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  • 3 FILM SUPEREROISTICI D’AUTORE

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    Il cinecomic – o cinefumetto – è  un filone che, ormai da più di un decennio, domina incontrastato il mercato cinematografico mondiale, soprattutto grazie all’avvento del MCU, il quale ha di fatto imposto un nuovo standard al genere supereroistico contemporaneo, oltre che al cinema di intrattenimento in generale.  

    Laddove nel passato, infatti, pellicole come Batman di Tim Burton o Il Corvo di Proyas erano trasposizioni di fumetti largamente influenzati dalla poetica e dalla mano dell’autore, oggi il mare magnum di Superhero Movies prodotti negli ultimi anni sembra aver ormai fagocitato sé stesso, portando all’appiattimento e alla standardizzazione della maggior parte dei contenuti. 

    Se da un punto di vista commerciale, quindi, strutture produttive come il Marvel Cinematic Universe si sono rivelate estremamente di successo, bisogna riconoscere come da un punto di vista meramente artistico si sia arrivati – forse – a un punto morto, a un manierismo sterile. 

    Per fortuna, però, prima del grande jackpot economico di Marvel e affini, c’è stato un periodo – tra gli anni ’90 e 2000 – in cui sono state prodotte alcune perle più o meno nascoste del genere, frutto del lavoro di grandi cineasti genuinamente appassionati di fumetti, che hanno impresso il loro amore per la narrazione supereroistica su pellicola prima che questo modo di fare cinema divenisse una macchina stampa dollari. 

    In questo articolo verranno presentati, dunque, tre film di questo filone da scoprire o da riscoprire per i più esperti. 

    DARKMAN – SAM RAIMI (1990) 

    Sam Raimi è considerato – a ragion veduta – uno dei più grandi autori di Cinecomics della storia recente, avendo firmato quello che è forse il vero e proprio spartiacque per lo sviluppo del genere nella contemporaneità, ovvero la trilogia di Spiderman

    Non tutti sanno, però, che già nel 1990 il regista de La Casa porta sullo schermo un prototipo di superhero movie estremamente interessante e innovativo per l’epoca: Darkman, con Liam Neeson e Frances McDormand. E’ corretto parlare, in questo caso, di un cinecomic embrionale, in quanto il film presenta in sé già tutte le caratteristiche di quello che sarà poi il canone di ogni origin story fumettistica, come ad esempio la trasformazione del protagonista, lo scontro/confronto con un antagonista e la presa di consapevolezza dell’eroe nel finale, il tutto, però, con una grandissima differenza di fondo: Raimi, non riuscendo ad ottenere i diritti per portare sullo schermo l’Uomo Ombra di Walter Gibson, decide di inventare ex-novo la figura di questo Super(anti)eroe, rinunciando all’adattamento di un’opera preesistente.

    Grazie a questa libertà creativa, il regista riesce a mettere in scena una storia estremamente peculiare, che tratta tematiche come l’importanza – vacua – dell’estetica nella società contemporanea, l’alienazione del diverso e la crisi dell’identità dell’individuo, con una profondità raramente eguagliata nel genere. In questo senso è riuscitissima la prima metà di questo Darkman, in cui Raimi riesce a costruire una narrazione dalle atmosfere quasi anni ‘70 – basti pensare alle sequenze in cui il protagonista si trascina sotto la pioggia nei vicoli della città – creando un personaggio estremamente tormentato e complesso, che si avvicina in qualche modo alla caratura tragica dei grandi anti-eroi della New Hollywood

    Il grande pregio del film, infatti, è proprio quello di riuscire a fondere questo tipo di approfondimento psicologico del personaggio con i canoni del cinema anni ’80 e ’90, oltre che con le dinamiche di un cinefumetto: dopo una prima parte introduttiva, nel secondo atto l’azione – girata sempre magnificamente da Raimi – si fa più intensa e frenetica; il lavoro sul trucco prostetico è straordinario e conferisce ulteriore spessore all’interpretazione già maiuscola di Liam Neeson; gli effetti speciali innovativi (per l’epoca) strizzano l’occhio a un certo tipo di cinema action e ricercano la spettacolarità e l’intrattenimento, senza risultare però mai eccessivamente invasivi nella narrazione. Inoltre, la regia e il montaggio tipici del cinema di Raimi vengono qui riproposti e funzionano in maniera eccellente, dando alla pellicola un ritmo veramente notevole e un impianto visivo degno dei migliori film del cineasta americano, che non abbandona la sua poetica per piegarsi al genere, ma anzi piega il genere alla sua poetica, come solo i grandi autori sanno fare. 

    Tutti questi elementi contribuiscono a rendere Darkman uno dei cinecomics più importanti del suo tempo (anche se non direttamente tratto da un fumetto), rendendolo – di fatto – un grande punto di riferimento per tutto il filone supereroistico più cupo e dark che si sarebbe sviluppato a partire dal decennio successivo. 

    Un film, dunque, troppo spesso dimenticato e che merita di essere riscoperto e riconosciuto sia per il suo valore in quanto opera a sé stante, sia per essere stato in anticipo di svariati anni rispetto ad altri prodotti che hanno avuto, purtroppo, più fortuna critica ed economica di Darkman

    BLADE II – GUILLERMO DEL TORO (2002) 

    La trilogia di Blade, uscita a cavallo tra il 1998 e il 2004, è il primissimo tentativo di adattamento di fumetti Marvel, insieme a X-Men del 2000 diretto da Bryan Singer ed è stata sicuramente seminale per lo sviluppo del genere nel cinema moderno. 

    Dopo un primo capitolo generalmente ben accolto, infatti, la casa di produzione intuisce la potenzialità del progetto e decide di affidare il sequel a un regista molto promettente in rampa di lancio – all’epoca –  come Guillermo del Toro e di richiamare nuovamente lo sceneggiatore David Goyer (nome che tornerà spesso nel panorama supereroistico moderno, basti pensare a la trilogia de  Il Cavaliere Oscuro di Nolan) per tentare di bissare il successo del film precedente. 

    Nasce così un cult assoluto dei primi anni 2000, uno dei cinecomic più riusciti in assoluto, nonché uno dei migliori adattamenti Marvel mai visti, che ancora oggi sorprende grazie a una messa in scena lontanissima dagli standard seriali in cui restano spesso imbrigliati i film del MCU contemporanei, un’opera che funziona sia come puro cinema di intrattenimento, ma che porta avanti contemporaneamente ed in maniera evidente il discorso autoriale del proprio regista. 

    In Blade II, infatti, del Toro riesce a costruire perfettamente un mondo fantasy in cui l’umano è elemento marginale, se non addirittura assente, per tornare a riflettere ancora una volta sul concetto di mostruosità e di diversità: il protagonista – che qui trova un approfondimento psicologico ineguagliato nell’arco della trilogia – è di fatto una figura emarginata all’interno della comunità dei vampiri, un outsider che vive in solitudine a causa della sua natura unica. Questa caratteristica fondamentale del personaggio di Blade permette a del Toro di portare in scena un anti-eroe estremamente interessante e coerente con la sua poetica – basti pensare a quanto di Blade c’è in Hellboy – senza lasciare da parte, però, il lato più “Badass del’ammazzavampiri che regala scene action magistrali e al cardiopalma (su tutte quella della discoteca), oltre che un’iconicità visiva totale.

    Proprio nell’insieme del suo design questo film trova un ulteriore punto di forza, soprattutto grazie a scenografie che rimandano spesso a un certo tipo di horror post-gotico (di nuovo la mano di del Toro si fa sentire), a un lavoro eccezionale sul make-up dei vampiri, soprattutto per quanto riguarda il villain principale che è passato alla storia grazie alle sue terrificanti mandibole, senza dimenticare i costumi che, nonostante riprendano un immaginario già esplorato con Matrix, rendono ogni personaggio iconico ed estremamente cool, su tutti ovviamente Blade che con le sue pistole dai proiettili d’argento e la sua leggendaria spada resta – ad oggi – un protagonista indimenticabile

    Un film fondamentale, dunque, per lo sviluppo e l’affermazione del genere supereroistico nel cinema contemporaneo, una pietra miliare che ogni fan – e non – del cinecomic dovrebbe conoscere a memoria, l’ennesima dimostrazione di come anche l’adattamento di un fumetto, se messo in mano a grandissimi autori come del Toro, possa trasformarsi in un’opera cinematografica strepitosa che valica i confini del puro intrattenimento per trattare tematiche importanti. 

    Una concezione di superhero movie che – forse – oggi è ormai perduta, dimenticata dalle produzioni sotto i miliardi di dollari di incassi portati a casa da film sicuramente più standard e meno autoriali di questo meraviglioso Blade II.

    UNBREAKABLE – M. NIGHT SHYAMALAN (2000) 

    Altra trilogia, altra grandissima origin story firmata da M. Night Shyamalan, nome che è sinonimo di notevole virtuosismo registico e di sceneggiature spesso sorprendenti, anche grazie agli ormai proverbiali plot twist  shyamalaniani che caratterizzano il suo cinema. 

    Unbreakable non fa eccezione ed è – a tutti gli effetti – una delle opere più riuscite dell’autore, che riesce a creare qui una storia che è in primis un grandissimo omaggio al mondo del fumetto, vera e propria passione del regista come dichiarato in più di un’intervista, rappresentato come forma d’arte a sé stante, pregno di una statura culturale dignitosissima, al punto che il comic book viene dipinto come l’autentica narrazione epica della contemporaneità. 

    Non partendo da una base letteraria, però, Shyamalan ha la possibilità di allargare la propria riflessione e spostarsi dal semplice omaggio fumettistico: in Unbreakable, infatti, l’arco narrativo di David Dunn (un grandissimo Bruce Willis) porta lo spettatore ad interrogarsi sulla natura stessa dell’eroe, sulla straordinarietà nell’ordinario, mettendo in scena un personaggio che appartiene a una dimensione comune, un uomo con problemi famigliari come molti e che viene messo di fronte alla sua – inconsapevole – eccezionalità dalla quale cerca di sottrarsi. 

