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  • Un anno di cinema: le nostre scelte imperdibili del 2024

    Il 2024 è giunto al termine e noi della redazione di Frames Cinema abbiamo deciso di proporvi un articolo collettivo con i film che più ci hanno emozionato, colpito o fatto discutere durante l’anno. È una lista personale, che include le pellicole uscite in Italia nei mesi scorsi o presentate negli eventi cinematografici italiani e che, per un motivo o per l’altro, rimarranno con noi ancora a lungo. E voi, quanti di questi titoli avete già visto?

    Baby invasion (Harmony Korine)

    Dopo aver giocato al videogame sperimentale Baby Invasion, basato sull’utilizzo della realtà aumentata, un gruppetto di persone decide di replicarlo nella vita reale, non distinguendo più l’analogico dal virtuale: seguirà un’ora e venti in cui i nostri entreranno nelle case dei ricchi per rapinarli e ucciderli, indossando in volto maschere di bambini. Sarebbe ingenuo cercare una trama o qualche piglio moralistico in Baby Invasion, un film (?) che non ha alcun riguardo per i concetti di plot e di noia: il sogno lucido di Korine conglomera invece tutto l'immaginario digitale contemporaneo in un videogioco open world fps dove noi spettatori siamo i giocatori/osservatori in God mode e balliamo sulle note dell’artista musicale Burial. Dentro all'eterno passato/presente/futuro di Internet, Korine fonde il cinema al camuffamento della realtà (operato dalla realtà aumentata) e all'ubiquità virtuale concessa dalle piattaforme di live streaming, ribadendo quanto il cinema di oggi si faccia sempre di più sull'immagine.
    Baby Invasion è stato presentato Fuori concorso alla scorsa Mostra del cinema di Venezia e verrà rilasciato prossimamente sul sito della casa di produzione di Korine, EDGLRD.
    A cura di Alberto Faggiotto.

    Estranei (Andrew Haigh)

    Tante storie inconfessabili, tante parole impossibili da confinare nei confini di una pagina bianca, si manifestano tra le stanze di un palazzo londinese troppo grande per le anime che vi si aggirano. Due di queste, Adam (Andrew Scott) e Harry (Paul Mescal) si avvicinano, si attirano in un gioco di presente e memoria, che coinvolge anche il ricordo dei genitori di Adam, morti anni prima. Andrew Haigh fa suo il romanzo Estranei di Taichi Yamada adattandolo con successo in un diverso contesto temporale e culturale, facendone poesia personale che esplora con delicatezza l’amore, la perdita e lo spazio vuoto che la solitudine frappone tra noi e gli altri. Puro sentimento reso vivo e pulsante dalla forza delle immagini e delle interpretazioni.
    A cura di Valentino Feltrin.

    Challengers (Luca Guadagnino)

    Tra i film che abbiamo atteso di più nel 2024,  questo conquista un posto d’onore tra i migliori titoli dell’anno. Con il suo ultimo film Guadagnino ha messo in scena il racconto della carriera tennistica di due promettenti atleti, Patrick e Art, e le relazioni tra i due, lo sport e Tashi Duncan, bellissima giocatrice che diviene oggetto del desiderio di entrambi. Ambizioni, desideri, tentazioni e frustrazioni si intrecciano nella vita dei protagonisti che ci viene narrata dall’adolescenza fino all’età adulta, andando ad esplorare la molteplicità del linguaggio cinematografico in parallelo con il tennis e le sue regole. La musica di Trent Reznor, energica e concitata, è ulteriore protagonista degli eventi, e contribuisce a sottolineare le tensioni che nascono e si sviluppano man mano che il rapporto tra i personaggi evolve. Movimento e cambiamento sono le parole chiave, concetti che si applicano tanto alle partite giocate di volta in volta quanto ai punti di vista narrativi proposti, tramite composizioni visive e giochi con le inquadrature che insieme ad ogni altro aspetto concorrono alla costruzione del senso del racconto.
    A cura di Gaia Fanelli.

    Una spiegazione per tutto (Gábor Reisz)

    Terzo lungometraggio di Gábor Reisz, si muove tra il racconto di formazione e quello politico, non tralasciando l’aspetto ironico. Il liceale Ábel viene bocciato all’esame di maturità, ma lascia intendere a suo padre conservatore che il motivo di questo insuccesso sia da imputare alla spilla con la bandiera ungherese che aveva appuntata in petto. Un piccolo dramma scolastico si trasforma così in un affare di Stato e va a delineare la frattura tra nazionalisti e liberali in Ungheria, mettendo in luce la difficoltà di comunicazione e la banalità del passaparola. Una grande città diventa un paesino in cui le informazioni trapelano da un abitante all’altro e ognuno ha la sua spiegazione, diversa e mai totalmente veritiera. Una storia adolescenziale fa da sfondo all’attualità europea e al governo Orbán, mostrandoci la società su tre livelli: famiglia, istruzione e media. Diviso in capitoli, il film oscilla tra la poesia della giovinezza e le divergenze di una nazione. 
    A cura di Maria Cagnazzo.

    Il gusto delle cose (Trần Anh Hùng)

    Premiato per la regia a Cannes 2023, Il gusto delle cose è uscito in Italia il 9 maggio 2024, segnando il ritorno al cinema di Trần Anh Hùng, regista franco-vietnamita già vincitore del Leone d'Oro nel 1995 per il troppo dimenticato Cyclo. Raccontando la storia d'amore tra il gastronomo Dodin Bouffant e la sua cuoca personale Eugénie (rispettivamente interpretati da Benoît Magimel e Juliette Binoche, immensi), Trần Anh Hùng si inserisce sulla scia del miglior gastro-cinema, esaltando le qualità sensoriali del filone. Lo stile del regista - da sempre sinestesia di impressioni tattili e violenti cromatismi - si sublima nella forma di un melodramma d'ispirazione pittorica che infonde ogni pietanza e atto culinario di una sensualità sommessa, costantemente in bilico tra ghiotte azioni terrene (tagliare, bollire, infornare...) e affetto trascendente. È la forma più alta del cinema d'azione, in cui sono gli atti a guidare i personaggi e il dispiegarsi delle loro relazioni emotive.
    A cura di Jacopo Barbero.

    The Bikeriders (Jeff Nichols)

    Uscito in sordina a giugno, The Bikeriders di Jeff Nichols rielabora il western con uomini fragili in motocicletta al posto di intrepidi cowboy in sella a stalloni. La trama riprende liberamente l’indagine del fotografo Danny Lyon (Mike Faist) sugli Outlaws, club di motociclisti fondato in Illinois negli anni ’60 emulando Il Selvaggio con Marlon Brando, ma la narrazione di Kathy (Jodie Comer) si concentra sull’amicizia tra il fondatore del gruppo (Tom Hardy) e il suo ideale ma recalcitrante successore (Austin Butler). Pur non essendo esente da difetti, The Bikeriders sa raccontare con disincantata lucidità l’eterno mito di un’America che non c’è più, opponendo allo stereotipo del motociclista una una mascolinità fragile, inaspettata e perfettamente presente.
    A cura di Enrico Borghesio.

    Hit Man – Killer per caso (Richard Linklater)

    Se in Slacker e in Dazed and Confused la narrazione di Richard Linklater ruotava intorno a molteplici personaggi, in Hit Man si concentra su un unico protagonista dalle molteplici personalità. Gary Johnson è un professore di filosofia che si trasforma in un improbabile agente sotto copertura. Tra i diversi volti che Gary è chiamato a indossare spicca quello di Ron, un killer affascinante e spietato, diametralmente opposto alla sua abituale identità. Hit Man è, soprattutto, un viaggio tra identità e maschere, e la gerarchia che le definisce. Se nel noir il protagonista si ritrova intrappolato in una situazione più grande di lui, qui Gary si confronta direttamente con il suo essere più profondo, fino a scoprire una parte di sé che non credeva esistesse. Questo tema si inserisce perfettamente nella filmografia del regista texano, popolata da personaggi che aspirano a superare i limiti imposti dalla società. Al tempo stesso, Hit Man è anche un omaggio all’arte dell’attore e alla sua capacità di trasformazione: un bravissimo Glen Powell (anche co-sceneggiatore) incarna con grande versatilità un personaggio capace di attraversare ruoli e generi sempre diversi.
    A cura di Simone Pagano.

    L’innocenza (Hirokazu Kore’eda)

    Una madre vedova, un insegnante della scuola elementare e due bambini sono protagonisti dell’ultimo film del regista giapponese Hirokazu Kore'eda. È L’innocenza (in originale Kaibutsu, “mostro”), un dramma che si dipana come un mistero. Lo spettatore si sposta attraverso i punti di vista dei diversi personaggi, ripercorrendo la stessa vicenda: il piccolo Minato comincia a manifestare alcuni atteggiamenti che spingono la madre ad investigare all’interno della scuola. Piano piano, il film arriva a raccontarci un rapporto tenerissimo “macchiato” dalle ingerenze del mondo esterno che vorrebbe vedere nell’innocenza dei bambini e dei loro sentimenti qualcosa di mostruoso. Con una sceneggiatura delicata e interpretazioni intense, L’Innocenza è impreziosito dalle ultime composizioni musicali del maestro Ryūichi Sakamoto, morto nel 2023.
    A cura di Silvia Strambi.

    The Substance (Coralie Fargeat)

    Hai mai immaginato una versione migliore di te stesso? Più bella, più giovane, più perfetta? È la domanda che devasta Elizabeth Sparkle, attrice di successo cinquantenne, appena scaricata dal suo capo proprio a causa dell'età “troppo avanzata” per lo spettacolo. D'altronde, Hollywood richiede una certa immagine, vero? Ma ecco arrivare qualcosa di inaspettato: un fluido sperimentale che se iniettato aiuterebbe a scoprire una versione migliore di se stessi. Dalla schiena di Elizabeth “nasce” un nuovo corpo, sodo e giovane, con le curve nei punti giusti, perfetto per la tv. Elizabeth dovrà scambiare la propria coscienza tra i due corpi ogni settimana, ma qualcosa le impedirà di sottostare alle regole.
    The Substance è un racconto delirante, un body-horror dall'estetica surrealista e dalla regia opprimente, che insiste su immagini di corpi lucenti in modo morboso e fa riflettere su un mondo dello spettacolo che mastica e rigurgita senza pietà chiunque provi ad entrarvi. Definito da Guillermo Del Toro “una fiaba ferocemente bella”, The Substance riuscirà a trasportarvi nel suo delirio e a lasciarvi senza parole.
    A cura di Renata Capanna.

    Anora (Sean Baker)

    Anora è una ragazza che si esibisce come stripper in un locale di New York, Vanja è un giovanissimo figlio di un oligarca russo con troppi più soldi che buon senso. Lui propone a lei prima di diventare la sua ragazza fissa e poi di sposarlo, lei accetta sia perché attratta dai soldi e sia perché con il ragazzo lei sta davvero bene. Peccato che la famiglia di Vanja sia a dir poco scontenta della situazione.
    Anora è una fiaba in cui l’amore svanisce prima di esistere davvero, in cui la nostra eroina dopo una vita passata a cavarsela da sola si illude di poter essere forte e in grado di gestire i propri eventi senza spezzarsi, una storia di responsabilità fuggite, non rispettate, nemmeno lontanamente considerate. In questo film, Palma d’Oro a Cannes 2024, chi si fida perde, chi ha compassione soffre e alla fine i prepotenti hanno la meglio. Ma anche i vessati nel loro dolore, possono ridere dei loro aguzzini.
    A cura di Nicolò Cretaro.

    Conclave (di Edward Berger)

    Come può la morte del papa trasformarsi in un thriller? Il Decano Lawrence, un eccezionale Ralph Fiennes, affronta la guerra del conclave, un rito per stabilire chi sarà la guida dell’umanità in un’era d’incertezza. La regia accuratissima del premio Oscar Edward Berger rende Conclave una delle sorprese più intriganti dell’anno cinematografico, a partire da un soggetto apparentemente fuori tempo. Ma il potere di Dio non è mai messo in questione, quanto lo è invece il dominio della Chiesa. È una storia di uomini e donne intorno ad uno dei ruoli più antichi del mondo, ed è tanto umano attraverso i dettagli e i colpi di scena con cui il racconto viene sbrogliato. In fondo un film religioso che non indottrina nessuno ma parla a tutti, provocatorio forse, ecumenico senz’altro.
    A cura di Edoardo Borghesio.

    Dostoevskij (fratelli D’Innocenzo)

    Una lettera scritta a mano lasciata sul tavolo. Un uomo sdraiato sul pavimento della sua casa in attesa che il mix di pillole lo porti alla tanto agognata morte. Una chiamata improvvisa: una famiglia è stata uccisa e l’assassino ha lasciato una lettera. Un inizio tutt’altro che semplice o banale quello di Dostoevskij, ultima opera dei Fratelli Damiano e Fabio D’Innocenzo arrivata quest’estate in sala divisa in due parti e a novembre sulle reti Sky sotto forma di miniserie da sei episodi.
    L’uso del 16mm ed una fotografia dai toni freddi e scuri dona profondità e sporcizia ad una storia cupa, senza via di fuga proprio come i luoghi in cui si ambienta: sporchi, malsani, in rovina fuori e pieni di cianfrusaglie dentro, esattamente come i personaggi che le abitano. L’indagine diventa allora solo un pretesto, perché quello che davvero conta è comprendere noi stessi. Ma siamo davvero sicuri che, a conti fatti, ciò che troveremo sarà ciò che ci aspettavamo?
    A cura di Mattia Bianconi.

