Tag: emily blunt

  • Cartoline dal Lido, giorni 6 e 7 – Portobello, The Testament of Ann Lee, The Smashing Machine, Marc by Sofia

     

    Portobello (Ep 1-2), di Marco Bellocchio – Fuori Concorso

    A cura di Silvia Strambi

    Per due generazioni di italiani, i nomi ‘Portobello’ ed ‘Enzo Tortora’ riporteranno alla mente allegri ricordi di serate trascorse di fronte alla televisione in compagnia di rubriche e personaggi variopinti, in attesa che un pappagallo verde ripetesse una parola magica. Altrettante persone ricorderanno lo scandalo mediatico legato a Tortora, mattatore di quello strano circo che era il programma Portobello, accusato di legami con la Camorra e detenuto ingiustamente per anni.
    Dopo averci raccontato la vicenda Aldo Moro in Esterno notte, Marco Bellocchio torna con una nuova serie assieme all’attore protagonista Fabrizio Gifuni. Gifuni è Tortora, affiancato nel cast da Lino Musella nel ruolo del suo accusatore principale, Giovanni Pandico, e da Romana Maggiora Vergano (C’è ancora domani) nei panni della sua amante, Francesca. I primi due episodi della serie sono stati presentati alla Mostra del Cinema di Venezia in questi giorni, in attesa dell’uscita della serie completa, prevista nel 2026 su HBO Max.
    Quello che si vede dalle prime puntate è decisamente promettente. Il primo episodio ci lascia più in compagnia di Pandico che di Tortora, introducendoci ai conflitti interni alla Camorra e alle turbe mentali del Pandico per farci comprendere le motivazioni alla base della sua denuncia. Ciò che riguarda Tortora, nel primo episodio, diventa uno specchio doloroso nel secondo: amato dal pubblico e dal suo staff, investito della carica di Commendatore, la fama e l’amore che riceve dalle telecamere si trasforma in condanna e pubblico lubridio all'alba dell’arresto.
    Dal poco che possiamo vedere, sembra che il discorso sulla responsabilità dei media nei casi mediatici proseguirà per il resto della serie. Allo stesso modo, possiamo ipotizzare un interesse nei riguardi della successiva carriera politica di Tortora e un commento attorno alla crasi tra figure del mondo dello spettacolo e della politica.
    Quello che abbiamo visto finora è comunque promettente e decisamente interessante e, ci permettiamo di dire con un po' di malizia, un’ottima strategia da parte di HBO Max per accalappiare abbonati.

    The Testament of Ann Lee, Mona Fastvold – In concorso 

    A cura di Eva Sternai

    Mona Fastvold, regista di The World to Come (2020) e co-sceneggiatrice del più recente The Brutalist (2024), Leone D’Argento all’81 Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, regala un biopic musicale maestoso ma non sorprendente.
    La voce narrante accompagna lo spettatore attraverso le fasi della vita di Ann Lee: leader del movimento religioso degli Shakers, diffusosi con reticenza nel XVIII secolo prima in Inghilterra e poi negli Stati Uniti in lotta per l’indipendenza.
    La fede viene professata lavorando duramente, astenendosi dall’avere rapporti sessuali e attraverso riti  di liberazione dell’anima visivamente coinvolgenti. I canti, elemento centrale della pellicola, sono riadattati dal compositore Daniel Blumberg (The Brutalist, The World to Come, Sotto le Nuvole) a partire dagli originali. Le coreografie, curate da Celia Rowlson-Hall (X, VoxLux), coordinano un turbinio di corpi liberi, grotowskiani, che riempiono in estasi lo schermo.
    Amanda Seyfried, che aveva già collaborato con Fastvold in The Crowded Room (2023), si cala completamente nel ruolo stremante di Mother Ann, la seconda figlia di Dio. L’opera, girata in 70mm, celebra una donna forte, ribelle e dimenticata, fondendo il genere musical a quello del film in costume e restando fedele ai canoni. È forse proprio a causa di questo rispetto dei canoni e della riproposizione di schemi già sperimentati che l’ambizioso progetto risulta essere meno impattante di quanto avrebbe potuto.

    The Smashing Machine, di Benny Safdie – In concorso

    A cura di Nicolò Cretaro 

    Arriviamo al film con i comprensibili pregiudizi. Dwayne Johnson, una delle personalità più potenti dello star system vuole costruirsi una solida credibilità artistica, e la ricetta è servita. La storia di un lottatore a richiamare la precedente carriera nel wrestling di The Rock, la presenza a Venezia dove aveva trionfato The Wrestler dando un ultimo sussulto di gloria a Mickey Rourke, il logo A24 all'inizio del film (non accolto dai consueti e sinceramente stancanti applausi), la mano di Benny Safdie.
    Nel film mancano i due elementi che si davano per scontati: l'Oscar Moment e la classica struttura da film sportivo, e forse il bello è proprio questo. The Rock è sorprendentemente sotto traccia per la maggior parte del film, interpretando un personaggio che trova la sua solidità emotiva nel momento in cui perde quella agonistica, nonostante le spalle gigantesche sempre inquadrate. Cerca una virilità che forse lui stesso non ha mai dato per scontato, contrastato da una Emily Blunt mai stata più esuberante. Forse l'apparente mancanza di lotta ci conduce verso l'equilibrio del protagonista. Ci è cresciuto dentro nelle ore successive, e i premi non sono un miraggio.

    Marc by Sofia, Sofia Coppola – Fuori Concorso

    A cura di Silvia Strambi

    Lo stilista Marc Jacobs organizza una sfilata di moda. La regista e sua amica di lunga data Sofia Coppola riprende il processo creativo.
    Basta questo per raccontare il nuovo documentario Marc by Sofia, non fosse che la regista è, appunto, Sofia Coppola. I due parlano dell’ispirazione creativa di Jacobs, della sua storia come stilista, dei suoi dubbi di artista. Ma dello stile distintivo di Coppola, nonostante la sua presenza fisica e di voce fuori campo che fa domande, non c’è nulla se non una singola inquadratura sul finale che ricorda il suo debutto e le sue ‘Vergini Suicide’. Così com’è, Mark by Sofia è un documentario alquanto semplice che svolge il suo lavoro bene, ma a mo' di compitino scolastico.
    Redazione.
  • Etica e gender role nelle narrazioni mediali – La trasformazione dei personaggi ne Il diavolo veste Prada e Breaking Bad

    Durante gli anni 2000 nei media e soprattutto nelle serie televisive, un grande spazio viene riservato alla figura dell’antieroe: Dr. House, Tony Soprano, Carrie Bradshaw e Dexter Morgan sono solo alcuni esempi di una tendenza per cui, in questo periodo, dei protagonisti non convenzionalmente buoni e poco legati ad un’etica comune, risultano più interessanti agli occhi del pubblico. I motivi del perché delle narrazioni incentrate su eroi “cattivi” siano avvincenti sono tanti, alcuni da ricercare nella storia economica della serialità televisiva, altri che si astraggono da spazio e tempo e dalla specificità dei mezzi, e si legano alla psicologia umana e all’interesse nell’osservare da vicino i processi mentali di personaggi alternativi e la loro relazione con la morale.
    Due prodotti mediali, entrambi risalenti alla metà del primo decennio del nuovo millennio, rispecchiano (uno in maniera esplicita, l’altro di riflesso) questa tendenza, ognuno in modo molto personale.

    Nel 2008 viene trasmessa la prima puntata di Breaking Bad, serie per eccellenza incentrata su un antieroe e che anzi rende questa specificità proprio il fulcro della narrazione.
    La serie ci racconta due anni di vita di Walter White, un professore di liceo che dopo aver scoperto di essere malato di cancro inizia a produrre metanfetamina sfruttando le sue abilità con la chimica per poter lasciare dei soldi in eredità alla propria famiglia. Se in superficie la trama sembra limitarsi a questo, in realtà Breaking Bad esplora il lento cambiamento di stato di Walt, che episodio dopo episodio diventa sempre più spietato, arrivando a compiere gesti di cui non sarebbe stato capace in passato. La sua morale, all’inizio forte e importante per lui, col tempo si deteriora lasciando spazio a sentimenti che erano stati repressi per tutta la sua vita: orgoglio, superbia e arroganza, desiderio di affermarsi per il suo talento, la volontà di indipendenza (economica e non).

