Tag: commedia

  • 5 FILM PER UN “CATTIVO NATALE”

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    Se anche tu sei stufo del detto “A Natale siamo tutti più buoni” e di tutti gli stereotipi dolci e zuccherosi delle festività natalizie, dai un’occhiata a questa lista di cinque film per un “Cattivo Natale”!

    KRAMPUS – NATALE NON È SEMPRE NATALE (2015) – MICHAEL DOUGHERTY

    Disponibile su Rakuten TV, TIMVISION, CHILI, Apple iTunes, Infinity, Google Play

    Doveva accadere. Prima o poi qualcuno avrebbe dovuto fare un film su una delle creature dicembrine preferite dagli amanti dell’horror e che, non per niente, secondo la tradizione accompagna l’arrivo di Santa Claus: il Krampus! Per chi non sapesse di cosa si tratta, il Krampus è una figura mitologica dai tratti demoniaci derivante dalla tradizione religiosa-folkloristica delle zone europee di lingua tedesca, tuttora celebrata attraverso macabre sfilate il 5 dicembre in Austria, Croazia, Slovenia e Italia.

    Michael Dougherty ha pensato bene di sfruttare le sembianze mostruose del Krampus per realizzare una commedia-horror compatta e divertente. La storia è semplicissima: il Natale di una famiglia viene rovinato dall’arrivo di un Krampus. Fine. Niente di trascendentale, ma se sei in cerca di un film da vedere ai lumi di un albero di Natale e che intrattenga per poco più di un’ora e mezza, forse è il film che potrebbe fare al caso tuo. Ci sono anche gli elfi!

    BLACK CHRISTMAS (UN NATALE ROSSO SANGUE) (1974) – Bob Clark

    Disponibile gratuitamente su YouTube

    L’adattamento italiano del titolo, seppur discutibile, parla chiaro: Black Christmas è un proto-slasher natalizio coi controfiocchi, se non un capolavoro sicuramente un capo d’opera che in quanto tale è rimasto nella storia, la definizione di cult. 

    Proto-slasher perché stabilisce definitivamente tutti i tòpoi del genere, assieme a Reazione a catena di Bava (di tre anni prima) e a Non aprite quella porta di Hooper (dello stesso anno): dal gruppo di giovani malcapitati che – in un climax di tensione hitchcockiana – incontreranno la morte uno dopo l’altro, agli spazi d’azione circoscritti, alle soggettive che ispireranno Halloween di Carpenter, fino alla telefonata dell’assassino che verrà decostruita da Scream.

    Di grande livello è anche la regia che passa da inquietanti soggettive dell’omicida a sinuose oggettive delle vittime, così come sono favolosamente descritti i personaggi tramite cui Clark ritrae qualsiasi ceto sociale americano del tempo non risparmiando nessuno.

    Ma soprattutto: il “bodycount” arriva in una cornice natalizia davvero suggestiva e inusuale per il tempo! 

    INSIDE – À L’INTÉRIEUR (2007) – Alexandre Bustillo e Julien Maury

    Disponibile su Amazon Prime Video, TIMVISION e CHILI

    Si, va bene, grazie all’acclamazione della critica è uno degli horror che assieme a Martyrs, Frontiers – ai confini dell’inferno e Alta Tensione ha contribuito a riportare in auge il cinema horror francese lanciando l’ondata della “New French Extremity”, ma a noi interessa il Natale. C’è il Natale in Inside – À l’intérieur?

    La storia parla della vedova Sarah che alla vigilia di Natale, durante una visita medica, scopre che quel giorno corrisponde anche alla vigilia del suo parto. La stessa sera una donna misteriosa bussa alla porta di Sarah che, preoccupata, chiama subito la polizia, ma la donna non si arrende e farà di tutto per entrare in casa.

    Nell’intrecciarsi di home invasion, horror psicologico, splatter, allegorie cristologiche (il nascituro che dovrà vedere la luce esattamente il 25 dicembre) e riletture del mito della strega, l’atmosfera natalizia non è estremamente palesata nel film. C’è un “però”: il solo pensiero che tutte le vicende si svolgono alla vigilia di Natale contribuisce a regalare un’aura di inquietudine mai banale (e si intravede anche qualche lucina d’atmosfera qua e là).

    Il regalo che attende Sarah sotto all’albero non sarà dei più piacevoli.

    GREMLINS (1984) – JOE DANTE

    Disponibile su Amazon Prime Video, Rakuten TV, CHILI, Google Play e Apple Itunes

    Lo so. Questo è scontato. Non può esistere amante del cinema che non conosca i mitici Gremlins, però fa sempre e solo bene un invito alla visione. Nel 1984 la regia di Joe Dante e la penna di Chris Columbus regalarono all’immaginario collettivo la prima trasposizione su pellicola della creatura folkloristica del Gremlin (non sono mai state indicate le sue sembianze, l’interpretazione dei due registi è interamente libera e personale), destinata a segnare tutta la tradizione natalizia ottantina e di tutti gli anni a venire. Una vera e propria commedia nera ad ambientazione natalizia, dove le malefiche e dispettose compagini di mostriciattoli a forma di goblin daranno sfoggio di tutte le loro abilità fra le luci di Natale della cittadina di Kingston Falls.

    Assolutamente iconici per l’utilizzo degli “animatronics” (splendida la duplice sembianza del delizioso Gizmo e delle sue arcigne e squamose evoluzioni) e per la loro caratterizzazione con le famose “tre regole” per essere accuditi: tenerli lontani dalla luce solare, non bagnarli per non farli moltiplicare e non dargli da mangiare dopo la mezzanotte (se non si vuole assistere alla nascita del loro lato maligno).

    Niente da dire: Gremlins è sempre l’opzione più valida per un 25 dicembre tutt’altro che zuccheroso e sdolcinato… E già che ci sei, perché non recuperare anche il seguito Gremlins 2 – La nuova stirpe?

    BABBO BASTARDO (2003) – TERRY ZWIGOFF

    Disponibile su Amazon Prime Video, Rakuten TV, CHILI, Google Play e Apple Itunes

    Come potrebbe mancare l’icona anti-Natale per eccellenza in una lista dedicata a un “Cattivo Natale”?

    Willie (il protagonista interpretato da Billy Bob Thornton) è il Babbo Natale di un grande magazzino che con l’avvicinarsi del Natale dovrebbe rendere felici le fiumane di bimbi in trepidante attesa di esprimere i loro desideri. C’è un piccolo problema: Willie è alcolizzato, cinico, volgare, depresso, fumatore accanito e amante del sesso promiscuo. Per di più è anche un ex scassinatore professionista che si limita a compiere un unico grosso colpo all’anno. Si avvicina il Natale e Babbo Natale è deciso a compiere quell’unica rapina proprio in quel magazzino aiutato da Marcus, il suo fedele elfo socio in affari affetto da nanismo. Il Natale non è mai stato così sboccato e irriverente come con questo film… Provare per credere.

    Lo sapevi? A dicembre 2021 si è tenuta la settimana tematica dedicata interamente al Natale! Clicca qui per recuperarla.

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  • TRE FILM PER SOPRAVVIVERE AL BLOCCO DELLO SCRITTORE

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    Poche cose piacciono di più, a chi scrive per passione o per professione, che parlare del proprio mestiere: neanche lo scrittore più -fintamente- modesto è immune dalla tentazione un po’ vanesia di raccontare gioie e dolori del creare storie, personaggi, dialoghi. Perché anche raccontare del momento di crisi, quando le idee latitano e la pagina resta bianca è, a suo modo, una forma di divertimento, oltre che un momento di terapia e di intima confessione.
    E il cinema non è stato da meno: ci si diverte sempre un sacco a veder cuocere a fuoco lento scrittori e scrittrici sulla graticola della mancanza di idee. Allo stesso modo, il blocco dello scrittore è tra le cose più difficili da raffigurare al cinema con successo. Una persona che si riconosce in questo ostacolo della scrittura può trovare di conforto rivederlo tormentare qualcun altro, di fronte a un foglio irrimediabilmente bianco: tutti gli altri si annoierebbero a morte.

