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  • recensione Soap Fever – Un oscuro oggetto del desiderio chiamato Beautiful

    recensione Soap Fever – Un oscuro oggetto del desiderio chiamato Beautiful

    Può un prodotto audiovisivo salvare e sostenere una comunità o per lo meno avere un impatto sociale rilevante sulla popolazione di un’intera nazione?
    La regista finlandese Inka Achté, con il suo documentario Soap Fever (2026), risponde a questo interrogativo. Il lungometraggio, presentato in anteprima mondiale al 28°Thessaloniki International Documentary Festival e ora in anteprima italiana e in concorso internazionale al 22°Biografilm, segue Boys Who Like Girls (2018) e Golden Land (Kultainen maa, 2026), opere che si concentravano su individui alla ricerca di una loro identità all’interno di una comunità. In questo suo ultimo film, Achté racconta il suo paese natio, la Finlandia, attraversato da un vero e proprio fenomeno collettivo capace di unire le persone e di offrire loro una via di fuga dalla realtà: la soap opera americana The Bold and the Beautiful (1987-2012), creata da William J. Bell e Lee Phillip Bell, meglio conosciuta in italia con il semplice nome di Beautiful.


    cultura e desiderio

    Dopo la caduta dell’URSS, la Finlandia attraversa una profonda recessione che segna gran parte degli anni Novanta. La crisi provoca un forte aumento della disoccupazione, coinvolgendo quasi un milione di persone. Beautiful, un po’ come il manifesto pubblicitario della Coca-Cola che si palesa dalla finestra della stanza di ospedale di una Berlino post-crollo del muro in Goodbye, Lenin! (Wolfgang Becker, 2003) approda nelle case dei finlandesi.

    È proprio l’immaginario televisivo spesso osservato con sufficienza o ironia da registi del calibro di David Lynch, che in Twin Peaks (1990-1991) parodia la serialità melodrammatica con la fittizia Invitation to Love, a fornire una risposta alternativa alla crisi.

    Soap Fever rifiuta una prospettiva autoriale elitaria e sceglie di prendere sul serio l’impatto culturale di un prodotto generalmente considerato minore. Riflette su un concetto espresso da Slavoj Žižek nel saggio Trash Sublime (2013): la “cultura trash” o la cultura popolare incarnano l’oggetto del desiderio nascosto e irraggiungibile.

    Fotogramma di Invitation to Love (Twin Peaks, David Lynch, 1990-91)


    mitologia plurale

    Beautiful promuove un’immagine idealizzata di prosperità, benessere e stabilità che contrasta con la realtà finlandese del periodo. Vedere questo tipo di prodotto permette di sognare e di identificarsi in figure percepite come modelli di successo: tutti vogliono essere Ridge Forrester (Ronn Moss) e Brooke Logan (Katherine Kelly Lang). Proprio per questo, sono i fan di Beautiful, rintracciati tramite forum, ad essere i veri protagonisti del documentario. La regista permette loro di accedere ai set ricostruiti della serie, per immergersi ancora una volta in quel mondo trasognato degli anni Novanta, e mette al centro la loro quotidianità e la loro esperienza di visione, narrata tramite filmati di repertorio riproposti nella cornice di uno schermo televisivo. Achté crea un diario metatestuale della collettività, utilizzando foto, video, ritagli di giornale e cartoline che compongono un vero e proprio collage visivo

    Il diario solitamente è qualcosa di strettamente personale, legato al singolo, ma questo tipo di serialità televisiva ha unito la maggior parte dei finlandesi nel momento del bisogno e Soap Fever non può che essere un’opera plurale.

    Per quanto possa apparire come una forma di evasione alienante, figlia del consumismo promosso da una televisione commerciale e patinata, la soap offriva una prospettiva di speranza in un contesto in cui lo Stato sembrava incapace di gestire la recessione. In un’epoca in cui i media e le piattaforme favoriscono il binge watching e il consumo compulsivo dei contenuti senza affezione, Soap Fever restituisce valore ad una serie che era riuscita a migliorare le vite di alcuni, con un calore quasi familiare.

    Matteo Masi

  • David Bowie – L’alieno che cadde sulla Terra

    Un artista a tutto tondo… al cinema Dieci anni fa David Bowie, o Ziggy Stardust, o il Duca Bianco, lasciava il pianeta Terra per riunirsi alla sua astronave madre. Con una carriera che ha abbracciato cinque decenni e prodotto più di 20 dischi, Bowie è stato uno degli artisti più poliedrici del periodo: capace di suonare più di 10 strumenti, cantante, appassionato di filosofia, estimatore d’arte (nella sua casa era presente una grande collezione d’opere) e pittore, certo… Ma anche attore per il cinema. Meno conosciuta rispetto alla sua carriera di cantante è, infatti, il contributo che l’artista ha dato alla settima arte. Dalla sua prima apparizione sul grande schermo nel 1969 (il battesimo del fuoco è il cortometraggio a basso costo The Image) si contano una ventina di film di finzione in cui Bowie appare in veste di doppiatore (come nel cortometraggio animato The Snowman), attore o nei panni di sé stesso. Pensiamo al caso Christiane F. – Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino, in cui la dipendenza da eroina della protagonista comincia proprio ad un concerto del cantante; o ancora, al più scanzonato Zoolander, in cui una versione esagerata del cantante fà da giudice a una “sfilata a due” tra Ben Stiller e Owen Wilson. Ma chi era il David Bowie attore? Quali ruoli potevano interessare ad un uomo che aveva già fatto delle maschere e della reinvenzione il suo marchio? Creature fuori da questo mondo… Il “la” ce lo dà il primo lungometraggio, L’uomo che cadde sulla Terra (Nicolas Roeg, 1976): un ruolo che pare cucito a pennello su Bowie, vista l’immagine di alieno venuto dalle stelle che stava coltivando come performer. David Bowie diventa Ziggy Stardust che diventa Thomas Jerome Newton, alieno atterrato sulla Terra per portare l’acqua sul suo pianeta d’origine. Tratto da un romanzo di Walter Tevis, la premessa fantascientifica è in realtà il pretesto per esplorare temi come l’alcolismo e la crudeltà della sperimentazione scientifica. Se è vero che l’inizio (di una carriera, di una storia) può contenere in nuce tutto ciò che verrà, il David Bowie attore si posiziona subito come interprete di esseri ‘altri’, capace di distinguersi dalla folla con la sua fisicità androgina, gli occhi di colori diversi, lo sguardo svagato e il tono di voce sempre pacato. Dopo l’alieno viene il vampiro: nel 1983, Bowie recita al fianco di Catherine Deneuve e Susan Sarandon in Miriam si sveglia a mezzanotte (The Hunger, Tony Scott). In questo horror sensuale e fastoso, Bowie è John, compagno di vita della vampira Miriam (Deneuve). Quando John comincia ad invecchiare tutto d’un tratto, Miriam rivolge le sue attenzioni sulla dottoressa Sarah (Sarandon). Ancora una volta, l’aspetto allampanato e straniante di Bowie è perfettamente adatto allo scopo di trasmettere il sentore di un essere non umano. Giocoforza fà, in questo caso, anche il fascino suo e di Deneuve: il mezzo attraverso cui i vampiri avvicinano le vittime per poi colpire. Arriviamo così al 1986 e al ruolo più famoso nella filmografia di Bowie: quello del malvagio Re dei Goblin Jareth in Labyrinth-Dove tutto è possibile (Jim Henson). Ancora una volta, il cantante interpreta una creatura sovrannaturale, stavolta in un film dai toni più family friendly: Sarah, quindicenne appassionata di creature e mondi fantastici, deve salvare il fratellino adottivo che ha accidentalmente ‘venduto’ al re dei goblin. Per farlo, deve attraversare il labirinto che dà nome al film e superare le insidie poste da Jareth. Per tutti coloro che vi hanno lavorato, compresa la protagonista Jennifer Connelly, Labyrinth è al di là della facciata fantastica una storia di crescita e di passaggio dall’età infantile a quella adulta. Lo stesso Henson affermò di aver scelto Bowie per il ruolo di antagonista perché portatore, con tutte le sue particolarità, di “una certa maturità (…), di tutte quelle cose che rappresentano il mondo adulto” (1). … e uomini straordinari Ma cosa succede quando dall’ ‘uomo che cadde sulla Terra’ e dai ruoli di creature soprannaturali si passa a un essere umano fatto e finito? Il primo tentativo attoriale di Bowie nei panni di un comune essere umano non è dei migliori. In Gigolò (David Hemmings, 1978), commedia (almeno nelle intenzioni) sul periodo di transizione tra la Repubblica di Weimar e il regime di Hitler, Bowie interpreta un nobile soldato di ritorno dalla guerra, costretto a fare del suo corpo un mezzo per vivere nel lusso che conosce. Eppure le sue idiosincrasie, che in altri film ed altri ruoli avevano funzionato, qui non fanno altro che farlo sembrare fiacco e legnoso. Colpa dell’incapacità attoriale del cantante o di quella del regista di dirigerlo e trovare un accordo tra i suoi modi e il tono della pellicola? In The Linguini Incident (Richard Shepard, 1991), una romcom che lo vede protagonista a fianco di Rosanna Arquette, il risultato è decisamente migliore. Bowie è Monte, un barman sfortunato e con la passione per le scommesse che decide, assieme alla collega Lucy (Arquette) e la sua amica Vivian, di rapinare il ristorante in cui lavorano. Sebbene il ruolo sembri più lontano dalla ‘persona-Bowie’ rispetto a quello interpretato in Gigolò (sofisticato, elegante, naturalmente affascinante), il regista riesce a sfruttare il modus attoriale del cantante, le sue inflessioni pacate e gli atteggiamenti svagati, per farne un perfetto contrappunto comico alla demenzialità della vicenda. Non guasta certamente che il personaggio di un mascalzone come Monte guadagni in carisma e in credibilità come interesse amoroso grazie al fascino di Bowie. Ne Il mio West (Giovanni Veronesi, 1998), delirio western in cui a due star come Harvey Keitel e Bowie si affiancano Alessia Marcuzzi e Leonardo Pieraccioni (con immancabile accento toscano), il nostro cantante è il leggendario pistolero Jack Sikora, rinomato per la sua crudeltà. Come da tradizione per molti pistoleri, la fama e la nomea li precedono e ne fanno delle figure quasi mitologiche. In questo senso, la decisione di scegliere una rockstar per la parte ha del geniale e l’esaspetata eccentricità del cantante fa comunque il suo in un film che potremmo cortesemente definire ‘noioso’. In Basquiat (Julian Schnabel, 1996) e The Prestige (Christopher Nolan, 2008) si fa un passo avanti: Bowie interpreta ora due uomini straordinari realmente esistiti. Nel primo film, biografia dell’artista rivoluzionario Jean-Michel Basquiat, Bowie si cala nei panni (e nella parrucca) di Andy Warhol. L’interpretazione fu considerata in maniera positiva da chi aveva conosciuto l’artista. Nolan lo volle, invece, per il ruolo dell’inventore Nikola Tesla in una parte minore ma fondamentale nella storia di due prestigiatori e la loro rivalità. Ma il film che meglio sfrutta la presenza scenica di Bowie è un curioso war movie di nome Furyo (Nagisa Ōshima, 1983). Bowie è Jack Celliers, prigioniero in un campo di prigionia giapponese durante la Seconda Guerra Mondiale. Uno dei capitani del campo, Yonoi (Ryūichi Sakamoto), viene subito attratto dalla bellezza magnetica di Celliers e dalla sua natura ribelle e impenetrabile. Saranno queste stesse caratteristiche a creare scompiglio nel campo e causare la rovina del Capitano e di Celliers stesso. Una storia che, guardando alla letteratura europea, potremmo definire tipicamente decadentista, riuscita anche grazie alla credibilità della sua femme fatale: David Bowie. Formato ridotto C’è poi un’ultima, interessante tendenza da segnalare nel catalogo di film interpretati dal cantante: una serie di apparizioni che potremmo definire ‘brevi ma intense’. In Tutto in una notte (John Landis, 1985), una commedia-thriller piena di camei, un Bowie biondo ossigenato appare per meno di 4 minuti nel ruolo dell’assassino Colin Morris, armato di rasoio, rivoltella e un’ingannevole calma flemmatica. Nel musical Absolute Beginners (Julien Temple, 1986) il capo dell’agenzia di marketing Vendice Partners appare poco su schermo ma ha un forte impatto sulla narrazione: è l’ennesima manifestazione della corruzione delle istituzioni in una storia che parla di rivolta della gioventù. Nel controverso film religioso L’ultima tentazione di Cristo (Martin Scorsese, 1988), Bowie è il temibile Ponzio Pilato. La sola scena è lunga meno di quattro minuti: più che giudicare Gesù (qui interpretato da Willem Dafoe) il procuratore della Giudea si limita a disquisire con lui e spiegargli con calma da diplomatico le ragioni politiche per cui la sua condanna a morte è cosa conveniente. In Fuoco cammina con me (David Lynch, 1992), prequel-sequel della serie televisiva Twin Peaks, il contributo di Bowie è una letterale apparizione: l’agente dell’FBI Philip Jeffries, scomparso da due anni, si presenta all’improvviso nell’ufficio dei colleghi a Filadelfia, riporta delle frasi criptiche per poi sparire di nuovo senza lasciare traccia. Per quanto la sequenza in cui Bowie appariva fosse in origine più lunga (è presente nel film Twin Peaks: The Missing Pieces), già in questa versione Jeffries ci fornisce una delle chiavi di volta per interpretare l’intera serie: “we live inside a dream”, “viviamo dentro un sogno”. L’obiettivo, in questi casi, sembra essere quello di sfruttare la riconoscibilità del cantante per rendere assolutamente memorabili le scene in cui appare. E se siamo ancora qui a parlarne, dieci anni dopo, sembra proprio che la missione sia riuscita. Schlockoff, Alain (February 1987). “Jim Henson Interview”. L’Écran fantastique
  • The Elephant Man – Uno strano monster movie

