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Giorno 5
The Lady Eve, di Preston Sturgess – Barbara Stanwyck, tutto quel che desideri
Henry Fonda è un impacciato studioso di serpenti pieno di soldi e che a volte è meno scemo di quello che sembra (ma molto spesso lo è ancora di più), Barbara Stanwyck invece è furba quanto sembra, ma forse meno spregiudicata. Nasce cone truffa, diventa amore, torna truffa e forse finisce in amore
The Lady Eve è una screwball comedy sentimentale, adorabile, amarissima nella sua dolcezza. Stanwyck che qui appare al naturale, senza parrucche bionde di sorta e può finalmente essere quella donna che prende e ribalta la situazione mille volte per i motivi più assurdi nel giro di pochissimi minuti. Ha una concezione tutta sua di affetto e rispetto, li dimostra fingendosi chi non è, e fortunata lei a trovare uno sufficientemente fesso per queste situazioni.
No time for love, di Mitchell Leisen – Un colpo di fortuna: alla riscoperta di Mitchell Leisen
Mitchell Leisen è sicuramente uno dei cineasti meno celebrati nella storia di Hollywood, e a lui è dedicata la classica retrospettiva su un regista di mestiere all’interno del festival. In questo film vediamo una stramba storia d’amore a sfondo quasi sindacale tra una giornalista (Claudette Colbert) e un minatore (Fred MacMurray). Lui, solitamente in giacca e cravatta lo troviamo qui in canotta e casco da miniera, consapevole dei propri limiti ma non per questo meno orgoglioso. La sottotrama quasi socialista non morde più di troppo. Probabilmente non l’episodio più interessante delle loro carriere.
Curses of the Witch (Noidan Kirot), di Teuvo Puro – I Cineconcerti
La scoperta dell’anno è sicuramente questo film, l’origine dell’horror nordico ambientato tra le steppe gelide della Finlandia. Orrore, grottesco, folklore, xenofobia e superstizione si fondono in questa piccola perla che suona lucidissima a distanza di cento anni, mostrandoci come anche nell’angolo più sperduto del mondo la prevaricazione e la diffidenza possano trasformarsi nel peggiore dei mali.
E la proiezione, accompagnata dal vivo dai Cleaning Women, è semplicemente spettacolare.
Giorno 6
House of Usher, di Roger Corman – Ritrovati e Restaurati
Altro film di Corman tratto da Poe, che sceglie di mostrare ancora di più il lato artigianale (e il fondo cassa vuoto) ma che proprio per questo risulta molto più affascinante e memorabile. Facciamoci andare bene quello stile recitativo molto ampolloso e quelle piccole aggiunte di trama che servono giusto a sgrassare gli ingranaggi, e divertiamoci, stavolta senza risate di troppo.
Young Man with ideas, di Mitchell Leisen – Un colpo di fortuna: alla riscoperta di Mitchell Leisen
Glenn Ford è di nuovo un middle man alle prese con una situazione più grande di lui. Un giovane avvocato Una moglie che lo ama ma che non è in grado di supportarlo nella maniera più fruttuosa, un lavoro che prima lo sfrutta, poi lo umilia, un trasferimento in California per tentare la scalata, una collega affascinata e affascinante, una paradossale deriva criminale. Il film ha troppa poca verve per poter essere la storia di un uomo piccolo che ribalta i torti e troppo posato per sfruttare il grande potenziale comico della situazione in cui il nostro si è andato ad infilare. Il vero elemento di interesse è il grande rapporto che si instaura tra la moglie, che nel privato si rivela molto più forte e intelligente di quando appare in pubblico, e la collega, forse il personaggio più coraggioso di tutti.
Quo Vadis?, di Enrico Guazzoni – Ritrovati e Restaurati
Nuovo restauro filologico curato da Luigi Masi del monumentale film di Guazzoni del 1913. 100 minuti che all’epoca comportavano gli sforzi produttivi pari a quelli di un film da 4 ore attuale, Quo Vadis? è il grande classico del peplum, l’incendio di Roma ad opera di Nerone, le persecuzioni contro i cristiani e una serie di apparizioni cristologiche che oggi appaiono ridicole ma che sicuramente avranno scaldato molti cuori sul momento.
Dracula in Istanbul, di Mehmet Mutar – Ritrovati e Restaurati
Più che una perla nascosta, una pietruzza nelle scarpe, ma questo Dracula turco è il momento più volontariamente esilarante di questo Cinema Ritrovato. La prima apparizione audiovisiva della storia dei canini di Dracula è un campo-controcampo sballato e fuori fuoco, lo stacco sull’asse è solo uno strumento per la creatività del maestro Mehmet Mutar. E mentre Piazza Maggiore ascolta Liza Minnelli, noi siamo qui.
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Il Pozzo e il Pendolo (Pit and the Pendulum), di Roger Corman – Ritrovati e Restaurati
Proviamo a dare un’occhiata anche alla retrospettiva su Roger Corman, il mago del budget, maestro indiscusso della serie b hollywoodiana nonché miglior talent scout di tutti i tempi, qui in uno dei suoi vari adattamenti da Edgar Allan Poe, con un technicolor da bottega e, nemmeno a dirlo, Vincent Price e Barbara Steele protagonisti.
Uno dei suoi film più strutturati e ambiziosi, forse non il più audace ed interessante della sua carriera e sicuramente il solito retrogusto camp strappa qualche risata alla Sala B del Cinema Odeon (new entry del festival) che collide con la gravitas della storia.
Eva, di Maria Plyta – Cinemalibero
Interessante documento con un film diretto dalla prima grande regista nella storia del cinema greco. Eva è un film che mostra una donna imprigionata in un matrimonio infelice su un’isola greca (e qua la metafora è palese) invaghirsi di uno sconosciuto arrivato dal mare. È lei a volerlo e a sceglierlo, spinta più dalla noia che dal vero desiderio di autodeterminazione.
È davvero incredibile la sincerità e la naturalezza con cui viene affrontato il tema della libertà femminile in quell’anno e in un cinema “periferico” e non industriale, in una Grecia post – seconda Guerra Mondiale minata dalle occupazioni dalla costante assenza degli uomini e dalle tracce delle occupazioni, con il produttore del film morto a causa di una mina inesplosa durante le riprese.
Lo straniero (The Stranger), di Orson Welles – Ritrovati e Restaurati
Il faccione di Orson Welles sovrasta la serata in Piazza Maggiore in uno dei suoi film meno personali (non è stato scritto da lui) e paradossalmente più di successo al momento dell’uscita. Lo Straniero è uno dei tanti noir realizzati in quel periodo con protagonisti dei crudeli nazisti che tentano di far disperdere le proprie tracce negli Stati Uniti. Chiaramente Welles, che in questo film è minaccioso ed erotico come non mai, è la punta di diamante del tutto, soprattutto nel monologo in cui il nazista interpretato da Welles spiega ai suoi commensali il motivo per cui i tedeschi non accetteranno mai la sconfitta.
Ad anticipare il tutto, abbiamo visto una selezione di filmati casalinghi raffiguranti Alfred Hitchcock e i suoi affetti. Una piazza intera in stato di shock per due ragioni: anche Hitchcock aveva un cuore ma, soprattutto, anche Hitchcock ha avuto 29 anni.
