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  • SPECIALE TOHORROR FANTASTIC FILM FEST 2021 – GIORNI 3-4-5

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    Venti lungometraggi, venti animazioni, venti cortometraggi, dieci racconti, dieci sceneggiature, quattro incontri letterari tra bizzarro e fantastico, tra analisi della realtà e fuga dalla medesima, cinquanta paesi coinvolti. Sono questi i numeri della Ventunesima edizione del TOHorror Fantastic Film Fest, manifestazione indipendente dedicata al cinema e alla cultura del fantastico, dal 19 al 24 Ottobre a Torino, tema: “le cose strane”. “Dopo un anno difficile il TOHorror torna più determinato e indipendente che mai, con una visione non scontata del Cinema fantastico e un programma senza compromessi. Basta sfogliare le pagine del catalogo di questa ventunesima edizione per vedere quanto straordinari siano i film in cartellone, così come gli incontri che arricchiscono e fanno da contorno al comparto cinematografico. E mai come quest’anno sento la necessità di ringraziare l’infaticabile squadra che, continuando senza tentennamenti a lavorare, ha permesso di superare questo periodo complicato e di consegnare a voi un evento cinematografico incredibile e rutilante, in presenza, pensato e realizzato in piena indipendenza e autonomia, come nel nostro ventennale spirito” dichiara il direttore artistico Massimiliano Supporta.

    Un Festival organizzato da persone che amano profondamente il cinema di genere e il cinema in generale, una manifestazione da supportare il più possibile.

    Noi di framescinemawebzine.com/ vi proporremo diverse minirecensioni dei film in programma, iniziando con due lungometraggi del concorso principale.

    THE SADNESS – CONCORSO LUNGOMETRAGGI

    “Taipei diventa una bolgia di sangue quando un virus trasforma gran parte degli abitanti in inarrestabili assassini sadomasochisti, spinti a compiere le violenze più perverse. Una giovane coppia tenta di sopravvivere.” (fonte www.tohorrorfilmfest.it).

    Rob Jabbaz, regista canadese trapiantato a Taiwan sforna a tutti gli effetti uno degli horror più violenti e sfrontati degli ultimi anni. Sfruttando immagini e situazioni a noi ben note a causa del Covid, Jabbaz riesce a declinare una versione dello zombie movie in chiave sadica, in cui i mostri voraci di carne umana per sopravvivenza diventano degli efferati assassini che provano piacere nell’uccidere, torturare e stuprare gli altri. Il film si apre con una carrellata di concetti che abbiamo sentito e risentito in questi ultimi anni di pandemia tra medici, virologi, guru, complottisti del web e interessi politici, per poi accantonare tutti questi discorsi a favore di una violenza che deflagra per il resto del minutaggio del film. Nonostante sia un film stracolmo di villain (letteralmente tutte le persone che circondano i protagonisti), uno di essi risulta essere particolarmente memorabile, un signore rappresentante della vecchia Taiwan, rancoroso verso il mondo moderno ed espressione maggiore dell’ambiguità che caratterizza la pellicola su fino a che punto gli infetti si comportino in quel modo a causa della malattia o se tutto sommato ci sia una componente consapevole in quando l’uomo è un essere malvagio. In The Sadness il confine tra uomo e mostro è estremamente labile e questi pseudo-zombie sono estremamente felici durante gli efferati atti che compiono e trasmettono un’inquietudine viscerale allo spettatore. C’è lucidità nella violenza messa in scena e questo aspetto rende ancora più terrificante ciò che ci viene mostrato. Da brividi il discorso di uno dei personaggi infetti, che dichiara il proprio amore verso una donna, per poi elencare le violenze che vorrebbe perpetrare su di lei, discorso non troppo lontano da quelli di uomini responsabili di femminicidi la cui causa viene indicata nel “troppo amore” provato verso la partner. Gli effetti speciali artigianali sono realizzati in maniera sopraffina, con litrate di sangue che sgorgano e cambiano il paesaggio di Taiwan.  Il film, per quanto eccessivo, ha il merito di capire dove si può fermare, spingendo sull’acceleratore sulla violenza, ma lasciando fuori campo i momenti in cui le efferatezza avrebbero rischiato di essere eccessive e insostenibili, mentre la tensione creata ricorda quella del cugino coreano Train to Busan che viene anche citato in una sequenza del film.

    Per gli amanti dell’horror estremo, un film imperdibile.

    TEDDY – CONCORSO LUNGOMETRAGGI

    In un piccolo villaggio sui Pirenei il diciannovenne Teddy vive alla giornata, fra lo zio adottivo, il lavoro in un salone di bellezza e la fidanzata che sogna altre vite. Una notte di luna piena viene aggredito da una bestia e comincia a sviluppare pulsioni animalesche…

    La nuova opera di Ludovic e Zoran Boukherma è una riuscita commedia horror, che si ispira al grande film di John Landis Un lupo mannaro americano a Londra e sposta la vicenda nella provincia francese, dove bigottismo e mediocrità sono le caratteristiche principali della  comunità. All’orrore della vicenda viene accostata la tenerezza dei suoi personaggi, in un mix inusuale che convince. Il film ha il pregio di provocare più volte una sincera risata ispirandosi, nella costruzione della famiglia di Teddy, al cinema di Bruno Dumont, in particolare nel meraviglioso personaggio dello zio Pepin. Il film è un coming of age, dove alle pulsioni dell’adolescenza si aggiungono gli impulsi animaleschi dovuti alla trasformazione di Teddy in un lupo mannaro. Consci della mancanza di budget, nelle le poche scene in cui avviene la trasformazione i due registi sapientemente optano per un’ambientazione scura e mantengono il mostro nella penombra, riuscendo in questo modo a creare scene credibili. L’unico difetto tecnico del film è una fotografia troppo televisiva, che sul grande schermo risulta un po’ posticcia.

    Il comparto attoriale fornisce una prova complessiva di assoluto livello e il finale riesce a emozionare non poco, a dimostrazione del cuore con cui è stata scritta e diretta questa pellicola.

    FRANK AND ZED – SEZIONE FREAKSHOW

    Gli abitanti di un villaggio sono perseguitati da una maledizione. Ben presto dovranno fare i conti con il terribile mostro chiamato Drac Macat che, leggenda narra, vive nel castello diroccato in cima alla collina. 

    Una faticosa lavorazione di 7 anni ha portato alla realizzazione di questo film completamente folle di Jesse Blanchard che non è altro che l’incontro tra il Muppet Show e l’horror e il fantasy, come se Sam Raimi e il primo Peter Jackson dirigessero pupazzi di stoffa e gomma piuma. Se già il concetto di base rende l’opera memorabile ancor prima della visione, il film non delude assolutamente le aspettative, costruendo una narrazione cinica e scorretta, ma allo stesso tempo attenta ai suoi personaggi, che dopo poche battute o azioni entrano nei nostri cuori. Frank and Zed, i due mostri protagonisti del film, sono una copia perfetta e complementare e, nonostante tutti gli omicidi che effettuano durante il film, non possiamo che fare il tifo per loro nel confronto con i politici corrotti del villaggio. Anche il popolo del paese, al contrario dei loro capi, è composto da personaggi riuscitissimi, in particolare il gruppo di quattro poveracci che si ritrova coinvolto nella battaglia senza sapere esattamente cosa fare e dando vita a una serie di siparietti uno più divertente dell’altro. Il film non si prende minimamente sul serio e decostruisce la solennità tipica del genere fantasy, sia attraverso il fatto di realizzare un’opera del genere con dei pupazzi sia attraverso piccoli elementi della sceneggiatura (la serietà del nome Drac Macat con cui è soprannominato il mostro viene sostituito da un banale Frank). Inoltre ha l’intuizione notevole di riuscire a far ridere più volte attraverso l’utilizzo dello splatter puro durante il lunghissimo combattimento finale, con teste che si spaccano e budella che escono fuori, ma il tutto posta in maniera comica e slapstick.

    Un’opera realizzata con grande passione, a cui forse 15 minuti in meno avrebbero giovato, ma che permette allo spettatore di uscire dalla comfort zone e di godere di un prodotto estremamente originale.

