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  • RECENSIONE LUCA – IL FILM PIXAR “ITALIANO”

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    Luca, ventiquattresimo film PIXAR ed esordio al lungometraggio del genovese Enrico Casarosa (già autore del sublime corto La luna), si apre di notte, con una barca da pesca che naviga verso un’isoletta che ricorda gli iconici scogli di Aci Trezza del viscontiano La terra trema. A bordo vi sono due pescatori, un vecchio e un giovane: indossano entrambi la coppola, parlano di inquietanti leggende del mare, prorompono in esclamazioni come “Per mille sardine!” e, per sentirsi più a loro agio, hanno persino un grammofono che fa risuonare l’aria O mio babbino caro dal Gianni Schicchi di Puccini nella placida notte ligure.

    Con questo attacco, Casarosa trasporta l’audience globale della PIXAR nel Belpaese, nella sua patria da lungo tempo abbandonata per inseguire il sogno del cinema in America. In Lucacoming of age di due giovani mostri marini, Luca e Alberto, che negli anni ‘60 vogliono provare a vivere come umani sulla terraferma e si imbarcano in una divertente avventura estiva nell’immaginario borgo ligure di Portorosso – l’Italia è rappresentata come il luogo del godimento della vita: il film trabocca di calore umano, colori, gelato, frutta, pasta, libri, cinema (dalla nonnina addormentata davanti alla mangiata finale de I soliti ignoti di Monicelli alla locandina di Vacanze romane di Wyler, passando per la foto di Marcello Mastroianni appesa sullo specchietto di una moto). In tal senso ha ragione chi ha paragonato il film a Chiamami col tuo nome di Guadagnino, altra pellicola che rappresenta l’Italia come patria del piacere dei sensi, in cui chi giunge dall’esterno (là l’americano Oliver, qua Luca e Alberto) può lasciarsi alle spalle i doveri, i timori e le limitazioni della “vita vera” e immergersi nell’italico locus amoenus.

    Per uno spettatore straniero – e statunitense in particolare – le avventure estive di Luca e Alberto devono apparire come un meraviglioso viaggio in questa sorta di paradisiaco e nostalgico parco di divertimenti. Per noi italiani, invece, resta soprattutto il piacere di rivivere i nostri luoghi e le nostre infanzie in una dimensione idealizzata (e affettuosamente stereotipata), che Casarosa e gli artisti visuali della PIXAR hanno ricreato con impressionante cura del dettaglio (che, ahinoi, siamo costretti a fruire solo su Disney+): dai tipici bicchieri da trattoria alle insegne dei bar, dai portici ai classici carruggi liguri, fino all’intera Portorosso, che pare davvero la fotocopia di Vernazza, una delle Cinque Terre. Il tutto, naturalmente, pervaso da voci mitiche della musica italiana, da Mina a Gianni Morandi, passando per Rita Pavone e Edoardo Bennato. 

    In tutta questa attenzione alla dimensione visiva, però, manca forse la visionarietà a cui la PIXAR ci ha abituato: non c’è, insomma, l’intuizione folgorante, l’immagine capace di farsi portatrice del senso del film (il topo sotto il cappello o la casa sollevata dai palloncini, per capirci). Anche la costruzione della storia e dei personaggi – pur pienamente coerente e tutto sommato inattaccabile – risulta molto semplice e non solo da un punto di vista narrativo (chiaramente in tal senso non vi è la complessità di Inside Out o Soul), ma anche e soprattutto emotivo: film come Up o Coco, forse le pellicole PIXAR concettualmente più vicine a Luca, hanno tutto un altro spessore e mettono in campo uno spettro emozionale che, purtroppo, l’amarcord italiano di Casarosa non riesce a coprire. Certo, i valori dell’amicizia, della famiglia e dell’accettazione dell’altro – temi cardine della poetica dello studio d’animazione statunitense – appaiono ben chiari anche qui, ma sono espressi in maniera molto più lineare e bidimensionale del solito e anche alcuni personaggi di contorno, dai genitori di Luca al villain Ercole Visconti, sono tutt’altro che memorabili.

