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  • Recensione 28 anni dopo: il tempio delle ossa

    Recensione 28 anni dopo: il tempio delle ossa

    Un seguito perfettamente funzionale

    Dopo il riuscito capitolo precedente, che vedeva non solo il ritorno in sala della saga a distanza di più di vent’anni ma soprattutto quella di Danny Boyle in cabina di regia, la saga riprende a distanza di sei mesi esattamente da dove si era interrotta: da un lato il Dottor Kelson continua la sua relazione con l’alpha Sansone presentando così un la possibilità di cambiare, forse una volta per tutte, le sorti degli infetti; dall’altro il giovane Spike, dopo l’incontro con Jimmy Crystal ed il suo esercito, si ritrova in un incubo che sembra senza via di scampo.

    La regia passa dalla mano di Boyle a quella di Nia DaCosta, che punta tutto su gore, violenza estremamente marcata e una forte dose di cringe humor. Rimane invece Garland alla sceneggiatura che, portando avanti la struttura già vista nel capitolo precedente, porta avanti due binari paralleli legati a doppio filo ai protagonisti di questa seconda parte ma anche, e soprattutto, alla nostra contemporaneità.
    Il dottor Kelson (Ralph Finnes) si trova coinvolto in una relazione sconvolgente con l’infetto di tipo alpha da lui ribattezzato Sansone (Chi Lewis-Parry), con conseguenze capaci di cambiare il destino del mondo, mentre l’incontro di Spike (Alfie Williams) con Jimmy Crystal (Jack O’Connell) si trasforma in un incubo senza via di scampo. In questo scenario, gli infetti non rappresentano più la principale minaccia alla sopravvivenza: è la disumanità dei sopravvissuti a rivelarsi l’aspetto più inquietante e terrificante.

    In continuità con il capitolo precedente – del resto i due film sono stati girati insieme – Il tempio delle ossa si apre ancora una volta sotto il segno di Jimmy Crystal, qui ormai cresciuto e affiancato da un vero e proprio esercito di “Jimmy”: mercenari che recluta e che vedono in lui il figlio del diavolo, tanto da essere ribattezzati tutti con il suo stesso nome. La prima immagine che ci viene mostrata è un cartello con la scritta “no children allowed”, in contrapposizione con l’incipit del precedente che si apriva con dei bambini (fra cui lo stesso Jimmy) davanti alla televisione prima di un attacco degli infetti. La macchina da presa lo oltrepassa, per poi inquadrare Spike, accerchiato dai Jimmy e costretto a lottare per la propria vita.

    Già da questo incipit, il film di Nia DaCosta – regista capace di muoversi con disinvoltura tra arthouse e grande blockbuster – dichiara apertamente le proprie intenzioni, che si discostano in modo netto dal tono comune alle altre opere della serie. La scelta di una tendenza al gore particolarmente marcata, inusuale persino per un film sugli zombie così mainstream, diventa la cifra attraverso cui la regista osserva la realtà post-apocalittica dell’Inghilterra devastata: un mondo raccontato non solo attraverso un’esibizione insistita di sangue e mutilazioni, ma anche mediante l’enfatizzazione della deriva del culto della personalità cui sono soggiogati i Jimmy.

    Le sequenze più estreme colpiscono per l’impatto visivo e per la crudezza con cui vengono messe in scena, risultando anche le più divertenti e quelle che spingono ulteriormente in avanti l’asticella della violenza rispetto ai capitoli precedenti. Tuttavia, una volta esaurito l’effetto adrenalinico – quando lo shock dello scuoiare dei contadini si attenua – emerge con chiarezza il limite di queste scelte: il loro valore finisce per ridursi alla reiterazione di un concetto già esplicitato fin dalle prime immagini del film, ovvero quel gioco di specchi con la nostra realtà contemporanea di cui i Jimmy appaiono come una caricatura neppure troppo distante dal plausibile.