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Brian di Nazareth(Monty Python’s Life of Brian), di Terry Jones – Ritrovati e Restaurati
Esistono persone più vicine alla parola Genio di questo scalcinato gruppo di plurilaureati inglesi, più quello zoticone di Terry Gilliam che aveva una sola misera laurea in una volgarissima università americana? La risposta che ci diamo è no.
Il miglior film mai realizzato a tema biblico, posizione che difenderemo fino alla morte, è questa paradossale e per nulla consolatoria opera in cui Gesù è solo il più efficace dei mille predicatori volontari o involontari presenti all’epoca in quelle terre occupate, in cui ogni misero essere umano è alla ricerca di un messia solo per soffocare la propria mancanza di carisma e in cui alla morte e alla violenza si può rispondere solo con sorrisi e sotterfugi, spesso inefficaci. Il modo migliore per iniziare la giornata è vedere il cinema Europa cantare in gruppo Always look on the bright side of life.
I Diavoli (Ken Russell’s The Devils), di Ken Russell – Ritrovati e Restaurati
È il film più atteso di questo festival, ci è costato due ore di coda last minute e le aspettative non sono state deluse.
Una delle opere audiovisive più devastanti, blasfeme e irricevibili mai realizzate (curioso averla vista dopo Life of Brian) diretta da un regista cattolico disperato a causa distribuzione originaria lacunosa e piena di tagli non approvati finalmente può apparire in tutta la sua dirompenza. I Diavolisembra una rock opera dai toni pallidi, dopo cui è impossibile avere fiducia in una qualsiasi forma di potere. Speriamo che questo restauro realizzato da Warner Bros, pianificato per la dustribuzione ad ottobre, possa essere visto da più persone possibili.
The Bounty Hunter 3D, di André de Toth – Ritrovati e Restaurati
Il Cinema Ritrovato significa anche scegliere di disertare Piazza Maggiore per andare a vedere un filmaccio western degli anni 60 per due semplici ragioni: prima del film viene proiettato il corto Popeye, The Ace of Space ed entrambi i film sono in 3D.
The Bounty Hunter è in fin dei conti un western di terz’ordine con il pilota automatico e pure qualche scena riciclata, le potenzialità del 3D si riducono ad una gag contata e nessun personaggio buca lo schermo particolarmente. Però abbiamo visto il Modernissimo esplodere quando Braccio di Ferro ha mangiato gli spinaci, e la giornata può dirsi conclusa.
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Gli Ultimi Giorni di Pompei, di Carmine Gallone e Amleto Palermi – Cento anni fa: 1926
Un peplum degli anni 20 privo dei toni tronfi e trionfalistici con cui il regime esaltava quell’epoca lì. Una storia facilmente estrapolabile e traslabile in qualsiasi contesto storico politico tra amori impossibili, tradimenti, sotterfugi e ricongiungimenti. Resta la sensazione di trovarsi davanti a qualcosa di quasi inimmaginabile all’epoca, di un lavoro scenografico che guarda sia all’espressionismo che all’art decó, e che lascia presagire i futuri pregi e difetti di molti kolossal prodotti nel secolo successivo.
La Fiamma del Peccato (Double Indemnity), di Billy Wilder – Barbara Stanwyck, tutto quel che desideri
Barbara Stanwyck è il volto onnipresente di questa edizione, e non potevamo chiedere un esempio migliore per ammirarla dell’infida Phyllis Dietrichson protagonista di questo film. Più essere demoniaco che femme fatale vera e propria, personaggio che sembra quasi più godere della possibilità di fare del male a qualcuno piuttosto che dei propri obiettivi raggiunti. Fred MacMurray, sempre stato a suo agio nei panni dell’arrogante sfrontato e manipolatore, qui balla tra l’essere infido quanto la donna di cui si invaghisce e l’esserne soggiogato. Forse ha il cuore troppo tenero per i macabri propositi che si sono predisposti? E poi Billy Wilder, l’uomo capace di girare sia la miglior commedia della storia di Hollywood con L’Appartamento, che il miglior noir, quello che abbiamo appena recuperato.
Fare Film è un Inferno – Presentazione del libro di Gabriele Niola
Abbiamo iniziato la giornata con un peplum degli anni ’20 la proseguiamo con il racconto della produzione di un peplum degli anni ’60. Il giornalista, critico e podcaster Gabriele Niola sceglie infatti di presentare al Cinema Ritrovato, di cui è storico frequentatore, il suo nuovo libro in uscita per UTET Fare Film è un Inferno – Follie, eccessi e disastri che hanno fatto grande il cinema americano in cui racconta storie di grandi produzioni hollywoodiane andate malissimo, in una sorta di puntata dal vivo della sua serie di video Storyline. Ha parlato di Cleopatra, il film che ha aumentato di 24 volte il suo budget iniziale, che ha fatto scoccare la scintilla tra Liz Taylor e Richard Burton, che ha troncato la carriera di Joseph L. Mankiewicz e che ha fatto dire a tutte le persone che hanno partecipato alle riprese “ma quando finirà tutto questo”?.
Beh, non vediamo l’ora di leggere il resto.
Cuore Selvaggio (Wild at Heart), di David Lynch – Ritrovati e Restaurati
Il film più furente e fiammeggiante di David Lynch, Palma d’Oro a Cannes tra i fischi, un Mago di Oz sotto acidi tra Elvis ed Heavy Metal in un’America bollente e delirante, lontana dai luoghi apparentemente più tranquilli ma altrettanto folli di Velluto Blu e Twin Peaks.
Una Piazza Maggiore infuocata già due ore prima dell’inizio per ammirare Isabella Rosselini parlare di questo capolavoro. E nessuno rimarrà deluso.
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Pre-apertura del festival – Selezione di Trailer e Materiale Pubblicitario d’epoca (1930-1990)
Il sipario del Modernissimo si apre e diamo ufficialmente il via alla quarantesima edizione del Cinema Ritrovato XL, Il festival che ogni anno porta a Bologna il meglio e il peggio del cinema che molti si sono persi negli ultimi cento trent’anni o giù di lì.
I quattro direttori, ci presentano una deliziosa selezione di trailer d’annata di moltissimi film nel programma di quest’anno, tra pellicole sgranate, traballanti e spesso in lingue diverse da quelle di origine del film, e già ci viene voglia di recuperare anche i titoli che avevamo completamente bypassato al momento di prepararsi una bozza di programma. Dopo un ricordo del co-direttore e co-fondatore del festival Gian Luca Farinelli di ciò che è stato il Cinema Ritrovato nei suoi primi anni, una rassegna all’interno della Mostra del Cinema Libero in cui i porno in 3D seguivano i cartoni della Disney, abbiamo un passaggio di testimone: dal prossimo anno Emilie Cauquy prenderà il posto di Mariann Lewinsky tra i direttori del festival. Ecco quindi una selezione di materiale di fine ottocento, e il volto di Josephine Baker a cui è dedicata una mostra al Cinema Lumière dà finalmente il via al Cinema Ritrovato XL.