    Per questo, il cinema ha spesso rivolto un occhio particolarmente impietoso su questo momento della vita di uno scrittore: da Shining a madre!, lo sconfortante inaridimento del flusso creativo diventa occasione di mostrare l’altra faccia del successo, un volto privato fatto di notti insonni, dubbi esistenziali e, più raramente, occasioni di riscatto personale.

    BARTON FINK – È SUCCESSO A HOLLYWOOD – SGUARDO DI CLASSE E APOCALISSE CREATIVA

    L’idea per il film di Joel ed Ethan Coen, vincitore della Palma d’Oro al Festival di Cannes 1991, nasce, come molti dei film su questo tema -come sarà anche per Charlie Kaufman per Il ladro di orchidee-, dal blocco dello scrittore riscontrato dai due sceneggiatori durante la scrittura di un altro film, in questo caso Crocevia della morte. Lo scrittore in crisi in Barton Fink è invece l’eponimo drammaturgo di successo interpretato da John Turturro, cantore della gente comune, incaricato da un pomposo produttore di Hollywood di realizzare un film di pugilato in grado di mettere d’accordo pubblico e critica. Lo sfondo di questa gravosa impresa, dalle conseguenze sempre più inquietanti, è un umidiccio albergo di infimo ordine popolato dagli stravaganti personaggi tipici di un film dei Coen; in particolare il vicino di stanza Charlie Meadows (JohnGoodman), un commesso viaggiatore apparentemente amichevole.

    Non è un caso che l’ambientazione scelta per questo thriller psicologico dai risvolti horror sia la dorata Hollywood classica degli anni ‘40, la fabbrica dei sogni dominata da produttori rampanti e dal divismo. Il blocco dello scrittore che stritola Barton Fink è un granello di sabbia che blocca gli ingranaggi del delicato meccanismo industriale hollywoodiano, ma diventa anche sintomo dell’impossibilità conoscitiva di Fink nei confronti della classe sociale di cui vorrebbe spacciarsi come cantore, della “gente comune” che lui in realtà non riconosce più.

    Il fatiscente albergo di Los Angeles in cui alloggia Fink diventa ben presto ricettacolo di nevrosi creative, tensioni di classe e incubi storici, in cui il grande drammaturgo borghese diventa inerme testimone, di cui si scopre solo “un turista” e non il protagonista. La crisi della creatività del singolo nell’industria cinema assume in Barton Fink una dimensione quasi lovecraftiana, di orrore estremo e incommensurabile, che dalla piccola stanza umidiccia si allarga all’intero edificio sociale e lo inghiotte tra le fiamme. Lasciando con la nuda consapevolezza che ciò che cercavi, l’idea che hai inseguito per tutto il tempo, era quella piccola cosa che è sempre stata davanti ai tuoi occhi, fin dal principio.

    RUBY SPARK – SMONTARE IL MALE GAZE

    L’unico film non thriller di questo breve excursus è la commedia romantica di Jonathan Dayton e Valerie Faris. Protagonista è lo scrittore in crisi Calvin (Paul Dano) che, per guarire dal proprio stallo creativo ed esistenziale, comincia a scrivere di una ragazza immaginaria, Ruby Sparks (Zoe Kazan, anche sceneggiatrice). Questa diventa improvvisamente concreta, e Calvin trova in lei una ragazza ideale perché può modificarne la personalità a suo piacimento, pigiando i tasti della propria macchina da scrivere per aggiungere o togliere parti di caratterizzazione e backstories. Inutile dire che la convivenza non sarà così semplice, soprattutto per uno scrittore con una grave insufficienza di vita vissuta.

    Ruby Sparks parte dall’assunto che è più probabile per una scrittrice creare con successo personaggi maschili verosimili che non il contrario. O, perlomeno, che è molto facile per uno scrittore adagiarsi nei propri preconcetti e ricorrere alla creazione di figure stereotipiche con la pretesa di verosimiglianza, e affollare così cinema e letteratura di personaggi femminili di cartone.

    Creata da uno scrittore in crisi che di donne non sa poi molto, Ruby Sparks viene scritta come la ragazza ideale proprio perché imperfetta in modo sistematico, costruita ad arte per rispecchiare un immaginario maschile di complessità che nasconde in realtà una grave mancanza di consapevolezza da parte del suo autore.

    L’arte creata senza consapevolezza è una creatura amorfa, e il rapporto tempestoso con il suo autore si conclude nell’unico modo possibile: con la ribellione della creatura nei confronti del creatore, con l’allontanamento dalle grinfie di una macchina da scrivere bugiarda. La cura per il blocco creativo è, come sempre, una doccia fredda di realtà; una cosciente analisi di sé e dei propri limiti, come autori e come persone immerse in un groviglio di relazioni che è l’anima della scrittura, e della vita.

    7 PSICOPATICI – LE REGOLE DELLA SCENEGGIATURA PERFETTA

    Nell’assolata Los Angeles di 7 psicopatici, lo sceneggiatore alcolizzato Marty (Colin Farrell) è bloccato sulla sua ultima sceneggiatura, 7 psicopatici, che trasforma a turno in una macabra storia di assassini, in un dramma personale e poi in una storia d’amore; il suo migliore amico Billy (Sam Rockwell) rapisce dei cani assieme al religiosissimo Hans (Christopher Walken) per truffarne i proprietari, fino al momento in cui rapiscono lo Shih Tzu della persona sbagliata; un misterioso serial killer sparge il panico in città, e potrebbe diventare la nuova fonte d’ispirazione per la sceneggiatura di Marty.

    Numerosi sono gli inizi possibili della black comedy di Martin McDonagh che ribalta continuamente le aspettative e gioca di anticipazioni, di false piste, di riflessi. Protagonista di 7 psicopatici è il puro e infantile piacere del raccontare, senza compromessi né scrupoli. Immaginarsi diversi da sé, ipotizzare inverosimili risoluzioni da film per una vicenda sempre più contorta: tutto diventa un gioco, il gioco del racconto. Per fare ciò dimostra anche l’utilità di conoscere le regole di base di questo gioco. Essere artisti “di talento” (qualsiasi cosa ciò significhi) serve a poco: bisogna conoscere le basi, per poterle rovesciare con coscienza e maturare. Martin McDonagh prende un qualsiasi manuale di sceneggiatura e ne segue a puntino i dettami. Prima di strapparne le pagine e dargli fuoco.

    Nel farlo ci ricorda che scrivere una buona sceneggiatura ha pure un qualcosa di intrinsecamente ludico: i meccanismi fondamentali di una storia sono sempre gli stessi, da più di duemila anni. Ciò che conta è il modo con cui noi demoliamo questi meccanismi per rimontarli in forme sempre uguali, sempre nuove.

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  • POOP SQUAD E STORYLAND DI RT POOP: UN NUOVO MODO DI FARE CINEMA?

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    Raffaele Tamarindo è il nome che si nasconde dietro al progetto RT poop, canale youtube dedicato alla creazione di poop: ovvero dei montaggi, solitamente di qualche minuto, creati utilizzando filmati esistenti, rivisitandoli e dando loro un significato molto diverso rispetto all’originale. Loop di immagini, spezzoni di dialoghi rimontati per creare dal nulla frasi di senso compiuto (o forse no) con il risultato di ottenere un filmato del tutto nuovo, spesso con l’obiettivo di provocare una risata nello spettatore.

    Raffaele Tamarindo

    Il canale RT poop viene aperto nel lontano 2017 con un video dedicato ad Alberto Angela, ed in breve riscuote un notevole successo, portando il creatore ad ampliare in fretta il proprio catalogo di personaggi inserendo Piero Angela, Don Matteo, Enrico Mentana, John Snow, Pablo Escobar ecc. E’ proprio su queste basi e ispirandosi al modello Marvel di Universo Condiviso portato agli estremi, nell’ottobre 2017 viene pubblicato il primo video della fortunata serie Poop Squad, un mega crossover in stile Avengers in cui i vari protagonisti del canale vengono uniti, creando un vero e proprio team con accostamenti al limite dell’assurdo, come Nonno Libero combattente al fianco di John Snow. Se questa semplice combinazione risulta di base geniale, il progetto diventa sempre più ambizioso con l’uscita di Poop Squad 2 – Age of Trump, in cui oltre ad aggiungere nuovi personaggi, Raffaele Tamarindo fa le prove generali per ciò che avverrà in seguito: se i video precedenti erano basati su brevi siparietti tra diversi personaggi o erano costruiti come dei trailer, con  Poop Squad 2 viene messo in scena un vero e proprio dialogo tra i membri del team, ottenuto attraverso il montaggio audio e video estrapolato dai film e serie tv da cui i protagonisti provengono.