    In sceneggiatura è infatti sempre presente Alex Garland che decide di impostare il racconto su due direttrici narrative principali, entrambe profondamente radicate nel nostro mondo contemporaneo. Da una parte troviamo una personalità, Jimmy, che costruisce attorno a sé un vero e proprio culto dell’ego, dando vita a una narrazione fascistoide fondata sulla prepotenza nei confronti dell’altro. Questa violenza, però, viene sempre giustificata, secondo la sua visione distorta, da un volere superiore o da circostanze sociali presentate come immutabili e critiche, tali da rendere, a suo dire, inevitabile e persino necessario l’uso di una violenza indiscriminata. Dall’altra parte c’è una popolazione — gli infetti, rappresentati da Sansone — che, in numero sempre crescente, viene colpita da una sorta di virus psicotico. Questa condizione li porta a percepire chiunque, persino i propri simili, come un nemico da eliminare. Tra i due poli si colloca il dottor Kelson, uno scienziato sopravvissuto grazie alla sua fiducia nella ragione e a una compassione profondamente radicata. È proprio questa umanità che lo spinge a instaurare un rapporto con Sansone: attraverso le iniezioni di morfina somministrate al gigante, Kelson riesce a comprenderne la sofferenza e, poco a poco, a intuire quale potrebbe essere una possibile cura per la follia omicida scatenata dal virus. 

    Accanto a queste riflessioni che si affidano al genere per dispiegarsi in maniera compiuta, però, Garland ripropone una forma simile a quella del precedente, che non è priva di criticità. La struttura narrativa usa uno schema già visto, in cui c’è una tensione drammatica costante, sempre sullo stesso livello, che non cresce davvero e non trova mai un vero rilascio. Questa scelta, accanto a quella di abbozzare solamente tutti i personaggi tranne Kelson e Jimmy Crystal, impedisce quella immedesimazione e accesso emotivo alla storia che era stata una delle costanti del franchise.

    DaCosta tenta di imprimere alla serie un segno autoriale riconoscibile, scegliendo l’eccesso come cifra stilistica: litri di sangue, una violenza ostentata e una marcata dose di cringe humor. È una strada che ambisce a porsi allo stesso tempo in continuità con il lavoro di Boyle/Garland e a rappresentare una rottura. Tuttavia, il risultato è solo parzialmente riuscito: la messa in scena non sempre è all’altezza del peso drammatico delle sequenze chiave e il ritmo frammentato finisce per indebolire la tensione, facendo rimpiangere la ferocia e l’impatto degli infetti dei capitoli precedenti.

  • 28 Giorni dopo – L’apocalisse zombie secondo Danny Boyle

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    Nel lontano 1968 George A. Romero sorprese il mondo con un capolavoro del cinema horror, ovvero Night of the living dead, che presentò per la prima volta la figura dello zombie moderno che noi tutti conosciamo. 

    Da quel momento in molti presero ispirazione da Romero per raccontare la propria apocalisse zombie arrivando a modificare in parte la figura dello zombie stesso. Negli ultimi anni questo fenomeno ha ricevuto una nuova vita portando al pubblico storie di ogni tipo: dalla famosissima serie televisiva (tratta dai fumetti) The Walking Dead (2010-2022) alla commedia americana Zombieland (2009), ma anche il cult sudcoreano Train To Busan (2016), The dead don’t die (2019) nell’ambito del cinema d’autore o The last of us (2013) spostandosi nel mondo videoludico.

    Sono dunque molti i prodotti che hanno sfruttato l’apocalisse zombie per dare vita a un vero e proprio sottogenere horror (potete leggere un approfondimento a riguardo cliccando qui), ma in pochi sono riusciti a non risultare stucchevoli o a portare qualcosa di originale. A quest’ultima categoria appartiene sicuramente 28 Giorni dopo del regista britannico Danny Boyle.

    Orrore e Fascino – Lo specchio dell’umanità

    Il film parte con un gruppo di ambientalisti che si introduce in un laboratorio in Gran Bretagna per liberare degli scimpanzè su cui alcuni ricercatori stanno facendo esperimenti. Proprio un ricercatore cerca di avvisare gli ambientalisti sul fatto che agli scimpanzé sia stato somministrato un virus altamente contagioso senza però riuscire a fermare il gruppo di ragazzi che dà inizio ad una violenta e sanguinosa serie di contagi che presto porterà tutti i presenti ad essere infetti. 28 giorni dopo (da qui il titolo) presso un ospedale di Londra un uomo irlandese di nome Jim (interpretato da  un quasi esordiente Cillian Murphy) si risveglia dal coma a seguito di un incidente stradale, rimanendo stranito per via della desolazione dell’ospedale. Una volta vestitosi decide di uscire dall’ospedale ma una volta fuori si trova davanti ad una Londra desolata e priva di vita. Camminando spaesato e incuriosito scoprirà che la città è stata evacuata pochi giorni prima a seguito di un’epidemia proveniente dalla liberazione del virus sopracitato. Da lì il protagonista incontrerà altri personaggi tra cui Selena (Naomi Harris), Frank (Brendan Gleeson) e Hannah (Megan Burns) con cui, sentendo un avviso alla radio, intraprenderà un intenso e crudele viaggio alla ricerca di un posto sicuro gestito da un gruppo di militari maschi.