    Nel complesso Luca, pur non avendo il fascino e la complessità di altre avventure PIXAR o di un film del citatissimo Hayao Miyazaki (del quale almeno Ponyo sulla scogliera è abbondantemente ripreso in tantissime idee visive), resta comunque una pellicola di animazione superiore alla media, cinefila (la bella sequenza finale riecheggia nientepopodimeno che quella de I vitelloni di Fellini) e visivamente scintillante, capace di immergere il pubblico internazionale nell’Italian way of life e in un universo di piccoli e grandi piaceri quotidiani che, ora possiamo dirlo, tutto il mondo ci invidia.

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  • JENNY BEAVAN: DA MAD MAX A CRUDELIA PASSANDO PER L’OTTOCENTO

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    Tra le costumiste più apprezzate del cinema, Jenny Beavan è la costumista che si cela dietro gli oltre 40 look indossati da Emma Stone nell’ultimo acclamato live action Disney, Crudelia. Veri protagonisti della storia, nel film gli abiti raccontano l’evoluzione dell’iconica villain e la accompagnano durante la sua rivalsa. Costumista britannica sicuramente non nuova al successo, Beavan per questo lavoro si è ispirata all’estetica della rivoluzione punk inglese degli anni 70, e non è escluso che proprio questo film la porterà a ricevere la sua undicesima candidatura agli Oscar nel 2022.

    Sebbene qui la vediamo alle prese con look e cambi d’abito decisamente moderni, Beavan nell’ambiente è considerata da molti la regina dei costumi d’epoca. Da Camera con vista (che le vale l’Oscar nel 1987), passando per Casa Howard, Quel che resta del giorno e Ragione e sentimento, la designer ricostruisce l’estetica del passato con minuzia, ma non è qui che si esaurisce la sua creatività. Tra le sfide più importanti della sua carriera c’è stata infatti quella di Mad Max: Fury Road, che nel 2016 la porta a vincere il suo secondo premio Oscar, mettendo in risalto la sua enorme versatilità. Dalla Londra di fine Ottocento di Sherlock Holmes – Gioco di ombre (2011), Beavan si sposta con agilità al futuro distopico di uno degli action movie fantascientifici più acclamati degli ultimi anni. Il set del film, girato principalmente nel deserto della Namibia, ha sicuramente  portato la designer fuori dalla sua zona di confort, ma non le ha impedito di arrivare, come sempre, al cuore della storia dei personaggi. Con una scenografia in cui i dialoghi non rappresentano certo la parte preminente, il racconto delle origini dei protagonisti è affidato a indizi disseminati nel corso del film, a partire dalla breve sequenza iniziale, che permette di inquadrare il nuovo mondo a cui appartiene la narrazione, fino ai dettagli dell’aspetto degli abitanti di questo strano mondo post-apocalittico. Gran parte dell’essenza dei personaggi è veicolata quindi proprio dagli abiti, da simboli, colori e scelte stilistiche riconoscibili, ed è sorprendente come sia proprio tramite certi dettagli che anche i personaggi che paiono soltanto tratteggiati vengano invece esplorati in maniera sorprendentemente verticale. Questi particolari si amalgamano a tal punto con la narrazione che, pur essendo molto vistosi, a una prima visione alcuni possono sfuggire. È il caso del braccio meccanico di Furiosa, creato dall’artista australiano Matt Boug. Mai ci sono momenti in cui lo sguardo dello spettatore è portato a fermarsi sull’arto artificiale, e nel corso del film non ci sono attimi in cui ci si domanda cosa sia successo e da dove provenga quella menomazione, né momenti in cui il braccio viene trattato diversamente da un arto vero e proprio. Eppure è lì e parla forte e chiaro della sua proprietaria, la racconta e ci porta a conoscerla almeno in parte. Proprio a partire dal personaggio di Furiosa è interessante effettuare un parallelo con le cinque Mogli. Mentre gli abiti dell’imperatrice ribelle sono assolutamente funzionali alla missione che affronta e mai nulla del suo abbigliamento risulta superfluo o d’ingombro, le Mogli, avvolte in tessuti bianchi e immacolati, sono quanto di più dissonante ci si può immaginare di trovare in uno scenario del genere. Per anni hanno vissuto riparate da ogni pericolo del mondo, e sono totalmente impreparate e in contrasto con ciò a cui vanno incontro una volta fuggite. Interessante è la scelta del bianco: Beavan sembra voler raccontare il loro essere immacolate, delle ninfe pure che proprio per la loro purezza genetica si ritrovano ad essere schiave sessuali di un tiranno, che pure le tratta come se fossero il suo più grande tesoro. Loro, così come Furiosa e tutti i personaggi marchiati che gravitano attorno alla Cittadella, sono di sua esclusiva proprietà.