    Ma è nel maggio del 2019 che avviene la svolta definitiva con Poop Squad 3 -Television War, frutto di un lavoro di 4 mesi: un vero e proprio film, con tanto di inizio, sviluppo e fine, della durata di 45 minuti. Quest’opera, oltre a essere probabilmente il crossover più ambizioso di sempre, si avvale anche della collaborazione di diversi doppiatori dei vari personaggi, in particolare Maurizio Merluzzo nel ruolo di Carlo Conti “Elettrico”, Daniele Giuliani nel ruolo di John Snow, Claudia Catani nel ruolo di Cersei “Celeste” Lannister, Salvatore Esposito nel ruolo di Genny Savastano ed Enrico Mentana nel ruolo di se stesso, che permettono a RT poop di costruire veri e propri dialoghi, mentre i personaggi sono completamente scontornati dai loro video e immersi in nuovi ambienti. Con Television War si perde anche l’idea di basare tutto su una comicità pura, con sequenze epiche (tra cui una che ricorda la famosa scena di Avengers: Endgame in cui Captain America solleva il martello di Thor, scena assolutamente non copiata, ma sviluppata per puro caso parallelamente al blockbuster Marvel), drammatiche e numerose risate amare, che ricordano per ispirazione la commedia all’italianaIn questo film viene anche introdotto un tema molto caro al regista, che verrà portato avanti ulteriormente nel successivo progetto Storyland, su cui viene costruito l’intero intreccio: la lotta per il dominio dell’industria dell’intrattenimento tra la Poop Squad e  i pilastri della trash television (di cui si fanno portatori, tra gli altri, Carlo Conti, Barbara D’Urso e Roberto Giacobbo). Tra colpi di scena, momenti toccanti e sequenze al cardiopalma il risultato è un piccolo gioiello. Tuttavia l’opera migliore di Raffaele Tamarindo deve ancora arrivare.

    Il 24 gennaio 2021 debutta il primo episodio di Storyland, una serie che si collega direttamente a Television War, ma che racconta allo stesso tempo una nuova storia. Il mondo creato da RT poop non ha più confini ormai, per cui diventa naturale vedere interagire Fantozzi con Darth Vader o diverse versioni dello stesso personaggio che sono diventate iconiche nella cultura pop, anticipando in questo senso progetti come Spider Man – No Way Home.  Se le prime due puntate sono pregevoli da un punto di vista tecnico, è con il terzo e il quarto episodio che il livello si alza mostruosamente. La terza puntata ci regala grandi risate e momenti di sincera commozione, con una sceneggiatura di grande intelligenza, tra partite a bridge che diventano il simbolo di un’amicizia e la creazione di legami tra personaggi di cui non sapevamo di avere bisogno, come tra Thanos e la signora Fletcher o tra Nonno Libero e Capitan Barbossa, grazie anche al coinvolgimento di Pietro Ubaldi, doppiatore di Geoffrey Rush. E’ tuttavia con il quarto capitolo che Storyland mostra tutta la sua potenza, sfruttando appieno il concetto su cui si basa la poop: riprendere immagini di altre opere e donare loro un nuovo significato, una tecnica che può letteralmente trascendere la morte, una creatività che può far rivivere sogni e ricordi, che raggiunge il culmine nel commovente finale in cui difficilmente si possono trattenere le lacrime. L’abilità di RT poop come sceneggiatore si ritrova anche nella prima scena di dialogo tra due personaggi in cui il regista ha potuto dirigere i doppiatori di entrambi: Maurizio Merluzzo come Ragnar di Vikings e Benedetta Degli Innocenti come Rey di Star Wars. L’interpretazione di quest’ultima, unita alla nuova caratterizzazione del personaggio, dona al pubblico una Rey più apprezzabile di quella presente nell’intera ultima trilogia di Star Wars. Una creatività straripante che produce un’opera che per il sottoscritto non si può che definire Cinema con la C maiuscola, un progetto che lotta contro l’oscurità del conformismo a cui cinema e serie tv stanno andando incontro negli ultimi anni. Potete supportare il progetto di Raffaele su Patreon.

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  • RECENSIONE OMICIDIO NEL WEST END – SOGNO O SON MORTO?

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    Capace di vivere un’epoca d’oro sia nella letteratura prima che nel cinema e nella televisione dopo, il giallo è un genere che senz’altro è stato estremamente abile nell’adattare le proprie caratteristiche di base e a mutare in  base  alla necessità del momento. Autori di fama internazionale come Edgar Allan Poe, Conan Doyle, Agatha Christie sono stati capaci di regalarci romanzi e racconti in grado di attirare ancora oggi l’attenzione di numerosi cineasti e di pubblico: pensiamo al successo dei recenti remake Assassinio sull’Orient Express (2017) e Assassinio sul Nilo (2022) ad opera di Kenneth Branagh con protagonista il famoso ispettore di origini francesi Hercule Poirot o la serie prodotta dalla BBC Sherlock sul famoso detective residente al 221B di Baker Street interpretato per l’occasione da Benedict Cumberbatch.

    Non sorprende quindi l’arrivo in sala in questo momento di Omicidio nel West End (o See How They Run in originale), basato  sulla sceneggiatura a Mark Chappell e la regia del vincitore del premio BAFTA Tom George.

    ANCHE I MORTI FANNO METACINEMA

    “È un giallo. Visto uno, li hai visti tutti.”

    Nella Londra del 1953, dopo i festeggiamenti per la centesima messa in scena dello spettacolo Trappola per topi tratto da un racconto di Agatha Christie, il regista di Hollywood Leo Köpernick, a cui era stato affidato il compito di adattare lo spettacolo in un film, viene ritrovato morto sopra il palco, generando quindi il panico e l’intervento della polizia, nello specifico dell’ispettore Stoppard e della novellina Stalker.

    Un inizio semplice e convenzionale che mette di fronte allo spettatore il classico film giallo, se non fosse per l’elemento quasi parodistico del genere stesso sottolineato proprio nei primi minuti dal voice over di Leo Köpernick che, descrivendo allo spettatore lo spettacolo teatrale che deve riadattare per il cinema, finisce per definire tutti i cliché e le caratteristiche fondamentali di un whodunit. Sfondando quindi nel metacinema e nel raccontarsi in prima persona allo spettatore, il film riesce in diversi punti a generare momenti di riuscita ilarità: pensiamo a personaggi avvezzi al mondo della scrittura che descrivono i flashback come “distruttori dell’immersione” e che il film utilizza noncurante nell’attimo subito successivo, o altri che si comportano nella vita reale come se fossero sempre all’interno di una recita di un’indagine d’omicidio.

    Si presenta inoltre una genuina sorpresa di fronte allo svolgersi delle vicende che, nonostante un leggero rallentamento nella fase centrale attraverso cui ci viene approfondita – sempre in maniera comunque ridotta – la vita privata dei due agenti di polizia ed il loro passato, rimane sempre interessante grazie soprattutto all’ottima caratterizzazione dei personaggi, iconici già dal primo momento in cui appaiono e capaci di mettere in scena scambi di battute decisamente divertenti e riuscite, presentando nel complesso un ottimo bilanciamento quindi dell’indagine con la commedia.

    Sono presenti inoltre numerosi riferimenti al mondo di Hollywood, con scambi di battute su attori ed attrici del momento o sulle regole di realizzazione di un particolare genere di cui il film stesso finisce poi per prendersi gioco, inserendo sul finale un cameo d’eccezione per i fan che non riveleremo per evitare di rovinare l’ottima sorpresa.

