I sogni hanno una data di scadenza? Non per Lighting & Thunder che, negli anni 90, hanno fatto ballare e cantare tutta Milwaukee sulle note dei best of di Neil Diamond. Perché un ex alcolista reduce dalla guerra in Vietnam e una parrucchiera divorziata dovrebbero rinunciare al bisogno di salire su un palcoscenico in abiti sgargianti? E perché limitarsi a impersonificare qualcuno quando lo si può interpretare? Mike lo afferma con orgoglio: “Non sono un cantautore, non sono un sex symbol, voglio solo intrattenere il pubblico". Non importa se la folla che applaude è composta dagli usuali avventori di un qualsiasi pub o se conoscono solo le note di Sweet Caroline: l’adrenalina scorre nelle vene. E se quando finalmente la fantasia sembra diventare realtà, qualcosa di terribile e completamente inaspettato dovesse accadere? Craig Brewer, regista di Il principe cerca figlio (2021), riprende il documentario Song Sung Blue girato nel 2008 da Greg Kohs e riporta sotto i riflettori la sfortunata storia d’amore di Lightning & Thunder. Il miracoloso e più o meno tortuoso percorso che trasforma degli sconosciuti in star è noto a tutti, eppure questa volta è diverso: sullo schermo non ci sono Bob Dylan, Bruce Springsteen, Aretha Franklin, Amy Winehouse, Whitney Houston, Tina Turner, Elvis Presley, Elton John, i Queen… Ci sono persone normali, con problemi familiari e relazionali, con ferite da guarire, senza doti straordinarie ma con una grande voglia di fare musica e non perdere la speranza. Kate Hudson, grazie alla sua interpretazione, è stata nominata nella categoria Miglior Attrice in una commedia o musical ai Golden Globes 2026 che si svolgeranno l’11 gennaio. Nel 2001, aveva vinto il Golden Globes come Migliore Attrice non protagonista in Almost Famous.
I sogni hanno una data di scadenza?
Non per Lighting & Thunder che, negli anni 90, hanno fatto ballare e cantare tutta Milwaukee sulle note dei best of di Neil Diamond. Mike (Hugh Jackman: X-Men, The Prestige, The Son) e Claire Sardina (Kate Hudson: Almost Famous, How to Lose a Guy in 10 Days, Tu, io e Dupree) si incontrano ad una fiera nel Wisconsin: lei è pronta ad intonare Walkin’ After Midnight di Patsy Cline, lui si è appena licenziato perché stanco di dover fingere di non essere se stesso. È amore al primo corn dog. Perché un ex alcolista reduce dalla guerra in Vietnam e una parrucchiera divorziata dovrebbero rinunciare al bisogno di salire su un palcoscenico in abiti sgargianti? E perché limitarsi a impersonificare qualcuno quando lo si può interpretare? Mike lo afferma con orgoglio: “Non sono un cantautore, non sono un sex symbol, voglio solo intrattenere il pubblico". Come farlo? Esprimendosi tramite le parole di altri, sentendole e facendole proprie; creando una connessione con decine, centinaia, migliaia di fan nostalgici che si riconoscono in quei versi o che vogliono urlare ancora una volta quel ritornello. Non importa se la folla che applaude è composta dagli usuali avventori di un qualsiasi pub o se conoscono solo le note di Sweet Caroline: l’adrenalina scorre nelle vene. Lighting & Thunder diventano il fenomeno del momento, aprono il concerto dei Pearl Jam, si sposano… E se quando finalmente la fantasia sembra diventare realtà, qualcosa di terribile e completamente inaspettato dovesse accadere?