    Grazie ai flashback di cui la serie fa spesso uso, veniamo infatti a conoscenza di chi era Walt prima: un chimico altamente qualificato con prospettive di lavoro floride in un’azienda che era destinata ad arricchirsi, un uomo dalle larghe vedute in termini di spese per i propri comfort e soprattutto un grande appassionato del suo lavoro. Gli eventi della vita lo avevano però costretto a lavorare come insegnante in una scuola con un part time in un autolavaggio. La frustrazione accumulata nel corso degli anni emerge prima piano e poi in maniera dirompente quando iniziano ad arrivare le prime soddisfazioni con le vendite di meth e il rispetto del suo raffinato prodotto da parte dei grandi distributori.

    L’attenzione allo sviluppo psicologico del personaggio è essenziale, e noi spettatori lo seguiamo nella sua trasformazione arrivando insieme a lui a non sorprenderci più quando compie gesti atroci, poiché col passare delle stagioni ogni cosa che fa è sempre in linea con la sua personalità. Se nella prima stagione vuole solo dare sicurezza finanziaria ai suoi figli, nell’ultima stagione desidera rimanere il primo produttore di metanfetamina del New Mexico, vuole che i suoi nemici lo temano e che la sua figura venga rispettata per via del suo talento. Vuole riconoscimento.

    Facendo qualche passo indietro, nel 2006 vediamo uscire nei cinema un film destinato a diventare un cult del suo tempo. Il diavolo veste Prada (David Frankel), con un eccezionale cast composto da Anne Hathaway, Meryl Streep, Emily Blunt, Stanley Tucci e molte comparse del mondo della moda (in particolare la supermodella Gisele Caroline Bündchen e lo stilista Valentino), racconta la storia di Andrea Sachs, una giovane giornalista interessata a temi politici e sociali che decide di trascorrere un periodo lavorando nella famosa rivista di moda Runway per aggiungere punti in più al suo curriculum. Poco pratica con le ultime tendenze, Andrea vive un primo impatto traumatico nella sede del giornale, circondata da ragazze bellissime ed estremamente curate, ma anche gratuitamente cattive nei suoi confronti e superficiali. La direttrice Miranda Priestley (personaggio ispirato ad Anna Wintour e interpretato da Meryl Streep) le dà una possibilità di dimostrare la sua bravura come assistente, ma non senza farla sentire inadeguata per i suoi capelli scompigliato e i vestiti semplici, abbinati con poco criterio.

    È chiaro per Andrea di non essere nell’ambiente adatto a lei, che vorrebbe scrivere dei sindacati dei lavoratori e dare poco peso al suo aspetto fisico per concentrarsi di più sul suo lavoro, ma sceglie comunque di tentare l’esperienza, per un tempo limitato. La protagonista viene messa a dura prova soprattutto nel primo periodo di lavoro, sopraffatta da ritmi insostenibili, richiesta di disponibilità h24, lo sguardo giudicante delle altre ragazze e vere e proprie vessazioni da parte di Miranda. Trova rifugio nel collega Nigel, che la aiuta (seppur dovendo un po’ insistere) a cambiare il suo look per essere più integrata. Il momento in cui Andrea abbandona il suo vecchio aspetto e abbraccia timidamente l’alta moda è un nodo centrale della narrazione, e da quel momento in poi il suo personaggio evolverà in una maniera inaspettata per lei e i suoi amici. Andrea arriva non solo ad inserirsi perfettamente nell’ambiente di Runway, ma spicca sulle altre agli occhi di Miranda per la sua prontezza, spirito d’iniziativa, dedizione al lavoro e ovviamente eleganza e gusto.

    Un ruolo importante nella vita di Andy è esercitato dal suo fidanzato Nate e dai suoi amici Lily e Doug, tutti fondamentalmente allineati a quella che era la sua personalità prima di iniziare a lavorare per Miranda. Non sorprende quindi che avvengano screzi e incomprensioni nel momento in cui la protagonista sembra abbracciare uno stile di vita diverso che spesso la porta a dover rinunciare alle uscite insieme per lavorare o per presenziare ad eventi importanti. Nonostante le sue buone intenzioni Andy appare snob e altezzosa agli occhi del suo gruppo. Nate in particolare le fa spesso pesare quanto sia cambiata e le dice chiaramente come ormai lei non gli piaccia più.

    La sua metamorfosi raggiunge il picco quando viene costretta ad accettare un’occasione lavorativa (un viaggio a Parigi) che sarebbe spettata ad una sua collega. Infine, dopo aver assistito alla corruzione e alla mancanza di rapporti sinceri del mondo di cui ormai era parte, Andy decide di fare un passo indietro e rinunciare al lavoro per recuperare un’integrità morale che sentiva di aver perso.

    Mettendo a paragone Breaking Bad e Il diavolo veste Prada, i primi elementi che risaltano sono i punti essenziali della trama. Nel primo caso abbiamo un uomo che diventa cattivo perché produce droga, mente ai suoi cari, uccide un grande numero di persone, costruisce bombe e armi da fuoco, distrugge la sua famiglia. Nel secondo caso abbiamo una giovane ragazza che tenta una carriera lavorativa con ritmi intensi che la portano a trascurare il suo fidanzato.

    C’è una grandissima differenza tra le due storie, sicuramente anche nelle intenzioni. Tuttavia in entrambi i casi ci viene mostrato un processo di cambiamento “in peggio” che viene sottolineato con i suoi punti salienti. E lo sguardo negli occhi di Skyler quando scopre che suo marito è un narcotrafficante è lo stesso di Nate quando Andy fa tardi al suo compleanno. Nell’analisi dell’evoluzione di questi due personaggi il genere (gender) gioca un ruolo fondamentale. Se Walt fosse stato una donna forse la serie avrebbe comunque mantenuto il suo fascino, perché gli eventi raccontati sono estremi, indipendentemente da un protagonista maschile o femminile. Certamente seguendo lo stereotipo, un uomo sembra più adatto ad una serie come Breaking Bad, soprattutto per l’enfasi posta su alcune caratteristiche tipicamente maschili quali l’imperativo di essere un provider per la propria famiglia e la necessità tossica di affermare il proprio individualismo. Con una donna sarebbe stata diversa, ma comunque avvincente.

    Se mettiamo un uomo al posto di Andy, la struttura narrativa portante de Il diavolo veste Prada crolla irrimediabilmente. Il pathos dei momenti salienti in cui Andrea si interroga su quella che è diventata la sua etica non avrebbe affatto lo stesso effetto. Risulta molto più difficile immaginare una fidanzata svalutare l’impegno del proprio ragazzo sul posto di lavoro, lamentarsi con toni infantili di quanto è cambiato e cercare di attirare attenzioni con un silenzio punitivo.
    I media sono specchio delle visioni della società, ma concorrono anche a rafforzare le medesime concezioni, per cui una donna che trascura la famiglia (o in questo caso fidanzato e amici) viene associata a qualcosa di cattivo e le viene chiesto di cambiare.
    C’è un caso rilevante nella storia del cinema in cui vediamo un protagonista fare carriera ed evolversi. Si tratta di Jordan Belfort in The wolf of wall street, che fin dall’inizio del film viene supportato da sua moglie Teresa nel suo sogno di diventare milionario, nonostante tutte le implicazioni del caso. Niente sbuffi boriosi e niente passivo-aggressività, e se i due divorziano è a causa di uno stile di vita eccessivo di Belfort, e in particolare di un’amante di cui lui si innamora, non certo per come il suo lavoro “l’abbia reso una persona peggiore”.

    Il senso di tradimento provato da Nate non è neutro, ma è il risultato morale di circa due secoli che hanno visto la donna dedita all’accudimento degli altri: la prospettiva di una carriera è quindi pensabile solo a patto che questo aspetto non venga meno.

