Tag: fantascienza

  • Recensione Disclosure Day – gli alieni siamo noi

    Recensione Disclosure Day – gli alieni siamo noi

    La meraviglia è un sentimento che percepiamo nel momento in cui osserviamo un fenomeno fuori dall’ordinario. Per quanto la fantascienza sia apprezzata solo dagli amanti del genere è evidente che le opere di questa categoria siano inclini a suscitare quella incredulità data da eventi non comuni, da situazioni che nella quotidianità sarebbero impossibili. 

    È innegabile che Steven Spielberg sia un maestro nel plasmare l’immagine cinematografica, trasformandola in stupore. La sua passione per gli alieni ci ha trasportati in realtà fantastiche in diverse occasioni, da Incontri ravvicinati del terzo tipo a E.T., fino a La guerra dei mondi. Oggi ci riporta in sala con Disclosure Day, che, nonostante alcune evidenti criticità, affronta il tema provando a interrogarsi sul concetto di umanità.

    L’attesa della rivelazione

    Se scoprissimo che esistono altre forme di vita nell’universo vorremmo farlo sapere o preferiremmo privare tutti della verità per scongiurare le inevitabili conseguenze?

    Su questo quesito si sviluppa la trama del film, marcando un confine molto (forse troppo) netto tra buoni e cattivi. 

    In uno scenario in cui la terza guerra mondiale è alle porte, un’organizzazione segreta, presieduta dallo spietato Noah (Colin Firth), possiede dei file contenenti le prove dell’esistenza degli extraterrestri. L’ex membro Hugo (Colman Domingo) assolda il genio dell’informatica Daniel (Josh O’Connor) per rubare e divulgare le informazioni dell’archivio. Intanto Margaret (Emily Blunt), una meteorologa del Kansas, si trova coinvolta nella missione dopo aver involontariamente parlato una lingua ignota durante una diretta televisiva. 

    L’atmosfera tensiva, favorita dalle musiche del fedelissimo John Williams, si avverte sin dalle prime sequenze e ci induce a tifare per la fazione positiva e a sperare che il compito venga portato a termine. Un alone di azione e di mistero avvolge l’intera vicenda, anche se lo scopo da raggiungere è la rivelazione. Lo spettatore è infatti onnisciente, deve solo attendere che anche il resto del pianeta acquisisca le sue conoscenze. Sebbene la sceneggiatura (scritta da David Koepp e basata su un soggetto dello stesso Spielberg) risulti piuttosto stratificata, il racconto scorre abbastanza fluidamente. Qualche espediente appare semplicistico, ma l’intrattenimento è assicurato e lo sguardo resta incollato allo schermo per due ore e mezza. 

    La riscoperta dell’empatia

    “Non avere paura di ciò che non conosci” è il mantra sul quale si fonda la storia. Un invito ad abbracciare le diversità, ad abbattere le barriere linguistiche, a entrare nelle menti altrui per comprendere e sanare le paure e le preoccupazioni che le attanagliano.

    Gli alieni vogliono capirci, poiché il fulcro dell’evoluzione è per loro l’empatia, sconosciuta ormai alla nostra società. 

    Gli abitanti della Terra non sono più umani nell’accezione spirituale della parola e per poter andare avanti hanno bisogno di essere visti e accettati malgrado le loro fragilità.

    Margaret sostiene di riuscire a “scivolare” dentro le persone e la sua abilità assume tratti divini agli occhi di chi la incontra, proprio perché nessuno è più interessato a scavare in profondità. Il rapporto con Dio è preponderante nella narrazione e in un’ottica disfattista è più facile credere in un creatore che riporre la propria fiducia negli uomini.  Interessante è il simbolismo legato al crocifisso, visto come elemento di resistenza alle torture degli antagonisti. Ed è proprio Noah in un dialogo con la ex suora Jane (Eve Hewson) a paragonarsi a Santa Chiara, evidenziando una presunzione insita negli individui.  

    In un certo senso il regista americano chiede anche a noi di compiere (ancora una volta) un atto di fede: dobbiamo ritenere vera ogni situazione che si paleserà. Così la cameretta di una bambina con la carta da parati piena di farfalle sarà il punto di partenza verso l’incanto e noi insieme a lei torneremo a casa ammaliati da un cinema in cui l’impossibile diviene sempre possibile.


    Maria Cagnazzo, Redattrice

  • Ritorno al futuro compie 40 anni – La nostalgia di un futuro che è passato

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    La prima volta in cui sono incappata in Ritorno al futuro ero una bambina, ho acceso la tv nell’esatto istante in cui Doc (Christopher Lloyd) è sospeso all’enorme orologio della piazza e tenta disperatamente di riagganciare dei cavi attraverso i quali passerà la corrente del fulmine in arrivo. Si tratta praticamente della fine, del punto di spannung che precede la risoluzione dei fatti.

    Pur non conoscendo gli avvenimenti accaduti fino a lì, mi sono incollata per i restanti venti minuti davanti a quello schermo distorto con dietro il tubo catodico, ho alzato il volume e ho tifato con passione per quello strano tipo con i capelli arruffati e i piedi penzolanti per aria. Non sapevo quale fosse la causa che stavo sostenendo, ero solo ammaliata, caduta in un incantesimo che dura ancora e di cui ancora non distinguo chiaramente le motivazioni.

    Sono trascorsi 40 anni dalla prima proiezione del film negli Stati Uniti, ne sono passati parecchi anche dal mio ricordo, eppure Ritorno al futuro continua a mantenere il suo status di cult transgenerazionale.

    Cosa può accadere a uno sceneggiatore che trova nella soffitta della casa dei genitori l’annuario del liceo di suo padre? Bob Gale si immaginò come sarebbe stato incontrarlo a scuola da coetaneo, raccontò la sua idea a Robert Zemeckis e ne venne fuori una sceneggiatura che avrebbe rinnovato per sempre il cinema di fantascienza.