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  • IL CINEMA HORROR DELLE ORIGINI

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    L’Ottocento è il secolo dell’orrore: dalla letteratura alle arti performative e fotografiche.

    «Il sentimento più antico e più radicato nel genere umano è la paura, e la paura più antica è quella dell’Ignoto. Questi assunti vengono posti in discussione da ben pochi psicologi, e la loro conclamata verità stabilisce in qualsiasi tempo la genuinità e dignità del racconto Soprannaturale e Orrorifico come forma letteraria.»

    -Howard Phillips Lovecraft.

    Nel corso dell’ottocento vennero gettate le basi per uno dei generi cinematografici più fertili di sempre: l’Horror.

    In questo periodo, infatti, si scatenò un’ossessione collettiva per tutte quelle pratiche connesse allo spiritismo e alla scienza dell’occulto che erano, invece, state precedentemente marchiate come malefiche. Sempre più frequentemente, le persone iniziarono a riunirsi per prendere parte a sedute spiritiche o per raccontarsi terrificanti storie di fantasmi o ancora per partecipare agli spettacoli della lanterna magica e alle fantasmagorie. Parlando proprio di quest’ultimo caso, la fantasmagoria di Etienne-Gaspard Robertson è uno dei più originali esperimenti in ambito teatrale e orrorifico: consisteva in uno spettacolo di immagini in movimento che si ingrandivano e rimpicciolivano, provocando stupore e turbamento nel pubblico. Questi spettacoli ottici conquistarono un nuovo tipo di spettatore, attratto dalla realtà e dai suoi prodigi, ma anche da una dimensione “altra”. Uno spettatore per il quale l’attrazione per i fenomeni irrazionali risultava irresistibile.

    Accanto alle arti performative, anche le storie dell’orrore divennero fonte di fascinazione e si radicarono ancor più nella cultura popolare europea nel momento in cui iniziarono a diffondersi i Penny dreadful, una serie di racconti spaventosi pubblicati a puntate sui periodici, e ancor più grazie alle magistrali opere di Mary Shelley, Edgar Allan Poe e Bram Stoker. Questi tre grandi maestri del gotico avrebbero profondamente influenzato la cultura cinematografia e letteraria successiva dando vita a creature iconiche e facendo sperimentare ai propri lettori graduali e differenti tipi di paure, spesso non tangibili e razionali ma implicite, inspiegabili e, piuttosto, legate a quel lato oscuro della personalità che ogni essere umano possiede ma che tende a nascondere e a controllare. A tal proposito, tra i nomi dei grandi scrittori orrorifici del novecento spicca quello di H.P. Lovecraft. Nei suoi romanzi, Lovecraft, si interroga sul ruolo dell’ignoto all’interno della vita degli esseri umani. Secondo lo scrittore, infatti, gli uomini hanno a disposizione una limitata conoscenza della realtà. Questa inespugnabilità del reale li tutela da una degradazione psico-fisica cui si giunge proprio attraverso una ricerca disperata di conoscenza che è, difatti, destinata a trascinare nel baratro della follia.  Inoltre, accanto al tema della “conoscenza proibita”, Lovecraft analizza gli istinti primordiali e spaventosi che albergano in noi e che si concretizzano in figure mostruose, mitologiche, la cui immagine è inafferabile e spesso proibita ai nostri occhi.

    In generale, una delle strategie impiegate dagli autori per creare un’atmosfera da brivido consiste nell’accostare alcuni elementi sovrannaturali, misteriosi e ingiustificabili accanto ad altri reali, verosimili e familiari così da destabilizzare il lettore e generare in lui ansia e timore nei confronti di qualcosa che è allo stesso tempo irrazionale ma anche non distante dalla sua quotidianità.

    «Io ho sentito una volta di un americano che così definiva la fede:  “Quello che rende noi capaci di credere in cose che sappiamo non   essere vere”.»

    – Dracula, Bram Stoker.

    In breve tempo il gusto per il macabro andò ad influenzare anche le arti visive e performative dell’epoca. Un altro aspetto di cui vale la pena tenere conto riguarda l’ambito della fotografia che iniziò ad affermarsi proprio nel diciannovesimo secolo. Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento la fotografia spiritica raggiunse un alto grado di popolarità grazie ai lavori del “fotografo-medium” William H. Mumler. Successivamente si venne a scoprire che le sue fotografie non testimoniavano l’esistenza di entità spirituali giacché erano in realtà ritoccate manualmente dallo stesso Mumler, il quale, dopo aver trattato i negativi, era solito aggiungere le immagini dei defunti all’interno delle foto commissionate dai propri acquirenti.

    IL RAPPORTO TRA CINEMA E ORRORE: LE ORIGINI DEL GENERE HORROR

    A questo punto si può ben comprendere perché a fine Ottocento il mezzo cinematografico riuscì ad attrarre a sé una quantità spropositata di curiosi, affascinati dalla possibilità di poter osservare delle reali immagini in movimento. In breve tempo il cinematografo divenne lo strumento principale di diffusione della letteratura gotica e popolare: quale miglior espediente, se non il cinema, per narrare storie terrificanti e ancor più per rendere visivamente concreti tali racconti rafforzandone il terrore?

    L’orrore divenne, infatti, uno degli argomenti più in voga nel cinema del novecento al punto che nel periodo del muto molti registi si confrontarono con questo tipo di narrazione. In questo contesto si colloca il poco noto Le manoir du diable (Il castello del diavolo) diretto da Georges Méliès nel 1896 e considerato il primo horror (muto) della storia. Si tratta di un breve filmato d’intrattenimento che, discostandosi da un intento prevalentemente narrativo, puntava piuttosto ad un linguaggio di tipo attrazionale, impiegando le specificità stesse del mezzo cinematografico e le sue infinite possibilità mistificatorie e spettacolari per “spaventare” il pubblico attraverso trucchi, effetti speciali e tipi fissi prelevati direttamente dalla letteratura di riferimento. Le manoir du diable fu proiettato alla vigilia di Natale e diede vita ad un filone cinematografico che di lì a pochi anni andrà a configurarsi come genere vero e proprio.

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    IL RUOLO DELL’ESPRESSIONISMO TEDESCO NELLA DEFINIZIONE DEL GENERE

     Nel ventesimo secolo furono sfornati numerosi film a tema horror come il cortometraggio The Hunckback (1909), diretto da Van Dyke Brooke e Il golem (1915) di Paul Wegener ma, soprattutto, capolavori del calibro di Nosferatu il vampiro (1922) di Friedrich Wilhelm Murnau, Frankenstein di James Whale e Dracula di Tod Browning (1931). Come ho già accennato in precedenza, la maggioranza dei personaggi presenti in questa serie di pellicole provengono direttamente dal repertorio della letteratura gotica sette-ottocentesca che vedeva come protagonisti ogni genere di creatura della notte come mostri, vampiri, fantasmi, demoni, lupi mannari e così via. Il vampiro Nosferatu, in particolare, è diventato col tempo una pietra miliare del horror nonché uno dei film più citati e presi a modello da registi contemporanei come Tim Burton, Werner Herzog e Francis Ford Coppola, i quali hanno dedicato numerosi omaggi a questo pilastro della storia del cinema. La pellicola, inoltre, si colloca all’interno di una delle sperimentazioni d’avanguardia più interessanti del Secolo breve: l’espressionismo tedesco.

    L’espressionismo è una corrente d’avanguardia sviluppatasi in Germania nel 1908 come reazione al realismo e vede tra le sue maggiori influenze proprio la cultura romantica e gotica tedesca. Tra le caratteristiche di questo movimento emergono principalmente il gusto per la deformazione della realtà e per le prospettive alterate che sottolineano la personalità deviata dei personaggi e che sono enfatizzate dalla cura maniacale per le scenografie, ma anche l’inclinazione per una recitazione antinaturalistica ed eccessiva. Tutto ciò si amalgama alla perfezione con gli elementi della messa in scena che sono resi ancor più esasperati da uno stile allucinato, caratterizzato da inquietanti conflitti chiaro-scurali. Le ombre padroneggiano la scena e i protagonisti che l’attraversano non hanno alcuno scampo, sono condannati farsi sopraffare da esse.
    Oltre a Nosferatu, è necessario fare riferimento ad un altro caposaldo dell’espressionismo: il Gabinetto del Dottor Caligari (1920) di Robert Wiene, una pellicola innovatrice e sperimentalista al punto da essere considerata un film-manuale per tutti coloro interessati ad indagare la complessità e l’oscurità della mente umana e, di conseguenza, il tema dell’inconscio e della devianza. Ne Il Gabinetto del Dottor Caligari il tenue confine che separa la follia dalla normalità tende spesso a confondersi se non a scomparire totalmente, lasciando dietro di sé una scia di dubbi e interrogativi.