    Tornando a Breaking Bad, vediamo come a Walt venga data la possibilità di abbracciare fino alla fine il suo nuovo Io e non rinnegarsi, nonostante i vari momenti in cui era convinto che avrebbe davvero chiuso con la meth. È vero, in questo caso la sua volontà è precisa, mentre Andy in realtà non abbandona mai il sogno di occuparsi di politica. La verità però è che lei non sta male mentre lavora per Miranda, a un certo punto le piace. Accetta i rischi, ma si gode anche i pregi di un mestiere inaspettato che sta scoprendo, perché è giovane e sta testando le possibilità della vita. Non sono i fatti in sé a farle cambiare idea, ma i discorsi colpevolizzanti da parte di un fidanzato frustrato e i punzecchiamenti malvagi della direttrice che le fa notare come abbia voltato le spalle ai suoi amici. Queste voci sono espressione di un sentire comune, e arrivano a dipingere una ragazza sveglia e volenterosa, che sta effettivamente tastando un terreno nuovo intorno a sé, come un’egoista workaholic che ha perso sé stessa.
    Possiamo quindi vedere come Breaking Bad e Il diavolo veste Prada ci raccontino due storie entrambe focalizzate su un processo di cambiamento riprovevole. Nel primo caso è un negativo reale e assoluto, in cui il protagonista rimane artefice del suo destino all’interno della sua trasformazione; nel secondo, è un negativo socialmente costruito, che in verità di nocivo ha ben poco e tra le righe dimostra le molteplici difficoltà in più che una donna deve affrontare per ottenere dei successi, partendo in primis dalle pretese dei suoi affetti.

    Riflettere su come film e serie tv abbiano rappresentato la società nel corso del tempo aiuta a comprendere meglio chi siamo oggi e chi siamo stati; al contempo ci dà la possibilità di non accettare passivamente come stereotipi di genere vengano perpetuati, ma di giudicarli con occhio critico pur godendo del buono delle storie che riempiono la nostra quotidianità.

    Gaia Fanelli,
    Redattrice.
  • Recensione The Fall Guy – Lo stuntman innamorato

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    The Fall Guy (2024) è l’ultimo film di David Leitch, che ritorna dopo l’ottimo risultato ottenuto con Bullet Train (2022), riproposizione pulp del genere action da lui tanto frequentato, che vede il ritorno sul grande schermo di Ryan Gosling dopo l’enorme successo dell’estate 2023 con Barbie di Greta Gerwig, affiancato anche questa volta da una co-star di eccezione: Emily Blunt.

    Il protagonista di The Fall Guy è uno stuntman di Hollywood, Colt Seavers (Ryan Gosling), che dopo un brutto infortunio sul lavoro torna sul set per un film la cui regia è curata da Jody Moreno (Emily Blunt), sua fiamma del passato, e che vede nel ruolo di protagonista Tom Ryder (Aaron Taylor-Johnson), con cui ha un rapporto attore – stunt-man di lunga data. La vicenda si complicherà quando Tom Ryder sparirà dalla circolazione mettendo in difficoltà il proseguire dei lavori sul set, e proprio Colt Seavers verrà incaricato di ritrovarlo, invischiandosi in un complotto più grande di lui.

    La figura dello stuntman è il centro gravitazionale dell’intero racconto, una figura che sembra essere tornata al centro dell’attenzione nel mondo del cinema, considerando anche lo splendido personaggio di Cliff Booth in C’era una volta a… Hollywood (Once Upon a Time in… Hollywood, 2019) di Quentin Tarantino. Lo stesso David Leitch è un ex stuntman, proprio come il suo socio Chad Stahelski, regista e ideatore della saga di John Wick, con cui ha creato una società di stunt-men. The Fall Guy è dichiaratamente un’ode a questa pericolosa professione, fondamentale per impreziosire i nostri film preferiti, ma alla quale non viene molto spesso dato il giusto credito. Di conseguenza si tratta di un film sul mondo del cinema, sui suoi retroscena, in cui il mondo del set è centrale e dove si lascia spazio a decine e decine di citazioni cinematografiche.

    In fondo, però, prima di essere un film action scoppiettante ad alto budget, esagerato, pieno di effetti speciali ed esplosioni, come solo David Leitch sa fare (bene), si tratta di una commedia romantica, proprio come Pretty Woman (Garry Marshall, 1990), Notting Hill (Roger Michell, 1999) e Love Actually (Richard Curtis, 2003), tutti film citati dai personaggi di The Fall Guy, in un continuo rimando meta-cinematografico in cui non solo si parla del mondo delle produzioni cinematografiche, ma del cinema stesso, nella sua totalità. La relazione tra Colt e Jody trova terreno fertile, con espliciti rimandi, nella storia del film che stanno girando e nelle dinamiche del set.

    Soffermiamoci un momento sul dualismo della figura di Ryan Gosling: capace di essere l’imperturbabile icona mascolina di film neo-noir del calibro di Drive (Nicolas Winding Refn, 2011), dove condivide con The Fall Guy la professione di stunt-man, o di Blade Runner 2049 (Denis Villeneuve, 2017) e, allo stesso tempo, presentandosi come icona comedy capace di decostruire il concetto e gli stereotipi relativi alla mascolinità: in Barbie di Greta Gerwig nei panni di Ken dovrà arrendersi alle sue fragilità e al dolore di un amore non corrisposto; in The Nice Guys (Shane Black, 2016), film che consigliamo caldamente di recuperare, è un investigatore privato imbranato, incapace, le cui intuizioni finiscono con l’essere più casuali che altro.

    Proprio questa natura comedy di Ryan Gosling emerge con dirompenza in The Fall Guy, e in alcune sequenze appare, nonostante le sue capacità fisiche tipiche del genere action, come l’opposto del “duro”, del maschio alfa. Iconica la sequenza di montaggio in cui Colt, seduto in macchina, ascolta All too well di Taylor Swift ricordando la sua passata storia d’amore con Jody e piangendo. Insomma, si tratta di un eroe non invincibile, con problemi di autostima, che riesce ad aprire il proprio cuore anche quando è doloroso farlo.

    Il film è inoltre caratterizzato da una forte attenzione dedicata all’elemento visivo, come durante la scazzottata ad una serata a tema fluo; in una sequenza viene fatto un uso dello split-screen a regola d’arte, pienamente inserito nelle dinamiche narrative del film; Colt indossa una giacca del suo primo film da stunt-man, Miami Vice, che sembra voler richiamare l’iconica giacca con lo scorpione di Drive. Perfettamente centrata la scelta delle musiche, con una sequenza al karaoke in cui Emily Blunt dimostra le sue doti canore, oltre alle ben evidenti doti da attrice co-protagonista capace di reggere il passo di un Ryan Gosling a briglie sciolte. Ottima anche la presenza di Aaron Taylor-Johnson, il vociferato nuovo 007, brillante stella in ascesa nel panorama hollywoodiano, che torna a collaborare con David Leitch dopo Bullet Train. Purtroppo The Fall Guy condivide con Bullet Train il più evidente tra i suoi difetti, ovvero una durata eccessiva, che se scremata a dovere avrebbe consegnato agli spettatori un film più ritmato e, forse, più incisivo.

