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  • Un anno di cinema: le nostre scelte imperdibili del 2024

    Il 2024 è giunto al termine e noi della redazione di Frames Cinema abbiamo deciso di proporvi un articolo collettivo con i film che più ci hanno emozionato, colpito o fatto discutere durante l’anno. È una lista personale, che include le pellicole uscite in Italia nei mesi scorsi o presentate negli eventi cinematografici italiani e che, per un motivo o per l’altro, rimarranno con noi ancora a lungo. E voi, quanti di questi titoli avete già visto?

    Baby invasion (Harmony Korine)

    Dopo aver giocato al videogame sperimentale Baby Invasion, basato sull’utilizzo della realtà aumentata, un gruppetto di persone decide di replicarlo nella vita reale, non distinguendo più l’analogico dal virtuale: seguirà un’ora e venti in cui i nostri entreranno nelle case dei ricchi per rapinarli e ucciderli, indossando in volto maschere di bambini. Sarebbe ingenuo cercare una trama o qualche piglio moralistico in Baby Invasion, un film (?) che non ha alcun riguardo per i concetti di plot e di noia: il sogno lucido di Korine conglomera invece tutto l'immaginario digitale contemporaneo in un videogioco open world fps dove noi spettatori siamo i giocatori/osservatori in God mode e balliamo sulle note dell’artista musicale Burial. Dentro all'eterno passato/presente/futuro di Internet, Korine fonde il cinema al camuffamento della realtà (operato dalla realtà aumentata) e all'ubiquità virtuale concessa dalle piattaforme di live streaming, ribadendo quanto il cinema di oggi si faccia sempre di più sull'immagine.
    Baby Invasion è stato presentato Fuori concorso alla scorsa Mostra del cinema di Venezia e verrà rilasciato prossimamente sul sito della casa di produzione di Korine, EDGLRD.
    A cura di Alberto Faggiotto.

    Estranei (Andrew Haigh)

    Tante storie inconfessabili, tante parole impossibili da confinare nei confini di una pagina bianca, si manifestano tra le stanze di un palazzo londinese troppo grande per le anime che vi si aggirano. Due di queste, Adam (Andrew Scott) e Harry (Paul Mescal) si avvicinano, si attirano in un gioco di presente e memoria, che coinvolge anche il ricordo dei genitori di Adam, morti anni prima. Andrew Haigh fa suo il romanzo Estranei di Taichi Yamada adattandolo con successo in un diverso contesto temporale e culturale, facendone poesia personale che esplora con delicatezza l’amore, la perdita e lo spazio vuoto che la solitudine frappone tra noi e gli altri. Puro sentimento reso vivo e pulsante dalla forza delle immagini e delle interpretazioni.
    A cura di Valentino Feltrin.

    Challengers (Luca Guadagnino)

    Tra i film che abbiamo atteso di più nel 2024,  questo conquista un posto d’onore tra i migliori titoli dell’anno. Con il suo ultimo film Guadagnino ha messo in scena il racconto della carriera tennistica di due promettenti atleti, Patrick e Art, e le relazioni tra i due, lo sport e Tashi Duncan, bellissima giocatrice che diviene oggetto del desiderio di entrambi. Ambizioni, desideri, tentazioni e frustrazioni si intrecciano nella vita dei protagonisti che ci viene narrata dall’adolescenza fino all’età adulta, andando ad esplorare la molteplicità del linguaggio cinematografico in parallelo con il tennis e le sue regole. La musica di Trent Reznor, energica e concitata, è ulteriore protagonista degli eventi, e contribuisce a sottolineare le tensioni che nascono e si sviluppano man mano che il rapporto tra i personaggi evolve. Movimento e cambiamento sono le parole chiave, concetti che si applicano tanto alle partite giocate di volta in volta quanto ai punti di vista narrativi proposti, tramite composizioni visive e giochi con le inquadrature che insieme ad ogni altro aspetto concorrono alla costruzione del senso del racconto.
    A cura di Gaia Fanelli.

    Una spiegazione per tutto (Gábor Reisz)

    Terzo lungometraggio di Gábor Reisz, si muove tra il racconto di formazione e quello politico, non tralasciando l’aspetto ironico. Il liceale Ábel viene bocciato all’esame di maturità, ma lascia intendere a suo padre conservatore che il motivo di questo insuccesso sia da imputare alla spilla con la bandiera ungherese che aveva appuntata in petto. Un piccolo dramma scolastico si trasforma così in un affare di Stato e va a delineare la frattura tra nazionalisti e liberali in Ungheria, mettendo in luce la difficoltà di comunicazione e la banalità del passaparola. Una grande città diventa un paesino in cui le informazioni trapelano da un abitante all’altro e ognuno ha la sua spiegazione, diversa e mai totalmente veritiera. Una storia adolescenziale fa da sfondo all’attualità europea e al governo Orbán, mostrandoci la società su tre livelli: famiglia, istruzione e media. Diviso in capitoli, il film oscilla tra la poesia della giovinezza e le divergenze di una nazione. 
    A cura di Maria Cagnazzo.

    Il gusto delle cose (Trần Anh Hùng)

    Premiato per la regia a Cannes 2023, Il gusto delle cose è uscito in Italia il 9 maggio 2024, segnando il ritorno al cinema di Trần Anh Hùng, regista franco-vietnamita già vincitore del Leone d'Oro nel 1995 per il troppo dimenticato Cyclo. Raccontando la storia d'amore tra il gastronomo Dodin Bouffant e la sua cuoca personale Eugénie (rispettivamente interpretati da Benoît Magimel e Juliette Binoche, immensi), Trần Anh Hùng si inserisce sulla scia del miglior gastro-cinema, esaltando le qualità sensoriali del filone. Lo stile del regista - da sempre sinestesia di impressioni tattili e violenti cromatismi - si sublima nella forma di un melodramma d'ispirazione pittorica che infonde ogni pietanza e atto culinario di una sensualità sommessa, costantemente in bilico tra ghiotte azioni terrene (tagliare, bollire, infornare...) e affetto trascendente. È la forma più alta del cinema d'azione, in cui sono gli atti a guidare i personaggi e il dispiegarsi delle loro relazioni emotive.
    A cura di Jacopo Barbero.

    The Bikeriders (Jeff Nichols)

    Uscito in sordina a giugno, The Bikeriders di Jeff Nichols rielabora il western con uomini fragili in motocicletta al posto di intrepidi cowboy in sella a stalloni. La trama riprende liberamente l’indagine del fotografo Danny Lyon (Mike Faist) sugli Outlaws, club di motociclisti fondato in Illinois negli anni ’60 emulando Il Selvaggio con Marlon Brando, ma la narrazione di Kathy (Jodie Comer) si concentra sull’amicizia tra il fondatore del gruppo (Tom Hardy) e il suo ideale ma recalcitrante successore (Austin Butler). Pur non essendo esente da difetti, The Bikeriders sa raccontare con disincantata lucidità l’eterno mito di un’America che non c’è più, opponendo allo stereotipo del motociclista una una mascolinità fragile, inaspettata e perfettamente presente.
    A cura di Enrico Borghesio.

    Hit Man – Killer per caso (Richard Linklater)

    Se in Slacker e in Dazed and Confused la narrazione di Richard Linklater ruotava intorno a molteplici personaggi, in Hit Man si concentra su un unico protagonista dalle molteplici personalità. Gary Johnson è un professore di filosofia che si trasforma in un improbabile agente sotto copertura. Tra i diversi volti che Gary è chiamato a indossare spicca quello di Ron, un killer affascinante e spietato, diametralmente opposto alla sua abituale identità. Hit Man è, soprattutto, un viaggio tra identità e maschere, e la gerarchia che le definisce. Se nel noir il protagonista si ritrova intrappolato in una situazione più grande di lui, qui Gary si confronta direttamente con il suo essere più profondo, fino a scoprire una parte di sé che non credeva esistesse. Questo tema si inserisce perfettamente nella filmografia del regista texano, popolata da personaggi che aspirano a superare i limiti imposti dalla società. Al tempo stesso, Hit Man è anche un omaggio all’arte dell’attore e alla sua capacità di trasformazione: un bravissimo Glen Powell (anche co-sceneggiatore) incarna con grande versatilità un personaggio capace di attraversare ruoli e generi sempre diversi.
    A cura di Simone Pagano.

    L’innocenza (Hirokazu Kore’eda)

    Una madre vedova, un insegnante della scuola elementare e due bambini sono protagonisti dell’ultimo film del regista giapponese Hirokazu Kore'eda. È L’innocenza (in originale Kaibutsu, “mostro”), un dramma che si dipana come un mistero. Lo spettatore si sposta attraverso i punti di vista dei diversi personaggi, ripercorrendo la stessa vicenda: il piccolo Minato comincia a manifestare alcuni atteggiamenti che spingono la madre ad investigare all’interno della scuola. Piano piano, il film arriva a raccontarci un rapporto tenerissimo “macchiato” dalle ingerenze del mondo esterno che vorrebbe vedere nell’innocenza dei bambini e dei loro sentimenti qualcosa di mostruoso. Con una sceneggiatura delicata e interpretazioni intense, L’Innocenza è impreziosito dalle ultime composizioni musicali del maestro Ryūichi Sakamoto, morto nel 2023.
    A cura di Silvia Strambi.

    The Substance (Coralie Fargeat)

    Hai mai immaginato una versione migliore di te stesso? Più bella, più giovane, più perfetta? È la domanda che devasta Elizabeth Sparkle, attrice di successo cinquantenne, appena scaricata dal suo capo proprio a causa dell'età “troppo avanzata” per lo spettacolo. D'altronde, Hollywood richiede una certa immagine, vero? Ma ecco arrivare qualcosa di inaspettato: un fluido sperimentale che se iniettato aiuterebbe a scoprire una versione migliore di se stessi. Dalla schiena di Elizabeth “nasce” un nuovo corpo, sodo e giovane, con le curve nei punti giusti, perfetto per la tv. Elizabeth dovrà scambiare la propria coscienza tra i due corpi ogni settimana, ma qualcosa le impedirà di sottostare alle regole.
    The Substance è un racconto delirante, un body-horror dall'estetica surrealista e dalla regia opprimente, che insiste su immagini di corpi lucenti in modo morboso e fa riflettere su un mondo dello spettacolo che mastica e rigurgita senza pietà chiunque provi ad entrarvi. Definito da Guillermo Del Toro “una fiaba ferocemente bella”, The Substance riuscirà a trasportarvi nel suo delirio e a lasciarvi senza parole.
    A cura di Renata Capanna.

