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  • Recensione Lisa e il diavolo di Mario Bava

    Lisa (Elke Sommer), turista in Spagna, incontra un uomo (Telly Savalas) che somiglia terribilmente ad un affresco ritraente il diavolo che la nostra protagonista aveva visto poco prima. Dopo questo primo, fortuito, incontro nulla sarà più come prima: Lisa perde la concezione dello spazio e nel tentativo di tornare dall’amica con cui ha intrapreso questo viaggio incontra una coppia, che sembra appartenere all’alta borghesia di fine ‘800, che si offre di darle un passaggio con la loro macchina. I veri guai iniziano quando la macchina si ferma in mezzo al nulla per un guasto e i quattro (Lisa, la coppia più l’autista) sono costretti a chiedere aiuto agli abitanti della casa davanti alla quale si sono fermati. Qui abitano la contessa (Alida Valli) e suo figlio Max (Alessio Orano) e Leandro, l’uomo che Lisa aveva visto inizialmente, qui nelle vesti di maggiordomo, con i quali i nostri inizieranno ad intrecciare rapporti sempre più tenebrosi (come la scoperta di una stanza piena di manichini iperrealistici). A poco a poco gli avventori inizieranno a morire, una casualità, apparentemente, priva di fondamenta logiche.

    La categoria in cui rientra Mario Bava è una di quelle destinate a pochi eletti nella storia della settima arte. Oltre ad aver inventato generi dai cui poi sono usciti registi e film importantissimi, ha creato un modo di far cinema. In degli anni in cui, in tutto il mondo, andavano delineandosi quelle che erano le Nouvelle Vague dei vari paesi, Bava è riuscito comunque a creare uno stile proprio e sempre riconoscibile indipendentemente dal genere affrontato, che trovava la sua forza negli elementi caratterizzanti del medium. La formazione in gioventù come direttore della fotografia e creatore di effetti speciali se l’è sempre portata dietro, concentrandosi molto di più sul dato visivo che sugli altri aspetti. Nei suoi film il colore diventava l’elemento narrativo più importante, sentenziando la sua superiorità sulla sceneggiatura, che nei film di Bava diventa oggetto quasi ornamentale alla messinscena. Ed è nella seconda parte della sua carriera (gli anni ’70), che l’approccio stilistico diventa più totalizzante, anche in risposta a quei discepoli (Argento su tutti, ma anche Martino e molti altri) che sembravano riscuotere maggior successo di lui; e quindi il rosso del sangue diventa più acceso, gli zoom (elemento fondamentale nella poetica baviana) si fanno più destabilizzanti e la violenza totale.   

    Lisa e il diavolo, appartiene a questo periodo. Uno dei film meno conosciuti di Bava, anche perché sta in mezzo a Reazione a catena e Cani arrabbiati, rappresenta una delle vette massime della poetica del suo autore, in cui si mischiano suggestioni psicanalitiche, ambienti gotici e paure di derivazione cattolica.

    A una lettura in controluce dell’opera il diavolo del titolo potrebbe essere lo stesso autore. Egli è infatti colui che muove tutto e sa ogni cosa, è quello che riporta Lisa indietro nel tempo e/o nello spazio per un suo purissimo gusto personale. Egli è l’addetto alla creazione dei fantocci utilizzati per le cerimonie funebri, crea dei pupazzi così come Bava ha creato lui e gli altri personaggi ed è proprio questa macabra metafora che rende la pellicola estremamente godibile e soprattutto grazie all’ironia che essa suscita (in quanto Leandro organizza tutto sapendo già che nessuno sopravviverà). La suggestione metacinematografica è affascinante, soprattutto se corredata da una messinscena e da un utilizzo dello stile a così alti livelli. Le macabre sequenze di morte e gli ambigui rapporti che intercorrono tra i protagonisti colpiscono per la nitidezza, quasi tattile, che hanno i luoghi in cui questi si muovono, i vestiti che indossano o gli oggetti che maneggiano. La vividezza dei colori di quello che mette in scena Bava non restituisce la sensazione dell’incubo, ma la realtà di un truculento massacro su cui non si ha potere di intervenire. Allo stesso tempo non si può distogliere lo sguardo da questa maison gotica e allo stesso tempo barocca, il cortocircuito è stato creato e lo spettatore continua ad essere assoggettato al diavolo.