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    Alessandro Corrao,
    Redattore.
  • Speciale Premi Oscar 2024: analisi e pronostici

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    It’s Oscar time! Come ogni anno gli Academy Awards, noti più comunemente come Premi Oscar, rappresentano il culmine della cosiddetta Awards Season, la stagione dei premi, ossia il periodo in cui l’industria cinematografica hollywoodiana (e non solo) assegna i propri principali riconoscimenti ai film più importanti della passata stagione. Iniziata con la cerimonia dei Golden Globe del 7 gennaio, la Awards Season 2024 si concluderà domenica 10 marzo con la cerimonia degli Oscar, che verrà trasmessa in diretta mondiale dal Dolby Theatre di Los Angeles e condotta, per la quarta volta, da Jimmy Kimmel. Per l’Italia, inoltre, la cerimonia 2024 presenta una novità significativa: mentre gli anni passati gli Oscar erano trasmessi in diretta su Sky (e commentati dall’immancabile duo Francesco Castelnuovo/Gianni Canova), quest’anno sarà possibile vedere la premiazione in chiaro su Rai 1 nella notte tra il 10 e l’11 marzo. Alla conduzione ci sarà Alberto Matano. La decisione della Rai di trasmettere la cerimonia sulla propria rete ammiraglia si giustifica ampiamente con la presenza, tra le pellicole candidate, di Io capitano di Matteo Garrone, che rappresenta l’Italia nella categoria miglior film internazionale ed è stato prodotto con il contributo proprio di Rai Cinema

    Ma dunque chi vincerà la novantaseiesima edizione degli Academy Awards? I pronostici per gli Oscar sono un autentico business e riviste come la statunitense Variety fondano buona parte del proprio prestigio sull’attendibilità delle proprie previsioni. Anche su Frames Cinema intendiamo proporre i nostri pronostici, per cercare di capire chi, con ogni probabilità, si porterà a casa la statuetta dorata nella notte delle stelle e soprattutto perché. Ma andiamo con ordine, categoria per categoria (chi scrive non si soffermerà solamente sulle tre categorie dedicate ai cortometraggi). 

    Miglior film

    Candidati:

    • American Fiction di Cord Jefferson (MGM; produttori: Ben LeClair, Nikos Karamigios, Cord Jefferson e Jermaine Johnson)
    • Anatomia di una caduta di Justine Triet (Neon; produttori: Marie-Ange Luciani e David Thion)
    • Barbie di Greta Gerwig (Warner Bros.; produttori: David Heyman, Margot Robbie, Tom Ackerley e Robbie Brenner)
    • The Holdovers – Lezioni di vita di Alexander Payne (Focus Features; produttore: Mark Johnson)
    • Killers of the Flower Moon di Martin Scorsese (Apple Original Films/Paramount Pictures; produttori: Dan Friedkin, Bradley Thomas, Martin Scorsese e Daniel Lupi)
    • Maestro di Bradley Cooper (Netflix; produttori: Bradley Cooper, Steven Spielberg, Fred Berner, Amy Durning e Kristie Macosko Krieger)
    • Oppenheimer di Christopher Nolan (Universal Pictures; produttori: Emma Thomas, Charles Roven e Christopher Nolan)
    • Past Lives di Celine Song (A24; produttori: David Hinojosa, Christine Vachon e Pamela Koffler)
    • Povere creature! di Yorgos Lanthimos (Searchlight Pictures; produttori: Ed Guiney, Andrew Lowe, Yorgos Lanthimos ed Emma Stone)
    • La zona d’interesse di Jonathan Glazer (A24; produttore: James Wilson)

    Chi vincerà (pronostico): Oppenheimer

    La categoria più ambita quest’anno è anche tra le più facili da prevedere. Come lo scorso anno era pressoché scontata la vittoria di Everything Everywhere All At Once di Daniel Kwan e Daniel Scheinert, quest’anno Oppenheimer di Christopher Nolan dovrebbe trionfare come miglior film senza eccessive difficoltà. Come è possibile affermarlo con tanta sicurezza? L’Academy of Motion Picture Arts and Sciences, l’istituzione che consegna i premi Oscar, è costituita da oltre 10.000 professionisti del cinema internazionale che votano per tutte le categorie premiate. Tutte queste persone, però, non votano solo agli Oscar, ma molte di loro appartengono anche a giurie di diversi altri riconoscimenti assegnati nel corso della Awards Season. Dunque, studiando con attenzione i risultati delle altre premiazioni, è possibile fare ipotesi piuttosto circostanziate su come potrebbero essere distribuiti gli Oscar. Nel caso della categoria miglior film quest’anno Oppenheimer ha trionfato in tutte le principali premiazioni della stagione dei premi, dai Golden Globe (che in realtà non costituiscono un vero e proprio indicatore per gli Oscar, dal momento che sono assegnati dalla Golden Globe Foundation, ente che ha da poco sostituito la storica Hollywood Foreign Press Association e che non ha rapporti diretti con l’Academy) ai britannici BAFTA, dai Critics’ Choice Awards ai prestigiosissimi PGA (i riconoscimenti del sindacato dei produttori cinematografici statunitensi, che dal 2000 a oggi ha premiato sedici volte pellicole poi risultate vincitrici anche agli Oscar). Inoltre, Oppenheimer ha anche ottenuto il premio al miglior cast ai SAG Awards (i premi del sindacato degli attori, la categoria più influente e numerosa all’interno della giuria dell’Academy), considerato come un indicatore fondamentale per la pellicola che si aggiudicherà l’Oscar al miglior film (nel 2020 fu proprio questo premio ad annunciare l’imminente trionfo a sorpresa di Parasite di Bong Joon-ho). Oppenheimer, dunque, sembra avere davvero la strada spianata e, a meno di enormi sorprese, Christopher Nolan e i suoi co-produttori Emma Thomas (anche sua moglie) e Charles Roven dovrebbero riuscire a portare a casa la statuetta. Se chi scrive dovesse provare a immaginare un possibile favorito “numero due”, comunque, esso andrebbe individuato nelle pellicole europee La zona d’interesse (già Grand Prix a Cannes e pluri-riconosciuto ai BAFTA) e Anatomia di una caduta (già Palma d’Oro) piuttosto che in Povere creature! o Killers of the Flower Moon.

    Miglior regia

    Candidati:

    • Jonathan Glazer (La zona d’interesse)
    • Yorgos Lanthimos (Povere creature!)
    • Christopher Nolan (Oppenheimer)
    • Martin Scorsese (Killers of the Flower Moon)
    • Justine Triet (Anatomia di una caduta)

    Chi vincerà (pronostico): Christopher Nolan (Oppenheimer

    Se per il premio al miglior film abbiamo un vincitore probabile, nella categoria miglior regia la questione pare ancora più definita: Christopher Nolan ha vinto tutto in questa Awards Season. Nessun premio significativo per la regia è andato agli altri registi candidati all’Oscar. L’autore britannico ha vinto il Golden Globe, il BAFTA, il Critics’ Choice e soprattutto il DGA (il premio del sindacato dei registi) e nessun ostacolo concreto pare più separarlo dall’Oscar. Vale comunque la pena segnalare che Martin Scorsese, con la sua candidatura per Killers of the Flower Moon, raggiunge le dieci nomination complessive in carriera in questa categoria (di cui una sola andata a segno, per The Departed), secondo solo a William Wyler (dodici nomination) nella storia del cinema.

    Miglior attore protagonista

    Candidati:

    • Bradley Cooper (Maestro)
    • Colman Domingo (Rustin)
    • Paul Giamatti (The Holdovers – Lezioni di vita)
    • Cillian Murphy (Oppenheimer)
    • Jeffrey Wright (American Fiction)

    Chi vincerà (pronostico): Cillian Murphy (Oppenheimer)

    La categoria miglior attore quest’anno rappresenta una competizione a due tra il Cillian Murphy di Oppenheimer e il Paul Giamatti di The Holdovers (niente da fare, invece, per il Bradley Cooper di Maestro, dato per favorito alla vigilia della stagione dei premi). Entrambi hanno vinto il Golden Globe (rispettivamente nelle categorie di dramma e commedia). Successivamente, invece, Giamatti si è assicurato il Critics’ Choice Award, facendo tremare la “corazzata Oppenheimer” e inducendo molti analisti a ipotizzare l’intenzione, da parte dell’Academy, di incoronare finalmente uno degli attori simbolo del panorama del cinema indipendente americano, già candidato all’Oscar come non protagonista per Cinderella Man di Ron Howard, e autore di performance iconiche in perle cinematografiche come Sideways – In viaggio con Jack (2004) di Alexander Payne. Nelle premiazioni a seguire, tuttavia, Cillian Murphy, attore irlandese tra i più talentuosi della sua generazione e già collaboratore di fiducia di Nolan, si è imposto su Giamatti, trionfando sia ai BAFTA sia ai SAG Awards, quest’ultimi considerati da molti come il vero e proprio ago della bilancia. A conti fatti, è assai difficile che Giamatti possa farcela e si può pronosticare con un certo grado di sicurezza che sarà Murphy a trionfare il 10 marzo. Dispiace molto per Giamatti – che nel ruolo del professor Hunham in The Holdovers ha dato un’interpretazione di straordinaria finezza, costantemente in bilico tra ironia e malinconia – ma non si può non gioire per la probabile vittoria del dolente protagonista del capolavoro di Christopher Nolan. 