    OMICIDIO A COLORI

    Nell’ambito più puramente tecnico, il film cerca in tutti i modi di creare un’atmosfera riconducibile proprio agli anni ’50 in cui la storia è ambientata. La ricostruzione scenica attraverso abiti, veicoli e scenografie è azzeccatissima e funziona perfettamente, aiutata da una fotografia accesa e quasi pastello – che non può che ricordare i lavori di Wes Anderson – e da una regia curata e consapevole, proponendo movimenti di macchina ed inquadrature fisse studiate al minimo dettaglio, senza però dimenticarsi di un montaggio che mette in scena in alcuni frangenti un “doppio sguardo” con due inquadrature una affianco all’altra capaci di donare alla pellicola un aspetto quasi cartoonish che contribuisce alla creazione di un’atmosfera quasi sognante.

    Ultimo elemento, ma decisamente non per importanza, è il cast. A farla da padrone sullo schermo sono senz’altro Sam Rockwell e Saoirse Ronan, entrambi perfettamente in parte riescono a creare il perfetto binomio “investigatore esperto ma disilluso-novellino pieno di speranze” che funziona grazie anche ad un’ottima alchimia tra i due attori. Ma di certo non meno bravi sono i vari membri che compongono il cast corale attorno alla rappresentazione teatrale, dai giovanissimi Harris Dickinson, Pearl Chanda e Charlie Cooper, ai più rodati Reece Shearsmith, Ruth Wilson, David Oyelowo, senza dimenticare l’ottimo Adrien Brody nei panni della vittima, tutti capaci nonostante un minutaggio a schermo decisamente minore di quello dei protagonisti di mettere in scena personaggi divertenti ed interessanti, senza mai scadere nella messa in scena della semplice “macchietta”. Ottime anche le musiche, affidate a Daniel Pemberton e capaci di  contribuire ulteriormente alla costruzione della giusta atmosfera.

    CONCLUSIONI

    Inserendosi all’interno di un genere decisamente rodato, Omicidio nel West End si presenta come una boccata d’aria fresca, capace di costruire un’atmosfera quasi sognante, decisamente divertente, e di mantenere la curiosità e la tensione delle indagini che fanno da motore delle vicende. Con un così ottimo comparto tecnico ed un cast di grandi nomi in grado di presentare dei personaggi così riusciti, sarebbe di certo un peccato lasciarsi sfuggire questo film, capace di godere appieno di tutti i crismi di cui una sala cinematografica dispone.

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  • RECENSIONE BULLET TRAIN – COMMEDIA AL TESTOSTERONE

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    L’estate è sempre un periodo particolare per la sala: si passa da produzioni di alto livello, come Old si Shyamalan nel Luglio del 2021 o Midsommar nel 2019, ad altre più commerciali come l’ultimo capitolo della saga di Fast and Furious e diversi film di casa Marvel usciti tra i mesi di Giugno e Agosto. Il 2022 in questo non fa eccezione, da film più commerciali come Thor: Love and Thunder (Taika Waititi) o Minions 2: Come Gru divenne cattivissimo (Kyle Balda) si passa a una scia più autoriale, come con il Nope di Jordan Peele o l’ultimo lavoro di Cronenberg Crimes of the future. In mezzo al miasma di film per tutti e film per pochi, si è fatto strada in sala l’ultima fatica di David Leitch, già regista degli ottimi Atomica bionda e Deadpool 2 oltre che dello spinoff di Fast and Furious Hobbs and Shaw. Come da portfolio, anche in questo caso ci si ritrova davanti a un film che punta tutto sull’azione mescolata però a una comicità molto presente e a un cast di star hollywoodiane e non. Ma sarà riuscito Leitch a superarsi con questa pellicola?

    YIN E YANG, MANDARINO E LIMONE

    Il cinema di Leitch sembra caratterizzato dalla contemporanea presenza di più personaggi ognuno memorabile a modo suo e questo Bullet Train non fa eccezione, presentandosi con una narrazione dalla suddivisione corale in cui per volere o per forza finiscono per spiccare alcuni personaggi piuttosto che altri. Su tutti il protagonista Ladybug (Brad Pitt), mercenario appena tornato sul campo che accetta il “facile lavoro” di rubare una valigetta a bordo di un treno che collega Tokyo a Kyoto. A complicargli il compito saranno una serie di altri assassini e mercenari a bordo del treno tutti con obiettivi diversi che finiranno però per intrecciarsi tra loro. 

    Assieme al protagonista a spiccare maggiormente sono i gemelli (diversi) Lemon (Brian Tyree Henry) e Tangerine (Aaron Taylor-Johnson), in costante disaccordo tra loro ma caratterizzati da un reciproco rispetto e amore, e Prince (Joey King), la giovane assassina dalle mille risorse. Di certo anche gli altri personaggi non sono meno interessanti o riusciti, grazie anche a un cast di grandi nomi come Hiroyuki Sanada e Andrew Koji, rispettivamente nei panni di The Elder e The Father, o Michael Shannon nei panni di White Death. A questi vanno aggiunti poi i numerosi camei e richiami, dai più immediati come il The Hornet di Zazie Beetz o il personaggio di Logan Lerman ad altri più brevi e simpatici, che lasciamo scoprire allo spettatore.

    Elemento centrale che arricchisce una narrazione altrimenti piuttosto semplice è quello della dualità tra fortuna e sfortuna, con una leggera ma interessante lettura che i vari personaggi danno al procedere delle vicende tirando in ballo anche concetti come fede e destino che poi ritornano alla base della sceneggiatura per portare i personaggi in un modo o nell’altro tutti sullo stesso treno.

    GIAPPONE AL NEON

    Uno degli elementi che più sorprende del film lo si incontra ancora prima di entrare in sala, infatti la pellicola è stata classificata con un rating di 16+ in America e un divieto ai minori di 14 anni nella penisola. Una scelta rischiosa che priva il film di una fetta di pubblico abbastanza sostanziosa visto il genere di appartenenza ma che riesce in questo modo a schiacciare l’acceleratore su una violenza estremamente esplicita sia in ambito linguistico, con una spiccata volgarità verbale, sia sul piano più fisico, con litri e litri di sangue che vengono sparsi lungo la tratta del treno. A questo si aggiunge un elemento comico quasi demenziale, che spazia da siparietti comici sulla sfera sessuale a battute ricorrenti che diventano vere e proprie gag come quella sul Trenino Thomas.

    Sull’aspetto tecnico il film funziona soprattutto grazie a un’ottima fotografia e all’uso di scenografie decisamente d’impatto, mentre è sulla regia che si rimane parzialmente delusi: Leitch porta a casa infatti un film che è sicuramente riuscito e senza grosse sbavature, ma senza mai provare a toccare le vette raggiunte in precedenza (basti pensare allo scontro mozzafiato in piano sequenza presente in Atomica Bionda).

    Sul lato attoriale, come accennato sopra, ci si ritrova davanti a un ottimo cast che riesce a far spiccare anche i personaggi più semplici. Intelligente è per esempio l’uso del rapper Bad Bunny come The Wolf, criminale del cartello messicano che preferisce picchiare piuttosto che parlare (mascherando così le lacune recitative), mentre al contrario sono stati usati Michael Shannon e Hiroyuki Sanada che, anche se secondari, riescono a portare in vita personaggi decisamente iconici. Ultimo ma non per importanza non si può poi non nominare Brad Pitt, che riesce ad interpretare questo assassino in costante contraddizione e dall’aria quasi sorniona che cerca di bilanciare il proprio lavoro e la violenza con la ricerca di una stabilità e pace interiore.

    CONCLUSIONI

    Con questo film, David Leitch riesce a confezionare un ottimo mix di azione e comicità, aiutato da un cast di star più o meno conosciute e da una sceneggiatura semplice ma farcita di interessanti spunti di riflessioni sulla visione della propria vita. Al tutto si aggiunge una spiccata violenza sia verbale che fisica, che riesce a donare alla pellicola un plus decisamente ben accetto, mentre sul lato tecnico ci si assesta su un ottimo livello, anche se sembra mancare quella particolare scintilla che da un regista come Leitch ci si poteva aspettare. Un ottimo film d’azione, perfetto per rinfrescare queste ultime afose giornate estive.