    type=”flex” hundred_percent=”no” hundred_percent_height=”no” min_height_medium=”” min_height_small=”” min_height=”” hundred_percent_height_scroll=”no” align_content=”stretch” flex_align_items=”flex-start” flex_justify_content=”flex-start” flex_wrap_medium=”” flex_wrap_small=”” flex_wrap=”wrap” flex_column_spacing=”” hundred_percent_height_center_content=”yes” equal_height_columns=”no” container_tag=”div” menu_anchor=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” status=”published” publish_date=”” class=”” id=”” spacing_medium=”” margin_top_medium=”” margin_bottom_medium=”” spacing_small=”” margin_top_small=”” margin_bottom_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_dimensions_medium=”” padding_top_medium=”” padding_right_medium=”” padding_bottom_medium=”” padding_left_medium=”” padding_dimensions_small=”” padding_top_small=”” padding_right_small=”” padding_bottom_small=”” padding_left_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” 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    “Io non sono un elefante… Io non sono un animale! Sono un essere umano! Un uomo… Un uomo”.

    (John Merrick)

    Dicesi “monster movie” un sottogenere cinematografico che, come da nome, presenta narrazioni con al centro un qualche “mostro” malvagio che si oppone ai nostri protagonisti puri di cuore e che deve essere sconfitto per ristabilire l’ordine.

    Potremmo tracciare le origini del genere nelle origini stesse del cinema, con gli esperimenti fantastici di Méliès che già includevano creature abnormi come antagonisti (pensiamo agli alieni nel finale de Il viaggio sulla Luna), i primi adattamenti di capolavori letterari come Dracula, Frankenstein o Il mondo perduto… Ma gli stilemi del genere si cristallizzano con la nascita del sonoro, grazie a film come il primo King Kong (1933) o il ciclo della Universal dedicato a mostri iconici che proseguì fino agli anni ‘50.

    Tutti, più o meno inconsciamente, siamo consapevoli di quali siano le regole, le scene madri alla base di questo genere: lo svelamento del mostro dopo la costruzione dell’attesa, la folla inferocita che insegue il mostro con torce e forconi, il rapimento della fanciulla innocente…

    Ma se questi stilemi potevano funzionare in un sistema di valori semplicistico, cosa accade quando ci si comincia a interrogare sul concetto di mostro? Cos’è, d’altronde, un “mostro” se non qualcosa che differisce da una norma arbitraria, da un normale che abbiamo noi stessi inventato? E chi siamo, noi, per giudicare che cosa, effettivamente, sia questo normale?

    L’iconico “Frankenstein” di James Whale. Whale, uomo gay, si sentiva vicino al Mostro di Frankenstein e all’isolamento causato dalla sua “diversità”

    Riportato al cinema dal 16 al 18 giugno grazie a Lucky Red, The Elephant Man (1980) di David Lynch è basato su un’incredibile storia vera: quella di Joseph Merrick (i primi resoconti della sua vita, basati sulle memorie del dottore che lo ebbe in cura, riportano erroneamente “John”, nome che è stato usato anche nel film). Vissuto nell’Inghilterra vittoriana, Joseph soffriva di una patologia rara, probabilmente quella che nel 1939 è stata rinominata “sindrome di Proteo”: tutto il suo corpo, fatta eccezione per i genitali e la mano sinistra, presentava una serie di evidenti malformazioni esteriori. Merrick fu esposto come fenomeno da baraccone nei freak shows del tempo e presentato al pubblico col nome di “Uomo Elefante”. Fu poi trasferito permanentemente al Royal London Hospital grazie all’intervento del dottor Frederick Treves. Qui trascorse in relativa serenità quattro anni, prima di morire a soli 27 anni.

    Per tutta la sua vita, Merrick si era guadagnato l’epiteto di “fenomeno da baraccone”, di “animale”, di “mostro”, per poi terminare la propria vita amato e apprezzato. Il film, alla cui sceneggiatura Lynch contribuì in parte, decide di raccontare la sua vicenda concentrandosi sulle questioni etiche del caso, in particolare su una: in una società che fà dello sfruttamento dei più sfortunati un’attrazione, chi è il vero mostro?

    Armato della sensibilità che avrebbe caratterizzato tutta la sua successiva carriera, Lynch approcciò questa seconda regia come una rielaborazione degli elementi cardine del sottogenere monster movie, a partire dalla presentazione del nostro mostro.

    Per i primi 20 minuti di film, John Merrick (interpretato da un superlativo John Hurt) non ci viene mai mostrato: il suo corpo è nascosto nell’oscurità, il suo viso mai inquadrato o ripreso solo di sfuggita, coperto da un sacco che indossa per evitare di provocare reazioni negative. Per il momento, non vediamo Merrick: lo sentiamo. E lo sentiamo produrre suoni che sembrano confermare la sua natura inumana: grugniti, respiro pesante e affannoso, nessuna parola intellegibile.

    A questo punto della storia, Merrick è ancora l’“uomo elefante” esposto in un circo come un’attrazione. La sua deformità, ciò che lo rende anormale agli occhi del mondo, è tanto l’oggetto dell’orrore collettivo quanto, in maniera ipocrita, di una fascinazione morbosa da parte del pubblico: quello all’interno del film, certo, ma anche quello che sta guardando il film. 

    Anche il dottor Treves (interpretato da Anthony Hopkins) non è esente dal compiere l’errore di ritenere Merrick un qualcosa di alieno, una mera curiosità scientifica: lo espone di fronte ai colleghi e ne descrive le deformità con distacco, come se stesse mostrando un cimelio e non un essere vivente. 

    Quando poi vediamo in piena luce l’aspetto di Merrick la reazione non può essere che una, come ci insegna la tradizione dei monster movies dai tempi di Fay Wray in King Kong: un acuto grido di orrore femminile (in questo caso quello di un’infermiera).

    Tuttavia, come Merrick stesso urlerà a gran voce in una delle scene più ricordate del film, lui è un essere umano, non  un animale che può esprimersi solo a grugniti, incapace di intendere e di volere e mosso unicamente dai propri istinti.

    Nella scena subito successiva all’esposizione di Merrick di fronte agli scienziati, Treves lo definisce “un idiota”, presumendo in base al suo stato fisico che anche il suo intelletto debba essere carente: un errore spesso compiuto anche oggi di fronte a persone con disabilità. 

    Nel caso di Merrick, questo fatto verrà presto smentito nelle scene successive allo svelamento del suo viso: Treves, ancora sotto l’impressione che sia “un idiota”, lo istruisce riguardo ad alcune frasi da recitare di fronte al capo dell’ospedale per permettergli di restare lì come paziente in cura. Dopo un primo momento di esitazione, Merrick si dimostra capace di sostenere un’intera conversazione e di essere molto più colto di quanto entrambi i medici avessero inizialmente pensato.

    Nel corso della storia, Merrick si rivela un uomo estremamente sensibile e istruito: lettore accanito, costruttore di modellini, gentiluomo provetto. Viene introdotto prima a persone vicine a Treves, poi a una serie di personalità della società vittoriana che si avvicinano a lui, mosse in parte dalla stessa curiosità morbosa con cui, pochi mesi prima, le persone pagavano per osservarlo al circo.