    Miglior attrice protagonista

    Candidate:

    • Annette Bening (Nyad)
    • Lily Gladstone (Killers of the Flower Moon)
    • Sandra Hüller (Anatomia di una caduta)
    • Carey Mulligan (Maestro)
    • Emma Stone (Povere creature!)

    Chi vincerà (pronostico): Lily Gladstone (Killers of the Flower Moon)

    Eccoci qua. La categoria miglior attrice protagonista rappresenta davvero il cuore di questi Oscar 2024, dal momento che è senza dubbio la sfida più accanita e incerta tra due candidate: Lily Gladstone per Killers of the Flower Moon ed Emma Stone per Povere creature!. Certo, non siamo ai livelli di incertezza degli Oscar 2021, quando ben tre attrici (Carey Mulligan, Viola Davis e Frances McDormand – quest’ultima poi risultata vincitrice per Nomadland) si erano giocate la statuetta “ad armi pressoché pari” (la prima aveva vinto il Critics’ Choice, la seconda il SAG e la terza il BAFTA). Ebbene, quest’anno la sfida non è a tre, ma la situazione non è molto più chiara. Emma Stone ha vinto il Golden Globe come attrice in un film commedia, il Critics’ Choice Award e soprattutto il BAFTA, premio considerato determinante (si pensi solo a quando, tre anni fa, Anthony Hopkins trionfò sul compianto Chadwick Boseman come miglior attore avendo vinto “solo” il BAFTA in precedenza). In Povere creature!, inoltre, Stone è in scena per la quasi totalità del film e regala un’interpretazione divertente e sopra le righe, mettendo in gioco tutta la propria fisicità. Dall’altra parte, Gladstone ha vinto numerosi premi della critica, il Golden Globe come attrice drammatica e soprattutto il SAG Award come miglior attrice, altro tassello di solito fondamentale per chi vuole aspirare alla statuetta. La sua interpretazione nel film di Scorsese, tuttavia, è assai più trattenuta e sottile rispetto a quella di Stone – e in questo senso meno “immediata” da apprezzare. Inoltre Gladstone è presente sullo schermo per un tempo abbastanza limitato rispetto all’imponente durata dell’epopea western scorsesiana, tanto che quando Killers of the Flower Moon era stato presentato al Festival di Cannes lo scorso anno molti analisti avevano ipotizzato una nomination come non protagonista per l’interprete di Mollie Burkhart, moglie del protagonista Ernest Burkhart/Leonardo DiCaprio. Come si può intuire da queste mie considerazioni, dunque, la situazione nella categoria miglior attrice è assai ingarbugliata. Dovendo esprimere un pronostico, tuttavia, chi scrive ritiene che sarà proprio Lily Gladstone a prevalere, per quattro ragioni fondamentali. (1) Se Gladstone non vincesse, Killers of the Flower Moon avrebbe buone possibilità di tornare a casa a mani vuote e diventerebbe il terzo film del regista, dopo Gangs of New York e The Irishman, ad avere ottenuto dieci nomination e nessuna statuetta (al contrario, Povere creature! ha buone possibilità di ottenere qualche premio di consolazione in ambito tecnico); (2) il SAG è stato, in ordine di tempo, l’ultimo premio importante a essere assegnato nel corso della stagione dei premi e la vittoria di Gladstone a questa recente manifestazione potrebbe fungere da volano per gli Oscar di più rispetto al BAFTA vinto da Stone diverse settimane fa; (3) Stone ha già vinto un Oscar per La La Land e, in questo senso, molti membri dell’Academy potrebbero preferire premiare un nuovo nome recentemente emerso; infine (4) è ben noto quanto gli Oscar siano attenti al tema dell’inclusività e Gladstone, in caso di vittoria, sarebbe la prima interprete nativa americana a conquistare la statuetta. Per tutte queste ragioni, a parere di chi scrive è Gladstone la favorita per la vittoria dell’Oscar, benché Emma Stone sia tutt’altro che fuori dai giochi. 

    Miglior attore non protagonista

    Candidati:

    • Sterling K. Brown (American Fiction)
    • Robert DeNiro (Killers of the Flower Moon)
    • Robert Downey Jr. (Oppenheimer)
    • Ryan Gosling (Barbie)
    • Mark Ruffalo (Povere creature!)

    Chi vincerà (pronostico): Robert Downey Jr. (Oppenheimer)

    Se all’inizio della Awards Season in molti sostenevano che fosse finalmente giunto il momento di riconoscere il talento di Ryan Gosling, grazie alla sua ironica interpretazione di Ken in Barbie, l’andamento effettivo della stagione dei premi ha smentito tutte le premesse. È stato infatti Robert Downey Jr., grazie alla sua sottile interpretazione di Lewis Strauss in Oppenheimer, a trionfare in tutte le principali premiazioni (Golden Globe, Critics’ Choice, BAFTA, SAG). Downey – che è alla terza nomination dopo quelle ottenute come protagonista per Charlot nel 1993 e come non protagonista per Tropic Thunder nel 2009 – pare a questo punto l’unico serio contendente al premio Oscar.

    Miglior attrice non protagonista

    Candidate:

    • Emily Blunt (Oppenheimer)
    • Danielle Brooks (Il colore viola)
    • America Ferrera (Barbie)
    • Jodie Foster (Nyad)
    • Da’Vine Joy Randolph (The Holdovers – Lezioni di vita)

    Chi vincerà (pronostico): Da’Vine Joy Randolph (The Holdovers – Lezioni di vita)

    Se c’è una categoria in cui la vincitrice è già scritta è questa. Da’Vine Joy Randolph, attrice e cantante statunitense che in The Holdovers interpreta la cuoca Mary, ha vinto qualsiasi premio possibile come non protagonista e nulla può impedirle di giungere all’Oscar.

    Miglior sceneggiatura originale

    Candidati:

    • Anatomia di una caduta (Justine Triet e Arthur Harari)
    • The Holdovers – Lezioni di vita (David Hemingson)
    • Maestro (Bradley Cooper e Josh Singer)
    • May December (Samy Burch e Alex Mechanik)
    • Past Lives (Celine Song)

    Chi vincerà (pronostico): Anatomia di una caduta (Justine Triet e Arthur Harari)

    Il premio alla miglior sceneggiatura originale è uno tra i più importanti tra quelli attribuiti agli Oscar e spesso viene assegnato come “compenso” a un film che è stato estremamente gradito dall’Academy e tuttavia non è stato riconosciuto nelle categorie principali di miglior film e miglior regia. È accaduto di recente con titoli di peso come Scappa – Get Out di Jordan Peele, Manchester by the Sea di Kenneth Lonergan, Lei di Spike Jonze, Midnight in Paris di Woody Allen, Una donna promettente di Emerald Fennell e così via. Il medesimo schema dovrebbe ripetersi quest’anno, in cui il film favorito per il premio è Anatomia di una caduta, scritto dalla regista Justine Triet insieme al partner professionale e di vita Arthur Harari. La pellicola francese, già vincitrice della Palma d’Oro a Cannes, è stata inspiegabilmente snobbata dal comitato francese di selezione per l’Oscar come miglior film internazionale, benché fosse eleggibile. Al suo posto, infatti, la Francia ha preferito proporre come proprio rappresentante La passion de Dodin Bouffant del franco-vietnamita Tran Anh Hung (anch’egli riconosciuto a Cannes come miglior regista) che tuttavia, come vedremo, non è riuscito a entrare nella cinquina dell’Oscar “straniero”: fatto che ha già generato numerose polemiche in patria (per approfondire: Screendaily; Variety). Anatomia di una caduta, dal canto proprio, pur essendo stato snobbato dal proprio stesso paese, ha ottenuto cinque pesantissime nomination agli Oscar, tra cui miglior film, regia e attrice protagonista. Il film è stato enormemente apprezzato a livello globale e, proprio per questo, è assai probabile che il film trionfi nella categoria miglior sceneggiatura originale (riconoscimento già ottenuto ai BAFTA e ai Golden Globe, peraltro), anche per via della propria scrittura complessa e raffinata. Niente da fare, sembrerebbe, per gli altri illustri candidati (almeno Past Lives e The Holdovers, altrimenti, avrebbero potuto avere delle possibilità). È inoltre da segnalare che quest’anno i premi del sindacato degli sceneggiatori (WGA Awards) non sono ancora stati attribuiti (la cerimonia è in calendario per il 14 aprile).