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  • TOTÒ – “TRA IL CLOWNESCO E L’IMMENSAMENTE UMANO”

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    “Signori si nasce ed io lo nacqui, modestamente” (Signori si nasce, M. Mattoli, 1960).

    Quando pensiamo a Totò, non possono non ritornare alla nostra mente la sua eterna comicità, la sua Napoli e il suo essere ‘disarticolato’, inclassificabile in un solo genere. Totò è lo pseudonimo di Antonio de Curtis, nato a Napoli il 15 febbraio 1898; il celebre soprannome si deve alla madre, che iniziò a chiamarlo “Totò” fin da bambino. Nato da Anna Clemente e Giuseppe de Curtis, da cui ha ereditato il titolo di Principe di Bisanzio, è stato in seguito adottato dal marchese Francesco Maria Gagliardi Focas. Si rivela ben presto un ragazzino vivace, pieno di vita e innamorato del teatro:  un’indole che lo porta presto ad abbandonare gli studi scolastici per dedicarsi al mondo dell’arte.

    Sin da giovanissimo iniziò a recitare in piccoli teatri di periferia, anche se le sue performance non vennero particolarmente apprezzate. A 16 anni nessuno, nemmeno lui, credeva che questa passione sarebbe mai diventata un lavoro; decise così di intraprendere la carriera militare, arruolandosi come volontario. Ben presto la vita militare e soprattutto il rispetto delle gerarchie che questa comporta, iniziarono a stargli strette e così abbandonò dopo poco tempo. Pare sia stata questa esperienza a ispirargli il motto “Siamo uomini o caporali?”. Questa espressione, usata per la prima volta nel film Totò le Mokò (1949),  ha dato il titolo all’omonimo film del 1955, uno dei film più sentiti della sua carriera e fulcro della sua filosofia. È stato Totò stesso a chiarirne il significato:

    L’umanità, io l’ho divisa in due categorie di persone: uomini e caporali. La categoria degli uomini è la maggioranza; quella dei caporali per fortuna è la minoranza.  Gli uomini sono quegli esseri costretti a lavorare per tutta la vita […]. I caporali sono invece coloro che sfruttano, che tiranneggiano, che maltrattano, che umiliano. Questi esseri invasati dalla loro bramosia di guadagno li troviamo sempre al posto di comando, spesso senza averne l’autorità, l’abilità o l’intelligenza, ma con la sola bravura delle loro facce toste, della loro prepotenza, pronti a vessare il povero uomo qualunque”. 

    Ripeteva spesso che non si può far ridere se non si conoscono la miseria, la sofferenza, la fame, la solitudine, tutte sensazioni di cui lui aveva fatto esperienza quando, negli anni della vita militare, subiva continui soprusi e vessazioni.

    GLI ANNI DELL’AVANSPETTACOLO

    Quel ragazzo che sin da piccolissimo aveva mostrato le sue doti da intrattenitore decise di non arrendersi e così, negli anni Venti, puntò sul genere del varietà: in breve tempo divenne molto apprezzato per le sue maschere comiche, in particolare per aver impersonato l’antagonista di Pulcinella, tanto da guadagnarsi il soprannome di “Principe della risata”. Dopo il grande successo ottenuto al Teatro Jovinelli di Roma, iniziò a recitare nei principali café-concerto, facendosi conoscere a livello nazionale. Purtroppo degli spettacoli teatrali sono arrivate a noi poche notizie, poiché la stampa non dedicava molto spazio all’avanspettacolo, ma i numerosi manifesti con il suo nome scritto in grandi dimensioni testimoniano quanto fosse apprezzato. Durante quegli anni perfezionò la sua maschera, dando vita ad un repertorio straordinario dalla quale avrebbe continuato ad attingere gran parte degli sketch futuri. Ciò che lo contraddistinse sin dai primi anni di attività fu indubbiamente il suo carisma, le sue espressioni peculiari, la capacità di far ridere creando dei doppi sensi che tuttavia non scadevano mai nel volgare. Con i suoi giochi linguistici ha dato persino vita a dei neologismi, nella maggior parte dei casi mescolando continuamente italiano e napoletano. Il suo obiettivo era riprodurre il parlato colloquiale del popolo italiano, che ancora faticava a dominare la lingua madre in quanto troppo abituato a comunicare in dialetto.

    Totò è stato un grande maestro dell’improvvisazione. Questa fu una caratteristica fondamentale per il successo nel mondo dell’avanspettacolo ma anche per quello cinematografico: spesso la macchina da presa spesso si limitava a seguire i suoi movimenti e le sue battute improvvisate, che generavano ilarità tra i suoi stessi colleghi. Sin dagli esordi quindi la sua maschera venne definita una ‘maschera disarticolata’ per via della sua mascella snodabile e asimmetrica che esercitava per ore e ore davanti allo specchio. La stampa, però, anche in questi anni, non fu sempre generosa, anzi, si rivelò molto severa nei suoi confronti: venne spesso accusato di “buffoneria” e di ripetere sempre le stesse battute limitandosi a recitare storie leggere e disimpegnate. Ciononostante, Totò ha continuato a difendere strenuamente il mestiere del comico. Egli riteneva, infatti, che questo fosse il mestiere più difficile del mondo:  «Non è una cosa facile fare il comico, è la cosa più difficile che esiste, il drammatico è più facile, il comico no; difatti nel mondo gli attori comici si contano sulle dita, mentre di attori drammatici ce ne sono un’infinità. Molta gente sottovaluta il film comico, ma è più difficile far ridere che far piangere».

    LA CARRIERA CINEMATOGRAFICA

    Con l’avvento del cinema sonoro, Totò tentò la carriera cinematografica. Firmò il suo primo contratto cinematografico con Gustavo Lombardo per Fermo con le mani! (1937). L’intenzione primaria del film era proporre al pubblico un’alternativa italiana del personaggio Charlot di Chaplin, che il comico napoletano considerava come un punto di riferimento per la storia della comicità grazie alla costruzione di una maschera duratura e sempre coerente con se stessa. Tra il 1937 e il 1950 ha alternato il palco teatrale al grande schermo, anche se il passaggio da una forma artistica all’altra non fu affatto semplice per l’attore: essendo abituato al teatro, ambiente in cui lo spettatore segue in diretta ciò che avviene sul palco, dopo i primi ciak sul set cinematografico tendeva a perdere la concentrazione. Ad ogni modo, ciò che più gli mancava del teatro era l’assenza del pubblico dal vivo, con cui amava comunicare direttamente. Come detto, anche al cinema non riusciva a trattenersi dall’improvvisare e i registi, certi che il suo tocco avrebbe dato valore aggiunto alle opere, lo lasciavano fare. Vittorio De Sica disse che “Certe sue folli improvvisazioni durante la recitazione erano geniali e insostituibili”

    Durante la sua carriera condivise la scena con alcune delle più importanti personalità di quegli anni. Nel 1951 recitò al fianco di Aldo Fabrizi in Guardie e ladri, una storia a metà tra la comicità e il dramma, ascrivibile al filone del “neorealismo rosa”. Con Peppino De Filippo ha dato vita ad una delle collaborazioni più apprezzate del nostro cinema. Ha recitato insieme per la prima volta in Totò e le donne (1952) e qualche anno dopo si sono ritrovati in Totò, Peppino e… la malafemmina (1956, campione di incassi), considerato il film comico di Totò per antonomasia. Secondo le testimonianze di molti collaboratori della pellicola, quest’ultimo è da considerarsi per buona parte una creazione originale di Totò e Peppino che hanno stravolto, integrato e ripensato intere sequenze. Nel 1954 prende parte a Miseria e nobiltà (M. Mattioli, 1954), film tratto dall’omonima opera teatrale di Eduardo Scarpetta e in cui recitò con Sophia Loren.