    Anche per personaggi già noti come Max, il ruolo degli outfit scelti non è secondario. Il Max di Tom Hardy è altro dal Max di Mel Gibson della trilogia degli anni 80, ma affonda le sue radici nella stessa storia, nella stessa personalità. Il personaggio viene presentato a un pubblico che potenzialmente non l’ha mai conosciuto, ed è cucito addosso a un attore che si trova a vestire panni già consumati e segnati da numerose vicende. La “divisa” di Max è rappresentata principalmente dalla sua giacca – appositamente rovinata, rattoppata, logora –, elemento di cui viene privato nei primissimi minuti del film, ma che ci tiene a  riguadagnare (“That’s my jacket”) durante il corso della vicenda. Parallela e contraria alla svestizione di Max, ridotto a sacca di sangue utile a tenere in vita un esercito agonizzante, nelle prime scene assistiamo anche alla vestizione di Immortan Joe, il tiranno redentore sovrano della Cittadella.  La sua pelle marcia e grinzosa viene camuffata con della polvere e protetta da un’armatura trasparente che tiene assieme ciò che rimane di un veterano di guerra pluridecorato. La decadenza del corpo è sottolineata dalla sacca di ossigeno pulito che consente al despota di respirare e che diventa un elemento di forza del personaggio soltanto per mezzo della mostruosa maschera con denti equini, ideata dal concept artist Paul Jeacock, che copre per metà il volto dell’antagonista. Del tutto simile a un corpo in putrefazione, Immortan Joe è a capo del suo esercito di War Boys, guerrieri mezzi morenti o con malattie terminali, disposti a tutto pur di morire in modo glorioso. Questi Figli della Guerra sono un tutt’uno con le loro macchine, e questo viene sottolineato dai segni incisi sulla loro pelle, che ricordano degli ingranaggi così come dei simboli sacrificali o tribali.

    L’ultimo film della saga di George Miller ha sicuramente rappresentato una sfida per numerosi aspetti della sua realizzazione ed è stato una prova anche per una veterana del costume design come Jenny Beavan. Legarsi ai film precedenti pur distaccandosi totalmente da quell’estetica anni 80, raccontare il background dei personaggi e del tempo storico in cui essi sono inseriti pur senza appesantire una pellicola già decisamente densa e ricca da un punto di vista dell’immagine ha sicuramente richiesto un approccio ben diverso da quello adottato per capolavori del cinema in costume. A rendere il tutto ancora più complesso è stata la necessità di creare una quantità enorme di costumi anche per gli oltre 150 stunt coinvolti sul set, ognuno dei quali doveva disporre di più cambi per poter interpretare diversi personaggi a seconda delle scene. 

    Jenny Beavan si è dimostrata e continua a dimostrarsi una costumista capace di passare da un opposto all’altro, dialogando con passato, presente e futuro con estrema facilità, e declinando di volta in volta la potenza espressiva dei costumi (da protagonisti a strumenti narrativi) a seconda delle necessità. 