    Miglior sceneggiatura non originale 

    Candidati:

    • American Fiction (Cord Jefferson)
    • Barbie (Greta Gerwig e Noah Baumbach)
    • Oppenheimer (Christopher Nolan)
    • Povere creature! (Tony McNamara)
    • La zona d’interesse (Jonathan Glazer)

    Chi vincerà (pronostico): American Fiction (Cord Jefferson)

    Anche in questa categoria, apparentemente, sembrerebbe esserci un vincitore designato: American Fiction, scritto e diretto da Cord Jefferson, che per l’occasione ha adattato il romanzo Erasure (2001) di Percival Everett. Il film, infatti, ha vinto il BAFTA e il Critics’ Choice nella medesima categoria ed è in lizza per il WGA. Non è da escludere, tuttavia, che l’Academy decida di riconoscere e “compensare” Barbie di Greta Gerwig. Il maggiore successo al botteghino del 2023, infatti, rischia di tornare a casa esclusivamente con il premio alla miglior canzone, dopo le numerose polemiche attorno all’esclusione di Gerwig e Margot Robbie dalle categorie, rispettivamente, di miglior regia e attrice. Inoltre, Barbie e American Fiction non si sono mai trovati in diretta competizione nel corso della stagione dei premi: il film di Gerwig, infatti, è stato candidato, sia ai BAFTA sia ai Critics’ Choice (dove peraltro ha vinto il premio), come miglior sceneggiatura originale, mentre agli Oscar compete nella categoria per il miglior adattamento proprio contro il film di Jefferson. Non è dunque facile prevedere con sicurezza come andranno le cose in questa categoria: al momento, comunque, American Fiction sembrerebbe essere in leggero vantaggio.

    Miglior film internazionale

    Candidati:

    • Io capitano di Matteo Garrone (Italia)
    • Perfect Days di Wim Wenders (Giappone)
    • La società della neve di Juan Antonio Bayona (Spagna)
    • La sala professori di İlker Çatak (Germania)
    • La zona d’interesse di Jonathan Glazer (Regno Unito)

    Chi vincerà (pronostico): La zona d’interesse di Jonathan Glazer

    In questa categoria non ci sono dubbi: vista anche l’esclusione, di cui si è già scritto, del favoritissimo Anatomia di una caduta, nessun film può realmente competere con La zona d’interesse di Jonathan Glazer. Già premiato con il Grand Prix a Cannes, l’agghiacciante dramma britannico (ma parlato in tedesco) sul comandante di Auschwitz è già stato acclamato da molti come uno dei migliori film di questo decennio. L’amore per l’opera di Glazer, peraltro, parrebbe condiviso anche dall’Academy, che lo ha candidato anche come miglior film, regia, sceneggiatura non originale e sonoro. Non vi sono dubbi, dunque, che il premio come miglior film internazionale andrà al capolavoro di Glazer, che si conferma un autore sperimentale e anticonformista. Dispiace per lo splendido Perfect Days di Wim Wenders e per il coinvolgente La società della neve di J.A. Bayona, dedicato al disastro aereo delle Ande del 1972. Ma il rammarico maggiore è ovviamente per il nostro Matteo Garrone, che giunge per la prima volta agli Oscar con un film coraggioso nel fondere realismo e dimensione fiabesca, che tuttavia non è tra i suoi lavori migliori.

    Miglior film d’animazione

    Candidati:

    Chi vincerà (pronostico): Spider-Man – Across the Spider-Verse di Joaquim Dos Santos, Kemp Powers e Justin K. Thompson

    Nell’ambito dell’animazione le cose sono assai meno scontate: i maggiori pronostici vedono come favorito Spider-Man – Across the Spider-Verse, seguito visionario dell’acclamatissimo Spider-Man – Un nuovo universo (2018), già premiato agli Oscar. Il film, oltre ad avere ottenuto il plauso unanime di critica e pubblico, ha vinto sia il Critics’ Choice sia l’Annie Award, attribuito dal ramo losangelino dell’International Animated Film Association. Il diretto competitor del film su Spider-Man, tuttavia, è Il ragazzo e l’airone, dodicesimo lungometraggio d’animazione di Hayao Miyazaki. Il film non ha messo d’accordo tutti (alcuni lo ritengono tra i capolavori del Maestro, altri una degenerazione visionaria e criptica del suo cinema), ma è innegabile che l’Academy possa voler riconoscere ancora una volta, con quello che potrebbe essere il suo ultimo lavoro, il genio di Miyazaki (già vincitore di due Oscar: per La città incantata nel 2003 e alla carriera nel 2015). A testimonianza di ciò Il ragazzo e l’airone ha vinto a sorpresa sia il Golden Globe sia il BAFTA. La partita, dunque, è aperta, anche se nell’ambito dell’animazione l’Academy ha sempre teso a premiare maggiormente la produzione americana e, in questo senso, Spider-Man sembrerebbe ancora in vantaggio.

    Miglior fotografia

    Candidati:

    • El Conde (Edward Lachman)
    • Killers of the Flower Moon (Rodrigo Prieto)
    • Maestro (Matthew Libatique)
    • Oppenheimer (Hoyte van Hoytema)
    • Povere creature! (Robbie Ryan)

    Chi vincerà (pronostico): Oppenheimer (Hoyte van Hoytema)

    In questa categoria Oppenheimer e il suo direttore della fotografia Hoyte van Hoytema, collaboratore di Nolan sin dai tempi di Interstellar, dovrebbero avere vittoria facile: il film, infatti, ha vinto i premi alla migliore fotografia in tutte le principali manifestazioni della stagione dei premi.

    Miglior montaggio

    Candidati:

    • Anatomia di una caduta (Laurent Sénéchal)
    • The Holdovers – Lezioni di vita (Kevin Tent)
    • Killers of the Flower Moon (Thelma Schoonmaker)
    • Oppenheimer (Jennifer Lame)
    • Povere creature! (Yorgos Mavropsaridis)

    Chi vincerà (pronostico): Oppenheimer (Jennifer Lame)

    Anche questa categoria non dovrebbe riservare sorprese: il notevole lavoro di montaggio di Jennifer Lame su Oppenheimer dovrebbe permettere alla statunitense di ottenere il suo primo Oscar, visti anche i molti altri riconoscimenti accumulati nel corso della stagione. 

    Miglior scenografia

    Candidati:

    • Barbie (Sarah Greenwood e Katie Spencer)
    • Killers of the Flower Moon (Jack Fisk e Adam Willis)
    • Napoleon (Arthur Max e Elli Griff)
    • Oppenheimer (Ruth De Jong e Claire Kaufman)
    • Povere creature! (Shona Heath, James Price e Szusza Mihalek)

    Chi vincerà (pronostico): Povere creature! (Shona Heath, James Price e Szusza Mihalek)

    In questa categoria Povere creature! dovrebbe avere vittoria facile (ha già vinto il BAFTA). Si tratterebbe di un piccolo compenso per la probabile débâcle del film nelle categorie principali.