    Il soggetto piacque a Steven Spielberg che si propose come produttore esecutivo, purtroppo però fu rifiutato dai vari studios, in quanto non ritenuto in linea con le commedie di quel momento, molto più volgari ed esplicite. Dopo una lunga trafila la Universal accettò il progetto e iniziarono le riprese, che si conclusero a pochi mesi dall’approdo nelle sale.

    I guadagni furono esorbitanti e nacque un franchise che oltre ai tre lungometraggi comprende una serie animata, un fumetto, dei videogiochi, un musical, un corto, un documentario e delle giostre per parchi divertimento.

    Zemeckis e Gale misero in scena un 1985 fatto di aerobica, di lavori ben retribuiti, di strade sporche, di film a luci rosse e di marchi sui vestiti. Un’America del benessere obbligatorio e del fallimento inevitabile, che relega il povero George (Crispin Glover) in un angolo e vede il malefico Biff (Thomas F. Wilson) come oppressore vincente.  Perfino quando Marty (Michael J. Fox) corregge il corso della storia i ruoli si capovolgono, ma il classismo resta.

    Tornare indietro comporta invece ritrovarsi in un’ambientazione completamente diversa, in cui regna l’ordine, le pettinature sono cotonate, i televisori sono elettrodomestici rari e Ronald Reagan è un semplice attore. Certo, combinare Johnny B. Goode di Chuck Berry con un assolo heavy metal non è ancora una buona mossa, ma non si può avere tutto dalla vita!

    Avviene una focalizzazione sul concetto di mutamento in ogni sua declinazione, i dettagli sono fondamentali e fungono da anello di congiunzione tra i due mondi: ad esempio viene scelta la Pepsi poiché a differenza della Coca Cola aveva variato il suo logo. Ma il vero filo rosso che unisce i decenni è sicuramente la DeLorean, che con le sue iconiche portiere ad ali di gabbiano ha un aspetto avveniristico a prescindere e riesce senza alcuno sforzo ad aumentare la nostra sospensione dell’incredulità (addirittura nel ’55 la confondono con una navicella spaziale).

    Siamo testimoni della metamorfosi di una piccola cittadina, immagine riflessa di un Paese che cambia e si lascia cambiare. Il tempo in Ritorno al futuro è mutevole ed è conseguenza delle azioni di chi lo vive. Le vicende di un paesino diventano gesta eroiche, in quanto gli errori producono delle ripercussioni da sistemare urgentemente. Ad arricchire questo sfondo di quotidianità è sicuramente anche la colonna sonora di Alan Silvestri, che dona tensione ed epicità alle peripezie di un ragazzino.

    La nostalgia degli anni ‘50 è un tema ricorrente in quel periodo, basti pensare a Grease o a Happy days. D’altronde il desiderio di vivere un passato che non ci appartiene alberga da sempre in tutti noi, un passato in cui possiamo immaginare di sentirci più protagonisti. E così il giovane McFly desta subito interesse nel 1955, è al centro dell’attenzione e proprio per questa ragione modifica inavvertitamente il susseguirsi degli eventi.

    Fox rappresenta l’emblema del teenager della prima vera epoca consumista: giubbotto smanicato, sneakers e skate. Il suo personaggio genera un processo identificativo nello spettatore coevo che è da annoverare tra i motivi del grande successo della trilogia.

    I personaggi divengono paradigmatici, un simbolo da emulare immutato, nonostante le continue trasformazioni della società. Gli oggetti restano gli ultimi appigli di una generazione ancorata al passato e così Nike propone nel 2016 le scarpe auto-allaccianti del secondo capitolo e Eastpak nel 2023 rimette in commercio l’indimenticabile zainetto bordeaux.

    La malinconia è rimasta, ma si è evoluta. Negli anni ‘80 volgeva lo sguardo ai ‘50, oggi invece abbiamo superato il futuristico 2015 e guardiamo al presente di Marty con pensieri nostalgici, rimpiangiamo il nostro walkman, le videocassette, le cabine telefoniche e forse speriamo che una DeLorean si palesi e ci riporti alla nostra infanzia.

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    Maria Cagnazzo,
    Redattrice.
  • Gattaca e il postmoderno

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    È il 6 marzo 1998 quando viene proiettato nei cinema italiani Gattaca – La porta dell’universo (la cui uscita negli Stati Uniti avviene nel 1997), il film d’esordio del regista e sceneggiatore Andrew Niccol. Egli dimostra fin da questo primo lavoro la sua propensione alla creazione di futuri distopici e comunità scientificamente avanzate, che verrà espressa anche con The Truman show (Peter Weir, 1998) a cui Niccol lavorerà un anno dopo come sceneggiatore e In time (2011). 

    Quest’impostazione fantascientifica viene raffigurata in Gattaca con la narrazione di una nuova società in cui il progresso tecnologico ha dato la possibilità di imporre un rigore scientifico alla nascita dei bambini, per garantire loro il miglior corredo genetico possibile. È in questo contesto che si svolge la vita di Vincent, un ragazzo che rientra tra i pochi concepiti nella vecchia maniera, tramite un rapporto. Il protagonista è vittima delle nuove forme di classismo sviluppate, basate ora non più sul guadagno ma sul DNA degli individui. Coloro i cui geni venivano selezionati dal caso tramite il concepimento tradizionale non avevano la speranza di ambire a posizioni elevate, ma erano costretti perlopiù a lavorare nelle imprese di pulizie, come anche Vincent farà per un periodo. La sua vita però cambia quando gli si paventa la possibilità di commettere una frode nei confronti del sistema. Incontra Jerome (Jude Law), un umano moderno e geneticamente valido costretto però su una sedia a rotelle per un incidente. Il protagonista decide di sfruttare il suo corredo genetico inutilizzato per realizzare il suo sogno di lavorare nell’ente aerospaziale di Gattaca e partecipare a missioni interstellari. Si munisce così di sacche contenenti il sangue e le urine di Jerome per i controlli quotidiani alla stazione spaziale, e assume la sua identità. Per tutto il film Vincent cerca di sfuggire alle indagini da parte della polizia in seguito alla morte di un suo superiore, impegnandosi meticolosamente per non fornire loro tracce del suo DNA. 

