Tag: david lynch

  • MULHOLLAND DRIVE: UNA STORIA D’AMORE

    type=”flex” hundred_percent=”no” hundred_percent_height=”no” min_height=”” hundred_percent_height_scroll=”no” align_content=”stretch” flex_align_items=”flex-start” flex_justify_content=”flex-start” flex_column_spacing=”” hundred_percent_height_center_content=”yes” equal_height_columns=”no” container_tag=”div” menu_anchor=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” status=”published” publish_date=”” class=”” id=”” spacing_medium=”” margin_top_medium=”” margin_bottom_medium=”” spacing_small=”” margin_top_small=”” margin_bottom_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_dimensions_medium=”” padding_top_medium=”” padding_right_medium=”” padding_bottom_medium=”” padding_left_medium=”” padding_dimensions_small=”” padding_top_small=”” padding_right_small=”” padding_bottom_small=”” padding_left_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” link_color=”” link_hover_color=”” border_sizes=”” border_sizes_top=”” border_sizes_right=”” border_sizes_bottom=”” border_sizes_left=”” border_color=”” border_style=”solid” box_shadow=”no” box_shadow_vertical=”” box_shadow_horizontal=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” z_index=”” overflow=”” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_position=”center center” background_repeat=”no-repeat” fade=”no” background_parallax=”none” enable_mobile=”no” parallax_speed=”0.3″ background_blend_mode=”none” video_mp4=”” video_webm=”” video_ogv=”” video_url=”” video_aspect_ratio=”16:9″ video_loop=”yes” video_mute=”yes” video_preview_image=”” render_logics=”” absolute=”off” absolute_devices=”small,medium,large” sticky=”off” sticky_devices=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_background_color=”” sticky_height=”” sticky_offset=”” sticky_transition_offset=”0″ scroll_offset=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″][fusion_builder_row][fusion_builder_column type=”1_1″ layout=”1_1″ align_self=”auto” content_layout=”column” align_content=”flex-start” valign_content=”flex-start” content_wrap=”wrap” spacing=”” center_content=”no” link=”” target=”_self” min_height=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” type_medium=”” type_small=”” order_medium=”0″ order_small=”0″ dimension_spacing_medium=”” dimension_spacing_small=”” dimension_spacing=”” dimension_margin_medium=”” dimension_margin_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_medium=”” padding_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” hover_type=”none” border_sizes=”” border_color=”” border_style=”solid” border_radius=”” box_shadow=”no” dimension_box_shadow=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” background_type=”single” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_image_id=”” background_position=”left top” background_repeat=”no-repeat” background_blend_mode=”none” render_logics=”” filter_type=”regular” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” last=”true” border_position=”all” first=”true”][fusion_text columns=”” column_min_width=”” column_spacing=”” rule_style=”default” rule_size=”” rule_color=”” content_alignment_medium=”” content_alignment_small=”” content_alignment=”justify” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” margin_top=”” margin_right=”” margin_bottom=”” margin_left=”” font_size=”” fusion_font_family_text_font=”” fusion_font_variant_text_font=”” line_height=”” letter_spacing=”” text_color=”” animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=””]

    Il capolavoro di David Lynch torna al cinema restaurato in 4K dal 15 al 17 novembre 2021. Qui trovate l’elenco di tutte le sale in cui verrà proiettato.

    Intervistatore“Ci ha parlato più volte dell’idea da cui nascono i suoi film. Qual è l’idea che sta alla base di Mulholland Drive?”

    David Lynch“Una delle cose più belle del genere umano è che possediamo l’intuito. È una facoltà in cui il cinema non crede più. Spendiamo molto tempo a spiegare le cose, ma non ce n’è bisogno: Mulholland Drive è lì sullo schermo e può essere compreso facilmente da te, anche se potrebbe essere diverso da quello che ho capito io. Faccio sempre un esempio per spiegare questa cosa: pensiamo ai registi o agli scrittori morti; non possiamo più resuscitarli e chiedere loro cosa volessero dire. Ci resta solo il loro lavoro. E il loro lavoro è perfetto così com’è perché gli autori lo hanno creato così. Non ha bisogno che vi si sottragga o aggiunga nient’altro.”