    Infine per concludere questa panoramica sul cinema horror delle origini, vale la pena citare il film Vampyr (Il Vampiro) di Carl Theodor Dreyer (1931). La pellicola, come in molti casi, è tratta liberamente da una raccolta di novelle orrifiche presenti nel volume In the Glass Darkly (1872) dello scrittore Joseph Sheridan Le Fanu. La particolarità di Vampyr si riscontra nel ribaltamento dei canoni estetici e dei meccanismi tipici del horror espressionista a cui, peraltro, fa riferimento pur discostandosene: alle scenografie squadrate e teatrali si sostituiscono scene girate in luoghi aperti, spesso luminosi mentre ai contrasti chiaro-scurali del bianco e nero subentrano toni grigi più soffusi che, tuttavia, rendono altrettanto inquietanti sia l’ambientazione sia le figure che vi si muovono all’interno.

    «Rilke aveva proclamato che la bellezza era il principio dell’orrore; essi [gli espressionisti] andarono più oltre d’un passo: la vera bellezza era nell’orrore degli individui tormentati, nell’annullamento dell’equilibrio e della simmetria. L’espressionismo, come altri movimenti radicali, voleva scavare alla ricerca delle radici, era spinto dal desiderio di ritornare alle origini.»

    -Walter Laqueur.

    A questo punto, si può intuire quanto una corrente simile accostata alle storie e leggende popolari abbia contribuito in modo rilevante nella definizione del genere horror. La letteratura gotica, la fotografia le arti figurative e performative sono riuscite negli anni a plasmare l’immagine filmica dell’orrore e il cinema, in questo processo creativo, è il mezzo che più di tutti è riuscito a governare, a rappresentare la paura in tutte le sue forme, un’emozione ambigua che affascina e al tempo stesso respinge l’uomo dagli albori del tempo.

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  • TOHORROR FANTASTIC FILM FEST 2021 – GIORNO 2

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    Venti lungometraggi, venti animazioni, venti cortometraggi, dieci racconti, dieci sceneggiature, quattro incontri letterari tra bizzarro e fantastico, tra analisi della realtà e fuga dalla medesima, cinquanta paesi coinvolti. Sono questi i numeri della Ventunesima edizione del TOHorror Fantastic Film Fest, manifestazione indipendente dedicata al cinema e alla cultura del fantastico, dal 19 al 24 Ottobre a Torino, tema: “le cose strane”. “Dopo un anno difficile il TOHorror torna più determinato e indipendente che mai, con una visione non scontata del Cinema fantastico e un programma senza compromessi. Basta sfogliare le pagine del catalogo di questa ventunesima edizione per vedere quanto straordinari siano i film in cartellone, così come gli incontri che arricchiscono e fanno da contorno al comparto cinematografico. E mai come quest’anno sento la necessità di ringraziare l’infaticabile squadra che, continuando senza tentennamenti a lavorare, ha permesso di superare questo periodo complicato e di consegnare a voi un evento cinematografico incredibile e rutilante, in presenza, pensato e realizzato in piena indipendenza e autonomia, come nel nostro ventennale spirito” dichiara il direttore artistico Massimiliano Supporta.

    Un Festival organizzato da persone che amano profondamente il cinema di genere e il cinema in generale, una manifestazione da supportare il più possibile.

    Noi di framescinemawebzine.com/ vi proporremo diverse minirecensioni dei film in programma, iniziando con due lungometraggi del concorso principale.

    THE SCARY OF SIXTY-FIRST – SEZIONE AMERICAN NIGHTMARE

    Due studentesse newyorkesi trovano una sistemazione da sogno, un appartamento nell’Upper East Side a prezzo stracciato. Il sogno si fa incubo quando scoprono l’identità del precedente inquilino: Jeffrey Epstein, il miliardario morto (forse) suicida nel 2019 dopo l’arresto per pedofilia e traffico di minori (fonte www.tohorrorfilmfest.it).

    L’esordio alla regia di Dasha Nekrasova (anche attrice all’interno del film) è un folle mix  di cronaca nera e possessioni demoniache, capace di portarsi a casa il premio come miglior opera prima all’ultimo Festival del cinema di Berlino. Il film, realizzato quasi totalmente con la macchina a mano e con un montaggio serratissimo, trasuda estetica anni 70 sin dalla prima inquadratura e sin dalle prime musiche. Alcune scene, volutamente sguaiate e al limite del trash, vengono in realtà contestualizzate dalla coerenza formale dell’intera pellicola e risultano funzionali alla follia della storia messa in scena. Il film abbraccia le teorie del complotto riguardo al possibile assassinio di  Jeffrey Epstein, ma non si prende mai veramente sul serio riguardo all’argomento e sfrutta questo soggetto per inserire numerosissimi spunti e riflessioni di natura politica e psicologica.  

    Se la prima chiave di lettura del film è necessariamente legata alla storia di Epstein, connesso in questo film al mondo della magia nera e dell’occultismo e capace di tormentare le protagoniste anche da morto, tra possessioni, atti di omertà e teorie del complotto (con un finale che ricorda molto nello stile quello del cult American Psycho), in seconda battuta una lettura più intimista e legata alla sfera psicologica delle protagoniste è anche suggerita. Tutte e tre utilizzano la storia raccontata per scoprire qualcosa di sé stesse, dalla propria sessualità, alla propria ossessione per il macabro fino al risveglio di un trauma causato dalla propria famiglia e in particolare dalla pedofilia incestuosa di un padre verso la figlia, connettendosi dunque direttamente alla storia del miliardario americano.

    Un’opera prima indubbiamente originale, capace di risultare sinceramente folle, ad eccezione di un finale in cui si rientra in binari tutto sommato convenzionali, e in grado di conquistare lo spettatore nel momento in cui quest’ultimo è disposto a comprendere ed accettare l’estetica che lo caratterizza.

    AFTER BLUE (PARADIS SALE) – FUORI CONCORSO

    After Blue è un pianeta abitato da sole donne. Quando, preda di un’attrazione incontrollabile, la giovane Roxy libera la pericolosa assassina Kate Bush, gli equilibri sociali si spezzano e la ragazza e sua madre saranno costrette a un’odissea per espiare la colpa, ritrovare la criminale e ucciderla per ristabilire un’armonia forse perduta per sempre (fonte www.tohorrorfilmfest.it).