    La crisi dello sguardo

    Immaginando una simile società futura Niccol mette in risalto una caratteristica dell’epoca definita postmoderna, e che certamente si può ritenere affermata negli anni ’90. Basando il riconoscimento degli individui sul loro corredo genetico più che sul loro aspetto (viene più volte ribadito come le fotografie siano inutili per il riconoscimento) viene evidenziata una generale mancanza di fiducia nella vista, forse legata, all’interno della nostra realtà, ai progressi del cinema e in particolare al filone fantascientifico e alla vasta possibilità di effetti speciali che offriva. Lo spettatore degli anni ’90, diversamente da quello di inizio ‘900, aveva interiorizzato le modalità narrative cinematografiche e aveva compreso quanto poco veritiera fosse la realtà rappresentata sullo schermo.

    Questa forma di crisi della visione, proiettata all’interno di un contesto futuro, richiama le vicende narrate in Gattaca, in cui la vista non solo non è più affidabile, e per questo viene rimpiazzata da quotidiani controlli del sangue in grado di fornire dei dati precisi; ma perde importanza in quanto associata ad una capacità più umana e naturale, che non viene ritenuta meritevole di considerazione se paragonata al potenziale di precisione dei calcoli scientifici (per approfondire l’argomento si consiglia la lettura de L’alieno e il pipistrello – La crisi della forma nel cinema contemporaneo, Gianni Canova, 2022).

    L’umanità viene quindi presentata come ormai facente parte di un più ampio ed evoluto sistema tecnologico in cui il valore dell’uomo viene matematicamente calcolato, e dipende più dal suo ipotetico potenziale che da ciò che egli dimostra davvero di saper e voler realizzare. 

    L’inumanità della modernità

    Il futuro immaginato da Niccol propone una prospettiva in cui la consapevolezza della propria umanità viene surclassata dalle innovazioni tecnologiche, che permettono di valutare l’uomo e di inserirlo nella società sulla sola base del suo potenziale, espresso dal corredo genetico. Questa umanità disumanizzata che ha ormai preso il sopravvento viene smontata da Vincent nel confronto con suo fratello Anton. Quest’ultimo, al contrario di lui, era stato concepito secondo i metodi contemporanei, e la sua prestanza fisica gli aveva garantito una maggiore considerazione da parte dei genitori, un atteggiamento che aveva portato Vincent ad andar via di casa molto presto. Da bambini però c’era un gioco che i due facevano spesso, cioè nuotare in mare e vedere chi sarebbe riuscito ad andare più al largo. Aveva ovviamente sempre vinto Anton, meno che una volta. Questo significava forse che le possibilità dell’uomo esulavano dalla precisione perentoria dei calcoli scientifici? Su questo punto il regista insiste in diversi momenti, fin dal tema principale che presenta. Tutta la narrazione, infatti, si articola sulla falsa identità che Vincent deve mantenere per realizzare il suo sogno, e i rischi che deve evitare per non farsi scoprire. Una volta riuscito ad entrare a Gattaca grazie ad un DNA altrui però non è difficile per lui ambientarsi. La sua passione per l’astronomia e le sue capacità gli permettono subito di guadagnarsi la stima dei suoi superiori insieme a numerose possibilità lavorative.

    Vincent rappresenta una crepa umana nel sistema dell’elaborazione scientifica, la quale è un ostacolo interposto tra i desideri individuali e la società.  La sua controparte, Jerome, contribuisce in un modo differente ad esasperare questo messaggio. Anche lui, rimasto invalido e vincitore di numerosi secondi premi nelle competizioni di nuoto, costituisce un errore di calcolo. La riuscita quindi dell’obiettivo di Vincent, un invalido, e il fallimento di vita di Jerome evidenziano la fallacia della tecnologia quando applicata ad un campo totalmente umano, cioè quello delle passioni e dell’impegno per l’autorealizzazione. 

    In una società emotivamente fragile, cosciente di star vivendo un’evoluzione veloce e improntata al sopravvento tecnologico, Vincent e Jerome dimostrano il modo in cui al suo interno ci sia ancora posto per i desideri e le passioni sincere, e come la vita dell’uomo sia ancora soggetta all’inesorabile fatalità del caso.

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  • PER TUTTI I RICK E PER TUTTI I MORTY – UNA SERIA SAGA MULTIVERSALE

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    Costernati dai recenti allarmi sui cali delle maggiori piattaforme di streaming; intimoriti dai futuri provvedimenti sugli account condivisi; perplessi dalla qualità generale che accompagna le serie d’incasso; finalmente ristorati, seguendo la fortuita congiuntura festiva, dalle numerose e valevoli novità in catalogo. Ecco, quindi, quasi in sordina passare, tra un Bardo, un Pinocchio e un DeLillo, la sesta parte di una seria saga multiversale: tra i molti Rick, gli innumerevoli Mort(i)y, e gli svariati, ma sempre dilettevoli, Jerry.

    Passano gli anni, si rinnovano i contratti. La serie di Justin Roiland e Dan Harmon ha proliferato contaminando immaginari, assorbendo universi paralleli, rigettando le rigidità, stilistiche e formali, delle prime stagioni. Niente più wabba lubba dab dab (non siam mica puttane, si ricorda Rick), personalità familiari dueddì, ritmi involontariamente sincopati o esasperate gag sui Mr Miguardi. Resta l’estro creativo e la capacità di sviluppare trame sempre nuove, rimettendo sul tavolo vecchie conoscenze e notissimi gadgets, ampliando e rendendo così sempre più familiare un universo narrativo che nulla ha da invidiare alle grandi saghe cinematografiche recenti.