    Il film in realtà, a detta dello stesso Shyamalan, è un unico grandissimo primo atto che analizza la presa di coscienza dell’Eroe: manca infatti qualsiasi tipo di scontro con un villain, manca il momento in cui il protagonista si mostra alla città nella sua nuova “forma” e la dimensione super di Bruce Willis è ridotta all’osso; al contrario la pellicola si concentra solamente sull’interiorità del personaggio di Dunn, sulla sua psicologia, sul percorso che deve compiere per accettare la sua natura e capire chi sia veramente, per accettare il ruolo che deve assumere per proteggere la comunità e la sua famiglia.

    Oltre quindi a un discorso quasi meta-supereroistico estremamente interessante e riuscito, che per forza di cose qui è stato sintetizzato ai minimi termini, il film si rende notevole soprattutto per la messa in scena di Shyamalan, il quale firma qui uno dei lavori registici più sorprendenti dell’intero filone cine-fumettistico, pareggiato forse solamente dal grandissimo Hellboy: The Golden Army del già citato del Toro, fatto di strepitosi piani sequenza e di punti macchina sorprendenti (basti pensare alle due sequenze d’apertura veramente indimenticabili), che regalano scene dall’impatto visivo straordinario, come quella della piscina o di Bruce Willis che solleva il bilanciere in cantina. 

    Un film, quindi, epocale e fondamentale per lo sviluppo del genere supereroistico contemporaneo, che è – giustamente – considerato uno dei punti più alti raggiunti nell’intera produzione di questo filone. Una pellicola straordinaria per messa in scena, interpretazioni e sceneggiatura, un esempio di cinema al quale – forse – oggi il mondo hollywoodiano dovrebbe ispirarsi maggiormente. 

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  • IL LUOGO COME PERSONAGGIO – 5 FILM DA CLAUSTROFOBIA

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    Dall’horror al cinema action, dallo space movie al più atipico western tarantiniano, dalle prigioni della mente di una terrificante isola-manicomio a un gelido hotel in cui impazzire insieme a tutta la famiglia. Da sempre il cinema vive dei luoghi che crea e che popola, e non sono pochi i casi di film in cui lo scenario in cui si svolge la vicenda sia non solo centrale ma anche determinante per molti aspetti dello sviluppo di trama e personaggi (basti pensare, oltre a quelli già richiamati, al recente The Father). 

    Luoghi chiusi e senza via d’uscita, a tratti da incubo e claustrofobici, spesso atti a rappresentare i luoghi della mente e le sue prigioni, o ancora a raccontare di veri incubi con cui non vorremmo mai doverci confrontare. 

    L’abilità di coloro che scrivono o dirigono questo tipo di film risiede, il più delle volte, nella capacità di saper caratterizzare un luogo, fino ad elevarlo al rango di vero protagonista della vicenda. Di seguito vi proponiamo una lista di cinque film – decisamente molto diversi tra loro per genere e “impegno” – che per un motivo o per l’altro ruotano attorno a precisi luoghi, spesso opprimenti e claustrofobici.

    PANIC ROOM

    Quinto lungometraggio di David Fincher, arriva nelle sale nel 2002, a tre anni di distanza da Fight Club. Il film ha come protagoniste Jodie Foster e Kristen Stewart nei panni di Meg e Sarah, una madre fresca di divorzio e della figlia adolescente. Le due, proprio a seguito della separazione di Meg dal marito, si trasferiscono in una lussuosa abitazione a due passi da Central Park. La casa è immensa e dislocata su più piani e, al suo interno,nasconde una stanza segreta, la panic room del titolo, blindata e totalmente impenetrabile una volta che ci si è chiusi all’interno. La stanza diventa il vero centro nevralgico di tutta la vicenda quando, durante la prima notte nel nuovo appartamento, madre e figlia sono costrette a nascondersi al suo interno dopo che tre rapinatori fanno irruzione in casa. Peccato che ciò che i tre stanno cercando si trovi proprio all’interno della panic room. Thriller da camera che riflette il terrore provato nei confronti dell’esterno che si respirava in quel periodo negli Stati Uniti, Panic Room non è certo il più citato tra i film di Fincher, e in effetti riesce meno di altri a tenere lo spettatore costantemente con il fiato sospeso. Ogni cosa è fin da subito (troppo) chiara: le identità dei ladri, l’obiettivo della rapina e il posto in cui è nascosto. L’elemento d’interesse più rilevante è proprio l’ambientazione: la casa ed in particolare la stanza segreta sono descritte e costruite quasi al pari di due personaggi: salvezza o trappola, alleate o nemiche.

    CUBE

    Opera prima del regista canadese Vincenzo Natali, Cube è un film fantascientifico del 1997, una pellicola che intrattiene senza troppe pretese ma che presenta comunque alcuni punti d’interesse. Diversamente da Panic Room, qui spettatori e protagonisti non sanno assolutamente nulla di quello con cui hanno a che fare. La trama non è molto complessa: un gruppo di sconosciuti si sveglia all’interno di un’immensa struttura cubica e labirintica, non avendo alcuna memoria di come siano finiti lì dentro. La struttura, il cubo, è un labirinto apparentemente senza via d’uscita, un susseguirsi di stanze cubiche collegate tra loro attraverso botole e disseminate di trappole letali. Una trama semplice che parte da un marchingegno diabolico progettato su basi matematiche e che tramite un climax di ansia e claustrofobia getta gli spunti per una riflessione forzatamente nichilista sulla natura umana e sulla scia del classico homo homini lupus.

    Sebbene recitazione e dialoghi lasciano a tratti a desiderare (il film è sicuramente figlio di un certo cinema d’intrattenimento anni ‘90), è interessante vedere come il film lavori e sviluppi trama e riflessioni a partire da un’ambientazione tutto sommato semplice ma che non si svela mai totalmente nella sua totalità nè nelle sue ragioni d’essere.

    ROOM

    Dalla fantascienza al dramma, Room è tratto dal best seller mondiale di Emma Donoghue, a sua volta ispirato a un celebre caso di cronaca nera.

    In questo caso, la stanza del titolo non solo è il pretesto della narrazione ma, per il piccolo Jack (Jacob Tremblay), è tutto il mondo. La madre Joy (Brie Larson), infatti, da sette anni vive rinchiusa in un’angusta stanza, un vecchio capanno in cui è stata portata a seguito del suo rapimento. La donna, dopo aver subito abusi da parte del rapitore, è rimasta incinta, e così Jack, figlio di uno stupro, è nato proprio in quella stanza, che è il suo mondo e, al contempo, la sua prigione.

    Un film di ristretti spazi interni e interiori, fisici e mentali, che a un certo punto si scontrano con ciò che non si conosce, che questa volta è rappresentato dall’esterno, la libertà che Jack non sapeva di non conoscere. Room crea intelligentemente un gioco di parallelismi e dolorosi scontri tra la sicurezza intima dei luoghi che conosciamo e dei rapporti (unici) a cui ci aggrappiamo e un senso di soffocamento incessante e violento, che lascia lo spettatore spaesato e annaspante. A completare questo riuscito dramma “casalingo” anche due interpretazioni, finalmente, davvero convincenti.

    IL BUCO

    Aggiunto al catalogo Netflix nel 2019, Il buco è un film horror spagnolo che ha fatto parecchio parlare di sé. Diretto dall’esordiente Galder Gaztelu-Urrutia Munitxa, la pellicola è una critica socio-politica dalle inquietanti fattezze. Anche qui l’azione si svolge interamente all’interno di un unico, scarno e opprimente set, una sorta di prigione verticale organizzata su più livelli. Al centro della struttura c’è il buco, attraverso il quale ogni giorno passa una piattaforma piena di vivande che scende fino al piano più basso svuotandosi via via fino a contenere solo avanzi. Periodicamente i detenuti vengono spostati di livello, così che coloro che stavano in cima, sazi e ben nutriti, da un giorno all’altro possono ritrovarsi nei livelli più bassi della prigione a patire la fame. Così come in Cube, l’ambientazione funge da spunto per impostare una metafora sulla stratificazione sociale, sulla disuguaglianza e sulla devianza, ma questa volta la costruzione e decodifica dell’intero sistema non si basano su precise risposte matematiche, quanto più sulla reale cooperazione ed empatia tra tutti i prigionieri delle decine e decine di livelli.

    UNA NOTTE DI 12 ANNI

    A conclusione di questa lista di film claustrofobici, una pellicola originaria dell’Uruguay presentata alla Mostra del cinema di Venezia nel 2018. Il film è diretto da Álvaro Brechner e racconta la storia vera di tre prigionieri politici nell’Uruguay del 1973. In un paese controllato da una violenta dittatura militare, gli oppositori (il movimento di guerriglia dei Tupamaros) vengono torturati e imprigionati e alcuni di essi, una notte, vengono prelevati dalle loro celle per un’operazione militare segreta che durerà, sulla loro pelle, dodici anni. Dodici anni di buio, silenzio e solitudine durante i quali l’unico obiettivo è condurre i prigionieri alla follia, distruggendo la loro resistenza psicologica.

    Una notte di 12 anni è un’opera di cinema civile che porta all’esterno e alla luce i traumi personali e nazionali. Il film, diversamente dai precedenti, non si svolge all’interno di un unico luogo, ma vive dell’alternanza di carceri e caserme diverse, luoghi isolati e fatiscenti in cui perdere il senno e l’umanità. Il senso di oppressione è continuo, tanto che, persino nelle scene in esterna, il buio e il senso di totale vuoto delle celle ci seguono con prepotenza e, se in questo caso la prigione non diventa mai un vero personaggio, sicuramente essa si fonde con i prigionieri dando vita a luoghi – fisici e mentali – davvero infernali.

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  • STORIE DI DONNE CORAGGIOSE – 5 CONSIGLI SU SERIE TV

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    L’8 marzo è il giorno della Festa della Donna e – come ogni anno – si ricordano tutte coloro che si sono spese per ottenere la parità di diritti e per vedere il proprio ruolo riconosciuto nella società. Si ricordano le imprese di donne di ogni tempo e luogo, le conquiste sociali, economiche e politiche.