    Prese parte, con Vittorio Gassman e Marcello Mastroianni, anche al film capostipite della “commedia all’italiana”: I soliti ignoti (M. Monicelli, 1958). Il film è stato premiato con due Nastri d’argento e candidato ai premi Oscar 1959 come miglior film straniero. È considerato uno dei più grandi esempi di caper movie, sottogenere del thriller in cui una banda compie un grosso colpo criminale. Tra i tanti film interpretati non mancano le parodie, come Totò contro Maciste (F. Cerchio, 1962) o Che fine ha fatto Totò Baby? (O. Alessi, 1964), parodia di Che fine ha fatto Baby Jane? (R. Aldrich, 1962).

    Negli anni Sessanta, quando stava ormai giungendo al termine della sua carriera, sono arrivate proposte di collaborazione da parte di importanti cineasti come Alberto Lattuada e Federico Fellini, ma fu l’incontro con Pasolini nel 1966 a dare inizio ad una nuova fase della sua carriera. Il regista friulano gli propose di girare Uccellacci e uccellini (1967) e poi un episodio di Capriccio all’italiana (1967), due storie impegnate con le quali l’attore dimostrò di poter recitare anche storie dal contenuto fortemente simbolico. Della prima non condivideva appieno il personaggio e la poetica del regista, ma Totò era deciso a produrre opere di qualità per la paura di essere dimenticato dal pubblico. Quest’opera in particolare è una favola con un importante sottotesto. I personaggi rappresentano rispettivamente gli intellettuali, che tentano di risvegliare le coscienze degli italiani, e le masse che però non accettano i loro moralismi. Questo è stato l’ultimo film da protagonista interpretato da Totò. Pasolini ha scelto proprio l’attore napoletano perché era molto affascinato dalla sua maschera che riteneva riunisse “in maniera assolutamente armoniosa due momenti tipici dei personaggi delle favole: l’assurdità/il clownesco e l’immensamente umano.” L’esperienza sul set per Totò fu inedita e Pasolini, di tanto in tanto, ne smorzava l’istinto da comico improvvisatore, ma nel complesso fu un’esperienza assolutamente positiva per entrambi grazie alla stima che nutrivano l’uno nei confronti dell’altro.

    Totò si spense la mattina del 15 aprile 1967 all’età di 69 anni, stroncato da un infarto. Pochi giorni prima aveva dichiarato: “Chiudo in fallimento. Nessuno mi ricorderà.” Mai profezia si rivelò più falsa. È stato un attore comico, paroliere, drammaturgo e poeta che ha dedicato la propria vita al teatro e al cinema, recitando in oltre 50 spettacoli e 97 pellicole. Sebbene in vita sia stato ampiamente criticato dalla stampa, dopo la morte è stato decisamente rivalutato e riconosciuto come il comico italiano più popolare di sempre. Non era ascrivibile ad un solo genere, poiché era inclassificabile: incarnava la miseria, il vessato, la rassegnazione ma anche il coraggio e l’energia della gente comune, quell’energia che si cela nel cuore degli sconfortati e riesce a trasformarli in eroi. Aveva ragione Giancarlo Governi, il biografo televisivo di Totò, che sosteneva che uno dei suoi miracoli fosse la durata, dato che “a cinquant’anni dalla morte, il suo personaggio non è svanito, ma si è addirittura rafforzato”. 

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  • LE DUE FACCE DEL NATALE – TRA COMMEDIA E DRAMA

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    Il Natale è, per molti, il periodo festivo per antonomasia, un momento che è spesso sinonimo di convivialità familiare e di condivisione. Non è un caso, dunque, che la maggior parte dei film ambientati durante il periodo natalizio tratti tematiche universali e semplici – non inteso come banali, quanto piuttosto vicine a chiunque – come l’amore, la famiglia e la meraviglia degli affetti più cari. 

    Se, però, esistono centinaia di commedie e film romantici che attraverso questi macrotemi intendono regalare momenti di gioia e sana commozione, è anche vero che esistono, allo stesso modo, altrettante pellicole che affrontano gli stessi argomenti da un punto di vista più drammatico e doloroso. 

    Per questo motivo, in questo articolo, verranno presentate entrambe le facce della medaglia cinematografica natalizia, per soddisfare sia chi cerca una commedia da gustare sul divano in compagnia, mentre si discute sull’eterna diatriba Pandoro vs Panettone, sia chi preferisce regalarsi un momento più intimo e riflessivo, al caldo sotto una coperta o vicino a un camino acceso e scoppiettante. 

    LA COMMEDIA

    La commedia romantica ambientata nel periodo natalizio è un sottogenere particolarmente prolifico e sicuramente di successo, all’interno del quale esistono prodotti di qualità così come opere che, alla fine dei conti, non hanno molto da dire e si perdono nel mare magnum del mondo Rom-Com.

    Fare una scelta tra la miriade di titoli esistenti, quindi, non è assolutamente cosa semplice per chi in famiglia ha la grande responsabilità – da cui come è noto derivano anche grandi poteri – di decidere quale film proporre nel tentativo di accontentare tutti. 

    Tra tutte le pellicole che si potrebbero citare, tra le quali bisogna per forza includere Love Actually (Richard Curtis – 2003), Il Diario di Bridget Jones (Sharon Maguire – 2001) e The Family Man (Brett Ratner – 2000), la scelta è ricaduta su un grande classico, un evergreen intramontabile del genere, ovvero L’Amore non va in Vacanza (Nancy Meyers – 2006).

    Questo film racconta, in brevissimo, la storia di Iris (Kate Winslet) e Amanda (Cameron Diaz) che interpretano rispettivamente una giornalista londinese e una montatrice cinematografica di Los Angeles che, dopo essersi conosciute su un sito di Home-Swap, decidono di scambiarsi le abitazioni per le vacanze natalizie, nel tentativo di scappare così da tradimenti e delusioni amorose di vario tipo che le accomunano. 

    Il primissimo punto di forza per il quale questa pellicola è notevole all’interno del suo genere è, sicuramente, il cast d’eccezione: Cameron Diaz e Jude Law, probabilmente all’apice della loro bellezza, formano una coppia credibilissima sia a livello estetico sia a livello di intesa e di chimica. Al contrario, Kate Winslet – che si dimostra decisamente la più convincente e talentuosa del quartetto in più di un’occasione – ricopre un ruolo di maggiore intensità, fragile e sentimentale, laddove Jack Black è il suo perfetto contraltare comico.

    Un altro merito della pellicola è rappresentato dalla sceneggiatura, la quale non brilla sicuramente per originalità, ma che si rivela solida e ben scritta, rendendo il film estremamente godibile e scorrevole nonostante le due ore abbondanti di durata, soprattutto grazie all’espediente della doppia narrazione Los Angeles – Inghilterra che mantiene vivo il ritmo dell’intreccio.

    Se è vero, quindi, che sotto ogni punto di vista L’Amore non va in Vacanza sia una commedia romantica che poggia salda sugli stilemi classici e tradizionali del filone senza distaccarsene mai nettamente, è vero anche che, guardando più in profondità, si scopre una lettura interpretativa interessante e quasi meta cinematografica dell’amore. Non è un caso, infatti, che la pellicola si apra con l’inquadratura di una coppia felice e sognante in un parco, un’immagine dolcissima di un sentimento perfetto, che però si rivela essere, appunto, solamente l’immagine di un film che il personaggio di Jack Black sta musicando. Rappresentazioni illusorie e idealizzate, quindi, sono ciò che frequentemente si associa al concetto di Amore, anche a causa di elementi socio-culturali, come il cinema, che ne danno una riproduzione spesso molto romanzata ed esagerata. 

    Leggendo il film in questo senso, il ricadere della trama negli stessi clichè Rom-Com ormai visti e rivisti assume un significato meta-narrativo, come se la regista, con quella prima scena, volesse avvisare gli spettatori che i sentimenti che vedranno sullo schermo non sono altro che immagini non aderenti alla realtà, ma mera finzione cinematografica. 

    Una dichiarazione di intenti sottile e quasi in sottotesto, dunque, che dà spessore a una pellicola già di per sé molto buona, perfetta per un pomeriggio natalizio in famiglia e adatta sia ai cinefili appassionati sia agli spettatori meno avvezzi al mezzo cinematografico. 