    Migliori costumi

    Candidati:

    • Barbie (Jacqueline Durran)
    • Killers of the Flower Moon (Jacqueline West)
    • Napoleon (David Crossman e Janty Yates)
    • Oppenheimer (Ellen Mirojnick)
    • Povere creature! (Holly Waddington)

    Chi vincerà (pronostico): Povere creature! (Holly Waddington)

    In questa categoria è favorito per la vittoria Povere creature!, già trionfatore ai BAFTA. Nelle ultime settimane, tuttavia, Barbie ha anch’esso racimolato consensi (e un Critics’ Choice Award) e questo premio potrebbe fungere da “compenso” per il film di Gerwig, che probabilmente tornerà a casa con poche statuette (specialmente se paragonate al monumentale successo di pubblico). La partita è aperta.

    Miglior trucco e acconciatura

    Candidati:

    • Golda (Karen Hartley Thomas, Suzi Battersby e Ashra Kelly-Blue)
    • Maestro (Kazu Hiro, Kai Georgiou e Lori McCoy Bell)
    • Oppenheimer (Luisa Abel)
    • Povere creature! (Nadia Stacey, Mark Coulier e Josh Weston)
    • La società della neve (Ana Lopez-Puigcerver, David Marti e Montse Ribé)

    Chi vincerà (pronostico): Maestro (Kazu Hiro, Kai Georgiou e Lori McCoy Bell)

    Anche questo premio potrebbe fungere da compenso per un film importante altrimenti trascurato: Maestro, il biopic su Leonard Bernstein diretto da Bradley Cooper e prodotto da Steven Spielberg, ha ottenuto sette candidature pesanti agli Oscar, ma questo è l’unica categoria in cui ha realistiche possibilità di successo. È dunque assai probabile che vinca la statuetta, visto anche l’impressionante lavoro svolto sul corpo e sul volto di Cooper, trasformato in Bernstein in maniera assai convincente. 

    Migliori effetti speciali

    Candidati:

    • The Creator (Jay Cooper, Ian Comley, Andrew Roberts e Neil Corbould)
    • Godzilla: Minus One (Takashi Yamazaki, Kiyoko Shibuya, Masaki Takahashi e Tatsuji Nojima)
    • Guardiani della Galassia Vol. 3 (Stephane Ceretti, Alexis Wajsbrot, Guy Williams e Theo Bialek)
    • Mission: Impossible – Dead Reckoning Parte Uno (Alex Wuttke, Simone Coco, Jeff Sutherland e Neil Corbould) 
    • Napoleon (Charley Henley, Luc-Ewen Martin-Fenouillet, Simone Coco e Neil Corbould)

    Chi vincerà (pronostico): The Creator (Jay Cooper, Ian Comley, Andrew Roberts e Neil Corbould)

    Quella dei migliori effetti speciali è una categoria spesso imprevedibile, poiché l’Academy ha spesso fatto delle scelte non scontate: si pensi a quando Ex Machina di Alex Garland vinse su Star Wars: Il risveglio della forza o a quando First Man di Damien Chazelle ottenne il premio battendo Avengers: Infinity War e Ready Player One. Quest’anno, poi, non pare esserci un singolo candidato forte. Molti analisti danno attualmente favorito The Creator, ma non è da escludere un ritorno di fiamma di Mission: Impossible – Dead Reckoning Parte Uno o del magnifico Godzilla: Minus One, forse il film che fa un uso più creativo dei propri effetti speciali.

    Miglior colonna sonora

    Candidati:

    • American Fiction (Laura Karpman)
    • Indiana Jones e il quadrante del destino (John Williams)
    • Killers of the Flower Moon (Robbie Robertson)
    • Oppenheimer (Ludwig Göransson)
    • Povere creature! (Jerskin Fendrix)

    Chi vincerà (pronostico): Oppenheimer (Ludwig Göransson)

    Un’altra categoria abbastanza sicura è quella della miglior colonna sonora, in cui dovrebbe essere premiato il gran lavoro svolto dallo svedese Ludwig Göransson (già premio Oscar per Black Panther) su Oppenheimer, la cui musica è già divenuta di culto (il film, peraltro, ha vinto praticamente tutti i premi principali in tal senso: Golden Globe, BAFTA, Critics’ Choice…).  Vanno comunque segnalate la nomination al compianto Robbie Robertson per Killers of the Flower Moon e la cinquantaquattresima candidatura all’Oscar per John Williams, secondo individuo più nominato di sempre dopo Walt Disney e più anziano candidato di sempre (91 anni). Dispiace, inoltre, per l’esclusione dalla competizione di Mica Levi, che avrebbe meritato la candidatura per il suo disturbante lavoro su La zona d’interesse di Glazer.

    Miglior canzone originale

    Candidati: 

    • It Never Went Away (Jon Batiste e Dan Wilson) – dal film American Symphony
    • I’m just Ken (Mark Ronson e Andrew Wyatt) – dal film Barbie 
    • What Was I Made For? (Billie Eilish e Finneas O’Connell) – dal film Barbie
    • The Fire Inside (Diane Warren) – dal film Flamin’ Hot
    • Wahzhazhe (A Song For My People) (Scott George) – dal film Killers of the Flower Moon

    Chi vincerà (pronostico): What Was I Made For? (Billie Eilish e Finneas O’Connell) – da Barbie

    Altra categoria sicura è quella per la miglior canzone, il cui il premio verrà con ogni probabilità assegnato a What Was I Made For? di Barbie, composta da Billie Eilish e suo fratello Finneas O’Connell, già vincitori dell’Oscar nel 2022 per No Time To Die. Nessuna speranza, anche quest’anno, per Diane Warren che, con la sua candidatura per il brano The Fire Inside, raggiunge le quattordici nomination in carriera, senza essere ancora riuscita a vincere il premio (anche se nel 2023 le è stato consegnato un Oscar alla carriera). È da segnalare la partecipazione alla competizione della canzone Wahzhazhe (A Song For My People), composta da Scott George per Killers of the Flower Moon e cantata interamente in lingua Osage

    Miglior sonoro

    Candidati:

    • The Creator (Ian Voigt, Erik Aadahl, Ethan Van der Ryn, Tom Ozanich e Dean Zupancic)
    • Maestro (Steven A. Morrow, Richard King, Jason Ruder, Tom Ozanich e Dean Zupancic)
    • Mission: Impossible – Dead Reckoning Parte Uno (Chris Munro, James H. Mather, Chris Burdon e Mark Taylor)
    • Oppenheimer (Willie Burton, Richard King, Gary A. Rizzo e Kevin O’Connell)
    • La zona d’interesse (Tarn Willers e Johnnie Burn)

    Chi vincerà (pronostico): Oppenheimer (Willie Burton, Richard King, Gary A. Rizzo e Kevin O’Connell)

    Un’altra categoria che fino a qualche settimana fa sembrava scontata si è recentemente trasformata in una sfida interessante: Oppenheimer di Christopher Nolan – con il suo impressionante lavoro sul sonoro, specialmente in relazione alla sequenza del Trinity Test – rimane il titolo favorito. Eppure, ai BAFTA è stato La zona d’interesse a vincere: il film di Jonathan Glazer, in effetti, ha anch’esso una componente sonora significativa, dal momento che gioca con la dimensione del fuoricampo e fa percepire larga parte degli orrori del campo di concentramento proprio tramite il sonoro. Anche in questa categoria, dunque, la partita è apertissima

    Miglior documentario

    Candidati:

    • Bobi Wine: The People’s President di Christopher Sharp e Moses Bwayo
    • The Eternal Memory di Maite Alberdi
    • Four Daughters di Kaouther Ben Hania
    • To Kill a Tiger di Nisha Pahuja
    • 20 Days in Mariupol di Mstyslav Chernov

    Chi vincerà (pronostico): 20 Days in Mariupol di Mstyslav Chernov

    Infine eccoci giunti alla categoria miglior documentario, dove 20 Days in Mariupolagghiacciante documentario ucraino che mostra, con sguardo giornalistico, gli orrori dal fronte – dovrebbe riuscire facilmente a prevalere sugli altri contendenti, anche solo per l’attualità del tema

    Siamo giunti al termine di questo lungo viaggio negli Oscar 2024. Siete d’accordo con i nostri pronostici?