    Anche le serie tv si sono spese per raccontare storie di donne realmente esistite, eccezionali, ma talvolta dimenticate dalla Storia. Le loro vite sono spesso tratte da diari personali, memorie o addirittura racconti di testimoni. Ad oggi, le serie tv si sono evolute fino a mettere in scena personaggi femminili sempre più complessi, intriganti, potenti e rivoluzionari. Vediamo alcune serie che portano in scena donne forti che si troveranno a confrontarsi con un ambiente ostile.

    Maid (disponibile su Netflix)

    Serie ispirata dal memoir di Stephanie Land e la sua storia raccontata in Donna delle pulizie. Lavoro duro, paga bassa e la volontà di sopravvivere di una madre.

    Al centro della storia c’è Alex, una madre single scappata da una relazione violenta che lavora come signora delle pulizie nella speranza di dare un futuro migliore alla piccola Maddy. La serie racconta realisticamente le condizioni di vita di qualsiasi vittima o sopravvissuta che cerca rifugio in un centro antiviolenza, sebbene il rifugio contro la violenza domestica della serie sia frutto della fantasia. 

    La serie racconta anche le difficoltà economiche di Alex. In particolare cosa possa voler dire vivere in condizioni di degradante povertà negli Stati Uniti, con una figlia e senza figure adulte di riferimento: Alex vive alla giornata, dandosi da fare con il poco denaro che riesce a guadagnare, appena sufficiente per i beni di prima necessità. Il racconto restituisce dignità e valore al lavoro svolto dalle signore delle pulizie, inoltre ci aiuta a vedere la vita di gente benestante dal punto di vista della protagonista. Si tende a pensare che coloro che stanno economicamente meglio di noi abbiano tutto, ma la serie ci dimostra che neanche le loro vite sono perfette, ognuno è chiamato ad affrontare delle difficoltà, siamo tutti umani, seppur con agi differenti.

    Glow (disponibile su Netflix)

    Una serie ambientata negli anni ’80, anni di cambiamenti sociali e lotte d’affermazione, che vede come protagoniste donne non convenzionali. Racconta la nascita del Wrestling Femminile e la sua distribuzione televisiva, essendo Glow l’acronimo di Gorgeous Ladies of Wrestling, il programma televisivo in cui un gruppo di donne si sfida sul ring. La protagonista è Ruth Wilder, un’attrice disoccupata alla quale viene offerto di partecipare al nuovo show che lei vede come l’ultima possibilità per farsi notare. Si sfiderà con Debbie Eagan, ex attrice di soap opera che ha abbandonato il mondo dello spettacolo per dedicarsi alla famiglia. Le protagoniste sono tutte molto diverse tra di loro, ma per inseguire una carriera nel mondo dello spettacolo devono imparare a lavorare in gruppo. Il loro allenatore è Sam Sylvia, regista di B-movie che si è reinventato preparatore atletico. In un’epoca in cui le donne erano chiamate solo a sfoggiare le loro qualità estetiche, queste donne avranno un ruolo diverso sul ring. Pensiamo alla preparazione che è stata richiesta alle attrici per imparare le varie mosse e non a seguire le classiche diete per apparire più sottili. 

    La serie si ispira a una storia vera: la storia delle Gorgeous Ladies of Wrestling inizia nel 1985 quando l’imprenditore David McLane realizza il pilot di uno show in cui lottano delle donne. McLane pubblicò un annuncio in cui diceva di ricercare donne per uno show televisivo. Alle audizioni di presentarono circa cinquecento donne, tra ballerine, attrici e modelle senza sapere per quale ruolo fossero in lista. 

    Unorthodox (disponibile su Netflix)

    La serie ci racconta una storia di emancipazione femminile. La protagonista è Esther Shapiro, una ragazza cresciuta nella comunità ultra-ortodossa di Williamsburg, a Brooklyn. Come le altre donne della propria comunità, si è sposata con un uomo che hanno scelto per lei e le è proibito studiare, leggere la Torah e persino cantare. L’unica cosa che conta è che sia una buona moglie. Ma lei non accetta il destino che è stato scelto per lei, vuole liberarsi delle forzature della propria cultura ed essere libera di esprimersi per quello che è. Così, zaino in spalla e con pochi soldi e l’aiuto di un’amica vola a Berlino dove vive la madre Leah, anche lei scappata dalla stessa comunità. 

    La serie è tratta dal libro autobiografico di Deborah Feldman, The Scandalous Rejection of My Hasidic Roots (2012). Deborah, proprio come Esty, sarà costretta a radersi i capelli e a sposarsi in un matrimonio combinato ancora prima di compiere vent’anni. ma a differenza della protagonista della serie, si trasferirà a New York con il marito, da cui divorzierà per poi trasferirsi in un nuovo indirizzo, cambiando numero di telefono e altri dati sensibili così facendo perdere le sue tracce. 

    Self-made: la vita di Madam C.J. Walke (disponibile su Netflix)

    Protagonista della serie è Sarah Breedlove, in arte Madam C.J. Walker, la prima donna afroamericano a creare un impero commerciale all’inizio del Novecento grazie alla realizzazione di prodotti per capelli afro. Passando dalla produzione casalinga all’acquisto della prima fabbrica, diventerà un’imprenditrice con un intento ben preciso: aiutare le donne afroamericane a prendersi cura dei propri capelli. La serie racconta bene gli ostacoli che ha dovuto affrontare una donna di colore nell’America razzista di quei tempi. 

    Il cambiamento nella vita di questa donna è radicale e fonte di grande ispirazione, una lavandaia sfruttata che riesce a diventare un’imprenditrice unicamente con le proprie forze. La serie porta alla luce la storia di una donna eccezionale e spesso poco nota. 

    Mrs. America (disponibile su TimVision Plus)

    Miniserie televisiva ambientata negli anni ‘70 che racconta la lunga battaglia per la ratifica dell’Equal Rights Amendament (ERA), che proponeva di garantire pari diritti ai cittadini statunitensi senza distinzione di sesso e la forte opposizione mossa dall’attivista antifemminista Phyllis Schlafly. Alcune delle femministe più in vista dell’epoca come Gloria Steinem, Betty Friedan, Shirley Chisholm, Bella Abzug e Jill Ruckelshaus combattono in prima persona nelle lotte per l’approvazione dell’ERA. 

    Dovranno confrontarsi con le opposizioni della politica più conservatrice, ma anche con gli scontri nati all’interno dello stesso movimento femminista. La principale minaccia è rappresentata dal gruppo di donne conservatrici capitanato da Phyllis Schlafly e disposte a tutto per salvaguardare la figura della donna come colei che deve prendersi cura della casa e della famiglia. 

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  • FILM INGIUSTAMENTE SOTTOVALUTATI – VOLUME 2

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    Sottovalutare v. tr. [comp. di sotto- e valutare] – Considerare una persona o una cosa meno di quello che  effettivamente vale. 

    Nel discorso cinematografico contemporaneo le parole “sottovalutato” e “sopravvalutato”  vengono molto spesso utilizzate a sproposito per riflettere un’opinione soggettiva. L’errore in cui di norma si cade è quello di non specificare chi effettivamente sottostima o sovrastima il prodotto in questione: un film può, infatti, essere valutato in maniera fredda dalla critica specializzata, che magari si accanisce in maniera esagerata nei confronti di una pellicola; può venire ignorato dal pubblico che non riconosce un’opera di qualità portando, dunque, a un flop al botteghino; oppure può scivolare ai margini, se non sparire completamente, dal dibattito cinefilo sulle piattaforme web dedicate. 

    Laddove molte pellicole subiscono un trattamento simile a ragion veduta, ricevendo critiche negative su più fronti, è altrettanto vero però che esistono prodotti sottostimati da una o più parti in maniera ingiusta e che meriterebbero una rivalutazione, oppure una maggiore attenzione dell’opinione cinefila.

    In questo articolo verranno presentati 3 film di 3 grandi registi che – sempre secondo la soggettività di chi scrive – vengono, in qualche modo, sottostimati da critica, pubblico o dalla comunità web e che, appunto, meritano di essere riscoperti e rivalutati. 

    BLACK RAIN – RIDLEY SCOTT (1989) 

    Ridley Scott è  sicuramente uno dei registi più prolifici del panorama hollywodiano, avendo firmato in 45 anni di carriera la bellezza di 28 lungometraggi, da I Duellanti del 1977, fino al recentissimo House of Gucci uscito in Italia nel dicembre del 2021. 

    Avendo prodotto mediamente un film ogni 18 mesi è fisiologico, dunque, che nella filmografia del regista inglese esistano film estremamente riusciti e considerati ancora oggi capolavori totali della storia del cinema, come allo stesso tempo pellicole mediocri e dimenticabili, passi falsi comprensibili in una carriera comunque leggendaria. 

    Il film in questione, ovvero Black Rain – Pioggia Sporca del 1989, viene spesso considerato un’opera minore di Sir Ridley non riescendo ad emergere tra i grandi lavori dell’ era scottiana pre-2000, venendo relegato allo status di prodotto mediocre e poco ispirato sia dalla critica (Metascore di 56 punti su 100) sia dalla comunità cinefila (3,1 su 5 di media su Letterboxd), nonostante il grande successo di pubblico, con un incasso di 135 mln a fronte di un budget di 30.

    Se i numeri avessero valenza assoluta, quindi, questa pellicola potrebbe essere catalogata come un film difettoso in più punti, non convincente e malriuscito, ma dato che in questo format i numeri hanno un valore relativo, è il momento di entrare nello specifico e analizzare perché, in realtà, quest’opera sia una tra le più interessanti tra i “non-capolavori” di Ridley Scott. 

    Innanzitutto bisogna evidenziare come Black Rain sia un thriller poliziesco estremamente calato nella produzione mainstream del suo tempo e quindi – per definizione – nel contesto del cinema d’azione hollywodiano anni ‘80/’90, risultando in questo modo già di per sé un ottimo film di intrattenimento, forse uno dei migliori nel suo genere di tutto il decennio. 

    Tuttavia ciò che rende questa pellicola veramente degna di nota è l’efficace rimaneggiamento degli elementi del noir classico, mescolati e adattati al cinema dell’epoca, per creare un prodotto popolare (come è il filone action appunto), ma con un sottostrato che riprende certi stilemi del passato per dare spessore a un’opera all’apparenza molto semplice. 