    IL DRAMA 

    Sicuramente non frequente e prolifico come il filone comedy, esiste anche tutta una serie di film ambientati in contesti natalizi che prendono le distanze dall’approccio divertente e romantico tipico del genere sopracitato, andando a creare un mondo cinematografico eterogeneo e variegato in cui coesistono pellicole thriller, action e soprattutto drammatiche. 

    Se opere come Die Hard – Trappola di Cristallo (John McTiernan 1988) o I Tre Giorni del Condor (Sydney Pollack 1975) calano storie ad alta tensione nel contesto natalizio, esistono anche prodotti dalla matrice sicuramente più drama come Eyes Wide Shut (Stanley Kubrick 1999) o come il film di Todd Haynes del 2015, che sarà argomento di questa trattazione, Carol.    

    La pellicola consiste in un melò estremamente delicato ed elegante che racconta la storia d’amore tra due donne: Rooney Mara interpreta Therese, una giovane commessa alla ricerca di sé stessa, mentre una meravigliosa Cate Blanchett veste i panni di Carol, una madre sulla quarantina alle prese con un divorzio difficile. Le due, conosciutesi nel grande magazzino dove la prima lavora, intrecceranno dapprima un rapporto di tenera amicizia, che sfocerà poi in un amore vero e travolgente, in un periodo storico nel quale l’omosessualità veniva ancora, purtroppo, considerata alla stregua di una malattia mentale.

    Tratto dal romanzo omonimo del ’52 di Patricia Highsmith, la pellicola mette in scena una parabola amorosa impossibile per il contesto nel quale è ambientata, trattando tematiche come l’emarginazione sociale, la scoperta e l’accettazione di sé stessi, accompagnando il tutto con una calibratissima dose di dramma famigliare e personale. 

    Carol si rende notevole, innanzitutto, per il comparto tecnico eccellente, soprattutto in ambito registico, dove la sapiente mano di Haynes – coadiuvato nel suo compito da un comparto fotografico che vale da solo la visione – si dimostra delicata nel tratteggiare una storia d’amore purissima e sincera, ma allo stesso tempo estremamente dolorosa e coinvolgente.

    Oltre a ciò, a impreziosire ulteriormente la pellicola, si stagliano due attrici del calibro di Rooney Mara e Cate Blanchett, che regalano qui delle interpretazioni al limite della perfezione, riconosciute entrambe con candidature agli Oscar, e sulle quali si regge, di fatto, tutto il film. 

    Nonostante il ritmo sia quello classico del melò, e quindi la pellicola si prenda tutto il tempo necessario per entrare nei personaggi e nei loro sentimenti, Haynes riesce a portare su schermo la vera essenza dell’amore in tutte le sue sfaccettature: dalla scintilla dell’innamoramento, passando per il corteggiamento, fino ad arrivare al desiderio fisico, ma anche al dolore più profondo. 

    In sintesi, quindi, questo film offre una visione mai retorica o didascalica degli argomenti trattati – che, come già detto, non si limitano alla semplice relazione amorosa -, ma espande il discorso anche a livello sociale, familiare e individuale. Una pellicola d’autore, dunque, fortemente consigliata per un Natale un po’ più “cinefilo” e riflessivo durante il quale celebrare o far scoprire a qualche parente il grande cinema contemporaneo. 

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  • RECENSIONE BLACK AS NIGHT ED I VAMPIRI DEL GHETTO – AMAZON & BLUMHOUSE

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    Nel mese di Ottobre 2020 Amazon Prime, in collaborazione con la casa di produzione Blumhouse, ha distribuito direttamente in streaming sulla propria piattaforma quattro film, tutti appartenenti a vari sottogeneri dell’horror e parecchio diversi l’uno dall’altro, con lo scopo di presentare il lavoro di Blumhouse a una vasta platea di spettatori. Nasceva così Welcome to the Blumhouse. Visto il successo ottenuto dalle quattro pellicole (Black Box, Emmanuel Osei-Kuffour; The Lie, Veena Sud; Evil Eye, Elan Dassani; Nocturne, Zu Quirke) e nonostante la qualità altalenante delle quattro produzioni, nel mese di Halloween del 2021 gli Amazon Studios sono tornati con altri quattro film, quattro nuove storie dirette da quattro registi diversi, di cui due già presenti sulla piattaforma e due in uscita l’8 Ottobre.

    L’articolo di oggi si sofferma su Black As Night, diretto da Maritte Lee Go ed approdato su Amazon Prime Video l’1 Ottobre.

    CACCIA GROSSA A NEW ORLEANS

    Il film si apre con una ripresa notturna della periferia di New Orleans, mostrandoci un senzatetto venire raggiunto da un gruppo di uomini che, scagliandosi violentemente su di lui, lo fanno a pezzi. Si passa poi ad un racconto diretto di Shawna (Asjha Cooper), la protagonista del film che, dopo la perdita di una persona a lei cara e l’incontro con il branco di vampiri, decide di porre fine alla minaccia dei succhiasangue creando una squadra composta dal suo migliore amico Pedro, dall’interesse amoroso Chris e dalla fan di narrativa gotica Anne Rice Granya.

    Sicuramente non si è di fronte ad un’opera che brilla di originalità in quanto a soggetto (tra tutti balza subito in mente la famosa serie anni ’90 Buffy l’ammazzavampiri  con Sarah Michelle Gellar), ma la base di partenza risulta abbastanza solida e interessante per poterci costruire sopra una storia il cui vero scopo è quello di raccontare una lotta di classe (andando a richiamare un classico dell’horror come il Candyman  di Rose datato 1992), inserendo anche richiami al Black Lives Matter ed addirittura scavando indietro fino allo schiavismo. Il tutto viene proposto in maniera seriosa ma senza risultare troppo pesante, permettendo alla pellicola di mantenere uno stile adatto soprattutto ad un pubblico giovane, verso il quale si rivolge tramite i combattimenti e le numerose battute che i personaggi si scambiano.

    I personaggi risultano abbastanza fumettistici e stereotipati (il belloccio, la tipa tosta, quella che conosce tutte le regole dei mostri…), ma funzionano nell’atmosfera che il film vuole creare e presentano inoltre alcuni spunti interessanti sul passaggio dall’adolescenza alla vita adulta. In particolare, attraverso il personaggio di Pedro (interpretato da Fabrizio Guido), la pellicola parla allo spettatore di tematiche legate alla comunità lgbt in maniera semplice e senza risvolti caricaturali.

    I vampiri che i ragazzi si ritrovano ad affrontare condividono tutte le caratteristiche di base dei racconti classici, inserendo però alcune differenze come l’origine della “malattia” e la divisione dei succhiasangue in diverse casate con un’idea di vita decisamente diversa, creando quindi anche una divisione tra vampiri cattivi e meno cattivi. Gli effetti visivi che li caratterizzano sono abbastanza buoni, soprattutto per il trucco facciale e le mani, leggermente sotto tono risulta invece l’effetto “di morte” che si dimostra abbastanza posticcio e distrugge completamente il pathos in alcune scene. Piccola nota di merito per il villain della storia, che il film riesce a tenere nascosto per buona parte della pellicola ma riuscendo comunque a risultare iconico in ogni sequenza a lui dedicata, grazie anche ad una buona prova attoriale e ad un costume estremamente “calzante” al suo ruolo.

    Dal punto di vista tecnico, la pellicola si attesta su un buon livello sia in ambito di regia che di fotografia, senza però eccellere mai. New Orleans viene infatti messa in scena come una città qualsiasi della costa est, risultando esteticamente anonima. Riuscita risulta la colonna sonora, così come anche i costumi, soprattutto nel caso della distinzione dei vampiri con i gradi e le casate.

    CONCLUSIONE

    Con Black as night  Blumhouse e Amazon presentano una storia di caccia ai vampiri che mescola i toni dark dell’horror a quelli più umoristici della commedia. Nonostante a primo impatto possa apparire poco serio ed improntato esclusivamente all’azione, questo film ci parla anche di tematiche importanti come la lotta di classe in America e il razzismo. Se regia e fotografia fanno il loro lavoro, è nella presentazione dei villain della storia che la pellicola da il suo massimo, con costumi creati appositamente per i vari vampiri e con effetti prostetici e trucco più che azzeccati. Una buona commedia horror, dunque, da guardare magari con amici in una visione non troppo impegnata, che riesce comunque ad intrattenere lo spettatore e a trasmettere qualcosa.