    Anora (Sean Baker)

    Anora è una ragazza che si esibisce come stripper in un locale di New York, Vanja è un giovanissimo figlio di un oligarca russo con troppi più soldi che buon senso. Lui propone a lei prima di diventare la sua ragazza fissa e poi di sposarlo, lei accetta sia perché attratta dai soldi e sia perché con il ragazzo lei sta davvero bene. Peccato che la famiglia di Vanja sia a dir poco scontenta della situazione.
    Anora è una fiaba in cui l’amore svanisce prima di esistere davvero, in cui la nostra eroina dopo una vita passata a cavarsela da sola si illude di poter essere forte e in grado di gestire i propri eventi senza spezzarsi, una storia di responsabilità fuggite, non rispettate, nemmeno lontanamente considerate. In questo film, Palma d’Oro a Cannes 2024, chi si fida perde, chi ha compassione soffre e alla fine i prepotenti hanno la meglio. Ma anche i vessati nel loro dolore, possono ridere dei loro aguzzini.
    A cura di Nicolò Cretaro.

    Conclave (di Edward Berger)

    Come può la morte del papa trasformarsi in un thriller? Il Decano Lawrence, un eccezionale Ralph Fiennes, affronta la guerra del conclave, un rito per stabilire chi sarà la guida dell’umanità in un’era d’incertezza. La regia accuratissima del premio Oscar Edward Berger rende Conclave una delle sorprese più intriganti dell’anno cinematografico, a partire da un soggetto apparentemente fuori tempo. Ma il potere di Dio non è mai messo in questione, quanto lo è invece il dominio della Chiesa. È una storia di uomini e donne intorno ad uno dei ruoli più antichi del mondo, ed è tanto umano attraverso i dettagli e i colpi di scena con cui il racconto viene sbrogliato. In fondo un film religioso che non indottrina nessuno ma parla a tutti, provocatorio forse, ecumenico senz’altro.
    A cura di Edoardo Borghesio.

    Dostoevskij (fratelli D’Innocenzo)

    Una lettera scritta a mano lasciata sul tavolo. Un uomo sdraiato sul pavimento della sua casa in attesa che il mix di pillole lo porti alla tanto agognata morte. Una chiamata improvvisa: una famiglia è stata uccisa e l’assassino ha lasciato una lettera. Un inizio tutt’altro che semplice o banale quello di Dostoevskij, ultima opera dei Fratelli Damiano e Fabio D’Innocenzo arrivata quest’estate in sala divisa in due parti e a novembre sulle reti Sky sotto forma di miniserie da sei episodi.
    L’uso del 16mm ed una fotografia dai toni freddi e scuri dona profondità e sporcizia ad una storia cupa, senza via di fuga proprio come i luoghi in cui si ambienta: sporchi, malsani, in rovina fuori e pieni di cianfrusaglie dentro, esattamente come i personaggi che le abitano. L’indagine diventa allora solo un pretesto, perché quello che davvero conta è comprendere noi stessi. Ma siamo davvero sicuri che, a conti fatti, ciò che troveremo sarà ciò che ci aspettavamo?
    A cura di Mattia Bianconi.

  • Park Chan-wook – 3 film troppo spesso dimenticati

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    Il cinema orientale è riuscito negli ultimi anni ad assumere sempre più notorietà in occidente, grazie soprattutto a grandi registi come Bong Joon-ho, Kim Ki-duk o Wong Kar-wai. Tra questi grande rilevanza viene attribuita a Park Chan-wook, regista e sceneggiatore sudcoreano che ottenne un successo mondiale con la famosissima trilogia della vendetta composta da Mr. Vendetta (2002), Oldboy (2003) e Lady Vendetta (2005).

    Dopo questo successo il regista ha continuato a dirigere film meravigliosi come Thirst o Mademoiselle facendo parlare di sé per svariati motivi, fino ad arrivare alla sua ultima fatica, Decision To Leave che gli è valsa la vittoria del Prix de la mise en scène durante il 75º Festival di Cannes. Nonostante i vari successi, soprattutto di critica, le opere di Park Chan-wook vengono spesso trascurate dall’ombra della trilogia della vendetta nonostante siano importanti per la filmografia del regista. Per questo motivo oggi vogliamo consigliarvi 3 film di Park Chan-wook che vengono troppo spesso dimenticati e che meriterebbero più attenzione.

    Joint Security Area (2000)

    Due soldati nordcoreani vengono ritrovati morti nella zona demilitarizzata tra le due Coree. Per evitare un’escalation di una situazione già a dir poco tesa, viene chiamata l’investigatrice neutrale Sophie Jean che cercherà di ricostruire l’accaduto.

    Il primo film è forse quello che ha lanciato il regista nei festival di tutto il mondo e che gli ha poi permesso di dedicarsi allo sviluppo di Mr. Vendetta. Si parla, come si evince dal titolo, di Joint Security Area, adattamento cinematografico del romanzo DMZ di Park Sang-yun.

    La pellicola presenta una sceneggiatura che risulta interessante già dalle prime scene e che riesce, con il passare del tempo, ad aumentare il ritmo e a immergere completamente lo spettatore nella storia con l’alternarsi di scene che passano dalla spensieratezza e il divertimento ad una tensione altissima, fino ad arrivare al finale magnifico e spiazzante. Un film politico che utilizza la divisione di due popoli in conflitto, separati al confine da una linea, per parlare di unione ma attraverso il terrificante realismo della guerra. Un’opera apparentemente semplice ma che si mostra complessa proprio nella creazione di una certa tensione e nel racconto di personaggi scritti in modo magistrale. Una pellicola immensa che viene considerata tra i migliori film degli ultimi trent’anni anche da registi come Quentin Tarantino.

    I’m a Cyborg, But That’s OK (2006)

    Una giovane ragazza mentalmente squilibrata e ricoverata in un istituto psichiatrico crede fermamente di essere un cyborg, rifiutando di mangiare come un essere umano. Un altro paziente che attira l’attenzione della ragazza diventa presto un suo caro amico e si trova ora di fronte al compito più grande: curare il problema mentale della ragazza e farle mangiare cibo vero.

    In questo caso si vuole parlare del primo film dopo la trilogia della vendetta presentato in concorso al Festival di Berlino, ovvero I’m a Cyborg, But That’s OK.

    Con questa pellicola Park Chan-wook si discosta totalmente dalle tematiche trattate nelle sue opere precedenti, raccontando una storia d’amore ambientata in un ospedale psichiatrico e riuscendo ad aggiudicarsi un riconoscimento per l’opera più innovativa del Festival.

    Con questo film il regista riesce a raccontare una storia folle che parla di una certa solitudine, connettendo il surreale e il bizzarro al resto del mondo attraverso l’avvicinamento tra due persone che finiscono per completarsi a vicenda. Ad una storia surreale si mescola una messa in scena altrettanto folle segnata soprattutto da una fotografia piena di colori, a cui si contrappone un bianco che riveste i protagonisti e che quasi li separa dalla realtà, riuscendo a conquistare completamente lo spettatore. A tutto ciò si aggiunge una musica che accompagna perfettamente la narrazione e la messa in scena rendendo il film un vero gioiello della filmografia del regista sudcoreano che trova qui forse la sua più impegnata sperimentazione. A rendere ancora più unica la pellicola vi è il fatto che in Italia fu distribuito solo in home video ben sedici anni dopo l’uscita nel paese d’origine.

    Stoker (2013)

    Dopo la morte del padre di India Stoker, suo zio Charlie, di cui non aveva mai saputo l’esistenza, va a vivere con lei e la sua madre instabile. Arriva a sospettare che quest’uomo misterioso e affascinante abbia secondi fini con la madre e dopo vari avvenimenti, diventa sempre più infatuata di lui risvegliando il lato più oscuro del suo animo.

    Come ultimo film si vuole parlare di Stoker che rappresenta il primo film in lingua inglese del regista sudcoreano, basato su una sceneggiatura di Wentworth Miller (Prison Break) e prodotto da Ridley Scott.

    Qui Park Chan-wook presenta una messa in scena che riprende e omaggia il maestro dell’horror Alfred Hitchcock attraverso una peculiare creazione della tensione, riuscendo a creare uno stile personale ed unico. Un thriller psicologico che racconta il passaggio all’età adulta della protagonista e una sorta di dramma familiare a tratti depravato che si libera nell’orrorifico finale. In questa pellicola il regista dimostra ancora una volta la sua incredibile capacità di messa in scena, riuscendo a prendere ispirazione da varie opere senza mai risultare una copia ma anzi riuscendo a piegare al suo volere tutti i vari suggerimenti, rendendo la pellicola ancora più personale e dimostrando anche una grande conoscenza della settima arte.

    Questi erano 3 film di Park Chan-wook troppo spesso dimenticati, fateci sapere se ne avete visto almeno uno e diteci la vostra lasciando un commento qui sotto!

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    Michael Pierdomenico,
    Redattore.
  • The Voyeurs e Immaculate – Sydney Sweeney e il corpo femminile

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    Ad oggi, Sydney Sweeney è una delle star più promettenti di Hollywood, a livello di bravura, ma anche di presenza: solo nel 2024, è stata protagonista di ben tre film usciti al cinema. I titoli in questione sono Tutti tranne te, Madame Web e Immaculate – La prescelta, e tutti quanti hanno fatto parlare di sé, nel bene o nel male. 

    Lo stereotipo della bionda

    Tutti tranne te di Will Gluck riprende Molto rumore per nulla di William Shakespeare per rivitalizzare il genere rom-com che da tempo non popolava più le sale cinematografiche. Sweeney ha partecipato come produttrice, rivelandosi fondamentale per la scelta del regista e della co-star Glen Powell (anche lui lanciassimo nel 2024 con Hit Man – Killer per caso e Twisters), nonché per il successo della pellicola, partita svantaggiata al botteghino per poi rivelarsi quella che si definisce una sleeper hit. Sorte opposta per Madame Web, ennesimo spin-off non richiesto dell’universo cinecomic Spiderman-Sony che ha tonfato al botteghino, e al quale Sweeney ha dichiarato di aver partecipato esclusivamente come attrice senza alcuna pretesa sul successo del prodotto.

    Era marzo negli Stati Uniti, quando a distanza di poche settimane da Madame Web è uscito al cinema anche Immaculate – La prescelta, horror religioso che in Italia ha dovuto attendere luglio per arrivare in sala. Per promuovere quest’ultimo film, di cui Sweeney è anche produttrice con la sua compagnia Fifty-Fifty Films lanciata nel 2020, l’attrice è stata host del Saturday Night Live a marzo con una serie di sketch basati ironicamente sullo stereotipo della bionda. Sì, perché da quando ha interpretato la liceale iper-sessualizzata Cassie Howard in Euphoria, Sydney Sweeney è costantemente bollata, sminuita o criticata per le sue forme e per come decide di mostrarle.