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    Jacopo Barbero,
    Direttore editoriale
  • Pain Hustlers – Trailer del nuovo film targato Netflix con Emily Blunt e Chris Evans

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    A settimane di distanza dall’uscita in streaming, Netflix pubblica il trailer di Pain Hustlers, il prossimo progetto di punta che vedrà protagonisti Emily Blunt (Oppenheimer) e Chris Evans (Captain America).

    Il trailer ci mostra dettagli sulla trama e i vari personaggi, tra cui spicca la protagonista interpretata proprio dalla Blunt.

    Sinossi ufficiale:

    Sognando una vita migliore per lei e la sua giovane figlia, Liza (Emily Blunt) ottiene un lavoro da Pete (Chris Evans) in una start-up farmaceutica in fallimento, dove il fascino, la determinazione e il coraggio di Liza la catapultano nella bella vita e nel mondo degli affari mentre l’azienda finisce al centro di un’associazione a delinquere con conseguenze disastrose.

    Il cast, oltre a Blunt e Evans, è formato da Catherine O’Hara (Elemental), Andy Garcia (Gli Intoccabili), Brian D’Arcy James (West Side Story), Chloe Coleman (Avatar – La via dell’acqua) e Jay Duplass (The Chair).

    La sceneggiatura è scritta da Wells Tower, uno scrittore americano che firma la sua prima sceneggiatura dopo aver fatto qualche lavoro per la televisione.

    Il regista della pellicola, invece, è David Yates, nonché il regista degli ultimi quattro film della saga di Harry Potter e della trilogia di Animali Fantastici.

    Il film, prodotto da Netflix, uscirà direttamente in streaming a partire dal 27 ottobre 2023.

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    Michael Pierdomenico,
    Redattore news.
  • RECENSIONE A QUIET PLACE 2

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    Ammettiamolo, a tutti noi quando sentiamo il nome “John Krasinsky” viene in mente Jim Halpert dalla sitcom The Office. Ma per i più cinefili, non sarà sicuramente passato inosservato il suo esordio alla regia datato 2018 con A Quiet Place, film con un budget di 17 milioni e che ne ha incassati 340 milioni, per non parlare dei numerosissimi premi e nomination che ha ricevuto. Un successo meritatissimo per un horror grandioso, che portò quindi lo stesso Krasinsky ed i produttori a creare un seguito. 

    Si arriva al 2019, con un teaser trailer nel mese di Dicembre ed un trailer vero e proprio il mese successivo. Ma causa pandemia il tutto ha subito un grosso rallentamento ed in alcuni casi (come questo) un blocco totale. Ma finalmente una luce in fondo al tunnel è arrivata e nel mese di Giugno 2021 l’attesissimo sequel è arrivato nelle nostre sale. Proprio il caso di dire “meglio tardi che mai

    IL SILENZIO DEGLI INNOCENTI

    Con il primo capitolo si era riusciti a trovare una formula vincente: il silenzio. La presenza di questi mostri iper-sensibili ai rumori, ciechi ma (quasi) immortali grazie alle loro scaglie permetteva al film di mantenersi per un’ora e mezza in costante tensione fino al finale, unico punto leggermente più debole della produzione.

    Il sequel inizia con una sequenza di circa 15 minuti che funge da “prequel” delle vicende e ci mostra il Giorno 1, quando tutto ebbe inizio, permettendo così di scoprire qualcosa di più sull’arrivo e la comparsa di queste misteriose creature sulla Terra. Già qui Krasinsky dimostra di saper stare efficacemente dietro la macchina da presa e soprattutto di aver chiaro in mente tutto ciò che deve mostrare e come, riuscendo a confezionare una sequenza che parte nella calma più piatta e che si ribalta completamente nell’arco di alcuni secondi.

    Il film procede poi con la vera storia del film. Riprendendo esattamente dove il precedente si era concluso, ci vengono mostrati i restanti membri della famiglia Abbott lasciare il loro rifugio ormai devastato in cerca di una nuova casa. Si procederà poi con un racconto in due archi: nel primo seguiamo Regan Abbott (Millicent Simmonds) alla ricerca di un’isola sicura inseguendo un misterioso segnale radio, aiutata dalla new entry Emmett (Cillian Murphy); nel secondo arco vediamo il tentativo di sopravvivenza di Evelyn Abbott (Emily Blunt) con suo figlio Marcus (Noah Jupe) ed il figlio neonato.

    Questi i personaggi che porteranno avanti le vicende del film e che saranno presenti per la quasi totalità del tempo. Sono presenti predoni o altri sopravvissuti, ma dei quali non si conosce nulla (nemmeno il nome) e che hanno ruoli talmente secondari da essere relegati quasi ad essere delle mere comparse

    L’elemento vincente del film risulta sicuramente in Cillian Murphy. Era dai tempi di 28 Giorni Dopo (Danny Boyle, 2003) che non lo si vedeva in un ruolo simile ed anche qui risulta completamente calato nella parte. La componente più forte del personaggio è anche quella di essere nuovo, un qualcuno di cui noi spettatori non sappiamo nulla, di cui non sappiamo se poterci fidare completamente e che impariamo a conoscere grazie ad una scrittura asciutta ed efficace, che non si perde quindi in discorsi inutili e che potrebbero rubare l’attenzione.

    Ciò non significa però che gli altri personaggi risultino peggiori. Emily Blunt riesce anche qui, come nel primo, a dare un’ottima prova attoriale, grazie anche alla ovvia chimica con il marito/regista, ma lo stesso discorso risulta applicabile ai due attori più giovani che interpretano i figli, soprattutto per Millicent Simmonds che regge il confronto delle scene assieme a Murphy, consci anche del fatto che il suo personaggio è sordo-muto e di tutte le conseguenze che ciò comporta.

    ANSIA A MILLE

    Compito non da poco, questo seguito riesce a riprendere l’ansia onnipresente del primo capitolo riuscendo addirittura ad ampliarla. Con la sequenza finale del primo capitolo, i protagonisti scoprono un punto debole dei mostri e che premette loro di uccidere l’invasore arrivato alla loro fattoria. C’era quindi il rischio che questo seguito risultasse troppo improntato all’azione, rinunciando all’elemento più horror riuscitissimo nella precedente iterazione. Qui il film fa un enorme passo in avanti, riuscendo a mischiare bene quell’elemento di sopravvivenza e costante pericolo con la (seppur flebile) possibilità di poter uccidere alcuni dei mostri, ma riuscendo ad inserire l’elemento non come conseguente immortalità ed estrema potenza degli umani ma come “ne ho ucciso uno e posso forse avere il tempo di scappare”.

    Seguendo questa tecnica il film riesce a diventare probabilmente uno dei migliori horror degli ultimi anni, grazie anche ad una sceneggiatura solida che fornisce allo spettatore sempre ulteriori informazioni sul mondo in cui i personaggi vivono, sui mostri, su cos’è successo in passato. Informazioni magari non di fondamentale importanza, ma che portano a scacciare via la sensazione del “sequel fatto solo per soldi” che sicuramente non si applica a questo caso.

    Risulta doveroso spendere alcune parole di elogio per la regia di Krasinsky e la fotografia di Polly Morgan, che riescono a dipingere un viaggio verso l’ignoto ricco di scorci memorabili e sequenze mozzafiato, soprattutto quando i mostri entrano in azione. Doveroso anche fare presente come il design di quest’ultimi sia nettamente migliorato dal precedente, con una cura della CGI di livello superiore con mostri che risultano una gioia per gli occhi ogni volta che compaiono a schermo.

    CONCLUSIONI

    Dopo un riuscitissimo primo capitolo, Krasinsky riesce a costruire un sequel che riesce a migliorare su tutti i fronti. La regia e la fotografia risultano ottime, con sequenze e scorci che rimarranno nella mente dello spettatore anche tempo dopo la visione, e la sceneggiatura riesce a mettere in atto una storia interessante e spaventosa, con pochi personaggi ma ben caratterizzati. Punto più alto risulta l’interpretazione di Cillian Murphy con un personaggio stupendo, senza dimenticarsi però anche degli altri. Ottima anche la CGI.

    Sicuramente da recuperare per chi ha apprezzato il primo e per chi cerca un ottimo film in sala durante l’estate.

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