    (da David Lynch in conversazione con Mario Sesti)

    Mulholland Drive (2001) di David Lynch, possiamo affermarlo senza alcun indugio, è una delle opere cinematografiche più importanti degli anni Duemila: nel 2016 un sondaggio della BBC, compiuto consultando centosettantasette critici cinematografici da trentasei paesi, lo ha addirittura posto in cima alla classifica dei migliori film del 21° secolo. Infiniti articoli, recensioni e saggi sono stati scritti a proposito di questa leggendaria pellicola, nel tentativo di analizzarla e dissezionarla, di individuarne il cuore pulsante. Eppure il suo autore rifiuta (non vuole? non sa?) di esprimersi a questo proposito: è consapevole che se la “verità” venisse rivelata il sogno che  Mulholland Drive rappresenta verrebbe meno. Si è limitato a rilasciare le celebri “dieci domande” (è possibile leggerle su Wikipedia), le cui risposte consentirebbero di comprendere la pellicola, e un’enigmatica sinossi del film: “Parte prima: lei si ritrova dentro un mistero perfetto. Parte seconda: una triste illusione. Parte terza: amore.” La trama, spiegata in maniera meno ermetica, è pressoché questa: a Los Angeles, sulla Mulholland Drive, si verifica un violento incidente d’auto, in cui sopravvive solo la bruna Rita (Laura Harring), che si rifugia nella casa della bionda Betty (Naomi Watts), una giovane aspirante attrice appena giunta nella metropoli californiana. La prima non ricorda nulla, la seconda tenta di aiutarla a ritrovare la propria identità. Le due donne diventano amiche, poi amanti, infine nemiche. Intorno a loro il regista Adam Kesher (Justin Theroux) è alle prese con la realizzazione di un film, per il quale i produttori vogliono imporre come protagonista la sconosciuta Camilla Rhodes. Intanto un killer imbranato effettua un omicidio, e una scatoletta blu e un assurdo club notturno chiamato Silencio divengono la chiave di volta dell’intero universo narrativo. 

    Ma dunque, partiamo dal principio. Mulholland Drive non nacque come un film. Doveva essere l’episodio pilota di una serie televisiva per la ABC, mai realizzata. L’emittente infatti abbandonò il progetto, intimorita da una trama davvero troppo fumosa e complessa. Circa un anno dopo, il produttore francese Pierre Edelman di StudioCanal visionò il girato e si dichiarò disposto a produrre un lungometraggio. Lynch, a quel punto, si trovò obbligato a trasformare il copione del pilota in quello di un film vero e proprio. Opera già di per sé molto ardua, resa ancor più complessa dal fatto che, come afferma Lynch, “mi stavo rendendo conto che non avevo proprio nessuna idea su come concludere il film”. Infatti “un episodio pilota è una creatura particolare. Non è un lungometraggio. Anzi, va contro le regole del lungometraggio, perché fa iniziare delle cose ma non le porta a termine.” Lynch si rese conto che per Mulholland Drive egli aveva diversi filoni narrativi aperti e non autosufficienti. Serviva un’idea che potesse legarli, un trucco. Anche se a questo proposito le dichiarazioni del regista si interrompono qui, è possibile rintracciare quest’ultimo nel famoso Nastro di Möbius

    Esso è, in matematica, una superficie non orientabile, e potrebbe costituire una sorta di formulazione visiva della struttura narrativa di Mulholland Drive. Il film, infatti, per i primi due terzi appare tutto sommato lineare, mentre nell’ultima parte, con il passaggio all’interno della “scatola blu”, tutto quanto viene invertito; esattamente come, ipotizzando di poter percorrere a piedi il Nastro, si finirebbe per tornare al punto di partenza, ma girati al contrario. Così facendo, non solo Lynch riesce a trovare la tanto sospirata chiusa per il suo film, ma porta a compimento la sperimentazione narrativa già iniziata con Strade perdute, dando vita ad uno dei più mirabolanti e irrisolti enigmi cinematografici

    Ma Mulholland Drive non è solo questo: è un caleidoscopio in cui l’ambientazione iperrealista, la satira grottesca (una Hollywood così bizzarra, ridicola e deforme non si era mai vista) e l’inquietudine diffusa in ogni singolo fotogramma si fondono alla perfezione. Raramente, forse mai, il mondo è apparso così terrificante nella sua quotidianità. La telecamera di Lynch e del direttore della fotografia Peter Deming fluttua, in un perenne ondeggiamento, percorrendo corridoi, vialetti, o addirittura grandi boulevard losangelini, in un’estremizzazione dei moduli stilistici ed espressivi del cinema, portati alle massime conseguenze. Ogni movimento di macchina riesce a trasmettere un terrore indecifrabile. È cinema nella sua essenza, che comunica utilizzando solo ciò che gli è proprio: l’immagine e il sonoro (la colonna sonora di Angelo Badalamenti, ancora una volta, è da annali). Los Angeles è dipinta come la città del mistero, dell’opportunità e del fallimento, è guardata con profonda fascinazione e paura, osservata con il timore e l’affetto di chi ci vive. 