L’Innocente, di Luchino Visconti – Addio del passato: modernità di Luchino Visconti
Luchino Visconti è il regista italiano a cui è dedicata la retrospettiva di quest’anno. Nel film tratto dalla novella di D’Annunzio del 1892 Giancarlo Giannini è Tullio Hermil, un nobile dell’italia tardottocentesca che impiega gran parte del suo tempo a trascurare sua moglie e dedicarsi all’amante, con buona pace di entrambe. Quando la predisposizione di sua moglie cambierà, in Tullio esplode una gelosia incontenibile, un senso di orgoglio inadeguato e anacronistico, fintamente ribelle ma totalmente conformista. Tullio è il rappresentante perfetto di una classe dirigente inadeguata, pronta a piangere quando la situazione volge al peggio e a distogliere lo sguardo secondo convenienza. Il delitto è un’opzione, il rispetto è codificato da norme quasi macchiettistiche. Alle donne, non resta che sopravvivere in un mondo immobile e destinato ad implodere.
Aurora (Sunrise: A Song of Two Humans), di F.W. Murnau – I Cineconcerti
Piazza Maggiore è gremita da una settimana, ma stasera abbiamo sullo schermo l’ultimo grande classico del muto a non essere ancora passato dal festival nei quarant’anni precedenti. Il capolavoro di Murnau, il primo vero grande film di Hollywood ad esprimere la narrazione attraverso le componenti scenografiche e delle scenografie e addorittura meteorologiche , il primo Oscar al Miglior Film (o meglio, Miglior Produzione Artistica) della storia, qui risplende del emraviglioso restauro offerto dal San Francisco Film Reserve con accompagnamento musicale dell’immancabile Timothy Brock con l’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna.
Un classico muto di cento anni fa, che risplende di una nuova vita in una Piazza Maggiore strapiena, la cartolina perfetta per chiunque chieda cosa sia Il Cinema Ritrovato.
Vi basta guardare l’aquila che vola sui prati sconfinati all’inizio di Spirit per piangere come mai piangerete nella vostra vita? Allora è il momento di conoscere un certo cavallino rosso, insieme a una nazione che ha tanto bisogno di ritrovare se stessa.
“Papà, quando avrò anch’io un cavallo?”
Il piccolo Tom (Peter Miles) sta per compiere gli anni e tutto ciò che desidera come regalo da suo padre Fred è un cavallo. La famiglia Tiflin vive in un ranch in California, in compagnia di Billy Buck (Robert Mitchum), l’uomo che si occupa proprio dei loro cavalli, a cui Tom è tanto affezionato. Arrivato il giorno del compleanno, il ragazzino riceve in dono un bellissimo pony dal pelo rossiccio, con la promessa che un giorno potrà cavalcarlo come un vero uomo, come i cowboy di una volta cavalcavano verso la frontiera insieme alle mandrie. Tom prende molto sul serio questo compito: insieme a Billy Buck, che ormai considera quasi un secondo padre, si prende cura del suo cavallino rosso, per cui sviluppa un amore profondo, quasi fraterno. Ormai manca poco e Tom potrà finalmente montare sul cavallo per la prima volta, come faceva il suo adorato nonno nelle lunghe cavalcate verso le terre selvagge del West.
Eppure, The Red Pony non è (solo) la tenera storia del rapporto tra un ragazzo che sta crescendo e il suo primo cavallo. Ricordiamoci che siamo pur sempre davanti a una sceneggiatura di Steinbeck e le coltellate arrivano, alla schiena e senza preavviso. Dietro la storia di un pony rossiccio e del suo padroncino si nasconde il popolo statunitense, che nel 1949, alle porte della Guerra Fredda, ha tanto bisogno di ritrovare la propria identità. Pensare al passato non ha più senso, è arrivato il momento di lasciarlo andare.
Il bambino che diventa uomo, il popolo che guarda al futuro
Nella rassegna dedicata a Lewis Milestone al Festival del Cinema Ritrovato di Bologna, The Red Pony si distingue tra i tanti film che parlano della guerra girati dal regista durante la sua carriera. Qui non ci sono trincee, soldati o minacce di bombardamenti, c’è una famiglia solo apparentemente felice e un ragazzino che sta per ricevere una delle lezioni più importanti della sua vita. Basandosi sull’omonimo racconto di John Steinbeck, che scrive anche la sceneggiatura del film, Mileston realizza un’opera che parla al popolo americano del secondo dopoguerra, un popolo che non riesce a lasciar andare un passato di conquiste e prosperità, che non è in grado di guardare al futuro e si aggrappa con le unghie e con i denti ai ricordi. L’anziano nonno di Tom non fa che raccontare di quei giorni in cui, alla guida di una lunga carovana, attraversava le sconfinate pianure americane verso l’Ovest, animato dallo spirito di conquista che ha forgiato l’intera nazione americana. The Red Pony è un western in cui la frontiera è solo un ricordo, una storia da raccontare ai bambini e che gli adulti già non riescono più a sopportare. Lo stesso si può dire del piccolo Tom, che si aggrappa con tutte le sue forze al suo pony anche quando è molto malato, che rifiuta di lasciarlo andare e fa di tutto per impedire di perderlo. Nonostante nemmeno Billy Buck riuscirà a salvare il cavallino, la speranza non abbandonerà la famiglia Tiflin né il popolo americano. Alla fine del film Tom avrà un puledro, che amerà nel ricordo dei tempi passati con il suo pony rosso, dal quale ha imparato tante cose per il futuro. Qui si trova l’insegnamento più grande che Milestone voleva darci: il ricordo del passato non deve impedirci di guardare a ciò che sta per arrivare, non deve intrappolarci nelle sue catene, ma lasciarci delle lezioni preziose per guardare sempre avanti a noi. Il piccolo Tom è diventato uomo, insieme a lui può crescere anche la nazione americana, senza il bisogno di una frontiera da conquistare.
Secondo di cinque film che Yasuzo Masumura realizza insieme all’attrice Ayako Wakao, Seisaku No Tsuma (Seisaku’s Wife fuori dai confini nazionali) è uno dei prodotti più interessanti del cinema giapponese degli anni ‘60. Qui la riflessione sui costumi del Paese agli inizi del Novecento si incontra con la denuncia per il profondo militarismo che si era insinuato nella cultura giapponese alla fine della Seconda Guerra Mondiale, il tutto in una cornice sentimentale particolarmente intensa, insieme affascinante e distruttiva.
Il film ha preso parte al Festival del Cinema Ritrovato di Bologna, nella sezione dedicata a pellicole “ritrovate e restaurate”.
Uno sguardo sul Giappone del XX secolo
Ambientato negli anni della guerra russo-giapponese, Seisaku’s Wife racconta la tragica storia d’amore tra Okane e Seisaku, una storia di lacrime, solitudine ed emarginazione, che colpisce forte e non lascia respiro.