    Gianluca Meotti,
    Redattore.
  • Recensione Generazione romantica – Amore contemporaneo

    L’arrivo del 2000. L’entrata della Cina nell’OMC. La diga delle Tre Gole. Le Olimpiadi di Pechino 2008. La pandemia da Covid. Tik Tok. I mondiali di calcio 2022. Nel suo nuovo film Generazione Romantica, presentato a Cannes 2024, Jia Zhangkeri porta in vita vent’anni di storia cinese tramite il rapporto turbolento ed altalenante tra due amanti. Collage di materiale girato parallelamente ad altri suoi film (chiarissimi i riferimenti a Still life e Unknown pleasure) e di riprese figlie della quarantena, l’ultimo lavoro del regista di Fenyang è un incanalamento diretto del tempo “reale” nel testo filmicoche propone uno sguardo trasversalesulla sua nazione e su coloro che vi abitano.

    2001. Qiao Qiao (Zhao Tao, compagna del regista) e Guo Bin (Zhubin Li) hanno vent’anni, sono innamorati e il loro avvenire sembra essere più luminoso che mai in un paese in completa ascesa. 2006. Guo Bin è costretto a trasferirsi a causa della mancanza di opportunità lavorative ma promette a Qiao Qiao di ricontattarla non appena si sarà sistemato. La ragazza, dopo aver aspettato una chiamata che non è mai arrivata, decide di andare a cercare l’amante perduto solo per capire che la relazione è, in realtà, conclusa. 2022. I due si rincontrano, in piena pandemia, per la prima volta dopo anni e con varie questioni irrisolte.

    Vent’anni in un attimo

    La “generazione romantica” del titolo italiano, è quella nata alla fine della Rivoluzione culturale di Mao, tra gli ultimi anni ’70 e i primi ’80. Una generazione che domandava un cambiamento radicale della società cinese, che per troppo tempo era rimasta chiusa al mondo esterno, non solo all’occidente. Jia Zhangke traccia il cammino che questa generazione ha percorso e, più in generale, i cambiamenti a cui si è sottoposta la Cina negli ultimi decenni. Lo fa utilizzando il suo stesso cinema e la sua poetica per delineare i movimenti evolutivi del suo paese, in uno sforzo che non è solo intellettuale ma anche sociale, per non dire sociologico. L’esperienza del singolo come confronto e specchio della comunità, la distruzione di quel sogno di cambiamento che muore perché i tempi (e il tempo) sono troppo più veloci e potenti di lui. Una generazione superata che vive in una realtà in ascesa, o discesa, continua in cui i giovani di ieri sono diventati, troppo in fretta e senza accorgersene, i vecchi di oggi.

    In questa compressione temporale le immagini cambiano mentre cambiano i volti dei personaggi. Dalla mania del primo digitale di inizio millennio si arriva ai giorni nostri, e il tempo opera costantemente, sia che si stia parlando di esseri umani o di tecnologie. Riconosciamo diversi formati e diverse grane, riconosciamo le facce invecchiate naturalmente e non con il make-up; in questo contesto l’accostamento di immagini cronologicamente distanti le risignifica, crea una continuità nuova che presuppone di lasciare dietro di sé spazi vuoti, ma i quali, se vuole, sarà lo spettatore a riempire.

    Perché in epoca in cui l’immagine è più viva e contingente alla nostra esistenza che mai, riesumare il passato e farlo dialogare con il presente non è, per forza, necrofilia digitale o nostalgia gonfiata in nome della profondità, ma può essere l’unico motivo per cui abbia ancora un senso scegliere di comunicare qualcosa con il visivo.

    Gianluca Meotti,
    Redattore.