  • Speciale Premi Oscar 2024: analisi e pronostici

    type=”flex” hundred_percent=”no” hundred_percent_height=”no” min_height_medium=”” min_height_small=”” min_height=”” hundred_percent_height_scroll=”no” align_content=”stretch” flex_align_items=”flex-start” flex_justify_content=”flex-start” flex_wrap_medium=”” flex_wrap_small=”” flex_wrap=”wrap” flex_column_spacing=”” hundred_percent_height_center_content=”yes” equal_height_columns=”no” container_tag=”div” menu_anchor=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” status=”published” publish_date=”” class=”” id=”” spacing_medium=”” margin_top_medium=”” margin_bottom_medium=”” spacing_small=”” margin_top_small=”” margin_bottom_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_dimensions_medium=”” padding_top_medium=”” padding_right_medium=”” padding_bottom_medium=”” padding_left_medium=”” padding_dimensions_small=”” padding_top_small=”” padding_right_small=”” padding_bottom_small=”” padding_left_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” 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    It’s Oscar time! Come ogni anno gli Academy Awards, noti più comunemente come Premi Oscar, rappresentano il culmine della cosiddetta Awards Season, la stagione dei premi, ossia il periodo in cui l’industria cinematografica hollywoodiana (e non solo) assegna i propri principali riconoscimenti ai film più importanti della passata stagione. Iniziata con la cerimonia dei Golden Globe del 7 gennaio, la Awards Season 2024 si concluderà domenica 10 marzo con la cerimonia degli Oscar, che verrà trasmessa in diretta mondiale dal Dolby Theatre di Los Angeles e condotta, per la quarta volta, da Jimmy Kimmel. Per l’Italia, inoltre, la cerimonia 2024 presenta una novità significativa: mentre gli anni passati gli Oscar erano trasmessi in diretta su Sky (e commentati dall’immancabile duo Francesco Castelnuovo/Gianni Canova), quest’anno sarà possibile vedere la premiazione in chiaro su Rai 1 nella notte tra il 10 e l’11 marzo. Alla conduzione ci sarà Alberto Matano. La decisione della Rai di trasmettere la cerimonia sulla propria rete ammiraglia si giustifica ampiamente con la presenza, tra le pellicole candidate, di Io capitano di Matteo Garrone, che rappresenta l’Italia nella categoria miglior film internazionale ed è stato prodotto con il contributo proprio di Rai Cinema

    Ma dunque chi vincerà la novantaseiesima edizione degli Academy Awards? I pronostici per gli Oscar sono un autentico business e riviste come la statunitense Variety fondano buona parte del proprio prestigio sull’attendibilità delle proprie previsioni. Anche su Frames Cinema intendiamo proporre i nostri pronostici, per cercare di capire chi, con ogni probabilità, si porterà a casa la statuetta dorata nella notte delle stelle e soprattutto perché. Ma andiamo con ordine, categoria per categoria (chi scrive non si soffermerà solamente sulle tre categorie dedicate ai cortometraggi). 

    Miglior film

    Candidati:

    • American Fiction di Cord Jefferson (MGM; produttori: Ben LeClair, Nikos Karamigios, Cord Jefferson e Jermaine Johnson)
    • Anatomia di una caduta di Justine Triet (Neon; produttori: Marie-Ange Luciani e David Thion)
    • Barbie di Greta Gerwig (Warner Bros.; produttori: David Heyman, Margot Robbie, Tom Ackerley e Robbie Brenner)
    • The Holdovers – Lezioni di vita di Alexander Payne (Focus Features; produttore: Mark Johnson)
    • Killers of the Flower Moon di Martin Scorsese (Apple Original Films/Paramount Pictures; produttori: Dan Friedkin, Bradley Thomas, Martin Scorsese e Daniel Lupi)
    • Maestro di Bradley Cooper (Netflix; produttori: Bradley Cooper, Steven Spielberg, Fred Berner, Amy Durning e Kristie Macosko Krieger)
    • Oppenheimer di Christopher Nolan (Universal Pictures; produttori: Emma Thomas, Charles Roven e Christopher Nolan)
    • Past Lives di Celine Song (A24; produttori: David Hinojosa, Christine Vachon e Pamela Koffler)
    • Povere creature! di Yorgos Lanthimos (Searchlight Pictures; produttori: Ed Guiney, Andrew Lowe, Yorgos Lanthimos ed Emma Stone)
    • La zona d’interesse di Jonathan Glazer (A24; produttore: James Wilson)

    Chi vincerà (pronostico): Oppenheimer

    La categoria più ambita quest’anno è anche tra le più facili da prevedere. Come lo scorso anno era pressoché scontata la vittoria di Everything Everywhere All At Once di Daniel Kwan e Daniel Scheinert, quest’anno Oppenheimer di Christopher Nolan dovrebbe trionfare come miglior film senza eccessive difficoltà. Come è possibile affermarlo con tanta sicurezza? L’Academy of Motion Picture Arts and Sciences, l’istituzione che consegna i premi Oscar, è costituita da oltre 10.000 professionisti del cinema internazionale che votano per tutte le categorie premiate. Tutte queste persone, però, non votano solo agli Oscar, ma molte di loro appartengono anche a giurie di diversi altri riconoscimenti assegnati nel corso della Awards Season. Dunque, studiando con attenzione i risultati delle altre premiazioni, è possibile fare ipotesi piuttosto circostanziate su come potrebbero essere distribuiti gli Oscar. Nel caso della categoria miglior film quest’anno Oppenheimer ha trionfato in tutte le principali premiazioni della stagione dei premi, dai Golden Globe (che in realtà non costituiscono un vero e proprio indicatore per gli Oscar, dal momento che sono assegnati dalla Golden Globe Foundation, ente che ha da poco sostituito la storica Hollywood Foreign Press Association e che non ha rapporti diretti con l’Academy) ai britannici BAFTA, dai Critics’ Choice Awards ai prestigiosissimi PGA (i riconoscimenti del sindacato dei produttori cinematografici statunitensi, che dal 2000 a oggi ha premiato sedici volte pellicole poi risultate vincitrici anche agli Oscar). Inoltre, Oppenheimer ha anche ottenuto il premio al miglior cast ai SAG Awards (i premi del sindacato degli attori, la categoria più influente e numerosa all’interno della giuria dell’Academy), considerato come un indicatore fondamentale per la pellicola che si aggiudicherà l’Oscar al miglior film (nel 2020 fu proprio questo premio ad annunciare l’imminente trionfo a sorpresa di Parasite di Bong Joon-ho). Oppenheimer, dunque, sembra avere davvero la strada spianata e, a meno di enormi sorprese, Christopher Nolan e i suoi co-produttori Emma Thomas (anche sua moglie) e Charles Roven dovrebbero riuscire a portare a casa la statuetta. Se chi scrive dovesse provare a immaginare un possibile favorito “numero due”, comunque, esso andrebbe individuato nelle pellicole europee La zona d’interesse (già Grand Prix a Cannes e pluri-riconosciuto ai BAFTA) e Anatomia di una caduta (già Palma d’Oro) piuttosto che in Povere creature! o Killers of the Flower Moon.

    Miglior regia

    Candidati:

    • Jonathan Glazer (La zona d’interesse)
    • Yorgos Lanthimos (Povere creature!)
    • Christopher Nolan (Oppenheimer)
    • Martin Scorsese (Killers of the Flower Moon)
    • Justine Triet (Anatomia di una caduta)

    Chi vincerà (pronostico): Christopher Nolan (Oppenheimer

    Se per il premio al miglior film abbiamo un vincitore probabile, nella categoria miglior regia la questione pare ancora più definita: Christopher Nolan ha vinto tutto in questa Awards Season. Nessun premio significativo per la regia è andato agli altri registi candidati all’Oscar. L’autore britannico ha vinto il Golden Globe, il BAFTA, il Critics’ Choice e soprattutto il DGA (il premio del sindacato dei registi) e nessun ostacolo concreto pare più separarlo dall’Oscar. Vale comunque la pena segnalare che Martin Scorsese, con la sua candidatura per Killers of the Flower Moon, raggiunge le dieci nomination complessive in carriera in questa categoria (di cui una sola andata a segno, per The Departed), secondo solo a William Wyler (dodici nomination) nella storia del cinema.

    Miglior attore protagonista

    Candidati:

    • Bradley Cooper (Maestro)
    • Colman Domingo (Rustin)
    • Paul Giamatti (The Holdovers – Lezioni di vita)
    • Cillian Murphy (Oppenheimer)
    • Jeffrey Wright (American Fiction)

    Chi vincerà (pronostico): Cillian Murphy (Oppenheimer)

    La categoria miglior attore quest’anno rappresenta una competizione a due tra il Cillian Murphy di Oppenheimer e il Paul Giamatti di The Holdovers (niente da fare, invece, per il Bradley Cooper di Maestro, dato per favorito alla vigilia della stagione dei premi). Entrambi hanno vinto il Golden Globe (rispettivamente nelle categorie di dramma e commedia). Successivamente, invece, Giamatti si è assicurato il Critics’ Choice Award, facendo tremare la “corazzata Oppenheimer” e inducendo molti analisti a ipotizzare l’intenzione, da parte dell’Academy, di incoronare finalmente uno degli attori simbolo del panorama del cinema indipendente americano, già candidato all’Oscar come non protagonista per Cinderella Man di Ron Howard, e autore di performance iconiche in perle cinematografiche come Sideways – In viaggio con Jack (2004) di Alexander Payne. Nelle premiazioni a seguire, tuttavia, Cillian Murphy, attore irlandese tra i più talentuosi della sua generazione e già collaboratore di fiducia di Nolan, si è imposto su Giamatti, trionfando sia ai BAFTA sia ai SAG Awards, quest’ultimi considerati da molti come il vero e proprio ago della bilancia. A conti fatti, è assai difficile che Giamatti possa farcela e si può pronosticare con un certo grado di sicurezza che sarà Murphy a trionfare il 10 marzo. Dispiace molto per Giamatti – che nel ruolo del professor Hunham in The Holdovers ha dato un’interpretazione di straordinaria finezza, costantemente in bilico tra ironia e malinconia – ma non si può non gioire per la probabile vittoria del dolente protagonista del capolavoro di Christopher Nolan. 

    Miglior attrice protagonista

    Candidate:

    • Annette Bening (Nyad)
    • Lily Gladstone (Killers of the Flower Moon)
    • Sandra Hüller (Anatomia di una caduta)
    • Carey Mulligan (Maestro)
    • Emma Stone (Povere creature!)

    Chi vincerà (pronostico): Lily Gladstone (Killers of the Flower Moon)

    Eccoci qua. La categoria miglior attrice protagonista rappresenta davvero il cuore di questi Oscar 2024, dal momento che è senza dubbio la sfida più accanita e incerta tra due candidate: Lily Gladstone per Killers of the Flower Moon ed Emma Stone per Povere creature!. Certo, non siamo ai livelli di incertezza degli Oscar 2021, quando ben tre attrici (Carey Mulligan, Viola Davis e Frances McDormand – quest’ultima poi risultata vincitrice per Nomadland) si erano giocate la statuetta “ad armi pressoché pari” (la prima aveva vinto il Critics’ Choice, la seconda il SAG e la terza il BAFTA). Ebbene, quest’anno la sfida non è a tre, ma la situazione non è molto più chiara. Emma Stone ha vinto il Golden Globe come attrice in un film commedia, il Critics’ Choice Award e soprattutto il BAFTA, premio considerato determinante (si pensi solo a quando, tre anni fa, Anthony Hopkins trionfò sul compianto Chadwick Boseman come miglior attore avendo vinto “solo” il BAFTA in precedenza). In Povere creature!, inoltre, Stone è in scena per la quasi totalità del film e regala un’interpretazione divertente e sopra le righe, mettendo in gioco tutta la propria fisicità. Dall’altra parte, Gladstone ha vinto numerosi premi della critica, il Golden Globe come attrice drammatica e soprattutto il SAG Award come miglior attrice, altro tassello di solito fondamentale per chi vuole aspirare alla statuetta. La sua interpretazione nel film di Scorsese, tuttavia, è assai più trattenuta e sottile rispetto a quella di Stone – e in questo senso meno “immediata” da apprezzare. Inoltre Gladstone è presente sullo schermo per un tempo abbastanza limitato rispetto all’imponente durata dell’epopea western scorsesiana, tanto che quando Killers of the Flower Moon era stato presentato al Festival di Cannes lo scorso anno molti analisti avevano ipotizzato una nomination come non protagonista per l’interprete di Mollie Burkhart, moglie del protagonista Ernest Burkhart/Leonardo DiCaprio. Come si può intuire da queste mie considerazioni, dunque, la situazione nella categoria miglior attrice è assai ingarbugliata. Dovendo esprimere un pronostico, tuttavia, chi scrive ritiene che sarà proprio Lily Gladstone a prevalere, per quattro ragioni fondamentali. (1) Se Gladstone non vincesse, Killers of the Flower Moon avrebbe buone possibilità di tornare a casa a mani vuote e diventerebbe il terzo film del regista, dopo Gangs of New York e The Irishman, ad avere ottenuto dieci nomination e nessuna statuetta (al contrario, Povere creature! ha buone possibilità di ottenere qualche premio di consolazione in ambito tecnico); (2) il SAG è stato, in ordine di tempo, l’ultimo premio importante a essere assegnato nel corso della stagione dei premi e la vittoria di Gladstone a questa recente manifestazione potrebbe fungere da volano per gli Oscar di più rispetto al BAFTA vinto da Stone diverse settimane fa; (3) Stone ha già vinto un Oscar per La La Land e, in questo senso, molti membri dell’Academy potrebbero preferire premiare un nuovo nome recentemente emerso; infine (4) è ben noto quanto gli Oscar siano attenti al tema dell’inclusività e Gladstone, in caso di vittoria, sarebbe la prima interprete nativa americana a conquistare la statuetta. Per tutte queste ragioni, a parere di chi scrive è Gladstone la favorita per la vittoria dell’Oscar, benché Emma Stone sia tutt’altro che fuori dai giochi. 