    La pellicola prende forza già dalla sceneggiatura, scritta da Alex Garland (Ex Machina, Civil War) che si ispirò sicuramente al filone apocalittico di Romero ma in particolare al romanzo The Day of the Triffids (1951) dello scrittore inglese John Wyndham. La storia scritta da Garland risulta essere originale senza diventare banale ma anzi riuscendo a reinventarsi dopo l’incontro con i militari; inoltre il racconto si lascia andare a dualismi come quello della creazione di un nuovo mondo attraverso la distruzione delle persone (in questo l’incontro con i soldati ne è l’esempio perfetto), la perdita di umanità ma anche la speranza in un mondo migliore e per finire l’atrocità dell’apocalisse che può regalare un senso di tranquillità (come suggerisce la scena con i cavalli).

    Oltre alla storia, Garland riesce a scrivere dei personaggi che rappresentano perfettamente l’umanità in ogni sua forma: infatti Jim rappresenta l’ingenuità, dato che non conosce il mondo in cui si è svegliato, e risulta spaventato ma allo stesso tempo affascinato da esso; Selena rappresenta la perdita di speranza e la consapevolezza che l’unico obiettivo è la sopravvivenza, ma anche il cambiamento e la rinascita della speranza persa; Frank rappresenta la civiltà in un mondo dove non c’è più civiltà, ma in cui vale la pena lottare nonostante l’orrore a cui si è sottoposti, trovando forza nella figlia Hannah che rappresenta il futuro dell’umanità che si oppone alla disumanizzazione degli infetti ma anche dei soldati.

    Garland poi racconta anche la condizione a cui vengono sottoposti i soldati nella vita reale attraverso la follia e il terrore impressi da loro e attraverso la perdita di se stessi. Perdita che viene affrontata anche dal protagonista che si ritrova a combattere per il bene tormentando e uccidendo chiunque gli si metta davanti quasi a specchiarsi in uno degli infetti, mostrando che in realtà il virus non è nient’altro che una condizione umana nascosta in ognuno di noi e trovando quindi non più una perdita quanto un’orribile ma umana scoperta di sé.

    Danny Boyle tra Frenesia e Tranquillità

    Opere di questo genere hanno sempre dietro il lavoro di grandi autori e in questo caso ci troviamo davanti a Danny Boyle, regista britannico che riuscì a farsi notare con il suo controverso Trainspotting (1996) per poi farsi conoscere ad un pubblico più ampio con il suo apprezzato The Millionaire (2008) che gli è valso il premio Oscar come miglior regista

    28 Giorni dopo si colloca, a livello temporale, tra le due sopracitate, la pellicola infatti uscì nelle sale nel 2002 senza però avere un gran successo, questo anche perché Boyle non tentò di accostare il film al filone di Romero ma anzi cercò di evitare tali etichette.

    Per quanto riguarda la messa in scena, Boyle si dimostra fin da subito in grado di far sentire allo spettatore un senso di timore nei confronti degli infetti, che vengono rappresentati come degli umani rabbiosi, con inquietanti occhi rossi, che si muovono in modo frenetico e distruggono tutto ciò che si trovano davanti. Questa frenesia viene perfettamente identificata nella regia di Boyle, che sembra riprendere una certa follia dei primi Mad Max di George Miller, oltre a rappresentare il prolungamento di uno stile iniziato con Trainspotting (potete approfondire sul film cliccando qui).

    Il regista poi riesce a rappresentare perfettamente la desolazione di una Londra distrutta dall’apocalisse grazie alla fotografia di Anthony Dod Mantle (Dogville, Rush), che raffigura l’orrore dell’epidemia contrapposto alla bellezza visiva della stessa. 