    Anche Treves, che a questo punto è diventato amico di Merrick, comincerà a interrogarsi sull’eticità del suo operato: le sue azioni di benefattore e dottore sono poi tanto diverse da quelle di chi esponeva l’“uomo elefante” come un fenomeno da baraccone

    Il mostro di questo monster movie non è altro che un uomo incompreso, sottovalutato e messo da parte per qualcosa che lui stesso non ha potuto scegliere, come d’altronde lo era un altro grande mostro della storia del cinema: quello di Frankenstein.

    E come al mostro di Frankenstein, anche a Merrick tocca l’inseguimento della folla inferocita, un altro elemento imprescindibile del monster movie. Ma ancora una volta, un elemento che viene utilizzato per ribaltare le aspettative del pubblico e affermare con decisione l’umanità del presunto mostro e la crudeltà dei suoi inseguitori.

    A distanza di 45 anni, The Elephant Man continua a sfidare gli spettatori, a domandarci di questionare elementi delle narrazioni che consumiamo e che abbiamo sempre dato per scontato. E magari, una volta fatto ciò nella finzione, di applicare quello sguardo anche alla realtà.

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    Silvia Strambi,
    Redattrice.
  • Le nomination agli Oscar 2025

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    Dopo alcuni rinvii dovuti agli incendi che hanno devastato Los Angeles, si è finalmente tenuta alle 14.30 italiane (5.30 di mattina a Hollywood) di giovedì 23 gennaio la breve cerimonia di annuncio delle nomination agli Oscar 2025, condotta dagli attori Bowen Yang e Rachel Sennott.

    A dominare l’anno per numero di nomination è senza dubbio Emilia Pérez con 13 candidature, seguito da The Brutalist e Wicked con 10 e A Complete Unknown e Conclave con 8. Volendo fare un discorso più produttivo, guida la classifica delle compagnie candidate Netflix con 16 nomination, subito tallonata dalle 14 di A24, che si riconferma una delle più solide realtà degli ultimi anni. Emerge una sostanziale preferenza per i film usciti da Cannes (Emilia Pérez, Anora, The Substance) rispetto a quelli presentati a Venezia: The Brutalist è l’unico candidato, mentre mancano all’appello film come La stanza accanto, Babygirl, Queer e Joker: Folie à Deux, che ha invece sbancato ai Razzie Awards con 7 nomination.

    Gli attori nominati lasciano come sempre un po’ di amaro rispetto ai Golden Globe, che risultano di manica più larga con un maggior numero di categorie. Colpisce forse l’assenza di alcuni nomi, come Zendaya per Challengers, Daniel Craig per Queer e Nicole Kidman per Babygirl (Coppa Volpi a Venezia), inducendo Variety a ipotizzare che l’Academy abbia paura del sesso. Sono invece presenti i grandi favoriti, come Demi Moore per The Substance, Zoe Saldana per Emilia Pérez, Kieran Culkin per A Real Pain e Timothée Chalamet per A Complete Unknown. Quest’ultimo, oltre ad essere il più giovane attore candidato due volte all’Oscar dai tempi di James Dean, è anche il nuovo favorito come miglior attore dopo che si è scoperto l’utilizzo dell’AI per migliorare l’accento ungherese di Adrien Brody in The Brutalist (già vincitore al Golden Globe). Se vincesse Chalamet, sarebbe il più giovane mai premiato, battendo per ironia della sorte proprio Brody, che nel 2003 vinse a 29 anni per Il pianista.

    Sono sicuramente delle nomination trattenute, che a pochi giorni dall’insediamento del nuovo presidente degli Stati Uniti Donald Trump evitano di buttare benzina sul fuoco con film come Civil War, (ma candidano comunque Sebastian Stan e Jeremy Strong per The Apprentice), ma allo stesso tempo non si fanno problemi a stra-candidare un titolo controverso come Emilia Pérez, già accusato per la rappresentazione stereotipata (pensa un po’) del Messico e delle persone transgender. Al netto di questo limite, il film di Jacques Audiard batte due record, come titolo internazionale più candidato di sempre e con la nomination alla protagonista Karla Sofía Gascón, prima attrice trans candidata nella storia degli Oscar.

    Quest’anno più che i candidati sono gli snobbati a stupire: Denzel Washington non ottiene la nomination per Il Gladiatore II, idem Angelina Jolie per Maria, così come tanti altri tra cui Selena Gomez e Margaret Qualley che restano a bocca asciutta nonostante altre nomination ai loro film. L’Academy riconferma poi di snobbare completamente Luca Guadagnino, che quest’anno correva con Challengers e Queer che hanno ottenuto complessivamente 0 nomination (non è stata presa in considerazione nemmeno la colonna sonora del primo, già premiata ai Golden Globe). Nonostante la candidatura a miglior film, Dune – Parte 2 esce azzoppato dalle nomination, portandone a casa solo 5 dopo che il primo capitolo aveva vinto 6 statuette: tra di esse non c’è né la regia di Denis Villeneuve né la colonna sonora originale di Hans Zimmer (che non è stato nominato perché la composizione era molto simile al primo capitolo, ma stranamente tra i candidati compare comunque Wicked che deriva dal musical). Nosferatu manca la nomination al film come aveva previsto qualcuno, ma ottiene comunque 4 candidature tecniche.

    L’immancabile commento sull’Italia agli Oscar fa notare l’assenza di Vermiglio di Maura Delpero tra i candidati come miglior film internazionale, categoria in cui la concorrenza è agguerrita con ben due titoli nominati anche come Best Picture: il già citato Emilia Pérez per la Francia e I’m Still Here dal Brasile, che conquista anche la nomination alla miglior attrice a Fernanda Torres. Gioia per Isabella Rossellini, candidata come miglior attrice non protagonista in Conclave, che su Instagram ha voluto ricordare i genitori Roberto Rossellini e Ingrid Bergman e l’amico, ex compagno e mentore David Lynch recentemente scomparso.

    La 97esima Notte degli Oscar si terrà domenica 2 marzo 2025 presso la storica location del Dolby Theatre di Los Angeles. A condurre la cerimonia quest’anno sarà per la prima volta il comico e host Conan O’Brien. Il prossimo appuntamento importate dell’Awards Season sono i BAFTA domenica 16 febbraio, oltre ai numerosi premi dei sindacati.

    Ecco la lista completa delle Nomination agli Oscar 2025:

    MIGLIOR FILM

    Anora

    The Brutalist

    A Complete Unknown

    Conclave

    Dune – Parte 2

    Emilia Pérez

    I’m Still Here

    Nickel Boys

    The Substance

    Wicked

    MIGLIOR REGIA 

    Sean Baker, Anora

    Brady Corbet, The Brutalist

    James Mangold, A Complete Unknown

    Jacques Audiard, Emilia Pérez

    Coralie Fargeat, The Substance

    MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA 

    Cynthia Erivo, Wicked

    Karla Sofia Gascon, Emilia Pérez

    Mikey Madison, Anora

    Demi Moore, The Substance

    Fernanda Torres, Io sono ancora qui

    MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA 

    Adrien Brody, The Brutalist

    Timothée Chalamet, A Complete Unknown

    Colman Domingo, Sing Sing

    Ralph Fiennes, Conclave

    Sebastian Stan, The Apprentice

    MIGLIOR FILM INTERNAZIONALE 

    Io sono ancora qui

    The girl with the needle

    Emilia Pérez

    Il Seme del Fico Sacro

    Flow

    MIGLIOR ATTRICE NON PROTAGONISTA 

    Monica Barbaro, A Complete Unknown

    Ariana Grande, Wicked

    Felicity Jones, The Brutalist

    Isabella Rossellini, Conclave

    Zoe Saldana, Emilia Pérez

    MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA

    Yura Borisov, Anora

    Kieran Culkin, A Real Pain

    Edward Norton, A Complete Unknown

    Guy Pierce, The Brutalist

    Jeremy Strong, The Apprentice

    MIGLIOR SCENEGGIATURA ORIGINALE 

    Anora

    The Brutalist

    A Real Pain

    September 5

    The Substance

    MIGLIOR SCENEGGIATURA NON ORIGINALE 

    A Complete Unknown

    Conclave

    Emilia Pérez

    Nickel Boys

    Sing Sing

    MIGLIOR FOTOGRAFIA 

    The Brutalist

    Dune – Parte 2

    Emilia Pérez

    Maria

    Nosferatu

    MIGLIOR MONTAGGIO 

    Anora

    The Brutalist

    Conclave

    Emilia Pérez

    Wicked

    MIGLIOR SUONO 

    A Complete Unknown

    Dune – Parte 2

    Emilia Pérez

    Wicked

    Il Robot Selvaggio

    MIGLIOR SCENOGRAFIA

    The Brutalist

    Conclave

    Dune – Parte 2

    Nosferatu

    Wicked

    MIGLIORI COSTUMI 

    A Complete Unknown

    Conclave

    Il Gladiatore II

    Nosferatu

    Wicked

    MIGLIOR TRUCCO E ACCONCIATURA 

    A Different Man

    Emilia Pérez

    Nosferatu

    The Substance

    Wicked

    MIGLIOR CANZONE ORIGINALE

    “El Mal”, Emilia Pérez

    “The Journey”, The Six Triple Eight

    “Like a bird”, Sing Sing

    “Mi camino”, Emilia Pérez

    “Never Too Late”, Elton John: Never Too Late

    MIGLIOR COLONNA SONORA

    The Brutalist

    Conclave

    Emilia Pérez

    Wicked

    Il Robot Selvaggio

    MIGLIORI EFFETTI VISIVI

    Alien: Romulus

    Better Man

    Dune – Parte 2

    Il Regno del pianeta delle scimmie

    Wicked

    MIGLIOR FILM D’ANIMAZIONE 

    Flow

    Inside Out 2

    Memoir of a snail

    Wallace & Gromit: Le piume della vendetta

    Il Robot Selvaggio

    MIGLIOR CORTOMETRAGGIO D’ANIMAZIONE 

    Beautiful men

    In the shadows of the cypress

    Magic candies

    Wander to wonder

    Yuck!