    Ma Sydney Sweeney è molto più di un bel corpo con i capelli biondi, e l’ha già dimostrato con eccezionali interpretazioni, una tra tutte quella di Cassie in Euphoria. È da perfezionare, invece, la scelta dei progetti: al di là del successo commerciale dei film a cui ha preso parte, a livello critico non ha ancora avuto ruoli da protagonista in opere che si possano definire indimenticabili. Se non altro, però, i suoi film hanno sempre qualcosa da dire.

    Il controllo del corpo

    In Immaculate, la novizia americana Suor Cecilia arriva in un convento sperduto nella campagna italiana per prendere i voti e rimanervi ad assistere le suore in punto di morte. L’incrollabile fede (e il carattere un po’ naïf) della giovane sono dovuti a un incidente capitatole da piccola, quando cadde in un lago ghiacciato e fu dichiarata morta per sette minuti, prima di risvegliarsi: secondo lei Dio l’ha salvata per uno scopo. Dopo una serie di stranezze e inutili jumpscare (cui l’adesione sembra obbligatoria per qualsiasi horror), Cecilia rimane inspiegabilmente incinta, e comincia ad essere venerata dalle monache come fosse una nuova Vergine Maria, ma dietro la sua immacolata concezione c’è ben poco di divino.

    Questa è la premessa del film, che sulla carta può apparire interessante o meno secondo i gusti, e indubbiamente lo rende molto simile a Omen – L’origine del presagio, sesto film della saga horror di Omen uscito sempre nel 2024 incentrato anch’esso su una suora americana che ha a che fare con una strana gravidanza all’interno di un convento italiano. Entrambi i film costruiscono una metafora a partire dal tema di fondo della bodily autonomy, ossia il diritto di decidere cosa fare del proprio corpo (un tema che Sweeney, abbiamo visto, conosce bene). La filmmaker e critica cinematografica Bilge Ebiri ha giustamente fatto notare su Vulture come non ci sia da stupirsi se all’indomani del ribaltamento della sentenza americana Roe v. Wade sull’aborto (ribaltamento che ha leso le libertà delle donne su pressione delle lobby cristiane) siano usciti due film basati su personaggi costretti a gravidanze mostruose da parte di istituzioni religiose preoccupate per la loro crescente irrilevanza. Questo tema, nel film, è dato per assodato già nei primi istanti che coinvolgono la protagonista, con gli agenti dell’aeroporto che dichiarano un peccato che una ragazza così giovane e bella si faccia suora, e con il cardinale che forza Cecilia, inginocchiata davanti a lui, a baciarle l’anello per prendere i voti. Insomma, al di là del gusto personale (lo ripetiamo perché in fondo non si tratta di un capolavoro), Immaculate si inserisce perfettamente nella scia di horror politici che hanno qualcosa da dire oltre ai jumpscare

    I pregi e difetti del film non finiscono qui. Certo, ci sono personaggi che entrano e escono senza spiegazioni, mutilazioni senza senso narrativo, e globalmente la materia risulta incoerente, ma a sua discolpa è evidente che il regista Michael Mohan abbia fatto i compiti a casa, omaggiando in più punti il classico horror all’italiana di Mario Bava, Lucio Fulci e Dario Argento (purtroppo senza i colori sgargianti di Suspiria, ma con una fotografia scialba e a implausibile lume di candela), anche se l’ispirazione più palese è Rosemary’s Baby di Roman Polanski, che in più punti viene nettamente richiamato. Anche il compositore della colonna sonora Will Bates contribuisce alla costruzione di un’atmosfera efficace, con un paio di sorprese nell’utilizzo di La dama rossa uccide sette volte di Bruno Nicolai e Carol of the Bells (sì, proprio il classico brano natalizio, usato in un contesto di forte straniamento). L’ultimo innegabile pregio del film è il coraggiosissimo finale, non tanto a livello narrativo quanto perché mostra qualcosa che non si vede tutti i giorni in un prodotto americano destinato al grande pubblico.

    Attraverso la serratura

    Immaculate non è il primo film che Sydney Sweeney realizza con il regista Michael Mohan: in precedenza avevano già lavorato insieme a The Voyeurs, thriller erotico del 2021 (disponibile su Prime Video) che strizza l’occhio a La finestra sul cortile di Alfred Hitchcock e a Omicidio a luci rosse di Brian De Palma. Nel film una giovane coppia si trasferisce in un loft nel centro di Montreal e inizia a spiare per gioco la vita sessuale della coppia che abita nel palazzo di fronte, ma la loro curiosità finisce per trasformarsi in un’ossessione dai risvolti pericolosi (e improbabili a livello di sceneggiatura). Nemmeno The Voyeurs appartiene all’indice dei film indimenticabili (tutt’altro), ma anche stavolta, come Immaculate, il titolo ha qualcosa da dire sia sul piano estetico che su quello dei contenuti.

    The Voyeurs è totalmente incentrato sul tema della vista e dello sguardo, con pupille che compaiono in continuazione (per una straordinaria coincidenza di sceneggiatura, la protagonista è un’oftalmologa), anche nelle frequenti transizioni che passano dalla ripresa di un occhio a quella di un uovo tagliato a metà, stabilendo un parallelo coltissimo con Un Chien Andalou. Numerose scene sono poi filmate in soggettiva attraverso un binocolo, ponendo lo spettatore nella stessa posizione di voyeur dei protagonisti. In fondo che cos’è lo spettatore cinematografico, se non un voyeur che entra nelle case dei personaggi spiandone una porzione di vita? Il tema del voyeurismo, inevitabilmente pruriginoso, sconfina poi nell’erotico, con un esplicito interesse della coppia protagonista per l’attività sessuale dei vicini. E così, improvvisamente, tutti noi diventiamo non solo spettatori di un film qualunque, ma spettatori di rapporti sessuali, che coinvolgono anche Sydney Sweeney, la stessa ragazzina iper-sessualizzata che spiavamo durante le scene più audaci di Euphoria.

    Sweeney è entrata nel cast di The Voyeurs senza ruoli produttivi, ma poi è stata lei a richiamare Michael Mohan per dirigere il primo film prodotto dalla propria etichetta, perché insieme a lui sapeva esattamente che cosa voleva mostrare. Sia Immaculate che The Voyeurs, in fondo, parlano di Sydney Sweeney e del rapporto che la società occidentale ha (da secoli) con il suo corpo e con il corpo di qualsiasi donna. Vogliamo controllarlo, dominarlo, sopraffarlo, ma poi lo spiamo nudo attraverso il buco della serratura. E questo Sydney Sweeney lo sa bene.

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    Enrico Borghesio,
    Redattore.
  • 3 film per conoscere Michael Haneke

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    Il regista austriaco Michael Haneke non ha mai rifiutato l’etichetta di “autore”, dal carattere spesso schivo e austero, nei suoi film ha sempre dipinto l’alienazione e l’autodissoluzione esistenziali dell’Uomo moderno con un’impronta visceralmente personale, politica ma senza vizi da censore o moralizzatore. Haneke manca sui grandi schermi dal 2017, quando con Happy End ha concorso per la Palma d’oro alla 70a edizione del Festival di Cannes, e nel giorno del suo ottantaduesimo compleanno vogliamo consigliarvi tre film cardine del suo percorso artistico:

    La Pianista (2001)

    Erika (Isabelle Huppert) insegna pianoforte al conservatorio di Vienna. Un giorno dopo un concerto viene avvicinata dal giovane allievo Walter (Benoît Magimel), con il quale inizierà una relazione turbolenta, fatta di incontri casuali dai soli fini sessuali. Non è meno tranquillo il suo rapporto con la madre (Annie Girardot), che sfocia spesso in liti e gesti violenti. Il gioco dei sentimenti con Walter e il difficile legame materno costringeranno Erika a fare i conti con il suo carattere algido e il suo cuore di ghiaccio.

    La Pianista, Grand Prix Speciale della Giuria, miglior interpretazione femminile e maschile alla 54a edizione del Festival di Cannes, rende ancora più chiara nel cinema di Haneke l’eco di quello di Chantal Akerman, che riverbera in ogni suo film sin dai suoi primi lavori: la ripetizione meccanica delle attività quotidiane arriva sempre a un punto di rottura, ne Il settimo continente (1989) di un nucleo familiare borghese, qui della vita di una donna sola, sessualmente repressa, dall’atteggiamento rigido e glaciale imposto dalla madre anziana e possessiva. Erika vive in una bolla in cui ogni gesto è pensato, meccanico e dove ogni reazione quotidiana e anempatica gonfia la bolla fino all’esplosione: proprio per questo quando la donna proverà attrazione sia erotica che intellettuale verso Walter, infrangendo il muro che separava ragione e sentimento, la ripetizione meccanica andrà in tilt, fino al gesto simbolico finale speculare a quello di Jeanne Dielman (1975), ma con differenze significative. Il gesto estremo di Dielman, di uccidere il Maschio, era eseguito con sconcertante apatia e distacco ed era più sovversivo, rivoluzionario, mentre quello di Erika è un gesto di arresa, autolesionista, di sconfitta, di fronte alla società che non accetterebbe mai le sue perversioni sadomasochistiche e voyeuristiche. Il rigore di Erika è riflesso in quello formale del regista austriaco, all’interno di una cinematografia in cui il dialogo costante con la condizione d’alienazione dell’Uomo del nuovo millennio, affrontata sempre con  realismo analitico e coerente, evita ad Haneke di scadere in facili moralismi. La Pianista riesce a mostrare le conseguenze della frustrazione e della (conseguente) perfezione imposte dalla società in un trattato efferato e cinico che trova sua massima espressione nel viso di Huppert, tormentato da una profonda sofferenza mista a un gelido intellettualismo.

    Il film è disponibile su AppleTv e Prime Video.

    Il Nastro bianco (2009)

    All’alba della prima guerra mondiale un villaggio nel nord della Germania protestante è sconvolto da avvenimenti misteriosi e inquietanti. Il film segue soprattutto un gruppo di bambini che fanno parte di un coro diretto da uno degli insegnanti del villaggio, coinvolti in una serie di incidenti apparentemente inspiegabili.