    Andando nel concreto la figura dell’investigatore privato – ovviamente con gli immancabili trench coat e cappello – lascia spazio al detective della polizia, il quale è molto spesso un cane sciolto, un agente insubordinato e istintivo, con una morale ambigua e un passato misterioso e drammatico, come nei migliori film dell’epoca d’oro del genere. In questo senso il personaggio di Michael Douglas diventa il prototipo perfetto del nuovo anti-eroe noir: un uomo violento, che disprezza l’autorità e che vive secondo un codice etico personale e deviato nella convinzione – errata – di essere al di sopra della legge.

    Oltre a ciò, Scott mette in campo una messa in scena di ispirazione marcatamente noir, creando degli ambienti urbani notturni, in una Osaka meravigliosa e spettrale, in cui dominano chiaroscuri e tagli di luce al neon che penetrano sbuffi di fumo costantemente presenti nell’inquadratura. 

    Dal punto di vista tematico, invece, il film porta sullo schermo lo scontro culturale tra Stati Uniti e Giappone, criticando fortemente la chiusura mentale e il carattere imperialista degli americani che, messi di fronte all’integrità morale, al senso dell’onore e al valore del rispetto così radicati nella società giapponese, appaiono in tutta la loro arroganza, avidità e corruzione.  

    In conclusione, nonostante qui abbia riportato un’analisi per forza di cose superficiale e sbrigativa, Black Rain resta sicuramente un film da riscoprire e da rivalutare all’interno della carriera di Scott, il quale non firma sicuramente qui uno dei suoi capolavori, ma senza dubbio uno dei thriller-noir più belli degli anni ’80, fatto di un impianto visivo strabiliante e di una profondità tematica non indifferente. 

    THE HUNTED – WILLIAM FRIEDKIN (2003) 

    Se è vero che esistono grandissimi registi universalmente riconosciuti come maestri della Settima Arte e che vengono amati e venerati in lungo e in largo, è altrettanto vero che esistono altri cineasti del medesimo valore artistico e storico, i quali non vengono, però, mai nominati quando si parla dei grandi con la G maiuscola

    L’esempio forse più eclatante di questo fenomeno è William Friedkin, regista fondamentale della Nuova Hollywood e autore di grandissimi capolavori,  che viene ricordato dai più unicamente per L’Esorcista. Nonostante la pellicola del ’73 sia indubbiamente una delle opere più importanti del regista di Chicago, non bisogna dimenticare il lavoro straordinario che Friedkin ha portato avanti all’interno del genere poliziesco, firmando alcuni dei capisaldi del genere come Il Braccio Violento della Legge e Vivere e Morire a LA.

    Sarebbe troppo semplice in questa sede, però, parlare di uno di questi grandi thriller del Maestro e quindi l’analisi si concentrerà su un film del 2003 veramente poco discusso e riconosciuto da critica e pubblico, ovvero The Hunted – La Preda.

    Con un Metascore di 40 su 100 e un flop al botteghino non indifferente, questo film potrebbe apparire come un passo falso clamoroso nella carriera di Friedkin, ma se si va oltre le statistiche, ci si trova davanti un’opera estremamente compatta e riuscita, fatta di un impianto registico formidabile, che fa larghissimo uso del piano olandese – la macchina da presa è infatti quasi sempre inclinata – per aumentare costantemente il senso di straniamento che pervade tutta la pellicola, coadiuvato da questo punto di vista da un montaggio efficacissimo nel tenere alta la tensione e il ritmo dall’inizio alla fine. Oltre a ciò, dopo un meraviglioso incipit bellico in notturna, la fotografia glaciale e distaccata è notevolissima, grazie a un sapiente uso dei toni grigi e azzurri costantemente desaturati, perfetti per il contesto in cui la vicenda si svolge. 

    Il film tuttavia non è semplicemente un buon thriller girato con grande maestria: leggendo l’opera più in profondità si può interpretare questo The Hunted come una grande metafora dello Stato americano che distrugge – fisicamente e psicologicamente soprattutto – i propri giovani attraverso la guerra, per poi abbandonarli a loro stessi nel momento in cui i traumi subiti vengono a chiedere il conto. In questo senso, il rapporto padre-figlio tra il personaggio di Tommy Lee Jones e Benicio del Toro (entrambi in splendida forma, soprattutto il secondo) è emblematico, con il primo che addestra il giovane rendendolo una macchina da guerra, privandolo di qualsiasi sentimento umano affinché diventi un soldato perfetto e infallibile, salvo poi dovergli dare la caccia nel momento in cui questo spietato assassino “governativo” si ribella al sistema che lo tiene prigioniero e che lo ha, di fatto, reso quello che è. Un discorso, quindi, di denuncia politico-sociale la cui chiave di lettura, in realtà, viene fornita in maniera geniale fin da subito, con una frase ripresa Highway 61 Revisited di Bob Dylan che ripropone la vicenda biblica di Abramo: “God said to Abraham kill me a son”.

    Allo spettatore non resta, dunque, che inserire i personaggi di Tommy Lee Jones, Benicio del Toro e lo Stato americano al posto giusto in quest’ equazione dylaniana per avere in mano un film che è molto più di un semplice inseguimento di 94 minuti e che meriterebbe una rivalutazione critica importante, così come tutta la filmografia del buon vecchio William Friedkin. 

    SPIDER – DAVID CRONENBERG (2002)

    David Cronenberg è un nome che, già da solo, è garanzia di altissima qualità cinematografica, essendo uno dei più importanti artisti della sua generazione, nonché esponente di punta di generi come l’horror e la fantascienza. Quando si parla del regista canadese, infatti, è impossibile non citare grandi capolavori del passato come Videodrome  (1983) – vero e proprio manifesto del cinema cronenberghiano – ma anche pellicole più recenti e in egual modo imprescindibili come A History of Violence (2005). 

    Una pellicola raramente nominata quando si discute della filmografia di Cronenberg e che rappresenta forse l’opera più dimenticata del grande cineasta è certamente Spider del 2002 che, nonostante sia largamente amato dalla critica, come testimonia il Metascore di 83 su 100, purtroppo passa sempre in secondo piano rispetto ad altri film più blasonati del regista. 

    Prodotto che si distacca fortemente da quel tipo di body horror che ha reso grande il nome di Cronenberg, Spider è una pellicola sicuramente ostica, fatta di ritmi lenti e dilatati, quasi muta e che vive di atmosfere – oltre che di una colonna sonora meravigliosa firmata dal grande Howard Shore – ma capace di offrire un viaggio di sola andata nella mente distorta del protagonista, avvicinandosi di fatto ad opere come Inseparabili e Crash,  piuttosto che a film come La Mosca o il già citato Videodrome.

    In questo senso, la pellicola in questione si rivela essere pienamente cronenberghiana, affrontando tematiche come l’instabilità mentale, l’alienazione, la solitudine e il disfacimento psicologico dell’individuo in una maniera estremamente analitica, abbandonando qui gli stilemi del cinema di genere per un approccio più sperimentale e autoriale che genera un effetto straniante nello spettatore, ma risultando, alla fine, il vero lato affascinante del film.

    Oltre a questa complessità tematica intrinseca, Spider si rende notevole anche e soprattutto per la perfetta sinergia che si instaura tra la regia di Cronenberg e il protagonista Ralph Fiennes – che regala qui un’interpretazione indimenticabile recitando non più di 10 battute di dialogo, la maggior parte delle quali perfino farfugliate – il cui sguardo assente e stralunato viene costantemente indagato con primi/primissimi piani ossessivi e ossessionati, che scavano nella mente del protagonista per decostruire il trauma e la nevrosi di cui è vittima, evidenziata anche dal perenne tremore schizofrenico delle mani, soggetto sul quale Cronenberg sofferma molto spesso la sua inquadratura. 

    Se tutto ciò non non fosse comunque capace di convincere qualcuno dell’importanza e dell’unicità di Spider all’interno della carriera del regista, basti pensare che questa pellicola rappresenta uno spartiacque all’interno della produzione cronenberghiana, essendo la prima in cui l’elemento della mutazione corporea lascia totalmente spazio alla deviazione mentale che sarà poi centrale in tutte le opere successive e aprendo, di fatto, un nuovo e fortunato sviluppo del linguaggio filmico del cineasta di Toronto. 

    In conclusione, quindi, ci si trova di fronte a un’opera complessa e forse respingente, ma che rappresenta uno dei punti più alti raggiunti dal Cronenberg post-2000, il quale realizza con Spider un film estremamente coraggioso negli obiettivi che si pone e pienamente riuscito nell’indagine psicologica che si prefigge. 

    In sintesi un film che meriterebbe di essere discusso, analizzato e sviscerato, ma che invece, ad oggi, resta nell’ombra dei grandi titoli venuti prima di lui, i quali non sono necessariamente opere d’arte superiori a questa. 

                                                                                                                                                                           

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  • IL CINEMA E L’IDENTITÀ CULTURALE – TRE FILM A CONFRONTO

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    Al pari degli altri mezzi di espressione artistica, il cinema è ed è sempre stato uno strumento di rappresentazione del Sé, un modo per riflettere sulle dinamiche umane più intime, per conoscersi meglio e studiare il proprio modo di essere. Parallelamente a ciò, il mezzo cinematografico si è spesso speso nella narrazione di ciò che è esterno al Sé, che è Altro da noi, che sembra diverso e a tratti insondabile.

    La dicotomia inscindibile Io-L’Altro si presta a innumerevoli spunti interpretativi, ognuno dei quali balla sul filo di confini più o meno tangibili, da quelli psicologici a quelli geografici e culturali. Questa tematica chiama e si lega alla tematica dello diverso, figura declinata spesso nel personaggio dello Straniero e sono innumerevoli i film che si inseriscono a pieno titolo in questo filone, dalle più classiche messe in scena Disneyane (si pensi al classico Pocahontas, ma anche per certi versi a Tarzan e al più recente Luca), all’acclamato Avatar, fino a quello che è forse uno dei pilastri della trattazione tematica, Balla coi lupi.