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  • RECENSIONE RAYA E L’ULTIMO DRAGO – L’ULTIMO “CLASSICO” DISNEY

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    Nel 2021 Raya entra a far parte della grande famiglia Disney come principessa e protagonista del 59° classico della famosa casa di produzione.

    In una terra leggendaria, Kumandra, le persone vivono in armonia insieme ai draghi fino alla comparsa di alcuni spiriti maligni, i Druun, che si nutrono di ogni forza vitale trasformando in pietra coloro con cui entrano in contatto. Il sacrificio del drago Sisu riporta la pace risvegliando gli uomini pietrificati ma non riuscendo a salvare la sua stessa specie, di cui rimangono solo statue. Tutto ciò che resta della magia di queste creature è una gemma che porterà gli uomini a scontrarsi e dividersi per il suo possesso. Dopo 500 anni la magica gemma viene saccheggiata dai vari clan, un avido gesto che risveglia i Druun riportando il caos in un regno ormai profondamente diviso. Raya intraprenderà un viaggio alla ricerca del drago che fermò al tempo i Druun e che si racconta essere dormiente, nella speranza di porre nuovamente fine a questa minaccia e di riunificare le varie regioni, da tempo divise, nell’antica e armoniosa Kumandra.

    Una delle caratteristiche tipiche dei classici Disney, le canzoni, è assente in questa pellicola, assenza che non pesa in alcun modo e rende la narrazione simile a un racconto epico di una qualche leggenda orientale. Per il resto la firma dello studio d’animazione è evidente, e immerge lo spettatore in una storia e in dei personaggi dai gusti riconoscibili, seguendo il percorso intrapreso nei film di quest’ultima era.

    Il film, infatti, continua la stessa linea di idee dei lavori precedenti, in particolare per la caratterizzazione della protagonista. Come Elsa e Vaiana, l’eroina di questo lungometraggio ha un carattere forte e ribelle, e dimostra di essere in grado di badare a se stessa. Per quanto abbia una forte personalità, Raya non è praticamente mai sola su schermo, ma anzi condivide la scena con i vari personaggi, coerentemente con il senso di comunione e fiducia reciproca che è alla base del film.

    Vendetta, rivalsa e obiettivi personali sono ciò che spingono in principio Raya a compiere il suo viaggio, ferita dai colpi alle spalle che le hanno fatto perdere la speranza nel prossimo e nella possibilità di riunificazione dei vari popoli come un tempo, a differenza di Sisu che, pur risvegliatosi in un mondo diviso, ha ancora in mente i tempi passati ed è genuinamente convinto della bontà intrinseca delle persone. Con l’influenza del simpatico drago e il ricordo del sogno del padre ormai pietrificato, Raya affronta le varie regioni nel tentativo di recuperare tutti i pezzi rubati della gemma, inizialmente vedendo chiunque fuori da se stessa come una minaccia o un ostacolo, come lo spietato guerriero Tong o la dispettosa Noi, ma riuscendo poi a vedere ciò che li accomuna: sono tutti esseri umani, un unico popolo diviso per colpa di uno stesso male che ha portato a una completa sfiducia e un mancato coraggio da parte di ognuno di fare il primo passo verso la riconciliazione.

    Raya e l’ultimo drago affronta molto bene i temi della fiducia e della comunione tra le persone, evidenziando le effettive difficoltà nella loro realizzazione ma anche i benefici che esse comportano. In un stallo di completa sfiducia qualcuno deve agire per primo e mollare la presa, ma solo se si ha il coraggio di avere fede nell’animo umano, rendendosi vulnerabili e rischiando di essere colpiti seppellendo l’ascia da guerra per primi, si potrà vedere l’altro non più come un nemico ma come un alleato.

    A livello tecnico il lungometraggio è sbalorditivo, i colori e la fotografia che ci accompagnano per tutta l’opera sono una gioia per gli occhi e l’animazione è di una qualità elevata.

