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  • Charlie Kaufman – L’arte per immergersi nel proprio caos

    Sceneggiatore, produttore e regista, Charlie Kaufman è una delle figure più interessanti del cinema statunitense contemporaneo. Non a caso il prestigioso magazine Première lo ha indicato come uno dei 100 uomini più influenti del panorama Hollywoodiano.
    Sin dalla più tenera età ha manifestato curiosità verso il mondo dello spettacolo, amava le commedie ed era un talentuoso attore comico. Dopo un breve periodo trascorso presso l'Università di Boston, capisce che la sua strada è un’altra e si trasferisce alla Scuola di Cinema dell'Università di New York. Nel 1991 si trasferisce a Hollywood in cerca di fortuna e viene ingaggiato dalla Fox come autore di situation comedy.

    Introspezione e immedesimazione

    È sempre stato molto timido e riservato. “I don’t like talking about myself”, ha ammesso, anche se le sue sceneggiature originali e fuori dagli schemi contrastano con questo tratto della sua personalità. Charlie Kaufman è uno di quegli sceneggiatori che ha interiorizzato talmente tanto le regole di scrittura cinematografica da poterle completamente sovvertire.
    Approdato al cinema come sceneggiatore, è sempre stato considerato autore delle pellicole alla pari del regista. Per lui la sceneggiatura non esiste in quanto opera letteraria autonoma, ma è una base non pienamente compiuta finché non si traduce in immagini, suoni e sensazioni:
    “A film script, in my mind, is written to be made into a film. I try to write them in a way that maybe some people don’t write screenplays as sort of pieces of writing”

    Il marchio di fabbrica delle sue opere è indubbiamente l'introspezione, la “psicanalisi” dei personaggi. Nella loro caratterizzazione, non lascia niente al caso: ogni gesto, ogni parola e ogni sguardo ha un suo significato. I protagonisti Kaufmaniani sono tutti estremamente riflessivi e sono colti in un momento particolarmente complesso della loro vita. Spesso privi di controllo su ciò che accadrà loro, diventano vittime delle loro ossessioni. Kaufman però non fugge dal dolore e non lo romanticizza, anzi: mostra come esso sia una fase inevitabile.
    “When I’m writing, I’m trying to immerse myself in the chaos of an emotional experience, rather than separate myself from it and look back at it from a distance with clarity and tell it as a story. Because that’s how life is lived, you know?”
    Con la volontà di portare in scena la verità emotiva dei suoi personaggi, il regista si identifica con le loro ansie, desideri e insicurezze. Per fare ciò, abbandona la struttura classica hollywoodiana, dando vita a storie complesse che richiedono allo spettatore lo sforzo di comprendere il confine tra cosa è reale e cosa no. In alcuni casi il film si svolge quasi interamente nella mente del protagonista e, di conseguenza, il tempo dell’azione è dettato dal tempo del protagonista. La trama talvolta diventa il suo flusso di coscienza stesso.

    La poetica di Charlie Kaufman: stili e tematiche

    Passando in rassegna cronologicamente i film che ha curato, prima come sceneggiatore e poi come regista, è possibile notare che queste caratteristiche sono individuabili sin dalle primissime produzioni. Il suo primo successo come sceneggiatore è arrivato con Essere John Malkovich (1999). Il concept era semplice: “la storia di un uomo che si innamora di una donna che non è sua moglie”. Dopodiché Kaufman ha condito la storia con elementi stravaganti e la sceneggiatura era diventata troppo particolare per Hollywood, ma il progetto ha iniziato a prendere forma quando Michael Stipe, cantante dei R.E.M., ha deciso di finanziare il film e Spike Jonze ha accettato di dirigerlo.
    Il protagonista è Craig Schwartz (John Cusack), un burattinaio geniale ma incompreso la cui attività non rende quanto vorrebbe, perciò inizia un nuovo lavoro come archivista. Qui fa un’incredibile scoperta: al 7° piano e mezzo di un grattacielo newyorkese, c’è una porticina che consente di entrare nel corpo del celebre John Malkovich per 15 minuti. L’attore Malkovich, interprete di se stesso nel film, diventa la marionetta di Craig, che riesce finalmente a sopperire (solo temporaneamente) al senso di frustrazione e di inadeguatezza che lo perseguita. Il viaggio nel corpo del celebre attore diventa occasione di analisi della psiche del burattinaio, per esplorare la propria identità, i rapporti umani, l’ossessione per il potere.
    Con questa pellicola ha attirato l’attenzione del pubblico internazionale, si è guadagnato il plauso della critica e ha ricevuto tre candidature ai Premi Oscar nel 2000, tra cui miglior sceneggiatura originale. Azzeccatissima è stata la collaborazione con il regista Spike Jonze: i due hanno dato vita ad un vero e proprio capolavoro in cui il dramma e la commedia, generata da situazioni assurde e paradossali, sono in perfetto equilibrio. Il regista è stato determinante per mantenere questo equilibrio e affrontare tematiche dolorose, senza gettarsi nella disillusione.
    Torna a lavorare con Jonze per il film che gli ha fruttato una seconda nomination all’Oscar per la Miglior sceneggiatura non originale e il suo secondo BAFTA: Il ladro di orchidee (Adaptation, 2002).  Il protagonista è Charlie Kaufman (interpretato da Nicolas Cage), uno sceneggiatore timido e attualmente in crisi perché non riesce a tradurre in un film interessante il romanzo “Il ladro di Orchidee” di Susan Orlean. Si tratta di un film parzialmente autobiografico: il film nasce realmente dal tentativo di adattare il romanzo della Orlean e molte insicurezze del personaggio appartengono allo sceneggiatore. Dall’altro lato, Kaufman non ha un fratello gemello, ma rappresenta la sua controparte, l’atteggiamento che aspirerebbe ad avere. La pellicola si può definire metanarrativa: il fulcro della trama diventa il processo stesso di adattamento cinematografico, una riflessione sul processo creativo e su come quest’ultimo possa dare buoni risultati solo se la storia è autentica per l’autore. Qui il confine tra realtà e immaginazione è estremamente labile. Kaufman ritiene che quest’ultima sia necessaria per far comprendere allo spettatore quanto sia difficile distinguere ciò che viviamo e ciò che costruiamo nella nostra mente. Allo stesso modo, è difficile comprendere a fondo persino la nostra identità, stratificata e sfuggente, motivo per cui i personaggi sono inaffidabili e hanno una personalità cangiante. La rivista “Sight & Sound” del British Film Institute ha inserito la pellicola tra i trenta film chiave del primo decennio del XXI secolo.