    Bertrand Mandico torna sulla scena dopo l’exploit del suo esordio al lungometraggio nel 2017 con Les Garçons sauvages, opera posta al primo posto della classifica dei migliori film di quell’anno dai Cahiers du Cinéma. Con questa nuova pellicola presentata all’ultima edizione del Festival del cinema di Locarno il regista francese costruisce un’epopea che mescola generi diversi, dalla fantascienza al fantasy, dal cinema erotico fino al western, concentrandosi principalmente sulla costruzione estetica del mondo messo in scena, piuttosto che sugli eventi narrati. Il mondo After Blue, il cui nome deriva da “dopo il pianeta blu”, dopo la Terra, è caratterizzato da una natura che nelle sue forme sembra creata dalle viscere di animali e uomini, stilisticamente ispirata pesantemente dal mondo creato da Mario Bava in Terrore nello spazio e da quello di El Topo di Alejandro Jodorowsky, una natura allo stesso tempo sessualizzata, piena di fluidi, peli e simboli fallici. In After Blue gli schizzi di sangue si mischiano alla vernice lanciata su un dipinto trasparente, le donne che lo abitano assomigliano per la maggior parte a streghe e il mondo intero sembra pregno di misticismo, sottolineato dalla meravigliosa fotografia di Pascale Granel, che costruisce ogni inquadratura come se fosse un quadro. La trama sfrutta il pretesto della caccia a Kate Bush per narrare della scoperta della sessualità da parte di Roxy, che prova profonda attrazione verso la criminale ed è ancora in piena fase di scoperta di sé stessa e del proprio corpo, la cui evoluzione viene narrata durante l’intera pellicola fino al liberatorio e catartico finale. Mandico costruisce un coming of age mascherato da western con elementi di fantascienza, tra androidi di forma umana, pistole tecnologiche chiamate come i nomi di stilisti famosi e mostri che sembrano usciti da un film di Guillermo del Toro. Un film di puro sperimentalismo, di enorme world-building che  fagocita la scarsa narrazione, ma che risulta essere talmente particolare da meritare la visione rigorosamente sul grande schermo. Menzione d’onore per le musiche di Pierre Desprats, a dimostrazione di come la scuola francese continui a produrre talenti anche in questo ambito.

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  • TOHORROR FANTASTIC FILM FEST 2021 – GIORNO 1

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    SPECIALE TOHORROR FANTASTIC FILM FEST 2021 – GIORNO 1

    Venti lungometraggi, venti animazioni, venti cortometraggi, dieci racconti, dieci sceneggiature, quattro incontri letterari tra bizzarro e fantastico, tra analisi della realtà e fuga dalla medesima, cinquanta paesi coinvolti. Sono questi i numeri della Ventunesima edizione del TOHorror Fantastic Film Fest, manifestazione indipendente dedicata al cinema e alla cultura del fantastico, dal 19 al 24 Ottobre a Torino, tema: “le cose strane”. “Dopo un anno difficile il TOHorror torna più determinato e indipendente che mai, con una visione non scontata del Cinema fantastico e un programma senza compromessi. Basta sfogliare le pagine del catalogo di questa ventunesima edizione per vedere quanto straordinari siano i film in cartellone, così come gli incontri che arricchiscono e fanno da contorno al comparto cinematografico. E mai come quest’anno sento la necessità di ringraziare l’infaticabile squadra che, continuando senza tentennamenti a lavorare, ha permesso di superare questo periodo complicato e di consegnare a voi un evento cinematografico incredibile e rutilante, in presenza, pensato e realizzato in piena indipendenza e autonomia, come nel nostro ventennale spirito” dichiara il direttore artistico Massimiliano Supporta.

    Un Festival organizzato da persone che amano profondamente il cinema di genere e il cinema in generale, una manifestazione da supportare il più possibile.

    Noi di framescinemawebzine.com/ vi proporremo diverse minirecensioni dei film in programma, iniziando con due lungometraggi del concorso principale.

    MIDNIGHT IN A PERFECT WORLD – CONCORSO LUNGOMETRAGGI

    Manila, futuro prossimo. Inspiegabili blackout notturni colpiscono i quartieri. Si dice che chi si trova per strada nell’oscurità svanisca nel nulla. Quattro amici si rifugiano in una “safe house”, edifici-bunker in cui attendere che torni l’elettricità. Ma forse neanche lì sono al sicuro (fonte www.tohorrorfilmfest.it).

    Non convince del tutto il nuovo film di Dodo Dayao, regista filippino, che costruisce una narrazione piena di spunti interessanti a cui manca però un vero e proprio obiettivo. Il regista inserisce elementi di fantascienza, di horror, di viaggi nel tempo e di politica all’interno dell’opera, cercando di sfruttare il genere per parlare di altri temi, tra cui quello della repressione effettuata dal presidente Duterte dal 2016 nella guerra alla droga, che ha portato all’esecuzione sommaria e senza processo di moltissimi tossicodipendenti. Il soggetto di base, con il pretesto dei blackout, è parzialmente ispirato all’opera Il silenzio di Don DeLillo ed è la storia di quattro amici che cercano di sopravvivere alla notte, fuggendo dalla polizia e da esseri alieni non meglio specificati, che man mano diventa una ghost story, dove il fantasma può essere costituito dallo Stato, che compie efferatezze nelle tenebre, o da sé stessi. E dunque la safe-house in cui è ambientata gran parte della vicenda diventa uno spazio mentale, rappresentazione del proprio io in cui rifugiarsi per rifiuto verso il mondo esterno, o forse la nostra mente è popolata da altrettanti mostri e dal senso di colpa e da nessuna parte si può trovare rifugio. 

    Il comparto tecnico è di assoluto livello, con la prima parte dell’opera caratterizzata da lenti movimenti di macchina che diventano schizofrenici  nella seconda. Il cast è convincente e il lavoro fatto sul sonoro (aspetto migliore di tutta la pellicola) è di assoluto livello, con le musiche che si mescolano ai suoni alieni, a tratti ispirati a pezzi che sembrano prodotti da Aphex Twin, a tratti semplicemente inquietanti. Le poche sequenze horror funzionano, con gli esseri graficamente ispirati all’immaginario di Annientamento di Alex Garland e gli effetti visivi sono ben realizzati. Il problema è che Dayao costruisce una narrazione lenta, forzatamente autoriale, fornisce diversi spunti, ma non sembra portarne avanti neanche uno. Un’opera a metà e un’occasione mancata.

    WE NEED TO DO SOMETHING – CONCORSO LUNGOMETRAGGI

    Una famiglia resta bloccata nel bagno di casa dopo un devastante uragano; all’esterno, le macerie ostruiscono la porta. Passano i giorni, i soccorsi non arrivano e orrendi suoni inumani cominciano a provenire da fuori (fonte www.tohorrorfilmfest.it).

    Il primo lungometraggio di Sean King O’Grady risulta essere una piacevolissima sorpresa, capace di giocare con i clichè del genere e a sorprendere positivamente. Il regista americano avvia la narrazione dipingendo la classica insopportabile famiglia americana composta da un padre rabbioso, una moglie benevola, una teenager ribelle e un figlio nerd, pronta a essere massacrata nella successiva ora e mezza. Tuttavia le dinamiche si sviluppano in una maniera non totalmente prevista, riuscendo a tratti a farci empatizzare con i personaggi e tratti a farceli odiare, ma non tanto per la l’antipatia in sé di ognuno di loro, quanto per la meschinità e l’ipocrisia che li caratterizzano, sempre pronti a creare scene melodrammatiche e di buon cuore per poi venire puntualmente contraddetti dagli eventi che accadono successivamente. Il film risulta essere un mix tra un film da camera, con quattro persone chiuse in una stanza per giorni mentre all’esterno sta probabilmente avvenendo l’apocalisse, e un monster movie, con il mostro di turno che provoca effetti diretti in un minutaggio limitato, ma che risulta immediatamente iconico grazie a una sola e semplice frase doppiata da Ozzy Osbourne, citato anche in altri due momenti della pellicola. Anche la narrazione parallela che viene portata avanti, unica incursione nel mondo esterno, in cui viene mostrata la vita della figlia Mel, inizia come un coming of age classico e degenera nel macabro, stupendo notevolmente nelle dinamiche e catturando l’attenzione dello spettatore. Il tutto viene condito dai classici riferimenti a quanto siamo delle nullità senza tecnologia e quanto siamo patetici nel negare l’evidenza pur di non accettare la realtà che il mondo sta andando allo scatafascio(riferimenti al cambiamento climatico?), mentre un paio di colpi di scena davvero ben assestati contribuiscono a elevare il risultato finale.

    Dal punto di vista tecnico O’Grady opta principalmente per la camera fissa coadiuvata da un montaggio serratissimo, permettendo al film di non perdere ritmo e di far tenere gli occhi degli spettatori incollati allo schermo per tutta la durata della pellicola. Anche gli effetti speciali artigianali risultano essere ben realizzati e realistici, anche se le scene disturbanti mostrate risultano essere un po’ troppo gratuite. 

    In conclusione un film godibilissimo, che non rivoluziona il genere, ma che ha l’intelligenza di non creare aspettative che non è in grado di soddisfare e di riuscire a divertire e intrattenere a dovere.