    INCONTRI CULTURALI: SCHEMI INTERPRETATIVI ED ELEMENTI UNIVERSALI

    A metà 1900, nel saggio Lo straniero, il sociologo austiraco Alfred Schütz teorizzava che ciascuno di noi, nel suo agire, si basa su significati e valori condivisi con le persone che vivono nello stesso spazio e nello stesso tempo, costruendo quindi il mondo che ci circonda per mezzo di schemi interpretativi e significati appresi dal proprio gruppo di appartenenza. Chiunque provenga dall’esterno di questo gruppo, lo straniero appunto, non condivide gli stessi presupposti di base e fatica a orientarsi al suo interno.

    Tra i numerosi film che mostrano il processo di adattamento sociale che lo straniero è costretto a mettere in atto c’è sicuramente Anna and the King (Andy Tennant, 1999), terzo adattamento cinematografico del libro Anna and the King of Siam di Margaret Landon, che racconta la storia di un’istitutrice inglese (nel film Jodie Foster) che a metà del 1800 si reca in Siam per diventare l’insegnante di corte degli oltre 50 figli del re.  Catapultata  in un nuovo contesto culturale e imbrigliata dalla rigida etichetta di corte, Anna si trova a doversi scontrare con modelli interpretativi e significati che non le appartengono e che per lei sono non solo privi di valore ma spesso anche sbagliati. Al fascino e il fasto della corte Siamese, infatti, si accompagna un pacchetto di costumi e tradizioni così lontani dalla cultura di riferimento della giovane donna inglese da apparire barbari e incomprensibili. Le sue mappe cognitive (per usare la terminologia di A. Schütz), così ancorate ai modelli della società britannica, non le permettono di orientarsi in un Siam scosso da tensioni politiche e complotti internazionali e anzi la pongono spesso in situazioni imbarazzanti, se non in impasse diplomatici. 

    Allo stesso modo i figli del re – in particolare il giovanissimo erede al trono – tramite le lezioni della nuova insegnante vengono introdotti a una lingua (l’inglese) e a un insieme di schemi e significati culturali a tratti totalmente opposti a tutto quello che fino ad allora erano stati abituati a dare per scontato, a considerare giusto e indiscutibile a priori. Questo innestarsi di input culturali esterni genera sì spaesamento, ma nel film (in cui i fatti storici e politici non sono storicamente veri) viene mostrato come la base di un processo di trasformazione e apertura del sistema di governo del paese. 

    Altra pellicola emblematica per la rappresentazione del rapporto con l’Altro è District 9, sci-fi movie del 2009 diretto da Neill Blomkamp, che immagina un 2010 in cui centinaia di alieni si ritrovano da oltre vent’anni profughi nella città di Johannesburg, ammassati in un campo (il Distretto 9) e prossimi a essere trasferiti in un’altra zona lontana dalla città. Il film, che nasce con gli inusuali tratti del mockumentary, pone al centro del discorso interculturale quello che forse è l’Altro nel senso più assoluto che ci sia: il non umano, l’alieno. 

    In questo caso l’incontro con l’altro non porta ad alcuna possibilità di comprensione o conoscenza e anzi, allo straniero (l’alieno) vengono attribuiti di default i caratteri di inciviltà e  inferiorità. Soltanto con il progredire del film, quando il protagonista Wikus Van De Merw, incaricato di supervisionare il trasferimento del campo, si trova anch’egli costretto a vivere da profugo (se non da fuggitivo) all’interno del Distretto, l’interazione forzata con gli extraterrestri fa emergere ancor più che le differenze le somiglianze tra culture e origini apparentemente agli antipodi. Quella che doveva essere un’alleanza di comodo tra Wikus e l’alieno Christopher Johnson diventa, infatti, il pretesto per mostrare gli elementi universali condivisi a prescindere dalla cultura di appartenenza. Pregiudizi e speranze, diffidenza e fiducia, il bisogno di una comunità e l’amore genitoriale: tratti di vicinanza che vanno al di là delle differenze di cultura, linguaggio e specie, e che anzi sembrano conferire all’alieno, il non-umano, un’umanità di cui forse l’uomo stesso si dimostra a tratti carente. Un’iperbole narrativa forse non così azzardata.

    L’IBRIDISMO CULTURALE E LA DISTRUZIONE DELL’IDENTITÀ

    Altra tematica centrale all’interno di District 9 è senza dubbio quella della perdita di identità culturale. Wikus Van De Merw, espulso dal suo gruppo di appartenenza a causa di una metamorfosi fisica che lo sta portando ad assumere sembianze aliene, si trova non solo privato della sua identità fisica, ma anche della sua identità culturale (fatta di relazioni e senso di appartenenza) di origine. Wikus è un ibrido, una somma di identità diverse che non gli consente di identificarsi pienamente in nessuna comunità e che crea all’interno di entrambi i gruppi (umani e alieni) diffidenza e sospetto verso di lui.

    Il discorso sull’ibridismo culturale può essere ripreso, in maniera quasi analoga, in tutti quei casi di persone immigrate di seconda generazione.

    Tra i film che mostrano questa dinamica di confusione riguardo la propria identità, Come see the Paradise (Alan Parker, 1990) porta a esempio la storia di tutte quelle persone di origine giapponese che vivevano negli Stati Uniti durante la Seconda guerra mondiale. Nel raccontare la storia di una famiglia di origini nipponiche che, a seguito dell’attacco a Pearl Harbor, viene internata in un campo di prigionia insieme a migliaia di altri cittadini statunitensi di origini giapponesi, il film mostra una pagina di storia vera ma poco conosciuta e nonostante il focus prettamente romantico della storia, permette di conoscere il senso di profondo smarrimento di tutta una fascia di popolazione divisa tra due modelli culturali in un periodo storico in cui diventa per loro impossibile aggrapparsi all’identità americana e allo stesso tempo pericoloso riconoscersi in quella giapponese. Proprio come Wikus in District 9 viene buttato fuori dal suo gruppo di riferimento, anche qui i protagonisti della vicenda si ritrovano ad essere reietti nello stato in cui sono nati e cresciuti, privati della fiducia della nazione e additati come nemici interni, come traditori. La mancanza di una patria e di una nazionalità in cui riconoscersi si traduce nella perdita dei riferimenti identitari o, in altri casi, nella nascita di odi ed estremismi indotti dalle circostanze.

    I temi dell’incontro-scontro tra culture, delle dinamiche di gruppo e della relazione con l’Altro si prestano, come si è visto, a numerose trattazioni e interpretazioni da parte di diverse discipline e generi cinematografici. Dal dramma alla fantascienza, dallo storico all’animazione, non importa la prospettiva del racconto, in qualsiasi caso vedere e conoscere l’Altro è un modo per vedere meglio noi stessi, per riflettere sulle nostre storture e su quelle del nostro gruppo di riferimento principale.

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  • 5 DOCUMENTARI (+1) SUI GRANDI DELLA MUSICA

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    In occasione dell’uscita della miniserie The Beatles – Get Back (disponibile su Disney+ e di cui potete leggere la nostra recensione qui), vi proponiamo altri 5 documentari che raccontano altrettanti gruppi o artisti di fama internazionale

    IT MIGHT GET LOUD

    It might get loud (di Davis Guggenheim) è un documentario del 2008 che racconta e mette a confronto tre chitarristi con personalità molto diverse: Jimmy Page, The Edge e Jack White. Il film vede i tre musicisti in dialogo, in un confronto aperto tra generazioni e scene artistiche differenti (vuoi per gli anni, vuoi per il contesto geografico). 

    Il punto di partenza è il rapporto con Lei, la chitarra, l’approccio ad essa, il percorso di conoscenza e corteggiamento tra strumento e musicista

    Inizialmente di una nostalgia un po’ stucchevole (probabilmente anche a causa del fastidioso doppiaggio imposto), il documentario prosegue in crescendo – così come le carriere che documenta -, muovendosi lungo i tre percorsi artistici a partire dai luoghi originali dello svezzamento musicale, delle prime sperimentazioni e della nascita delle tre band. Interessante scoprire i diversi approcci allo strumento, al suono e al processo creativo delle linee melodiche.

    It might get loud è disponibile su Amazon Prime.

    GIMME DANGER 

    Diretto da Jim Jarmusch, Gimme Danger segue il percorso di una delle band che maggiormente hanno influenzato lo sviluppo del genere punk rock: gli Stooges. Il documentario del 2016 parte dal disfacimento della band per poi ripercorrere dall’inizio tutta la sua storia.

    Una vera e propria narrazione cronologica sviluppata sotto forma di intervista mischiata a materiali dell’epoca. La band di Iggy Pop si apre in un onesto racconto della follia dei primi anni di carriera: dagli insuccessi ed eccessi di quel periodo di fermento musicale e culturale che sono stati gli anni ‘60/’70, fino ad arrivare agli anni della reunion e delle ultime esibizioni. Attraverso le loro voci, oltre ad immergerci nelle loro sonorità arrabbiate e nelle loro esibizioni più che esagerate, è possibile esplorare la scena musicale statunitense e le diverse anime che la popolavano da est a ovest.

    Gimme Danger è disponibile su RaiPlay.

    AMY

    Moltissimo materiale d’archivio, interviste alle amiche, ai genitori, a produttori e manager compongono Amy, documentario del 2015 diretto da Asif Kapadia. Un racconto intimo della debolezza e della forza di un’artista, Amy Winehouse, che è stata al centro dell’attenzione mediatica fin dei primissimi anni della sua carriera, iniziata a soli 18 anni e finita, tragicamente, nemmeno 10 anni dopo. Circondata da persone ma immersa nella solitudine, Amy viene raccontata nella complessità della sua vita artistica ma ancor più in quella della sua vita privata, le quali sono, inutile a dirsi, intrinsecamente legate. Dall’amore per il jazz allo status di star “commerciale”, è spesso la voce di Amy (tramite registrazioni audio e video originali) a raccontare alcune tappe salienti di un percorso di distruzione. Tra rapporti tossici e drammi sentimentali, il film mostra un overview della scena musicale londinese dei primi anni 2000, così come tutte le pressioni e aspettative che spesso si legano alla fama improvvisa, fagocitante e – delle volte – non ricercata.

    Amy è disponibile su Amazon Prime.