    Nel 2004 collabora con il regista Michel Gondry per Eternal Sunshine of the Spotless Mind, pellicola che gli valse l’Oscar per la Miglior sceneggiatura originale. I protagonisti sono Joel (Jim Carrey) e Clementine (Kate Winslet), due giovani la cui storia d’amore è ormai finita e per superare il dolore si sottopongono entrambi ad una terapia per cancellare la memoria, simbolicamente chiamata “Lacuna”. Questa tecnica cancella tutto ciò che è stato, ogni ricordo, ogni dolore. In questo film è particolarmente evidente la confusione dei piani temporali. Gran parte della trama si svolge nella psiche dei personaggi tra subconscio e razionalità, i flashback si intrecciano al tempo della storia. Un’altra tematica che sta a cuore allo sceneggiatore è l’importanza del dolore e della memoria, custode di momenti felici e dolorosi. Dagli errori si può fuggire o imparare, ma è chiaro che per Kaufman la cancellazione dei ricordi non può mai essere la soluzione, infatti Joel e Clementine cadono in un circolo vizioso di eventi. Il film ha ottenuto immediatamente un grande successo ed è stata una delle pellicole che ha ricevuto più recensioni positive nel 2004.

    Il debutto alla regia avviene nel 2008 con Synecdoche, New York. Ormai è uno sceneggiatore affermato e torna sul grande schermo con un’opera radicale, complicata e poetica allo stesso tempo. Il protagonista è Caden Cotard (Philip Seymour Hoffman), un regista teatrale newyorkese. Cade in una profonda depressione quando la moglie lo lascia per trasferirsi a Berlino con la figlia, così, grazie al sostegno di una borsa di studi, tenta di compiere la sua più grande ambizione: la rappresentazione teatrale della vita reale. Ricrea quindi New York in un magazzino e la popola di attori che interpretano persone reali e un certo Sammy veste i panni di Caden. Lo spettacolo diventa un’occasione per riflettere sulla sua esistenza, le sue relazioni, intrecciando memoria e immaginazione.
    Si tratta di uno dei suoi progetti più ambiziosi, ricco di significati nascosti da cogliere: il titolo cita una figura retorica (la parte per il tutto); il cognome del protagonista (Cotard) è il nome di una patologia psichica caratterizzata dalla convinzione di essere morti; la moglie affitta l’appartamento da un certo Capgras, che è anche il nome di una sindrome secondo cui ci si convince che una persona cara è stata sostituita da un impostore. Ritorna qui il tema kaufmaniano dell’impossibilità di conoscersi veramente, di poter avere il pieno controllo sul proprio destino e l’utilizzo dell’arte come tentativo ultimo per riprendere in mano le redini della propria esistenza.

    L’ultimo film che ha diretto è Sto pensando di finirla qui (2020), un film dal titolo cupo e volutamente ambiguo in cui tornano tutti i tratti tipici della sua poetica. Il protagonista è Jake (Jesse Plemons), un giovane che porta la fidanzata Lucy (Jessie Buckley) a casa dei suoi genitori. Tra atmosfere allucinatorie e conversazioni che mettono a disagio la ragazza, la situazione è molto particolare, al limite dell’inquietante.
    Ancora una volta, il protagonista è pieno di insicurezze, sente un forte senso di fallimento dovuto non solo alla mancanza di una compagna, ma soprattutto alla sensazione di non aver realizzato nulla di meritevole e che sia troppo tardi per porvi rimedio. La soluzione più semplice sembra mollare la presa e abbandonarsi al flusso del tempo che scorre. Torna l’importanza che Kaufman attribuisce alla memoria, Jake infatti ripercorre con la mente i luoghi e le persone per lui più importanti. Anche qui lo spettatore accede alla psiche del protagonista, di conseguenza il tempo scorre in maniera anomala, con salti temporali e distorsioni. Infine, il regista dà ampio spazio alla fragilità umana e alla dispersione che ne può derivare.

    Conclusione

    Analizzando le produzioni di Kaufman, appare evidente come il suo cinema sia profondamente umano. Il perno della trama non sono gli eventi, quanto i personaggi con le loro fragilità, dubbi e insicurezze. La storia si svolge in luoghi reali ma anche “mentali”, creando confusione tra cosa è reale e cosa no, sia esso frutto dell’immaginazione o un ricordo custodito nella memoria. La certezza incrollabile per Kaufman è la potenza dell’arte: sinonimo della vita perfetta e armoniosa a cui l’essere umano aspira, un mondo dove tutto ha senso, dove non esistono le convenzioni sociali e i personaggi sono amati per ciò che sono. È uno strumento catartico non nel senso tradizionale del termine, ma in quanto processo doloroso in cui si affronta e ci si confronta con il proprio dolore e le proprie paure.
    Alessia Agosta,
    Redattrice.
  • Recensione Bugonia – Le api e il futuro del pianeta

    Begonia, il nuovo lungometraggio di Yorgos Lanthimos, presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, è un remake del coreano Save the Green Planet! (2003) di Jang Joon-hwan. La trama originale è riproposta in modo abbastanza fedele: si tratta del rapimento della CEO di una grossa azienda farmaceutica da parte di una coppia di complottisti, con ragioni di vendetta personale intrecciate a cause sociali. La lente attraverso cui la storia è raccontata invece appartiene inequivocabilmente al regista greco, e non solamente perché nel cast figurano ancora una volta Emma Stone e Jesse Plemons. L’atmosfera è surreale, la satira è cupa e la vicenda personale dei protagonisti fa da cassa di risonanza ad un commento più ampio sulla condizione umana.