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  • RECENSIONE COMEDIANS – COMICITÀ E ODIO

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    L’omonimo spettacolo teatrale di Trevor Griffiths è alla base di Comedians, nuovo film scritto e diretto da Gabriele Salvatores.

    La voce rauca di Tom Waits con le canzoni Rain Dogs e Downtown Train apre e chiude il sipario su un non-luogo, una non specificata e piovosa città del Nord Italia. L’azione è quasi tutta contenuta in due sole stanze, l’aula di una scuola dove sei aspiranti comici (Ale e Franz, Marco Bonadei, Walter Leonardi, Giulio Pranno, Vincenzo Zampa) preparano il loro numero, e la sala in cui si  esibiscono: nell’aula i sei comici ripassano le lezioni del loro insegnante, l’ex
    comico Eddie Barni (Natalino Balasso), consapevoli che il loro numero verrà valutato dall’agente teatrale Bernardo Celli (Christian de Sica), per decidere chi di loro verrà assunto nella sua agenzia. Tutti i sei comici sono persone insoddisfatte e frustrate, che vedono nell’ingaggio di Celli la possibilità di evadere dalle loro vite; Barni, d’altra parte, nell’insegnare loro una forma costruttiva di comicità, spera di riscattare le loro esistenze e, in parte, anche la propria.

    Più che la storia o i personaggi, quel che conta in Comedians è l’umore che pervade tutto il film: Gabriele Salvatores immerge infatti lo spettatore in un mood rabbioso e acido, dove la comicità dei sei attori e i rapporti l’uno con l’altro scaturiscono da rancori, ostilità, aperto disprezzo, ed esplodono nei furiosi litigi dietro le quinte e qualche volta anche sul palcoscenico, come i due fratelli interpretati da Ale e Franz divisi da differenze inconciliabili ma costretti a esibirsi assieme, oppure il giovane ribelle e insofferente di Giulio Pranno il cui male di vivere si esprime in una comicità scioccante e urlata. Questa atmosfera plumbea viene resa anche grazie ai colori spenti (fotografia di Italo Petriccione) e allo squallore delle ambientazioni (production design di Rita Rabassini).

    In questa rabbia si gioca la differenza abissale tra due opposti modi di intendere la comicità, incarnati da Barni e Celli: il primo insegna una comicità che prenda atto del male nel mondo e lo incanali in un’energia positiva che arricchisca il pubblico, il secondo professa una comicità più immediata, meno filosofica. Il conflitto del film, quindi, riguarda l’annoso dilemma se l’arte debba limitarsi a descrivere la realtà o se debba provare anche a migliorarla.

    Le caratterizzazioni dei personaggi funzionano, anche se gli attori sono incastrati in dialoghi così smaccatamente teatrali da essere per la maggior parte forzati, poco naturali. L’intenzione di Salvatores era probabilmente di rendere i personaggi più simili a caratteri teatrali che a persone credibili e verosimili, ma questa idea riesce solo in parte a causa delle differenze tra linguaggio del cinema e linguaggio del teatro. Questo scarto tra intenzione di Salvatores e resa su schermo influenza anche la riuscita dello stesso umorismo di Comedians, un po’ a causa dei dialoghi di cui sopra, un po’ per la natura di molte gag, in cui le battute fondate su stereotipi sessisti si sprecano. Se questo da una parte può servire a sottolineare la sgradevolezza misantropica dei protagonisti, dall’altra fossilizza la comicità di Comedians in un repertorio fuori tempo massimo, non efficace: nel 2021 ci si aspetterebbe un umorismo un po’ diverso da battute su “donne facili” e persone sovrappeso. Anche perché sembra contraddire l’intenzione del film di mostrare come vincitore morale Eddie Barni, quello che teorizza una comicità universale e costruttiva.

    Comedians è un film interessante, che conferma la capacità di Gabriele Salvatores di raccontare storie dal sapore diverso rispetto al solito cinema italiano. Tuttavia, conferma anche la sua attitudine a raccontarle più con furbizia che con profondità: introduce alcune ottime idee e sfrutta un buon cast di attori, conferisce al film un’atmosfera molto riuscita, ma la tesi che porta avanti si sovrappone alla storia e ai personaggi in un modo non così  approfondito come lo stesso Salvatores crede.

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  • RECENSIONE SI VIVE UNA VOLTA SOLA DI CARLO VERDONE

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    Il nuovo film scritto, diretto e interpretato da Carlo Verdone, Si vive una volta sola, è, come molti suoi film degli ultimi anni, una commedia permeata da una sorta di amarezza esistenziale di fondo, da una malinconia sottopelle che riaffiora tra le scene umoristiche.

    Il professor Umberto Gastaldi (Carlo Verdone) è un chirurgo di grande fama, divorziato, con una figlia che partecipa da soubrette a programmi televisivi di infimo livello. Lui e i suoi colleghi, Lucia Santilli (Anna Foglietta) e Corrado Pezzella (Max Tortora), dalla vita privata altrettanto difficile, passano le giornate a giocare scherzi particolarmente crudeli al loro collega, l’anestesista Amedeo Lasalandra (Rocco Papaleo), fino a quando non scoprono che questi è malato terminale. Così decidono di accompagnarlo per una settimana di ferie in Puglia, cercando di trovare il coraggio di comunicare la cattiva notizia all’ignaro amico. La trama è semplice, funzionale alle gag e ai momenti più malinconici, e ha risvolti piacevolmente prevedibili.

    Il tema della malattia è trattato con la giusta serietà, non viene buttato in farsa ma nemmeno sfruttato per facile melodramma: in sostanza, sebbene non particolarmente memorabile, l’aspetto più riuscito del film sono proprio i risvolti sentimentali imperniati sulla malattia, sulla fragilità della vita e dei rapporti umani. Ciò che invece funziona poco è la commedia, continuamente sospesa tra gag fiacche, personaggi di contorno macchiettistici, risvolti prevedibili. Alcuni momenti fanno sorridere, in altri si riesce a intravedere una certa verve umoristica e il talento comico dei protagonisti coinvolti, ma oltre a questo poco altro.

    La sceneggiatura (di Verdone, Giovanni Veronesi e Pasquale Plastino), in bilico tra un dramma solido ma non memorabile e una commedia all’acqua di rose, viene solo in parte risollevata dai personaggi. I migliori sono quelli di Lasalandra e soprattutto di Santilli, bene interpretati da Rocco Papaleo e Anna Foglietta: tutti e due riescono a equilibrare bene tempi comici azzeccati e spessore drammatico. Non così i personaggi di Gastaldi e Pezzella: Carlo Verdone e Max Tortora sono entrambi sotto tono e poco convincenti, non brillano né per comicità né per serietà, e sono penalizzati da una caratterizzazione banale il primo, insufficiente il secondo. Umberto Gastaldi in particolare, il primus inter pares tra i protagonisti, avrebbe il potenziale per arricchire il film di riflessioni come il rapporto tra genitori e figli e il contrasto tra una vita professionale eccellente e una privata disastrosa, ma nessuno di questi temi viene affrontato con vera convinzione, e risultano poco più che funzionali a caratterizzare il personaggio di Verdone. Il conflitto tra padre e figlia è perlomeno sfumato ed evita di cadere nel facile manicheismo ma, di nuovo, oltre a questo poco altro.

    Funzionale è anche la regia di Verdone, così come l’intero comparto tecnico-artistico del film: la fotografia, il montaggio, la colonna sonora, sono tutti strumentali alla narrazione ma non particolarmente degni di nota, efficaci ma non brillanti.

    Giudizio che, in ultima analisi, si può estendere a tutto il film: efficace ma non brillante. I fan e i completisti della filmografia di Carlo Verdone probabilmente troveranno di che godere, ed i momenti più sentimentali e malinconici funzionano, ma per il resto Si vive una volta sola è una commedia perfettamente nella media.

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