     Dalle felicissime esperienze pubblicitarie sulle porte! viste alla tv interdimensionale ai furettosi GoTron; dalle navicelle senzienti alle parodie, congiunte e inconsapevoli, della Mia cena con André e del Namor di Wakanda Forever; dalle apocalissi planetarie vissute come una Woodstock ai draghi porcelloni; dagli ignoti usurpatori di water ai treni della narratività, passando per i classici: dai cetrioli bellicosi alle parodie dei Vendicatori, fino a qualche civiltà dominata da menti a sciame (con menzione d’onore ai sette della Greendale), qualcosa è pur cambiato. E che il cambiamento, graduale e motivato, delle dinamiche tra personaggi di una sitcom animata sia reso e cesellato in maniera tanto certosina è cosa rara e sempre gradita. In questa primo pezzo della sesta stagione, infatti, vengono al pettine nodi familiari che covavano sotto le ceneri delle precedenti stagioni: il rapporto tra nonno e nipote che continua a essere messo in crisi da situazioni sempre più assurde – ce la faranno i miliardi di NFT di Morty a fidarsi del messaggio messianico di Rick, mentre fuori Die Hard infuria? – ma soprattutto il matrimonio di Beth e Jerry stravolto, stavolta, dalla presenza del clone di Beth. Ed è forse proprio il personaggio di Jerry, malinconico e tontolone, a spiccare maggiormente. Sarò un uomo, ma sono anche un bambino, e i bambini non sono responsabili della sofferenza altrui. Un goccio di vittimismo, dell’amara consapevolezza, infine il nuovo e fecondo compromesso con le Beth; una figura tragicomica che gioca tutto sulla miseria percepita dall’individuo al disvelarsi dell’assurdo nella propria quotidianità. Un’irruzione che viene costantemente ritardata, nascosta, – i puzzle sono meglio dalle simulazioni spaziali iperrealistiche – offuscata, ripudiata – perché è preferibile farsi innescare un dispositivo che consenta di chiudersi letteralmente a riccio piuttosto che affrontare le imprevedibili conseguenze della realtà –; infine accettata, masticata e rimodellata alla luce di un compromesso tanto traumatico per le orecchie dei figli, quanto divertito e giocoso per le tre parti in causa. Un personaggio sviluppato con cura e per questo mai definitivamente “arrivato” – come dimostra quel vecchio file Never trying never fails Final_final_final che con tanta difficoltà viene riesumato nella sesta puntata di questa stagione – ma costantemente alla ricerca.

    Se di tanti comportamenti è facile rintracciare la linea di trasformazione, lo stesso non si può dire per quelli di Rick: solito egomane intabarrato in cinismo e facili autogratificazioni, tanto che, alla fine di La famiglia della notte, non fosse stato per i quotidiani e gravosi impegni del giorno, avrebbe capitolato definitivamente contro i nottambuli e tutto per non cedere al puerile compromesso di lavare dei piatti. Questo, probabilmente, il miglior episodio della stagione, definito dalle rapide ellissi temporali – naturale conseguenza della mancanza della sparaporte – che separano desti da nottambuli. Intessuto quindi di un ritmo pacato che si adegua agli stilemi dell’orrore, ricordando ora Us di Jordan Peele, ora il più recente Severance per le tematiche in gioco, la puntata si chiude con l’apparente vittoria della famiglia della notte, che tuttavia soccomberà alla futilità del giorno e deciderà di farla finita in pieno stile Hitchcock (I’ve just come into possession of a cure for insomnia…).

    Tra serietà e facezie, tra una partitina a Roy: a life well lived e una cenetta teleologicamente orientata da Panda Express, passando per la rediviva sigla di Taxi, Rick & Morty continua la sua missione di sbertuccio agli idoli della cultura pop contemporanea, di derisione alla normalità, di abbraccio all’assurdo, guadagnando, di anno in anno, l’attenzione di chi ha ancora interesse a farsi stupire e al tempo stesso inquietare.

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  • RECENSIONE STRANGE WORLD – UN MONDO MISTERIOSO: UN ALTRO SOGNO IMBRIGLIATO

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    Il sessantunesimo Classico Disney, Strange World, diretto da Don Hall coadiuvato da Qui Nguyen anche alla sceneggiatura, è uscito nei cinema quasi di soppiatto. Sono lontanissimi i tempi delle campagne pubblicitarie martellanti, dei gadget ovunque prima dell’uscita in sala del film stesso (anche se con Lightyear era stato fatto un tentativo vecchio stile). E, infatti, per ora il botteghino non sembra cantare vittoria, chissà se come Encanto diventerà virale dopo l’uscita su Disney Plus o se come per Raya e l’Ultimo Drago o gli ultimi film Pixar verrà velocemente dimenticato. In ogni caso, Strange World – Un Mondo Misterioso, curioso racconto di avventura e di esplorazioni di mondi fantastici, ispirato al viaggio al centro della terra e ai fumetti di avventura anni ‘30 (con cui si apre il film, al contrario del solito libro di fiabe) è nelle sale.