    Prima di arrivare ad alieni e metafore, assistiamo di fatto a un processo al greenwashing: l’imputato è rappresentato dalla CEO Michelle Fuller (Emma Stone) ma sono tutte le grandi aziende, con il loro linguaggio ripulito. Michelle è davanti a un tribunale popolare e le viene chiesto di non nascondersi più dietro alle frasi che è abituata ad utilizzare sul lavoro. Le hanno rasato i capelli perché convinti che li usasse per comunicare con la navicella madre, le viene tolta la facciata con cui si presenta. Questo non significa che il film prenda una posizione nei confronti di una parte o l’altra:  Teddy (Jesse Plemons) e Don (Aidan Delbis) non sono né degli eroi né degli spaventosi criminali. Non sembra in discussione l’esistenza di una crisi, quanto la capacità di chiunque di occuparsene.

    Il sacrificio necessario 

    La generazione spontanea della vita era una credenza diffusa in tutto il mediterraneo orientale. Il titolo Bugonia viene da un episodio del quarto libro delle Georgiche di Virgilio, nel quale l’apicoltore Aristeo sacrifica dei tori per guadagnare il favore degli dei, e le api che aveva perso rinascono dalle carcasse dei bovini. Nella mitologia Aristeo era in realtà un semidio, figlio di Apollo e della mortale Cirene, e la perdita delle api era il castigo per aver causato la morte della ninfa Euridice. Teddy è un apicoltore ed è a sua volta un’ape: un umile operaio nella società in cui Michellealiena o no, incarna il capitalismo spietato e quindi la morte delle api. In più Teddy e Don sono assolutamente certi che Michelle appartenga a una specie aliena, e il loro scopo è convincere questi invasori ad andarsene. I due sono un identikit del complottista da manuale: la loro rabbia è assolutamente giustificata dalle esperienze che ciascuno ha avuto, ma è diretta ad un solo capro espiatorio esterno, più facilmente identificabile di un ipotetico male intrinseco al nostro pianeta. Vogliono difendere le loro api e sono convinti di sapere qual è l’animale da sacrificare. Di nuovo bisogna ammettere che non è il ragionamento ad essere sbagliato, e Lanthimos stesso ammette in questo film che il sacrificio è inevitabile.

    Conclusione

    La natura animale delle persone è tema ricorrente in Lanthimos, inoltre la satira alle spese di potenti e complottisti sono tema caldo di questi anni, che abbiamo appena visto sul grande schermo anche con Eddington di Ari Aster. Bugonia sembra non avere nulla di particolare da aggiungere, al di là di una satira messa in scena in maniera godibile, soprattutto grazie alla bravura del cast. Come nel precedente Kinds of kindness (2024), siamo di fronte a un lavoro di indiscutibile qualità tecnica e recitativa, ma l’impressione è che Lanthimos sia entrato in una fase di creatività puramente estetica, a discapito del contenuto. Tra le sue opere, Bugonia è comunque la più avvicinabile per chi non ha familiarità con il linguaggio simbolico dei titoli meno recenti.

    Federica Rossi,
    Redattrice.
  • Recensione Kinds of kindness – Lanthimos ritorna alle origini

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    A soli sei mesi di distanza da Poor Things, che appartiene al filone più  hollywoodiano della sua produzione e ha ricevuto 4 Oscar nell’edizione appena passata, Yorgos Lanthimos torna nelle sale con Kinds of kindness. In concorso a Cannes 2024, il film è stato scritto a quattro mani con Efthymis Filippou, storico co-sceneggiatore di Lanthimos che aveva firmato, tra gli altri, anche The Lobster (2015) e il Sacrificio del cervo sacro (2017). 

    Si tratta di un’antologia nella quale le tre storie raccontate non si incrociano mai, pur avendo in realtà molto in comune. Le riprese si sono svolte durante la post produzione di Poor Things, con un budget ridotto (15 milioni di dollari, contro i 35 del film precedente) e parte dello stesso cast: ritroviamo Emma Stone, Willem Dafoe e Margaret Qualley. È presente anche Jesse Plemons, che a Cannes ha ricevuto un meritato premio come miglior attore. Lanthimos torna a immergersi nel surrealismo e nell’esplorazione degli aspetti meno appetibili dell’umanità, quelli più bestiali e meschini, con un distacco da osservatore scientifico privo di qualunque giudizio morale. Questa volta lo fa in maniera particolarmente autoreferenziale, puntando su simbologie che i fan più longevi riconosceranno facilmente.

    Le avventure di R.M.F.

    Ciascun segmento ha un titolo contenente le iniziali di questo personaggio, R.M.F.,  fatto che non commenteremo qui per evitare spoiler. Nel primo racconto Robert (Jesse Plemons) è un uomo d’affari che intrattiene una relazione particolare con il proprio superiore (Willem Defoe): questi controlla ogni aspetto della sua vita tramite istruzioni quotidiane estremamente dettagliate e invasive. Quando Robert si rifiuta di eseguire uno dei compiti, l’altro lo accusa di aver smesso di amarlo e tronca improvvisamente la relazione. Robert si trova disorientato, non è in grado di immaginare la propria vita in maniera autonoma, tanto da sforzarsi di riprodurre da solo gli episodi della sua vita che erano stati orchestrati per lui nella sorta di Truman Show in cui viveva. Si lancia poi in una serie di tentativi disperati di riguadagnare l’approvazione dell’uomo, come fosse un bambino che è stato sgridato dal padre, per evitare di venire sostituito con un’amante più obbediente.  