    THE VELVET UNDERGROUND

    Del regista statunitense Todd Haynes, The Velvet Underground è stato presentato al Festival di Cannes nel luglio di quest’anno. Più che un vero documentario sul gruppo, il film è un viaggio culturale, un omaggio per suggestioni sonore e visive al mondo delle arti dei mid-sixties statunitensi.

    Il materiale originale è inframmezzato da interviste ai membri sopravvissuti, a collaboratori e parenti, ma il risultato è molto lontano dall’essere didascalico o esplicativo, anche grazie a un importante e particolare uso del montaggio. Volti, frequenze e colori formano un collage narrativo sullo sfondo della città di New York e della Factory di Andy Warhol, vero motore propulsore della scena artistica newyorkese di quel periodo.

    Gli insuccessi, l’evoluzione, l’arrivo di Nico, i dissapori, lo scioglimento, fino alla reunion degli anni ‘90: il documentario è per certi versi ipnotico, ma risulta poco intimo e sicuramente a tratti complesso se non si ha un minimo di familiarità con la band di Lou Reed.

    The Velvet Underground è disponibile da ottobre su Apple TV+.

    ROLLING THUNDER REVUE: A BOB DYLAN STORY BY MARTIN SCORSESE

    Rolling Thunder Revue: A Bob Dylan Story by Martin Scorsese. Probabilmente tutto quello che c’è da sapere è già contenuto nel titolo, ma proveremo a spendere due parole anche per questo film del 2019, il secondo che Scorsese dedica alla figura di Bob Dylan, dopo averlo già omaggiato nel 2005 con No Direction Home.

    Si tratta di un viaggio dentro al viaggio, un flusso di coscienza fatto di immagini d’epoca inframmezzate da rari spezzoni di interviste – contemporanee e d’archivio – che racconta, appunto, del Rolling Thunder Revue Tour del 1975. Un tour lunghissimo e con molte tappe che ha impegnato Dylan e un’enorme carovana di artisti per due anni.

    Quasi un film-concerto, 142 minuti di racconto di fatti veri mescolati a finzione filmica che sviscerano non solo la figura di Dylan in questa sua seconda parte della sua carriera, ma anche una miriade di altri personaggi dell’epoca, finendo pure per toccare diverse questioni di quel particolare e delicato periodo della storia politica statunitense.

    Rolling Thunder Revue: A Bob Dylan Story by Martin Scorsese è disponibile su Netflix.

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  • Libri sul Cinema – I 10 fondamentali

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    Manuale del film. Linguaggio, racconto, analisi
    di Gianni Rondolino e Dario Tomasi

    Questi consigli non potevano che iniziare con il libro che forse più di tutti riesce a raccontare la settima arte, convogliando al suo interno tantissimi argomenti legati a questo mondo. 427 pagine di puro cinema, in cui vengono trattati tutti gli aspetti di un film: dalla pre-produzione fino all’uscita in sala, descrivendo anche minuziosamente le tantissime professioni cinematografiche (noi abbiamo una rubrica apposita per questo argomento -inserire link-). Il libro di Rondolino, scomparso nel 2016, e Tomasi, attualmente docente all’Università di Torino, è da più di 50 anni un punto di riferimento per ogni appassionato e studioso (viene studiato, infatti, in molte università). Nonostante possà sembrare all’apparenza ostico e molto tecnico, in breve tempo vi permetterà di entrare dentro il mondo del cinema e vi riscoprirete più ricchi. Se amate il cinema, e se vi piace in particolare analizzare ogni opera, non potete farne a meno.

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    Manuale di storia del cinema
    di Gianni Rondolino e Dario Tomasi

    La coppia di autori Rondolino/Tomasi ci ha regalato negli anni anche quest’altra opera fondamentale. Conoscere la storia del cinema risulta necessario quando si vuole capire qualcosa di più sulla settima arte senza fermarsi alla semplice visione di un film, arrivando a capire come un film prodotto oggi sia inevitabilmente influenzato da 100 anni e più di storia. Il libro può risultare ostico, in quanto molto lungo (704 pagine!), ma la qualità è assicurata: anche questo manuale viene infatti utilizzato in molte facoltà universitarie italiane. Nonostante la sua importante mole, il testo è scorrevole e soprattutto conciso, insomma non si perde in chiacchiere. Sarete sommersi da nomi di registi, film e tanti altri addetti ai lavori. Un manuale meraviglioso.

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    Guida alla storia del cinema italiano (1905 – 2003)
    di Gian Piero Brunetta

    Passiamo al libro di Brunetta sulla storia del cinema nostrano. Si parla, ancora una volta, di un autore importante, uno studioso fondamentale della settima arte per il nostro paese. Per chi ama il nostro cinema e, soprattutto, per chi vuole (ri)scoprirlo, questo libro è perfetto. Gian Piero Brunetta ci racconta per filo e per segno le varie epoche e le grandi opere del nostro cinema, contestualizzando anche i periodi storici in cui esse venivano prodotte. Unica pecca è che ci si ferma al 2003, ma non esiste in commercio un libro più esaustivo di questo per i 100 anni precedenti del nostro cinema. Conta 560 pagine.

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    Che cos’è il cinema? Il film come opera d’arte e come mito nella riflessione di un maestro della critica
    di André Bazin

    Chi era André Bazin? Per farla breve, Bazin è stato semplicemente uno dei più grandi critici e studiosi del cinema della storia, tra i fondatori dei celeberrimi Cahiers du Cinéma. In questo libro, più breve rispetto ai precedenti (290 pagine), vengono raccolti diversi saggi del critico francese. Complesso ma molto appassionante.

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    L’occhio del regista. 25 lezioni dei maestri del cinema contemporaneo
    a cura di Laurent Tirard

    Questo volume di 307 pagine contiene numerose interviste ad alcuni tra i più importanti registi della storia: Woody Allen, Pedro Almodóvar, Bernardo Bertolucci, Tim Burton, Joel ed Ethan Coen, David Cronenberg, Miloš Forman, Jean-Luc Godard, Alejandro Iñárritu, Jim Jarmusch, Wong Kar-wai, Mathieu Kassovitz, Takeshi Kitano, Emir Kusturica, David Lynch, Michael Mann, Arthur Penn, Roman Polanski, Sydney Pollack, Martin Scorsese, Steven Soderbergh, Oliver Stone, Lars von Trier, Wim Wenders, John Woo. Risulta molto scorrevole e ben costruito, in quanto le varie interviste ci forniscono spesso punti di vista diversi su tematiche comuni.  La casa editrice Minimum Fax ha ripreso in mano la propria collana cinema e sta facendo a riguardo un ottimo lavoro. Non potete non acquistare quello che è il loro libro di punta.

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    I maestri della luce. Conversazioni con i più grandi direttori della fotografia
    a cura di Dennis Schaefer e Larry Salvato

    Altro volume della Minimum Fax che fa il paio con quello precedente. Stavolta non parliamo, però, di regia ma di un ruolo considerato da molti il secondo più importante all’interno di un set cinematografico: il direttore della fotografia. Questo libro di 596 pagine si concentra sul periodo antecedente alla diffusione delle cineprese digitali, un periodo in cui, dunque, veniva ancora utilizzata la pellicola. Nonostante questo possa farlo apparire un po’ datato, non è assolutamente così. Anzi, tramite le parole e gli insegnamenti di alcuni tra i principali DoP della storia del cinema (Vittorio Storaro, Gordon Willis, Conrad Hall, Laszlo Kovacs…) entriamo in contatto con un mondo spesso misterioso e sconosciuto ai non addetti ai lavori, che però ci fa capire come nasce la vera narrazione per immagini, come nascono quelle sequenze così favolose da sembrare opere d’arte. Consigliato dunque a tutti.

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    Il cinema secondo Hitchcock
    di Francois Truffaut

    Probabilmente il libro più conosciuto e letto dai cinefili di tutto il mondo. Il libro nacque in seguito ad una conversazione durata diversi anni tra i due famosissimi registi, Hitchcock e Truffaut appunto, figli di un’altra epoca e ideatori entrambi di due tipi di cinema che, nonostante le immancabili diversità, comunicavano così come l’arte contemporanea comunica con le grandi opere classiche. Scorrevole, interessante, fondamentale.

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    Il cinema secondo Orson Welles
    di Peter Bogdanovich

    Il titolo non lascia spazio all’immaginazione. Anche qui ci troviamo di fronte ad un libro in cui due amanti del cinema dialogano tra loro. In particolare, qui, Welles si racconta dagli esordi ai successi, fino alle difficoltà con il mondo della produzione cinematografica. Peter Bogdanovich, autore e amico del regista, riesce a mettere a proprio agio una figura fondamentale del cinema mondiale, riuscendo a tirare fuori un libro introspettivo, ben strutturato e soprattutto fondamentale per chi vuole approfondire non solo la vita del grande regista statunitense ma tutto il sistema-cinema della seconda metà del ‘900. Anche questo libro, lungo oltre 600 pagine, contiene molti aneddoti così come quello consigliato precedentemente.

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    Analizzare i film
    di Augusto Sainati

    Penultimo consiglio. Ritorniamo al tema dell’analisi del film, già trattato all’inizio di questo articolo con il manuale di Rondolino e Tomasi. Il libro di Sainati, che vi consigliamo qui, non è un manuale che racconta il film (e dunque il cinema) a 360°, ma si sofferma, come è d’altronde intuibile, sul lavoro analitico che può essere operato sul testo cinematografico. In sole 207 pagine potete trovare tantissimi spunti interessanti che vi apriranno gli occhi su tutti i principali aspetti che compongono un’opera filmica. Se vi piace destrutturare ogni opera che guardate, se vi piace leggere recensioni e vorreste iniziare a scriverne, questo è il libro che fa per voi.

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    Economia del film. Industria, politiche, mercati
    di Marco Cucco

    Chiudiamo questi nostri consigli con un libro che tratta una delle tematiche forse meno conosciute e più sottovalutate dal pubblico generalista, ovvero tutta la macchina che ruota attorno al cinema. Questo libro ci parla dell’industria cinematografica a 360°, senza tralasciare niente, e lo fa usando un linguaggio ad un tempo tecnico ma semplice, adatto sia a chi vuole approcciarsi a questo mondo sia a chi vuole approfondirlo. Molto consigliato.