Craig Brewer, regista di Il principe cerca figlio (2021), riprende il documentario Song Sung Blue girato nel 2008 da Greg Kohs e riporta sotto i riflettori la sfortunata storia d’amore di Lightning & Thunder. Hugh Jackman e Kate Hudson sono due star hollywoodiane che hanno dimostrato in più occasioni di saper cantare e di divertirsi a farlo: basti pensare al Jean Valjean (Les Misérables) o al P.T. Barnum (The Greatest Showman) di Jackman o al fatto che Hudson, dopo aver partecipato al musical Nine (2009), abbia pubblicato nel 2024 il suo album di debutto Glorious. Il cinema è saturo di biopic musicali ma non possiamo biasimare chi li produce dato che accorriamo in sala per vederli. Il miracoloso e più o meno tortuoso percorso che trasforma degli sconosciuti in star è noto a tutti, eppure questa volta è diverso: sullo schermo non ci sono Bob Dylan, Bruce Springsteen, Aretha Franklin, Amy Winehouse, Whitney Houston, Tina Turner, Elvis Presley, Elton John, i Queen… Ci sono persone normali, con problemi familiari e relazionali, con ferite da guarire, senza doti straordinarie ma con una grande voglia di fare musica e non perdere la speranza. Non ci sono tour mondiali, non ci sono manager subdoli, non c’è l’eccesso che segue l’avvento della fama. Tutto resta lì, in quella casa sorvolata da minacciosi aeroplani sui quali non saliranno mai. Tutto resta lì, in quella casa così simile alle altre ma senza fiori in giardino. Tutto resta lì, eppure niente farebbe sentire Lighting & Thunder più realizzati.
Kate Hudson, grazie alla sua interpretazione, è stata nominata nella categoria Miglior Attrice in una commedia o musical ai Golden Globes 2026 che si svolgeranno l’11 gennaio. Nel 2001, aveva vinto il Golden Globes come Migliore Attrice non protagonista in Almost Famous. Hudson ha dichiarato nell’intervista Actors on Actors di essere rimasta a lungo intrappolata nel genere delle rom com prima di potersi dedicare ad altri progetti. Non è un segreto che il mondo del cinema, in particolare di un certo cinema hollywoodiano, tenda a riservare solo determinati ruoli alle attrici che superano i quaranta, sempre che riescano ad ottenere la parte. Ci sono stati miglioramenti negli ultimi anni (e la presenza di tre attrici over 40 che competono per aggiudicarsi il titolo di Migliore Attrice in una commedia o musical ai Golden Globes ne è una dimostrazione) ma la strada è ancora lunga.
Di questi tempi recensire un film Marvel è più un onere che un onore. Deadpool & Wolverine, trentennesimo film dei Marvel Studios uscito nei cinema italiani il 24 luglio 2024, non rappresenta la tanto agognata rinascita del cinecomic, ma si difende comunque meglio dei colleghi usciti recentemente: forse l’idea del mega producer Marvel Kevin Feige di rallentare la raffica di film e serie tv annuali sta portando i primi risultati.
Disclaimer: il film contiene molti camei, che non saranno rivelati nell’articolo per evitare spoiler, ma non fingeremo che il film non li contenga. Tanto Ryan Reynolds li ha già spoilerati tutti su Instagram.
Il Multiverso è un concetto di cui sappiamo spaventosamente poco
Deadpool & Wolverine è il primo film sul mercenario chiacchierone incluso nel Marvel Cinematic Universe, e più genericamente il primo capitolo a inserire dei protagonisti provenienti dal franchise Marvel/Fox dall’acquisizione della compagnia madre da parte della Disney. La sinossi ci dice solamente che per Wade Wilson i giorni da Deadpool sono finiti, finché non si trova a dover affrontare una minaccia esistenziale, per cui si farà aiutare da un riluttante Wolverine.
Una cosa del genere – includere un X-Men importante come Wolverine in un altro film – non era stata tentata nell’universo Fox, e non avrebbe comunque potuto farsi per ragioni di coerenza. Ma ai Marvel Studios la coerenza non interessa più, tanto il Multiverso giustifica qualsiasi cosa (anche fornire una nuova identità a Robert Downey Jr.). Ecco quindi un film che non è propriamente un sequel di Deadpool 1 e 2, ma più che altro un episodio a sé stante che ignora personaggi e universo precedente della trilogia per uscire dai binari e giocare con la legacy degli X-Men.
La buona notizia è che lo fa bene: i personaggi dimenticati negli anni ottengono “il loro finale”, le varianti di Wolverine sono accurate rispetto ai fumetti e ben riuscite, e finalmente vediamo Hugh Jackman con il costume giallo addosso. Più che un film del MCU, Deadpool & Wolverine segna la pietra tombale dell’universo Fox come lo conoscevamo, similmente a quanto aveva fatto The Flash in casa DC (nota bene: Deadpool & Wolverine è riuscito decisamente meglio di The Flash).