    Miglior attore non protagonista

    Candidati:

    • Sterling K. Brown (American Fiction)
    • Robert DeNiro (Killers of the Flower Moon)
    • Robert Downey Jr. (Oppenheimer)
    • Ryan Gosling (Barbie)
    • Mark Ruffalo (Povere creature!)

    Chi vincerà (pronostico): Robert Downey Jr. (Oppenheimer)

    Se all’inizio della Awards Season in molti sostenevano che fosse finalmente giunto il momento di riconoscere il talento di Ryan Gosling, grazie alla sua ironica interpretazione di Ken in Barbie, l’andamento effettivo della stagione dei premi ha smentito tutte le premesse. È stato infatti Robert Downey Jr., grazie alla sua sottile interpretazione di Lewis Strauss in Oppenheimer, a trionfare in tutte le principali premiazioni (Golden Globe, Critics’ Choice, BAFTA, SAG). Downey – che è alla terza nomination dopo quelle ottenute come protagonista per Charlot nel 1993 e come non protagonista per Tropic Thunder nel 2009 – pare a questo punto l’unico serio contendente al premio Oscar.

    Miglior attrice non protagonista

    Candidate:

    • Emily Blunt (Oppenheimer)
    • Danielle Brooks (Il colore viola)
    • America Ferrera (Barbie)
    • Jodie Foster (Nyad)
    • Da’Vine Joy Randolph (The Holdovers – Lezioni di vita)

    Chi vincerà (pronostico): Da’Vine Joy Randolph (The Holdovers – Lezioni di vita)

    Se c’è una categoria in cui la vincitrice è già scritta è questa. Da’Vine Joy Randolph, attrice e cantante statunitense che in The Holdovers interpreta la cuoca Mary, ha vinto qualsiasi premio possibile come non protagonista e nulla può impedirle di giungere all’Oscar.

    Miglior sceneggiatura originale

    Candidati:

    • Anatomia di una caduta (Justine Triet e Arthur Harari)
    • The Holdovers – Lezioni di vita (David Hemingson)
    • Maestro (Bradley Cooper e Josh Singer)
    • May December (Samy Burch e Alex Mechanik)
    • Past Lives (Celine Song)

    Chi vincerà (pronostico): Anatomia di una caduta (Justine Triet e Arthur Harari)

    Il premio alla miglior sceneggiatura originale è uno tra i più importanti tra quelli attribuiti agli Oscar e spesso viene assegnato come “compenso” a un film che è stato estremamente gradito dall’Academy e tuttavia non è stato riconosciuto nelle categorie principali di miglior film e miglior regia. È accaduto di recente con titoli di peso come Scappa – Get Out di Jordan Peele, Manchester by the Sea di Kenneth Lonergan, Lei di Spike Jonze, Midnight in Paris di Woody Allen, Una donna promettente di Emerald Fennell e così via. Il medesimo schema dovrebbe ripetersi quest’anno, in cui il film favorito per il premio è Anatomia di una caduta, scritto dalla regista Justine Triet insieme al partner professionale e di vita Arthur Harari. La pellicola francese, già vincitrice della Palma d’Oro a Cannes, è stata inspiegabilmente snobbata dal comitato francese di selezione per l’Oscar come miglior film internazionale, benché fosse eleggibile. Al suo posto, infatti, la Francia ha preferito proporre come proprio rappresentante La passion de Dodin Bouffant del franco-vietnamita Tran Anh Hung (anch’egli riconosciuto a Cannes come miglior regista) che tuttavia, come vedremo, non è riuscito a entrare nella cinquina dell’Oscar “straniero”: fatto che ha già generato numerose polemiche in patria (per approfondire: Screendaily; Variety). Anatomia di una caduta, dal canto proprio, pur essendo stato snobbato dal proprio stesso paese, ha ottenuto cinque pesantissime nomination agli Oscar, tra cui miglior film, regia e attrice protagonista. Il film è stato enormemente apprezzato a livello globale e, proprio per questo, è assai probabile che il film trionfi nella categoria miglior sceneggiatura originale (riconoscimento già ottenuto ai BAFTA e ai Golden Globe, peraltro), anche per via della propria scrittura complessa e raffinata. Niente da fare, sembrerebbe, per gli altri illustri candidati (almeno Past Lives e The Holdovers, altrimenti, avrebbero potuto avere delle possibilità). È inoltre da segnalare che quest’anno i premi del sindacato degli sceneggiatori (WGA Awards) non sono ancora stati attribuiti (la cerimonia è in calendario per il 14 aprile).

    Miglior sceneggiatura non originale 

    Candidati:

    • American Fiction (Cord Jefferson)
    • Barbie (Greta Gerwig e Noah Baumbach)
    • Oppenheimer (Christopher Nolan)
    • Povere creature! (Tony McNamara)
    • La zona d’interesse (Jonathan Glazer)

    Chi vincerà (pronostico): American Fiction (Cord Jefferson)

    Anche in questa categoria, apparentemente, sembrerebbe esserci un vincitore designato: American Fiction, scritto e diretto da Cord Jefferson, che per l’occasione ha adattato il romanzo Erasure (2001) di Percival Everett. Il film, infatti, ha vinto il BAFTA e il Critics’ Choice nella medesima categoria ed è in lizza per il WGA. Non è da escludere, tuttavia, che l’Academy decida di riconoscere e “compensare” Barbie di Greta Gerwig. Il maggiore successo al botteghino del 2023, infatti, rischia di tornare a casa esclusivamente con il premio alla miglior canzone, dopo le numerose polemiche attorno all’esclusione di Gerwig e Margot Robbie dalle categorie, rispettivamente, di miglior regia e attrice. Inoltre, Barbie e American Fiction non si sono mai trovati in diretta competizione nel corso della stagione dei premi: il film di Gerwig, infatti, è stato candidato, sia ai BAFTA sia ai Critics’ Choice (dove peraltro ha vinto il premio), come miglior sceneggiatura originale, mentre agli Oscar compete nella categoria per il miglior adattamento proprio contro il film di Jefferson. Non è dunque facile prevedere con sicurezza come andranno le cose in questa categoria: al momento, comunque, American Fiction sembrerebbe essere in leggero vantaggio.

    Miglior film internazionale

    Candidati:

    • Io capitano di Matteo Garrone (Italia)
    • Perfect Days di Wim Wenders (Giappone)
    • La società della neve di Juan Antonio Bayona (Spagna)
    • La sala professori di İlker Çatak (Germania)
    • La zona d’interesse di Jonathan Glazer (Regno Unito)

    Chi vincerà (pronostico): La zona d’interesse di Jonathan Glazer

    In questa categoria non ci sono dubbi: vista anche l’esclusione, di cui si è già scritto, del favoritissimo Anatomia di una caduta, nessun film può realmente competere con La zona d’interesse di Jonathan Glazer. Già premiato con il Grand Prix a Cannes, l’agghiacciante dramma britannico (ma parlato in tedesco) sul comandante di Auschwitz è già stato acclamato da molti come uno dei migliori film di questo decennio. L’amore per l’opera di Glazer, peraltro, parrebbe condiviso anche dall’Academy, che lo ha candidato anche come miglior film, regia, sceneggiatura non originale e sonoro. Non vi sono dubbi, dunque, che il premio come miglior film internazionale andrà al capolavoro di Glazer, che si conferma un autore sperimentale e anticonformista. Dispiace per lo splendido Perfect Days di Wim Wenders e per il coinvolgente La società della neve di J.A. Bayona, dedicato al disastro aereo delle Ande del 1972. Ma il rammarico maggiore è ovviamente per il nostro Matteo Garrone, che giunge per la prima volta agli Oscar con un film coraggioso nel fondere realismo e dimensione fiabesca, che tuttavia non è tra i suoi lavori migliori.

    Miglior film d’animazione

    Candidati:

    Chi vincerà (pronostico): Spider-Man – Across the Spider-Verse di Joaquim Dos Santos, Kemp Powers e Justin K. Thompson

    Nell’ambito dell’animazione le cose sono assai meno scontate: i maggiori pronostici vedono come favorito Spider-Man – Across the Spider-Verse, seguito visionario dell’acclamatissimo Spider-Man – Un nuovo universo (2018), già premiato agli Oscar. Il film, oltre ad avere ottenuto il plauso unanime di critica e pubblico, ha vinto sia il Critics’ Choice sia l’Annie Award, attribuito dal ramo losangelino dell’International Animated Film Association. Il diretto competitor del film su Spider-Man, tuttavia, è Il ragazzo e l’airone, dodicesimo lungometraggio d’animazione di Hayao Miyazaki. Il film non ha messo d’accordo tutti (alcuni lo ritengono tra i capolavori del Maestro, altri una degenerazione visionaria e criptica del suo cinema), ma è innegabile che l’Academy possa voler riconoscere ancora una volta, con quello che potrebbe essere il suo ultimo lavoro, il genio di Miyazaki (già vincitore di due Oscar: per La città incantata nel 2003 e alla carriera nel 2015). A testimonianza di ciò Il ragazzo e l’airone ha vinto a sorpresa sia il Golden Globe sia il BAFTA. La partita, dunque, è aperta, anche se nell’ambito dell’animazione l’Academy ha sempre teso a premiare maggiormente la produzione americana e, in questo senso, Spider-Man sembrerebbe ancora in vantaggio.

    Miglior fotografia

    Candidati:

    • El Conde (Edward Lachman)
    • Killers of the Flower Moon (Rodrigo Prieto)
    • Maestro (Matthew Libatique)
    • Oppenheimer (Hoyte van Hoytema)
    • Povere creature! (Robbie Ryan)

    Chi vincerà (pronostico): Oppenheimer (Hoyte van Hoytema)

    In questa categoria Oppenheimer e il suo direttore della fotografia Hoyte van Hoytema, collaboratore di Nolan sin dai tempi di Interstellar, dovrebbero avere vittoria facile: il film, infatti, ha vinto i premi alla migliore fotografia in tutte le principali manifestazioni della stagione dei premi.

    Miglior montaggio

    Candidati:

    • Anatomia di una caduta (Laurent Sénéchal)
    • The Holdovers – Lezioni di vita (Kevin Tent)
    • Killers of the Flower Moon (Thelma Schoonmaker)
    • Oppenheimer (Jennifer Lame)
    • Povere creature! (Yorgos Mavropsaridis)

    Chi vincerà (pronostico): Oppenheimer (Jennifer Lame)

    Anche questa categoria non dovrebbe riservare sorprese: il notevole lavoro di montaggio di Jennifer Lame su Oppenheimer dovrebbe permettere alla statunitense di ottenere il suo primo Oscar, visti anche i molti altri riconoscimenti accumulati nel corso della stagione. 

    Miglior scenografia

    Candidati:

    • Barbie (Sarah Greenwood e Katie Spencer)
    • Killers of the Flower Moon (Jack Fisk e Adam Willis)
    • Napoleon (Arthur Max e Elli Griff)
    • Oppenheimer (Ruth De Jong e Claire Kaufman)
    • Povere creature! (Shona Heath, James Price e Szusza Mihalek)

    Chi vincerà (pronostico): Povere creature! (Shona Heath, James Price e Szusza Mihalek)

    In questa categoria Povere creature! dovrebbe avere vittoria facile (ha già vinto il BAFTA). Si tratterebbe di un piccolo compenso per la probabile débâcle del film nelle categorie principali.

    Migliori costumi

    Candidati:

    • Barbie (Jacqueline Durran)
    • Killers of the Flower Moon (Jacqueline West)
    • Napoleon (David Crossman e Janty Yates)
    • Oppenheimer (Ellen Mirojnick)
    • Povere creature! (Holly Waddington)

    Chi vincerà (pronostico): Povere creature! (Holly Waddington)

    In questa categoria è favorito per la vittoria Povere creature!, già trionfatore ai BAFTA. Nelle ultime settimane, tuttavia, Barbie ha anch’esso racimolato consensi (e un Critics’ Choice Award) e questo premio potrebbe fungere da “compenso” per il film di Gerwig, che probabilmente tornerà a casa con poche statuette (specialmente se paragonate al monumentale successo di pubblico). La partita è aperta.

    Miglior trucco e acconciatura

    Candidati:

    • Golda (Karen Hartley Thomas, Suzi Battersby e Ashra Kelly-Blue)
    • Maestro (Kazu Hiro, Kai Georgiou e Lori McCoy Bell)
    • Oppenheimer (Luisa Abel)
    • Povere creature! (Nadia Stacey, Mark Coulier e Josh Weston)
    • La società della neve (Ana Lopez-Puigcerver, David Marti e Montse Ribé)

    Chi vincerà (pronostico): Maestro (Kazu Hiro, Kai Georgiou e Lori McCoy Bell)

    Anche questo premio potrebbe fungere da compenso per un film importante altrimenti trascurato: Maestro, il biopic su Leonard Bernstein diretto da Bradley Cooper e prodotto da Steven Spielberg, ha ottenuto sette candidature pesanti agli Oscar, ma questo è l’unica categoria in cui ha realistiche possibilità di successo. È dunque assai probabile che vinca la statuetta, visto anche l’impressionante lavoro svolto sul corpo e sul volto di Cooper, trasformato in Bernstein in maniera assai convincente. 