    MIGLIOR CORTOMETRAGGIO 

    A lien

    Anuja

    I’m not a robot

    The last ranger

    The man who could not remain silent

    MIGLIOR DOCUMENTARIO

    Black box diaries

    No other land

    Porcelain war

    Soundtrack to a coup d’etat

    Sugarcane

    MIGLIOR CORTOMETRAGGIO DOCUMENTARIO

    Dead by numbers

    I am ready, Warden

    Incident

    Instruments of a beating heart

    The Only Girl in The Orchestra

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    Enrico Borghesio,
    Redattore.
  • Al di là della vita e dell’immagine – Il ritorno di Nicolas Cage

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    Nel panorama del cinema contemporaneo, Nicolas Cage rappresenta una figura unica e quasi paradossale. Un attore che, nel corso della sua carriera, ha collaborato con alcuni dei più grandi registi della storia recente – da David Lynch a Werner Herzog, da Alan Parker ai Fratelli Coen, passando per Spike Jonze, John Woo, Brian De Palma, Ridley Scott, Paul Schrader e Sion Sono – si è ritrovato, quasi inaspettatamente, a incarnare una sorta di caricatura vivente. Per un’intera generazione, quello che una volta era celebrato come un interprete capace di alternare dramma, azione e commedia, portando alle opere da lui interpretate uno stile ben definito, è diventato un meme ed etichettato da molti come “il peggior attore del mondo”

    Di punto in bianco, Nicolas Cage non era più l’impulsivo e goffo rapinatore in cerca di redenzione di Arizona Junior (Joel e Ethan Coen, 1987), il ribelle romantico di Cuore Selvaggio (David Lynch, 1990) , né il paramedico tormentato dai sensi di colpa di Al di là della vita (Martin Scorsese, 1999) o lo sceneggiatore alcolista e autodistruttivo di Via da Las Vegas (Mike Figgis, 1995), che lo ha portato alla vittoria dell’Oscar al miglior attore. Quel Nicolas Cage, capace di affrontare ruoli sempre molto diversi tra loro con una grande intensità, sembrava essersi dissolto, lasciando il posto a una versione amplificata e, appunto, caricaturale dello stesso. Improvvisamente, era diventato celebre per scene iperboliche e fuori contesto, estratte dai suoi film e condivise sui social: l’uomo che urla l’alfabeto gesticolando animatamente, o che strilla disperato “Not the bees!”, o che, in generale, grida e sbraita in qualsiasi situazione. Ora, al di là del merito o meno dei film da cui questi sono stati tratti, viene spontaneo chiedersi: quante persone che hanno condiviso il meme “You don’t say?” hanno effettivamente visto Stress da Vampiro di Robert Bierman? Quanti, addirittura, conoscevano l’esistenza di quel film? La principale conseguenza di questo fenomeno è stata la formazione di un pregiudizio nei confronti dell’attore. La sua carriera era ormai associata a un’immagine caricaturale, un personaggio che esisteva solo per far divertire, mentre i suoi ruoli più complessi e le sue prove  precedenti venivano ignorati, travolti dal rumore di una fama che si nutriva esclusivamente della sua dimensione più plateale.

    Difendere a spada tratta la “seconda parte” della carriera di Cage sarebbe controproducente.  È innegabile che, a causa di seri problemi economici, l’attore si sia ritrovato a dover accettare per anni  praticamente qualsiasi progetto gli sia stato presentato. Molti di questi film sembravano appositamente costruiti per giocare sulla sua recitazione eccessiva, nella speranza di attirare un pubblico curioso di assistere a una performance sopra le righe. Come è anche innegabile che il suo stile di recitazione, sicuramente personalissimo, sia noto per la sua eccessività ed esagerazione, un approccio quasi espressionista; e uno stile di  recitazione simile richiede non solo una buona sceneggiatura, ma anche una giusta direzione. Costruire un film interamente attorno alla recitazione sopra le righe del protagonista non è una scelta saggia, a meno che tu non sia Werner Herzog (Il Cattivo Tenente – Ultima Chiamata New Orleans, 2009). Questo approccio, troppo spesso adottato da chi cercava di sfruttare il lato più eccentricamente esagerato di Cage, ha finito per non rispettarne le reali capacità, contribuendo negativamente alla sua carriera.

    Ma Cage ha sempre saputo cavarsela anche in ruoli più introspettivi e in sottrazione. A prova di ciò sono film come The Family Man (Brett Ratner, 2000), dove riesce a portare in scena il cambiamento di un uomo, dalla freddezza totale all’empatia, o Pig (Michael Sarnoski, 2021) , uno dei suoi lavori più recenti, dove il personaggio si distacca completamente dal suo stile usuale, con una recitazione più minimalista e silenziosa.

    Anche nei film in cui interpretava ruoli più eccentrici, la narrazione non si riduceva mai esclusivamente a questo, e la sua performance non restava mai confinata alla sola dimensione del “pazzoide”. In Face/Off (John Woo, 1997), ad esempio, Cage è sia il terrorista psicopatico che l’agente FBI che gli dà la caccia dopo lo scambio di identità. In Il ladro di orchidee (Spike Jonze, 2002), interpreta due gemelli agli antipodi, riuscendo a bilanciare perfettamente le due personalità contrastanti, passando dall’ansia esistenziale a una leggerezza quasi comica. E in Cuore Selvaggio trasforma Sailor Ripley in un vero e proprio uragano di emozioni, una combinazione di energia bruta e romanticismo carica di un’irruenza quasi teatrale.

    Negli ultimi anni però, Cage è riuscito a districarsi da quel circuito di produzioni di serie Z che lo avevano confinato per lungo tempo, riscoprendo una nuova vitalità artistica. Non si è limitato a interpretare ruoli che ricalcavano il suo stile, come in Mandy (Panos Cosmatos, 2018) o in Il colore venuto dallo spazio (Richard Stanley, 2019), dove la sua presenza si sposa perfettamente con il carattere surreale e inquietante dei personaggi. È anche andato oltre, con prove più introspettive, come nel già citato Pig, dove la sua recitazione minimalista ha conquistato il pubblico e la critica, dimostrando una maturità e un approccio completamente nuovi alla sua arte. Questa maturità è anche confermata dalla sua presenza nell’autoironico Il Talento di Mr. C (Tom Gormican, 2022), dove Cage si prende gioco della sua immagine pubblica, e dalla sua prova in Longlegs (Oz Perkins, 2024), dove, pur essendo a schermo per pochi minuti, riesce a dominare la scena con grande magnetismo e dove la sua non presenza, ancora più pesante, permea tutto il film.

    Questa “nuova fase” della sua carriera segna una sorta di rinascita per Nicolas Cage, che ritrova finalmente il suo talento riconosciuto sia dalla critica che dal pubblico. Ma soprattutto, guardando ai nuovi progetti in cui è coinvolto, si può notare come l’attore stesso voglia mettere sotto prova costante la sua versatilità, liberandosi una volta per tutte dall’immagine di “attore-caricatura” a cui è stato incatenato per oltre un decennio. 

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    Simone Pagano,
    Redattore.
  • Twin Peaks – L’episodio pilota della serie capolavoro di Lynch e Frost

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    Da anni cinefili e appassionati di tutto il mondo celebrano il 24 febbraio quale Twin Peaks Day. La simbolica data non si riferisce alla messa in onda del primo episodio, bensì alla storia narrata. Il 24 febbraio del 1989 viene ritrovato il corpo di Laura Palmer: successivamente, iniziano le indagini che coinvolgono, in particolare, l’agente speciale Dale Cooper.

    Molta letteratura critica si è occupata dell’analisi e interpretazione della serie televisiva ideata da Mark Frost e David Lynch. I segreti di Twin Peaks, serie diventata sin da subito un cult tra i telespettatori, ha ispirato e continua a ispirare decine di prodotti seriali, da Lost a X-Files, da Wayward Pines a Black Mirror. In occasione del Twin Peaks Day, ritorniamo nella tranquilla cittadina dello stato di Washington analizzando l’episodio pilota, ponendo in risalto quegli elementi che hanno dato inizio a una storia indimenticabile.

    La sigla

    Per gli appassionati della serie, ascoltare il tema principale composto da Angelo Badalamenti produce un piccolo tuffo al cuore. Theme/Falling è un brano in chiave minore, misterioso e ipnotico, che l’8 aprile 1990 risuonò, per la prima volta, sul canale americano ABC. La prima immagine che compare sui teleschermi è un uccellino appollaiato su un ramo, un esemplare di Thryomanes bewickii; in seguito, una panoramica della segheria Packard, l’ambiente naturale, le Snoqualmie Falls e le increspature di un fiume. Ciò che si vede, in prima analisi, è un idillio in cui natura e tecnica s’incontrano nella cittadina di Twin Peaks: un paradiso dettato dalla lentezza che, dopo una manciata di minuti, viene spazzato via. La serie esordisce con il ritrovamento del cadavere di Laura Palmer (Sheryl Lee), diciassettenne originaria del luogo, conosciuta e – all’apparenza – benvoluta da tutti. È evidente come l’intento spiazzante di Lynch e Frost si espliciti nella rottura dell’ordine e della serenità già preannunciato nel tono del tema principale. La composizione di Badalamenti trasmette, in questo senso, tranquillità e al contempo inquietudine.

    LAURA PALMER: UNA PRESENZA-ASSENZA

    La storia è ben nota: David Lynch non aveva intenzione di scervellarsi troppo per cercare l’interprete del personaggio di Laura Palmer, soprattutto in virtù di un budget ridotto. Così, scelse una giovane di Seattle, Washington, luogo delle riprese della serie: d’altronde, affermò il regista al tempo, si trattava di far interpretare all’esordiente Sheryl Lee, un cadavere. Eppure, sin dall’episodio pilota la presenza-assenza di Laura Palmer ha un impatto sconvolgente. La presentazione dei personaggi è costruita intorno alla loro reazione alla scoperta che il corpo della tranquilla ragazza di quartiere è stato ritrovato sul ciglio del fiume, avvolto in un telo di plastica.

    Le immagini ritraenti Laura Palmer, che sono presenti già nel primo episodio, hanno generato un forte impatto nella cultura di massa: dalla fotografia ritraente la ragazza quale reginetta del ballo scolastico al fotogramma che immortala il suo volto cadaverico appena scoperto dalla polizia di Twin Peaks. Nonostante la sua assenza, Laura è Il personaggio della serie televisiva, il cardine delle vicende e anello fondamentale di una serie di cause ed effetti avvolta nel mistero.

    LA COMUNITÀ DI TWIN PEAKS

    I personaggi che si alternano nel corso delle puntate sono molteplici. Tuttavia, già nel corso dell’episodio pilota Lynch e Frost presentano tutti i membri della comunità di Twin Peaks, definendo soprattutto i legami familiari e amorosi, clandestini e non. Qui soggiace la peculiare volontà di mostrare fin dall’esordio come, all’interno della comunità, vi siano dei segreti concernenti le relazioni intrecciate da alcuni personaggi. Il fidanzato di Laura Palmer, Bobby Briggs (Dana Ashbrook), ha un legame amoroso con Shelley Johnson (Mädchen Amick), moglie del camionista Leo (Eric DaRe). La migliore amica di Laura, Donna Hayward (Lara Flynn Boyle), si scambia effusioni con James Hurley (James Marshall), il quale, nel frattempo, aveva iniziato una relazione con Laura. Ed Hurley (Everett McGill) è sposato con Nadine (Wendy Robie) ma è innamorato di Norma Jennings (Peggy Lipton), che lo contraccambia. Lo sceriffo Harry Truman (Michael Ontkean) si frequenta in segreto con Josie Packard (Joan Chen). 