Per quanto riguarda il MCU, Deadpool & Wolverine ci si innesta in una maniera strana, andando a riprendere alcuni dettagli da Loki anticipati dal trailer e poco altro, e non è chiaro dove andrà a parare in futuro. In ogni caso, si inserisce nel filone dei film sul Multiverso classificandosi come uno dei migliori prodotti post-Endgame, anche se calca un po’ troppo la mano sui camei fini a se stessi come i precedenti Spider-Man: No Way Home e Doctor Strange nel Multiverso della Follia.
You’re the One That I Want
“Che cosa c’è dentro la testa di Ryan Reynolds?” Questa è la domanda che devono essersi posti gli sceneggiatori mettendo insieme la trama di Deadpool & Wolverine, e se questo film funziona è proprio merito dell’attore canadese e della sua grande intesa – dentro e fuori dallo schermo – con l’amico Hugh Jackman: è loro il merito di aver letteralmente riesumato “quel canguraccio peloso” di Wolverine morto con onore in Logan e averlo riportato in sala (facendogli firmare altri contratti “fino a novant’anni”).
Al di là degli spassosi camei, è proprio il dinamico duo con i suoi continui battibecchi che tiene il ritmo di un film che più di una volta a un nesso logico preferisce un pirotecnico combattimento che non esclude nessuno: Deadpool contro i cattivi, Deadpool contro Wolverine, Deadpool contro altri Deadpool (tra l’altro è un peccato che alcuni simpatici camei vocali dell’esercito di Deadpool si perdano nella versione doppiata).
Ci pensa la colonna sonora pop e incisiva (come tradizione di Deadpool) a movimentare le scene d’azione: dai titoli di testa con Bye Bye Bye degli NSYNC (che si sedimenta nella legacy X-Men dopo essere già apparsa in X-Men 2) all’epico combattimento finale con Like a Prayer di Madonna, passando per gli esilaranti effetti stranianti di Grease, Avril Lavigne e addirittura una delle canzoni di The Greatest Showman cantata da Hugh Jackman. Alla fine però è la commovente Good Riddance (Time Of Your Life) dei Green Day a chiudere il film e la parabola degli X-Men.
Conclusioni
Nel momento in cui si scrive questa recensione Deadpool & Wolverine ha già raggiunto il miliardo di dollari di incasso, e non c’è da stupirsi che l’unico film MCU in uscita in sala nel 2024 abbia tagliato questo traguardo, a maggior ragione considerata la quantità di fan che il titolo richiama. La ciliegina sulla torta del marketing l’ha messa Ryan Reynolds cominciando a rivelare tutti gli attori coinvolti nel cast ancor prima che il film uscisse.
Deadpool & Wolverine non è un capolavoro, ma è sicuramente un buon film, qualsiasi sia il fandom da cui proviene la sua audience: i fan del MCU troveranno una ventata di aria fresca dopo un periodo di magra, e quelli di Deadpool rivedranno il loro mercenario chiacchierone dopo anni di attesa. Agli spettatori degli X-Men – e più in generale ai lettori dei fumetti – scenderà probabilmente una lacrimuccia nel dare il definitivo addio ai loro paladini, ma se c’è una cosa che i Marvel Studios ci hanno insegnato di recente con il casting di Robert Downey Jr. nei panni del Doctor Doom, è che tutti possono tornare.
Come ogni anno è stato trasmesso uno degli eventi più attesi e seguiti al mondo, ovvero il Super Bowl. Proprio la sua fama permette alle produzioni o ai canali televisivi di proiettare dei trailer, delle clip o degli spot pubblicitari ad una cifra esorbitante nonostante il poco tempo in cui vengono trasmessi.
Questo ovviamente rende l’evento ancora più appetibile ai fan dei prodotti cinematografici e televisivi che anche questa volta si sono goduti alcuni trailer di prodotti in uscita che vediamo elencati di seguito:
Deadpool & Wolverine
Hanno colto subito l’occasione la Disney e i Marvel Studios per rilasciare il trailer del terzo capitolo di Deadpool.
Nel trailer si possono osservare le prime immagini della pellicola che riunisce Ryan Reynolds (Free Guy) e Hugh Jackman (Wolverine).
Nel cast, oltre ai due citati, troviamo anche Morena Baccarin, Stefan Kapičić, Rob Delaney, Leslie Uggams e Emma Corrin. La regia è affidata nuovamente a Shawn Levy (Free Guy) che ha scritto assieme a Reynolds e Zeb Wells la sceneggiatura.