    Oltre ad aver vinto il Golden Globe per il miglior film straniero, Il nastro bianco è stato candidato a due Premi Oscar per miglior film straniero e migliore fotografia (Christian Berger). Partendo dal suo carattere storico, la scelta di ambientare il film tra il 1913 e il 1914 non è casuale, essendo subito alle porte del periodo più tragico del ‘900 quando i semi dei totalitarismi erano già ben germogliati. Il ‘nastro bianco’ del titolo è eloquente: un’idea, per quanto buona, se trasformata in un sistema di vita diventa un’ideologia, costituendo un potenziale ed enorme pericolo. Spesso le radici del Male, infatti, sono da rintracciare nell’educazione, nel (contradditorio e fallace) rapporto con Dio, e nella difficile interpretazione della natura dell’Uomo. È vincente la scelta di lasciare il film in bilico fra un whodunit condito da dosi di sovrannaturale e un period drama, perché giustifica l’inserimento dei prodromi della minaccia nazista all’interno di un bianco e nero che, però, al contrario impedisce qualsiasi approccio naturalistico. “I fatti narrati non corrispondono a verità in tutti suoi dettagli“: la frase d’apertura ci mette in guardia che quella è una finzione, le cromature e la voce narrante fuoricampo sono funzionali a creare un distacco tra noi e le immagini, generando uno straniamento che rende il film universalmente valido e meno ancorato a un determinato periodo storico. Ad ogni modo, il regista non ci fornirà mai le risposte agli strani avvenimenti e lo sguardo di Martin nell’iconica scena con il crocifisso alle spalle racchiude in nuce l’intero film: uno sguardo allarmato, inquieto, ma anche accusatorio (nei confronti di chi? Del padre? Di Dio?).

    Il film è disponibile su AppleTV, Google Play Film, YouTube e Tim Vision.

    Amour (2012)

    Due insegnanti di musica in pensione, Georges (Jean-Louis Trintignant) e Anne Laurent (Emmanuelle Riva), affrontano la sfida più grande della loro relazione quando Anne subisce un ictus debilitante. Nonostante Georges stesso soffra degli acciacchi dell’età avanzata, si dedica con coraggio a prendersi cura di sua moglie, determinato a mantenere la promessa fatta a lei di non farla tornare in ospedale.

    Una storia d’amore straziante e di rara potenza trae linfa vitale dal suo opposto, vale a dire da una delle più alte, profonde e toccanti rappresentazioni della decadenza senile mai viste al cinema. Haneke firma un film cardine, ripreso infatti poi con minor successo da altri registi come Gaspar Noé (Vortex, 2021), con cui dovrà confrontarsi chiunque deciderà di affrontare il graduale disfacimento fisico e psicologico della condizione umana. Amour contiene ogni singolo tratto distintivo della poetica del regista, la camera fissa, l’uso strumentale del fuori campo, i lunghi piani sequenza che creano una ripetizione alienante spezzata da impulsi di violenza (più emotiva che visiva): in questo senso è simbolica (e piuttosto d’impatto) la scelta di mostrare il cadavere di Anne già nella primissima sequenza, scena che spiazza e che ci fa sobbalzare con la stessa forza dell’ariete dei pompieri che sfonda la porta di casa dei coniugi. Questo espediente anticipa l’effetto rovinoso che il film avrà sul pubblico, mettendo al corrente gli spettatori sin dall’inizio dell’atroce fine di Anne e creando anche un parallelismo piuttosto inquietante con la consapevolezza propria di ciascuno di noi, quella che sopportiamo quotidianamente senza poter reagire.

    Sebbene già avanti nella sua filmografia, se non hai ancora visto Amour potrebbe essere il film perfetto per iniziare a conoscere il cinema di Michael Haneke. Invece, in caso tu abbia già visto il film e ti stessi chiedendo il significato della scena con il piccione ‘intrappolato’ nell’appartamento, ci ha pensato lo stesso Haneke in A Companion to Michael Haneke (R.Grundmann, Wiley-Blackwell, 2010) a placare i tuoi dubbi: “Consider the pigeon… just a pigeon! There are lots of pigeons in Paris”. Perché… cos’altro vi aspettavate?

    Il film è disponibile su Prime Video, Google Play Film, YouTube e Chili

    Se vuoi approfondire il cinema del regista austriaco potrebbero interessarti:

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    Alberto Faggiotto,
    Caporedattore.
  • Film al cinema ad Agosto 2023

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    Demeter: il risveglio di Dracula

    Genere: Horror
    Anno: 2023
    Paese: USA
    Durata: 119 min
    Data di uscita: 10 agosto 2023
    Distribuzione: 01Distribution
    L’equipaggio della nave mercantile Demeter tenta di sopravvivere ad un lungo viaggio da Carpathia a Londra, mentre viene perseguitato ogni notte da una oscura presenza.

    Il giuramento di Pamfir

    Genere: Drammatico
    Anno: 2022
    Paese: Ucraina
    Durata: 100 min
    Data di uscita: 10 agosto 2023
    Distribuzione: Movies Inspired
    Quando Pamfir, ex contrabbandiere, torna a casa nel suo villaggio, è determinato a guadagnarsi da vivere onestamente e a dare il buon esempio al figlio adolescente Nazar. Ma in una città in cui la corruzione è profonda e il crimine e la religione sono inestricabilmente legati, il suo piano viene rapidamente vanificato…

    Il mio vicino Totoro

    Regista: Hayao Miyazaki
    Genere: Animazione, Fantasy, Avventura
    Anno: 1988
    Paese: Giappone, USA
    Durata: 86 min
    Data di uscita: 10 agosto 2023
    Distribuzione: Lucky Red
    Due sorelle si trasferiscono in campagna con il padre per stare più vicine alla madre ricoverata in ospedale e scoprono che gli alberi circostanti sono abitati dai Totoro, spiriti magici della foresta.

    Blue Beetle

    Genere: Fantascienza, Azione, Avventura
    Anno: 2023
    Paese: USA, Messico
    Durata: 137 min
    Data di uscita: 17 agosto 2023
    Distribuzione: Warner Bros.
    Jaime Reyes, appena laureato, torna a casa pieno di speranze per il suo futuro, solo per scoprire che niente è come prima. Mentre cerca di trovare il suo scopo nel mondo, il destino interviene quando Jaime si ritrova inaspettatamente in possesso di un’antica reliquia della tecnologia aliena…

    Passages

    Regista: Ira Sachs
    Genere: Drammatico
    Anno: 2023
    Paese: Francia
    Durata: 91 min
    Data di uscita: 17 agosto 2023
    Distribuzione: MUBI e Lucky Red
    Nella Parigi odierna, il regista tedesco Tomas abbraccia la sua sessualità attraverso una torrida storia d’amore con una giovane donna di nome Agathe. Alle prese con emozioni contraddittorie, Tomas deve accettare i confini del suo matrimonio o lasciare che la relazione finisca.

    Following

    Genere: Thriller
    Anno: 1998
    Paese: Gran Bretagna
    Durata: 70 min
    Data di uscita: 23 agosto 2023
    Distribuzione: MIKADO, Movies Inspired
    Bill, un aspirante scrittore ozioso e disoccupato, cammina per le strade affollate di Londra seguendo sconosciuti scelti a caso, un divertimento apparentemente innocente che diventerà presto pericoloso…

    Last Film Show

    Regista: Pan Nalin
    Genere: Family, Drammatico
    Anno: 2021
    Paese: India, Francia, USA
    Durata: 110 min
    Data di uscita: 23 agosto 2023
    Distribuzione: Medusa Film
    In uno sperduto villaggio indiano, un bambino di 9 anni inizia una storia d’amore con il cinema che durerà tutta la vita quando entra in una sala fatiscente e trascorre un’estate a guardare film dalla cabina di proiezione.

    Oppenheimer

    Genere: Drammatico, Biografico, Storico
    Anno: 2023
    Paese: USA, Gran Bretagna
    Durata: 180 min
    Data di uscita: 23 agosto 2023
    Distribuzione: Universal Pictures
    La storia del ruolo di J. Robert Oppenheimer nello sviluppo della bomba atomica durante la Seconda Guerra Mondiale.

    La bella estate

    Genere: Drammatico
    Anno: 2023
    Paese: Italia
    Durata: 111 min
    Data di uscita: 24 agosto 2023
    Distribuzione: Lucky Red
    Ambientato durante una “bella estate” a Torino nel 1938, sullo sfondo della successiva entrata dell’Italia dell’era fascista nella Seconda Guerra Mondiale, vede la diciottenne Cassell nei panni della disinibita modella Amelia, in un mondo di artisti bohémien dove si innamorerà per la prima volta…

    Si alza il vento

    Genere: Animazione, Biografico, Drammatico
    Anno: 2013
    Paese: Giappone
    Durata: 126 min
    Data di uscita: 24 agosto 2023
    Distribuzione: Lucky Red
    L’amore per il volo ha ispirato per tutta la vita l’ingegnere aeronautico giapponese Jiro Horikoshi, la cui carriera è costellata dalla creazione dell’aereo da combattimento A-6M della Seconda Guerra Mondiale.

    Jeanne du Barry – La favorita del re

    Regista: Maïwenn
    Genere: Drammatico, Storico
    Anno: 2023
    Paese: Francia
    Durata: 116 min
    Data di uscita: 30 agosto 2023
    Distribuzione: Notorious Pictures
    La vita di Jeanne Bécu, nata nel 1743 come figlia illegittima di una sarta impoverita e salita alla corte di Luigi XV fino a diventare la sua ultima amante ufficiale.

    Tartarughe Ninja: Caos Mutante

    Genere: Animazione, Azione, Avventura
    Anno: 2023
    Paese: USA
    Durata: 139 min
    Data di uscita: 30 agosto 2023
    Distribuzione: Eagle Pictures
    Dopo anni di isolamento dal mondo umano, i fratelli Turtle cercano di conquistare i cuori dei newyorkesi e di essere accettati come normali adolescenti attraverso atti eroici.

    Equalizer 3: Senza tregua

    Regista: Antoine Fuqua
    Genere: Azione, Thriller
    Anno: 2023
    Paese: USA
    Data di uscita: 30 agosto 2023
    Distribuzione: Eagle Pictures
    Robert McCall si trova a casa sua nel Sud Italia, ma quando scopre che i suoi amici sono sotto il controllo dei boss della criminalità locale decide di diventare il protettore dei suoi amici affrontando la mafia.