    Le scene iniziali riguardano più questo aspetto della narrazione risultando horror proprio nella scoperta degli infetti grazie anche alle musiche di John Murphy (Sunshine, The suicide squad) che immergono lo spettatore nel mistero ma che poi spezzano il ritmo diventando frenetiche e paurose nelle scene degli assalti.

    Come per la storia, anche nella messa in scena si notano dualismi accennati in precedenza, per esempio l’orrore contrapposto alla bellezza, la creazione attraverso la distruzione, l’atrocità e la tranquillità dell’apocalisse oppure l’umanità e la disumanizzazione dei personaggi. Proprio quest’ultimo punto è essenziale nella poetica del film che inquadra fin da subito gli infetti come se si trovassero dietro la macchina da presa, quasi a impersonare l’essere umano. E in questo senso assume importanza l’evoluzione del protagonista che risulterà comportarsi quasi come uno zombie (venendo inquadrato nello stesso modo) per distruggere un male portato dall’uomo stesso più che dall’apocalisse. Di questo ne è un riassunto perfetto la scena in cui un infetto si guarda allo specchio e sembra quasi tornare in sé per qualche istante prima di tornare ad essere zombie.

    Ovviamente non mancano citazioni e rimandi a vecchi film che riguardano la figura dello zombie (non solo di Romero) ma la forza del film sta proprio in un’idea di regia molto personale e originale che si mescola perfettamente con la storia mettendone in risalto i vari aspetti, soprattutto nell’ultimo atto in cui viene fuori una certa idea di rinascita della società attraverso la violenza da parte di chi invece dovrebbe dare protezione, riuscendo però a dare una sorta di speranza all’umanità attraverso la scena finale. Il regista firma un film che riesce a spaventare in ogni momento grazie al dualismo della violenza e all’istinto di sopravvivenza riuscendo a rappresentare al meglio orrore e fascino della distruzione.

    Boyle decide attraverso la macchina da presa di porre domande allo spettatore, di mostrare un ambiente frenetico che trasmette ansia ma anche tranquillo e affascinante, di farci sentire spaventati da quel mondo che inizialmente sembra tanto diverso dalla realtà ma che in fin dei conti ne è la rappresentazione.

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    Michael Pierdomenico,
    Redattore.
  • Trainspotting – Cinema, musica e la generazione degli anni ‘90

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    Trainspotting ha diffuso una parte del “cool british cinema” in tutto il mondo. Danny Boyle era un regista rivoluzionario. Era la forma cinematografica e il modo in cui stava spingendo, su così tanti livelli, su come raccontare storie. Era estremamente dinamico.

    Gurinder Chadha (regista britannica)

    L’autore Irvine Welsh scrive Trainspotting nel ’93, e già nel ’96 abbiamo la sua versione cinematografica. 1996. Cos’altro stava succedendo nello stesso periodo? Due anni prima gli Oasis avevano rilasciato l’album Definitely Maybe, mentre quattro anni prima aveva (convenzionalmente) avuto inizio il britpop. Sei anni prima per il Campionato mondiale di calcio 1990 i New Order avevano scritto World in Motion per la squadra inglese, e da quando nel 1988 l’artista Damien Hirst aveva curato la mostra Freeze il mondo dell’arte contemporanea aveva subito una svolta stava attraversando una fase estremamente dinamica. Nella moda stava succedendo qualcosa di molto simile, e negli stessi anni era in pieno sviluppo la rave culture.

    Cinema, musica e la generazione degli anni ‘90

    Il periodo storico e culturale è quindi estremamente vivo quando Irvine Welsh decide di catturare un ritratto della generazione di quegli anni con il suo romanzo, ed è esattamente questo il significato che l’autore attribuisce alla sua storia. Se le vicende legate alle droghe sono l’elemento testuale più evidente, in realtà ciò che ci viene presentato è la maniera in cui in quel periodo si stesse affrontando una crisi esistenziale, senza vedere un futuro chiaro davanti a sé, si fosse appena usciti dal governo di Margaret Thatcher, si tema la mancanza di lavoro e la possibilità di essere sostituiti dalle macchine.

