approfondire il legame fra il suono e l’immagine leggi anche:

    VELLUTO BLU – IL RAPPORTO TRA SONORO E VISIVO

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  • SPECIALE CINEMA RITROVATO – LA CIOCIARA DI VITTORIO DE SICA

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    Continuano gli approfondimenti del Cinema Ritrovato e oggi tocca “Forever Sophia”, la rassegna dedicata alla grande e magnetica Sophia Loren che spazia dai suoi ruoli nei cult più misconosciuti di Charlie Chaplin o George Cukor, passando per il capolavoro di Scola, Una Giornata Particolare, e arrivando all’indimenticato e indimenticabile La Ciociara di Vittorio De Sica.

    Il film ambientato nel 1943 e narrante il difficile errare verso il Basso Lazio della madre Cesira (Loren) e della figlia dodicenne Rosetta (Eleonora Brown), ha tutti i tratti per (poter) essere definito un film neorealista, eppure uscendo nel 1960 il neorealismo era già finito da un bel pezzo: siamo nell’Italia del boom economico e in cui cinematograficamente si inizia a sperimentare grazie all’esplosione universale di Rocco e i suoi fratelli, L’avventura e La dolce vita, triade filmica che spalanca le porte agli anni ’60 e che riflette sul presente e sul proprio contesto socio-culturale, discorsivizzando il trauma dell’apparente integrazione neocapitalistica e del consolidarsi del boom economico (riflessione sociopolitica per Visconti, esistenziale per Antonioni e della coscienza etica per Fellini).

    Tuttavia, La Ciociara evidenzia come per De Sica le ferite fossero ancora ben aperte, come fosse rimasta ancora qualche piaga da curare e come si sentisse ancora il forte bisogno di parlare di Resistenza, sfruttando il neorealismo per arrivare diretti alle coscienze delle persone.

    In questo contesto, l’operazione è costruita a tavolino da Ponti e De Sica: siamo di fronte a un ‘neorealismo d’esportazione’, testimoniato sia dal lancio internazionale della Loren secondo il più puro modello divistico hollywoodiano (vittoria agli Oscar), sia da un Jean-Paul Belmondo incastonato quasi a forza (nel ruolo di Michele: sempre strepitoso) ma anche per la sua natura di adattamento di un best seller (l’omonimo romanzo di Moravia).

    Guardando oggi a La Ciociara assistiamo a un immenso omaggio al neorealismo ma non fine a sé stesso. I film universali sono quelli che ancora a distanza di decadi riescono a essere attuali e portavoce di un messaggio immutabile, ed è questo il caso: oggi il film di De Sica – nel suo rimarcare l’urgenza del ricordo delle oscenità e del terrore bellico – risulta ancor più necessario. Ancora, nel 2022, dopo 62 anni, non abbiamo imparato la lezione.

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  • SPECIALE CINEMA RITROVATO – DRIVER L’IMPRENDIBILE DI WALTER HILL

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    The Driver fu un vero flop al botteghino… fortunatamente non ci feci troppo caso perché stavo già girando il film successivo (I Guerrieri della notte), che fu un successo e mi salvò da anni di disoccupazione… che strano modo che ha Hollywood di guadagnarsi da vivere…

    Ha esordito così Walter Hill di fronte all’emozionato pubblico del Cinema Arlecchino di Bologna, in occasione del festival Il Cinema Ritrovato. Parole non troppo tenere nei confronti dell’industria hollywoodiana, ma non prive di fondamento: il regista di Driver l’imprendibile, I guerrieri della notte, 48 ore, Johnny il bello, Strade di fuoco e tante altre pietre miliari, negli ultimi vent’anni è riuscito a trovare i finanziamenti per soli tre film (di cui l’ultimo, Nemesi, risale a ben sei anni fa).

    Allora dobbiamo ringraziare la Cineteca di Bologna e tutti i collaboratori se oggi possiamo (ri)scoprire il capolavoro cult di fine anni ‘70, Driver l’imprendibile, in una meravigliosa edizione restaurata in 4k.

    Niente finanziamenti, eppure il film pare aver fatto scuola: nemmeno Drive di Nicolas Winding Refn è riuscito a riportare in auge la fama del lavoro di Hill – nonostante più che trarne ispirazione ne abbia effettuato un remake-omaggio, a partire dal protagonista sempre definito col solo appellativo di “pilota” -, così come nemmeno Baby Driver di Wright (stesso procedimento di Refn ma tramite il medium musicale).

    Cosa possiamo imparare ancora oggi dal cult del 1978? Walter Hill (assieme a tutto il reparto tecnico e attoriale) ci insegna come girare scene action al cardiopalma pur mantenendo la regia solida e quadrata, come montare gli inseguimenti perché non risultino epilettici o come caratterizzare a fondo i personaggi pur non assegnando loro dei nomi (abbiamo “Driver”, “La Giocatrice” e “Il Detective”)… l’ultimo espediente vi ricorda qualcuno? Esatto: Tenet. Passare dall’action alla fantascienza è un attimo, ma Nolan con il suo “Protagonista” (John D.Washington) utilizza lo stesso e identico escamotage (oltre ad esserci un inseguimento in macchina degno di Driver). Insomma, l’eredità del cult del 1978 è ben evidente ancora oggi nel cinema hollywoodiano, ma fatica ad essere percepita dal grande pubblico.

    E’ un vero peccato, perché c’è così tanto Cinema dentro Driver l’imprendibile: il neo-noir, l’action, il thriller, la commedia (in certi punti il regista si dimostra un vero e proprio punch liner), arrivando sino alla rivisitazione del western in salsa notturno-metropolitana (il “Pilota” è addirittura chiamato ironicamente “Cowboy” dal detective).

    Forse la scelta della Cineteca di Bologna di trasmettere il film subito dopo Le Samouraï di Melville non è casuale: anche nel poliziesco-noir del 1967 molti personaggi principali sono privati dei loro nomi e quello principale è un criminale solitario senza scrupoli. Ma se nel capolavoro di Melville l’assassino segue l’etica di un Samurai, Hill compie un gesto tanto identico quanto ancor più rivoluzionario: per la prima volta nel cinema action vediamo protagonista l’autista, colui che solitamente era messo in disparte o che assumeva il ruolo di vittima sacrificale, dopo aver aspettato il compimento della rapina dentro l’auto a motori accesi. Basta così poco per rinnovare il cinema. Certo: se ti chiami Walter Hill.

    Speriamo di rivederlo presto sul grande schermo. Magari con un nuovo progetto…

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