    L’ordine del tempo

    Genere: Drammatico
    Anno: 2023
    Paese: Italia
    Durata: 112 min
    Data di uscita: 31 agosto 2023
    Distribuzione: Vision Distribution
    Esplora ciò che accade a un gruppo di amici di lunga data una sera in cui, durante il loro incontro annuale per festeggiare un compleanno in una villa sul mare, scoprono che il mondo potrebbe finire nel giro di poche ore. Da quel momento in poi, il tempo che li separa dalla possibile fine delle loro vite sembra scorrere in modo diverso, veloce e infinito, in una notte d’estate che cambierà le loro vite per sempre.

    Manodopera

    Regista: Alain Ughetto
    Genere: Animazione
    Anno: 2022
    Paese: Francia, Italia, Svizzera, Portogallo
    Durata: 70 min
    Data di uscita: 31 agosto 2023
    Distribuzione: Lucky Red
    Piemonte, inizi del ‘900. La speranza di una vita migliore spinge Luigi Ughetto e sua moglie Cesira a varcare le Alpi e a trasferirsi con tutta la famiglia in Francia. Il regista Alain Ughetto ripercorre la sua storia familiare in un dialogo immaginario con la nonna.

    The Store

    Regista: Ami-Ro Sköld
    Genere: Drammatico
    Anno: 2022
    Paese: Svezia
    Durata: 120 min
    Data di uscita: 31 agosto 2023
    Distribuzione: I Wonder Pictures
    Ambientato in una Svezia del futuro prossimo, dove i posti di lavoro scarseggiano, i margini sono stretti e il profitto aziendale ha la meglio su tutto, questo film ibrido rivela una distopia economica spaventosamente riconoscibile. Sköld mette in luce gli effetti di questo sistema spietato su famiglie, amicizie e comunità.

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    Rosario Azzaro,
    Caporedattore.
  • 5 DOCUMENTARI SULLA MUSICA ITALIANA

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    In questa settimana Sanremocentrica vi proponiamo alcuni documentari sulla musica italiana da recuperare nel caso in cui le cinque serate del Festival non siano sufficienti oppure proprio non facciano per voi.

    SOUND GIGANTE. STORIA ALTERNATIVA DELLA MUSICA ITALIANA

    Mini docu-serie prodotta da Sky, andata in onda su Sky Arte a partire dal 18 gennaio 2023 e ora disponibile su Now Tv, Sound Gigante ripercorre in 4 puntate alcuni momenti salienti della musica “alternativa” italiana. Prendendo le mosse dal 1964 e in particolare da Morricone e dalla sua rivoluzione musicale del cosiddetto Spaghetti Western, la serie si srotola poi fin verso la fine degli anni Settanta, analizzando fenomeni e successi di una stagione musicale incredibilmente varia e feconda. Un racconto – tramite materiali di repertorio, interviste e , chiaramente, musica – delle sperimentazioni e innovazioni musicali che in quegli anni hanno portato sulla scena italiana (e non solo) generi e sottogeneri alternativi al pop o alla classica canzone italiana.

    NUMERO ZERO: ALLE ORIGINI DEL RAP ITALIANO

    Documentario del 2015 firmato da Enrico Bisi, fino a poco tempo fa disponibile su Netflix e ora reperibile a noleggio su Chili, Numero Zero segue le tracce dello sviluppo del rap nel panorama musicale italiano. Dagli anni Ottanta ai primissimi anni Duemila, il documentario si serve delle voci dei fautori di quella vera e propria rivoluzione culturale per raccontare il fenomeno musicale che da oltreoceano si è faticosamente fatto largo nella scena italiana.

    Le voci come quelle di Kaos One, Ice One, Neffa, Colle Der Fomento, Tormento, Fabri Fibra e Frankie Hi-Nrg raccontano, supportate da materiale d’archivio, il movimento dell’hip hop italiano e tutte le difficoltà e resistenze che questa “nuova” musica si è trovata ad affrontare in un paese abituato a tutt’altro stile.

    RED VALLEY: SIAMO QUELLO CHE ASCOLTIAMO

    Flash forward: dalle origini del rap arriviamo all’estate del 2022, precisamente al Red Valley Festival, grande evento musicale tenutosi a Olbia e al quale hanno partecipato alcuni degli artisti più ascoltati degli ultimi anni.

    Red Valley parte da un semplice assunto o, per meglio dire, da un dato preciso: 19 ore a settimana, il tempo speso in media dagli italiani nell’ascolto di musica. Ma se la quantità di ore può colpire, cosa dice questo dato sulla reale qualità del nostro ascolto? Stiamo veramente ascoltando o stiamo solo sentendo? 

    Un docu-concerto che coinvolge alcuni tra i nomi più celebri della scena musicale contemporanea (Blanco, Marracash, Pinguini Tattici Nucleari, Fabri Fibra, Irama, Salmo, Mr. Rain, Il Tre, Shablo e Paola Zukar) che si raccontano e ci raccontano tendenze, tematiche e peculiarità dell’industria musicale di oggi, tra riflessioni sulla fruizione, sulla decodificazione musicale e sul gap di genere.

    PROG REVOLUTION

    Altra produzione Sky Arte, altro salto negli anni Settanta. Questa volta però il focus del discorso è molto più specifico: in particolare ci fermiamo nella città di Milano, nel periodo che la vede come vero fulcro dell’industria discografica italiana, dal 1969 al 1979. Tra necessità politiche e fermenti sociali, Prog Revolution va a rintracciare i perché e i percome del progressive rock italiano e di coloro che l’hanno conosciuto, fatto e nutrito.

    Un documentario di Rossana de Michele in cui musicisti, artisti, fotografi e discografici dell’epoca ci conducono – tramite interviste e materiale d’archivio – nell’esplorazione di quello strato specifico di terreno musicale in cui società, arte e cultura si fondono in maniera inscindibile.

    IO TU NOI, LUCIO

    Tra le tante proposte Rai Play (che spaziano da Mia Martini a De Andrè, dai Bee Gees ai Kiss), a titolo esemplificativo – o forse più per affetto personale di chi scrive – scegliamo di includere in questo breve elenco il documentario Io Tu Noi, Lucio. 108 minuti di viaggio nella musica di Lucio Battisti, dal suo esordio, passando per i grandi successi scritti a quattro mani con Mogol, fino agli ultimi dischi in collaborazione con Pasquale Panella.

    Un atlante musicale che tenta di tracciare un ritratto (impossibile dire quanto esaustivo) di una personalità complessa e di un musicista nonché produttore innovatore e fuori da qualsiasi impostazione canonica

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  • 5 FILM PER UN “CATTIVO NATALE”

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    Se anche tu sei stufo del detto “A Natale siamo tutti più buoni” e di tutti gli stereotipi dolci e zuccherosi delle festività natalizie, dai un’occhiata a questa lista di cinque film per un “Cattivo Natale”!

    KRAMPUS – NATALE NON È SEMPRE NATALE (2015) – MICHAEL DOUGHERTY

    Disponibile su Rakuten TV, TIMVISION, CHILI, Apple iTunes, Infinity, Google Play

    Doveva accadere. Prima o poi qualcuno avrebbe dovuto fare un film su una delle creature dicembrine preferite dagli amanti dell’horror e che, non per niente, secondo la tradizione accompagna l’arrivo di Santa Claus: il Krampus! Per chi non sapesse di cosa si tratta, il Krampus è una figura mitologica dai tratti demoniaci derivante dalla tradizione religiosa-folkloristica delle zone europee di lingua tedesca, tuttora celebrata attraverso macabre sfilate il 5 dicembre in Austria, Croazia, Slovenia e Italia.

    Michael Dougherty ha pensato bene di sfruttare le sembianze mostruose del Krampus per realizzare una commedia-horror compatta e divertente. La storia è semplicissima: il Natale di una famiglia viene rovinato dall’arrivo di un Krampus. Fine. Niente di trascendentale, ma se sei in cerca di un film da vedere ai lumi di un albero di Natale e che intrattenga per poco più di un’ora e mezza, forse è il film che potrebbe fare al caso tuo. Ci sono anche gli elfi!

    BLACK CHRISTMAS (UN NATALE ROSSO SANGUE) (1974) – Bob Clark

    Disponibile gratuitamente su YouTube

    L’adattamento italiano del titolo, seppur discutibile, parla chiaro: Black Christmas è un proto-slasher natalizio coi controfiocchi, se non un capolavoro sicuramente un capo d’opera che in quanto tale è rimasto nella storia, la definizione di cult. 

    Proto-slasher perché stabilisce definitivamente tutti i tòpoi del genere, assieme a Reazione a catena di Bava (di tre anni prima) e a Non aprite quella porta di Hooper (dello stesso anno): dal gruppo di giovani malcapitati che – in un climax di tensione hitchcockiana – incontreranno la morte uno dopo l’altro, agli spazi d’azione circoscritti, alle soggettive che ispireranno Halloween di Carpenter, fino alla telefonata dell’assassino che verrà decostruita da Scream.

    Di grande livello è anche la regia che passa da inquietanti soggettive dell’omicida a sinuose oggettive delle vittime, così come sono favolosamente descritti i personaggi tramite cui Clark ritrae qualsiasi ceto sociale americano del tempo non risparmiando nessuno.

    Ma soprattutto: il “bodycount” arriva in una cornice natalizia davvero suggestiva e inusuale per il tempo! 

    INSIDE – À L’INTÉRIEUR (2007) – Alexandre Bustillo e Julien Maury

    Disponibile su Amazon Prime Video, TIMVISION e CHILI

    Si, va bene, grazie all’acclamazione della critica è uno degli horror che assieme a Martyrs, Frontiers – ai confini dell’inferno e Alta Tensione ha contribuito a riportare in auge il cinema horror francese lanciando l’ondata della “New French Extremity”, ma a noi interessa il Natale. C’è il Natale in Inside – À l’intérieur?

    La storia parla della vedova Sarah che alla vigilia di Natale, durante una visita medica, scopre che quel giorno corrisponde anche alla vigilia del suo parto. La stessa sera una donna misteriosa bussa alla porta di Sarah che, preoccupata, chiama subito la polizia, ma la donna non si arrende e farà di tutto per entrare in casa.

    Nell’intrecciarsi di home invasion, horror psicologico, splatter, allegorie cristologiche (il nascituro che dovrà vedere la luce esattamente il 25 dicembre) e riletture del mito della strega, l’atmosfera natalizia non è estremamente palesata nel film. C’è un “però”: il solo pensiero che tutte le vicende si svolgono alla vigilia di Natale contribuisce a regalare un’aura di inquietudine mai banale (e si intravede anche qualche lucina d’atmosfera qua e là).

    Il regalo che attende Sarah sotto all’albero non sarà dei più piacevoli.