    La narrazione segue alcuni momenti della vita di Mark Renton, un ragazzo scozzese che, come molti suoi amici, si fa di eroina e nonostante provi più volte a disintossicarsene sembra non riuscire mai a porre un freno definitivo. La trama è semplice, ma Danny Boyle (e Welsh) scende molto in profondità nell’espressione dei pensieri e dei sentimenti del protagonista nel vivere diverse situazioni, alternando un grande senso di disperazione ad una gioia che solo l’eroina riesce a dargli, alla determinazione di cambiare vita e l’incapacità di vedere un significato in ciò che le classi medie amano.

    La capacità di trasmettere questo sentire comune è uno dei punti più importanti del film, che riesce a farlo soprattutto con un grandioso uso della musica rappresentava di quegli anni. I nomi che ritornano solo tanti, e anche nel libro si contano molte citazioni agli Smiths, a Lou Reed, a David Bowie. Quest’ultimò rifiutò, ma in molti accettarono ben volentieri di prestare la propria musica per la colonna sonora.

    Nonostante siamo molte le canzoni precedenti agli anni ’90 (Nightclubbing, Lust for life, Temptation), si scelse di dare grande rilevanza alla musica degli emergenti artisti britpop, diventati in pochissimo tempo rappresentativi di quel contesto culturale, stabilendo uno statuto a cui sperava di assurgere anche il film. Con questo criterio si scelse di utilizzare Sing dei Blur, (Leisure, 1991) e Mile End dei Pulp (OST), ma Damon Albarn vi contribuì anche con altre composizioni e furono selezionati brani anche della band Elastica (2:1, Elastica, 1995).

    Un aneddoto divertente riguarda gli Oasis e il loro rifiuto di contribuire alla soundtrack. La proposta era stata avanzata a Noel Gallagher che però non sapendo di cosa parlasse il film pensò fosse una storia sul guardare i treni, e che sarebbe stata estremamente noiosa. Inutile spendere parole per spiegare quanto grande fu poi il suo rimpianto quando scoprì la verità.

    Lust for life, Perfect Day, Born Slippy

    Tre scene in particolare meritano un’attenzione speciale per la maniera in cui la musica è stata utilizzata. La prima è il monologo iniziale, per l’esuberanza espressiva contrapposta al senso di disperazione e nichilismo dei temi affrontati. Non a caso, il titolo scelto è “sete di vita”, le cui note risuonano con forza mentre Renton distrugge in pochi minuti il sogno della middle class. È possibile leggere questa contrapposizione come la volontà di creare un contrasto in grado di produrre un senso, unendo due opposti. Ma sono davvero due contrari arbitrariamente giustapposti? Il medesimo atteggiamento era stato adottato da un’intera generazione in seguito ad un periodo storico di degrado e depressione. Lo stesso processo lo si può infatti ritrovare anche nel fermento culturale del periodo storico da parte di una moltitudine di giovani. Che sia una forma di reazione per ottenere una vita migliore o il grido disperato di chi non vede più il motivo di struggersi di fronte ad un avvenire segnato, una simile energia sembra più essere la diretta conseguenza di aspirazioni di vita mediocri. 

    La seconda è la struggente scena dell’overdose, accompagnata da Perfect day di Lou Reed. La scelta è qui ricaduta su una canzone romanica che illustra la giornata perfetta di una coppia innamorata. Se venisse ascoltata senza conoscere la trama del film probabilmente porterebbe ad immaginare una ragazza nella vita del protagonista, che sia stata in grado di allontanarlo dalla droga e indirizzarlo verso una vita migliore. Ma con chi è Renton in quel momento? È da solo, si sta facendo di eroina. Questo ci fa intendere come per lui le sensazioni provate in quel momento siano le stesse che una persona media prova all’interno di una relazione, ma come per tutto il resto, i desideri di una persona media non sono abbastanza per lui. Sceglie di aggrapparsi a qualcosa che possa portarlo ad un livello superiore, che lo aiuti a scappare dalla disperazione, che non sia intrinsecamente e irrimediabilmente vuoto. Anche se questo qualcosa arriva quasi ad ucciderlo, non fa niente, è un di più.