    Migliori effetti speciali

    Candidati:

    • The Creator (Jay Cooper, Ian Comley, Andrew Roberts e Neil Corbould)
    • Godzilla: Minus One (Takashi Yamazaki, Kiyoko Shibuya, Masaki Takahashi e Tatsuji Nojima)
    • Guardiani della Galassia Vol. 3 (Stephane Ceretti, Alexis Wajsbrot, Guy Williams e Theo Bialek)
    • Mission: Impossible – Dead Reckoning Parte Uno (Alex Wuttke, Simone Coco, Jeff Sutherland e Neil Corbould) 
    • Napoleon (Charley Henley, Luc-Ewen Martin-Fenouillet, Simone Coco e Neil Corbould)

    Chi vincerà (pronostico): The Creator (Jay Cooper, Ian Comley, Andrew Roberts e Neil Corbould)

    Quella dei migliori effetti speciali è una categoria spesso imprevedibile, poiché l’Academy ha spesso fatto delle scelte non scontate: si pensi a quando Ex Machina di Alex Garland vinse su Star Wars: Il risveglio della forza o a quando First Man di Damien Chazelle ottenne il premio battendo Avengers: Infinity War e Ready Player One. Quest’anno, poi, non pare esserci un singolo candidato forte. Molti analisti danno attualmente favorito The Creator, ma non è da escludere un ritorno di fiamma di Mission: Impossible – Dead Reckoning Parte Uno o del magnifico Godzilla: Minus One, forse il film che fa un uso più creativo dei propri effetti speciali.

    Miglior colonna sonora

    Candidati:

    • American Fiction (Laura Karpman)
    • Indiana Jones e il quadrante del destino (John Williams)
    • Killers of the Flower Moon (Robbie Robertson)
    • Oppenheimer (Ludwig Göransson)
    • Povere creature! (Jerskin Fendrix)

    Chi vincerà (pronostico): Oppenheimer (Ludwig Göransson)

    Un’altra categoria abbastanza sicura è quella della miglior colonna sonora, in cui dovrebbe essere premiato il gran lavoro svolto dallo svedese Ludwig Göransson (già premio Oscar per Black Panther) su Oppenheimer, la cui musica è già divenuta di culto (il film, peraltro, ha vinto praticamente tutti i premi principali in tal senso: Golden Globe, BAFTA, Critics’ Choice…).  Vanno comunque segnalate la nomination al compianto Robbie Robertson per Killers of the Flower Moon e la cinquantaquattresima candidatura all’Oscar per John Williams, secondo individuo più nominato di sempre dopo Walt Disney e più anziano candidato di sempre (91 anni). Dispiace, inoltre, per l’esclusione dalla competizione di Mica Levi, che avrebbe meritato la candidatura per il suo disturbante lavoro su La zona d’interesse di Glazer.

    Miglior canzone originale

    Candidati: 

    • It Never Went Away (Jon Batiste e Dan Wilson) – dal film American Symphony
    • I’m just Ken (Mark Ronson e Andrew Wyatt) – dal film Barbie 
    • What Was I Made For? (Billie Eilish e Finneas O’Connell) – dal film Barbie
    • The Fire Inside (Diane Warren) – dal film Flamin’ Hot
    • Wahzhazhe (A Song For My People) (Scott George) – dal film Killers of the Flower Moon

    Chi vincerà (pronostico): What Was I Made For? (Billie Eilish e Finneas O’Connell) – da Barbie

    Altra categoria sicura è quella per la miglior canzone, il cui il premio verrà con ogni probabilità assegnato a What Was I Made For? di Barbie, composta da Billie Eilish e suo fratello Finneas O’Connell, già vincitori dell’Oscar nel 2022 per No Time To Die. Nessuna speranza, anche quest’anno, per Diane Warren che, con la sua candidatura per il brano The Fire Inside, raggiunge le quattordici nomination in carriera, senza essere ancora riuscita a vincere il premio (anche se nel 2023 le è stato consegnato un Oscar alla carriera). È da segnalare la partecipazione alla competizione della canzone Wahzhazhe (A Song For My People), composta da Scott George per Killers of the Flower Moon e cantata interamente in lingua Osage

    Miglior sonoro

    Candidati:

    • The Creator (Ian Voigt, Erik Aadahl, Ethan Van der Ryn, Tom Ozanich e Dean Zupancic)
    • Maestro (Steven A. Morrow, Richard King, Jason Ruder, Tom Ozanich e Dean Zupancic)
    • Mission: Impossible – Dead Reckoning Parte Uno (Chris Munro, James H. Mather, Chris Burdon e Mark Taylor)
    • Oppenheimer (Willie Burton, Richard King, Gary A. Rizzo e Kevin O’Connell)
    • La zona d’interesse (Tarn Willers e Johnnie Burn)

    Chi vincerà (pronostico): Oppenheimer (Willie Burton, Richard King, Gary A. Rizzo e Kevin O’Connell)

    Un’altra categoria che fino a qualche settimana fa sembrava scontata si è recentemente trasformata in una sfida interessante: Oppenheimer di Christopher Nolan – con il suo impressionante lavoro sul sonoro, specialmente in relazione alla sequenza del Trinity Test – rimane il titolo favorito. Eppure, ai BAFTA è stato La zona d’interesse a vincere: il film di Jonathan Glazer, in effetti, ha anch’esso una componente sonora significativa, dal momento che gioca con la dimensione del fuoricampo e fa percepire larga parte degli orrori del campo di concentramento proprio tramite il sonoro. Anche in questa categoria, dunque, la partita è apertissima

    Miglior documentario

    Candidati:

    • Bobi Wine: The People’s President di Christopher Sharp e Moses Bwayo
    • The Eternal Memory di Maite Alberdi
    • Four Daughters di Kaouther Ben Hania
    • To Kill a Tiger di Nisha Pahuja
    • 20 Days in Mariupol di Mstyslav Chernov

    Chi vincerà (pronostico): 20 Days in Mariupol di Mstyslav Chernov

    Infine eccoci giunti alla categoria miglior documentario, dove 20 Days in Mariupolagghiacciante documentario ucraino che mostra, con sguardo giornalistico, gli orrori dal fronte – dovrebbe riuscire facilmente a prevalere sugli altri contendenti, anche solo per l’attualità del tema

    Siamo giunti al termine di questo lungo viaggio negli Oscar 2024. Siete d’accordo con i nostri pronostici?

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    Jacopo Barbero,
    Direttore editoriale
  • Recensione Il ragazzo e l’airone – Il meraviglioso invito alla vita di Hayao Miyazaki

    type=”flex” hundred_percent=”no” hundred_percent_height=”no” min_height_medium=”” min_height_small=”” min_height=”” hundred_percent_height_scroll=”no” align_content=”stretch” flex_align_items=”flex-start” flex_justify_content=”flex-start” flex_column_spacing=”” hundred_percent_height_center_content=”yes” equal_height_columns=”no” container_tag=”div” menu_anchor=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” status=”published” publish_date=”” class=”” id=”” spacing_medium=”” margin_top_medium=”” margin_bottom_medium=”” spacing_small=”” margin_top_small=”” margin_bottom_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_dimensions_medium=”” padding_top_medium=”” padding_right_medium=”” padding_bottom_medium=”” padding_left_medium=”” padding_dimensions_small=”” padding_top_small=”” padding_right_small=”” padding_bottom_small=”” padding_left_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” link_color=”” link_hover_color=”” border_sizes=”” 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    Di norma, i titoli dei film ci dicono qualcosa del loro contenuto. Così non è per il dodicesimo lungometraggio di animazione di Hayao Miyazaki, senza dubbio il più conosciuto e celebrato animatore giapponese della storia, tornato al cinema nel 2023 dopo il ritiro dalle scene annunciato nel 2013 in corrispondenza dell’uscita del capolavoro testamentario Si alza il vento. Il titolo originale Kimitachi wa dō ikiru ka – ispirato dall’omonimo romanzo (1937) di Genzaburō Yoshino, che Miyazaki cita nel film pur non realizzandone un adattamento – è traducibile in “E voi come vivrete?”. Il film, ovviamente, non ha risposta per questa domanda, che è uno sprone a meditare sul senso che ognuno di noi, insieme al protagonista del film, vuole imporre alla propria esistenza. In questo senso, è un titolo aperto per un film che è anzitutto un invito ad abbracciare la vita, nonostante tutto, e ad affrontarne l’impetuoso corso. Citando Paul Valéry: “Le vent se lève, il faut tenter de vivre”, come suggeriva Giovanni Battista Caproni a Jirō Horikoshi in Si alza il vento, di cui Il ragazzo e l’airone è il seguito spirituale.

    Il film, ambientato nel 1943, racconta la storia del giovane Mahito, rimasto orfano di madre durante un bombardamento di Tokyo. Il padre, un impresario nell’aviazione militare, inizia una relazione con Natsuko, la sorella minore della defunta moglie, e Mahito si trasferisce con il genitore nella villa di campagna di lei. Lì il ragazzo è perseguitato da visioni della madre e dalla presenza di un misterioso airone parlante che gli fa spesso visita, dicendo di averlo atteso a lungo. Nelle vicinanze della casa, inoltre, vi è una misteriosa e antica torre, portale verso un mondo parallelo in cui Mahito intraprende un viaggio che lo porta a confrontarsi con il senso della propria esistenza.

    Sorprende che Miyazaki, ottantadue anni compiuti lo scorso gennaio, torni al cinema con un film che è l’antitesi narrativa di Si alza il vento: se il film del 2013 era un’opera realistica e narrativamente più convenzionale rispetto ai lavori passati del regista, Il ragazzo e l’airone è forse l’opera più visionaria dell’intera carriera di Miyazaki, tanto che si ha l’impressione che l’amore per il disegno e l’immaginazione sfrenata prendano più di una volta il sopravvento su una narrazione pienamente coerente. Il film è una strabordante parata di creature meravigliose: dall’airone grigio al nobile pellicano morente, dai teneri Warawara (esseri che ricordano non poco precedenti creazioni del regista) alle truppe di parrocchetti guidate da un re borioso, che sembrano una parodia del fanatismo militarista giapponese in tempo di guerra. Senza contare tutti i personaggi umani che Mahito incontra sul proprio percorso. Colpiscono in particolare le figure femminili, tutte particolarmente benevole nei confronti del giovane, che pare alla costante ricerca di madri putative che gli indichino una via nel tortuoso cammino per la ricerca di se stesso. In questo senso, Il ragazzo e l’airone è un film pieno di personaggi-guida. E la scelta di quest’ultimo vocabolo non è casuale, dal momento che allude chiaramente a un capolavoro della letteratura italiana che pare essere tra le ispirazioni più forti della nuova opera di Miyazaki. 

    La Divina Commedia di Dante non solo è direttamente citata (il verso “fecemi la divina potestate”, tratto dal terzo canto dell’Inferno, campeggia in bella vista in una scena chiave), ma appare come un assoluto modello strutturale e concettuale per il film. Mahito infatti viaggia attraverso torri, portali, strade, cunicoli, sentieri, cieli, mari, persino paradisi terrestri, incontrando guide, guardiani e figure semi-divine. Ma se Dante al termine del Paradiso vede il suo desiderio di conoscenza appagato dalla contemplazione ultraterrena del fulgore divino, “l’amor che move il sole e l’altre stelle”, Mahito fa proprio un percorso differente, rifiutando di rifugiarsi in un mondo sovrumano controllabile ed equilibrabile dall’alto. Mahito, in una realizzazione di sé che pare una seconda nascita, sceglie di affrontare la vita dal basso, nella sua tumultuosa ingovernabilità. “Il faut tenter de vivre”, come si diceva. È allora che si pone, per lui e per noi, la necessità della fatidica domanda: “E voi come vivrete?”. È sorprendente come Il ragazzo e l’airone, forse l’opera apparentemente meno coesa di Miyazaki, sappia approdare, in un finale straordinariamente emozionante, a una domanda così limpidamente provocatoria, che riempie di senso l’intera esperienza di visione.

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    Jacopo Barbero,
    Direttore editoriale.
  • Ombre da Oriente – Il castello nel cielo di Hayao Miyazaki

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    Replicando una meritoria iniziativa già sperimentata nel 2022, Lucky Red anche quest’anno riporta al cinema durante la stagione estiva alcuni classici del maestro dell’animazione nipponica Hayao Miyazaki, forse anche per preparare il terreno per la (auspicata) prossima uscita italiana del suo nuovo film The Boy and the Heron (anche conosciuto come How Do You Live?), che ha fatto il suo esordio sugli schermi giapponesi il 14 luglio, tra l’acclamazione della critica. Dal 27 luglio al 2 agosto 2023, in particolare, torna al cinema Il castello nel cielo (天空の城ラピュタ, Tenkū no shiro Rapyuta). Risalente al 1986, ma distribuito in Italia in home video solo nel 2004 e in sala nel 2012, è il terzo lungometraggio diretto da Miyazaki, dopo Lupin III – Il castello di Cagliostro (1979) e Nausicaä della Valle del vento (1984), ma il primo prodotto dal neonato Studio Ghibli, fondato nel 1985 dal regista stesso insieme a Isao Takahata e ai produttori Toshio Suzuki e Yasuyoshi Tokuma.