    Sotto ogni aspetto Raya e l’ultimo drago non delude, e Walt Disney ci riconferma la sua grande capacità di portare al pubblico opere di alto livello, capaci di appassionare i più piccoli così come gli adulti con la loro magica ricetta in grado di far rivivere il bambino che è dentro di noi.

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  • RECENSIONE CRUDELIA – IL NUOVO LIVE ACTION DISNEY

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    I remake live-action di casa Disney basati sui loro classici hanno avuto una storia fatta di alti e bassi: se i remake di Cenerentola o Il Libro della Giungla hanno avuto un buon risconto di critica e pubblico, Maleficient, La Bella e la Bestia o Il Re Leone sembrano non essere riusciti a giustificare la propria esistenza al di fuori del fare cassa sulla nostalgia degli spettatori. Compitini appena sufficienti, quindi, con giusto la novità di un impianto visivo nuovo e di nuovi interpreti. Il nuovo live-action Disney Crudelia non soffre di mediocrità; il suo problema, in un certo senso, è l’esatto opposto.

    Crudelia non solo è un ideale prequel de La Carica dei 101, ma è anche una origin story di Crudelia De Mon (qui interpretata da Emma Stone), una delle villain più iconiche dell’immaginario Disney. Il film segue dall’infanzia all’età adulta questa aspirante stilista divisa -come il bianco e il nero dei suoi capelli- tra una personalità buona e gentile, Estella, e un lato oscuro da sempre dentro di lei che chiama Cruella (nonostante il titolo del film il personaggio mantiene il nome originale inglese, Cruella de Vil). Estella, dopo un periodo di gavetta, inizia a lavorare per la tirannica stilista Baronessa Von Hellman (Emma Thompson). Dopo la scoperta della responsabilità della Baronessa relativamente ad un tragico episodio del suo passato, Estella/Cruella decide di usare le armi della moda contro di lei, con l’aiuto dei suoi amici Jasper (Joel Fry) e Horace (Paul Walter Hauser), per compiere la sua vendetta.

    Il plot non è il punto forte del film: questa revenge story procede per accumulazione più che per sviluppo narrativo, tra rivelazioni che riescono a essere sia prevedibili che improbabili, persino involontariamente comiche. Anche lo sviluppo della protagonista lascia parecchio a desiderare: Emma Stone è molto brava nel rappresentare entrambi i lati del suo personaggio, ma il continuo passaggio da Estella a Cruella (e viceversa) è sempre troppo repentino, e non giustificato né dalla trama né dalle (seppur drammatiche) rivelazioni che la coinvolgono.

    L’aspetto migliore di Crudelia è nella sua presentazione visiva. Esteticamente è tra i migliori live-action Disney e, senza dubbio, il più originale. Merito della solida regia di Craig Gillespie (Lars e una ragazza tutta sua, Tonya) che trascina lo spettatore in vorticose carrellate nell’ambientazione anni ‘60-’70, tra le sfarzose scenografie barocche di Fiona Crombie e i meravigliosi costumi di Jenny Beavan, già vincitrice di due Premi Oscar per Camera con Vista e Mad Max: Fury Road. Proprio i costumi diventano i veri protagonisti del film; non solo perché presentano un’immensa varietà di stili e colori, ma perché l’abbigliamento (e, più in generale, la moda) diventa espressione di un sentimento di rivalsa e di riscatto sociale. Cruella usa la moda come arma contro la sua nemesi ma anche contro il conformismo e la mancanza di immaginazione, colpendo dall’interno quella struttura di cui all’inizio tanto desiderava far parte.