    Lo potete trovare qui.

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  • DIETRO LE QUINTE DELLO SPORT: 7 DOCUMENTARI E FILM SPORTIVI

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    I benefici dell’attività fisica sulla salute sono innumerevoli: riduce la pressione sanguigna, aumenta la forza muscolare, migliora la salute e la forza delle ossa. Un’attività fisica regolare, inoltre, può favorire il rilascio di endorfine ed aiutare ad alleviare lo stress, oltre che migliorare la qualità del sonno. Al di là di tutti questi aspetti positivi, è fuor di dubbio che lo sport praticato a livelli agonistici sia molto pesante e, talvolta, può avere dei risvolti negativi. 

    In queste settimane in cui si stanno svolgendo le Olimpiadi di Tokyo, lo sport è al centro delle nostre discussioni e abbiamo la possibilità di vedere esibirsi i migliori atleti del mondo. Approfittiamo dunque di questo grande evento per consigliarvi sette tra documentari e film sportivi che vi faranno entrare dietro le quinte dello sport e dentro la vita dei campioni, mostrandoci non solo le loro soddisfazioni ma anche tutte le loro debolezze e i loro enormi sacrifici.

    • Athlete A (Bonni Cohen e Jon Shenk, 2020, Netflix): 

    Il documentario segue il reportage giornalistico che ha portato alla luce lo scandalo sulla USA Gymnastic, l’associazione di ginnastica artistica che ha taciuto gli abusi sessuali perpetrati ai danni delle atlete da parte del Dottor Larry Nassar. Athlete A mostra gli eventi che lo hanno portato in prigione ma smaschera anche il sistema di corruzione creato dalla Federazione statunitense di ginnastica e dal Comitato olimpico degli Stati Uniti, complici nell’insabbiare le accuse rivolte all’ex medico permettendogli di seguire le atlete per così tanto tempo. Inoltre, la diretta testimonianze di ginnaste, ex ginnaste e genitori delle atlete, testimonia come il confine tra il duro allenamento e la violenza era diventato negli anni sempre più sottile. Il documentario da un lato lascia molto spazio al racconto dei comportamenti criminali e dannosi, da un punto di vista fisico e psichico, attuati ai danni delle atlete dalla Federazione di ginnastica, dall’altro coglie anche l’occasione per dare voce alle vittime.

    • The Last Dance (Michael Tollin, 2020, Netflix)

    Una docuserie che racconta l’ascesa di Michael Jordan e la storia dei Chicago Bulls degli anni ’90 con filmati inediti della NBA Entertainement della stagione 1997-98, un’annata molto particolare: i Chicago Bulls sono i campioni uscenti ma bisogna ancora guardare al futuro per garantire il successo della squadra. All’interno della docuserie, tra gli altri, troviamo anche i contributi di due ex presidenti degli Stati Uniti come Bill Clinton e Barack Obama. 

    • Mi Chiamo Francesco Totti (Alex Infascelli, 2020, Amazon Prime Video)

    Documentario italiano che racconta la storia di uno dei giocatori che ha fatto la storia del calcio, Francesco Totti. Il documentario ripercorre la vita del calciatore dagli inizi della sua carriera a Roma, passando dal successo ai Mondiali del 2006 fino all’abbandono del calcio nel 2017.  

    1. Dietro la prossima curva (José Larraza e Marc Pons, 2020, Netflix)

    Una docuserie spagnola (il cui titolo originale è El Día Menos Pensado) che racconta i ciclisti professionisti della Movistar. Osservare nei dettagli la preparazione per le competizioni, le fasi preliminari, l’ora dei pasti pre e post-gara è sicuramente fantastico per i veri appassionati del ciclismo e dello sport in generale. Sono già state realizzate due stagioni: la prima racconta il 2019 del team di Eusebio Unzué; la seconda, nonostante il 2020 sia stato uno degli anni peggiori per la squadra spagnola che ha ottenuto solo due vittorie in tutta la stagione, risulta avvincente quanto la prima.

    • Vilas: Tutto o niente (Matías Gueilburt, 2020, Netflix)

    Il film racconta la storia del tennista argentino Guillermo Vilas che tra gli anni Settanta e Ottanta rimase sempre ai vertici del tennis mondiale. In particolare, seguiamo le indagini del giornalista sportivo Eduardo Puppo che non si spiega come sia possibile che nonostante le vittorie di Vilas e la sua alta posizione in graduatoria non sia il numero uno nella classifica ATP. Il film conferirà a Vilas quella vittoria che non gli era stata conferita in passato. 

    • Formula 1 – Drive to survive (Paul Martin, 2019, Netflix)

    Una docuserie realizzata da Netflix in collaborazione con la Formula 1 che racconta i retroscena e il dietro le quinte del campionato mondiale di Formula 1 del 2018 e nella seconda stagione del 2019. Attraverso la serie conosceremo la vita dei piloti anche fuori dalla pista. 

    • Tonya (Craig Gillespie, 2017, Amazon Prime Video)

    Tonya è un biopic che racconta la vita della pattinatrice sul ghiaccio Tonya Harding, interpretata da Margot Robbie, protagonista nel 1994 di uno dei più grossi scandali sportivi degli Stati Uniti d’America. Si tratta di una delle più grandi pattinatrici di tutti i tempi: fu la seconda donna ad eseguire un triplo axel in una competizione ufficiale, un esercizio talmente difficili che per riprodurlo nel film fu necessario usare gli effetti speciali, in quanto nessuna controfigura era disposta o capace di replicarlo.

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  • 5 FILM D’INCHIESTA POLITICA: LA STAMPA CONTRO I POTERI ISTITUZIONALI

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    Da Erin Brockovich al Caso Spotlight, il cinema d’inchiesta è un genere ricco e differenziato che, tra finzione e racconto di fatti veri, in più di un’occasione ha saputo essere testimone di scandali ed eventi a volte sconosciuti al grande pubblico. 

    Vista l’infinità di titoli che si potrebbero citare, in questo articolo proponiamo cinque titoli in cui è il quarto potere, la stampa, ad indagare sull’istituzione. Giudici, senatori e presidenti invischiati in scandali e casi da prima pagina. Burattinai o marionette in giochi di potere e interessi politici sempre più ampi e complicati. Ad indagare il giornalismo, quello serio, quello fatto bene, a guardia dell’interesse collettivo. 

    GOODNIGHT AND GOOD LUCK

    “Ci proclamiamo, e in effetti lo siamo, difensori della libertà ovunque essa continui a esistere nel mondo, ma non possiamo difenderla altrove se a casa nostra la calpestiamo”

    Film del 2005, diretto da George Clooney (all’epoca alla sua seconda prova da regista) Goodnight and Good Luck racconta la storia vera del giornalista Edward Murrow, anchorman della CBS. Ambientato nel 1953, quando negli Stati Uniti il Senatore McCarthy diede inizio a una feroce caccia alle streghe contro i comunisti o i sospetti simpatizzanti. Vere e proprie liste di proscrizione portarono a licenziamenti, aule di tribunale e persino suicidi, e spesso i presunti “colpevoli” venivano accusati con prove minime o inesistenti. Murrow (un intenso David Strathairn) e il suo team (interpretato da un meraviglioso cast corale) indagarono sui mezzi utilizzati dal senatore, e fecero luce sulle sue ingiustizie, in un momento in cui questo poteva significare attirare su di sé pesanti accuse. 

    TRUTH – IL PREZZO DELLA VERITÀ

    Truth – Il prezzo della verità (James Vanderbilt, 2015) è l’adattamento cinematografico delle memorie della giornalista Mary Maps, produttrice della trasmissione giornalistica 60 seconds della CBS. La vicenda del film è ambientata nel 2004, durante la campagna elettorale per il secondo mandato di George W. Bush, quando Mary (Cate Blanchette) inizia a indagare sul passato militare dell’allora Presidente. L’indagine ruota tutta attorno alla presunta autenticità di alcuni documenti che proverebbero certi trattamenti di favore ricevuti da Bush, durante il suo periodo di arruolamento. Appoggiata da Dan Rather (Robert Redford), volto del programma, e da tutta la squadra della trasmissione, Mary si ritroverà coinvolta in una contro inchiesta, accusata di aver mosso accuse infondate e guidate dall’interesse politico. La pellicola, pur incaponendosi a volte in modo eccessivo su dettagli ripetitivi, dimostra come a volte far luce sulla verità voglia dire rischiare tutto, sia a livello personale che a livello professionale. 

    TUTTI GLI UOMINI DEL PRESIDENTE

    Pietra miliare del genere, omaggio al giornalismo americano, Tutti gli uomini del presidente (Alan J. Pakula, 1976) ripercorre la storia di una delle inchieste giornalistiche più importanti degli Stati Uniti, condotta da due giornalisti del Washington Post, che portò, nel 1974, allo scandalo Watergate e alle successive dimissioni del Presidente Nixon. Il film, inserito dall’American Film Institute nella lista dei 100 migliori film statunitensi, vede Robert Redford e Dustin Hoffman al centro di un’indagine complessa e delicata, complicata ulteriormente dalla diffusa omertà dell’ambiente politico. Intercettazioni, informatori segreti e l’iniziale scetticismo dell’opinione pubblica sono raccontati con minuzia di particolari e illustrano la vicenda che lentamente portò a galla i meccanismi di controllo e spionaggio che coinvolgevano tutte le più alte sfere della politica statunitense.

    THE POST

    È invece del 2017 il film che ripercorre i fatti, forse meno noti, che portarono alla pubblicazione dei Pentagon Papers, documenti top secret del dipartimento della difesa degli Stati Uniti scoperti e pubblicati appena un anno prima dello scandalo Watergate. La vicenda raccontata in The Post ha inizio quando parte di quei documenti finisce sulle pagine del News York Times, la cui inchiesta viene però stroncata sul nascere dalla Corte Suprema. In seguito è il Washington Post a indagare sul caso e a rendere pubblici tutti i dettagli di uno scandalo che vede coinvolti quattro diversi presidenti nella gestione totalmente errata della disastrosa guerra del Vietnam. 