    Il castello nel cielo è ispirato, almeno nell’ambientazione, a un episodio de I viaggi di Gulliver di Jonathan Swift, in cui il protagonista Gulliver, dopo aver incontrato i lillipuziani e i giganti, giunge nella misteriosa Laputa, un’isola volante popolata da scienziati pazzi, nelle intenzioni dell’autore una pungente parodia letteraria della Royal Society britannica. Miyazaki recupera l’isola immaginaria e ne fa il cuore di una storia universale di amicizia e coraggio, che pone al centro molti dei topos a lui cari. Il film, ambientato in un universo fantascientifico, inizia su una nave militare volante, su cui l’esercito e misteriosi uomini dagli occhiali scuri tengono prigioniera la giovane Sheeta, detentrice della gravipietra, un gioiello dai grandi poteri. Quando un gruppo di pirati dell’aria vanno all’arrembaggio della nave per impadronirsi proprio della misteriosa pietra, Sheeta riesce a fuggire ed è salvata dal minatore orfano Pazu, ossessionato dal volo e dal mito dell’isola fluttuante di Laputa. Quando l’esercito e i pirati si rimettono sulle tracce della giovane, Pazu e Sheeta scappano insieme e si imbarcano in un’avventura che li condurrà a scoprire la misteriosa isola da cui proviene la gravipietra e di cui la ragazza è la regina predestinata. 

    Laputa: un paradiso perduto

    Tra i topos fondamentali dell’opera di Miyazaki – già centrale nel precedente Nausicaä della Valle del vento – vi è il complesso rapporto tra l’uomo e la natura. Ecologista convinto, Miyazaki ha sempre posto al centro la fragilità della natura e la necessità della sua preservazione. Ne Il castello del cielo tutto ciò si sostanzia nel confronto tra il mondo degli uomini e l’isola fluttuante di Laputa. Nelle sequenze iniziali, Miyazaki mette in scena un mondo umano grigio e industrializzato, dove le sagome delle ciminiere si stagliano cupe verso il cielo (Figura 1). 

    Figura 1

    Al contrario, Laputa è una sorta di paradiso terrestre verdeggiante, popolato solamente da un robot giardiniere, testimonianza di una civiltà passata distrutta dalle proprie ambizioni militariste, chiaramente dimostrate dalla sequenza in cui Muska, tra gli antagonisti più monotonamente negativi della filmografia di Miyazaki, sfrutta i poteri dell’isola per generare una sorta di esplosione atomica sulla terra. Laputa è un’isola in cui la natura ha riconquistato il proprio spazio, ma in cui ha ancora sede una forza violenta e devastatrice. L’eroismo di Sheeta e Pazu sta proprio nel modo in cui essi riescono a liberare l’isola distruggendo il suo sistema di armamenti e rendendola un luogo di puro splendore naturale, che si leva sempre più in alto verso il cielo, abbandonando il nostro mondo e allontanandosi da quegli uomini che vorrebbero possederla. L’iconografia di Laputa è tra i più alti esiti dell’opera di Miyazaki e ha influenzato fortemente pellicole come Atlantis – L’impero perduto (2001) e persino Avatar (2009; si pensi all’albero casa dei Na’vi e alle sue colossali radici, che ricordano da vicino l’albero che cresce alla sommità di Laputa). 

    Il “cinema del lavoro” di Miyazaki

    Un altro aspetto centrale de Il castello nel cielo e dell’intera opera di Miyazaki è l’ossessione per il lavoro. I personaggi dell’animatore giapponese sono spesso lavoratori o, in ogni caso, persone estremamente devote al proprio dovere professionale: limitandosi solamente ad alcuni protagonisti, si pensi alla serietà con cui Kiki affronta il suo incarico di strega-corriera in Kiki – Consegne a domicilio (1989), all’impegno di Chihiro per il buon funzionamento del centro termale ne La città incantata (2001), alla passione fremente per il proprio mestiere dell’aviatore Jirō Horikoshi in Si alza il vento (2013). Anche ne Il castello del cielo il lavoro è la pratica che regola molte relazioni tra i personaggi. Nonostante la sua passione sia il volo, all’inizio del film vediamo Pazu lavorare di buona lena in miniera, svolgendo i propri incarichi con precisione e passione. In seguito, nella sequenza della fuga in treno di Sheeta e Pazu, il macchinista accetta di aiutare i due giovani a scappare dai pirati chiedendo in cambio al giovane di lavorare come fuochista. Pazu, a quel punto, accetta entusiasticamente (Figura 2) e si dimostra un aiutante abile e zelante. Ancora, quando Sheeta e Pazu vengono ingaggiati nella ciurma della piratessa dal cuore d’oro Dola, Miyazaki rappresenta l’aeronave pirata essenzialmente come un luogo di lavoro, in cui ognuno ha il suo ruolo: Sheeta è incaricata della gestione della cucina, a Pazu è assegnata la supervisione dei motori, e così via. Ciò che colpisce è come Miyazaki riesca sempre a rappresentare nel suo cinema la gioia del lavoro, qualunque esso sia: i personaggi dei suoi film sentono il proprio lavoro e le varie attività in cui si impegnano. Lavorare bene, con dedizione ed etica, è gioia di vita. Questo è una tra i più significativi aspetti dell’esaltazione epica dell’ordinario che è al centro dell’opera di Miyazaki. Lavorare – come mangiare, ridere, innamorarsi… – è parte del complesso miracolo della vita quotidiana, di fronte al quale il maestro giapponese pare sorprendersi a ogni film. 

    Figura 2: Pazu lavora di buona lena come fuochista per garantire la fuga a Sheeta e a se stesso.

    Un mondo in volo

    Il volo è un altro topos ricorrente nell’opera di Miyazaki. Figlio di un ingegnere aeronautico, il regista ha sempre dichiarato di essere entrato in contatto con le “macchine volanti” fin dalla propria infanzia e che la sua concezione del volo sia legata a un senso di libertà e alla dimensione del sogno: si pensi a Si alza il vento, pellicola che riflette esplicitamente sul miracolo del volo e sulla corruzione dell’utopia di un mondo aereo di pace. Ne Il castello nel cielo il volo è il sistema di movimento prediletto da tutti i personaggi e appare come la loro ideale condizione esistenziale. Quello del film è un mondo in volo: pirati su aeronavi, dirigibili militari, navicelle che paiono coleotteri, personaggi che fluttuano, battaglie aeree… Il design dei mezzi volanti è impressionante per dettaglio e fantasia e il personaggio di Pazu, con la sua fascinazione per il volo, non può non apparire come un alter ego di Miyazaki stesso e dei suoi sogni. Il volo, ne Il castello del cielo, appare come la metafora di un desiderio, che accomuna i protagonisti, di levarsi dalla gravità terrestre, lasciandosi alle spalle le proprie vite precedenti, per accedere a una dimensione avventurosa e di elevazione spirituale, che possa donare un nuovo, fluttuante equilibrio al mondo e alle loro vite

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    Jacopo Barbero,
    Direttore editoriale.
  • Ombre da Oriente – Empresses in the Palace

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    L’harem drama par excellence 

    Nella produzione televisiva cinese un ruolo di particolare rilievo è occupato dai cosiddetti harem drama, popolari racconti a metà tra Storia e finzione che drammatizzano la vita di corte della Cina imperiale, dedicando particolare attenzione al racconto di intrighi e amori tra le mura della Città Proibita di Pechino. Non fa eccezione Empresses in the Palace (in originale: Zhen Huan Zhuan, La Leggenda di Zhen Huan), che di questo sottogenere rappresenta probabilmente il culmine. Sontuosa produzione del 2011 realizzata da Beijing TV Art Center e inizialmente mandata in onda sul canale regionale Shaoxing News, per poi essere riproposta a livello nazionale, Empresses in the Palace rappresenta un’autentica serie di culto in Cina, dove è tra i prodotti di massa più popolari, anche su piattaforme social come Weibo e Xiaohongshu, dove meme e gif ispirate dalla serie abbondano e rappresentano un terreno culturale comune per milioni di cinesi. La serie, che consta di settantasei episodi da quarantacinque minuti, ha avuto un tale successo che Netflix ne ha acquistato i diritti e l’ha distribuita su scala planetaria in una versione rimontata e ridotta (sei episodi da un’ora e mezza l’uno). Ora, tuttavia, la versione integrale originale è disponibile legalmente su YouTube con una pregevole sottotitolazione poetica in inglese a cura del gruppo di traduttori The Magpie Bridge Brigade.

    Intrighi, potere e amori nella Città Proibita

    Cina, 1722. Il Principe Yinzhen della dinastia Qing ascende al trono imperiale con il nome di Yongzheng, grazie all’appoggio politico di numerosi dignitari e autorità militari. Di lì a pochi mesi, l’Imperatrice Madre organizza una nuova selezione di concubine per rimpinguare l’harem della Città Proibita: all’importante evento partecipano decine di figlie di prestigiose famiglie della nobiltà cinese. Nonostante segretamente speri di non essere selezionata e di poter vivere una vita pacifica al di fuori della corte imperiale, la giovane Zhen Huan è scelta dall’Imperatore in persona per via della sua somiglianza con la defunta Imperatrice Chunyuan, grande amore del sovrano e sorella dell’attuale Imperatrice Yixiu. Insieme a Zhen Huan, vengono selezionate numerose altre giovani, tra cui Shen Meizhuang, amica d’infanzia della protagonista, e An Lingrong, figlia di un dignitario minore. A poco a poco, Zhen Huan comprende come l’harem non sia solamente un’istituzione votata a soddisfare l’imperatore e a provvedere eredi al trono, bensì un’autentica arena di lotta politica e di potere, nonché terreno di violente gelosie per accaparrarsi il favore del sovrano. Nel corso della serie, Zhen Huan dovrà confrontarsi con infinite difficoltà per abbattere le sue rivali e accrescere la propria sfera d’influenza nella corte imperiale. 

    La sfarzosa ricostruzione di un microcosmo femminile

    Interamente diretta da Zheng Xiaolong, regista televisivo di chiara fama in Cina, Empresses in the Palace fa dello sfarzo un proprio tratto distintivo. Ogni fotogramma della serie, che si ispira non poco alla magnificenza visiva di capolavori cinematografici della Quinta Generazione quali Lanterne rosse (Zhang Yimou, 1991) e Addio mia concubina (Chen Kaige, 1993), è un tripudio di colori abbacinanti. I ricchi costumi sono tra i più belli mai prodotti per la televisione, con alcuni pezzi considerati di assoluto valore anche al di fuori dello schermo, come la tiara a forma di fenice indossata più volte da Consorte Hua, grande rivale di Zhen Huan: un autentico capolavoro di artigianato televisivo. Anche il lavoro scenografico impressiona, sfruttando al meglio i giardini di alcune residenze storiche cinesi e ricostruendo in studio con grande perizia numerosi ambienti della Città Proibita. 

     Consorte Hua (la prima a destra) con indosso la preziosa tiara a forma di fenice

    Ma lo splendore formale (a cui bisogna perdonare appena un paio di sequenze con una CGI invasiva e di basso livello) non è che il contorno per la vicenda principale, ossia il fiammeggiante racconto di un universo di donne che inevitabilmente ruota attorno al potere di un sovrano maschio. Colpisce, nella narrazione, come le concubine, le consorti e l’Imperatrice appaiano amministrare un immenso potere, ma come esso debba sempre essere ricondotto a un’unica, millenaria e insopprimibile autorità fallocratica: persino i pochi uomini che popolano la Città Proibita sono prevalentemente eunuchi, così da non competere con l’assoluta potestà del re. Intrighi, omicidi, aborti indotti, finte gravidanze… le donne di corte sono pronte a ogni azione pur di ottenere promozioni (la serie, in questo senso, tratteggia con un certo dettaglio la rigida gerarchia della corte imperiale, fatta di attendenti, dame, nobili signore, concubine e consorti), sgominare le proprie rivali e, in ultimo, trascorrere una notte con il sovrano. Il terreno principale di sfida è proprio quello degli eredi: la gravidanza è nell’harem al tempo stesso la massima aspirazione e il momento di massimo terrore, tanta è la violenza con cui le concubine sono pronte ad abbattere la prole altrui per mantenere il proprio status.

    Tutto questo e molto altro è narrato, come spesso accade nelle produzioni cinesi, con una grande ricchezza di dialoghi, da ascoltare rigorosamente in lingua originale, anche per l’abbondanza di citazioni poetiche e per l’eleganza dell’espressione verbale e dei rituali di corte che la serie rimette in scena con grande cura, esaltandone ripetitività e rigidità. Ciò dà vita a una narrazione fortemente basata sulla scrittura dei personaggi, assai sfaccettata, benché i dialoghi non siano sempre all’altezza: tutte le figure principali nella serie hanno archi narrativi complessi, che ne fanno emergere dimensione pubblica e privata – è su questo contrasto, infatti, che si impernia buona parte della vicenda. Anche il cast è di alto livello. Sun Li – ottima attrice di televisione e cinema, vista anche nel bel Shadow (2018) di Zhang Yimou – è straordinaria nell’infondere al personaggio di Zhen Huan una dolcezza che, a poco a poco, si irrigidisce e si trasforma in una tragica maschera del potere. Chen Jianbin dona all’Imperatore Yongzheng il proprio sorriso sornione, che volge a poco a poco nel feroce ghigno di un sovrano spietato, in preda a deliri di onnipotenza. Memorabili sono poi Ada Choi e Jiang Xin nei panni, rispettivamente, dell’Imperatrice Yixiu e della Consorte Hua – due incarnazioni eccessive e debordanti, ma anche profondamente melanconiche, di un potere giunto al tramonto e di un folle sentimento di amore, raramente ricambiato, per l’Imperatore. Ma sarebbero molte le figure di contorno da ricordare, dal fedele eunuco imperiale Su Peisheng alla dolce dama di compagnia Jinxi, dal passionale Principe Guo all’autorevole Imperatrice Madre.