    I legami, tra di loro intrecciati, stabiliscono le coordinate di quelle che saranno le sottotrame della vicenda principale, ossia l’indagine condotta da Cooper e Truman. E sin dall’episodio pilota vengono resi noti i tratti dei personaggi principali, tutti legati, in un modo o nell’altro, a Laura Palmer, e ogni personaggio pare conoscere la ragazza in un modo diverso e del tutto personale. In particolare, la reazione dei singoli rispetto alla morte di Laura è del tutto peculiare: Donna è sconvolta e cerca conforto in James, il quale sembra aver dedotto, in precedenza, un lato nascosto della personalità apparentemente solare di Laura; la madre della ragazza è sconvolta, così come il padre; Bobby è più incline a salvaguardare la propria innocenza circa l’assassinio della fidanzata. Certo resta la drammatica reazione della comunità rispetto all’omicidio della ragazza-modello di Twin Peaks, caratterizzata da grida e urla strazianti che colpiscono lo spettatore per la loro naturalezza disarmante.

    L’AGENTE SPECIALE DALE COOPER

    Un altro personaggio cardine della serie è senza ombra di dubbio Dale Cooper (Kyle MacLachlan) Agente speciale inviato dall’FBI a Twin Peaks per condurre le indagini, Cooper viene introdotto al pubblico mentre è alla guida della sua automobile, intento a registrare una sorta di diario di bordo indirizzato a una certa Diane, una collega dell’FBI. Così come l’agente Fox Mulder della serie televisiva X-Files, Cooper dimostra sin da subito un fiuto eccezionale per gli indizi, nonché un modus operandi estraneo alla piccola realtà di Twin Peaks. La sua vena eccentrica si sposa alla perfezione con la sua professionalità in veste di agente speciale dell’FBI: iconici sono fin da subito i commenti entusiasti circa la flora della cittadina seguiti da riflessioni elaborate sul caso. Cooper, in questo senso, si discosta dalla consueta immagine del detective americano così come elaborata in film e serie televisive: la sua eccentricità genera un coinvolgimento empatico da parte dello spettatore, poiché consapevole di non essere dinnanzi a un personaggio stereotipato, bensì assolutamente umano. La sua ironia e il suo talento sono ben incorporati dall’attore Kyle MacLachlan, già collaboratore di Lynch in precedenti lungometraggi, quali Dune (1984) e Velluto Blu (1986). La sua presenza sì eccentrica, ma anche, in un certo senso, pura e innocente, è uno degli elementi che ha contribuito a fidelizzare il pubblico e ad appassionarlo sia alla storia delle indagini, sia al suo personaggio.

    FUOCO CAMMINA CON ME

    La fine dell’episodio pilota esplicita già la vena mystery che adombrerà tutte le puntate successive. I personaggi e le loro storie iniziano a intrecciarsi, pur restando adombrati sotto il velo del segreto, del non-detto o del non-visibile. Una collana con un ciondolo a forma di mezzo cuore e un biglietto determinano gli ultimi minuti del primissimo episodio di Twin Peaks: Fuoco cammina con me è la scritta impressa su un logoro pezzo di carta, ritrovato sull’ipotetica scena del crimine. Cos’accadrà dopo? è la domanda che molti telespettatori si saranno posti l’8 aprile del 1990. Molte altre cose, risponderebbero coloro che amano e hanno amato la serie televisiva di Frost e Lynch.

    Un solo indizio: i gufi non sono quello che sembrano.

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  • STRADE PERDUTE – IL FILM MANIFESTO DI DAVID LYNCH

    [Questo articolo contiene spoiler sulla pellicola in oggetto]

    Strade perdute (Lost Highway, 1997), film della svolta nella carriera del visionario David Lynch, torna al cinema per merito del progetto Il Cinema Ritrovato della Cineteca di Bologna, nella versione restaurata da Criterion, dal 16 al 18 gennaio.

    David Lynch è tra i registi contemporanei più eclettici, riconoscibili e iconici. Nel mondo dell’audiovisivo ha ricoperto qualsiasi ruolo, da quelli più noti, come il regista e lo sceneggiatore, fino ad altri meno scontati, quali il montatore e lo scenografo, non lesinando anche parti più o meno memorabili in veste di attore; al di là del cinema, invece, è un pittore e un musicista, guru della meditazione trascendentale, per genialità e attitudine si potrebbe azzardare un paragone con David Bowie, presente nello spiazzante Fuoco cammina con me (Twin Peaks: Fire Walk with Me, 1992). È proprio parlando di Twin Peaks (1990-1991) che emerge la vera funzione pionieristica del regista: nel 1990, almeno con un ventennio d’anticipo rispetto allo strapotere di Netflix, David Lynch è stato capace di dimostrare le infinite possibilità della televisione, precursore del ruolo di primaria importanza ricoperto dalla serialità al giorno d’oggi.

    Prima di Strade perdute David Lynch era già stato capace di distinguersi per la sua capacità di introdurre in vari generi – dall’horror al dramma biografico, dalla fantascienza al thriller, dal noir al road movieforti elementi di inquietudine, quasi estrapolati da una dimensione ulteriore, allucinata e non riconducibile al mondo concreto, quello da noi tutti sperimentato nella vita quotidiana. Qualcosa cambia con Twin Peaks e soprattutto con il prequel cinematografico Fuoco cammina con me: l’inquietante e l’inspiegabile diventano il centro della rappresentazione lynchiana, riuscendo ad ampliare il proprio sguardo a mondi e dimensioni ulteriori, sovvertendo le regole dello spazio, del tempo e ogni logica pre-esistente.

    Nonostante possa essere incluso tra i lavori più riusciti di David Lynch, l’accoglienza di Fuoco cammina con me al Festival di Cannes fu generalmente negativa e anche al botteghino il film non ebbe i risultati sperati, non riuscendo a convincere a pieno la critica e non rispettando le aspettative dei fan della serie. Proprio per questo Strade perdute, come già anticipato, è il film della svolta nella carriera di Lynch, per certi versi lo si potrebbe anche elevare allo status di film-manifesto, una sorta di dichiarazione d’intenti che segna l’andamento della carriera del regista negli anni a venire e che troverà il suo massimo compimento in quello che, quasi all’unanimità, può essere considerato come il suo più grande capolavoro: Mulholland Drive (2001). Dopo la cancellazione della serie tv Twin Peaks e dopo la pessima accoglienza di Fuoco cammina con me in molti pensavano che Lynch fosse pronto a dirigersi verso il viale del tramonto. La storia dimostra il contrario e basterebbero soltanto alcune battute di Strade perdute per dimostrarlo.

    Il film inizia all’interno dell’appartamento di Fred e Renée Madison. I due coniugi ricevono per posta delle videocassette contenenti riprese della loro abitazione, prima soltanto dall’esterno, poi anche dell’interno, con dettagli via via sempre più allarmanti. Dopo aver segnalato l’accaduto alla polizia, vi è uno scambio di battute illuminante tra Fred e un agente.

    Fred: “Preferisco ricordare le cose a modo mio”

    Poliziotto: “Si spieghi meglio”

    Fred: “Come le ricordo io, non necessariamente come sono avvenute”

    Prima ancora che le vicende del film diventino più oscure ed ermetiche, con evidenti tinte surreali, David Lynch sembra voler segnalare l’imminente cambio di registro della narrazione o più in generale la radicalizzazione del suo stile – nel modo più esplicito a sua disposizione: enunciando il tutto a parole. La soggettività del ricordo è la componente prima di una visione del mondo basata sul predominio dell’inconscio. Si mettono in primo piano le modalità tramite le quali dei dati vengono registrati piuttosto che l’oggettività dei dati stessi. La dimensione del sogno diventa preponderante, i personaggi si sdoppiano e si ricompongono in una sola identità che rappresenta la sintesi delle precedenti, le personalità diventano magmatiche e i volti e gli oggetti finiscono col diventare dei segni che non trovano rispondenza con un significato canonico.

    Si tratta di un cinema in cui tutto è il contrario di quel che sembra. Nonostante quanto affermato, pensare a questa operazione come l’autocompiacimento di un autore cervellotico rappresenterebbe il più madornale tra gli errori. Tutti gli elementi presenti in Strade perdute – così come nei successivi Mulholland Drive, Inland Empire (2006) o Twin Peaks – Il ritorno (2017) – soggiacciono a delle regole precise seppur incomprensibili. Proprio per questo motivo l’atto della percezione delle migliaia di stimoli presenti nella messa in scena di una pellicola lynchiana rappresenta il fine ultimo dell’esperienza di visione. Pur non rifiutando la forma del racconto, lo scopo ultimo di David Lynch non è quello di raccontare una storia: essa rappresenta soltanto un punto di partenza di un percorso ben più ampio di decostruzione della narrazione e degli elementi a essa riferiti. Partendo da queste considerazioni si può facilmente arrivare a una conclusione: la ricerca del significato univoco di un’opera di Lynch potrebbe non avere un’effettiva utilità o addirittura potrebbe essere un’azione controproducente, con il rischio di macchiare un’esperienza di visione vergine, mai come in Lynch diversa di spettatore in spettatore.

    Da Strade perdute emerge anche un’intenzione metacinematografica da parte dell’autore che, oltre a rendere evidenti i meccanismi della narrazione, mette in scena l’atto del catturare il mondo con la macchina da presa. A ricoprire questo ruolo è l’icona che ha reso questo film un vero e proprio cult, “The Mistery Man“, un uomo cadaverico, onnipresente e dai poteri ignoti, che vanno dall’ubiquità alla capacità di plasmare la realtà: quasi un semidio, una metafora del ruolo che un regista-auteur ricopre rispetto alla propria creatura audiovisiva. Vediamo l’uomo misterioso impugnare una macchina da presa o semplicemente il risultato finale delle sue riprese, che segnano il destino del protagonista, il suo mutamento, il suo ritorno a una condizione che rappresenta la sintesi delle precedenti. Si tratta di un lavoro di selezione e montaggio che caratterizza un cinema in corso d’opera, mai realmente finito, in cui la storia raccontata non è già data ma appare quasi in fase di svolgimento e in continuo mutamento.