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  • RECENSIONE BLACK AS NIGHT ED I VAMPIRI DEL GHETTO – AMAZON & BLUMHOUSE

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    Nel mese di Ottobre 2020 Amazon Prime, in collaborazione con la casa di produzione Blumhouse, ha distribuito direttamente in streaming sulla propria piattaforma quattro film, tutti appartenenti a vari sottogeneri dell’horror e parecchio diversi l’uno dall’altro, con lo scopo di presentare il lavoro di Blumhouse a una vasta platea di spettatori. Nasceva così Welcome to the Blumhouse. Visto il successo ottenuto dalle quattro pellicole (Black Box, Emmanuel Osei-Kuffour; The Lie, Veena Sud; Evil Eye, Elan Dassani; Nocturne, Zu Quirke) e nonostante la qualità altalenante delle quattro produzioni, nel mese di Halloween del 2021 gli Amazon Studios sono tornati con altri quattro film, quattro nuove storie dirette da quattro registi diversi, di cui due già presenti sulla piattaforma e due in uscita l’8 Ottobre.

    L’articolo di oggi si sofferma su Black As Night, diretto da Maritte Lee Go ed approdato su Amazon Prime Video l’1 Ottobre.

    CACCIA GROSSA A NEW ORLEANS

    Il film si apre con una ripresa notturna della periferia di New Orleans, mostrandoci un senzatetto venire raggiunto da un gruppo di uomini che, scagliandosi violentemente su di lui, lo fanno a pezzi. Si passa poi ad un racconto diretto di Shawna (Asjha Cooper), la protagonista del film che, dopo la perdita di una persona a lei cara e l’incontro con il branco di vampiri, decide di porre fine alla minaccia dei succhiasangue creando una squadra composta dal suo migliore amico Pedro, dall’interesse amoroso Chris e dalla fan di narrativa gotica Anne Rice Granya.

    Sicuramente non si è di fronte ad un’opera che brilla di originalità in quanto a soggetto (tra tutti balza subito in mente la famosa serie anni ’90 Buffy l’ammazzavampiri  con Sarah Michelle Gellar), ma la base di partenza risulta abbastanza solida e interessante per poterci costruire sopra una storia il cui vero scopo è quello di raccontare una lotta di classe (andando a richiamare un classico dell’horror come il Candyman  di Rose datato 1992), inserendo anche richiami al Black Lives Matter ed addirittura scavando indietro fino allo schiavismo. Il tutto viene proposto in maniera seriosa ma senza risultare troppo pesante, permettendo alla pellicola di mantenere uno stile adatto soprattutto ad un pubblico giovane, verso il quale si rivolge tramite i combattimenti e le numerose battute che i personaggi si scambiano.

    I personaggi risultano abbastanza fumettistici e stereotipati (il belloccio, la tipa tosta, quella che conosce tutte le regole dei mostri…), ma funzionano nell’atmosfera che il film vuole creare e presentano inoltre alcuni spunti interessanti sul passaggio dall’adolescenza alla vita adulta. In particolare, attraverso il personaggio di Pedro (interpretato da Fabrizio Guido), la pellicola parla allo spettatore di tematiche legate alla comunità lgbt in maniera semplice e senza risvolti caricaturali.

    I vampiri che i ragazzi si ritrovano ad affrontare condividono tutte le caratteristiche di base dei racconti classici, inserendo però alcune differenze come l’origine della “malattia” e la divisione dei succhiasangue in diverse casate con un’idea di vita decisamente diversa, creando quindi anche una divisione tra vampiri cattivi e meno cattivi. Gli effetti visivi che li caratterizzano sono abbastanza buoni, soprattutto per il trucco facciale e le mani, leggermente sotto tono risulta invece l’effetto “di morte” che si dimostra abbastanza posticcio e distrugge completamente il pathos in alcune scene. Piccola nota di merito per il villain della storia, che il film riesce a tenere nascosto per buona parte della pellicola ma riuscendo comunque a risultare iconico in ogni sequenza a lui dedicata, grazie anche ad una buona prova attoriale e ad un costume estremamente “calzante” al suo ruolo.

    Dal punto di vista tecnico, la pellicola si attesta su un buon livello sia in ambito di regia che di fotografia, senza però eccellere mai. New Orleans viene infatti messa in scena come una città qualsiasi della costa est, risultando esteticamente anonima. Riuscita risulta la colonna sonora, così come anche i costumi, soprattutto nel caso della distinzione dei vampiri con i gradi e le casate.

    CONCLUSIONE

    Con Black as night  Blumhouse e Amazon presentano una storia di caccia ai vampiri che mescola i toni dark dell’horror a quelli più umoristici della commedia. Nonostante a primo impatto possa apparire poco serio ed improntato esclusivamente all’azione, questo film ci parla anche di tematiche importanti come la lotta di classe in America e il razzismo. Se regia e fotografia fanno il loro lavoro, è nella presentazione dei villain della storia che la pellicola da il suo massimo, con costumi creati appositamente per i vari vampiri e con effetti prostetici e trucco più che azzeccati. Una buona commedia horror, dunque, da guardare magari con amici in una visione non troppo impegnata, che riesce comunque ad intrattenere lo spettatore e a trasmettere qualcosa.

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  • RECENSIONE ESCAPE ROOM 2

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    Quando Takao Katoe iniziò nel 2008 a riempire bar di indovinelli e indizi e a sfidare le persone a risolvere gli enigmi e a fuggire, sicuramente non si sarebbe mai immaginato del successo che questo suo “gioco” avrebbe avuto, tanto da arrivare prima in America e successivamente anche in Europa, diventando un vero e proprio fenomeno mondiale. Un fenomeno talmente diffuso che anche il mondo del cinema decise di attingerne a piene mani, con la prima iterazione datata 2017 e dal nome (non molto fantasioso) 

    Escape Room. Si trattava di una produzione abbastanza piccola, che centrava l’obiettivo nella prima parte della pellicola per poi perdersi verso il finale a causa del tentativo di inserire elementi horror che risultavano però troppo fuori luogo e che finirono per rovinare completamente l’ottima atmosfera creata dalla pellicola.

    Dopo due anni, Original Film e Warner Bros hanno deciso di proporre la loro versione di un escape room, in cui inserire stanze super esagerate ma bellissime da vedere, creando quell’effetto di intrattenimento che mancava alla pellicola del 2017 (con cui, per onor di cronaca, affermiamo non esserci nessun collegamento). Forte anche di un cast, magari non perfetto, ma sicuramente funzionale, e di una buona scrittura della storia, la pellicola riuscì a riscuotere un buon successo, tanto da portare alla produzione di un sequel che, dopo numerosi rinvii causa Covid-19, ha finalmente raggiunto le sale in questo Settembre 2021.

    P.S. L’articolo contiene spoiler sulla prima pellicola, in particolare sul finale, mentre è completamente spoiler free riguardo al secondo capitolo qui recensito.

    MORE OF THE SAME

    Il film si apre con un’ottima (anche se didascalica) sequenza di riassunto delle vicende viste nel primo capitolo, utile a rinfrescare la memoria a chi il film l’aveva visto ma anche per coloro i quali si sono recati in sala senza averlo recuperato. Un’ottima idea.

    La storia riprende poi da dove l’avevamo lasciata. Zoey (Taylor Russell) sta cercando di affrontare i traumi lasciati dall’escape room, ma senza dimenticare il suo vero obiettivo: distruggere Minos e impedire la creazione di altri giochi. Risolto un ulteriore enigma, decide quindi di partire assieme a Ben (Logan Miller) per New York e cercare le coordinate di una sede della Minos. Ovviamente il piano non va come sperato, e i due ragazzi si ritrovano bloccati all’interno di una nuova escape room, questa volta assieme a un gruppo di persone tutte accomunate dal fatto di essere le uniche sopravvissute a un gioco della Minos Corporation.