    Ancora: Lynch dimostra la sua tipica abilità nel creare tensione attraverso il dialogo incongruente ed ermetico. Come nel Teatro dell’Assurdo, le domande che vengono poste non corrispondono, a livello logico, alle risposte che vengono fornite. Esemplare in questo senso è l’indimenticabile scena dell’incontro notturno con il Cowboy, in cui il regista-sceneggiatore riesce, annullando la colonna sonora e raffreddando le immagini, a comunicare angoscia solo attraverso un dialogo formalmente innocuo. 

    Anche la musica e il canto, come in tanti film di Lynch, sono protagonisti in Mulholland Drive, e ancora una volta suscitano nei personaggi una reazione fortissima: le lacrime. Nella sequenza ambientata nel Club Silencio, che non a caso rimescola le carte della narrazione, le due protagoniste del film – all’udire la canzone Llorando, versione spagnola del brano Crying di Roy Orbison – scoppiano a piangere, come Jeffrey e Frank in Velluto blu e come Laura Palmer in Fuoco cammina con me, e forse intuiscono qualcosa, sentono che sta succedendo qualcosa, che tutto sta per cambiare. Il canto nel cinema di Lynch pare essere il segno dell’ingresso in un universo altro (non a caso i cantanti nei film del regista sono sempre posti di fronte a tende rosse, che in Twin Peaks conducono alla Loggia Nera e che in genere paiono aprire a dimensioni soprannaturali) e le lacrime rappresentano il crollo delle certezze, la definitiva assunzione di consapevolezza che il proprio mondo non è ciò che sembra.

    Il canto suscita il pianto in Velluto blu (1986), Fuoco cammina con me (1992) e Mulholland Drive (2001)

    Al di là di tutto ciò, però, Mulholland Drive è il racconto di una bellissima storia d’amore tra due donne opposte: una mora, l’altra bionda, una imponente, l’altra mingherlina. Per questo motivo non pare insensato affermare che il punto focale della pellicola sia una scena d’amore saffico, tra le più belle mai viste al cinema, in cui le due protagoniste si innamorano o forse semplicemente ricordano (o sognano?) quanto sia stato bello innamorarsi. Non sapremo mai infatti se questa storia d’amore sia al suo inizio o alla sua fine, ma d’altra parte, come dice Lynch: “Penso che [gli spettatori, ndr] sappiano già da soli di cosa si parla. Penso che l’intuizione – il detective che è dentro ogni essere umano – ricomponga gli elementi in modo che abbiano senso per noi. Dicono che l’intuizione renda possibile la conoscenza interiore, ma una particolarità della conoscenza interiore è che è davvero difficile da comunicare verbalmente agli altri. Non appena ci provi, ti rendi conto che ti mancano le parole, che non saresti in grado di spiegarla ad un amico. Eppure è dentro di te. […] Penso che gli spettatori sappiano che cosa significa Mulholland Drive per loro, ma non si fidano del proprio giudizio. Vogliono che glielo dica qualcun altro. A me fa piacere che lo analizzino, ma non hanno bisogno del mio aiuto. È questo il bello: trovare un senso come farebbe un investigatore. Dirglielo significherebbe privarli del piacere di pensare e di «sentire», e di giungere a una conclusione.”

    [fusion_separator style_type="single solid" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" sticky_display="normal,sticky" class="" id="" flex_grow="0" top_margin="5" bottom_margin="45" width="" alignment="center" border_size="2" sep_color="#a13600" icon="" icon_size="" icon_color="" icon_circle="" icon_circle_color="" /][fusion_testimonials design="classic" navigation="no" speed="" backgroundcolor="" textcolor="" random="" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" class="" id=""][fusion_testimonial name="Jacopo Barbero" avatar="image" image="https://framescinemawebzine.com/wp-content/uploads/2021/04/frames-cinema.com3_.png" image_id="1640|full" image_border_radius="" company="Vicedirettore" link="https://www.framescinema.com/redazione-jacopo-barbero" target="_blank"]

    Questo articolo è stato scritto da:

    [/fusion_testimonial][/fusion_testimonials]