A causa della povertà dei suoi genitori, la giovane Okane (Ayako Wakao) viene data in sposa (o venduta, se preferite) a un uomo, più anziano di lei ma decisamente più ricco. Okane, pur soffrendo molto per la sua condizione, si impegna molto nel prendersi cura dell’uomo, tuttavia il suo pensiero è sempre rivolto all’anziana madre. La morte improvvisa del marito sconvolge completamente la vita di Okane e di sua madre, che si ritrovano costrette a lasciare la città in cui vivono per tornare nel loro paese di campagna d’origine, dove comprano un terreno e una piccola casa. Purtroppo, la reputazione di Okane presso gli abitanti del villaggio è terribile, uomini e donne la considerano una poco di buono, ma senza conoscere la sua triste storia e il sacrificio da lei compiuto per sostenere la propria famiglia. Emarginate dall’intera comunità e guardate con sospetto, Okane e sua madre vivono ai margini del paese, lontane dagli occhi degli abitanti e convinte di dover restare sole per sempre. Non molto tempo dopo, però, giunge al villaggio Seisaku (Takahiro Tamura), giovane soldato modello di ritorno dal servizio militare, la punta di diamante della piccola comunità di contadini. Il destino vorrà che Seisaku e Okane si incontrino per caso e che tra loro nasca un amore potente, capace di abbattere i confini sociali e culturali, ma allo stesso tempo di distruggere le loro vite: lui l’orgoglio del paese, lei la vergogna della comunità, in grado di trascinarlo con sé sul fondo in nome di un sentimento più grande di entrambi.
Masumura non ci pensa due volte a mettere al centro del suo film la questione dell’onore, del nome della famiglia presso la comunità, e lo fa in un modo potente, da regista che ha studiato attentamente anche il cinema italiano. Insieme c’è poi la forte critica al patriottismo e alla romanticizzazione della guerra che avevano colpito la cultura giapponese negli anni ‘40 e che Masumura conosceva molto bene. Il bersaglio principale restano gli abitanti del villaggio, colpevoli di aver rinunciato a creare una vera comunità di esseri umani, concentrati soltanto sui propri interessi, rinchiusi nella gabbia della loro mentalità e incapaci di aprire i loro cuori.
Il destino e la tragedia
Se c’è qualcosa che colpisce dritto al cuore in Seisaku’s Wife è il sentimento profondo e intenso che sembra accompagnare ogni singola scena, ogni movimento e ogni sguardo degli attori. Le lacrime scorrono, le voci si spezzano in grida disperate, mentre le mani si rendono complici di atti fuori da qualsiasi ragione. L’amore tra Seisaku e Okane è come un fiume in piena, esce dai suoi argini e procede sul suo percorso senza guardarsi intorno, senza curarsi delle convenzioni sociali o degli accordi di matrimonio tra famiglie benestanti. Per uno come Seisaku, Okane non avrebbe mai dovuto essere neanche un’opzione, invece diviene presto l’unico pensiero, l’unica donna in grado di fargli provare qualcosa di reale. Per Okane, Seisaku era irraggiungibile, portato sulle spalle dei cittadini come un trofeo mentre lei veniva calpestata e insultata. La passione tra i due protagonisti è travolgente, i due non riescono a smettere di guardarsi, di abbracciarsi, di tenersi stretti in attesa che il giovane soldato venga chiamato per la prossima missione. E quando arriva quel triste momento, Okane è talmente in preda all’istinto da finire per attaccare fisicamente l’uomo che ama, accecandolo ed escludendolo dal servizio militare.
Sono questi il sentimento e la passione che spingono alla violenza, la stessa “passione” che Masumura sceglie di criticare sotto forma di patriottismo militare, di orgoglio nel portare avanti una guerra e di andare a morire per il bene della patria. Seisaku è un Edipo Re atipico, che da uomo venerato quasi al pari di un dio viene immediatamente considerato la vergogna della comunità, accusato di aver progettato lui stesso l’aggressione per evitare di combattere per la patria. Il sentimento che lega Seisaku a Okane è responsabile della loro stessa rovina: mentre lei viene arrestata, lui perde completamente la sua reputazione di soldato modello, finendo per vivere nelle stesse condizioni di emarginato sociale in cui aveva vissuto Okane fino a poco tempo prima. Eppure, nonostante le loro vite siano irrimediabilmente cambiate, i loro sentimenti sono rimasti forti, il destino ha dato loro una passione impossibile da spegnere: quando Okane torna al villaggio, Seisaku posa le mani sul suo viso e quell’amore così potente torna a riempire i suoi occhi ciechi.
Se si pensa all’epoca d’oro del cinema giapponese, sono diversi i film che vengono in mente, primo fra tutti Rashōmon (1950) di Akira Kurosawa, che nel 1951 si aggiudica il Leone d’oro per il miglior film alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, consacrando il cinema nipponico all’estero. Per non parlare della produzione di Kenji Mizoguchi, che dalla seconda metà degli anni ’40 firma alcuni dei più grandi capolavori della storia del cinema giapponese. Tuttavia, gli autori di quest’epoca hanno lavorato all’interno di un contesto produttivo ben lontano dall’essere favorevole alla libertà di espressione, poiché l’occupazione americana aveva imposto delle rigide restrizioni all’industria riguardo ai temi, ambientazioni e generi trattati. In sostanza, venivano rifiutate tutte le sceneggiature che evocavano la tradizione giapponese, in contrasto con l’obiettivo di modernizzare il paese secondo le convenzioni occidentali. Ci fu un vero e proprio accanimento nei confronti dei jidaigeki, i film di ambientazione storica, in particolare verso i cosiddetti chanbara, film di cappa e spada, poiché le storie di vendetta o di samurai fedeli al proprio padrone preoccupavano l’egemonia statunitense.
È a partire da questa premessa che, alla 38° edizione del Cinema Ritrovato, viene presentata la rassegna “Kozaburo Yoshimura, Tracce di modernità”, che riscopre l’opera del regista nel decennio compreso tra il 1951 e il 1960, periodo in cui ha realizzato alcuni dei film più dettagliati nella rappresentazione dei mutamenti sociali che si sono verificati in quel periodo.
Noto per la collaborazione con il regista e sceneggiatore Kaneto Shindō (L’isola nuda 1960, Onibaba 1964), Yoshimura ha realizzato, negli anni presi in analisi, opere che riflettono sul rapporto tra gli elementi tradizionali e moderni che si scontravano nel processo di mutazione che ha coinvolto il Paese del Sol Levante. Misurandosi con il sistema censorio, che imponeva una rappresentazione positiva della nuova capitale, Tokyo, lanciata verso il progresso; e una più negativa nei confronti di Kyoto, capitale culturale e culla simbolica della storia e delle tradizioni del Giappone, il regista ha analizzato profondamente la sua terra, mantenendo una tale imparzialità nella propria visione da conferire alle proprie opere un profondo valore sociologico.
Clothes of Deception (Itsuwareru seiso, 1951)
I primi anni cinquanta e la censura
Il presupposto da cui parte Yoshimura è la conoscenza dei limiti che gli impediscono di affrontare liberamente temi apertamente controversi, scegliendo così di dedicarsi prevalentemente ai caratteri dei personaggi femminili che popolano le sue storie e conferendo a ogni film un’intensa carica umanista, che porta in secondo piano le questioni sociali, le quali vengono affrontate più indirettamente ma non con minor decisione. Ciò emerge chiaramente dal dittico formato dai primi due film presentati, Clothes of Deception (Itsuwareru seiso, 1951) e Sisters of Nishijin (Nishijin no shimai, 1952), nei quali i plot drammatici che coinvolgono i numerosi personaggi sono centrali.