    GREMLINS (1984) – JOE DANTE

    Disponibile su Amazon Prime Video, Rakuten TV, CHILI, Google Play e Apple Itunes

    Lo so. Questo è scontato. Non può esistere amante del cinema che non conosca i mitici Gremlins, però fa sempre e solo bene un invito alla visione. Nel 1984 la regia di Joe Dante e la penna di Chris Columbus regalarono all’immaginario collettivo la prima trasposizione su pellicola della creatura folkloristica del Gremlin (non sono mai state indicate le sue sembianze, l’interpretazione dei due registi è interamente libera e personale), destinata a segnare tutta la tradizione natalizia ottantina e di tutti gli anni a venire. Una vera e propria commedia nera ad ambientazione natalizia, dove le malefiche e dispettose compagini di mostriciattoli a forma di goblin daranno sfoggio di tutte le loro abilità fra le luci di Natale della cittadina di Kingston Falls.

    Assolutamente iconici per l’utilizzo degli “animatronics” (splendida la duplice sembianza del delizioso Gizmo e delle sue arcigne e squamose evoluzioni) e per la loro caratterizzazione con le famose “tre regole” per essere accuditi: tenerli lontani dalla luce solare, non bagnarli per non farli moltiplicare e non dargli da mangiare dopo la mezzanotte (se non si vuole assistere alla nascita del loro lato maligno).

    Niente da dire: Gremlins è sempre l’opzione più valida per un 25 dicembre tutt’altro che zuccheroso e sdolcinato… E già che ci sei, perché non recuperare anche il seguito Gremlins 2 – La nuova stirpe?

    BABBO BASTARDO (2003) – TERRY ZWIGOFF

    Disponibile su Amazon Prime Video, Rakuten TV, CHILI, Google Play e Apple Itunes

    Come potrebbe mancare l’icona anti-Natale per eccellenza in una lista dedicata a un “Cattivo Natale”?

    Willie (il protagonista interpretato da Billy Bob Thornton) è il Babbo Natale di un grande magazzino che con l’avvicinarsi del Natale dovrebbe rendere felici le fiumane di bimbi in trepidante attesa di esprimere i loro desideri. C’è un piccolo problema: Willie è alcolizzato, cinico, volgare, depresso, fumatore accanito e amante del sesso promiscuo. Per di più è anche un ex scassinatore professionista che si limita a compiere un unico grosso colpo all’anno. Si avvicina il Natale e Babbo Natale è deciso a compiere quell’unica rapina proprio in quel magazzino aiutato da Marcus, il suo fedele elfo socio in affari affetto da nanismo. Il Natale non è mai stato così sboccato e irriverente come con questo film… Provare per credere.

    Lo sapevi? A dicembre 2021 si è tenuta la settimana tematica dedicata interamente al Natale! Clicca qui per recuperarla.

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  • TRE FILM PER SOPRAVVIVERE AL BLOCCO DELLO SCRITTORE

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    Poche cose piacciono di più, a chi scrive per passione o per professione, che parlare del proprio mestiere: neanche lo scrittore più -fintamente- modesto è immune dalla tentazione un po’ vanesia di raccontare gioie e dolori del creare storie, personaggi, dialoghi. Perché anche raccontare del momento di crisi, quando le idee latitano e la pagina resta bianca è, a suo modo, una forma di divertimento, oltre che un momento di terapia e di intima confessione.
    E il cinema non è stato da meno: ci si diverte sempre un sacco a veder cuocere a fuoco lento scrittori e scrittrici sulla graticola della mancanza di idee. Allo stesso modo, il blocco dello scrittore è tra le cose più difficili da raffigurare al cinema con successo. Una persona che si riconosce in questo ostacolo della scrittura può trovare di conforto rivederlo tormentare qualcun altro, di fronte a un foglio irrimediabilmente bianco: tutti gli altri si annoierebbero a morte.

    Per questo, il cinema ha spesso rivolto un occhio particolarmente impietoso su questo momento della vita di uno scrittore: da Shining a madre!, lo sconfortante inaridimento del flusso creativo diventa occasione di mostrare l’altra faccia del successo, un volto privato fatto di notti insonni, dubbi esistenziali e, più raramente, occasioni di riscatto personale.

    BARTON FINK – È SUCCESSO A HOLLYWOOD – SGUARDO DI CLASSE E APOCALISSE CREATIVA

    L’idea per il film di Joel ed Ethan Coen, vincitore della Palma d’Oro al Festival di Cannes 1991, nasce, come molti dei film su questo tema -come sarà anche per Charlie Kaufman per Il ladro di orchidee-, dal blocco dello scrittore riscontrato dai due sceneggiatori durante la scrittura di un altro film, in questo caso Crocevia della morte. Lo scrittore in crisi in Barton Fink è invece l’eponimo drammaturgo di successo interpretato da John Turturro, cantore della gente comune, incaricato da un pomposo produttore di Hollywood di realizzare un film di pugilato in grado di mettere d’accordo pubblico e critica. Lo sfondo di questa gravosa impresa, dalle conseguenze sempre più inquietanti, è un umidiccio albergo di infimo ordine popolato dagli stravaganti personaggi tipici di un film dei Coen; in particolare il vicino di stanza Charlie Meadows (JohnGoodman), un commesso viaggiatore apparentemente amichevole.

    Non è un caso che l’ambientazione scelta per questo thriller psicologico dai risvolti horror sia la dorata Hollywood classica degli anni ‘40, la fabbrica dei sogni dominata da produttori rampanti e dal divismo. Il blocco dello scrittore che stritola Barton Fink è un granello di sabbia che blocca gli ingranaggi del delicato meccanismo industriale hollywoodiano, ma diventa anche sintomo dell’impossibilità conoscitiva di Fink nei confronti della classe sociale di cui vorrebbe spacciarsi come cantore, della “gente comune” che lui in realtà non riconosce più.

    Il fatiscente albergo di Los Angeles in cui alloggia Fink diventa ben presto ricettacolo di nevrosi creative, tensioni di classe e incubi storici, in cui il grande drammaturgo borghese diventa inerme testimone, di cui si scopre solo “un turista” e non il protagonista. La crisi della creatività del singolo nell’industria cinema assume in Barton Fink una dimensione quasi lovecraftiana, di orrore estremo e incommensurabile, che dalla piccola stanza umidiccia si allarga all’intero edificio sociale e lo inghiotte tra le fiamme. Lasciando con la nuda consapevolezza che ciò che cercavi, l’idea che hai inseguito per tutto il tempo, era quella piccola cosa che è sempre stata davanti ai tuoi occhi, fin dal principio.

    RUBY SPARK – SMONTARE IL MALE GAZE

    L’unico film non thriller di questo breve excursus è la commedia romantica di Jonathan Dayton e Valerie Faris. Protagonista è lo scrittore in crisi Calvin (Paul Dano) che, per guarire dal proprio stallo creativo ed esistenziale, comincia a scrivere di una ragazza immaginaria, Ruby Sparks (Zoe Kazan, anche sceneggiatrice). Questa diventa improvvisamente concreta, e Calvin trova in lei una ragazza ideale perché può modificarne la personalità a suo piacimento, pigiando i tasti della propria macchina da scrivere per aggiungere o togliere parti di caratterizzazione e backstories. Inutile dire che la convivenza non sarà così semplice, soprattutto per uno scrittore con una grave insufficienza di vita vissuta.

    Ruby Sparks parte dall’assunto che è più probabile per una scrittrice creare con successo personaggi maschili verosimili che non il contrario. O, perlomeno, che è molto facile per uno scrittore adagiarsi nei propri preconcetti e ricorrere alla creazione di figure stereotipiche con la pretesa di verosimiglianza, e affollare così cinema e letteratura di personaggi femminili di cartone.

    Creata da uno scrittore in crisi che di donne non sa poi molto, Ruby Sparks viene scritta come la ragazza ideale proprio perché imperfetta in modo sistematico, costruita ad arte per rispecchiare un immaginario maschile di complessità che nasconde in realtà una grave mancanza di consapevolezza da parte del suo autore.

    L’arte creata senza consapevolezza è una creatura amorfa, e il rapporto tempestoso con il suo autore si conclude nell’unico modo possibile: con la ribellione della creatura nei confronti del creatore, con l’allontanamento dalle grinfie di una macchina da scrivere bugiarda. La cura per il blocco creativo è, come sempre, una doccia fredda di realtà; una cosciente analisi di sé e dei propri limiti, come autori e come persone immerse in un groviglio di relazioni che è l’anima della scrittura, e della vita.

    7 PSICOPATICI – LE REGOLE DELLA SCENEGGIATURA PERFETTA

    Nell’assolata Los Angeles di 7 psicopatici, lo sceneggiatore alcolizzato Marty (Colin Farrell) è bloccato sulla sua ultima sceneggiatura, 7 psicopatici, che trasforma a turno in una macabra storia di assassini, in un dramma personale e poi in una storia d’amore; il suo migliore amico Billy (Sam Rockwell) rapisce dei cani assieme al religiosissimo Hans (Christopher Walken) per truffarne i proprietari, fino al momento in cui rapiscono lo Shih Tzu della persona sbagliata; un misterioso serial killer sparge il panico in città, e potrebbe diventare la nuova fonte d’ispirazione per la sceneggiatura di Marty.

    Numerosi sono gli inizi possibili della black comedy di Martin McDonagh che ribalta continuamente le aspettative e gioca di anticipazioni, di false piste, di riflessi. Protagonista di 7 psicopatici è il puro e infantile piacere del raccontare, senza compromessi né scrupoli. Immaginarsi diversi da sé, ipotizzare inverosimili risoluzioni da film per una vicenda sempre più contorta: tutto diventa un gioco, il gioco del racconto. Per fare ciò dimostra anche l’utilità di conoscere le regole di base di questo gioco. Essere artisti “di talento” (qualsiasi cosa ciò significhi) serve a poco: bisogna conoscere le basi, per poterle rovesciare con coscienza e maturare. Martin McDonagh prende un qualsiasi manuale di sceneggiatura e ne segue a puntino i dettami. Prima di strapparne le pagine e dargli fuoco.

    Nel farlo ci ricorda che scrivere una buona sceneggiatura ha pure un qualcosa di intrinsecamente ludico: i meccanismi fondamentali di una storia sono sempre gli stessi, da più di duemila anni. Ciò che conta è il modo con cui noi demoliamo questi meccanismi per rimontarli in forme sempre uguali, sempre nuove.