    Nella seconda parte il protagonista è un poliziotto di nome Daniel, la cui moglie è dispersa in mare. Quando questa fa ritorno a casa, Daniel nota piccole differenze con quella che ricordava essere sua moglie e si convince di star vivendo con una sostituta. Questo capitolo è il più inquietante dei tre, e, a parere di chi scrive, anche il più riuscito. Un elemento che contribuisce a trasmettere l’atmosfera è la dissonanza che si crea quando vengono inseriti elementi splatter senza che i personaggi diano segno di esserne disturbati. Inoltre in questa storia vengono messe in scena la paranoia e il problema dell’identità – altro tema ricorrente nel cinema di Lanthimos – senza che sia possibile allo spettatore capire quale dei personaggi sia “sano”, e quale versione dei fatti sia quella deformata. Ogni scena è perfettamente credibile, come se fossero tutte vere contemporaneamente. La suspense sostenuta in questo modo bilancia il ritmo lento della pellicola.

    La terza parte inizia con un tentativo esplicito di avere il controllo sulla natura umana: Emily (Emma Stone) fa parte di una setta, i cui membri sono alla ricerca di una persona che si narra sia in grado di resuscitare i morti. Esclusa poi dal gruppo per essersi contaminata, ovvero aver avuto rapporti sessuali con una persona esterna, fa di tutto per trovare il loro obiettivo e portargliela, come fosse una preda, sperando di meritare così il perdono. Attraverso la vita di questa comunità, i loro gesti e le regole che seguono, Lanthimos mette in scena un vero e proprio branco di animali, più che una società umana. 

    Cani 

    La pellicola è infatti una collezione di tutti i modi in cui l’essere umano è portato alla vita del branco, poiché ha bisogno di  riconoscersi e riconoscere i propri simili dentro a dinamiche di potere ben definite, scambi di favori, contatto fisico. Il controllo dei corpi è uno dei mezzi principali attraverso cui si realizzano tutti i tentativi di sopravvivenza dei personaggi, mentre i dialoghi sono relegati alla funzione di semplici scambi di informazioni, le emozioni espresse sono sempre basilari: rabbia, paura, bisogni.  Kinds of kindness, tipi di gentilezza sono tutte le deformazioni istintive dell’amore che ci rendono simili a bestie più di quanto ci piace immaginarci. Le inquadrature fisse dentro le quali i personaggi si muovono come girando in tondo in una gabbia aumentano il senso di disumanizzazione.

    Purtroppo come anticipato l’esecuzione è ai limiti del didascalico, Lanthimos si autocita una volta di troppo e neanche l’uso dei colori e del suono colpiscono particolarmente. D’altra parte la qualità delle interpretazioni, le atmosfere surreali e i momenti di sottile dark comedy risollevano notevolmente la pellicola. 

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    Federica Rossi,
    Redattrice.
  • Recensione Killers of the Flower Moon – Il monumento di un gigante

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    Giunti al 2023 possiamo ormai considerare Martin Scorsese un patrimonio per l’intera umanità: è una fortuna che questo sorridente “nonnino” ottantenne sia ancora tra noi, a sessant’anni dal suo primo cortometraggio universitario; è una fortuna che la sua produzione cinematografica proceda ininterrotta da decenni, e che ancora oggi colui che può essere considerato uno tra i più grandi registi viventi (e non solo) sia nel pieno della sua attività – l’unico dei movie brats a mantenere una tale frequenza, assieme a Steven Spielberg; è una fortuna, insomma, poter vivere con trepidazione l’attesa di un nuovo film di Martin Scorsese, per poi poter dire “Io c’ero”.

    Killers of the Flower Moon (2023) è il ventiseiesimo lungometraggio di finzione diretto da Martin Scorsese, adattamento dell’omonimo saggio scritto dal giornalista americano David Grann, una raccolta esaustiva e coinvolgente di fonti che ha l’obiettivo di narrare una drammatica storia realmente accaduta, con una prosa tagliente, tanto asciutta quanto suggestiva e carica di tensione. Il film è stato presentato in anteprima mondiale e accolto con una standing ovation di ben nove minuti alla 76° edizione del Festival di Cannes nel maggio del 2023. Dopo l’esperienza di The Irishman (2019) con Netflix, che aveva garantito grande libertà produttiva al regista newyorkese ma una distribuzione in sala penalizzata dal veloce approdo in piattaforma, la collaborazione tra Paramount e Apple TV+ ha consentito una simile libertà creativa, associata questa volta a una distribuzione in sala degna di un’opera di tale caratura.

    La sceneggiatura di Martin Scorsese ed Eric Roth si pone il compito di raccontare una pagina buia della storia degli Stati Uniti, fatta di legami enigmatici, soldi, potere, criminalità e spiritualità. Basterebbe mettere in fila questi termini per tracciare un legame con il resto della filmografia di Scorsese e comprendere le ragioni dietro alla realizzazione di questo film. Al centro del racconto si trova la Nazione Osage, un popolo di nativi americani accidentalmente arricchitosi con il petrolio, l’oro nero sgorgante dalle loro terre, acquistato con lauti compensi dai bianchi. Si tratta della popolazione con il reddito pro capite più alto al mondo, caratterizzata da uno stile di vita fatto di lusso e sfarzo. Come insegna la filmografia di Scorsese, dove risiedono tanti soldi risiede il potere, di conseguenza c’è sempre qualcuno in agguato, pronto a prendere una fetta di una torta così succulenta. Una serie di omicidi negli anni Venti del Novecento mina le basi della Nazione Osage e ben presto l’autorità federale interviene per far luce su dei crimini inspiegabilmente irrisolti.