    Nel complesso, vedere Empresses in the Palace nella sua versione integrale è un’occasione per immergersi in un tipo di narrazione televisiva molto lontana dai canoni occidentali a cui siamo abituati e per scoprire un’appassionante soap opera in salsa storica, in cui le dinamiche culturali del contesto cinese emergono con forza – dalle rivalità tra gruppi etnici alla centralità del cibo, dall’esaltazione della figura materna all’importanza della ritualità e delle gerarchie. Ma è anche e soprattutto un’occasione per godere di un dramma a tinte forti, in cui i contrasti e le feroci faide di potere – la serie, in questo senso, non si ferma di fronte ad alcuna efferatezza – permettono di immergersi in un’affascinante e fantasiosa ricostruzione della Cina imperiale.

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    Jacopo Barbero,
    Direttore editoriale
  • Ombre da Oriente – The Housemaid di Kim Ki-young (1960)

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    The Housemaid e il misterioso cinema della Corea del Sud

    La storia della settima arte in Corea del Sud, ora patria di una delle più vivaci cinematografie del mondo, è assai più misteriosa di quelle del Giappone o della Cina, conosciute e amate dai cinefili anche in Occidente. Il cinema coreano nasce tardi (si ritiene che la prima pellicola sia stata Fight for Justice di Kim To-san, realizzata solo nel 1919) e per decenni, complici vicissitudini storiche quali l’occupazione giapponese e la Guerra di Corea, i film erano principalmente strumenti di lotta politica contro gli invasori. Buona parte di queste pellicole è oggi perduta – incluso il leggendario film Arirang di Na Un-gyu. Nel 1960, però, a seguito della rivoluzione popolare di aprile, vi fu per alcuni mesi un significativo allentamento dell’allora rigido regime di censura, che diede il via a una tanto breve quanto florida stagione del cinema sudcoreano. Tra i prodotti di questa fioritura artistica il più significativo è probabilmente The Housemaid (Hanyeo, 1960) di Kim Ki-young, annoverato tra i massimi capolavori del cinema dell’estremo oriente e prima pellicola di una trilogia proseguita dallo stesso Kim con Woman of Fire (1971) e Woman of Fire ‘82 (1982).

    Una sconcertante parabola di classe

    The Housemaid è un’opera di libertà artistica sconcertante, in cui sensualità, inquietudine e violenza sono poste al servizio di un feroce ritratto della società coreana. La vicenda ruota attorno a una famiglia borghese che assume una giovane governante che, a poco a poco, comincia a comportarsi in modo sempre più bizzarro e seducente nei confronti del padrone di casa, per poi precipitare in una follia violenta e vendicativa. 

    La pellicola lascia a bocca aperta per una messinscena di straordinaria audacia stilistica, fatta di rotture della quarta parete, sapiente uso della profondità di campo, luci espressionistiche e grande eleganza compositiva: tutti sintomi di una rara libertà creativa. La scrittura, inoltre, è di grande maturità: non vengono mai fornite risposte facili riguardo alle motivazioni dei personaggi, laddove Kim propende sempre per l’ambiguità, che è l’affascinante cifra stilistica del film. Il ritratto della società coreana che tratteggia il regista-sceneggiatore, che si ispirò a un reale fatto di cronaca, è impietoso, fatto di alienazione e sopraffazione in ogni ambito della vita. 

    The Housemaid è soprattutto un film che mette in scena i rapporti di genere in una società strutturalmente patriarcale, in cui le donne sono formalmente sottomesse, ma in realtà pienamente padrone della situazione, dal momento che gli uomini – come spesso accade nel cinema sudcoreano: si pensi alle pellicole di autori contemporanei come Park Chan-wook e Bong Joon-ho – appaiono come deboli, fiacchi, probabilmente impotenti. Non a caso il protagonista maschile della pellicola è in realtà figura di contorno, un fantoccio che assiste quasi da spettatore allo scontro tra la sua avida moglie e la governante. È un uomo che detiene tutto il potere sociale, ma non appare in grado di esercitarlo. La moglie lo comanda; la domestica quasi lo violenta, possedendolo sessualmente e impadronendosi a poco a poco dell’abitazione borghese, in un aberrante tentativo di riscatto di classe: è impossibile, in questo senso, non pensare alle somiglianze con il conturbante Il servo (1963) di Joseph Losey, più ancora che con Parasite (2019) del già citato Bong.

    Il personaggio della governante, interpretato dalla straordinaria Lee Eun-shim, è un concentrato di inquietudine, sensualità e violenza esplicite ma anche dolcezza e candore giovanile: una delle femme fatale più terribili e spietate che si siano mai viste sul grande schermo (indimenticabile il suo mostruoso sguardo dietro i vetri della finestra), vittima e carnefice di un conflitto di classe portato alle massime conseguenze, anche nei simbolismi: non a caso buona parte del film si svolge su una scala, in una sorta di enfasi architettonica della parabola di classe al centro del racconto. Kim fonde sapientemente molti generi (dramma famigliare, orrore, persino commedia) e il risultato è una pietra miliare del cinema sudcoreano, già ricchissima di stilemi che ancora oggi fanno grande quella cinematografia, nonché una pellicola che, a oltre sessant’anni anni di distanza, non ha perso nulla della propria forza stilistica.

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    Jacopo Barbero,
    Direttore editoriale.
  • OMBRE DA ORIENTE – RECENSIONE DECISION TO LEAVE

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    A me piace il mare”, afferma in cinese la bella Seo-rae all’inizio di Decision to Leave (Heeojil gyeolsim, 헤어질 결심). Come già accaduto nei finali di Thirst (2009) e Mademoiselle (2016), sarà proprio il mare a essere protagonista nel culmine emozionale del film, l’undicesimo del veterano Park Chan-wook, tra i più tragici e disperati della sua carriera, nonostante sia senz’altro il più sommesso nella messa in scena tra quelli da lui girati. Premiato con il riconoscimento alla regia al settantacinquesimo Festival di Cannes, Decision to Leave è l’opera di un autore pienamente maturo, che sfida il proprio pubblico affezionato con un melodramma raffreddato apparentemente lontanissimo, almeno nei toni, dalle sue focose opere precedenti. Ma partiamo dalla trama, di cui ci limitiamo a rivelare l’incipit.

    Il detective Hae-jun (Park Hae-il) lavora nel distretto di polizia di Busan, soffre di insonnia e vede la propria moglie solo nel fine settimana, dal momento che ella risiede per lavoro nella cittadina di Ipo. Un giorno il poliziotto viene incaricato delle indagini sulla misteriosa morte del signor Ki, impiegato in pensione dell’ufficio immigrazione, il cui corpo sfracellato viene ritrovato ai piedi di una montagna che era solito scalare di tanto in tanto. Hae-jun si ritrova ben presto a interrogare Seo-rae (Tang Wei), la giovane moglie del defunto. Cinese immigrata in Corea, dove lavora come badante per anziani, la donna non appare affatto scossa rispetto al destino funesto del consorte e, visti anche i numerosi lividi e ferite che ricoprono il suo corpo, finisce immediatamente per essere sospettata di omicidio dal detective. Hae-jun, tuttavia, rimane presto affascinato dalla bella giovane e, a poco a poco, tra un appostamento e l’altro sotto casa di lei, tra i due si sviluppa un rapporto tenero e ambiguo, che cela sentimenti profondi… 

    Park, anche sceneggiatore con la fida Jeong Seo-kyeong, realizza una pellicola di straordinaria complessità narrativa che, oltre a intrecciare una moltitudine di trame e sottotrame, rivela il proprio senso soprattutto attraverso i piccoli dettagli. Il rapporto tra Hae-jun e Seo-rae, infatti, rivela la propria natura attraverso un linguaggio tutto implicito, costituito da non detti, incomprensioni e sfumature linguistiche (inevitabilmente appiattite nella versione doppiata), rime e sottili richiami tra i dialoghi… È un film inevitabilmente da leggersi tra le righe, così come lo è la comunicazione tra i due protagonisti, incapaci di capirsi e confessarsi esplicitamente i propri sentimenti perché ingabbiati in un gioco comunicativo a somma zero. 

    Hae-jun, interpretato da un Park Hae-il inebetito al punto giusto, si lascia sedurre da Seo-rae e dai dettagli che nel suo aspetto e comportamento sottendono una sensibilità che la sua apparenza fredda vorrebbe nascondere. Dal canto suo, Hae-jun la seduce con il cibo, con lo studio notturno della lingua cinese, con le confidenze sul proprio mestiere, con registrazioni audio che suggeriscono la sua ossessione per lei… La sua passione per Seo-rae è un coito costantemente interrotto, in cui l’esito è sempre inferiore alla somma delle parti.

    Come in numerose altre pellicole di Park, tuttavia, nulla è veramente come sembra e a metà film una svolta narrativa fondamentale rimescola le carte del racconto, ribalta i destini dei due protagonisti e il rispettivo modo di amarsi e trasforma il personaggio di Tang Wei, attrice straordinaria per le sfumature che riesce a infondere in ogni inquadratura, in una femme fatale così fatale da decretare per se stessa un destino tragico.

    Se infatti fino a quel momento la comunicazione tra Hae-jun e Seo-rae avveniva a un livello implicito, nella seconda parte del film cominciano a venire a galla le infinite incomprensioni, i significati sottesi, l’inespresso comunicativo. E Decision to Leave si trasforma nella tragedia di due personaggi che paiono costantemente intenti a cercare di dirsi qualcosa, ma non riescono mai a dirsi tutto, a essere pienamente trasparenti, a non essere mediati (da tecnologie, imbarazzi, secondi fini, intenti manipolatori…) e, in definitiva, a capirsi. Vivono in un costante ritardo comunicativo.

    In tal senso, il film di Park diviene anche una riflessione sul rapporto tra tecnologia e i sentimenti: le difficoltà a comprendersi nel presente e le pratiche comunicative stesse e ciò che esse (non) esprimono, infatti, si sedimentano nel tempo grazie ai device. Decision to Leave mette in scena non solo la difficoltà di comunicare il sentimento e la complessità di prendere reale coscienza di ciò che si prova (quando comprendiamo di essere innamorati?), ma anche la persecuzione della tecnologia che, impietosa, registra ogni atto o parola con spaventosa oggettività, ricorda ai protagonisti i propri errori e li sottopone a un costante ritorno al passato, a ciò che (non) hanno fatto e detto, risvegliando così sentimenti inappagati e dolori insanabili

    Park mette in scena questa tragedia altamente contemporanea con una regia di impareggiabile precisione e lucidità: ogni inquadratura pare in costante dialogo con la precedente e la successiva, per composizione, tecnica di montaggio e movimenti di macchina. Pare in questo senso un film pensato integralmente fino nei minimi dettagli e poi messo in scena concretamente con straordinaria dedizione. Si pensi solo alla sequenza del primo appostamento di Hae-jun fuori dalla casa di un’anziana accudita da Seo-rae: un piccolo capolavoro di montaggio dell’ossessione

    Decision to Leave è una pellicola che ripone straordinaria fiducia nei propri spettatori. È infatti un film a cui non è possibile accostarsi con superficialità o approssimazione: è un’opera da dissezionare, la cui grandezza risiede nei mille dettagli e finezze che colmano ogni inquadratura. Non è un film-colpo-di-fulmine: è una pellicola da frequentare a lungo, da vedere e rivedere, che cattura col passare del tempo. Se si ha la pazienza di affrontare questo percorso di “seduzione filmica”, tuttavia, Decision to Leave può diventare uno dei massimi piaceri cinematografici di questo 2023.

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  • OMBRE DA ORIENTE – MILLENNIUM MAMBO (2001) DI HOU HSIAO-HSIEN

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    Il cinema di Hou Hsiao-hsien

    Presentato in concorso al Festival di Cannes 2001, Millennium Mambo (Qianxi Manbo) è probabilmente il film più celebre di Hou Hsiao-hsien (1947-), protagonista indiscusso della Nouvelle Vague taiwanese insieme al compianto Edward Yang. Nel corso della sua lunga carriera, Hou è stato tra i più lucidi cantori della storia di Taiwan, che ha spesso posto sullo sfondo di racconti dal tono autobiografico (A Time to Live, A Time to Die, 1985) e grandi saghe famigliari (Città dolente, 1989, Leone d’Oro a Venezia). Millennium Mambo, differentemente da molti film precedenti di Hou, si ambienta nel presente, ma non rinuncia a riflettere sulle condizioni di Taiwan e dell’intera Asia orientale all’alba del nuovo millennio, pur facendolo in maniera completamente implicita: se in passato i riferimenti alla storia nei film di Hou erano espliciti, qui sono piuttosto le emozioni e i sentimenti a evocare paralleli storici. I personaggi e le loro relazioni paiono divenire correlativi oggettivi dello spirito del tempo e di ciò che esso porta con sé.

    Un mambo di inizio millennio

    Millennium Mambo narra la vicenda di Vicky (interpretata da Shu Qi, alla sua prima collaborazione con il regista: avrebbero poi lavorato insieme anche in Three Times, 2005, e The Assassin, 2015), la cui voce narrante ci racconta dal 2011 della sua giovinezza burrascosa a Taiwan nel 2001. Tra serate in discoteca, alcol, droghe e sigarette, la ragazza conosce Hao-Hao, un ragazzo con ben poca voglia di lavorare, con cui intraprende una relazione passionale, che sfocia spesso in gelosie, scontri e litigi. Vicky inizia poi a lavorare come accompagnatrice in un locale notturno e lì conosce Jack, un uomo maturo proprietario di un café, da cui finisce per rifugiarsi dopo le crisi con Hao-Hao. In definitiva però nessuno dei due uomini riuscirà a riempire di vita le giornate di Vicky, afflitte dal tedio e dall’incertezza circa il proprio destino

    Hou si affida per la sceneggiatura alla fida Chu Tien-wen, tra le maggiori scrittrici taiwanesi, e realizza un film rarefatto, in cui il dialogo è quasi assente e ci si muove di scena in scena cullati dalle luci al neon (splendida la fotografia di Mark Lee Ping-bing) e dalle musiche techno pressoché incessanti: Millennium Mambo è un film-flusso-di-coscienza che ha il ritmo di una danza moderna, a cui la giovane protagonista pare abbandonarsi, lasciandosi trasportare dal proprio spleen in un momento di forte incertezza per il proprio destino e per la direzione da intraprendere nella propria vita. Quello di Vicky è un corpo mosso dalle onde del tempo e dagli stimoli del sentimento, che pare aver definitivamente abbandonato qualsiasi appiglio con la razionalità. Hou coglie così “il disorientamento e la paradossale bellezza del presente” (P. Mereghetti), in cui la sinuosità e avvenenza dei giovani corpi – esaltate dai fluidi piani sequenza realizzati dal regista, quasi alienanti per imprevedibilità e lentezza – si scontrano con il senso di smarrimento che pare incombere su ogni personaggio.