Il film uscirà nelle sale a partire dal 24 luglio 2024.
La Universal risponde rilasciando il teaser trailer della prima parte di Wicked, adattamento cinematografico dell’omonimo musical di Broadway, con protagonista Ariana Grande.
Nel trailer si possono vedere i vari personaggi con un cast composto da Cynthia Erivo, Ariana Grande, Michelle Yeoh, Jeff Goldblum, Jonathan Bailey, Ethan Slater, Marissa Bode, Bowen Yang, Bronwyn James e Keala Settle.
La storia vede protagoniste due giovani donne che si incontrano come studentesse all’Università di Shiz nella fantastica Terra di Oz dove stringono un’amicizia improbabile ma profonda. Dopo un incontro con il Meraviglioso Mago di Oz, la loro amicizia giunge a una svolta e le loro vite prendono strade molto diverse.
Il film è scritto da Winnie Holzman (Solo se il destino)e diretto da Jon M. Chu (Crazy & Rich) e uscirà nelle sale a partire da novembre 2025.
Anche 20th Century Studios si prende il suo spazio e rilascia il trailer del nuovo capitolo della saga di Il Pianeta Delle Scimmie.
La storia, ambientata diverse generazioni nel futuro dopo il regno di Cesare, racconta un mondo in cui le scimmie sono la specie dominante che vivono armoniosamente e gli umani sono ridotti a vivere nell’ombra. Mentre un nuovo capo scimmia tirannico costruisce il suo impero, una giovane scimmia intraprende un viaggio straziante che lo porterà a mettere in discussione tutto ciò che sapeva del passato e a fare scelte che definiranno un futuro sia per le scimmie che per gli umani.
La pellicola è diretta da Wes Ball (Maze Runner) e vede protagonisti Owen Teague (IT), Freya Allan (The Witcher), Kevin Durand (Locke & Key) , Peter Macon (Shameless) e William H. Macy (Shameless).
La sceneggiatura è di Josh Friedman (La Guerra Dei Mondi), Rick Jaffa e Amanda Silver (Avatar: La Via Dell’Acqua) e Patrick Aison (Prey).
Il film uscirà nelle sale a partire dall’8 maggio 2024.
Sempre per l’occasione è stato rilasciato un teaser trailer per Twisters, film catastrofico che vede protagonisti Glen Powell e Daisy Edgar-Jones.
Kate Cooper, ex cacciatrice di uragani segnata dall’incontro devastante con un tornado durante i suoi anni al college, ora studia i percorsi degli uragani al riparo nel suo ufficio di New York City ma viene spinta a tornare in campo dal suo amico Javi per testare un innovativo sistema di tracciamento. Il suo percorso incrocia quello di Tyler Owens, una spericolata superstar dei social media che si diverte a postare le sue avventure a caccia di tempeste con il suo gruppo: più sono pericolose, meglio è! Presto si scatenano fenomeni terrificanti mai visti prima che metteranno a dura prova la sopravvivenza di Kate e Tyler.
Il cast oltre ai due citati prima vede le presenze di Anthony Ramos (Sognando a New York), David Corenswet (l’imminente Superman: Legacy), Brandon Perea, Sasha Lane, Daryl McCormack, Kiernan Shipka, Nik Dodani e Maura Tierney.
Il film diretto da Lee Isaac Chung (Minari) uscirà nelle sale a partire dal 26 luglio 2024.
Ora che abbiamo visto gli unici trailer che riguardano il cinema possiamo soffermarci sui vari spot trasmessi durante l’evento che anticipano dettagli su alcuni film in uscita quest’anno. Come prima sono elencati di seguito:
Cattivissimo Me 4 e l’intelligenza artificiale:
La Universal ha rilasciato un breve filmato riguardante i Minion e il mondo di Cattivissimo Me 4 che hanno a che fare con l’intelligenza artificiale.
Una divertente scena che fa vedere una serie di immagini generate dall’intelligenza artificiale tra cui appaiono Steve Carell e Will Ferrell, che però viene utilizzata proprio dai Minion.
Si ricorda che il film, diretto da Chris Renaud e Patrick Delage, uscirà a fine agosto in Italia.