Clothes of Deception è un dramma corale dalle tinte comiche che vede il tentativo di due sorelle, Kimicho e Taeko, di riscattare la casa della madre, dopo che questa l’ha ipotecata per poter aiutare il figlio del suo defunto mecenate. Kimicho e Taeko sembrano incarnare proprio i concetti di tradizione e modernità: la prima è, come lo era la madre, una geisha che tuttavia non è legata a nessun uomo, caratteristica in contraddizione con il tipico ruolo di questa figura. Taeko, invece, si è trasferita a Tokyo dove lavora presso un ente turistico, avendo però come unica reale aspirazione il matrimonio con il fidanzato. Sebbene in apparenza il film aderisca alla visione binaria imposta dalla censura, la combinazione del lavoro di Yoshimura e Shindō restituisce una rappresentazione lucida e imparziale della città di Kyoto, evidenziandone le criticità dovute alla sua arretratezza ed esaltandone il fascino.
In questo senso è di fondamentale importanza il personaggio di Kimicho che, grazie alla straordinaria interpretazione di Machiko Kyo, reduce del successo di Rashōmon, rappresenta il primo passo nella costruzione di ciò che verrà definito come “un nuovo tipo di donna di Kyoto”. L’atteggiamento sprezzante nei confronti dei più rigidi rappresentanti della tradizione, i continui rimproveri con cui tenta di far notare alla madre l’incoerenza di alcune dinamiche che possono resistere solo all’interno di una bolla temporale come Kyoto, e la libertà e l’indipendenza con cui si rapporta verso l’altro sesso, non sono esclusivamente elementi che permettono al copione di superare il vaglio censorio statunitense, ma contribuiscono alla definizione di un personaggio astuto, magnetico ed estremamente accattivante, che, in virtù della combinazione tra la propria mentalità moderna e l’irresistibile fascino folcloristico, scuote le fondamenta di una realtà profondamente arretrata. Kimicho è il personaggio che meglio di tutti ha compreso la sua epoca e, assumendo un ruolo che concilia gli aspetti migliori di modernità e tradizione diventa la manifestazione dell’ideologia che Yoshimura ha tentato, con successo, di imprimere nel film.
Sisters of Nishijin non si distacca molto dal film precedente sul piano stilistico, Yoshimura realizza nuovamente un dramma corale, dalla regia asciutta, in cui i virtuosismi della macchina da presa sono volti ad esaltare la peculiarità estetica dei quartieri di Kyoto, affidando perciò esclusivamente alle immagini il compito di suscitare interesse verso la storia giapponese, alleggerendo così il copione da alcuni elementi che avrebbero potuto non fargli superare i controlli in fase di pre-produzione. La grande differenza con Clothes of Deception sta nel tono della storia, se il primo bilanciava egregiamente il dramma con la commedia, qui Yoshimura inverte la rotta e già l’incipit è un’evidente dichiarazione del regista. Il film si apre infatti con il padre di una famiglia di tessitori che prega di ottenere un prestito per ripagare i, già numerosi, creditori. Vedendo rifiutata la richiesta, l’uomo vede nel suicidio l’unica via d’uscita, lasciando però così tutti i debiti alla moglie e alle figlie.
Il regista mette in scena questa prima sequenza in maniera magistrale. Inizia presentando un uomo che fuma alla finestra, con un’inquadratura, vista anche nel film precedente, che evoca intimità e quiete rispetto al caos esterno. Tuttavia, il mood cambia rapidamente. Prima che lo spettatore possa realmente capire che gli eventi del film scaturiranno precisamente da questa sequenza, il dialogo si esaurisce e con uno stacco ci si ritrova fuori dalla stanza assieme all’altro uomo, che si è rifiutato di concedere il prestito e ha consigliato di non lasciare i debiti alla sua famiglia. L’uomo scende le scale e la macchina da presa lo segue lentamente. Improvvisamente, si sente lo sparo con cui l’uomo indebitato si toglie la vita. In questa sequenza, girata con impietosa freddezza, viene condensata tutta la potenza drammatica del film, dichiarando l’interesse e il pessimismo del regista verso l’imposizione del sistema capitalista americano.
In questi primi film si individuano già degli elementi stilistici molto forti. La caratterizzazione precisa dei personaggi e l’interesse verso la condizione della donna nel dopoguerra hanno generato accostamenti dell’opera di Yoshimura a quella di Mizoguchi. Allo stesso tempo, la regia composta, volta ad esaltare la composizione della singola inquadratura, e l’approccio alle dinamiche di conflitto familiare, con particolare enfasi sullo scarto generazionale, possono ricordare Yasujiro Ozu. Tuttavia, Yoshimura non raggiunge lo stesso rigore visivo, al contrario affinerà progressivamente uno stile dall’estetica travolgente ed elegante.
Night River (Yoru no kaea, 1956)
Il colore e le nuove possibilità espressive
L’accostamento ai due maestri appena citati non rappresenta di per sé un errore, ma rischia di ridurre l’opera di Yoshimura, pressoché sconosciuto al di fuori dei confini nazionali, a una semplice riproposizione degli stilemi che hanno reso iconiche le pellicole di Mizoguchi e Ozu. Il potenziale espressivo unico di Yoshimura si conferma l’arrivo del cinema a colori. Night River (Yoru no kawa, 1956), On this Earth (Chijo, 1957) e A Woman’s Uphill Slope (Onna no saka, 1960), sono i film che meglio esprimono l’evoluzione espressiva del regista.
In questa seconda fase della rassegna si sono visti i film che probabilmente hanno maggiormente stupito il pubblico, almeno così è stato per il sottoscritto. La caratterizzazione dei personaggi diventa ancora più articolata e profonda, arrivando a delineare ancora meglio le varie e possibili sfaccettature della società nipponica anni cinquanta. Night River è senza ombra di dubbio il film che, tra quelli selezionati, spicca maggiormente.
Kiwa è una giovane disegnatrice di kimono che lavora nella bottega del padre e, destinata ad acquisirne il controllo, inizia ad ampliare la produzione creando design e motivi unici da applicare anche su borse e cravatte. Questa espansione la porta a conoscere Yukio, un biologo ricercatore, con il quale nascerà una storia d’amore proibito. Le premesse sono quelle di un melodramma classico, che tuttavia non rinuncia a tratteggiare, nella prima parte del film, le dinamiche sociali legate all’imposizione di Kiwa all’interno di un’industria che ha perso interesse per gli abiti tradizionali; parallelamente la relazione con il professore si sviluppa fino a prendere il sopravvento nella seconda metà.
Kiwa è quindi la protagonista assoluta, affiancata dai kimono che indossa, ognuno dei quali conferisce a ogni sequenza una tonalità cromatica specifica, offrendo un’intensa esperienza visiva che non può lasciare lo spettatore indifferente. Si può addirittura avere l’impressione di star guardando un predecessore del più noto film di Wong Kar-wai, In the Mood for Love (2000), proprio in virtù della componente melodrammatica e dell’eleganza dei costumi delle rispettive protagoniste. La fotografia di ogni inquadratura è curata nei minimi dettagli, e i colori del nuovo restauro in 4k della Kadokawa vividi e ammalianti. Se dovessimo descrivere il film in una parola, sicuramente questa sarebbe “appagante”.