    Jaeger Clade (Dennis Quaid, Francesco Pannofino in italiano) è il più grande esploratore del mondo di Avalonia, spesso accompagnato nelle sue imprese da suo figlio Searcher (Jake Gyllenhaal, Marco Bocci), più interessato alla natura delle piante che all’esplorazione. Durante una spedizione sulle montagne, il cui fine sarebbe quello di scoprire segreti utili al progresso del loro popolo, le loro strade si dividono: il figlio sceglie di interrompere il viaggio riportando indietro una bizzarra pianta luminosa, mentre il padre decide di proseguire, senza mai fare ritorno. Passano 25 anni e la pianta scoperta da Searcher, denominata Pando, è diventata la fonte di energia principale di Avalonia. Searcher è divenuto un eroe nazionale al pari del padre, e si dedica alla coltivazione del Pando insieme a sua moglie e suo figlio Ethan. Tuttavia, saranno costretti a partire per una pericolosa spedizione nel sottosuolo, dritti alla radice del Pando per scoprire le ragioni di una possibile malattia della pianta e proteggerla. Per farlo dovranno arrivare in un territorio inesplorato e misterioso.

    Non è esatto dire che l’avventura e la fantascienza siano territori inesplorati in casa Disney, nei primi anni del 2000 infatti con Atlantis e Il Pianeta del Tesoro abbiamo avuto due racconti dal sapore steampunk e dal tono più adulto, ispirati ai romanzi di avventura ottocenteschi di Verne e Stevenson. Purtroppo qui siamo lontani da quelle atmosfere nonostante le similitudini non manchino (l’esplorazione dell’abisso, i velivoli, il mito del grande esploratore, l’assenza di una figura paterna). Tuttavia, il film si adagia su atmosfere che somigliano più a Ralph Spaccatutto e Big Hero 6 (non a caso abbiamo sempre Don Hall alla regia), e non è esattamente una scelta coraggiosa.

    Torna prepotentemente il conflitto generazionale, tema dominante nella Disney degli ultimi 10 anni, stavolta triplice: abbiamo il padre-nonno Jaeger, esploratore indomito, il figlio-padre Searcher tranquillo agricoltore e il figlio-nipote Ethan, adolescente nerd in cerca della sua strada. I loro dialoghi sono abbastanza scontati e non sufficientemente interessanti, senza contare che, in casa Pixar, Enrico Casarosa con il suo cortometraggio La Luna nel 2011 aveva gestito decisamente meglio la tematica, inoltre, Strange World gli ha rubato anche qualche soluzione visiva.

    E proprio sul comparto artistico il film si dimostra eccessivamente derivativo: passi il font del titolo alla Indiana Jones, ma i mondi inesplorati ricordano davvero troppo i giochi Hero’s Duty e Sugar Rush di Ralph Spaccatutto, il character design è ancora appiattito al canone settato da Rapunzel e ormai dominante anche in Pixar. Searcher è uguale al padre di Riley in Inside Out, Ethan e i suoi amici sembrano la fusione tra i Big Hero 6 e la famiglia Madrigal, le spalle comiche (il cane Legend e la stramba creatura Splat) ricordano troppo personaggi già visti in passato.

    La chiave di volta del film, con la rivelazione sulla natura reale del mondo, è effettivamente meravigliosa e anche la lezione ecologista e pacifista non è invasiva né fastidiosa. Ma sembra di trovarsi di fronte ad una major totalmente disinteressata a differenziare i propri prodotti (termine certamente più adatto di opere). L’omologazione creativa e l’assoluto controllo con le briglie salde delle buone e nuove idee, con le stesse forme tondeggianti, gli stessi colori, lo stesso umorismo con più o meno dosi di family friendly rendono un film potenzialmente interessante come Strange World l’ennesima versione del “cartone base post 2010” a cui effettivamente non appartengono solo Zootropolis e Raya e L’Ultimo Drago nei Walt Disney Animation Studios degli ultimi anni. Il botteghino non strariperà, su Disney Plus lo guarderanno sicuramente meno persone di quante hanno visto Encanto, e sicuramente Strange World non è una banderuola senza autonomia artistica come Lightyear. Con la speranza di vedere il castello Disney splendere nell’anno del suo centenario, attendiamo fiduciosi il futuro.

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  • RECENSIONE STAR WARS: ANDOR – UNA FELICISSIMA ECCEZIONE

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    Nonostante l’idea circolasse già ai tempi di Rogue One (2016), lo spin-off Andor è solo la quarta serie in live-action ambientata nell’universo di Star Wars. Ci è voluto il successo quasi inaspettato di The Mandalorian a far trasmigrare l’universo di Star Wars dal cinema alla televisione, e dare un’ulteriore spinta al progetto di una serie televisiva sul ribelle interpretato da Diego Luna.

    Al netto di alcuni difetti strutturali – una certa dipendenza dal fanservice e una pletora di personaggi più carismatici che ben scritti –, a suo tempo The Mandalorian ha avuto il merito, enorme, di impostare una rotta quantomeno innovativa per il franchise. La prima stagione, una boccata d’aria fresca per il franchise, ampliò le possibilità espressive di questa saga pluridecennale e sembrò suggerire una nuova via, allo stesso tempo innovativa e coerente con il percorso tracciato fino a quel momento. Andor, in una certa misura, vorrebbe ripetere il miracolo: impostare a sua volta una nuova rotta, cambiare le carte in tavola.

    LA BALLATA DI CASSIAN ANDOR

    Andor può lasciare spiazzati, almeno all’inizio: l’azione e l’avventura tipiche di Star Wars vengono centellinate in una storia lenta e verbosa, che si prende molto tempo per presentare la sua ambientazione e i personaggi. Nomi, concetti, frammenti di caratterizzazioni e di worldbuilding vengono distribuiti in lunghi e fitti dialoghi che costruiscono pian piano un microcosmo complesso e stratificato. Gli avvenimenti di questa galassia lontana lontana non accadono per artifici narrativi, niente succede perché “deve andare così”: la storia (anche con la S maiuscola) è una fittissima rete di cause ed effetti in cui anche le decisioni più piccole diventano, in retrospettiva, tasselli fondamentali di un mosaico più grande.