Di seguito il trailer se ancora lo avete visto:
The Fall Guy
La Universal ha rilasciato un breve spot su Fall Guy, film d’azione in uscita con protagonisti Emily Blunt e Ryan Gosling.
Trama ufficiale:
È uno stuntman e, come tutti nella comunità degli stuntman, viene fatto saltare in aria, colpito da colpi di arma da fuoco, schiantato, lanciato attraverso le finestre e lasciato cadere dall’altezza più alta, tutto per il nostro divertimento. E ora, reduce da un incidente che ha quasi messo fine alla sua carriera, questo eroe della classe operaia deve rintracciare una star del cinema scomparsa, risolvere una cospirazione e cercare di riconquistare l’amore della sua vita mentre continua a svolgere il suo lavoro quotidiano.
Diretto dal regista David Leitch (Deadpool 2, Bullet Train) il film uscirà nelle sale a maggio 2024.
IF – Il nuovo film di Krasinski (forse)
Il nuovo film con protagonista Ryan Reynolds e diretto da John Krasinski sta per arrivare e qualche giorno fa ce lo aveva ricordato proprio Reynolds con un simpatico video che ritraeva lui assieme a “Jim asiatico”, ovvero una citazione all’episodio della serie The Office in cui il personaggio di Jim (interpretato da Krasinski) viene sostituito da un asiatico per uno scherzo verso il suo compagno di lavoro Dwight. Potete trovare la clip cliccando qui.
Oltre a questo durante il Super Bowl è stata trasmesso un nuovo spot.
Nello spot ci mostrano altre piccole scene che riprendono il trailer ufficiale uscito mesi fa.
IF parla di una ragazza che scopre di poter vedere gli amici immaginari di tutti e cosa fa con quel superpotere mentre si imbarca in un’avventura magica per ritrovare gli amici ormai dimenticati.
Se volete leggere di più sul film o se volete vedere il trailer ufficiale potete semplicemente cliccare qui.
Monkey Man
Ancora una volta la Universal ha rilasciato uno spot dal film Monkey Man, l’action movie prodotto da Jordan Peele (Nope) e diretto da Dev Patel (The Green Knight).
Nello spot vediamo proprio Dev Patel, protagonista della pellicola, alle prese con azione, resistenza e vendetta.
Patel firma il suo esordio alla regia con un thriller d’azione sulla ricerca di vendetta di un uomo contro i corrotti leader che hanno ucciso sua madre e continuano a vittimizzare sistematicamente i poveri e gli impotenti.
Il film è ispirato alla leggenda di Hanuman, un’icona che incarna forza e coraggio ed uscirà nelle sale a partire dal 4 aprile 2024.
Se volete conoscere dettagli in più sul film oppure volete vedere il trailer ufficiale vi basterà cliccare qui.
Finita la carrellata dei trailer e degli spot che hanno sicuramente incuriosito molte persone ad andare a vedere questi prodotti soddisfatto la maggior parte del pubblico.
Voi invece siete soddisfatti o vi aspettavate qualcosa in più? Fatecelo sapere qui sotto nei commenti.
L’adattamento del romanzo ‘Sole di mezzanotte’ di Jo Nesbø è un dramma scandinavo dei più classici, a partire dalla vicenda: un uomo silenzioso e cupo dal passato tormentato (qui interpretato da un Alessandro Borghi in parte) cerca la redenzione a partire dal legame con una madre e suo figlio. Il tutto sullo sfondo di un villaggio ai confini del mondo, in cui una comunità di persone è legata ai valori religiosi più che a quelli civili.
‘The hanging sun’ è poco originale, con un montaggio sommario che alterna passato e presente senza creare nessun collegamento tematico o stilistico tra i due, il ricorrere a ‘tipi’ ormai cristallizzatisi in questo tipo di produzione (il bambino precoce, la donna vittima di violenza che nasconde un lato oscuro, il padre religioso e autoritario -interpretato da Charles Dance-), dialoghi didascalici che a volte si sbilanciano nel ridicolo. Detto ciò, non è neppure tanto mal fatto da non meritare una visione: è un buon film per passare una serata di svago, una perfetta aggiunta per il catalogo di Sky e NOW.