    Al contrario di altri anemici live-action Disney, Crudelia è un quindi un film fondato sull’eccesso, nella messa in scena e nella trama. I colori sono sgargianti, i movimenti di macchina sontuosi, buona parte del cast è sopra le righe (le più misurate sono Emma Stone e soprattutto Emma Thompson, le migliori del film), la colonna sonora di classici punk e rock non dà tregua, i costumi sono sfarzosi, le soluzioni narrative melodrammatiche. Questo eccesso nella messa in scena rispecchia la personalità debordante della protagonista. Tuttavia, se all’inizio questo aspetto può divertire e incuriosire, sul lungo andare si rivela controproducente per il film stesso. L’accumulazione di eventi, rivelazioni e sottotrame fa pesare il minutaggio del film rendendolo inutilmente lungo, e anche quando sembra giungere alla naturale conclusione in realtà prosegue ulteriormente. Il film diventa in tal modo estenuante più che immaginativo, stucchevole più che elegante. Nel complesso Crudelia è un’ambiziosa e originale esperienza visiva, soprattutto per gli standard dei live-action Disney. Ma questa origin story, più simile al Joker di Todd Phillips che a Il diavolo veste Prada, avrebbe giovato di un maggior controllo della sua
    materia narrativa da parte degli autori: Estella/Cruella non può e non vuole essere moderata, Crudelia avrebbe forse dovuto esserlo di più.

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  • RECENSIONE SOUL – LA RICERCA DELLA SEMPLICITÀ

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    Fin dai primi trailer e dalle prime immagini promozionali, Soul poteva essere considerato come un seguito spirituale di Inside Out. Entrambi, infatti, si dividono tra due piani di realtà: il nostro e un “altro”; in entrambi, I piani sono ben distinti graficamente –realistico e dettagliato il primo, più esplicitamente cartoonesco e inverosimile il secondo; entrambi sono diretti da Pete Docter (co-regista anche di Monsters & Co. e Up e, dal 2018, direttore creativo della Pixar). Tuttavia, queste palesi somiglianze non impediscono a Soul di creare e mantenere una propria originalità nel catalogo dei lungometraggi animati Pixar.

    La storia segue Joe Gardner (doppiato da Jamie Foxx in originale, da Neri Marcorè in italiano), appassionato jazzista e pianista che, a seguito di un incidente, si trova sotto forma di spirito tra le anime dirette all’Aldilà (reso graficamente in modo molto semplice ed efficace). Joe scappa da questa “passerella” verso l’altro mondo e raggiunge il luogo opposto, una sorta di giardino dai colori sgargianti in cui le anime dei non ancora nati si preparano per raggiungere la vita terrena. Qui incontra 22 (Tina Fey nella versione originale, Paola Cortellesi in quella italiana), un’anima non ancora nata, ribelle e testarda; I due stringeranno un’alleanza inizialmente invisa a entrambi e, come da miglior tradizione Disney Pixar, il loro viaggio riserverà svolte improvvise che arricchiranno entrambi.

    L’unico vero difetto di Soul è proprio questo: la storia. Se il plot è forse fin troppo convenzionale per gli alti standard della Pixar, l’intreccio viene sviluppato in modi che appaiono talvolta forzati, talvolta prevedibili: personaggi cambiano idea in un modo che sembra più conveniente a far avanzare la trama e poco coerente con la loro personalità, litigano e sembrano dividersi irrimediabilmente salvo poi riappacificarsi e imparare una lezione. E il mondo delle anime dei nascituri, per quanto reso con pennellate di pura creatività Pixar, dopo un “tour” iniziale viene approfondito troppo poco. Mentre Inside Out manteneva un certo equilibrio tra la parti ambientate nel “nostro” mondo e quelle nella mente di Riley, e per tutto il film sviluppava queste ultime con una riserva apparentemente senza fine di creatività, l’attenzione di Soul sembra focalizzato principalmente nella città di Joe.

    Qui, d’altra parte, vale la pena segnalare uno dei maggiori pregi del film: gli scorci della città sono da mozzare il fiato. L’aspetto grafico non è un dettaglio trascurabile, soprattutto in un film come Soul: il livello estremo di dettaglio nelle luci –l’inquadratura di una stanza in penombra arriva al fotorealismo-  nelle ombre, nei riflessi, nelle gocce di sudore sulle fronti dei jazzisti al termine di un concerto jazz, concorre a rendere il mondo di Joe estremamente fisico e terreno in contrasto con l’Aldilà estremamente stilizzato da una parte e il mondo dei nascituri, colorato e ai limiti dello stucchevole, dall’altra. Contrasto che si nota anche nelle animazioni: pesanti e, di nuovo, “realistiche” in un mondo, estremamente fluide e forse più gradevoli nel mondo degli spiriti.