    Infine, la scena conclusiva con Born Slippy degli Underworld. Cosa è successo fino a questo momento? Renton non è arrendevole. Certo, sta vivendo una crisi come il resto della sua generazione, ma è razionalmente consapevole di tutto, e prova più volte a disintossicarsi. Si sforza di lasciare da parte l’eroina, prova a frequentare una ragazza, cerca addirittura di cambiare vita trasferendosi a Londra. Quindi quando i suoi amici gli propongono di partecipare ad un grosso affare, la vendita di una grande quantità di droga, lui accetta, ma sarebbe stata l’ultima volta. Cosa voleva dire essere una brava persona secondo i criteri della sua società? La morale medioborghese si rivelava spesso benpensante e ipocrita, ancora una volta priva di concretezza. Ma come ultimo grido di angoscia Renton si sforza di adattarvisi. Ed è per questo che non sono molti i rimpianti che prova quando ruba le parti del ricavato dei suoi amici per andare via e ricostruirsi una vita. Si rifà a quegli stessi costumi che aveva sempre disprezzato, e così il monologo finale diventa una sorta di contrappeso di quello iniziale.

    Allora perché l’ho fatto? Potrei dare un milione di risposte tutte false. La verità è che sono cattivo, ma questo cambierà, io cambierò, è l’ultima volta che faccio cose come questa, metto la testa a posto, vado avanti, rigo dritto, scelgo la vita. Già adesso non vedo l’ora, diventerò esattamente come voi: il lavoro, la famiglia, il maxitelevisore del cazzo…

    A sottolineare questo contrasto interiore abbiamo una canzone rappresentativa della rave culture o in generale di quel tipo di vita che stava cercando di lasciarsi da parte. E forse non è un caso che non abbiamo più qui la nitidezza della scena iniziale ma un primissimo piano di Renton che cammina mentre i tratti del suo viso diventano sempre più sfocati. Non c’è più sete di vita come veniva intesa prima. Più delinea i suoi nuovi obiettivi più perde forma, fino a diventare un’inquietante sagoma con un sorriso privo di contorni. Una sagoma imprecisa, fumosa, vaga, come quella di una qualsiasi persona che nella Gran Bretagna avesse infine scelto la vita, il lavoro, la famiglia, e il maxitelevisore.

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    Gaia Fanelli,
    Redattrice.
  • Cillian Murphy – Dal teatro a Oppenheimer

    In occasione del 46esimo compleanno di Cillian Murphy, ripercorriamo brevemente i punti fondamentali della sua carriera fino a qui.

    Cillian nasce a Douglas (Cork, Irlanda) e lì la sua carriera inizia nel 1996, con il teatro. Ottiene infatti il ruolo di protagonista in Disco Pigs, una delle opere principali della compagnia teatrale indipendente Corcadorca, e nel successivo adattamento per il grande schermo diretto da Kirsten Sheridan (2001). Si tratta della storia di due adolescenti di Cork soprannominati Pig (Cillian Murphy) e Runt (Elaine Cassidy). I due sono legati da un rapporto simbiotico che li isola dal resto del mondo, e che provoca in Pig una gelosia distruttiva. Entrambe le versioni riscuotono un discreto successo, con lo spettacolo portato in scena in tutta Europa per alcuni anni e il film premiato al Giffoni Film Festival del 2002. Nello stesso periodo partecipa a numerose altre produzioni teatrali, tra cui Il gabbiano di Cechov al Festival di Edimburgo del 2003, alcuni cortometraggi e anche una mini serie per la BBC. La prima vera svolta avviene l’anno seguente grazie al successo dell’horror post-apocalittico 28 Giorni dopo, diretto da Danny Boyle, per il quale l’attore riceve due nomination: una agli Empire Awards e una agli MTV Movie Awards del 2004.

    Nel 2005 arrivano i primi ruoli da villain: interpreta Jackson Rippner nel thriller Red Eye (diretto da Wes Craven) e il Dr. Crane in Batman Begins di Christopher Nolan. Quest’ultimo film segna l’inizio di un rapporto professionale molto proficuo con il regista inglese.

    A questo punto diversi esponenti della critica iniziano a notarlo e, in particolare, a notare quanto questo tipo di personaggi siano adatti a lui. Manhola Dargis del New York Times quell’anno l’ha descritto come un “picture-perfect villain“. Si tratta spesso di impressioni dettate dall’aspetto fisico dell’attore, più di un commento cita i suoi occhi chiarissimi e i lineamenti marcati accanto (se non addirittura prima) alle sue doti recitative. Tuttavia, per quanto il fatto che l’apparenza evochi così facilmente delle caratteristiche sia un vantaggio innegabile, è difficile pensare che performance così riuscite siano dovute a una fortunata coincidenza.