CHIARA di SUSANNA NICCHIARELLI
Susanna Nicchiarelli torna ad affrontare le figure femminili storiche col suo ‘Chiara’, decidendo di dedicarsi, stavolta, ad un modello molto più ‘tradizionale’: Santa Chiara d’Assisi. Nel farlo decide di sottolineare l’elemento della sorellanza e della ribellione di questo personaggio, donna tra gli uomini.
Il punto forte del film è certamente la ricostruzione storica attenta: viene utilizzato il linguaggio dell’epoca, i costumi sono affidati ad un professionista quale Massimo Cantini Parrini, le scenografie utilizzate sono suggestive ed infine la colonna sonora è frutto di un lavoro del gruppo Anonima Frottolisti.
Tuttavia, nonostante ‘Chiara’ osi rispetto al classico film italiano, è innegabile che presenti dei difetti che ne minano la riuscita. In primis, la musica sopra citata per quanto suggestiva viene usata per degli ‘stacchetti’ musicali che rappresentano alcuni dei punti più imbarazzanti della pellicola. L’ispirazione dichiarata è ‘Jesus Christ Superstar’, ma al contrario che in quest’ultimo i numeri musicali non hanno una funzione narrativa né servono ad avvicinare la vicenda religiosa alla modernità. L’utilizzo del volgare, per quanto filologicamente interessante, crea spesso problemi: in alcuni punti la combinazione con l’audio non ben registrato rende difficile la comprensione. Non aiuta poi che la recitazione si mantenga spesso su toni quieti e dimessi (a capo di tutti Margherita Mazzuccato, che interpreta la protagonista in maniera monoespressiva). Non bastano la partecipazione in piccole parti di una accorata Carlotta Natoli e di un caricaturale Luigi Lo Cascio a ridare verve al tutto.
Gli spunti interessanti ci sono (la vicinanza tra donne, il desiderio di viaggiare, il trattamento da parte della Chiesa del femminile, le difficoltà che il titolo di ‘santa’ comporta…) ma restano appunto spunti, elementi in nuce che non vanno mai oltre la trattazione superficiale: il film sembra più interessato a restituirci immagini, icone della sua protagonista, piuttosto che la sua umanità.
A ‘Chiara’ comunque un merito va riconosciuto: ha osato, ed in una edizione così stantia di contenuti audaci in ambito italiano il solo aver tentato e fallito potrebbe valere più del non aver tentato affatto.
GLI ORSI NON ESISTONO di JAFAR PANAHI
Panahi, fra i maggiori esponenti della new wave iraniana e incarcerato lo scorso 12 luglio in quanto dissidente del regime, con “Gli orsi non esistono” dimostra di saper fondere alla perfezione l’aspetto urgentemente autobiografico con un mondo di finzione dove, attraverso la penna di Panahi, le atrocità vissute – e che tutt’ora sta vivendo e “scontando” – sulla sua pelle diventano oggetto di un più ampio discorso universalmente valido. Si parla di essere confinati nel proprio Paese, di non poter diffondere un certo materiale, del regime opprimente e soffocante: questo di Panahi è un immenso “j’accuse” dove “il regista con la macchina da presa” riprende la propria vita per riflettere e riflettersi. Colpisce a fondo l’ultima immagine del film in cui Panahi – che interpreta sé stesso – preme il freno della macchina appena prima di lasciare l’Iran, per restare e combattere: mai come in questo caso il gesto artistico diviene simulacro di un gesto politico e sociale.
Tutto questo si trova nell’ultimo spazio di libertà creativa del regista iraniano, prima di una lunga e ingiusta detenzione.
SICCITÀ di PAOLO VIRZÌ
Quest’anno la Mostra del cinema di Venezia sembra volerci abituare alla presenza, all’interno del proprio programma, di una certa categoria di film: i film brutti. ‘Siccità’ di Paolo Virzì entra a gambe tesa in questa categoria.
La premessa, anche interessante (e per certi versi profetica), riguarda una siccità che colpisce la capitale italiana da più di un anno. In questo contesto si muovono una serie di personaggi che, nella migliore tradizione delle commedie italiane corali, si legano, si incontrano e si scontrano, dando vita ad un cast corale che comprende nomi più o meno grandi (Silvio Orlando, Monica Bellucci, Valerio Mastandrea, Emanuela Fanelli, Claudia Pandolfi e Max Tortora per citarne solo alcuni) che affrontano il proprio ruolo con più o meno convinzione.