    Il cinema di David Lynch rimane innanzitutto un’avvolgente esperienza sensoriale: un cinema di luci e ombre, di suoni e rumori, di corpi e oggetti messi dinanzi allo spettatore in tutta la loro materialità e al contempo nella loro inafferrabilità. La musica è un elemento di fondamentale importanza in tutte le opere del regista, passando da Blue Velvet cantata da Isabella Rossellini nell’omonimo film, fino ad arrivare alle performance al Roadhouse in Twin Peaks e soprattutto al termine di quasi ogni episodio di Twin Peaks – Il ritorno. In Strade perdute la musica assurge quasi a elemento tematico entrando in perfetta comunicazione con l’anarchia del racconto: le note del compianto Angelo Badalamenti passano dalla malinconia, al mistero, alla più pura schizofrenia e si confondono in un manto di sonorità pungenti e differenti tra loro, che vede coinvolti anche David Bowie, Lou Reed, i Rammstein e Marilyn Manson tra gli altri.

    Parlando di elementi ricorrenti nella filmografia di Lynch, anche qua le tende, rosse come nella Black lodge di Twin Peaks, ricoprono il ruolo di confine tra mondi e realtà differenti, rappresentando un vero e proprio limbo, una terra di mezzo. Nelle visioni allucinate, tra il buio più totale e i lampi che abbagliano lo sguardo degli spettatori, vi è una forte ricorrenza del colore rosso. Il rosso è il colore del sangue e dei corpi martoriati; è il colore dei capelli di Renée, della morte, della rinascita e del mistero della vita; è il colore della passione, della sensualità e del rossetto sulle labbra di Patricia Arquette, spesso e volentieri inquadrate in particolare. In fin dei conti Strade perdute è anche un film erotico, in cui la sessualità motiva ogni avvenimento riportato: da un sospetto tradimento a uno effettivamente compiuto, con rappresentazioni dal grande coinvolgimento e che lasciano ben poco spazio all’immaginazione. Ciò è reso possibile soprattutto dalla sfuggente presenza di Patricia Arquette nei panni di Renée Madison e Alice Wakefield, nei panni di una post femme fatale che diventa icona di una concezione rivisitata del neo-noir. In lei il confine tra vittima e carnefice risulta più sottile che mai e si esplicita nella sua sessualità, ma il desiderio maschile a conti fatti viene soffocato da una donna che afferma inequivocabilmente: “Non mi avrai mai“. Un po’ come nessuno di noi riuscirà mai a entrare pienamente nella sfavillante testa di David Lynch.

    Alessandro Corrao

  • VELLUTO BLU – IL RAPPORTO TRA SONORO E VISIVO

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    Se c’è un autore che ha fatto dell’elemento sonoro il perno del suo cinema, quell’autore è sicuramente David Lynch. Eraserhead – La Mente che Cancella (1977), suo film d’esordio, poneva già le basi di quella che sarebbe stata la poetica definita – non a caso – “Lynchiana”, aggettivo divenuto ormai di uso comune per intendere rarefazione narrativa, personaggi dai caratteri alienanti ed estranianti e, soprattutto, “effetti sonori usati come ‘sostanza acustica’ di un’ambientazione talvolta dalle caratteristiche astratte, non più riconducibili per associazione a oggetti reali” (Corbella, 2007, «Il Club Silencio». Alcuni aspetti dell’uso del sonoro nel cinema di David Lynch).

    Eraserhead, infatti, frantumava quel labile confine tra muto e sonoro mediante l’utilizzo innovativo dei rumori naturali (come quello battente e assillante dell’ascensore), che andavano ad affiancare – e talvolta – a piegare la figura umana a loro mero lacchè: affermare che Lynch sia stato uno dei grandi rivoluzionari del sonoro nell’industria hollywoodiana – e non solo – sarebbe un eufemismo; è lo stesso Luca Malavasi a dirci che:

    Lynch, a partire dagli anni ’70, ha contribuito, con coerenza e originalità, a valorizzare il “rumore delle cose” (Michel Chion), ovvero a fare del rumore un elemento autonomo slegandolo dalla sua funzione puramente descrittiva o informativa, caricandolo di sorprendenti ruoli espressivi, poetici e simbolici. Analizzarlo significa studiare come si può sfruttare la permeabilità delle frontiere tra in, off e over (Luca Malavasi, 2019, Il linguaggio del cinema).

    Da sempre Lynch narra tramite i suoi peculiari soundscape ed è per questo che si può considerare il suo quarto film, Velluto Blu (1986), come pellicola principe dello stretto legame fra il piano uditivo e quello visivo.

    Andiamo ora a indagare le metodologie narrative sfruttate da Lynch nella sequenza d’apertura del “film manifesto” del sonoro, soprattutto attraverso i suoi abili giochi col suono di frontiera, nonché “quello più misterioso, dove si possono verificare gli scambi più sconcertanti che minano profondamente l’ancoraggio del film a un terreno spazio-temporale” (Chion).

    Prima di addentrarci e discernere le singole inquadrature della sequenza iniziale di Velluto Blu, è doveroso un breve incipit riguardo alla nascita delle canzoni del film e del loro utilizzo, per rimarcare quanto la musica e il sonoro siano stati fondamentali anche nella sua produzione. Innanzitutto, la pellicola del 1986 segna la prima collaborazione di David Lynch con Angelo Badalamenti, dando origine a uno dei sodalizi regista-compositore più celebri della storia del cinema. Lynch chiese inizialmente a Badalamenti se potesse scrivere qualcosa di simile all’atmosfera creata dalla Sinfonia n.15 in A maggiore di Dmitri Shostakovich, brano strumentale toccante ma al contempo oscuro e misterioso. Il regista ha dichiarato di aver spesso ascoltato la sinfonia durante la stesura della sceneggiatura, arrivando persino a tenerla come sottofondo durante le riprese, per far sì che anche la troupe e il cast l’ascoltassero e si calassero nell’atmosfera che sarebbe stata riflessa nel film.

    Badalamenti era anche supervisore musicale, ovvero doveva prendersi cura delle canzoni presenti nel film: il brano originale, Blue velvet, è del 1950 ed era cantato dai The Closers, per poi essere rifatto da Bobby Vinton in una cover nel 1963. È proprio quest’ultima versione ad aver assai ispirato la lavorazione di tutto il lungometraggio: Lynch chiese a Badalamenti di riarrangiarla in versione vintage, chiedendo proprio Bobby Vinton come cantante. L’unico (grande) problema era il profondo cambio di voce del cantautore dopo vent’anni, che ha portato al diretto mantenimento del suo rifacimento del ‘63, mentre una nuova cover venne realizzata dal personaggio della femme fatale, Isabella Rossellini.

    SCENA D’APERTURA [00:00:25 – 00:03:55]

    MINUTAGGIO SEQUENZA: 00:00:25 – 00:01:47

    IMMAGINE: Un sipario blu ondula mollemente, facendo da sfondo ai titoli di testa, che la sceneggiatura descrive come “folds of blue velvet undulate ever so slowly”.

    SONORO: Risuona “Blue Velvet: Main Title Theme” (extradiegetica) di Angelo Badalamenti.

    MINUTAGGIO SEQUENZA: 00:01:48 – 00:02:03

    IMMAGINE: Il blu del sipario sfuma in quello di un cielo terso. L’inquadratura si abbassa lentamente per inquadrare un recinto d’un bianco candido assieme a rose rosso sgargianti.

    SONORO: “Blue Velvet” di Bobby Vinton (extradiegetica) accompagnata dal cinguettio allegro di pettirossi (voice off).

    MINUTAGGIO SEQUENZA: 00:02:04 – 00:02:12

    IMMAGINE: Un camion dei pompieri si muove molto lentamente in fondo alla strada, e il pompiere a bordo saluta in camera sfondando la quarta parete. 

    SONORO: “”

    MINUTAGGIO SEQUENZA: 00:02:13 – 00:02:17

    IMMAGINE: Dei tulipani gialli “ondeggiano nella calda brezza pomeridiana”.

    SONORO: “”

    MINUTAGGIO SEQUENZA: 00:02:18 – 00:02:24

    IMMAGINE: Dissolvenza su un poliziotto che permette a dei bambini di “attraversare la strada sicuri”.

    SONORO: “”

    MINUTAGGIO SEQUENZA: 00:02:25 – 00:02:33

    IMMAGINE: Ci viene mostrata la casa di Mr.Beaumont. Stacco sul padrone di casa intento a innaffiare il prato.

    SONORO: “Blue Velvet” continua ma si abbassa leggermente di volume per far sentire il rumore dell’acqua spruzzata (voice on).

    MINUTAGGIO SEQUENZA: 00:02:34 – 00:02:41

    IMMAGINE: Stacco sulla moglie che sta guardando un film noir in cui sta per essere commesso un omicidio (primo piano su una pistola). Lei guarda incuriosita.

    SONORO: Il rumore dell’acqua scompare ma continua “Blue Velvet” di Bobby Vinton.

    MINUTAGGIO SEQUENZA: 00:02:42 – 00:02:58

    IMMAGINE: Stacco di nuovo su Mr.Beaumont, inquadratura più vicina di quella precedente. La pompa comincia a perdere acqua, il filo è attorcigliato a un ramo d’un cespuglio.

    SONORO: Continua “Blue Velvet”, ma il rumore dell’acqua è decisamente più intenso. Non appena la pompa comincia ad attorcigliarsi, il rumore diventa un “loud hissing noise”, unito a quello ticchettante della base della pompa che sbatte incessantemente.

    MINUTAGGIO SEQUENZA: 00:02:59 – 00:03:11

    IMMAGINE: L’uomo è colpito da un malore e si accascia a terra. Primo piano sulle gocce della pompa che vengono spruzzate in alto. La sceneggiatura specifica che le goccioline “are somewhat abstracted as they dance in the light”.

    SONORO: Si sovrappongono “Blue Velvet” (extradiegetica), il sibilo dell’acqua (voice on), il ticchettio della pompa (voice off) e i versi di dolore di Mr.Beaumont (voice on). Questi ultimi cessano nel momento in cui vengono inquadrate le gocce danzanti.


    MINUTAGGIO SEQUENZA:
    00:03:12 – 00:03:17

    IMMAGINE: Campo lungo sull’uomo a terra e ingresso di Gregg, un neonato con indosso un pannolino e in mano un grande ghiacciolo rosso. Un cane si diverte con l’acqua appoggiandosi al ventre di Mr.Beaumont.

    SONORO: “Blue Velvet” si mescola nuovamente al sibilo dell’acqua, al ticchettio della pompa e all’abbaiare del piccolo cane divertito (voice on).