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  • 5 FILM SUL DOLORE DEL LUTTO

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    Nella sua missione di dar voce ai sentimenti umani più disparati, spesso scomodi e insondabili, delle volte fragili e delicati, il cinema si è più volte incontrato o scontrato con la necessità di rappresentare il dolore del lutto e le reazioni che questo dolore provoca. Tra i numerosi film che trattano di questa tematica – per studiarla nel dettaglio o come motore d’avvio per vicende più ampie – in questo articolo ne proponiamo 5 che, in maniera diversa, sondano la natura umana alle prese con la tragedia della morte.

    ANTICHRIST

    Un film inizialmente concepito come horror per la più orrorifica delle esperienze di vita: Antichrist è un film del 2009 ed è il primo dell’ideale trilogia della depressione scritta e diretta da Lars Von Trier (che comprende anche Melancholia e Nymphomaniac). 

    Presentata al Festival di Cannes, la pellicola prende le mosse dalla tragica perdita di una coppia, il cui figlio muore mentre i due stavano avendo un rapporto sessuale. Marito e moglie, dei quali per tutto il film non viene rivelato il nome, si rifugiano nella loro baita tra i boschi per affrontare il dolore e il marito, terapeuta, cerca di risollevare la donna dal forte stato depressivo in cui è sprofondata. Lutto, depressione e tormenti si mescolano però presto a un inquietante vortice di violenza e di follia autodistruttiva, andando a indagare a fondo la natura umana e costrutti sociali secolari e legandosi a filo doppio con un senso di colpa di origine quasi primordiale.

    ORDINARY PEOPLE – GENTE COMUNE

    Esordio alla regia di Robert Redford, Gente comune è tratto dal romanzo Gente senza storia di Judith Guest . Il film, che nel 1981 fece incetta di premi Oscar, racconta della disgregazione di una famiglia pochi mesi dopo la morte del figlio maggiore durante un incidente e il tentato suicidio del secondo genito Conrad. Conrad, sua madre Beth e il padre Calvin vivono l’esperienza del trauma in modo totalmente diverso e il ragazzo, dopo il tentato suicidio e il ricovero in un ospedale psichiatrico, è oppresso dal senso di colpa e dall’incapacità della madre di amarlo tanto quanto amava il fratello.

    Un dramma sui rapporti familiari e sull’incapacità di vivere i sentimenti – pur dolorosi essi siano – e sulle potenti incomunicabilità e distanze che possono sorgere (o manifestarsi) dopo un evento traumatico di tale entità.

    A SINGLE MAN

    Altra opera prima, A Single Man è il film che segna l’ingresso di Tom Ford nel mondo del cinema. Ambientato negli anni ‘60, il film tratta della perdita più dolorosa in maniera delicata e mai urlata, seguendo il professore universitario George in quello che ha deciso essere l’ultimo giorno della sua vita. L’uomo, che da mesi convive con la sofferenza di aver perso il suo compagno Jim, ha deciso di suicidarsi alla fine della giornata, e vive le sue ultime ore ricordando i momenti felici del passato e riscoprendo, involontariamente, piccole gemme di bellezza nella vita. Il risultato è un racconto lieve e intimo del dolore e della solitudine, una riflessione sulla vita e sul senso degli affetti e delle relazioni, significato e ricchezza vera della vita stessa.

    MANCHESTER BY THE SEA

    Tra i film recenti più citati quando si parla di questo tema, Manchester by the Sea – scritto e diretto da Kenneth Lonergan – è il racconto di due drammi paralleli. Il protagonista è Lee Chandler, portinaio tuttofare che a seguito dell’improvvisa morte del fratello torna nella sua città natale per organizzare il funerale e occuparsi del nipote adolescente Patrick, con il quale costruisce un rapporto non privo di attriti e difficoltà. Parallelamente a questa vicenda, i numerosi flashback che intercorrono nel film raccontano della vita precedente di Lee, del suo rapporto con l’ex moglie e di una tragedia che ha visto la morte dei tre figli della coppia sconvolgendo per sempre le loro esistenze e ponendo fine al matrimonio. 

    Nessun sottotesto, nessun simbolismo marcato o forzato: Manchester by the Sea è il racconto di vite sconvolte, di sopportazione, disperazione e dolori onnivori.

    LOVE LIFE

    A chiudere questa lista, il più recente dei cinque film: Love Life, del giapponese Kōji Fukada, è stato presentato lo scorso settembre alla Mostra internazionale del cinema di Venezia, per poi uscire nelle sale qualche giorno dopo. Di nuovo il racconto di un incidente, di nuovo il dolore di un figlio perso prematuramente, questa volta però è tutto filtrato dalla sensibilità del cinema giapponese e dalla pacatezza di sentimenti composti seppur strazianti. 

    La trama, in breve, vede Taeko e suo marito Jirō vivere una vita serena con il figlio Keita. La morte del figlio in un incidente domestico riporta nella vita della coppia il padre del bambino, un uomo sordo e senza fissa dimora che da tempo era scomparso. Distacchi e ricongiungimenti, dettagli e silenzi popolano una pellicola delicata che racconta il processo di accettazione del dolore da cui è impossibile uscire illesi.

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  • E VISSERO PER SEMPRE… 8 FILM QUEER A LIETO FINE

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    Avete mai fatto caso al fatto che, molto spesso, i film con personaggi appartenenti alla comunità LGBTQIA+ hanno dei finali tragici? Tra morti violente e spesso legate al proprio orientamento sessuale, amanti separati o destini drammatici, il cinema queer (parola nata come insulto, ora reclamata dalla comunità LGBTQIA+ ed utilizzata come termine ombrello) non ha risparmiato ai suoi protagonisti dosi massicce di sofferenza. 

    Questa tendenza al finale drammatico, che ad una prima occhiata potrebbe essere attribuita al desiderio degli spettatori di vedere storie strappalacrime sul grande schermo, in realtà affonda le proprie radici nella storia della rappresentazione dell’omosessualità al cinema. 

    Il Motion Picture Production Code (soprannominato “Codice Hays” dal nome del suo creatore), in vigore ad Hollywood dal 1934 ed ufficialmente abbandonato nel 1968, fu istituito nel tentativo di regolare l’arte cinematografica. Tra le norme del Codice, molto stringenti, ce n’era una che vietava la messa in scena di “perversioni sessuali”, termine che stava ad includere anche la rappresentazione di personaggi e pratiche riconducibili alla comunità LGBTQIA+.

    Thou Shalt Not, Whitey Schafer, 1940: foto satirica che includeva quante più violazioni possibili al Codice Hays

    Questo divieto non impedì comunque a diversi registi di inserire personaggi queer nei propri film, facendo uso del queer coding, ovvero l’attribuzione di caratteristiche che il pubblico potesse riconoscere: per i maschi, eccessiva femminilità e sensibilità, uso di make up, voci sottili; per le femmine, eccesso di mascolinità e di vestiti riconducibili al genere opposto, avversione verso pratiche considerate tradizionalmente da donne… 

    Per evitare la glorificazione delle “perversioni” indicate nel Codice, i personaggi con tratti di coding o apertamente queer venivano spesso usati come cattivi, creando così uno spiacevole legame tra l’orientamento sessuale “contro natura” e la malvagità dei personaggi. Uno dei casi più sistematici di questo tipo di rappresentazione, persistente anche dopo la caduta in disuso del Codice, è stato quello della Disney: Ursula è dichiaratamente ispirata alla drag queen Divine, Scar è fortemente teatrale nei modi di fare e parlare…

    Divine, la drag queen che ha ispirato il personaggio di Ursula.

    Un altro topos divenuto frequente a seguito dell’avvento della televisione, che era più libera di trattare certi argomenti, era quello di dare ai personaggi coded un finale drammatico. Il caso più citato di solito è quello di Gioventù bruciata (1955) e della tragica fine di Plato nomen omen

    È dunque evidente come il persistere nel cinema odierno di cattivi queer coded o di finali drammatici per personaggi queer sia anche lo strascico di un periodo di sistematica omofobia, che purtroppo ha tuttora le sue conseguenze sullo schermo e non solo.

    Per questo motivo, in occasione del Pride Month ci sentiamo di consigliare 8 film che rompono questo schema e che si chiudono con un finale positivo. Se però siete il tipo di persone che non vogliono sapere nulla, nel consumare media, vi consiglio caldamente di chiudere qui l’articolo: seguono spoiler!

    GLI AMORI DI ANAÏS (Charline Bourgeois-Tacquet, 2021)

    Cominciamo con due film che terminano con finali ambigui e che tuttavia ritengo essere più tendenti al positivo che al negativo.

    Anaïs (Anaïs Demoustier) è una trentenne svampita che vive alla giornata con enorme energia ed ottimismo. La relazione casuale con un editore, Daniel, la porta a conoscere l’autrice Emilie Ducret (Valeria Bruni Tedeschi), con cui cercherà in tutti i modi di stringere un rapporto.

    Il cuore emotivo del film è certamente la protagonista, che si apre in maniera incondizionata alle esperienze della vita ed all’amore. Buona parte della storia, anche i suoi eventi più cupi, si mantiene sui toni della commedia romantica in virtù di questo approccio scanzonato e privo di limiti. Infatti, l’attrazione di Anaïs nei confronti di Emilie non causa mai imbarazzo a lei stessa o ad altri solo perché l’oggetto del suo desiderio è una donna. Sarà proprio la sua leggerezza nel vivere e la persistenza nella seduzione ad affascinare tanto la scrittrice che capitola, infine, ai piedi della giovane.

    Nel finale, la pragmaticità di Emilie si scontra con la perseveranza della protagonista, e sebbene non sia chiaro chi delle due la spunterà, la speranza che il film stesso sembra instillare è che sia Anaïs ad avere la meglio per l’ennesima volta convincendo la compagna a continuare la loro relazione.

    GREAT FREEDOM (Sebastian Meise, 2021)

    Nella Germania del secondo dopoguerra, Hans (Franz Rogowski) è trasferito dal campo di concentramento al carcere in quanto in violazione del Paragrafo 175, che vietava rapporti tra persone dello stesso sesso. Negli anni successivi tornerà in quella stessa prigione altre due volte, legandosi ad alcuni carcerati e mantenendo un legame col suo vecchio compagno di cella, Viktor (Georg Friedrich).

    Vista la premessa di questo film, sembra assurdo che qualcosa di buono possa uscirne. Questo è stato effettivamente il giudizio di una parte della critica, che si è spaccata a metà soprattutto riguardo al finale e al suo significato. In realtà, lo stesso Rogowski, intervistato al riguardo, l’ha definito un “finale speranzoso”. È in quest’ottica che desidero leggere Great freedom e la sua conclusione.