L’idea iniziale di affrontare le conseguenze sociologiche e personali in caso di un evento catastrofico viene sviluppata solo in parte. Infatti, da un certo punto in poi ‘Siccità’ si mette sui binari più convenzionali possibili della commedia italiana, affrontando gli stessi identici temi che ci vediamo rifilare da decenni: famiglia, tradimenti, coppie che si lasciano e si rimettono insieme, figli difficili, tutto terribilmente blando, terribilmente già visto.
Gli spunti interessanti legati alla crisi romana sarebbero anche interessanti, non fossero seppelliti sotto i drammi personali (e noiosi) dei personaggi e trattati con sufficienza e didascalismo che dimostrano la dissociazione del regista dalla realtà dei fatti. Risulta particolarmente offensivo, a due anni dall’inizio di una pandemia che ha innegabilmente creato un trauma nazionale, dare contro alla generazione dei giovani o sminuire le loro difficoltà e le loro rimostranze.
Il finale, poi, è il colpo di grazia: una risoluzione semplicistica, assolutamente non credibile alla situazione della siccità, che toglie la responsabilità a tutti i responsabili e un gran peso dalle spalle di chi doveva risolvere la situazione. L’idea che si possa glissare sopra un evento di tale portata e durata sperando che nella popolazione non ci siano forti traumi, o che questa sia la soluzione definitiva ad un evento complicato come la crisi ambientale sembra assolutamente ingenuo da parte di un team che ha effettivamente vissuto e che evidentemente fa riferimento ad una pandemia tuttora in corso.
OLTRE IL MURO di VAHID JALILVAND
Nell’edizione di Venezia in cui viene presentato “Gli orsi non esistono” del più famoso regista iraniano Jafar Panahi – incarcerato dal regime lo scorso luglio -, “Oltre il muro” di Vahid Jalilvand (così come “Senza di lei” di Arian Vazirdaftari) fungono da coerenti appendici di un necessario movimento di protesta che può e deve scuotere gli animi degli spettatori: sono questi i casi in cui i difetti – come uno sviluppo fin troppo monotono e poco avvincente – passano in secondo piano rispetto alla forza d’animo e allo spirito d’umanità dei protagonisti, per un popolo e un contesto in cui c’è follemente bisogno di ancore e simboli a cui aggrapparsi per riuscire ancora a smuovere le coscienze sociali.
Oltre il muro forse c’è ancora un barlume di speranza, quella che alberga dentro l’umano eroismo di ciascun cittadino.
THE SON di FLORIAN ZELLER
Se con “The Father”, il regista Florian Zeller era riuscito a piegare il dramma hollywoodiano a una personale e innovativa idea di cinema – con il suo impianto teatrale in cui la regia era al servizio dei cambiamenti di scenario, generati dall’alzheimer del personaggio interpretato da Anthony Hopkins -, verrebbe da chiedersi se dietro a “The Son” ci sia lo stesso regista.
Si resta nell’ambito di adattamenti di pièce teatrali, ma Zeller pare aver lasciato il Cinema chiuso nel cassetto: “The Son” è un melodramma hollywoodiano dei più schematici e stantii, dove la derivazione teatrale sembra sgorgare da ogni frame – e non è un bene – a partire dalla recitazione dei protagonisti, eufemisticamente impostata fino a tal punto da darci l’impressione di poter leggere anche noi il copione. A differenza di “The Father”, ora il regista sembra più preoccupato a cercare la lacrima del pubblico piuttosto che tentare di narrare una storia attraverso il cinema, con una regia che non cerca mai di dare quel contributo in più che necessiterebbe una storia tanto banale quanto già vista.
Oltre a grossi buchi di sceneggiatura (la prevedibile bastonata finale è causata da un gesto folle di uno dei protagonisti), la schematicità di “The son” rende impossibile qualsiasi gioco coi sentimenti, rifugiandosi in un cinema sterile e innocuo, monodirezionale nella scrittura e piatto di emozioni.
Una cocente delusione.
BLONDE di ANDREW DOMINIK
“Blonde”, più che un biopic, è un horror.
“Blonde” è la sequenza d’apertura di “Mulholland Drive” ma attraverso gli occhi di chi ha davvero vissuto gli onirismi lynchiani sulla sua pelle.