    La premessa funziona. Tutta la prima parte in cui il film mostra come i due ragazzi stiano facendo i conti con i traumi lasciati dall’esperienza passata è ottimamente resa a schermo, e la loro piccola indagine funziona. Nel momento in cui, però, si forma il nuovo gruppo e riprende il gioco, la pellicola diventa un vero e proprio more of the same, una riproposizione di quello che era già stato mostrato nel primo capitolo. Le stanze non sono le stesse, ovviamente, e si nota anche la cura nella loro creazione, con indizi, enigmi e sfide che (seppur estremamente sopra le righe) funzionano, senza far mai incappare lo spettatore nel pensiero “questa cosa però poteva essere risolta molto più facilmente”. A livello di ritmo e proseguimento delle vicende si sente invece la pesantezza di una struttura già vista e che lo spettatore, di conseguenza, conosce già, portandolo ad indovinare dove la storia andrà a parare già prima della metà della pellicola. Questo vale non solo per uno spettatore più “esperto” che, dopo la visione di decine di film del genere, si approccia a questa pellicola, ma vale anche per uno spettatore più “casual” e ciò non perché lo svolgimento sia banale in sé, ma poiché è lo stesso del primo film.

    Raggiunta la fine del gioco (esattamente come nel primo capitolo) la pellicola presenta un plot twist che, nonostante sia abbastanza telefonato, risulta comunque apprezzabile, soprattutto nel mostrare i “retroscena” delle varie escape room e di come Minos lavori per crearle. Se questo funziona, diversamente invece bisogna purtroppo dire del finale, che risulta banale e volto a creare un effetto sorpresa che lo spettatore aveva però intuito già da parecchio.

    Preso come film di puro intrattenimento, la pellicola funziona. E’ molto divertente e riesce comunque a creare una costante ansia durante tutte le stanze. Buona anche la scelta degli attori, che si ritrovano però ad interpretare personaggi che non riescono mai a spiccare, soprattutto a causa di una scrittura che sembra quasi abbozzata. Buona la regia, che in questo secondo capitolo si cimenta in interessanti movimenti di macchina con l’obiettivo di rendere le scene ancora più adrenaliniche, incappando però qualche volta nel rischio di rendere il tutto meno chiaro, e buona anche la fotografia, che riesce a donare vita alle stanze e ai giochi creati da Minos.

    CONCLUSIONI

    Con Escape Room 2 arriva al cinema un vero e proprio more of the same, che propone tutto ciò che nel primo aveva funzionato e lo fa bene. Peccato per una scrittura abbastanza banale delle vicende e dei personaggi, che risultano piatti e di cui lo spettatore dimentica subito dopo la loro dipartita. Anche il finale risulta banalotto e telefonato, lasciando soltanto la speranza che, in caso anche questa seconda pellicola abbia il successo ottenuto dalla prima, in un terzo capitolo puntino a una ventata d’aria fresca.

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  • RECENSIONE TITANE – PALMA D’ORO A CANNES

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    Titane è un film diretto da Julia Ducournau, regista francese al suo secondo lungometraggio dopo Raw (2016). La pellicola, premiata con la Palma d’oro a Cannes nel 2021, ha ricevuto critiche contrastanti dovute alla singolarità dell’opera. Quella di Titane è una visione sensoriale disturbante, che gioca con ciò che più può disgustare lo spettatore a tal punto da impaurirlo solo con una pura suggestione, ancor prima di mostrare effettivamente qualcosa, il tutto nonostante la violenza gratuita sia uno dei fattori del film maggiormente percepibili.

    Dopo una breve presentazione della protagonista (Agathe Rousselle) nella sua fase infantile e dell’incidente scatenante, assistiamo ad immagini spinte e provocanti che orientano lo spettatore verso una dimensione erotica per poi farlo diventare, sorprendentemente, testimone di una violenza inaudita. Quest’ultima componente andrà scemando nella seconda parte del film, quando subentrerà il personaggio interpretato da Vincent Lindon, capace di emozionare e strappare due o tre risate (le uniche dell’intero film).

    Paura, tensione e suspense sono sin da subito manifeste tra il pubblico, che a volte preferisce voltarsi, rifiutandosi di vedere qualcosa per cui ha in effetti pagato un biglietto. Un comportamento po’ un paradossale, giustificato però dalla propensione verso l’orrido che tanto piace alla Ducournau. La visione di Titane è sicuramente unica nel suo genere, poiché suoni ed immagini contribuiscono ad una continua e costante paura di vedere qualcosa di eccessivamente crudo e sicuramente molto meno piacevole rispetto al sangue color Ferrari tipico di registi come Tarantino. Qui la violenza gioca un ruolo molto diverso, prima visiva e fisica, poi psicologica. Lo spettatore si sente straziato, anche solo con un primo piano di un personaggio che urla senza che venga mostrata effettivamente la fonte del dolore.

    È un film sicuramente sui generis, non apprezzabile da tutti, soprattutto a causa di un sottotesto che lascia spiazzati e incerti anche dopo la fine della visione.

    Per quanto riguarda l’aspetto tecnico bisogna oggettivamente riconoscere la bravura di ogni maestranza dietro a questa produzione, con punti forti fotografia, colonna sonora e montaggio. Quest’ultimo presenta numerose microellissi e Jump-cuts utili a snellire alcune scene, rendendo la durata del film perfetta. Ottima la regia, da sottolineare soprattutto la seconda sequenza, colma di movimenti di macchina liberi, svincolati, ingannevoli, utili a descrivere il contesto circostante e a fungere da establishing shot. Non da meno la scelta delle musiche, adeguate ad ogni contesto, a volte funzionali alle dinamiche del racconto, altre invece giocando per contrasto con l’azione rappresentata. Per intenderci, una scena di grande azione e violenza costruita sulle note di un brano più allegro, che vorrebbe stendere un velo di ironia sul tutto, anche se a volte, invano.

    È un film tutt’altro che ironico, sarebbe più corretto definirlo raccapricciante, drammatico e allegorico. In conclusione, dunque, un film molto forte e non consigliabile a chi è sensibile alla visione di contenuti crudi del genere Body horror. Al contrario, chi trova anche interessante e appassionante questo genere, non può che vedere quest'opera. Il film uscirà nelle sale italiane il 30 settembre.

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  • RECENSIONE MALIGNANT DI JAMES WAN

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    Dopo aver diretto Fast and Furious 7  nel 2015 e Acquaman  nel 2018, due pellicole rivolte al grande pubblico e con un impronta più action, e dopo aver curato la produzione di tutti i vari film che compongono il ConjuringVerse  (da lui inaugurato nel 2013 con L’evocazione – The Conjuring), James Wan è finalmente tornato dietro la macchina da presa per dirigere un film horror. Un ritorno alle origini, a quel genere che nel (ormai lontano) 2004 lo presentava al mondo con quel piccolo gioiello dell’horror indipendente che fu Saw – L’enigmista.

    A 17 anni dal suo debutto nelle sale, Wan è oggi un baluardo, un esempio di un regista che è riuscito negli anni a creare prodotti ottimamente costruiti senza però rinunciare al grande pubblico, non risultando mai costretto alla produzione di pellicole per un piccola nicchia. Tra le pellicole che tutti hanno sentito nominare almeno una volta nella vita e quelle passate un po’ più in sordina (specialmente nel caso dell’ottimo Dead Silence (2007) da molti dimenticato e che merita di essere riscoperto), non si può certo dire che Wan sia incappato in errori o passi falsi con i suoi film (rimanendo nell’analisi delle pellicole da lui dirette, in quanto tra le numerose produzioni si trovano diversi prodotti di dubbia bellezza). Quando però in data 20 Luglio venne reso pubblico il trailer del suo nuovo film, dal titolo Malignant, le opinioni si spaccarono in due fronti, tra chi entusiasta smaniava di correre in sala a vedere un nuovo horror degno di nota in quanto targato Wan e chi vedeva nel trailer un miscuglio di cliché e scene già viste, con il timore quindi che quello che sarebbe arrivato in sala di lì a qualche mese sarebbe stato un “film nato vecchio”.

    All’arrivo della pellicola nelle sale, vediamo se si tratta dell’ennesimo ottimo horror targato Wan destinato ad entrare subito nelle classifiche online dei migliori film del genere oppure se questa volta si è effettivamente di fronte al primo passo falso del regista.