    Star Wars: Andor è la storia di una progressiva presa di coscienza, di un lento risveglio collettivo di una popolazione stretta nella morsa dell’Impero. Questo risveglio avviene grazie al ladro e fuorilegge Cassian Andor, prima catalizzatore, poi testimone e infine agente della scintilla di ribellione che anima le persone comuni. Il personaggio di Andor, per la maggior parte del tempo, non è diretto artefice della propria sorte: il rifiuto della chiamata, una delle tappe fondamentali dello schematico viaggio dell’eroe individuato da Joseph Campbell, nella prima stagione di Andor diventa caratterizzazione principale di un antieroe che fugge da tutto e tutti, rifiuta ogni responsabilità e cambia idea solo quando costretto dal brusco risveglio alla realtà sotto la tirannia.

    Questo completo e consapevole distacco dalla matrice monomitica di Campbell – scheletro e tessuto, ricordiamolo, del primo film di George Lucas – è uno degli spostamenti di senso principali della narrazione di Andor, che la distacca con piena coscienza da tutto il resto della saga. La Ribellione non è affidata a un singolo eroe senza macchia, prescelto dal destino, che salva la galassia armato di spada laser: ma trova terreno fertile nel senso di comunità, nell’unione di poveracci e miserabili contro un nemico più grande che li opprime. Non c’è “un” protagonista in Andor: protagonista è la lotta contro la tirannia fascistoide di un Impero mai così verosimile – e quindi spaventoso – nella sua umana mediocrità. Non è una fiaba spaziale con droidi e stregoni, non ci sono buoni o cattivi: ci sono oppressi e oppressori, e tutte le possibili gradazioni di grigio in mezzo.

    IL MANIFESTO DEL NUOVO STAR WARS? FORSE NO (MA NON IMPORTA)

    L’ultima produzione live-action di Star Wars è estremamente convinta dei propri mezzi, minuziosa nel lavoro di costruzione dei personaggi e della storia. La sua enorme impalcatura non sempre regge quanto vorrebbe: talvolta sembra arrancare sotto il peso della propria complessità e delle numerosissime sottotrame. Richiede pure una grandissima attenzione allo spettatore contemporaneo, sempre più impigrito da narrazioni superficiali in cui trama e personaggi vengono serviti senza sforzo su un piatto d’argento.

    Non sorprende che in veste di showrunner, sceneggiatore e regista di molti episodi ci sia Tony Gilroy, co-sceneggiatore principale della saga cinematografica di Jason Bourne e già regista di Michael Clayton: il suo lungo rodaggio nel genere spy-thriller gli ha permesso di dosare in egual misura thriller, racconto di guerra, spionaggio e suspense, e di nascondere efficacemente la spada di Damocle che pende sulla testa del suo protagonista, di cui conosciamo la sorte già dal 2016.

    Andor non è un prodotto riuscito in ogni sua parte, ma è la serie di Star Wars più complessa e coraggiosa, la più consapevolmente politica e la migliore finora. È un peccato, quindi, che difficilmente traccerà una nuova via per un franchise che, negli ultimi anni, ha preferito ricorrere sempre più spesso al fanservice e alle idee riscaldate. Troppo complessa da produrre e da fruire, Andor potrebbe rappresentare solo un’eccezione a questa regola e non un nuovo spiraglio di maggiore creatività per le future produzioni: nonostante ciò, questo spin-off è una tappa imperdibile per i fan della saga, ma pure una scelta consigliata a chi l’ha sempre vista come prodotto esclusivamente infantile, e potrebbe cominciare a ricredersi da qui.

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  • AVATAR – RITORNIAMO A PANDORA

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    Il 22 settembre ritorna nelle sale Avatar, colossal fantascientifico del 2009 diretto da James Cameron. Fino al 2019 aveva mantenuto il record come film ad aver incassato di più al botteghino, venendo superato, in seguito, da un altro colossal hollywoodiano, Avengers: Endgame. Fra i tre Premi Oscar ottenuti nel 2010 (fotografia, scenografia, effetti speciali), videogiochi, libri e parchi tematici, Avatar è entrato nell’immaginario collettivo e ha segnato un nuovo modo di fare cinema

    Anni di speculazioni su possibili sequel hanno accompagnato il film di Cameron negli ultimi anni: una vera e propria timeline che Vulture ha di recente rielaborato per fornire chiarezza ai fan di tutto il mondo. E finalmente l’annuncio: quattro sequel ambientati nella mitica terra di Pandora in programma fino al 2028. Il primo, Avatar – La via dell’acqua, uscirà il 14 dicembre 2022: nel frattempo, possiamo ritornare, per un giorno, nelle terre dei Na’vi.

    LA MASSIMA ESPRESSIONE DEL 3D

    Di Avatar se n’è parlato a lungo, da diversi punti di vista, adattandolo a dinamiche interpretative differenti. Certamente non sono mancate le critiche inerenti alla sceneggiatura, considerata da gran parte dei critici specchio del sistema produttivo hollywoodiano, in senso negativo. 

    Tuttavia, è innegabile come il film abbia segnato un turning point nell’arte di realizzare colossal. Questo merito coincide soprattutto con le innovazioni tecniche introdotte dalla Weta Digital, la società di produzione neozelandese fondata da Peter Jackson. Il secondo apporto è stato fornito da James Cameron e Vince Pace che hanno progettato, nell’arco di tre anni, un sistema di ripresa in 3D ad alta definizione fornito dalla Fusion Camera System

    UN FILM ECOLOGISTA

    Avatar è un colossal fantascientifico basato su una trama molto semplice. Nel 2154, un gruppo di terrestri sta operando su Pandora, pianeta ricco di giacimenti di unobtainium, un cristallo ferroso che potrebbe porre fine ai problemi energetici della Terra. Tuttavia, la popolazione locale, i Na’vi, sono ostili alla presenza umana: per vincere la loro fiducia, i membri della missione fanno uso di avatar, ossia corpi di Na’vi prodotti in laboratorio e collegabili a coscienze umane. Attraverso questo sistema, il marine Jack Sully, costretto (da umano) su una sedia a rotelle, trasferisce la propria anima nell’avatar e, attraverso quel suo nuovo corpo, inizia a permeare la comunità. 