“Blonde” è la mercificazione divistica e al contempo la deflagrazione umana causate dalla forza prepotente e approfittatrice dei riflettori.
“Blonde” è la Norma Jeane dietro alle carni di Marilyn Monroe date in pasto al vanaglorioso star system.
“Blonde”, attraverso i suoi continui cambi di formato e di colori, è un’immensa riflessione anche sul mezzo cinematografico e sulle sue mille potenzialità, ancora non esauritesi e che mai dovranno farlo: sempre in bilico fra letale realtà e struggente finzione.
“Blonde” è la (ri)conferma che il biopic può ancora essere terreno fertile per veri e propri film d’autore quando chi dirige la macchina da presa è definibile tale: Andrew Dominik.
IL SIGNORE DELLE FORMICHE di GIANNI AMELIO
Dopo il suo ‘Hammamet’, dedicato ad una delle figure politiche più controverse dello scorso secolo, Gianni Amelio torna ad affrontare la storia del nostro paese, raccontando il primo processo per plagio svoltosi in Italia. Soggetto di tale processo l’intellettuale e mirmecologo (da qui il titolo) Aldo Braibanti, il quale fu denunciato dai genitori di uno studente maggiorenne con cui aveva avuto una relazione.
‘Il signore delle formiche’, ambientato nell’Italia degli anni ’60, ripercorre la vicenda di Braibanti in maniera molto libera, per stessa ammissione del regista (sulle differenze tra film e realtà sono già state scritte cose molto più interessanti e precise di quanto potrei fare io). L’intento è quello di utilizzare la storia del passato per commentare il nostro presente e le discriminazioni ancora subite dalla comunità LGBTQ+. ‘Se dovete fare proteste, protestate per il Vietnam!’, dice uno dei personaggi agli studenti accampati davanti al tribunale dove si svolge il processo, richiamando una retorica populista che abbiamo incontrato spesso negli ultimi anni. A questa si uniscono, sia nella finzione del film sia nella nostra realtà, la morale cristiano-cattolica e l’appello alla morale e al pudore.
La conseguenza è che purtroppo si incorre in una rappresentazione troppo netta dei personaggi della vicenda, estremamente buoni o estremamente cattivi a seconda della ‘fazione’ di appartenenza. Altro difetto della pellicola è che sembra incorrere in una delle ipocrisie che imputa ai giudici di Braibanti, ovvero il ricorso ad un pudore a parer mio eccessivo nella rappresentazione della relazione omosessuale dei protagonisti. L’omosessualità nel film viene rappresentata in termini relativamente innocenti, forse per non scontentare una fetta di pubblico che si vuole portare dalla propria parte, oppure in una forma estremamente stereotipata che, però, Braibanti si affretta a rifiutare, mettendo subito in chiaro di essere ‘diverso’ dai suoi amici omosessuali. La distinzione di diversi tipi di omosessualità e l’implicazione che l’una sia più valida di un’altra (e quindi più degna di essere accettata?) è un elemento disturbante in un’opera che vorrebbe essere simpatetica verso la comunità.
Spesso la recitazione degli attori va in over the top, con situazioni drammatiche e conflitti che si creano dal nulla. Nonostante ciò, ci sono interpretazioni degne di nota. Luigi Lo Cascio nella parte di Braibanti dimostra un controllo e una padronanza intellettuale ammirevoli, ed è probabilmente avviato al David di Donatello. Elio Germano svolge il ruolo inventato di un giornalista in fin dei conti inutile ma nondimeno simpatetico, un’aggiunta che dà colore alla situazione (anche se la sua introduzione spezza in maniera abbastanza netta il film in due parti distinte). Infine, l’esordiente Leonardo Maltese nella parte di Ettore, l’amante di Braibanti, brilla nelle sezioni successive alla scoperta della relazione col professore. Molto notevole in particolar modo la scena della sua deposizione in tribunale, che Amelio intelligentemente decide di riprendere in un piano sequenza tutto concentrato sul volto del personaggio.
Nonostante i difetti, ‘Il signore delle formiche’ presenta comunque elementi di interesse che possono valere la visione. Forse, visto il forte didascalismo e la sua natura innocua, tra qualche anno lo troveremo tra i film mostrati a scuola per introdurre gli alunni a determinati argomenti e sensibilizzarli su certe tematiche. Ma in fondo esistono destini peggiori.