    Nel film, la permanenza in prigione non spezza lo spirito di Hans, anzi: il suo desiderio di contatto con altri uomini è più forte della condanna societaria e lo spinge ad affidarsi a diversi stratagemmi per poter continuare ad amare anche all’interno di un sistema che lo vuole annientato. Alla fine del film, arriva addirittura a preferire il carcere al mondo esterno, trovandovi qualcosa che fuori non ha: un legame, non meramente sessuale ma prima di tutto sentimentale.

    In questa prospettiva, Great freedom è una triste e spesso dura, certo storia di resistenza ad oltranza con un lieto fine non convenzionale.

    SHIVA BABY (Emma Seligman, 2020)

    Danielle (Rachel Sennott), costretta a partecipare allo shiva (un rituale ebreo successivo alla morte e sepoltura di una persona), è soggetta al peggior incubo di qualsiasi giovane: il giudizio e i commenti invasivi dei parenti e degli amici di famiglia. Come se ciò non bastasse, durante la giornata reincontra Maya (Molly Gordon), la sua ex ragazza, e Max, suo attuale sugar daddy, assieme alla moglie e il figlio.

    Shiva baby tratta di ansie e difficoltà che molti giovani spettatori riconosceranno: l’incertezza riguardo al proprio futuro, le pressioni del mondo esterno, il giudizio riguardo alle proprie scelte di vita… Questi elementi vengono poi amplificati dalla regia e dalla fotografia, che riescono a creare un efficace effetto claustrofobico. 

    Alla fine del film, veniamo lasciati senza risposte riguardo all’avvenire di Danielle, ma con una nota di positività e la speranza che qualcosa di migliore è all’orizzonte. Particolarmente importante da questo punto di vista è Maya, con la quale Danielle riallaccerà i rapporti nel corso del film e che la spingerà a cercare di essere la versione migliore di sé stessa.

    Con al proprio centro una donna ebrea ed apertamente bisessuale, Shiva baby dimostra quanto le vicende personali possano essere universali, restando comunque fedele e rispettoso delle esperienze di queste due comunità.

    ROCKETMAN (Dexter Fletcher, 2019)

    Il film biografico dedicato alla vita del cantante Elton John, interpretato da Taron Egerton, rischiava di cadere in molti dei cliché di cui spesso sono vittima i biopic musicali, possedendone la classica struttura: una storia di ascesa alla fama seguita da una rapida caduta nel vizio. Rocketman riesce tuttavia ad evitare la banalità, in primis abbracciando lo stile del musicista e assumendo la sfacciataggine spettacolare di un musical. 

    In secondo luogo, il passaggio del cantante dalle stelle alle stalle ha forti radici che vengono affrontate nella prima parte del film: problemi di affettività derivanti da una situazione famigliare tossica. Imparando a conoscere il protagonista ne comprendiamo i problemi: il bisogno quasi patologico di amore, la scarsa autostima e il timore di poter restare solo o di non trovare qualcuno “che lo ami come si deve”.

    Il finale in quest’ottica è degno di nota perché riesce a concludere in maniera positiva la vicenda del protagonista senza però ignorare i danni da lui stesso compiuti, la difficoltà del lavoro che dovrà compiere per migliorarsi e, soprattutto, quanto sia fondamentale, per questo processo, imparare ad amarsi.

    In un panorama di narrazioni dedicate a figure queer la cui vita è terminata in miseria e in questo panorama Elton John è comunque una figura privilegiata , va detto, Rocketman dimostra che la felicità è possibile senza rinunciare a sé stessi.

    RAFIKI (Wanuri Kahiu, 2018)

    Un lieto fine è tanto più apprezzabile quando per averlo è stato necessario lottare. Rafiki, infatti, è stato bandito dal paese d’origine della regista, il Kenia, in quanto la sua conclusione “troppo speranzosa” violerebbe le leggi lì attualmente attive: ad oggi le attività omosessuali sono ancora punibili dalle istituzioni. 

    Pertanto, la storia apparentemente semplice di questo film, che segue lo sbocciare dell’amore tra due adolescenti, Kena (Samantha Mugatsia) e Ziki (Sheila Munyiva), assume un enorme valore se calata nel suo contesto di appartenenza. La relazione è descritta con estrema delicatezza e senza voyeurismo, sviluppandosi naturalmente come una qualsiasi storia d’amore. Tuttavia, la coppia è soggetta ad una forma di omofobia istituzionale, che le vede braccate da un’intera comunità e dalle loro stesse famiglie. Inoltre, su di loro pende la minaccia di risvolti legali: un’enormità, per due ragazze che semplicemente si amano.

    Nonostante queste premesse, la regista ha deciso di chiudere con un finale speranzoso, che apre le porte ad un futuro migliore per le sue protagoniste e lancia un messaggio sovversivo.

    Rafiki è importante perché ci permette di uscire dai nostri canoni e affacciarci su un mondo e delle dinamiche di cui sappiamo poco. Affronta inoltre la realtà della criminalizzazione dell’amore tra persone dello stesso sesso, apparentemente così lontana da noi, ma in realtà ancora attiva in circa 70 paesi. 

    LA TERRA DI DIO (Francis Lee, 2017)

    Se vi è piaciuto Brokeback Mountain ma avreste voluto un finale diverso, allora La terra di Dio fa per voi. 

    Johnny (Josh O’Connor), giovane costretto a gestire la fattoria di famiglia, tira avanti grazie all’alcool e a rapporti sessuali occasionali. La sua vita sempre uguale cambia quando il padre assume, per aiutarlo, Georghe (Alec Secăreanu), immigrato proveniente dalla Romania. 

    Come in Brokeback Mountain, La terra di Dio sfrutta i paesaggi dello Yorkshire per costruire una passione che ha le sue radici nella maestosità e la spontaneità della natura. In questa storia, però, il conflitto del protagonista non è causato dal proprio orientamento sessuale, ma, come ha fatto notare lo stesso regista, dal bisogno di crescere e passare da una serie di rapporti fugaci ad una relazione stabile. Johnny, abituato a sveltine brutali e fredde come la vita di fattoria, comincia ad apprezzare la bellezza sia dell’amore sia della natura solo nel momento in cui si trova affiancato da Georghe, che lo introduce ad una dimensione più intima e sentimentale. 

    Remando contro la tradizione letteraria e cinematografica che rappresenta la passione omosessuale come elemento di corruzione, in questo film l’influenza del proprio compagno è, al contrario, la spinta che serve a Johnny per ricalibrare i propri rapporti personali, migliorare il proprio carattere e, di conseguenza, la propria vita.

    GONNE AL BIVIO (Jamie Babbit, 1999)

    La cheerleader Megan (Natasha Lyonne) viene mandata dai propri cari in un campo di riabilitazione, dopo che alcuni suoi comportamenti li hanno convinti del fatto che sia lesbica. Qui comincia un percorso farsesco di “guarigione” assieme ad altri coetanei, tra i quali spicca la strafottente Graham (Clea Duvall).

    Pur affrontando un tema serio come quello della terapia di conversione, tuttora in uso in alcuni paesi, Gonne al bivio assume un approccio comico, prendendo in giro le pratiche messe in atto nei centri dedicati, l’ipocrisia delle persone che ne sono a capo e gli stereotipi legati alla comunità LGBTQIA+ (alcuni ancora tristemente attuali): l’idea che l’omosessualità “nasca” a partire da un episodio scatenante, la miscredenza che esista una maniera corretta di essere gay, l’etichettare una persona come omosessuale a partire da elementi come il comportamento o il tipo di abbigliamento. Inoltre, il film ridicolizza l’idea di un netto binarismo uomo-donna e abbraccia l’idea di una famiglia al di fuori dei confini domestici, tanto caro e famigliare alla comunità LGBTQIA+.

    Ciliegina sulla torta d’ironia: la presenza nel cast di RuPaul (che molti conosceranno come host del reality show a tema drag queen RuPaul’s Drag Race) nella parte di un “ex gay” a capo del centro di riabilitazione.

    MAURICE (James Ivory, 1987)

    Maurice Hall (James Wilby) è un ragazzo membro della borghesia inglese di inizio ventesimo secolo. A Cambridge un suo compagno, Clive Durham (Hugh Grant), lo avvia ad una relazione platonica omosessuale. Una volta abbandonato dall’amante, Maurice dovrà fare i conti con i propri desideri in un momento storico in cui i rapporti sessuali tra uomini sono ancora illegali.

    Se la prima parte del film è oggi quella più ricordata e citata, è nella seconda, che vede entrare in scena un terzo protagonista, il guardiacaccia Alec Scudder (Rupert Graves), che ci sono alcuni degli elementi che rendono Maurice una storia estremamente rivoluzionaria visto il tempo in cui è stata concepita (l’autore E.M. Forster scrisse il romanzo da cui il film è tratto nel 1913-14). 

    Maurice si chiude infatti con un’accettazione totale e senza riserve, da parte del protagonista, della propria natura, un risvolto che arriva tanto più gradito dopo aver assistito alle pressioni vissute dagli omosessuali, a livello non solo legale, ma anche psicologico. Inoltre, in contraddizione ai principi di Clive, termina con la celebrazione di un amore che abbraccia la dimensione sentimentale tanto quanto quella sessuale, un elemento decisamente controcorrente rispetto alla pudicizia dell’età edoardiana in cui il film è ambientato. Come se non bastasse, Forster prese a piene mani dalla filosofia del poeta Edward Carpenter, di cui era amico, che affermava che l’eros fosse un elemento capace di andare oltre ogni barriera, compresa quella di classe (allora ancora molto sentita).

    Con il suo finale, dunque, Maurice è da una parte una critica forte e chiara ad una società ipocrita e limitante, di cui Clive è il perfetto rappresentante. Dall’altra, è un inno all’amore libero di convenzioni e una celebrazione di chi ha lottato (o tuttora lotta) per ottenerlo.

    In chiusura di articolo mi sento di segnalare come, anche all’interno di questa lista, ci sia ben poca varietà, con nessuna menzione di personaggi trans, non binary, asessuali ecc. Purtroppo questa mancanza dipende in parte da un’ignoranza personale, in parte da una carenza all’interno dei media di rappresentazioni più complesse di quelle a cui siamo solitamente abituati. Fortunatamente, si stanno facendo dei passi avanti, ma non dovremmo mai smettere di pretendere che la settima arte riproduca il mondo nelle sue infinite sfumature e, soprattutto, dia a tutt* il proprio, meritato lieto fine.

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