    Prima ancora di raccontare una storia fatta di criminalità, massoneria (con una loggia il cui pavimento ricorda quello della Black Lodge di Twin Peaks), di un’organizzazione degna dei gangster movie anni Novanta di Scorsese (e non solo, considerando un’inquadratura che richiama esplicitamente il film di Brian de Palma del 1987, The Untouchables, con un De Niro intento a farsi radere) – al centro di Killers of the Flower Moon si trova la descrizione della cultura della Nazione Osage, portata avanti con rispetto e rigore quasi documentaristico. Il film inizia con un caratteristico rito funebre e di lì in poi la rappresentazione è un’esplosione di colori, suoni e atmosfere lontane da una visione del mondo occidentalo-centrica, che ci presenta una dimensione entrata sì a contatto con il mondo europeo-americano, ma comunque capace di mantenere ben salde le proprie radici nella tradizione. L’esplorazione priva di giudizi esotici su “mondi lontani” era, tra le altre cose, anche al centro dell’ultimo grande capolavoro di Martin Scorsese, Silence (2016), e come in quel caso è carica di immagini suggestive, tanto preziose nella memoria di ciò che è stato, quanto ben presto macchiate da un sistema di prevaricazioni e di rincorsa disumanizzante al potere.

    Il film esprime al meglio il suo potenziale nella rappresentazione binaria tra ciò che appartiene al mondo “rosso” degli Osage e ciò che è “bianco”. Ernest Burkhart è interpretato da un Leonardo DiCaprio rozzo, rugoso, con i denti storti e lerci, ed è tutt’altro che moralmente ineccepibile; egli prova, su consiglio dello zio William Hale (Robert De Niro) – definito “Re” per il suo artefatto e disonesto prestigio sociale – a conquistare una ricca donna Osage, Mollie, interpretata da Lily Gladstone. Lei al contrario è aggraziata, colta e raffinata, perfetta nei suoi lineamenti puliti e armoniosi. Ma ciò che maggiormente divide i due è la purezza d’animo, la spontaneità e la sincerità negli intenti dietro ogni azione compiuta. Questi ultimi elementi si traducono in un differente rapporto con la spiritualità e la religione: gli Osage credono in Wa-kon-tah, una divinità che rappresenta l’espressione massima dell’equilibrio con la natura, con il sole, la luna, il fuoco e i fiori, visti come elementi sacri da curare e conservare; quando invece Ernest Burkhart si dichiara cattolico o William Hale si appella alla parola di Dio, appare evidente come il sentimento sia meno profondo, o come nei casi estremi fare riferimento alla vita o al pensiero di Cristo in un discorso si riveli un’abile tecnica manipolatoria, uno strumento nelle mani di persone malvagie.

    Sul piano del racconto, sembra fin troppo facile scagliarsi contro la mastodontica durata di 206 minuti e bollare questo film come “lento e noioso”. Sarebbe piuttosto utile fermarsi a ragionare sulle motivazioni dietro un tale minutaggio, sui risvolti in termini espressivi di questa scelta stilistica. Parlando di Oppenheimer (Christopher Nolan, 2023), un altro dei film più attesi dell’anno, la sua gigantesca durata di 180 minuti sembrava non essere sufficiente dinanzi al frenetico affastellarsi di informazioni, nomi, teorie, in un non sempre efficace dialogo costante con il mondo interiore del protagonista. Le tre ore e mezza di Killers of the Flower Moon, al contrario, non sono contrassegnate dalla frenesia ma da una costruzione narrativa accurata. Diversamente dal libro di David Grann, la sceneggiatura di Scorsese e Roth non lascia alcun dubbio sulle intenzioni di William Hale già dai primissimi minuti. Nonostante venga meno l’effetto sorpresa, il racconto non perde la propria forza in quanto lascia spazio a una tensione lancinante: non si sa mai veramente fino a che punto la meschinità di quest’uomo possa arrivare, mentre l’aria mortifera aggrava le sue note e diventa sempre più irrespirabile e ogni singolo elemento diventa un possibile preludio alla tragedia. Non è detta l’ultima parola fino all’arrivo dei titoli di coda, perché ogni minuto è sfruttato al meglio delle sue potenzialità espressive e significanti.

    La regia di Martin Scorsese è giunta a questo punto della sua carriera a un apice di lucidità e consapevolezza del mezzo invidiabile. La macchina da presa è costantemente al servizio del racconto, con una precisione che spesso e volentieri lascia da parte i virtuosismi a cui pure Scorsese ci ha abituato nel corso della sua carriera, per consentire alle immagini di esplodere in tutto il loro potenziale evocativo e iconografico. Sconfinano nell’onirico le danze e i festeggiamenti degli Osage imbrattati dal petrolio sgorgante dal sottosuolo; le riprese di un incendio abbagliano e inebriano, nella loro brutalità, raggiungendo quasi la potenza del film I giorni del cielo (Days of Heaven, 1978) di Terrence Malick. Non manca un crudo realismo, privo di censure, nel tentativo di dare un volto alla piaga che sta affliggendo la comunità Osage, che si tratti di un’autopsia a cielo aperto o di brandelli di corpi riesumati tra le macerie.