    Dietro a un intreccio così lineare, vi sono tanti temi che sono stati oggetto di riflessione. Fra questi, la marca ecologista è sicuramente quella più discussa. In Avatar si consuma la lotta fra due popoli, Na’vi e umani, questi ultimi nei panni di colonizzatori e sfruttatori delle risorse del pianeta: a incorporare questo intento sono le possenti macchine costruite al solo scopo di distruggere l’ecosistema extra-terrestre. In netto contrasto è l’attitudine dei Na’vi verso la natura che popola Pandora: un legame che si esplicita nel rituale di interconnessione con l’Albero delle Anime, sede spirituale dei loro antenati.

    La volontà di infondere un carattere ecologico al film era già presente nel progetto iniziale, denominato Project 880: un concept in cui Pandora veniva dotata di un’intelligenza propria e capace di aizzare la propria fauna contro gli umani, sempre nel ruolo di usurpatori. 

    Avatar è dunque un film che riflette sul contrasto tra umanità e natura in contrapposizione con l’armonia fra Na’vi e ambiente: un tema che certamente risulta maggiormente percepito nella nostra contemporaneità, rispetto al 2009.

    LA METAFORA TECNOLOGICA

    Oltre a essere un film ecologista e intrinsecamente pacifista, Avatar avanza un’interessante riflessione sulla tecnologia, recentemente elaborata dallo studioso Ruggero Eugeni nel testo La condizione postmediale. Due tecniche si contrappongono nel film di Cameron: da un lato quella umana, usurpatrice ma al contempo innovativa (ne è un esempio il progetto avatar); dall’altro la tecnologia Na’vi, basata sulla profonda interconnessione fra specie e ambiente. A ben vedere, questa tecnologia pare lo specchio del legame che attualmente stiamo vivendo con gli ecosistemi mediatici: tutto si connette a tutto, in termini semplici. Seppur passato in secondo piano al tempo dell’uscita del film, la previsione di Cameron rispetto allo sviluppo delle nuove tecnologie si è rivelata (quasi) esatta. Certamente, come specie, non abbiamo ancora raggiunto l’armonia che intercorre fra Na’vi e natura: tuttavia è evidente come Avatar abbia concepito un ecosistema mediale col quale la società umana è in profonda connessione per quanto concerne gli aspetti della vita quotidiana. 

    Entro questi stimoli è interessante rivedere un film che ha segnato un punto di svolta cruciale nelle pratiche produttive hollywoodiane: e una revisione più consapevole dello stesso centrerebbe il significato di riportare nelle sale cinematografiche il film di James Cameron.

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  • RECENSIONE BRIAN E CHARLES – I ROBOT NON SOGNANO SOLO PECORE ELETTRICHE

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    Lo spunto di partenza di Brian e Charles è di quelli bislacchi ed eccentrici da film indipendente che trova prima una rampa di lancio nel Sundance Film Festival, in cui è stato presentato lo scorso gennaio, e poi solo una timida distribuzione internazionale. Il lungometraggio d’esordio di Jim Archer prende le mosse da un corto del 2017 dello stesso Archer e scritto dai due protagonisti, David Earl e Chris Hayward, che qui ritornano come attori/sceneggiatori: del corto conserva il plot di base -un solitario inventore che abita in una profonda zona rurale e contadina del Galles costruisce un robot a partire da ritrovamenti in discariche abusive-, e l’espediente del falso documentario che si intrufola nella vita dello stralunato protagonista.

    UOMINI E ROBOT

    In Brian and Charles, l’attore e comico inglese David Earl perfeziona il suo personaggio-maschera Brian, portato in scena in diverse produzioni teatrali, televisive e cinematografiche -al pubblico italiano noto soprattutto come l’accumulatore compulsivo Brian nella serie After Life di Ricky Gervais- e si immerge da capo a piedi nel complesso di tic, eccentricità e invenzioni bislacche (da uno sturalavandini-borraccia a un orologio a cucù volante) dell’inventore improvvisato per portare avanti un discorso sull’originalità, sulla creatività in contrasto con il conformismo e la meschinità quotidiana che compongono il tessuto sociale e umano del piccolo angolo di Galles immerso nel verde. David Earl e Chris Hayward sono perfetti nei rispettivi ruoli, ed entrambi fanno trasparire tutta l’umanità dei due emarginati sociali, uno dei quali assemblato da pezzi di discarica, tramite piccoli gesti o espressioni sfuggenti.

    100% FEEL-GOOD MOVIE

    Piccolo nel budget e nelle ambizioni, Brian and Charles non è niente di più del tipo di film promesso già dal trailer e non aggiunge quasi una virgola a quanto si intuisce già dal primo atto o dalla lettura del plot: la storia procede liscia senza sobbalzi né sorprese, dei personaggi si intravede già la linea narrativa non appena entrano in scena, i buoni per cui fare il tifo e i cattivi da biasimare svolgono un ruolo preciso e puntuale. Questo potrebbe dare l’idea di un prodotto
    banale o prevedibile, ma in realtà è solo consapevole della propria semplicità e non pretende di essere più che la storia dell’amicizia tra un inventore e il suo robot, e di più non chiede al pubblico. È un tipo di intrattenimento innocente, senza pretese ma nel senso migliore del termine, che rivendica il potere delle storie più semplici, quelle che magari a un primo impatto vengono accolte con un sorrisetto di condiscendenza e un alzata di spalle; e anche quelle punte di cinismo british che danno colore al primo atto scompaiono quasi del tutto nel secondo, lasciando campo aperto a un film pienamente e consapevolmente feel-good che punta a soddisfare e far sorridere.