    Protagonista della pellicola di Steven Spielberg è Katharine Graham, prima donna proprietaria del Post, interpretata da Meryl Streep. È lei, insieme al direttore del giornale Ben Bradlee (Tom Hanks) a dover decidere, nonostante l’enorme rischio, se pubblicare o no, se continuare a indagare o se diventare complice dell’insabbiamento. Ma alla fine “la stampa serve chi è governato, non chi governa“, e la decisione presa si rivela giusta, coraggiosa e vincente. 

    IL RAPPORTO PELICAN

    Film bonus di questo elenco, l’unico a non essere tratto da una storia vera, è Il Rapporto Pelican, del 1993. Quasi vent’anni dopo Tutti gli uomini del presidente, Alan J. Pakula torna a dirigere una storia di interessi politici ed economici, che illustra come la nomina di due giudici della Corte Suprema possa spostare non solo i favori politici, ma tutti gli equilibri di una nazione. Quando due giudici vengono uccisi in circostanze misteriose è Darby Shaw, giovane studentessa di legge interpretata da Julia Roberts, a indagare sul caso. Le sue ricerche la porteranno a redigere un dettagliato rapporto che farà tremare la Casa Bianca. Aiutata soltanto da un giornalista del Washington Herald (Denzel Washington), Darby diventa un obiettivo da eliminare per evitare che un enorme scandalo finisca in prima pagina. 

    Tratto dall’omonimo romanzo di John Grisham, Il Rapporto Pelican porta sullo schermo una vicenda complessa e a tratti macchinosa, che riesce però a mostrare come gli interessi politici ed economici siano troppo spesso, purtroppo, motore degli avvenimenti del mondo. 

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  • 8 FILM (+1) SULLA COMUNITÀ LGBTQ+ DA GUARDARE NEL PRIDE MONTH

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    Nella notte fra il 27 e il 28 giugno 1969, allo Stonwall Inn, storico locale di New York frequentato da persone omosessuali e transgender, l’ennesimo raid della polizia provoca una violenta sommossa passata poi alla storia come i “Moti di Stonewall”. Da allora giugno è scelto dalla comunità LGBTQ+ come il mese per celebrare il Pride, che prevede, oltre all’ormai celebre parata, una serie di attività per celebrare la comunità e promuoverne l’accettazione sociale.

    L’arte e il cinema sono strumenti potentissimi per portare avanti queste istanze. Oggi si parla sempre più spesso dell’importanza della rappresentazione mediale delle minoranze, poiché raccontare le storie delle persone marginalizzate nella maniera corretta (e quindi anche la possibilità di poter raccontare la propria storia e la propria esperienza in prima persona) è uno straordinario modo sia per le minoranze di vedersi rappresentate, rendendo valide le proprie esperienze di vita, sia per promuovere l’accettazione e l’integrazione sociale.

    Abbiamo quindi scelto 8 film (+1) a tematica LGBTQ+ diversi dai soliti noti da guardare durante questo mese del Pride.

    • A WONG FOO, GRAZIE DI TUTTO! JULIE NEWMAR (BEEBN KIDRON, 1995)

    Tre drag queen (interpretate da Patrick Swayze, Wesley Snipes e John Leguizamo) partono da New York alla volta di Hollywood per concorrere al concorso “Miss Drag Queen dell’anno”, portando con loro come feticcio protettore una fotografia autografata di Julie Newmar. Una serie di peripezie costelleranno il loro viaggio portandole a confrontarsi con la mentalità degli abitanti dell’America profonda, con i quali però alla fine nascerà una bellissima amicizia. Un road movie, ma anche un film di formazione, che fa ridere, commuovere e riflettere, e che rappresenta uno spaccato della comunità delle drag queen e dei valori che ne stanno alla base. Lo trovate su Sky e Now.

    • LE FATE IGNORANTI (FERZAN ÖZPETEK, 2001)

    Antonia (Margherita Buy) è un medico specializzato nella cura dell’AIDS, e alla morte del marito Massimo scopre, attraverso un misterioso quadro, dal titolo Le fate ignoranti appunto, che quest’ultimo portava avanti una vita segreta che lo vedeva sentimentalmente impegnato con Michele, e scopre la comunità di emarginati di vario tipo che gravita attorno al ragazzo in un palazzo popolare di Roma. Grazie a questi outsider Antonia si affranca dalla sua morigerata vita borghese. È il terzo film diretto dal regista Ferzan Özpetek e quest’opera gli darà un grande successo di pubblico e critica. Inoltre presto uscirà la serie tv ispirata al film, sempre per la regia di Özpetek. Disponibile su Tim Vision e Infinity.

    • LA MALA EDUCACIÓN (PEDRO ALMODÓVAR, 2004)

    Uno dei capolavori del famoso regista spagnolo Pedro Almodóvar, che attraverso una personale estetica pop e sopra le righe ha fatto del racconto della comunità LGBTQ+ spagnola la sua firma. Attraverso un film metacinematografico costruito su numerosi salti temporali, Almodóvar qui ci mostra la storia di due ragazzi, Ignacio ed Enrique, che scoprono l’amore, il cinema e la paura in una scuola religiosa all’inizio degli anni ’60, sotto lo sguardo severo e moralista di Padre Manolo e, per estensione, di tutta la Chiesa cattolica, affrontando anche il problema della pedofilia presente fra molti membri del clero. Disponibile su Chili.

    • I RAGAZZI STANNO BENE (LISA CHOLODENKO, 2010)

    Jules e Nic (rispettivamente Julianne Moore e Annette Bening) sono una coppia lesbica e hanno un figlio e una figlia concepiti tramite inseminazione artificiale. Ad un certo punto i due decidono di voler conoscere il padre biologico, Paul (Mark Ruffalo), che verrà così introdotto all’interno della famiglia, provocando però problemi alla coppia formata dalle due donne. Una commedia drammatica scritta e diretta da Lisa Cholodenko, una donna lesbica che porta sul grande schermo le esperienze e i bisogni di una comunità in evoluzione. Disponibile su Prime Video.

    • WEEKEND (ANDREW HAIGH, 2011)

    Glen e Russell, due ragazzi di indole molto diversa, anche nel modo in cui vivono la propria sessualità, si incontrano in un locale gay un venerdi sera, ma quello che sembrava solo un incontro occasionale diventa qualcosa di più. Anche se Glen dovrà partire il lunedì seguente negli Stati Uniti, dove ha deciso di trasferirsi, i due passano assieme il fine settimana, aprendosi l’uno all’altro nella loro umanità e fragilità. Film dall’atmosfera delicata, rarefatta e malinconica è stato in realtà definito da molti universale nei messaggi che vuole veicolare, più che strettamente sull’orientamento sessuale dei protagonisti, e questo non fa che aumentarne il valore. Disponibile su Prime Video.

    • PRIDE (MATTHEW WARCHUS, 2014)

    Il titolo del film non potrebbe essere più rivelatore, e questo film britannico del 2014 sta diventando a suo modo col tempo un piccolo classico. La storia si svolge nell’arco di un anno fra il Pride di Londra del 1984 e quello del 1985. Nel pieno dell’era Thatcher e dello storico sciopero dei minatori un gruppo di gay e lesbiche danno vita al gruppo LGSM (Lesbians and Gays Support the Miners), per aiutare con delle donazioni i minatori nella loro lotta. Questo porta il gruppo ad entrare in contatto con una piccola comunità del Galles del sud, con la quale, dopo un primo momento di diffidenza, si instaurerà un rapporto di amicizia, fiducia e sostegno reciproco, nella convinzione che tutte le lotte possano avvenire su un terreno comune. È  una storia appassionante e trascinante nella quale però non mancano i presagi di oscuri fantasmi, fra cui i primi disastri causati dall’epidemia di AIDS. Disponibile su Prime Video.

    • UNA DONNA FANTASTICA (SEBASTIÁN LELIO, 2017)

    Vincitore del Premio Oscar al miglior film straniero nel 2018, Una donna fantastica racconta la storia di Marina Vidal (Daniela Vega), una donna transgender che alla morte del compagno Orlando deve fronteggiare l’ostilità e l’ostracismo della famiglia di lui a causa della sua identità di genere. Dovrà lottare per affermare i suoi diritti e la sua essenza, considerata sbagliata e fuori da una norma in realtà ipocrita e crudele. Disponibile su Tim Vision.

    • CAROL (TODD HAYNES, 2015)

    Carol (Cate Blanchett) è una donna dell’alta borghesia newyorkese dei primi anni ’50, alle prese con il divorzio dal marito e con la lotta per l’affidamento del figlio. Therese (Rooney Mara) invece è una commessa e aspirante fotografa che porta avanti una relazione senza amore con il fidanzato Richard. Dall’incontro delle due donne nasce lentamente una storia d’amore, impedita dall’ormai ex-marito di Carol che ne vuole approfittare per screditare la donna e ottenere l’affidamento totale del figlio. Divisa fra l’amore per il figlio e per Therese, Carol dovrà compiere scelte difficili e struggenti, che rendono molto cruda ed evidente la condizione della donna nella società conservatrice degli anni ’50. Punto forte del film sicuramente l’interpretazione sublime delle due attrici protagoniste, non a caso nominate entrambe ai Premi Oscar 2016. Disponibile su Chili.

    • QUALCHE ALTRO CONSIGLIO…

    In disparte rispetto a questi consigli sta un cult come The Rocky Horror Picture Show (Jim Sharman, 1975), un musical parodia del genere horror, dalla esageratissima estetica camp, che pur in realtà non parlando direttamente della comunità LGBTQ+ è diventato presto un cult per la sua celebrazione dell’eccesso, della trasgressione e della rottura dei ruoli di genere. Disponibile su Sky e Now.

    https://www.youtube.com/watch?v=Opd21tP8LuA

    Oltre a questi pochi titoli che abbiamo selezionato, fortunatamente oggi la filmografia a tema LGBTQ+ è sempre più vasta, e potrebbero essere molti altri i film da vedere e di cui parlare. Alcuni di questi: il documentario sulla ball culture Paris is burning, la commedia Kinky Boots, Laurence Anyways del regista canadese Xavier Dolan, i premi Oscar Moonlight e Milk e gli ormai classici I segreti di Brokeback Mountain, Chiamami col tuo nome e The Danish Girl.

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