    Negli anni seguenti infatti ha dimostrato di saper portare sullo schermo non solo l’immagine dell’antagonista stereotipato, il cattivo in quanto tale, ma personaggi a 360 gradi complessi e tormentati, spesso al limite della follia. Lui stesso racconta che già il ruolo di Konstantine ne Il gabbiano l’aveva affascinato per la ricerca interiore e l’introspezione che il personaggio attraversa. L’attrazione per il palcoscenico e per il tipo di lavoro che questo richiede era sorta già quando era molto giovane: nonostante dopo le primissime prove avesse poi dedicato tutta la sua adolescenza alla musica, componendo e suonando con il fratello, aveva finito per insistere con il direttore della Corcadorca per ottenere l’audizione per Disco Pigs.

    Questa dedizione al mestiere ha sicuramento contribuito anche al successo di quello che è probabilmente la sua interpretazione più conosciuta dal grande pubblico: Thomas Shelby nella serie tv BBC Peaky Blinders (2013-2022).

    Prima di tornare in TV però, nel 2006 è il protagonista di Il vento che accarezza l’erba di Ken Loach. Vincitore della Palma d’oro a Cannes, è il film indipendente irlandese di maggior successo. Qui Murphy interpreta Damien, un giovane medico che insieme al fratello decide di combattere nella guerra contro l’occupazione Inglese. Lavora nuovamente con Nolan, tornando nei panni dello Spaventapasseri per Il Cavaliere Oscuro (2008) e Il Cavaliere Oscuro -Il Ritorno (2012). Nel 2010 è nel cast di Inception accanto a nomi del calibro di Leonardo Di Caprio, Tom Hardy, Elliot Page; e interpreta Robert Fischer, il giovane erede dell’impero multimiliardario e bersaglio del protagonista. Nel 2012 è nel cast del thriller Red Lights di Rodrigo Cortés.

    Inizia l’anno successivo il lungo lavoro per Peaky Blinders, dove ritorna anche il tema della guerra. La serie infatti tratta di una gang di Birmingham guidata dai fratelli Shelby, reduci dalla prima guerra mondiale e dediti a scommesse illegali e contrabbando. Cillian è Tommy Shelby, il protagonista cinico, misterioso, e tormentato dai flashback della vita in trincea. Nel frattempo appare anche in Dunkirk (Nolan, 2017), dove interpreta un altro soldato, stavolta senza nome (ci si riferisce a lui solo come “Shivering soldier”). Quella che è ormai diventata la cifra distintiva dell’attore viene fuori non necessariamente nei personaggi “cattivi”, o borderline come possono essere percepiti Pig o Tommy Shelby, a dimostrazione del talento che va oltre l’estetica.

    “My best memories of working on Christopher Nolan films are never the large-scale stuff. It’s the very involved, intensely focused, extremely rigorous work, with Chris right there beside the camera. That’s what I always remember because all of the big stuff – as incredible as it is to witness – doesn’t mean anything unless the human story is driving it.”  (nme.com) 

    “I miei ricordi migliori del lavoro sui film di Christopher Nolan non riguardano mai le cose di larga scala. Riguardano il lavoro molto coinvolto, focalizzato intensamente ed estremamente rigoroso, con Chris lì accanto alla macchina da presa. È questo che alla fine ricordo sempre, perché tutte le cose grandi – per quanto incredibili da vedere – non significano niente se non c’è la storia umana ad alimentarle.” 

    Cillian commentava così il lavoro sul set con Christopher Nolan in un’intervista rilasciata dopo le riprese di Dunkirk. È facile a questo punto vedere il fatto che in Oppenheimer sarà il protagonista, al suo settimo film diretto da Nolan, quasi come un coronamento del percorso fatto finora. Oppenheimer è il film più lungo di Nolan, in Italia esce ad Agosto 2023 e potrebbe diventare un nuovo punto di non ritorno nella carriera dell’attore irlandese.

    Federica Rossi,
    Redattrice.