    La finezza della regia emerge nei movimenti di macchina che elegantemente raccontano dei dettagli che rischierebbero di restare nell’ombra, ma anche, se non soprattutto, quando la macchina da presa si avvicina ai volti degli attori. Come anticipato, tornano i due pupilli di Scorsese che hanno caratterizzato due ere distinte della sua filmografia, Robert De Niro e Leonardo DiCaprio. Il primo è capace di diventare la perfetta incarnazione di un male dilagante, ingiustificabile, repellente; il secondo riesce a placare i suoi eccessi interpretativi per esplodere in momenti di altissima recitazione, con una capacità encomiabile nel dare vita a un uomo in balìa della tempesta, incapace di scegliere, un burattino nelle mani altrui lontano anni luce dalla redenzione. Indimenticabili nella loro autenticità sono i volti degli attori e delle attrici che incarnano la popolazione Osage all’interno del film, mentre la fisicità di Lily Gladstone è pronta a diventare simbolo dell’incedere della pestilenza mortifera che percorre tutta la pellicola. Il cast è completato da volti e corpi come quelli di John Lithgow, Brendan Fraser, Jesse Plemons, ma dove il film eccelle è anche e soprattutto nell’indistinta coralità delle enormi masse coinvolte in alcune sequenze di tutt’altro che semplice esecuzione, in una scenografia post-western attraversata più da automobili che da cavalli. Killers of the Flower Moon non manca di sorprendere neppure negli istanti finali, quando, forse per una sorta di auto-tributo, Martin Scorsese decide di mettere in scena l’istanza enunciativa del racconto in una forma del tutto inaspettata e sorprendente.

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    Alessandro Corrao,
    Redattore.
  • CHARLIE KAUFMAN – LA MENTE È UN LABIRINTO DEGLI SPECCHI, SENZA USCITA

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    (il presente articolo contiene spoiler di Synecdoche, New York e Sto pensando di finirla qui)

    Entrare nella mente di Charlie Kaufman è come attraversare la porticina per un universo bizzarro, surreale e talvolta oscuro. Fin da quando il burattinaio interpretato da John Cusack ha scoperto un passaggio per la mente di John Malkovich in Essere John Malkovich, il cinema dello sceneggiatore newyorchese è un cinema labirintico che richiama in egual misura Svevo, Kafka e Borges, con delle pennellate di un Lewis Carroll ancora più cerebrale.

    Una storia (a)tipica di Charlie Kaufman prende di solito le mosse da uno spunto abbastanza eccentrico – una porta per la mente inconsapevole di un celebrato attore premio Oscar, un teatro grande come una città, un presentatore di programmi spazzatura che diventa un navigato agente della CIA -, che da solo denota l’atmosfera di irrealtà delle sue storie, per poi immergersi nel labirinto di ansie, paranoie e ossessioni esistenziali dei suoi protagonisti. La mente umana diventa il terreno inesplorato e il centro dell’indagine artistico-esistenziale. A volte diventa letteralmente l’ambientazione principale del film: vedi Se mi lasci ti cancello, la sceneggiatura che gli valse l’unico Oscar nel 2005.

    Nelle analisi dei film di Charlie Kaufman, quella psicanalitica -e, in certi casi, anche psichiatrica- è quindi la strada più battuta; una sfaccettatura altrettanto conosciuta ma forse meno appariscente è invece l’esplorazione della condizione umana attraverso il rapporto con l’arte. Il protagonista tipico di un film di Kaufman è un artista, almeno nel suo campo: che sia un burattinaio, un regista teatrale, uno sceneggiatore o semplicemente un appassionato osservatore di finzioni, il senso dell’arte è un aspetto non indifferente di alcuni dei suoi migliori film, come quelli di cui si parlerà qui.

    IL LADRO DI ORCHIDEE – SOPRAVVIVERE (GRAZIE) ALL’ARTE

    Durante la lavorazione di Essere John Malkovich, Charlie Kaufman si trova in crisi: gli è stato commissionato l’adattamento del romanzo non-fiction Il ladro di Orchidee, della scrittrice e giornalista Susan Orlean, sull’orticoltore criminale John Laroche. Il problema è che Kaufman non sa proprio da che parte prenderlo. Deluso e frustrato dal blocco dello scrittore, ritrova proprio in questo l’ispirazione per scrivere finalmente Il ladro di Orchidee, che esce nel 2002. La storia, infatti, è quella di… Charlie Kaufman (Nicolas Cage), a cui viene commissionato l’adattamento del romanzo non-fiction Il ladro di Orchidee, della scrittrice e giornalista Susan Orlean (Meryl Streep), sull’orticoltore criminale John Laroche (Chris Cooper). Il problema è che Kaufman non sa proprio da che parte prenderlo. Deluso e frustrato dal blocco dello scrittore, ritrova proprio in questo l’ispirazione per scrivere finalmente Il ladro di orchidee, anche grazie all’inaspettato aiuto dell’ingombrante fratello Donald (sempre Cage), a sua volta aspirante sceneggiatore senza troppo talento.

    Quello del rispecchiamento (non troppo) fedele della realtà nella finzione, è un gioco di Pirandelliana memoria a cui Charlie Kaufman si presterà in numerose occasioni -e ci ritorneremo fra poco-. Qui il rispecchiamento assume la forma di una dolorosa e forzata compenetrazione, dovuta quasi più alle circostanze che non al “genio” artistico del protagonista. Questa autocritica assume una connotazione spesso perfida e velenosa nel ritratto della propria paralizzante ansia e del disprezzo di sé stesso. Il blocco dello scrittore di Kaufman è anche un blocco esistenziale, una palude della mente in cui si trova incastrato per colpa della sua arte e da cui riuscirà a uscire grazie alla sua arte, e al ritrovamento di uno spirito primitivo e ingenuo che anima il semplice piacere delle storie.

    L’arte di raccontare storie è croce e delizia dell’essere umano, necessità fisiologica e naturale e allo stesso tempo buco nero di distruzione e annullamento di sé: ma, almeno per questa fase della sua filmografia, soprattutto ancora di salvezza dello spirito.