    QUESTA NON E’ LA CLASSICA STORIA DI FANTASMI

    Con questa affermazione comincia il romanzo Giro di vite  di Henry James e così affermo subito che, a discapito di tutto ciò che poteva trasparire dal trailer (ragazzina tormentata dall’amico immaginario, che in realtà si rivela essere un demone che uccide tutte le persone che le stanno accanto e così via), la pellicola rende ben chiaro fin da subito come, in realtà, il tutto sia più originale ed interessante. La protagonista, Madison, vive una situazione familiare particolarmente difficile con il fidanzato Derek e spesso le loro discussioni finiscono con gravi episodi di violenza domestica. Una notte il fidanzato viene però attaccato ed ucciso da una strana creatura, che poi insegue Madison fino a colpirla e farla svenire. Da qui prendono il via le indagini di una coppia di detective, che cercano di risolvere una serie di brutali omicidi che vengono vissuti dalla protagonista del film come “sogni lucidi”.

    Non addentrandosi ulteriormente nella storia per evitare di rivelare troppo, la pellicola comincia subito “in medias res” e prosegue senza troppe remore in numerose sequenze estremamente cruente e sanguinolente, andando a ripescare a piene mani gli elementi principali della saga di Saw (oltre alla crudezza, le sequenze investigative che in Saw erano più di contorno, qui risultano centrali alla narrazione e molto più curate), il tutto accompagnato dalla miglior regia mai messa in campo da Wan. Piani sequenza uno dietro l’altro, movimenti di macchina perfetti, primi piani sul volto della protagonista lasciando in penombra le movenze dell’assassino sullo sfondo, tutti elementi che arricchiscono i momenti horror della tensione tipica dei suoi lavori più recenti (vedi Insidious  o The Conjuring) e che riescono a rendere l’atmosfera costantemente agghiacciante. A questo si aggiunge poi una colonna sonora azzaccatissima, che risulta anche qui un mix dei temi presenti nelle sue precedenti pellicole, passando da pezzi più sussurrati con le classiche sonorità da horror “demoniaco” a brani più grezzi e gracchianti, puntando più sull’effetto disturbante.

    ALTI E BASSI

    Sul lato recitativo, la protagonista Annabelle Willis fa un ottimo lavoro, riuscendo a portare sullo schermo un ottima interpretazione sia nei momenti più tranquilli sia in quelli più inquietanti, dove riesce a donare una performance di paralisi nel sonno estremamente funzionale. Passando ai personaggi secondari, il livello scende leggermente, complice una scrittura di alcuni dialoghi non perfetta e che fa risultare i personaggi spesso fuori luogo (soprattutto la coppia di poliziotti interpretati da George Young e Michole Briana White).

    Questo ci conduce alla parte più problematica della pellicola. Se infatti la regia è fenomenale e funziona dall’inizio alla fine senza sbavature, lo stesso non si può dire della sceneggiatura. Nella prima metà del film, la scrittura delle varie scene, in realtà, funziona, presentando nel modo giusto i personaggi principali, il villain Gabriel e presentando al pubblico una base per le vicende estremamente interessante e dal gran potenziale. Superato però il soggetto curato da Wan stesso e passati alla realizzazione vera e propria delle vicende (la scrittura della sceneggiatura è stata curata da Akela Cooper) e del loro sviluppo, si cade in risoluzioni piatte e già viste ed andando ad inserire elementi eccessivi, come il plot twist che, se sulla carta poteva funzionare, viene mostrato e costruito in maniera anticlimatica, distruggendo completamente l’atmosfera ottimamente creata nella prima parte.

    Un ultimo momento va dedicato a Gabriel, villain che funziona alla perfezione nella prima parte della pellicola, grazie soprattutto alla messa in scena di una creatura antropomorfa ma sbagliata, che si muove in maniera disumana e con poteri chiaramente sovrannaturali. Si è di fronte ad un vero e proprio boogeyman, come lo furono Michael Myers, Jason Voorhes o Leatherface, estremamente caratteristico che viene però completamente rovinato dalle ultime sequenze del film, dove tutta la componente più orrorifica del personaggio viene messa da parte in favore di una spettacolarità che risulta però fuori luogo e che finisce per spazientire lo spettatore.

    CONCLUSIONI

    Con questa pellicola, James Wan dimostra ancora una volta di essere tra i migliori registi horror in circolazione al giorno d’oggi, capace di portare sullo schermo storie interessanti in maniera sempre nuova ed originale, migliorandosi sempre di più. Purtroppo però l’interessante idea di base viene sviluppata in maniera eccessiva nella seconda parte del film, rovinando completamente ciò che di buono era stato fino a quel momento costruito, in primis il villain Gabriel, che passa dall’essere un nuovo e caratteristico boogyeman ad una grossa occasione sprecata. Si attendono quindi con ansia i nuovi progetti di Wan, con la speranza che la sua bravura alla regia venga accompagnata da una buona scrittura delle vicende.

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  • RECENSIONE CANDYMAN

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    Quando nel 1992 arrivò nelle sale Candyman – Terrore dietro lo specchio  diretto da Bernard Rose e tratto dal romanzo The forbidden  di Clive Baker (sì, il regista di quella perla che è il primo Hellraiser) tutti avevano buone aspettative, dovute soprattutto dai nomi dietro al  progetto. Quello che però gli spettatori visionarono fu un horror denso di retorica e filosofia e che, tra una testa mozzata ed uno schizzo di sangue, raccontava il grido di un popolo sottomesso e costretto a soffrire abusi e violenze.

    Se a distanza di circa trent’anni dovessi nominare un regista nel panorama horror che si è preso carico di raccontare questi temi si tratterebbe senza dubbio di Jordan Peele. Nel 2019, l’ex-attore comico ha deciso di ridare nuova linfa al personaggio di Candyman ed alla sua storia, curando la sceneggiatura e la produzione di una nuova pellicola, affidando però la macchina da presa alla regista newyorkese Nia DaCosta, anch’essa coinvolta in fase di scrittura. Causa Covid-19 si è dovuto però aspettare fino all’agosto 2021 per poter finalmente visionare la pellicola in sala. Saranno riusciti a riportare in auge il personaggio o si tratta soltanto di un grosso inciampo? 

    UNA VENDETTA DOLCEAMARA

    Il protagonista della pellicola è il pittore Anthony McCoy (interpretato da un ottimo Yahya Abdul-Mateen II), il quale viene a conoscenza delle origini del palazzo in cui vive con la fidanzata, che è stato costruito alla fine degli anni ’90 sulle fondamenta del complesso chiamato Cabrini-Green. Indagando sulla storia dell’edificio viene a conoscenza della storia di Helen Lyle (la protagonista della prima pellicola della serie) e di William Burke, scoprendo anche la storia di Candyman. Trovandosi in un blocco d’artista, Anthony decide di prendere questo personaggio leggendario come ispirazione per le sue opere, trascinando numerose persone in un vortice di morte e riportando in auge la leggenda ormai dimenticata dai più. 

    Già nella pellicola degli anni ’90 erano presenti diverse problematiche in fase di scrittura, con diverse situazioni poco chiare e molti elementi che, con l’intenzione di lasciare libera interpretazione allo spettatore, mostravano però il fianco a veri e propri buchi di trama. Il tutto però veniva compensato da un ottimo comparto tecnico e attoriale, creando così un film tutt’altro che perfetto ma comunque godibile.

    Situazione similare si incontra con questa di pellicola, nella quale la sceneggiatura risulta l’elemento più debole. Sembra quasi che Peele si sia lasciato eccessivamente sopraffare dalla tematica non curando la maniera in cui il tutto sarebbe poi stato messo in scena. Non parliamo di un disastro, però numerose scene richiedono un grosso (ai limiti dell’eccessivo) sforzo da parte dello spettatore di mettere insieme i pezzi. Ulteriori pecche della sceneggiatura sono le varie sottotrame, che risultano solamente abbozzate e concluse malamente e in maniera frettolosa, e l’ormai necessario inserimento del plot twist, favoloso e funzionale nelle sue pellicole precedenti, ma che qui risulta invece un po’ insipido e traballante. Dando a Cesare quel che è di Cesare, bisogna ammettere come il messaggio venga recepito in maniera molto forte dallo spettatore complice anche una riscrittura di alcuni elementi della storia di Candyman che permettono ulteriori spunti di riflessione sulla tematica del “Black Lives Matter” e degli abusi della polizia sulle persone afroamericane negli USA.