    Anche il comparto sonoro è notevole: in un film il cui titolo gioca sull’ovvio doppio significato del termine “soul” (indica sia la parola “anima” in inglese ma anche il genere musicale che affonda le sue origini, tra gli altri, nel jazz) non poteva mancare una colonna sonora (curata da Trent Reznor e Atticus Ross) di musica elettronica profonda per le parti nel piano “superiore” degli spiriti, in contrasto con i trascinanti temi jazz di Jon Batiste. Nelle mani sbagliate, questo contrasto avrebbe potuto risultare stridente e fastidioso: qui è funziona a meraviglia, tanto da fruttare ai tre musicisti l’Oscar per la Migliore Colonna Sonora.

    Come sempre, però, è quando la Pixar mette in gioco i sentimenti dei suoi personaggi che dà il meglio di sé. L’avventura di Joe e di 22, per quanto a tratti sviluppata in modo non ideale, quando rallenta e si prende il suo tempo, rivela una profondità di sentimenti e riflessioni che ha spinto molti spettatori adulti a ritenere il film potenzialmente incomprensibile e noioso per I bambini cui è -anche- rivolto. Tutto il contrario: I film Pixar, come Soul, sono film “per tutta la famiglia”, si rivolgono al cuore degli spettatori di tutte le età invogliando alla riflessione attraverso il divertimento. La riflessione, l’anima di Soul, coinvolge allo stesso modo l’indaffarato e distratto Joe e l’iperattiva 22 e invita entrambi a fare una pausa, a godersi, anche solo per un attimo, le gioie quotidiane della vita terrena, a ricercare, nel trambusto e nella frenesia del mondo, quella passione anche semplice e “banale” per cui vale la pena vivere. Che sia la musica jazz o la vita stessa.

    Una profondità di contenuto e un ricchezza di forma che, nonostante i difetti nella storia e nello sviluppo dei personaggi, rendono Soul un film assolutamente da ammirare, e uno dei più densi di significato del catalogo Pixar.

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  • Oscar 2021 – Dove vedere i film in gara

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    La cerimonia dei premi cinematografici più importanti e famosi del mondo, gli Oscar, si sta avvicinando (avete già letto l’articolo in cui diamo i nostri pronostici e facciamo le nostre analisi? Lo trovate qui). L’evento infatti si terrà nella notte tra il 25 e il 26 Aprile a partire dalle 2:00 (ora italiana). Quest’anno la premiazione avverrà al culmine di uno dei periodi più difficili della storia del cinema e, soprattutto, della sala cinematografica. A causa della pandemia da coronavirus, infatti, è ormai più di un anno che i cinema sono chiusi nel nostro paese (con una breve parentesi estiva di riapertura andata, purtroppo, non benissimo). A causa di tutto ciò, moltissime opere candidate agli Oscar quest’anno sono state rese disponibili da subito sui diversi servizi di streaming (che, mai come negli ultimi tempi, sono diventati fondamentali nell’industria cinematografica). Qui vi facciamo un riepilogo di dove poter trovare tutti i film che hanno ottenuto almeno una nomination, ordinati per piattaforma. Buona visione!