    MINUTAGGIO SEQUENZA: 00:03:18 – 00:03:20

    IMMAGINE: Inquadratura stretta e in slow motion sul cane che continua a divertirsi con l’acqua, noncurante dell’uomo a terra.

    SONORO: Il sonoro resta invariato, se non per l’abbaiare del cane che è di tono deformato e più basso perché in slow motion, ma è l’unico a cambiare.

    MINUTAGGIO SEQUENZA: 00:03:21 – 00:03:55

    IMMAGINE: Piano sequenza che ci immerge nelle viscere del prato “as if in a dark forest”. Il nero brulicante del terriccio scopriamo essere insetti neri. Taglio secco su un cartello che cita “Welcome to Lumberton”.

    SONORO: La musica di “Blue Velvet” diventa pian piano più flebile fino a svanire. Nel mentre il ticchettio della pompa si intensifica e assume un carattere più meccanico fino a svanire anch’esso, per lasciare spazio agli insetti che “crawling and scratching in the darkness”, uniti a altri suoni oscuri non ben identificabili (infatti definiti “ominous”).

    I TITOLI DI TESTA

    La scena d’apertura di Velluto Blu funge, in pratica, da sunto delle caratteristiche portanti dell’intera opera: da un punto di vista uditivo la melodia che avvertiamo durante i titoli di testa ricorda quelle dei classici noir hollywoodiani, mentre per quanto concerne il visivo abbiamo la sinuosità del sipario (che “undulate ever so slowly”) riflessa nei caratteri corsivi ed eleganti dei titoli. Tutto ciò contribuisce a creare un’atmosfera di sensuale e sognante mistero, frantumata in una frazione di secondo dal cinguettio dei pettirossi e da Blue Velvet, contemporaneamente alla sfumatura del blu del sipario in quello del cielo terso.

    L’INTERVENTO DI BLUE VELVET 

    La voce e le sonorità della canzone di Bobby Vinton stimolano una sensazione di leggerezza e spensieratezza, oltre ad andare a coprire in voice off i rumori della cittadina, inudibili a noi spettatori. Leggendo la sceneggiatura notiamo che la prima parte di tutte le immagini che seguono è descritta mediante i termini di un paesaggio idilliaco: aggettivi come “beautiful”, “warm”, immagini incantevoli di un cielo blu con rose rosse, l’uniforme del poliziotto è “clean” e lui è “smiling”, i bambini sono “happy” e attraversano la strada “safely”. Il camion dei pompieri è “bright red gorgeous” e si muove “very slowly down the street” (“slowly” ripetuto già per la seconda volta). Ecco un altro volto, questa volta quello del pompiere, che è “happy” anch’esso e guarda direttamente in camera. Tutta questa prima sequenza è esplicitamente indicata da Lynch come “slow motion and dreamy”.

    Grazie a tutti questi stratagemmi narrativi, Lynch ci proietta in un passato dalle connotazioni astratte e sognanti, senz’alcuna indicazione cronologica: dagli abiti e dalle immagini capiamo essere collocati all’incirca tra metà anni ‘50 e inizio ‘60, all’interno di quella che gli americani chiamerebbero un’apple pie America. Eppure, già da ora capiamo esserci qualcosa di prettamente lynchiano nella sequenza: la diegesi in cui il regista ci catapulta è un idillio troppo puro, dove – almeno inizialmente – non esistono nemmeno i suoni ambientali ma soltanto la voce limpida e chiara di Bobby Vinton. Un idillio talmente perfetto da essere portato al parossismo e sfociare nel suo opposto, nonché una sensazione di forte straniamento suggerita anche dallo sfondamento della quarta parete da parte del pompiere a rallentatore; sappiamo che nella realtà di tutti i giorni non potremmo mai trovare niente del genere, in nessuna parte del mondo.

    IL SOUNDSCAPE LYNCHIANO SCOPRE LE CARTE

    Quest’atmosfera di dicotomia e ambivalenza è infatti prima riflessa – e poi svelata – nella seconda parte della sequenza in oggetto: una pistola appare nel televisore della moglie – che sta guardando probabilmente un film noir -, e subito dopo cambiano radicalmente i termini utilizzati da Lynch per descrivere le immagini e i suoni: il malore dell’uomo è “tremendous”, il rumore della pompa è un “loud hissing noise” che si sovrappone fortemente alla canzone di Bobby Vinton, tant’è che non appena è inquadrato il cane tramite lo zoom in slow motion, abbiamo una mescolanza di voice on (abbaiare del cane), off (sibilo dell’acqua e ticchettio della pompa) e over (Blue Velvet) che generano un suono dal forte effetto dissonante e disarmonico. La disarmonia si accentua sempre più e diventa sempre più tenebrosa, una volta che cominciamo ad addentrarci nell’erba del prato. Quest’ultima è descritta come “dark forest” e l’immagine diventa sempre più oscura (“getting darker”); contemporaneamente Blue Velvetbecomes fainter” per lasciare spazio al “crawling and scratching in the darkness” degli insetti, che producono un “suono infausto” (“ominous sounds”). Notare come il suono appena descritto, sia generato dal tramutarsi del ticchettio della pompa (prima voice off) in un effetto di continuità (che lo farà diventare voice on).

    Appare limpido, ora, cosa vuole dirci il regista con questa sequenza: siamo immersi in una realtà metafisica, immateriale, sognante (l’atmosfera “dreamyè esplicitamente ricercata nella sceneggiatura del regista) dov’è costante la giustapposizione di amore e tenebre, normale e anormale, placido e orrorifico. Tutto ciò è suggerito tramite l’originale e innovativa unione di visivo e sonoro, e tramite la giustapposizione della canzone di Bobby Vinton a quelli che vengono definiti i “rumori d’accompagnamento”: toni gravi, bassi, profondi, neri (come rimarcato dal termine “dark” ripetuto più volte nella seconda parte della sequenza), che richiamano una commistione di vibrazioni e rimbombi (come l’assillante ticchettio della pompa d’acqua) che vanno a sostituire il sonoro ambientale e la canzone, dando vita a veri e propri soundscape martellanti e minacciosi. L’atmosfera è perciò prima parossisticamente idilliaca, e un secondo dopo connotata da tinte enigmatiche con sonorità inconsuete per le nostre orecchie, laddove le “partiture rumorose” lynchiane servono per significare non il visibile, ma l’invisibile – contro ogni qualsivoglia logica naturalistica – esattamente come accade in questo caso per gli insetti, i quali – senza lo “scratching” in voice on – non emergerebbero ma rimarrebbero soltanto un convulso magma di figure nere in movimento, ora rese appunto “visibili” dall’utilizzo di Lynch del sonoro.

    IL RIDICOLO SUBLIME

    Trovo calzante la funzione osservata da Slavoj Žižek in merito all’utilizzo operato da Lynch sulle musiche: la rimarcazione e creazione del ridicolo sublime(Žižek, 2000, Lynch: il ridicolo sublime), ovvero la disgregazione dell’unità psicologica dell’ascoltatore/spettatore tramite la resa patetica e piena di cliché delle scene che – contrariamente a quello che avverrebbe nel cinema classico – vanno prese con estrema serietà (noi dobbiamo credere e prendere seriamente l’idillio della cittadina presentata), creando così un forte effetto di straniamento nello spettatore.

    Velluto Blu è infatti un costante e subliminale flusso sonoro di giustapposizione del banale e del placido all’orrorifico, soprattutto per via delle melodie scelte da Lynch; come abbiamo visto, la canzone prettamente pop, Blue Velvet (ma anche quella più rockabilly che apparirà solo a metà film, In Dreams) risale alla decade che va da metà anni ‘50 a metà ‘60, periodo (ideale) in cui sono ambientate le vicende. La tradizione musicale richiamata dalla voce di Bobby Vinton è quella dall’impianto testuale pieno zeppo di cliché e perlopiù cantata da voci pulite e limpide (banale), ma accostate a folli scene tenebrose e misteriose (orrorifico: come gli insetti di inizio film). Già allo scadere dei titoli di testa e con il passaggio di sfumatura dal blu del sipario a quello del cielo terso, Lynch aveva già preannunciato la facilità del passaggio dalle atmosfere noir a quelle più placide della cittadina di fine anni ‘50: sotto l’apparente quiete di questa pacifica e idilliaca cittadina, e forse del mondo, giace una terrificante corrente sotterranea di puro male.

    Velluto Blu è un sogno uditivo, paranoico, ossessionato e ossessivo, dove l’orecchio dello spettatore assieme alle canzoni di Badalamenti e Bobby Vinton (ma anche di Julee Cruise con “Mysteries of Love, o di Roy Orbison con “In Dreams), divengono i veri protagonisti.

    L’autore abbatte lo statuto dell’immagine per innalzare l’altare delle potenzialità del sonoro: Velluto Blu potrebbe essere fruito anche a occhi chiusi. Deve essere ascoltato, più che visto.

    Nel cinema, dopo Lynch, l’utilizzo del sonoro non è stato più lo stesso.

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  • TWIN PEAKS: IL RITORNO – L’IRRAZIONALE MECCANISMO DI UN CAPOLAVORO

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    «Ti rivedrò ancora, fra venticinque anni. Ma intanto…»

    L’autore di questa recensione sa che su Twin Peaks è stato scritto di tutto e di più. Ogni episodio, ogni ambientazione, ogni personaggio sono stati passati al vaglio da analisi critiche, accademiche, semiotiche e artistiche per sviscerare tutti i significati nascosti dietro l’opera di David Lynch e Mark Frost, che ha dato una nuova connotazione al medium televisivo, fino agli anni ‘90 ancora considerato fratellino minore e commerciale del cinema.

    Al contrario, Twin Peaks – Il Ritorno non sembra essere riuscita a imporsi nello zeitgeist culturale e mediatico allo stesso modo, pur riscontrando un enorme successo di pubblico e critica. Questo fatto era tutto sommato inevitabile – semplicemente perché Twin Peaks è stato a suo tempo un fenomeno culturale e mediatico impossibile da replicare -, ma dall’altro non rende giustizia alle dimensioni di una serie, per certi versi, ancora più rivoluzionaria.

    Chi scrive questa recensione considera d’altra parte Twin Peaks – Il Ritorno (uscita sul canale Showtime nel 2017) opera a sé stante e non solo terza stagione della serie andata in onda nel 1991, e di gran lunga superiore alle pur maggiormente riconosciute due stagioni iniziali.