Abbandonandosi completamente alle possibilità offerte dal cinema a colori, e nonostante il suo daltonismo, Yoshimura realizza due sequenze dal fortissimo impatto visivo e in cui il colore diventa un vero e proprio dispositivo al servizio del racconto. Nella prima, i campi e controcampi di Kiwa e Yukio vengono progressivamente sostituiti da dei primissimi piani di fiori che richiamano i colori dei rispettivi abiti, così che l’intenso dialogo tra i due si sviluppi secondo una sorta di influenza sensoriale. La seconda sequenza si svolge durante un importante festival lungo il fiume Shirakawa: i due innamorati, colti da un temporale improvviso, si rifugiano in una stanza d’albergo l’ungo il fiume. Durante il blackout causato dal maltempo, solo una lampada cinese illumina la stanza buia, trasformando la scena in una suggestiva sequenza bicromatica nera e arancione. I personaggi si riducono a delle sagome, la dissoluzione delle figure permette la libera espressione dei sentimenti, conducendo infine i corpi indistinguibili l’uno verso l’altro.
Questa scena rappresenta la massima espressione artistica di Yoshimura. Segnando uno spartiacque nel racconto e giustificando il titolo del film, l’immagine delle sagome nere e arancioni è carica di una tale potenza drammatica ed estetica che non può non ritornare in mente di continuo dopo la visione.
Con A Woman’s Uphill Slope Yoshimura realizza un altro affascinante racconto al femminile sui lavori tradizionali di Kyoto. Tuttavia, mentre in Night River la protagonista, scritta da Sumie Tanaka, era nata e cresciuta tra i kimono, in questo film seguiamo Akie, una giovane ragazza che deve recarsi a Kyoto dopo aver ereditato una pasticceria tradizionale di cui conosce ben poco. Ambientata negli anni sessanta, la sceneggiatura di Shindō si focalizza non tanto sulla contrapposizione tra Kyoto e Tokyo, quanto sul cambiamento che ha ormai coinvolto la capitale culturale. Il progresso è già arrivato, e a mettere in difficoltà Akie non è tanto la dimensione sociale, quanto le dinamiche lavorative, troppo poco disposte a rinnovarsi.
Meno drammatico e più evidentemente rivolto verso la commedia, A Woman’s Uphill Slope è un film solare, vivace come la sua protagonista. Yoshimura non perde occasione di dimostrare ulteriormente le sue abilità nel creare immagini affascinanti che esaltano le sue protagoniste. In questo caso, è l’abbigliamento occidentale di Akie a diventare immediatamente iconico: impossibile non essere trasportati dal suo entusiasmo nell’indossare di nuovo il maglione rosso con cui è arrivata in città, rendendolo l’emblema della possibile e necessaria coesione tra tradizione e modernità.
On this Earth (Chijo, 1957)
On this Earth si inserisce nella medesima fase creativa del regista e, pur non raggiungendo la perfezione visiva di Night River o l’iconicità di A Woman’s Uphill Slope, ripropone con gusto soluzioni estetiche simili all’interno di un racconto non più esclusivamente sociale e melodrammatico, ma apertamente politico. È qui che la presenza in scrittura di Kaneto Shindō si fa più evidente, attingendo proprio dalle sue posizioni socialiste. Il film racconta il percorso di consapevolezza politica di Heiichirō, un giovane e brillante studente, orgoglio della madre che lavora in una okiya (le case delle geisha) come sarta per assicurare al figlio un’istruzione adeguata. L’incontro con un ex compagno di scuola, che lavora in una fabbrica nel mezzo di uno sciopero, lo stimolerà nella ricerca di un ideale da perseguire.
L’aspetto più interessante del film è senza dubbio il parallelismo che si viene a creare tra le proteste degli operai e la condizione delle geisha nel loro ambiente lavorativo. Yoshimura, per la prima volta, non si contiene e pone molta attenzione sulle dinamiche di potere che si instaurano tra padrone e dipendenti, spesso con episodi di grande violenza. Ancora una volta ci troviamo di fronte a un film in cui i conflitti sono centrali: l’industrializzazione contro i mestieri tradizionali, il conflitto di classe si estende alla relazione sentimentale Heiichirō, infatuato della figlia di un grosso industriale. Le differenze generazionali, inoltre, sono evidenti nel rapporto madre e figlio, entrambi sono coinvolti nei rispettivi ambienti di azione, ma con approcci quasi opposti.
Tuttavia, l’ambizione del film a non voler rinunciare a nessuna tematica inserita è l’unico difetto concreto. Lontano dall’essere un prodotto che accenna a tutto ma che non approfondisce, Yoshimura realizza un’opera efficace e funzionale, ma comunque meno compatta e uniforme come nei casi precedenti. Ne risulta quindi un film imperfetto, ma coerentemente in linea con la poetica del regista e interessante proprio nel suo netto posizionamento ideologico, necessario dopo aver raccontato così approfonditamente gli ambienti lavorativi dal punto di vista sociale.
Cosa hanno in comune un uomo solo che va in giro con un cane e un carretto di roba vecchia da vendere, un’improbabile coppia di distillatori con un maialino e due fratelli che abitano in un faro? Forse niente, ma a Juho Kuosmanen basta “niente” per mettersi a lavoro. Girata tra il 2012 e il 2023, la sua Silent trilogy (in originale Mykkätrilogia) è stata presentata per la prima volta al Festival del Cinema Ritrovato di Bologna: tre cortometraggi muti, divertenti e commoventi, simbolo di un amore profondissimo per i primi anni di vita del cinema e per tutti coloro che si trovano a vivere ai margini della società.
Da case fatiscenti allo spazio più profondo
Silent Trilogy è un’opera che tutti gli amanti del cinema dovrebbero vedere: anche solo per lo splendido omaggio al periodo del muto, che ha costruito pezzo per pezzo la settima arte come la conosciamo oggi. I cortometraggi che compongono la trilogia hanno come protagonisti personaggi delle classi più basse della società, e la maggior parte degli interpreti non sono neanche attori di professione: come detto dallo stesso Kuosmanen durante la presentazione dell’opera, i loro volti erano interessanti “e così li ho voluti nei miei film”.
Il primo corto, dal titolo Scrap-Mattila and the Beautiful Woman(Romu-Mattila ja kunis kainen, 2012) si ispira alla vicenda realmente accaduta in Finlandia di un uomo e della sua battaglia contro la città di Kokkola per impedire che la propria casa gli venisse sequestrata. Similmente, il protagonista del corto si vede costretto a lasciare la propria abitazione, ma non porta avanti una battaglia, anzi, decide piuttosto di vendere tutti i suoi beni e trasferirsi in Svezia con il fidato cagnolino. Presto, vagando tra i locali della piccola cittadina in cui vive, l’uomo conoscerà una cantante, una donna sola e malinconica. Il loro incontro darà a entrambi la vicinanza, la comprensione e la tenerezza che meritano.
Con il titolo The Moonshiners (Salaviinanpolttajat, 2017), il secondo corto della trilogia racconta la divertente storia di una coppia di distillatori accompagnati da un simpatico maialino. I due, un uomo e una donna, distillano alcool illegalmente e un giorno ricevono la visita di un misterioso cliente che li convince a giocare a carte; la partita, però, provoca una violenta lite, sedata poco dopo dall’arrivo della polizia, che arresta i distillatori mentre il misterioso “uomo delle carte” riesce a fuggire indisturbato. Il corto è un remake dell’omonimo film muto del 1907, a oggi andato perduto, del quale conosciamo la trama solo grazie ad articoli di giornale del periodo. Salaviinanpolttajat è considerato il primo film realizzato in Finlandia, che Kuosmanen ha voluto omaggiare nel 2017, a centodieci anni dalla nascita del cinema finlandese.