    SYNECDOCHE, NEW YORK – TUTTO IL PALCOSCENICO È UN MONDO, PURTROPPO

    Dopo aver scritto le sceneggiature di cinque film (diretti da Spike Jonze, Michel Gondry e George Clooney) e dopo l’oscar nel 2005, Charlie Kaufman esordisce alla regia nel 2008 con Synecdoche, New York, e da qui il suo universo si fa più fosco e contorto che mai.

    L’arte, come ne Il ladro di orchidee, diventa scialuppa di salvataggio e tempesta, rimedio e veleno della vita; rispetto al film di Spike Jonze, tuttavia, il discorso sull’arte è qui ancora più centrale, e sbilanciato nella sua natura intrinsecamente limitata e legata alla morte e alla propria inevitabile fine. Come quella di Willy Loman in Morte di un commesso viaggiatore, la storia del regista teatrale Caden (Philip Seymour Hoffman) è segnata dal costante avvicinamento della morte, dal progressivo annullamento del sé. Il teatro è come la vita: ma la vita è una casa perennemente in fiamme, che finisce con l’uccidere chi ci abita.

    Lo sforzo ossessivo e totalizzante di Caden nel realizzare il suo magnum opus teatrale è mirato a riprodurre la vita, nella sua interezza e nelle sue brutture, in un teatro grande come una città e abitato da una folla di attori che è una popolazione a sé stante. Ma questo sforzo è inutile: la realtà fuori e dentro il teatro, fuori e dentro Caden, finisce con il disgregarsi.

    Il confine tra realtà e finzione viene artificialmente abbattuto, un mattone alla volta, nello spasmodico tentativo di trovare un senso alla vita che un senso non ha. La nostra esistenza è solo una breve parentesi, quella scansione di tempo tra il momento in cui il sipario viene alzato per la prima volta e il momento in cui viene calato.

    STO PENSANDO DI FINIRLA QUI – SCENE DI UNA RELAZIONE

    Dopo lo splendido lungometraggio d’animazione in stop-motion Anomalisa, basato sul suo omonimo radiodramma, Charlie Kaufman scrive e dirige Sto pensando di finirla qui.

    La storia è concettualmente più semplice dei precedenti film: un viaggio in auto di due fidanzati, Jake (Jesse Plemons) e una ragazza senza nome (Jessie Buckley); l’incontro con gli stravaganti genitori di lui e l’ultimo giorno di un anziano bidello (Guy Boyd), che osserva vite altrui ritratte a teatro – con la messa in scena del musical Oklahoma! nella scuola in cui lavora (o sullo schermo) nella forma di una commedia romantica diretta, nella finzione, da Robert Zemeckis – e tira le somme sulla propria esistenza.

    La giovane donna vorrebbe porre fine alla relazione con Jake, ma il suo viaggio sentimentale attraversa una serie di scene sconnesse temporalmente tra passato, presente e futuro. La sua stessa persona si fa sempre più incerta, diventa scomposizione prismatica di tante ragazze diverse, mai esistite davvero perché filtrate da un’immaginazione maschile nutrita di relazioni immaginarie.

    La realtà interiore e immaginata dal bidello, mutuata dal musical scolastico e dal finto film di Zemeckis, mutua a sua volta un illusorio lieto fine, una recita in cui i protagonisti applaudono un altrettanto illusorio momento di gloria, che riscatta (per finta) una vita trascorsa all’ombra delle possibilità perdute. L’arte è ricettacolo di speranze e illusioni di felicità: ma la felicità immaginata dall’arte è fatta di maschere posticce.

    Oltre a Sto pensando di finirla qui, nel 2020 esce anche il suo primo romanzo, Antkind: la storia di un critico alle prese con un film lungo tre mesi, che potrebbe essere l’ultima speranza di bellezza dell’umanità. L’essere umano per Charlie Kaufman si rispecchia ancora una volta nell’arte, cercando una speranza di chiarimento, e ci trova solo un labirinto che è quello della propria mente. Un labirinto da cui non può distogliere lo sguardo.

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  • RECENSIONE IL POTERE DEL CANE – DECOSTRUZIONE E SOVVERSIONE

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    È uscito da pochi giorni, in alcuni cinema selezionati, il nuovo film firmato da Jane CampionIl potere del cane, la prima opera della regista neozelandese dal 2009, anno in cui uscì Bright Star. Il film, tratto da un romanzo di Thomas Savage e il cui nome deriva da un salmo biblico, è stato presentato in anteprima alla 78ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia ed è stato premiato con il Leone d’Argento per la regia. Il film verrà distribuito su Netflix dal primo dicembre.

    L’azione si svolge nel 1925, in Montana. I due fratelli Phil (Benedict Cumberbatch) e George Burbank (Jesse Plemons) si occupano del ranch di famiglia. Il primo, uomo rude, crudele ma anche molto intelligente, bada agli aspetti più pratici, mentre il secondo si dedica all’organizzazione ed è succube degli attacchi del fratello. Gli equilibri tra i due vengono sconvolti quando George si sposa con Rose Gordon (Kirsten Dunst), una vedova che viene a vivere nel ranch, raggiunta poi dal figlio Peter (Kodi Smit-McPhee). Phil cerca in tutti i modi di infastidire la donna, finché non iniziano ad emergere segreti e tensioni.

    Due parole possono essere usate per descrivere questo film: decostruzione e sovversione

    La decostruzione messa in atto dalla Campion, sulla scia dei western revisionisti di fine anni 60, è già evidente nelle sue scelte extra diegetiche. Infatti, pur essendo il western “un’espressione della coscienza nazionale americana” (per citare Horizons West di Jim Kitses) il film è stato girato in Nuova Zelanda, non in America. Inoltre, esso ha al proprio centro un attore inglese (Cumberbatch) che pure si fa portatore dei caratteri fisici e comportamentali che troviamo nei cowboy di John Ford.