    Che questa innocenza possa risultare irresistibile oppure irritante dipende completamente dalla tolleranza e dai gusti del singolo spettatore; tuttavia è difficile non premiare questo film bislacco e talvolta fuori tempo massimo, questo inno alla semplicità sincero e dal grande cuore.

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  • RECENSIONE STRANGER THINGS STAGIONE 4 – PARTE 2

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    C’è voluto quasi un mese di attesa per scoprire come si sarebbe conclusa la quarta e penultima stagione di Stranger Things, rilasciata da Netflix in due tranche definite in campagna di marketing come due parti ben distinte, scelta a cui non corrisponde tuttavia una giustificazione narrativa dato che nel complesso le differenti puntate dimostrano di essere narrativamente estremamente compatte. Questi ultimi due episodi, il secondo della durata monstre di 150 minuti che contribuisce alla sensazione di brodo allungato già percepibile nelle puntate precedenti, si ricollegano all’inizio e alla fine della prima parte di stagione (di cui potete trovare la recensione qui).

    RUNNING UP THAT HILL

    Questi ultimi due capitoli confermano i pregi e i difetti che hanno caratterizzato tutta questa quarta avventura ad Hawkins: se da una parte i Fratelli Duffer sono stati capaci negli anni di creare dei personaggi funzionanti e genuinamente interessanti con cui lo spettatore è in grado di empatizzare, dall’altra parte le vicende raccontate seguono una trama speculare a quella già messa in scena nelle stagioni precedenti, con le stesse dinamiche e lo stesso tipo di risoluzione del conflitto. Se la fortuna di Stranger Things è stata anche costruita sul continuo citazionismo e omaggio, che torna in questo caso con riferimenti ad Halloween e Aliens, siamo ormai giunti al punto in cui la serie cita se stessa, creando un cortocircuito che risulta inevitabilmente nell’ennesima storia già vista e raccontata, semplicemente con un nemico diverso e con battaglie sempre più su larga scala. Il pesante didascalismo che aveva caratterizzato la prima parte ritorna in questa occasione anche se in maniera più diluita, mentre i celebri momenti emotivamente toccanti, marco di fabbrica della serie, in questo caso risultano essere meno incisivi, a causa nuovamente della ripetizione di dialoghi incentrati sull’amore e l’importanza dell’amicizia scritti in maniera poco originale e ormai decisamente stucchevole.

    Oltre a ciò la scrittura mostra il fianco a una certa pigrizia nello sviluppo narrativo, con troppe combinazioni casuali di avvenimenti che capitano esattamente nel momento giusto al posto giusto, oltre a dimenticarsi dei personaggi non presenti ad Hawkins ad eccezione di Eleven, che risultano essere la grande vittima sacrificale di questa stagione a livello di sviluppo psicologico. Fortunatamente non mancano momenti riusciti, come la schitarrata di Eddie sul proprio camper nel Sottosopra sulle note di Master of Puppets dei Metallica o il momento da gladiatore di Hopper, e in generale si apprezza il tentativo da parte dei Duffer di dare un background coerente ai diversi villain incontrati nel Sottosopra durante le diverse stagioni. Dall’altra parte è inevitabile non notare come la gestione dei poteri di Eleven sia uscita parzialmente dal loro controllo, essendo un personaggio che continua ad agire da deus ex machina in maniera sempre più marcata, riducendo anche la credibilità delle difficoltà che i protagonisti si trovano ad affrontare e togliendo pathos al tutto.

    Nel periodo intercorso tra la prima e la seconda parte della stagione, online si era scatenata una vera campagna in tutto il mondo per il totomorto, che ha coinvolto anche diversi youtuber nostrani, inspirata dal tono sempre più cupo della serie e dalle parole degli stessi Duffer che in un’intervista avevano rimarcato la possibilità della presenza di più morti nel finale di stagione. Anche in questo occasione i fratelli registi si dimostrano troppo affezionati ai  personaggi principali per riuscire a compiere delle scelte importanti e creare dei veri twist narrativi, confermando la generale mancanza di coraggio da parte di Stranger Things nel compiere scelte che vadano contro il favore del pubblico.

    IL SOLITO STRANGER THINGS, NEL BENE E NEL MALE

    Dal punto di vista tecnico è riscontrabile un notevole miglioramento degli effetti visivi, qua finalmente quasi sempre realistici pur con qualche sbavatura, che contribuiscono alla creazione del Sottosopra, rendendo gli scontri sempre più epici e creando immagini di indubbia potenza visiva su livelli mai visti nella serie, in attesa della guerra finale che arriverà nella quinta e ultima stagione. Dall’altro lato le musiche di pregevole fattura si fanno sempre più carpenteriane e allo stesso tempo risultano a tratti invadenti ed eccessivamente martellanti, non riuscendo a creare sequenze magnifiche come quella con protagonista Max e la canzone di Kate Bush Running Up That Hill vista nel quarto episodio, che resta il migliore di questa stagione. 

    In conclusione questi ultimi due capitoli confermano il giudizio dato alla prima parte di stagione, rimarcando come Stranger Things sia una serie di assoluto livello tecnico e di grande intrattenimento che tuttavia non riesce ancora ad avere il coraggio di compiere scelte importanti contro i propri protagonisti e cadendo di conseguenza nella prevedibilità.

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  • LIVE #11 – LA FANTASCIENZA DI DENIS VILLENEUVE

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    Insieme a Jacopo Castiglione, co-conduttore del podcast Blow-Up, conosciuto su Instagram come @cinemadhoc, oggi vi portiamo nel mondo fantascientifico di Denis Villeneuve.

    Indice:
    – 6:00 – Arrival
    – 33:17 – Blade Runner 2049
    – 01:02:22 – Dune

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