Il terzo e ultimo cortometraggio della trilogia è forse quello più affascinante. Intitolato A Planet Far Away (Kaukainen Planeetta, 2023), racconta la storia dei fratelli Marlanda e Maximilian, guardiani di un faro su un’isola sperduta nel mare. Ma nel 2023 è ancora necessario un faro? Presto, i fratelli si ritrovano senza lavoro, ormai tutto il mondo usa il gps e la luce del loro faro viene letteralmente “portata via” da un gruppo di uomini che si sono presentati alla loro porta da un giorno all’altro. Per la tristezza, Maximilian muore, Marlanda rimane così da sola ad affrontare il dolore: l’unica cosa che la fa andare avanti è la storia, tanto cara al fratello, di questo pianeta molto lontano su cui vanno ad abitare le persone che amiamo quando il loro tempo sulla terra finisce. E così Marlanda si mette all’opera per costruire un razzo e, indossando degli enormi occhiali da aviatore, parte per lo spazio profondo fino a raggiungere un pianeta sconosciuto. Lì, in quello che sembra un bar come se ne vedono sulla terra, si ricongiunge finalmente al fratello Maximilian, impegnato a degustare un drink a suo dire più buono di qualunque altro abbia mai bevuto. Un corto diverso dai due precedenti, con scenografie e oggetti di scena realizzati con mezzi amatoriali, ma non per questo poco affascinante e commovente. Inevitabilmente, A Planet Far Away ricorda da vicino il cinema delle attrazioni di Méliès e Segundo De Chòmon degli anni ‘10: un piccolo viaggio nello spazio che vi farà tornare un po’ bambini, ancora meglio se eravate di quelli con le stelline adesive luminose sul soffitto della cameretta!
Sonorizzazione dal vivo e potenzialità del muto
Quando il cinema era ai suoi inizi veniva chiamato “delle attrazioni”, per la sua capacità di trasmettere storie affascinanti in posti mai visti prima, avventure di fantasia dotate di effetti speciali sorprendenti che sicuramente ricordate se conoscete le opere principali di un George Méliès. A distanza di oltre cent’anni, Juho Kuosmanen ha portato l’attrazione nella forma della sonorizzazione dal vivo. La visione di Silent Trilogy al Festival del Cinema Ritrovato è stata accompagnata dalla Ykspihlajan Kino-orkesteri, che si è occupata della musica e delle parti cantate, insieme al meraviglioso rumorista Heikki Kossi che si è dedicato alla realizzazione di suoni e rumori di scena. Sul palco insieme a un tavolino, una pedana di legno e altri oggetti, Kossi ha fatto un lavoro magistrale nel ricreare i rumori da accostare alle immagini dei film, grazie anche all’aiuto del sound designer Pietu Korhonen e del sound engineer Ville Liukkonen. Kuosmanen ha affermato di essere profondamente affascinato dal lavoro del rumorista, dal modo in cui semplici rumori meccanici riescono a trasmettere nuove sensazioni se accostati a determinate immagini e sequenze sullo schermo.
La visione di Silent Trilogy con sonorizzazione dal vivo è stata senza dubbio l’esperienza più affascinante del Festival del Cinema Ritrovato, che ha permesso a tutti di riscoprire le enormi potenzialità espressive e artistiche del cinema muto. Nella conversazione con Alice Rohrwacher a seguito della proiezione, Kuosmanen ha ricordato l’importanza del muto nella storia del cinema, che si è gettato immediatamente sul sonoro non appena ne è comparsa la possibilità. Certo, non possiamo incolpare produttori, registi e attori degli anni ‘20 per aver compreso le potenzialità dei “talkies”, ma adesso abbiamo l’occasione per esplorare e omaggiare il cinema muto come merita.
Lunedì 13 maggio a Bologna Gian Luca Farinelli, Cecilia Cenciarelli e Roy Menarini hanno presentato al grande pubblico parte del programma de Il Cinema Ritrovato, festival alla sua 38esima edizione organizzato dalla Cineteca di Bologna nel capoluogo dell’Emilia-Romagna. Trattasi di un festival dedicato alla settima arte, che si svolgerà quest’anno tra il 22 e il 30 giugno, coinvolgente diverse sale cinematografiche della città ed un’enorme varietà in termini di pellicole mostrate.
Cineconcerti
Come ogni anno, alcuni eventi da tenere d’occhio sono certamente i concerti con orchestra dal vivo.
In quest’edizione, un appuntamento interessante avrà luogo prima dell’inizio del Festival stesso, il 20 giugno in Piazza Maggiore. Un nuovo accompagnamento musicale del maestro Daniele Furlati, eseguito dall’orchestra del Teatro Comunale di Modena, accompagnerà My Cousin, unico film muto arrivatoci con protagonista il tenore Enrico Caruso.
Appuntamento al 24 giugno, invece, per My Grandmother (1929, Kote Mikaberidze), con accompagnamento del trio finlandese Cleaning Women (presenti alla scorsa edizione come musicisti di Dans la nuit –https://framescinemawebzine.com/cinema-ritrovato-dans-la-nuit/-).
La proiezione di The Wind (1928, Victor Sjöström) diventerà occasione per omaggiare il maestro Carl Davis, deceduto lo scorso agosto. L’Orchestra del Teatro Comunale eseguirà la sua partitura, sotto la direzione di Timothy Brock.
Immagine tratta da “Il vento” di Victor Sjöström
Sempre Timothy Brock dirigerà l’Orchestra del Comunale il 7 luglio, per un appuntamento assolutamente immancabile per ogni cinefilo: il capolavoro di Fellini Amarcord.
Spostandoci dalla cornice di Piazza Maggiore, segnaliamo la presenza di tre cineconcerti eseguiti all’interno del Cinema Modernissimo. In particolar modo, il 24 giugno verrà musicata dal vivo la trilogia di cortometraggi Silent Trilogy di Juho Kuosmanen, il quale sarà presente in sala. Il 28 è la volta di un altro film di Sjöström, He Who Gets Slapped (1924).
Infine, tornano anche quest’anno le suggestive proiezioni in Piazzetta Pasolini con il proiettore con lanterna a carbone, anch’esse accompagnate da musicisti.
Registi ed attori
Il Cinema Ritrovato dedica al solito diverse sezioni alla scoperta o riscoperta di figure interessanti della settima arte.
Quest’anno, una sezione è dedicata ad uno dei padri della commedia all’italiana, ovvero Pietro Germi.
Immagine tratta da “Divorzio all’italiana” di Pietro Germi
Altro regista su cui il Festival punterà i riflettori, meno conosciuto, è Gustav Molander, regista svedese che ebbe il grande merito di far “sfondare” diverse attrici, tra cui Ingrid Bergman.
Anatole Litvak è anch’egli un cineasta sicuramente meno conosciuto, ma dalla vicenda personale estremamente interessante: nato in Russia, operò in Germania da cui fu costretto a fuggire durante il regime hitleriano in quanto ebreo; riparato in Francia, fu cacciato e tacciato di corruzione; tornato in Russia, fu considerato “traditore”. Durante il Festival, avremo modo di vedere ben 14 dei suoi film.