    Ansie e malinconia di fine millennio

    L’incertezza e il disorientamento di Vicky non possono che riflettere il senso di angoscia che regnava nel mondo e in Asia orientale in particolare alla fine del millennio. I film che riflettono sull’angoscia di fine millennio sono tanti (si pensi a Strange Days di Kathryn Bigelow, 1995), come se la profezia medievale “mille e non più mille” avesse trovato una concretizzazione cinematografica, ma in Oriente le angosce di fine Novecento erano più politiche che apocalittiche e finirono per trovare rappresentazione in molti dei migliori film asiatici dell’epoca, in particolare a Hong Kong, nazione dalla lunga tradizione cinematografica, che nel 1997 venne ceduta dal Regno Unito, di cui era stata una colonia per lungo tempo, alla Repubblica Popolare Cinese (lo stesso destino toccò, nel 1999, alla colonia portoghese Macao). Negli studi sulla storia di Hong Kong si parla esplicitamente di handover anxiety, l’ansia per l’imminente riconsegna alla Cina (e per le conseguenze che, si temeva, ne sarebbero seguite, in termini di libertà e qualità della vita) che si diffuse nel paese fin dagli anni Ottanta. L’handover anxiety è rappresentata alla perfezione in numerosi film di grandi registi di Hong Kong, come Wong Kar-wai e John Woo. Hou Hsiao-hsien, dalla prospettiva taiwanese, pare riflettere nel personaggio di Vicky l’ansia di un tempo in cui, probabilmente, si temeva che anche Taiwan (stato indipendente de facto, ma sostanzialmente non riconosciuto nel mondo e da sempre reclamato dalle autorità di Pechino come una propria provincia) avrebbe potuto seguire un destino simile, proprio in anni in cui invece nel paese si stava consolidando una tradizione democratica. Dopo affreschi storici e film espressamente politici, Hou adotta dunque un taglio completamente intimista, ma non rinuncia a caricare il proprio giovane personaggio principale del peso del suo tempo. Eppure la voce narrante al passato della protagonista, pur con tono distaccato, rivela una forte malinconia per quel 2001 di mestizia e smarrimento, in cui però la giovinezza apriva alla speranza, al desiderio e al piacere. Del 2011 da cui Vicky racconta, in terza persona, la storia sua, di Hao-Hao e di Jack lo spettatore non vede nulla. Forse solo la prima splendida e misteriosa sequenza del film, in cui Vicky, fuori dal tempo e dallo spazio, attraversa un ponte pervaso da luci al neon e ci rivela, chissà, di trovarsi in un luogo di passaggio e di stare ancora camminando, in cerca della propria via per il futuro.

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  • RECENSIONE MEMORIA – L’ODISSEA SONORA DI APICHATPONG WEERASETHAKUL

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    Il cinema di Apichatpong Weerasethakul richiede l’accettazione del mistero, ossia l’accettazione della certezza che nella realtà ci sia un sottofondo spirituale al quale dobbiamo fare appello se vogliamo vivere profondamente, concretamente e in maniera identitaria – cioè appartenendo profondamente a noi stessi – questa stessa realtà.

    Massimo Causo

    Apichatpong Weerasethakul, regista thailandese classe 1970, è uno tra i più bizzarri e personali cineasti contemporanei. Salito alla ribalta internazionale nel 2010, grazie alla Palma d’Oro vinta per Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti, ha sviluppato uno stile complesso e unico nel suo genere, che gli ha fatto meritare la nomea di Autore. I suoi film – tra i più belli vale la pena ricordare almeno Tropical Malady (2004) e Cemetery of Splendour (2015), oltre al già citato Zio Boonmee – sono spesso poco parlati, rarefatti nelle atmosfere, animati da una dimensione spirituale potentissima, che sovente si esplicita nell’incontro con misteriose presenze fantasmatiche che dimorano nella giungla thailandese. Con Memoria, tuttavia, Weerasethakul ha abbandonato il proprio paese natio per realizzare una coproduzione internazionale girata in Colombia, con la presenza nel cast di una grande star come Tilda Swinton. Quella dell’Autore che abbandona il proprio paese per realizzare un ambizioso progetto all’estero è ormai una pratica diffusa tra i grandi registi del nostro tempo: si pensi, per fare solo qualche nome, a Paolo Sorrentino con This Must Be The Place, Bong Joon-ho con Snowpiercer, Park Chan-wook con Stoker, Asghar Farhadi con Tutti lo sanno e Kore-eda Hirokazu con Le verità. Cambiano gli addendi, ma lo schema resta simile. Nel caso di Memoria, poi, i paesi coinvolti sono ben undici – Colombia, Thailandia, Regno Unito, Francia, Germania, Messico, Cina, Taiwan, Stati Uniti, Qatar e Svizzera – e tra le decine di coproduttori e produttori associati che si possono leggere nei titoli di coda figurano grandi nomi dell’establishment cinematografico internazionale: il cinese Jia Zhangke, la colombiana Cristina Gallego, persino Danny Glover (!). Tutto questo permette di avere un’idea su come avvenga la produzione e il finanziamento di pellicole di questo tipo: attraverso un’autentica “chiamata alle armi” degli ammiratori di Weerasethakul, che sfruttano la propria influenza per raccogliere i finanziamenti necessari e sostengono il film nella sua circolazione globale.

    Memoria, vincitore del Premio della Giuria al Festival di Cannes 2021, inizia a Bogotà, dove la scozzese Jessica, donna d’affari in ambito floricolo, è svegliata una notte da un potente rumore sordo. Il giorno successivo, la donna si reca all’ospedale a fare visita alla sorella Karen e scopre che, nei pressi della struttura, stanno avendo luogo degli scavi archeologici che stanno portando alla luce diversi scheletri antichissimi. Faticando a dormire la notte e continuando periodicamente a udire il rumore, Jessica si rivolge a un giovane ingegnere del suono, Hernán, per provare a ricrearlo digitalmente. I due, a poco a poco, diventano amici, forse persino qualcosa di più, ma un giorno lui scompare nel nulla, come non fosse mai esistito. Jessica, allora, parte per un viaggio nella Colombia rurale, in cerca di risposte. Lì incontra un altro uomo di nome Hernán, ma notevolmente più in là con gli anni, con cui stabilisce una connessione particolare.

    Prendere o lasciare: Apichatpong Weerasethakul è un regista a cui bisogna affidarsi. Anche nei suoi film thailandesi è oggettivamente difficile (anche, ma non solo, per distanza culturale) comprendere appieno il complesso immaginario mistico-religioso-animalesco-mostruoso-fantasmatico che li anima. Eppure, se si è in grado di lasciarsi andare e di farsi coinvolgere dall’affascinante universo visivo e sonoro che il regista sa evocare, le sue pellicole, nella loro disarmante e sonnolenta lentezza, sanno coinvolgere ed è possibile scoprire in esse dimensioni emotive rare a viversi altrimenti. Se ci si accosta a esso con concentrazione e pazienza adeguate, il cinema di Weerasethakul lascia un senso di profonda spiritualità e permette di ripensare i concetti di vita, morte e relazione umana sotto una nuova luce. Bene: Memoria non sovverte queste premesse, ma per altri versi è assai diverso dal cinema precedente del regista. Il mondo in cui Weerasethakul immerge la protagonista Jessica, interpretata da una Tilda Swinton che sa trasmettere tutto il senso di spaesamento del personaggio, è un universo di assoluta normalità, in cui a poco a poco si manifestano elementi di discontinuità, quasi dei varchi su un’altra dimensione: il misterioso rumore; l’inspiegabile apparente evaporazione del personaggio del giovane Hernán (i suoi colleghi ingegneri, improvvisamente, sostengono di non averlo mai conosciuto); i bizzarri sogni della sorella di Jessica, che attribuisce la causa del proprio malessere e del proprio ricovero ospedaliero prima a un cane, poi agli incantesimi di una sorta di una tribù indigena che vive nella giungla; la progressiva riemersione, durante gli scavi archeologici, di resti umani risalenti a migliaia di anni prima, testimonianze di una dimensione ancestrale che pare travalicare i limiti temporali della realtà. 

    Jessica si aggira in questo mondo così normale ed eppure così legato all’oltre come in uno stato di trance (più o meno la condizione in cui Weerasethakul vorrebbe indurre gli spettatori), interrogandosi sulle origini di tutto ciò e imbattendosi, grazie alla sua professione, in un ipertecnologico armadio per la conservazione dei fiori in cui “il tempo si ferma”. Ecco, il mondo di Memoria pare essere un po’ come quell’armadio: è un luogo in cui alcuni elementi paiono vivere in una dimensione propria, separata rispetto al normale flusso del tempo e della realtà. E – come si scopre durante la lunga scena del colloquio con il secondo Hernán, quello più vecchio (sorge chiaramente il dubbio che si tratti di una versione invecchiata del giovane uomo scomparso) – l’elemento che pare più resistente al tempo in questa “dimensione altra” sono i ricordi, la memoria del titolo. Jessica e Hernán, infatti, discutono di diversi temi (sogni, memoria, reincarnazione, vite passate) e, a poco a poco, paiono sempre più legati dalla condivisione della predisposizione a captare i segni della dimensione dei ricordi, della collisione tra diverse temporalità. Tra questi due personaggi, che odono il misterioso rumore, nasce la comunicazione: i due riescono a sintonizzarsi (letteralmente!) su una comune frequenza e fondono le proprie esperienze passate, presenti e future, dando vita a un’intima dimensione di compartecipazione degli (infiniti?) tempi delle proprie (infinite?) vite. Jessica e Hernán riescono così a sentirsi, ad ascoltarsi, a capirsi, forse. Ed emerge un rapporto umano fecondo, come nessun altro lo era stato nel corso di un film in cui spesso i personaggi comunicano con dialoghi bizzarri, sterili, ai limiti del grottesco. Il più grande difetto e limite di Memoria, paradossalmente, è che Weerasethakul – differentemente da quanto fatto in altri suoi film misteriosissimi ma, proprio per questo, affascinanti – senta, nel finale, l’esigenza di rivelare la fonte del rumore, con una trovata fantascientifica che non appare molto coerente con il resto della narrazione.

    Il desiderio di spiegare, poi, va in controtendenza proprio rispetto alla natura dell’opera nel suo complesso. Enigmatico per natura, Memoria avrebbe beneficiato di una narrazione pienamente aperta, anche nei suoi esiti finali. A prescindere da ciò, comunque, l’ultimo film del regista thailandese non è certo per tutti: lo apprezzerà chi riuscirà, con pazienza, a farsi ipnotizzare dall’elaborata composizione delle inquadrature (Weerasethakul realizza molti piani sequenza a camera fissa) e dalla bellezza delle immagini (l’eccellente fotografia è del solito Sayombhu Mukdeeprom, divenuto frequente collaboratore anche di Luca Guadagnino), a farsi cullare dal raffinato tappeto sonoro e a farsi emozionare dal brivido della sintonizzazione di soggettività a opera di forze inspiegabili. L’autore di questa recensione, questa volta, ci è riuscito solo in parte. 

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  • RACCONTARE UN CAPOLAVORO: IL FIUME ROSSO (1948) DI HOWARD HAWKS

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    Our doggies have traveled all day.

    Our doggies keep straying away.

    Settle down, little doggies.

    This is home for tonight.

    Settle down, little doggies.

    We’ll be traveling soon as it’s light.

    Look away, little doggies.

    Look away to the town.

    Far away, little doggies.

    So tonight you’d better settle down.

    Testo della canzone Settle Down, composta da Dimitri Tiomkin per Il fiume rosso

    Nella sua lunga e prolifica carriera, Howard Hawks (1896-1977), tra i più eclettici e geniali autori dell’epoca d’oro di Hollywood, diresse cinque western. Se si esclude Il mio corpo ti scalderà (1941), per la cui regia è accreditato solamente il celebre Howard Hughes, le opere del maestro ascrivibili a questo genere sono, in ordine cronologico, Il fiume rosso (1948), Il grande cielo (1952), Un dollaro d’onore (1959), El Dorado (1966) e Rio Lobo (1970). Proprio al primo western di Hawks, il cui titolo originale è Red River, è dedicata questa analisi, che cercherà di portarne alla luce i principali filoni tematici, di sviscerarne i personaggi e le loro relazioni e infine di studiare nel dettaglio almeno una breve scena di questo capolavoro, per far emergere le caratteristiche fondamentali della messinscena del regista, tra le più alte testimonianze dello stile hollywoodiano dell’epoca.