    IL LUNGO RITORNO A TWIN PEAKS

    Twin Peaks – Il Ritorno demolisce fin da subito qualsiasi pretesa di logica narrativa che pure rivestiva, anche solo a livello superficiale, la prima serie. La serie inchioda fin da subito lo spettatore in un labirinto di analogie e metafore e, come la gabbia di vetro ripresa da numerose telecamere nel primo episodio, rivela fin da subito la sua natura meta-narrativa e riflessiva (compresa di inserzioni pubblicitarie, divagazioni, numeri musicali a conclusione di ogni episodio).

    Non ha molto senso rintracciare la storia principale di Twin Peaks – Il Ritorno, perché non ce n’è una. O, per meglio dire, le storie sono tante, si intrecciano, si concludono e si disperdono nei modi più imprevedibili, tra frammenti narrativi senza sbocchi in cui tempo e spazio non sembrano avere una direzione precisa. Le vicende dell’agente speciale Dale Cooper (Kyle MacLachlan) riprendono da dove erano state interrotte, nella Loggia nera da cui deve cercare di evadere e in cui viene incaricato di riportare il suo Doppelgänger creato dalla nemesi BOB. Questa fuga incontra un brusco ostacolo quando Cooper viene dirottato e sostituisce un secondo sosia, l’agente assicurativo Dougie a Las Vegas, e trascorre gran parte degli episodi in uno stato di semi incoscienza. Il protagonista, l’eroe della serie, passa la maggior parte del tempo inerte e inconsapevole, spinto non dalle sue capacità ma dalla logica oscura della Loggia Nera, che si presenta sotto sprazzi di visioni. In questa disamina e decostruzione nel ruolo del protagonista (e del ruolo dell’essere umano nelle vicende della Vita) sta il cuore di un’opera che si presenta come parodia e presa in giro della tradizionale struttura narrativa. 

    Stavolta non c’è un solo mistero che traina l’attenzione dello spettatore per tutta la serie, com’era invece stato per l’omicidio di Laura Palmer quasi trent’anni prima: i misteri sono molti, le suggestioni ancora di più, le risposte poche. L’azione si sposta da New York a Las Vegas a Twin Peaks alla Loggia Nera e oltre, ritrovando personaggi nuovi e familiari alle prese con la quotidianità. Com’era stato nella prima serie, dietro l’apparenza confortante, i colori vivaci e i riti quotidiani della cittadina di Twin Peaks, si nascondono segreti e verità inconfessabili.

    “HAI DA ACCENDERE?”

    Così si arriva a quell’Episodio 8, un’opera all’interno dell’opera, un’odissea in bianco e nero racchiusa nell’odissea a colori vividi del resto della serie. Il primo test nucleare in New Mexico in cui BOB viene partorito; il Boscaiolo che uccide un disc jockey e fugge nella notte; la nascita della creatura metà rana e metà mosca; vignette inquietanti sparse nel deserto notturno: la genesi dell’universo di Twin Peaks è un microcosmo di Male e Caos, che infrange la rassicurante facciata di uno stereotipato e stucchevole American Way of Life. In questo episodio sta il cuore (oscuro) di Twin Peaks: lo sgretolamento di ogni logica e convenzione sociale di fronte ai nostri istinti più oscuri e primordiali.

    Ed è per questo che, dopo l’estrema frammentazione di storie e personaggi, la risoluzione del caso di Laura Palmer, a lungo attesa, e il ripristino dell’ordine iniziale arrivano come un’oasi nel deserto, come un sospirato ritorno al rassicurante status quo… se non fosse che Il Ritorno si conclude bruscamente con un nuovo enigma, ancora più oscuro dei precedenti; stavolta, tuttavia, senza alcuna promessa di vederne una qualsiasi risoluzione. Un nuovo allontanamento dallo status quo, privo stavolta di una garanzia di ritorno.

    “ ‘PURE HEROIN’ DAVID LYNCH”

    Qual è, dunque, il segreto di Twin Peaks? Che di tutte le riflessioni possibili che possono scaturire dalla visione della serie (e dalla stessa analisi che avete appena letto), nessuna viene dettata in maniera esplicita dal racconto o dai personaggi. Le storie di vita quotidiana (e straordinaria) che circondano le vicende di Twin Peaks rendono difficile rintracciare un significato univoco alle vicende ma, come qualsiasi opera d’arte, ciascuno ne ricaverà un’impressione diversa: è dello spettatore il compito di dare un significato, del tutto personale, alla serie. Tuttavia ciò non la rende un’opera vuota, e questa analisi ha solo scalfito la superficie della rete di significati che questa serie offre.

    Di sicuro non è una serie per tutti, e lo si dice senza alcun elitarismo: è una serie ostica e difficile da seguire, soprattutto se da una narrazione ci si aspetta prima di tutto chiarezza e coesione. Alcuni troveranno Il Ritorno un esercizio sterile e superfluo, una perdita di tempo; altri lo troveranno una fonte d’ispirazione continua, e una delle serie migliori degli ultimi anni; di sicuro, nessuno ne uscirà indifferente.

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  • DAVID LYNCH E I SUOI PRIMI CORTOMETRAGGI

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    Il “regista più importante di questa epoca” (The Guardian) compie oggi 76 anni.

    David Lynch nasce a Missoula (Montana) il 20 gennaio 1946, trascorrendo l’infanzia nel nord-ovest degli Stati Uniti. Fin da bambino tende ad isolarsi, trascorrendo il suo tempo libero osservando il paesaggio circostante, studiando attentamente i dettagli della natura e disegnando.  Sviluppa quindi una grande passione per la pittura, che diverrà anche la base da cui darà vita al suo cinema.

    Nel 1965, a 19 anni, si iscrive alla Pennsylvania Academy of Fine Arts a Philadelphia. Questa Accademia rappresenterà un punto di rottura nella sua vita, dandogli una possibilità che stravolgerà il suo futuro così come lo aveva immaginato.

    SIX MEN GETTING SICK – I PRIMI CORTI

    Il primo cortometraggio di David Lynch nasce grazie ad una gara di pittura sperimentale in Accademia, nel 1966. Lynch intendeva partecipare con un dipinto raffigurante un giardino nero con esili macchie verdi, delle piante incolte che fendevano l’oscurità, reminiscenze della sua infanzia. La vista del suo quadro, però, lo ispirò a tal punto da decidere di dare vita a quelle figure. Così con una 16 mm e un budget di 200 dollari lavorò ad un’animazione angosciante della sua stessa opera: nacquero in questo modo i “sei uomini malati”, sei sinistre figure che trasmettono un forte senso di sofferenza e di inquietudine per un minuto intero, mentre una danza di linee si dispiega sul suono delle sirene di un’ambulanza. Lavorando a questo corto, Lynch si lasciò guidare dal processo creativo, secondo un modo simile all’automatismo psichico dei surrealisti: partendo da un determinato punto le idee si ramificano e l’inconscio lascia che nuovi spunti interferiscano facendo sì che il risultato sia diverso dall’intento iniziale.

    Con Six men getting sick Lynch vinse il primo premio, che divise col pittore Noel Mahaffey.

    https://www.youtube.com/watch?v=X0O4Qd07jzs

    Nello stesso periodo il regista visse delicate vicende familiari. Si innamorò di Peggy, una sua compagna d’Accademia che decise di sposare immediatamente. Ad aprile dell’anno dopo, in un momento di grandi difficoltà economiche, nacque sua figlia Jennifer. Per David Lynch ebbe così inizio un periodo molto burrascoso ed incerto della sua vita; nonostante questo l’artista non si diede per vinto, e continuò a sperimentare con quella che era diventata l’altra sua grande passione dopo la pittura: l’immagine in movimento, il cinema.

    THE ALPHABET

    Il corto successivo, The alphabet (1968) vide la luce grazie ad una proposta di collaborazione di H. Barton Wasserman, un altro studente dell’Accademia desideroso di lavorare con Lynch dopo il successo del suo primo lavoro. L’ispirazione arrivò grazie ad un racconto di sua moglie Peggy che, andata a far visita ai suoi genitori, aveva trovato sua nipote addormentata in un lettino. La bimba stava avendo un incubo in cui continuava a ripetere l’alfabeto. Il cortometraggio The alphabet è l’interpretazione Lynchiana di quell’incubo. Questo fu il primo momento in cui il regista mostrò le sue abilità di sound designer (che si manifesteranno del tutto in seguito) giocando con le incisioni dei vagiti di sua figlia. I dipinti di Francis Bacon sono le fondamenta su cui il corto è costruito visivamente, ed è possibile anche cogliervi un riferimento al conflitto di Lynch con le istituzioni scolastiche. Il regista decise di presentare la sua opera ad un concorso dell’American Film Institute,la cui vittoria avrebbe garantito delle sovvenzioni per la distribuzione del cortometraggio. Nonostante Lynch non fu tra i vincitori, i quali erano già quasi tutti registi affermati e con più esperienza, i due capi dell’AFI, Tony Vellani e George Stevens jr, lo contattarono personalmente per offrirgli un budget di 7.200 dollari e un adeguato canale di distribuzione.

    https://www.youtube.com/watch?v=oJ_t1eOAipo

    THE GRANDMOTHER

    Nel 1970 venne realizzato The grandmother, che mise per la prima volta il regista dinanzi ai veri problemi della realizzazione di un film. David scelse come protagonista della pellicola Richard White, un ragazzino che vedeva spesso passeggiare intorno a casa sua e che si rivelò perfetto per il ruolo assegnatoli. La nonna invece venne interpretata da Dorothy McGinnis.

    Questo cortometraggio rappresentava la sua più grande ambizione, e vi lavorò con grande impegno provvedendo lui stesso ad ogni aspetto della realizzazione. Per il sound design chiese l’aiuto di Alan Splet e del gruppo dei Tractor, ottenendo un suono inventivo e sperimentale, oltre che alcuni effetti sonori che non esiterà a riutilizzare in futuro.

    Nell’opera viene raccontata la storia di un bambino in un rapporto conflittuale coi genitori che sogna di far resuscitare la nonna morta da un baccello. Il sogno diviene realtà, ma a questa rinascita seguirà in breve tempo una rapida putrefazione. Risultano evidenti i rimandi a figure ancestrali rappresentate in un ciclo di vita e morte interno all’inconscio, il tutto inserito nella percezione del mondo di un bambino psicologicamente provato. Sarà grazie a questo lavoro -apprezzatissimo da Vellani e dai suoi colleghi- che Lynch verrà invitato a Los Angeles alla base dell’American Film Institute. Ed è qui che, un paio di anni dopo, inizierà a lavorare sul suo primo lungometraggio: Eraserhead. Ma questa è un’altra storia.

    https://www.youtube.com/watch?v=Hvq9bEajIVE

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