Più conosciuto, anche se ugualmente vessato, è Sergej Paradžanov (Il colore del melograno, 1969). Durante il Ritrovato, al regista sarà dedicata una sezione che si concentrerà sulla prima fase della sua carriera, con 7 film prodotti tra 1954 e 1966, tra cui quello che è il suo secondo lungometraggio per importanza, Le ombre degli avi dimenticati. Tre di questi film sono particolarmente rari, in quanto scansionati da negativi originali provenienti addirittura da Kiev.
Negli ultimi anni, al Cinema Ritrovato non è mai mancata una sezione dedicata ai registi giapponesi, e in particolare a registi giapponesi “minori”. Dopo l’omaggio a Teinosuke Kinugasa dell’anno scorso, quest’anno avremo modo di familiarizzare con Kozaburo Yoshimura, autore contemporaneo a Kurosawa che girò diversi film di denuncia del Giappone post bellico.
Immagine tratta da “Marocco” di Josef von Sternberg
Spostandoci davanti alla macchina da presa, una piccola selezione sarà dedicata alla presenza sul grande schermo del leggendario musicista Duke Ellington e della sua orchestra.
Abbiamo due ultime sezioni interamente al femminile, dedicate ad un’attrice tedesca e ad una francese. Da una parte, la diva Marlene Dietrich, la cui carriera il Ritrovato omaggerà con 9 film, due due quali muti, e alcuni suoi home movies; dall’altra, Delphine Seyrig, che tra le altre cose prestò il volto alla protagonista del recentemente proclamato “miglior film” secondo la rivista Sight and Sound, Jeanne Dielman, 23, quai du Commerce, 1080 Bruxelles di Chantal Akerman.
Viaggio nello spazio…
La sezione Cinemalibero, “contenitore” di film provenienti da paesi non occidentali, resta un punto di riferimento per chi desidera spaziare e trovare pellicola praticamente introvabili.
Quest’anno, la sezione raccoglie undici film. Due elementi sono degni di nota. Da una parte, abbiamo tre registe donne, pioniere della settima arte: Assia Djebar, algerina ed autrice di un solo film, La Nouba des femmes du Mont Chenoua; Marva Nabili, iraniana fuggita negli Stati Uniti; Sarah Maldoror, di cui verranno presentati dei film dedicati alle celebrazioni di Carnevale.
Immagine tratta da “La Nouba des femmes du Mont Chenoua” di Assia Djebar
Altro elemento interessante della selezione di quest’anno è l’addentrarsi in situazioni che fanno riferimento a situazioni di regime. Bona, di Lino Brocka, per ammissione dello stesso regista vuole rappresentare, attraverso la messa in scena di un sistema patriarcale estremo, il regime di Marcos nelle Filippine. Il rarissimo Nujum Al-Nahar di Ossama Mohammed sarà presentato col regista in sala, regista iraniano che è in esilio dal 2001. Camp de Thiaroye di Sambène Ousmane e Thierno Faty Sow è stato censurato in Senegal per la spinosa vicenda raccontata: la fucilazione da parte dei francesi di soldati senegalesi.
“Dark Heimat” è il nome di una sezione dedicata a film tedeschi degli anni Quaranta, realizzati in località alpine, caratterizzati da storie noir e ormai caduti nel dimenticatoio.
… e nel tempo
Come ogni anno, il Cinema Ritrovato porta gli appassionati indietro nel tempo, specificatamente cento e centoventi anni nel passato.
La grande sorpresa fornita alla sezione 1904 è il ritrovamento di alcuni film realizzati da dei gesuiti in Turchia, Egitto e Palestina.
Per quanto riguarda il 1924, avremo un interessante miscuglio di classiche conosciuti (L’ultima risata di Murnau, Quo vadis? di Gabriellino D’Annunzio e Georg Jacoby) con chicche meno immediatamente riconoscibili come il primo adattamento de I ragazzi della via Pal e il cecoslovacco Bílý ráj. Non manca poi uno spazio dedicato alla storia: verranno mostrati dei cinegiornali e, cosa più interessante, i filmati della commemorazione successiva al delitto Matteotti.
Immagine tratta da “Quo vadis?” di Gabriellino D’Annunzio e Georg Jacoby
Le ultime sezioni
Anche quest’anno appuntamento con la sezione “Documenti e documentari”, con alcuni titoli alquanto interessanti.
Celluloid Underground racconta la nascita dell’amore per il cinema del regista, iraniano, nella sua patria negli anni 80\90. Made in England, The Films of Powell and Pressburger utilizza la voce narrante di Martin Scorsese per tracciare, film dopo film, il percorso dei due registi inglesi. L’image originelle è un formato francese di appena 30 minuti, dedicato ognuno a un diverso regista a cui vengono fatte domande a bruciapelo. Durante il Cinema Ritrovato avremo modo di vedere intervistati in questa maniera David Lynch e Marco Bellocchio.
Immagine tratta da “Pink Floyd: Live at Pompeii”
Per quanto riguarda i restauri, avremo i primi 3 documentari di Stanley Kubrick, il filmato del concerto dei Pink Floyd a Pompei, i documentari del regista cubano Nicolás Guillén Landrián, The Bus, che racconta il viaggio in bus da San Francisco a Washington per la Marcia per la libertà, e due documentari di Wim Wenders, che per altro sarà anche ospite nel corso del Festival.
“I colori del cinema a passo ridotto” si dedica all’argomento dell’utilizzo del colore all’interno dei “formati ridotti”, a partire dagli anni 20 in poi.
Il paradiso dei cinefili
La sezione “Ritrovati e restaurati”, anche quest’anno, sarà fonte per tutti gli appassionati di un bel dilemma su cosa andare a vedere.
Appuntamento imprescindibile è certamente la proiezione del maestoso e mitico Napoleon di Abel Gance, finalmente restaurato, dopo 14 anni, nella sua versione completa di 7 ore. Al Ritrovato sarà proiettata la prima parte, di “sole” tre ore e tre quarti.
Immagine tratta da “Napoleon” di Abel Gance
Appuntamenti in Piazza Maggiore con una copia in 70 mm di Intrigo Nazionale di Hitchcock ed una, sempre in 70 mm, di Sentieri selvaggi di Ford, quest’ultimo presentato da Wenders. Il formato più grande permetterà di dare ancora più risalto alle immagini maestose del maestro della tensione e del “padre” del cinema western.
Per chi ha voglia di cult più particolari, non temete: in occasione dei suoi 70 anni, il Cinema Ritrovato porta in sala il Godzilla originale. Parlando di cinema orientale, di certo meriterà una visione anche Tokyo Drifter (1966), un’esplosione di violenza incredibilmente avanti coi tempi.
Sarebbero davvero troppi i film da citare in questa sezione, tantissimi super classici che i cinefili non vorranno perdersi in sala (Cantando sotto la pioggia, Il bandito della Casbah, I sette samurai, L’occhio che uccide, Mean Streets, La conversazione, Sugarland Express, Amadeus, Lo squalo…)
Per chiudere in bellezza, noi citeremo quello che, pare, fornirà l’immagine “simbolo” del Festival di quest’anno: il musical spezza cuore di Jacques Demy Gli ombrelli di Cherbourg.
Immagine tratta da “Gli ombrelli di Cherbourg” di Jacques Demy