    UN’EPOPEA DAGLI ECHI BIBLICI ED EDIPICI

    Tratto dal racconto Blazing Guns on the Chisholm Trail di Borden Chase, pubblicato sul «Saturday Evening Post» tra 1946 e 1947 e da lui stesso adattato insieme a Charles Schnee, il film ha per protagonista Tom Dunson (John Wayne) che, insieme all’amico Nadine Groot (Walter Brennan), abbandona una carovana diretta in California per stabilirsi nel Texas settentrionale e creare la propria mandria. Poco dopo, la carovana viene assaltata dagli indiani e i due raccolgono lungo il cammino il giovane orfano Matt Garth (Mickey Kuhn da ragazzo, Montgomery Clift da adulto), unico sopravvissuto all’attacco, in cui è invece morta la donna di cui Dunson è innamorato. A quel punto, Tom, Nadine e Matt si uniscono e portano avanti il progetto di dar vita a un proprio ranch. Quattordici anni dopo, Dunson possiede ormai diecimila capi di bestiame e Matt è diventato un abile pistolero. I due, insieme a Nadine e a vari dipendenti, partono alla volta del Missouri con la mandria, per vendere le bestie in quello stato e ottenere un buon profitto, ma durante il viaggio l’atteggiamento sempre più tirannico di Dunson lo porta a scontrarsi con Matt, che prende il controllo delle operazioni e decide di percorrere la Pista Chisholm fino ad Abilene, Kansas.

    Come ha scritto Manuel Billi su «Sentieri selvaggi», Il fiume rosso appartiene al filone “umanista” del western classico, in cui il conflitto tra individualità prevale sull’azione e sulla violenza. Hawks, in particolare, costruisce uno scontro edipico tra padre e figlio adottivo e lo incardina all’interno di una narrazione che recupera la suggestione biblica dell’Esodo, sdoppiando il personaggio di Mosè nei due protagonisti, Dunson e Matt, che finiscono per rappresentare le due anime del West. Dunson – un John Wayne straordinario, della cui intensità interpretativa si stupì anche John Ford – rappresenta il pioniere indomabile e testardo, indurito dai travagli della vita di frontiera e pieno di contraddizioni, come dimostra quando uccide a sangue freddo coloro che si oppongono a lui, per poi farli seppellire e leggere preghiere alle loro esequie: “Riempire un uomo di piombo, metterlo sottoterra e pregare… Perché, dopo aver ucciso un uomo, si prega il Signore come fosse il proprio complice?”, si chiede sbigottito uno dei mandriani alle dipendenze del tirannico cowboy. Dunson è il domatore della wilderness, la natura selvaggia, come dimostra la sequenza in cui i tre protagonisti, verso l’inizio del film, giungono per la prima volta nel luogo in cui daranno vita al proprio ranch e Hawks li inquadra prima dal basso (figura 1), come autentiche figure mitologiche, e poi di schiena a figura intera (figura 2), mostrando i loro corpi torreggianti rispetto alla prateria antistante. Un’altra sequenza interessante da questo punto di vista è quella in cui Laredo e Teeler, i due mandriani “disertori” che tentano di abbandonare la spedizione, vengono catturati e portati di fronte a Dunson, che – nel bel mezzo della natura, in mancanza di un giudice –  si autoproclama rappresentante della Legge e afferma di voler impiccare i due. È come se Dunson volesse apparire come un baluardo di civiltà in un luogo in cui la società e le sue norme ancora non sono giunte, ma la sua applicazione della legge è sommaria e bestiale, selvaggia come la natura che lo circonda. 

    Matt, a cui Montgomery Clift dona tutta la propria vulnerabilità giovanile, è un figlio ribelle, diviso tra l’affetto per il padre putativo e il riconoscimento della sua follia tirannica e delirio di onnipotenza. Dopo lo scontro con Dunson, che viene lasciato indietro e promette di vendicarsi, Matt e l’interpretazione di Clift si fanno più inquiete e malinconiche, come consapevoli che in definitiva figlio e padre dovranno tornare a incontrarsi, per un ultimo definitivo confronto. Sono splendide, in questo senso, le sequenze notturne in cui il giovane si aggira nei dintorni dell’accampamento dove ha conosciuto Tess Millay (Joanne Dru), la sua amata. Immerso in una fitta nebbia che può ricordare persino pellicole di ambientazione gotica, Matt si aggira irrequieto, impaziente e al tempo stesso timoroso di dover presto rincontrare Dunson e fare i conti con il suo desiderio di vendetta. È invece raggiunto dalla sua innamorata (figura 3), a cui racconta l’affetto e l’ammirazione che nutre per il genitore adottivo e per la sua capacità di dar vita al proprio sogno, tutto americano, di creare un ranch e poter un giorno mettere a frutto le fatiche di una vita. In questo senso, non sono assurde le teorie di chi ha visto nel rapporto tra Matt e Dunson una forma di amore omosessuale latente: entrambi i personaggi, in effetti, soffrono come innamorati proprio per il sentimento che li lega, che sarebbe riduttivo definire “amicizia virile”. Non è un caso che, nel finale, sia proprio Tess Millay a favorire (con toni quasi da commedia) la riconciliazione tra i due personaggi, ricordando loro espressamente che “chiunque con un po’ di sale in zucca capirebbe che voi vi amate” e che continuare la contesa sarebbe assurdo. Il film, interamente ambientato nella natura selvaggia, si chiude in effetti nella cittadina di Abilene, Kansas, dove Matt e i suoi sono accolti dall’arrivo del treno: è un luogo di civiltà e progresso (significativo è lo stupore del giovane quando entra nell’ufficio del signor Greenwood, il commerciante di bestiame a cui venderà la mandria, e si ritrova, dopo tre mesi, con un tetto sopra la testa), contrapposto alla wilderness, dove finalmente i conflitti possono essere risolti con maniera civile. E il fatto che il film si chiuda con Dunson che propone a Matt di aggiungere la sua iniziale nel logo del ranch è indicativo della più grande dichiarazione d’amore che ci si possa aspettare dal personaggio di John Wayne: è l’invito a condividere un sogno americano fatto di fatica, sacrifici e lavoro. Gli elementi che hanno costruito una nazione e la civiltà statunitense.

    LA PARTENZA PER IL MISSOURI: UNA SCENA CAPOLAVORO

    Il fiume rosso è una pellicola ricca di sequenze indimenticabili, incluse alcune tra le più belle scene di massa della storia del cinema: in questo caso, le masse non sono composte tanto da uomini, bensì da animali. La gigantesca mandria di Dunson, infatti, è pressoché onnipresente nel film e i bovini, tra cui ci sono i celebri Longhorn del Texas, riempiono i fotogrammi e danno vita a diverse scene davvero impressionanti. 

    Una delle vette della pellicola è senza dubbio la scena che mostra la partenza della mandria dal ranch alla volta del Missouri. Ambientata all’alba, è una sequenza silenziosa, dal ritmo quasi sospeso, che vibra di tensione per l’imminente partenza ed esplode in una festosa epicità quando finalmente Dunson dà il via ai mandriani e la massa di manzi comincia a muoversi. Dopo aver sinteticamente riassunto il contenuto della scena, la analizzeremo inquadratura per inquadratura, cercando di evidenziarne i più significativi aspetti stilistici

    La scena si compone di trentanove inquadrature. La prima è un campo medio che mostra dei manzi in primo piano e diversi cowboy sullo sfondo (figura 4), mentre la seconda mostra un uomo a cavallo che guarda l’immensa mandria (figura 5). La colonna sonora di Dimitri Tiomkin, solitamente epica e baldanzosa, è a mala pena udibile, un accompagnamento lieve, che suggerisce l’inquietudine del momento, la quiete prima della tempesta. A seguire, tre inquadrature (figure 6-8) mostrano alcuni cowboy in attesa, oltre a Nadine Groot e l’indiano Quo (le spalle comiche del film) seduti a cassetta di due carri. Tutti gli individui paiono guardare qualcuno. Addirittura nelle figure 6 e 8 i cavalieri guardano verso la macchina da presa, pur non arrivando a rompere la quarta parete. Il fatto che tutti concentrino il proprio sguardo su un soggetto fuoricampo coinvolge lo spettatore e ne accresce la curiosità

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    Finalmente l’oggetto dell’attenzione dei cowboy è rivelato: un cavaliere, ripreso da Hawks in campo lungo, si dirige verso di loro (figura 9). Nell’inquadratura successiva scopriamo che si tratta di Dunson (figura 10), giunto per dare il via alla transumanza. Rivolgendosi a Matt gli chiede se sia pronto a partire e ottiene risposta affermativa dal figlio adottivo, che è ripreso frontalmente (figura 11), con una finta soggettiva: l’inquadratura parrebbe infatti riprendere la prospettiva degli occhi di Dunson, ma in realtà nessuno dei cowboy guarda direttamente nell’obiettivo della macchina da presa, bensì leggermente più in alto. A quel punto Hawks inquadra nuovamente Dunson, stavolta leggermente dal basso, di tre quarti (figura 12), e l’uomo, dopo un attimo, si volta verso la propria destra (figura 13). 

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    A seguire, il regista realizza un singolo movimento di macchina (mostrato dalle figure 14-19) di straordinaria complessità e ricchezza, che mette in gioco diversi punti di vista e rivela grande conoscenza del linguaggio cinematografico. In realtà si tratta di una semplice panoramica orizzontale a 180° (la macchina da presa, in sostanza, compie un mezzo giro sul proprio asse). Hawks adotta la prospettiva di Dunson che, giratosi a destra nella figura 13, guarda verso la mandria. La macchina da presa a quel punto comincia il proprio movimento verso sinistra e, a poco a poco, inquadra diversi cowboy (figure 14-16). Inizialmente si crede che si tratti di una soggettiva, che rifletta lo sguardo di Dunson passare in rassegna i propri cowboy e la mandria. Tuttavia, ancora una volta, la soggettiva è falsa: i vari uomini a cavallo guardano tutti verso la macchina da presa, ma non concentrano il proprio sguardo sull’obiettivo, bensì leggermente più in alto. In effetti, quando la cinepresa ultima la sua rotazione di 180°, essa conclude il proprio movimento finendo per inquadrare proprio Dunson a cavallo (figura 17), sconfessando definitivamente la possibilità che si trattasse di una soggettiva. Ma l’uomo, inquadrato di profilo, volta il proprio sguardo verso sinistra e dunque riallinea il proprio sguardo rispetto alla prospettiva della cinepresa (figura 18): l’inquadratura, a quel punto, diventa una semisoggettiva (mostra ciò che Dunson guarda senza adottare esattamente il punto di vista dei suoi occhi). Ma non è finita, perché Dunson, poco dopo, si volta proprio verso la cinepresa (figura 19): non guarda propriamente nell’obiettivo (i suoi occhi sono rivolti leggermente a sinistra rispetto alla posizione della macchina da presa), ma l’inquadratura è chiaramente diventata, ancora una volta, una falsa soggettiva, stavolta dal punto di vista di uno dei tre cowboy, uno dei quali è Matt, che Hawks mostra nell’inquadratura successiva (figura 20). Dunque, per ricapitolare, Hawks attribuisce molteplici valenze di linguaggio a una singola panoramica: inizialmente ci si illude che sia una soggettiva dal punto di vista di Dunson, per poi rendersi conto che è solo una falsa soggettiva, che poi diventa un’oggettiva nel momento in cui viene inquadrato il protagonista (di cui avevamo assunto lo sguardo) a cavallo. Ma, come abbiamo detto, l’inquadratura diventa poi una semisoggettiva, nel momento in cui Dunson volta la testa verso sinistra, e finisce per trasformarsi in una falsa soggettiva dei cowboy quando l’uomo rivolge il suo sguardo verso la macchina da presa.

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    Dopo aver mostrato (nella già citata figura 20) i cowboy che attendono l’ordine da parte del proprio capo, Hawks torna a inquadrare Dunson (figura 21), che finalmente proclama con voce solenne:“Portali in Missouri, Matt!”. Il giovane figlio adottivo allora si leva in piedi sulla sella e, con un urlo, dà il via alla mandria e ai cowboy (figura 22). È allora che la colonna sonora di Tiomkin abbandona le tonalità più inquiete e recupera la sua epicità, accompagnando un rapido montaggio (18 inquadrature in 18 secondi!) in cui Hawks mostra (soprattutto tramite primi e primissimi piani) le esultanze dei mandriani che, con fischi e grida di gioioso ottimismo, incitano i capi di bestiame alla partenza (figura 23). A seguire, una serie di campi medi e lunghi mostrano i cowboy mettere in moto l’immensa mandria (figure 24-26).

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    Anche Nadine Groot e l’indiano Quo esultano per la partenza e rispettano il proprio ruolo di caratteristi comici, dal momento che le grida del primo sono soffocate da una serie di colpi di tosse che smorzano l’epicità della situazione (figura 27). Hawks inquadra ancora la partenza dei carri che trasportano i viveri della spedizione (figura 28) e mostra poi Dunson e Matt che contemplano la grandiosa scena (figure 29-30). L’inquadratura che chiude questa sequenza indimenticabile è una ripresa leggermente dal basso e abbastanza ravvicinata dei due protagonisti (figura 31), padre e figlio, che ancora non immaginano i conflitti e i travagli che li attendono. “Eccoli Matt. 14 anni di duro lavoro.”, commenta Dunson posando lo sguardo sul fiume di bestiame in movimento. “Dicono che non possiamo riuscire a portare a termine il viaggio.”, aggiunge poi. “Potrebbero sbagliarsi.”, ribatte Matt, fiducioso. E Dunson chiude la scena con un sorriso e una battuta laconica ma speranzoso: “Sarà meglio.”. E in questa battuta, che chiude una scena di abbacinante bellezza e supremo controllo formale, è riassunto tutto il fascino di un capolavoro assoluto del western. D’altronde, come ha scritto Aldo Grasso, si fa fatica, oggi, a trovare “un film di questa semplice complessità, di questo fascino così grezzo.”

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