    FILM DA VEDERE SU NETFLIX

    • Crip Camp, di Nicole Newnham e Jim LeBrecht (1 nomination).
    • Da 5 Bloods, di Spike Lee (1 nomination).
    • Elegia americana, di Ron Howard (2 nomination).
    • Eurovision Song Contest – La storia dei The Fire Saga, di David Dobkin (1 nomination).
    • Love and Monsters, di Michael Matthews (1 nomination).
    • A Love Song for Latasha, di Sophia Nahli Allison (1 nomination).
    • Mank, di David Fincher (10 nomination).
    • Ma Rainey’s Black Bottom, di George C. Wolfe (5 nomination).
    • The Midnight Sky, di George Clooney (1 nomination).
    • Il mio amico in fondo al mare, di James Reed, Pippa Ehrlich (1 nomination).
    • Notizie dal mondo, di Paul Greengrass (4 nomination).
    • Over the moon, di Glen Kleane (1 nomination).
    • Pieces of a Woman, di Kornél Mundruczó (1 nomination).
    • Il processo ai Chicago 7, di Aaron Sorkin (6 nomination).
    • Se succede qualcosa, vi voglio bene, di Will McCormack, Michael Govier (1 nomination).
    • La tigre bianca, di Ramin Bahrani (1 nomination).
    • La vita davanti a sè (1 nomination).

    FILM DA VEDERE SU AMAZON PRIME VIDEO

    • Borat – seguito di film cinema, di Jason Woliner (2 nomination).
    • Quella notte a Miami…, di Regina King (3 nomination).
    • Sound of Metal, di Darius Marder (6 nomination).
    • Time, di Garrett Bradley (1 nomination).

    FILM DA VEDERE SU DISNEY+

    • Mulan, di Niki Caro (2 nominations).
    • Onward – oltre la magia, di Dan Scanlon (1 nomination).
    • Soul, di Pete Docter (3 nomination).
    • L’unico e insuperabile Ivan, di Thea Sharrock (1 nomination).

    FILM DA VEDERE SU PIATTAFORME A NOLEGGIO

    • Emma., di Autumn de Wilde, disponibile su Chili e altre piattaforme di noleggio (2 nomination).
    • Judas and the Black Messiah, di Shaka King, disponibile su Chili e altre piattaforme di noleggio (6 nomination).
    • Pinocchio, di Matteo Garrone, disponibile su Chili e altre piattaforme di noleggio (2 nomination).
    • Shaun vita da pecora: Farmageddon – il film, di Will Becher e Richard Phelan, disponibile su Chili e altre piattaforme di noleggio (1 nomination).
    • Tenet, di Christopher Nolan, disponibile su Chili e altre piattaforme di noleggio (2 nomination).

    FILM DA VEDERE SU ALTRE PIATTAFORME

    • Collective, di Alexander Nanau, disponibile su IWonderful e Iorestoinsala (2 nomination).
    • Colette, di Anthony Giacchino, disponibile su Theguardian e Youtube (1 nomination).
    • A Concerto is a Conversation, di Kris Bowers e Ben Proudfoot, disponibile su Youtube (1 nomination).
    • Do not Split, di Anders Sømme Hammer, disponibile su Vimeo (1 nomination).
    • Greyhound, di Aaron Schneider, disponibile su Apple Tv Plus (1 nomination).
    • Wolfwalkers, di Tomm Moore e Ross Stewart, disponibile su Apple TV Plus (1 nomination).

    FILM NON ANCORA DISPONIBILI

    • Un altro giro, di Thomas Vinterberg (2 nomination), data di uscita non disponibile.
    • Better Days, di Derek Tsang (1 nomination), data di uscita non disponibile.
    • Una donna promettente, di Emerald Fennel (5 nomination), in uscita il 29 aprile.
    • The Father, di Florian Zeller (6 nomination), data di uscita non disponibile.
    • The Man Who Sold his Skin, di Kaouther Ben Hania, data di uscita non disponibile.
    • Minari, di Lee Isaac Chung (6 nomination), in uscita il 26 aprile al cinema.
    • Nomadland, di Chloé Zhao (6 nomination), in uscita il 30 aprile su Disney+ e al cinema.
    • Quo Vadis, Aida?, di Jasmila Žbanić (1 nomination), data di uscita non disponibile.
    • The United States vs. Billie Holiday, di Lee Daniels (1 nomination), data di uscita non disponibile.

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