    Il modello comportamentale di Phil è decisamente anacronistico. Durante il film, infatti, vediamo una ferrovia, simbolo in antecedenti illustri come C’era una volta il West di progresso. Il “Selvaggio West”, ormai, è morto. Phil vive in un eterno passato che si manifesta soprattutto attraverso continui riferimenti a Bronco Henry, un vecchio cowboy che gli ha fatto da mentore e la cui figura si concretizza solo attraverso la presenza della sua vecchia sella, tenuta come una reliquia. 

    Il mondo di Phil e dei suoi compagni è brutale e animalesco, come reso evidente da alcune scene particolarmente cruente (prima su tutte quella della castrazione dei tori, eseguita dal protagonista a mani nude). È un mondo brullo, rappresentato attraverso riprese ambientali spettacolari in cui la figura umana è inglobata e schiacciata dalla natura. 

    Il paragone con I segreti di Brokeback Mountain è stato fatto sia da critica che da pubblico: gli spazi immensi, le mandrie al pascolo e le riprese panoramiche sono una costante dei due lungometraggi. Ma dove i colori nella pellicola di Ang Lee erano vibranti e accesi, ne Il potere del cane dominano i marroni, i gialli e le tonalità spente, dando all’intero film una gradazione molto più fredda. 

    In un mondo di uomini, le vittime sono le donne, che per la prima volta in un film della Campion passano in secondo piano, con l’eccezione di Rose. Uno dei temi principali della pellicola è proprio quello del suo isolamento. L’effetto di oppressione che prova è espresso abilmente non solo dall’interpretazione della Dunst, ma anche dalla regia, che la riprende spesso dall’alto e inquadra invece il cognato dal basso. Alla riuscita di queste scene contribuisce anche il lavoro sul sonoro. Nelle scene di silenzio, infatti, ricorrono suoni che segnano la sua persecuzione: il rumore dei passi di Phil, il suo fischiettare, lo sbattere delle porte di casa… La colonna sonora, invece, composta da Jonny Greenwood, contiene principalmente pezzi per strumenti a corda e\o pianoforte, utili ad incarnare lo scontro silenzioso che si tiene tra il protagonista e la donna (nel film i due suonano rispettivamente un banjo e un piano a coda). In aggiunta, i brani che compongono la score servono a dare il tono a scene all’apparenza “innocenti” che rivelano però una tensione sotterranea.

    La seconda costante attorno a cui verte questa pellicola è la sovversione delle aspettative del pubblico. I personaggi che ci vengono presentati sembrano già destinati a ricadere in un determinato stereotipo e a seguire un percorso predestinato, ma il film ci toglie il tappeto da sotto i piedi diverse volte. Di certo il personaggio più “inaspettato” è quello dell’efebico Peter, una figura totalmente altra rispetto agli uomini nel ranch già solo nell’aspetto fisico. Tuttavia, col procedere della pellicola, egli diventa il simbolo di un nuovo mondo che viene a spazzar via il vecchio, della scienza che si scontra con la natura (rappresentata da Phil).

    Anche la scelta di Cumberbatch nel ruolo del protagonista è interessante perché ribalta completamente le aspettative del pubblico abituato a vederlo recitare in ruoli di ben altro tenore. Infatti Phil è un personaggio sì carismatico ed apprezzabile nel suo know how, ma è anche manipolatore, non curato, l’emblema della mascolinità tossica. Si crea così uno scarto che, accompagnato a scene che ce lo mostrano in momenti di vulnerabilità e alle informazioni che emergono sul suo passato, ci spingono sia ad essere critici nei suoi confronti sia a provare una certa empatia. In alcune occasioni l’atteggiamento di Cumberbatch e la sua fisicità non risultano del tutto convincenti nel ruolo del ranchero crudele. Questa interpretazione risulta nonostante tutto appropriata visto e considerato che, a modo suo, lo stesso Phil si è autoimposto un ruolo. 

    Durante il corso della vicenda riceviamo pennellate dei personaggi che alla fine riescono a darci un quadro completo della storia a cui abbiamo assistito. Quindi, il pregio maggiore della pellicola è lo svelarsi del mistero che vi è alla base: al pubblico vengono dati tutti i pezzi per decifrare il puzzle delle motivazioni dei protagonisti. Questo, inizialmente, può provocare confusione, ma la vicenda si ricompone alla fine in maniera soddisfacente e rende molto più chiare diverse sequenze. Una seconda visione è comunque consigliata per apprezzare a pieno la cura con cui è stata costruita la storia e i “semi” lasciati dalla regista.

    Questa impostazione tuttavia relega in secondo piano alcune figure fondamentali della storia. Ciò anche a causa dello spostamento di focus che avviene durante tutto il film: se all’inizio ci si concentra su Phil e George, fratelli diversi, intorno alla metà abbiamo la guerra fredda tra Phil e Rose, per poi arrivare alla fine all’incontro\scontro tra Phil e Peter. Phil guadagna in profondità, essendo sempre al centro di questi rapporti, ma gli altri personaggi vengono a tratti dimenticati e lasciati sullo sfondo. Quello che più soffre di questo trattamento è George, che certo non beneficia dell’interpretazione di Plemons che pur essendo buona è la più debole del cast principale. 

    Altra debolezza del film è il fatto che la concentrazione parossistica sul protagonista negativo e la presenza di scene ricche di silenzi e pause possano rendere l’esperienza di visione gravosa. Inoltre la divisione in 5 capitoli, che corrisponde pressappoco a quella del libro di Savage, risulta abbastanza superflua nel passaggio dalla carta al grande schermo.

    Nonostante ciò, Il potere del cane è un’opera ricca di spunti tematici, con interpretazioni per lo più forti, una regia immacolata e una sceneggiatura che prende il proprio tempo per scoprire le proprie carte e raccontare una storia oggi più moderna che mai.

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