  • DAVID LYNCH E IL SURREALISMO

    type=”flex” hundred_percent=”no” hundred_percent_height=”no” min_height=”” hundred_percent_height_scroll=”no” align_content=”stretch” flex_align_items=”flex-start” flex_justify_content=”flex-start” flex_column_spacing=”” hundred_percent_height_center_content=”yes” equal_height_columns=”no” container_tag=”div” menu_anchor=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” status=”published” publish_date=”” class=”” id=”” spacing_medium=”” margin_top_medium=”” margin_bottom_medium=”” spacing_small=”” margin_top_small=”” margin_bottom_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_dimensions_medium=”” padding_top_medium=”” padding_right_medium=”” padding_bottom_medium=”” padding_left_medium=”” padding_dimensions_small=”” padding_top_small=”” padding_right_small=”” padding_bottom_small=”” padding_left_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” link_color=”” link_hover_color=”” border_sizes=”” border_sizes_top=”” border_sizes_right=”” border_sizes_bottom=”” border_sizes_left=”” border_color=”” border_style=”solid” box_shadow=”no” box_shadow_vertical=”” box_shadow_horizontal=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” z_index=”” overflow=”” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_position=”center center” background_repeat=”no-repeat” fade=”no” background_parallax=”none” enable_mobile=”no” parallax_speed=”0.3″ background_blend_mode=”none” video_mp4=”” video_webm=”” video_ogv=”” video_url=”” video_aspect_ratio=”16:9″ video_loop=”yes” video_mute=”yes” video_preview_image=”” render_logics=”” absolute=”off” absolute_devices=”small,medium,large” sticky=”off” sticky_devices=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_background_color=”” sticky_height=”” sticky_offset=”” sticky_transition_offset=”0″ scroll_offset=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″][fusion_builder_row][fusion_builder_column type=”1_1″ align_self=”auto” content_layout=”column” align_content=”flex-start” valign_content=”flex-start” content_wrap=”wrap” spacing=”” center_content=”no” link=”” target=”_self” min_height=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” type_medium=”” type_small=”” order_medium=”0″ order_small=”0″ dimension_spacing_medium=”” dimension_spacing_small=”” dimension_spacing=”” dimension_margin_medium=”” dimension_margin_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_medium=”” padding_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” hover_type=”none” border_sizes=”” border_color=”” border_style=”solid” border_radius=”” box_shadow=”no” dimension_box_shadow=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” background_type=”single” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_image_id=”” background_position=”left top” background_repeat=”no-repeat” background_blend_mode=”none” render_logics=”” filter_type=”regular” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” last=”no” border_position=”all”][fusion_text columns=”” column_min_width=”” column_spacing=”” rule_style=”default” rule_size=”” rule_color=”” content_alignment_medium=”” content_alignment_small=”” content_alignment=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” margin_top=”” margin_right=”” margin_bottom=”” margin_left=”” font_size=”” fusion_font_family_text_font=”” fusion_font_variant_text_font=”” line_height=”” letter_spacing=”” text_color=”” animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=””]

    David Lynch è considerato uno dei più importanti registi della contemporaneità, creatore demiurgo di tappe fondamentali della storia del cinema e della televisione. La sua unicità risiede in una concezione mistica della mente umana, misteriosa e oscura come un oceano e immergendosi sempre più a fondo nell’abisso si trovano i pesci più grandi e strani, proprio come le idee, se si ha il coraggio di esplorare il proprio inconscio.

    “Le idee sono simili a pesci. Se vuoi prendere un pesce piccolo, puoi restare nell’acqua bassa. Se vuoi prendere un pesce grosso, devi scendere in acque profonde. Laggiù i pesci sono più forti, più puri. Sono enormi e astratti. Davvero stupendi”.

    Twin Peaks (1990), The Elephant Man (1980), Blue Velvet (1986), Mulholland Drive (2001), sono alcune tra le opere che lo hanno reso celebre. Il cinema (e la televisione) non sono stati tuttavia il suo primo obiettivo artistico.

    Lynch nasce e si forma da pittore.

    A Missoula, nel Montana, in un piccolo paesino con bei giardini e graziosi fiori colorati (che il regista porterà sempre dentro di sé, ricreandoli all’inizio di Blue Velvet) iniziano le prime manifestazioni di creatività del giovane David. Il ragazzo cresce assorbendo le rassicuranti immagini del luogo in cui vive, dedicandosi spesso a scarabocchiare fucili mitragliatori, i suoi soggetti preferiti.