    UNA MERAVIGLIA TECNICA

    Se la scrittura del film risulta essere l’elemento più debole, la regia e la fotografia del film si assestano su livelli eccezionali. Bastano già i titoli di testa per capire come la regista (al suo secondo lungometraggio) avesse ben chiaro in mente lo stile e l’impronta che voleva donare alla pellicola, prendendo ispirazione da altri registi ed altri film, ma creando un suo stile già riconoscibile e caratteristico. Notevole soprattutto il modo in cui vengono messe in scena le sequenze più cruente e splatter, mostrate spesso da un punto di vista esterno alla scena (complice anche la presenza “fisica” di Candyman soltanto all’interno degli specchi) evitando l’utilizzo di cliché visivi e jumpscare inutili. 

    Sul versante degli attori, la recitazione si attesta su un ottimo livello per tutti i vari personaggi presenti, in particolar modo per il protagonista, che riesce a portare ottimamente in scena lo sgretolarsi pezzo per pezzo delle sue convinzioni e la sua continua trasformazione in mostro. Menzione d’onore per Tony Todd che ritorna nei panni di Candyman e riesce, a distanza di 29 anni, a mostrare lo stesso carisma e a mettere in scena il personaggio nella sua interezza, aiutato anche dalle scelte di regia e fotografia.

    Piccola nota a margine va fatta per l’utilizzo della CGI, che purtroppo si attesta su un livello mediocre, mostrando quindi il fianco in alcune sequenze (in primis quella dell’alter ego nello specchio). L’utilizzo è stato comunque relativamente poco, non trattandosi dunque di un elemento che rischia di rovinare l’intera visione del film.

    CONCLUSIONI

    A distanza di 29 anni, Jordan Peele e Nia DaCosta si sono imbarcati nella tutt’altro che semplice impresa di riportare al cinema il personaggio di Candyman. Nonostante una sceneggiatura problematica, la pellicola riesce a trasmettere un forte messaggio e ad innovare intelligentemente il personaggio e la sua storia. Registicamente e fotograficamente il film si attesta poi su alti livelli, con una messa in scena delle sequenze più concitate che riesce ad esulare dai classici cliché e che riesce a fare a meno di jumpscare. Una pellicola quindi non perfetta, ma comunque da recuperare possibilmente finché si trova ancora in sala, così da godere della bravura della DaCosta, che senza troppe remore sento di definire uno degli astri nascenti del panorama horror contemporaneo.

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  • RECENSIONE FEAR STREET PARTE 3: 1666

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    Nella giornata di venerdì 16, Netflix ha rilasciato la terza ed ultima parte della trilogia di Fear Street (potete leggere le recensioni dei primi due capitoli cliccando qui per il primo e qui per il secondo). Dopo aver seguito le avventure dei protagonisti nel 1978 e nel 1994, si ritorna ancora più indietro nel tempo fino al 1600, anno di colonie inglesi in America, baracche, vite rustiche e caccia alle streghe, ed è proprio su tutto questo che si regge quest’ultima pellicola della trilogia. Abbandonato l’estremo citazionismo dei film precedenti, si procede qui con una storia più originale e il tentativo di creare un orrore meno visivo e d’impatto, puntando alla creazione di un’atmosfera per una paura più psicologica.

    Come per la recensione precedente anche qui saranno presenti spoiler soltanto della prima e seconda parte, mentre sulla terza sarà spoiler free. Utente avvisato, mezzo salvato.

    CACCIA ALLA STREGA

    Dopo aver recuperato la scheletrica mano di Sarah Fier, avevamo lasciato Deena e Josh nel bosco a tentare di riunire il corpo con la parte mancante. La pellicola comincia proprio nel punto in cui la precedente si era interrotta, ovvero nel momento in cui Deena, toccate le ossa della strega, comincia ad avere delle visioni sulla vita di Sarah Fier. Proprio sulla vita della ragazza e su ciò che è veramente successo tre secoli prima si sofferma la prima metà del film, ricreando un’ambientazione riuscita anche se non particolarmente ispirata e popolata da personaggi che assumono le sembianze dei personaggi già visti nei film precedenti. Visto l’anno e l’ovvia impossibilità di ispirarsi a film usciti in quel periodo, questa terza parte punta tutto sulla sceneggiatura e sul voler concludere la storia degnamente, dando una risposta alle numerose domande.

    Se il personaggio di Sarah Fier riceve da questa pellicola un piacevole approfondimento sul suo carattere e sullo stile di vita del periodo, permettendo così allo spettatore di empatizzare con lei, ugualmente non si può dire per i personaggi secondari, che risultano tutti estremamente piatti e poco caratterizzati, semplici pedine il cui ruolo è riempire la colonia di Union (che sarebbe poi in futuro diventata le due città di Sunnyville e Shadyside). Nonostante questo, la sceneggiatura, che ad una prima visione può risultare un po’ contorta e complessa, è in realtà anche in questo caso ottimamente realizzata, soprattutto nel raccontare il periodo e la situazione di estremismo religioso che vive la comunità.

    Raccontate le vicende di Sarah Fier e scoperta la verità sulla maledizione, il film torna nel 1994 dove Deena e Josh, aiutati da Ziggy e Martin, devono porre fine alla serie di omicidi che ha travolto da secoli Shadyside. Con il ritorno al ’94 c’è anche un ritorno alle atmosfere vissute nella prima parte, quindi al citazionismo e ai colori sgargianti di quegli anni. Anche qui la sceneggiatura fa un buon lavoro, soprattutto nel modo in cui tratta il villain e lo scontro con esso.

    UN DEGNO FINALE

    Dal punto di vista registico, Leigh Janiak riesce a rappresentare in maniera semplice ma efficace le vicende. Come però non troviamo citazionismo nella sceneggiatura, ugualmente non lo troviamo negli altri ambiti. A differenza infatti delle scorse volte, dove alcuni spunti di regia erano chiare citazioni dei film a cui facevano riferimento, questa volta la regia risulta più unica anche se un po’ più piatta. Questo significa anche niente citazioni alla regia di The VVitch, purtroppo. La  fotografia è buona e riesce soprattutto a mantenere ben definita la differenza tra le vicende del 1666 e quelle degli anni ’90, mentre sui costumi il lavoro è stato veramente ottimo soprattutto nel rendere visivamente “unici” alcuni personaggi che lo spettatore deve tenere spesso sott’occhio.

    Il pezzo forte della pellicola risulta essere senza dubbio il finale. Dopo l’interessante rivelazione effettuata nella prima parte del film e lo spostamento nel loro “presente”, la pellicola si prende circa un’oretta di tempo per concludere le vicende, permettendo lo sviluppo di una vera e propria boss fight contro il vero nemico della storia, riuscendo a metterla in scena in maniera intelligente, senza scadere nella banale fuga e salvataggio all’ultimo minuto. Ovviamente il ritorno agli anni ’90 sancisce anche il ritorno al citazionismo, che si spreca nei confronti (ancora una volta) di Stephen King ma soprattutto nei confronti di Carrie (Brian De Palma, 1976), ma lasciamo agli spettatori il piacere di scoprire nello specifico di cosa si tratta.

    CONCLUSIONI

    Arrivati alla conclusione, la terza parte di Fear Street risulta una degna conclusione per la trilogia, forte di una buona sceneggiatura e di un ottimo finale, anche se il tutto risulta comunque più banale e anonimo delle due parti precedenti, soprattutto nell’ambito della regia e del citazionismo praticamente assente. Complessivamente la trilogia di Fear Street risulta un ottimo prodotto della piattaforma di Netflix, capace di intrattenere soprattutto gli appassionati del genere con una storia interessante ma attirando anche l’attenzione degli spettatori più giovani con le tematiche trattate. 

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