    L’incontro a Georgetown col pittore Bushnell Keeler, padre di un suo caro amico, è una svolta nella sua vita. David viene profondamente colpito dalla possibilità di potersi guadagnare da vivere con l’arte. Inizia a frequentare Keeler e viene spinto da lui ad iscriversi a un corso di pittura. Sempre lui gli regala un libro che per Lynch diventa importantissimo, Lo spirito dell’arte di Robert Henri.

    Il processo creativo che mette in atto dipingendo è molto simile all’automatismo psichico dei surrealisti. Lynch parte da un punto e lascia che le idee si ramifichino, trasformino, che emergano. Il risultato è diverso dall’intenzione iniziale. L’obiettivo è la deviazione.

    Usa quasi sempre colori scuri, non è interessato a piacevoli toni pastello ma è attratto da ciò che può provocare sensazioni, spinte interiori. Un’oscurità in cui sprofondare per poi arrivare al suo esatto opposto, una luce interiore.

    E’ nel 1964 che David inizia il corso d’arte alla Boston Museum School, che abbandona dopo un anno. Nel 1965 si iscrive alla Pennsylvania Academy of Fine Arts a Philadelphia.

    Non manca molto al contatto col cinema.

    Sarebbe tuttavia riduttivo classificare David Lynch con diverse categorie e periodizzazioni.

    Regista, pittore, musicista, scrittore. Lynch è un artista nel più completo senso della parola, abbattendo i confini tra le discipline e dedicandosi solo alla creazione, perseguendo spontaneamente una poetica ben precisa: la scoperta di sé e del proprio inconscio. L’arte è totalizzante nella sua vita.

    Nel 2001 David Lynch racconta in un’intervista le sue abitudini quotidiane. Spiega come ami la routine, anche dal punto di vista alimentare, arrivando a volte a mangiare la stessa cosa per mesi: cappuccino di mattina, diversi caffè durante la giornata, formaggio e tonno per cena. Un circolo rassicurante come le stanze sobrie e ordinate della sua casa. Tutto ciò costituisce una sorta di santuario sacro, come se la tranquillità e la “vuotezza” del mondo esteriore lasciasse più spazio a quello interiore per ampliarsi e articolarsi.

    Lynch si rifiuta di spiegare le sue opere, che si tratti di quadri o film. L’obiettivo è che vi siano sensazioni che avvolgano lo spettatore, lo allontanino dalla sua comfort-zone e smuovano qualcosa in lui.

    Il regista pratica da anni la Meditazione Trascendentale, tecnica riportata alla luce da Maharishi Mahesh Yogi che prevede di meditare due volte al giorno per 15/20 minuti.

    Con essa Lynch è convinto che si arriverà in futuro, tra molti anni di evoluzione, a espandere sempre più la sfera della coscienza, al punto che l’inconscio non esisterà più, ampliando la creatività dell’uomo.

    “Aumenta molto l’intuizione, il pre-sapere, il conoscere prima. In ogni aspetto della vita l’intuizione è lo strumento principale; ma cosa vuol dire intuizione? Significa sentire qual è la cosa giusta da fare ed essere capaci di farla.”

    (da un’intervista del 2014 rilasciata a Wordsinfreedom)

    Tra i pittori preferiti di David Lynch figurano Francis Bacon, Oskar Kokoschka, Edward Hopper.

    Bacon in particolare è una delle ispirazioni principali per le scene più lugubre e disturbanti di Twin Peaks, nonché delle più celebri. Le pennellate divengono sequenze, le scie evocative di colore acquisiscono il movimento, le figure prendono vita.

    In questo modo David Lynch continua a distinguersi e ad affascinare diverse generazioni di spettatori, attratti dall’incubo, dal mistero e dall’oscurità. Ma soprattutto forse dalla possibilità di potervi trovare, scavando, loro stessi.

    [fusion_separator style_type="single solid" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" sticky_display="normal,sticky" class="" id="" flex_grow="0" top_margin="5" bottom_margin="45" width="" alignment="center" border_size="2" sep_color="#a13600" icon="" icon_size="" icon_color="" icon_circle="" icon_circle_color="" /][fusion_testimonials design="classic" navigation="no" speed="" backgroundcolor="" textcolor="" random="" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" class="" id=""][fusion_testimonial name="Gaia Fanelli" avatar="image" image="https://framescinemawebzine.com/wp-content/uploads/2021/04/frames-cinema.com8_.png" image_id="1651|full" image_border_radius="" company="Redattrice" link="https://framescinemawebzine.com/redazione" target="_self"]

    Questo articolo è stato scritto da:

    [/fusion_testimonial][/fusion_testimonials]