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  • RECENSIONE ANIMALI FANTASTICI – I SEGRETI DI SILENTE: UNA NOIOSA MAGIA

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    Nell’ormai lontano 2016 i cuori di migliaia di fan di Harry Potter (compreso quello del sottoscritto) tornarono a battere per l’uscita del primo film della nuova saga cinematografica creata dalla mente di J.K. Rowling, Animali fantastici e dove trovarli, un primo capitolo sicuramente introduttivo, ma folgorante e riuscitissimo, capace di espandere il mondo magico che ora conosciamo come Wizarding World, partendo da una storia semplice, ma in grado di amalgamare generi diversi, dalla commedia all’horror per ragazzi, e presentando un parterre di piacevoli personaggi, su tutti il Jacob Kowalski di Dan Fogler e la Queenie Goldstein di Alison Sudol. Si arriva dunque al 2018 quando esce al cinema Animali fantastici: i crimini di Grindelwald, pellicola molto attesa da pubblico e fan, che delude profondamente le aspettative. Se da un lato il film è capace di regalare un ottimo villain, interpretato da un Johnny Depp in gran forma, e un paio di sequenze davvero riuscite, su tutte il discorso di Grindelwald al cimitero parigino del Père-Lachaise, dall’altra parte la pellicola è caratterizzata da una sceneggiatura molto confusa e a tratti delirante, accompagnata da una messa in scena approssimativa

    Dopo questa eterna introduzione arriviamo finalmente a parlare del terzo capitolo di questa saga,  Animali fantastici: I segreti di Silente, pellicola che ha vissuto un percorso travagliato a causa della pandemia e per il cambio in corso d’opera di Johnny Depp come interprete del mago oscuro Gellert Grindelwald, sostituito da Mads Mikkelsen. In questo nuovo capitolo il professor Albus Silente – incarnato da un convincente Jude Law, che talvolta si lascia forse andare a qualche gigionismo di troppo – sa che il potente mago oscuro Gellert Grindelwald è intenzionato a prendere il controllo del mondo magico. Non essendo in grado di fermarlo da solo, Silente affida al magizoologo Newt Scamander (Eddie Redmayne) il compito di guidare un’intrepida squadra in una pericolosa missione, dove incontrano vecchie e nuove creature e si scontrano con la crescente legione di seguaci di Grindelwald.

     

    I primi dieci minuti di film mostrano immediatamente un cambio di rotta rispetto al precedente capitolo, a partire dai titoli di testa accompagnati da una musica meno cupa, ripresentandoci i personaggi che già conoscevamo e la nuova versione di Grindelwald di Mikkelsen, capace in pochi minuti di risultare affascinante ed estremamente crudele allo stesso tempo. Passata l’introduzione, la speranza di poter assistere ad un’ottima pellicola si affievolisce molto velocemente. Le restanti due ore e venti di film, una durata completamente ingiustificata, sono costruite su un escamotage narrativo che, per quanto coerente a livello di sceneggiatura, a livello cinematografico porta di fatto all’inesistenza stessa di una trama per almeno novanta minuti, affiancata da un intreccio politico che lascia non poco perplessi nelle modalità. La percezione che si ha guardando il film è quella di assistere a una puntatona di una serie TV, estesa stiracchiata per più di due ore, per cui tra l’altro abbiamo dovuto aspettare quattro anni (le lunghe e didascaliche sequenze di spiegazione degli eventi dei precedenti film non fanno altro che ricordarci di questa cosa) e di cui non siamo neanche sicuri di poter vedere il seguito, vista la giusta reticenza della Warner nel mettere in cantiere un nuovo capitolo. Un aspetto ancora più grave è il fatto che la scrittura del film non sfrutta neanche l’escamotage narrativo per concentrarsi sui personaggi i quali, ad eccezione forse di Silente, sono troppo numerosi, poco caratterizzati, non funzionali al racconto e non hanno alcun tipo di evoluzione durante l’intera pellicola. Theseus Scamander, Lally Hicks, Yusuf Kama, Bunty Broadacre e lo stesso Newt Scamander, compiono azioni mosse da motivazioni sconosciute probabilmente anche a loro stessi e di fatto non hanno un vero impatto sulla narrazione. Anche la solitamente radiosa presenza del mitico Jacob Kowalski, interpretato da un comunque bravo Dan Fogler, è più incolore del solito. Lo stesso Grindelwald di Mikkelsen, dopo l’ottimo inizio, rientra nei canoni classici del villain dimenticabile. L’unico personaggio con una parvenza di tridimensionalità risulta essere Silente che, pur agendo quasi da deus ex machina, appare tormentato e protagonista delle scene emotivamente più toccanti del film: un uomo profondamente solo e consapevole del fatto che, a causa delle scelte compiute nella sua vita, non sarà mai in grado di condividere momenti di vera felicità con le persone a lui care. Inoltre si fa finalmente riferimento in maniera aperta alla sua omosessualità e al suo amore verso Grindelwald, un aspetto che tuttavia avremmo voluto vedere ancora più esplorato e che ha poco impatto sul risultato finale. 

    La suddivisione classica in atti è qui completamente abbandonata, risultando in un ritmo estremamente piatto, senza climax di alcun tipo, che porta spesso a una sensazione di noia nello spettatore. Anche le sequenze a Hogwarts, accompagnate dalla musica di John Williams, non riescono a emozionare, una scuola vuota, con pochi studenti, caratterizzata da una triste Sala Grande, molto meno maestosa rispetto a quella che ricordavamo.

    Da questo film ci si aspettavano molte risposte dopo i numerosi quesiti lanciati dal secondo capitolo della saga. Quelle risposte arrivano, ma in questa sede non verrà discusso se risultano essere convincenti o meno, né tantomeno verrà dedicato spazio a tutti gli aspetti riguardanti la continuità narrativa tra ciò che viene messo in scena e ciò la Rowling ha raccontato in tutti questi anni. E’ tuttavia giusto sottolineare come l’intera saga sia stata costruita senza una vera struttura: i temi centrali dei precedenti film, in primis il personaggio di Credence, la sua identità e la sua sofferenza, vengono messi frettolosamente in secondo piano, così come il personaggio di Queenie, vera gemma di Animali fantastici e dove trovarli, ha un’evoluzione a dir poco inspiegabile, mossa da incomprensibili motivazioni. Il risultato finale è un tentativo maldestro di cancellare ciò che non aveva funzionato nel film precedente, che ricorda molto l’operazione realizzata da J.J. Abrams con Star Wars – L’ascesa di Skywalker.

    Indipendentemente da quanto scritto prima, va tuttavia fatto un plauso al comparto tecnico, di ottimo livello, con una fotografia meno cupa rispetto al precedente capitolo e una buona computer grafica, con qualche caduta di tono solo nella costruzione delle varie ambientazioni, che a tratti risultano un po’ posticce. All’interno della pellicola sono comunque presenti un paio di sequenze piacevoli, in primis quella che vede protagonisti i fratelli Scamander a metà film, una scena che ricorda e livello di tono il primo capitolo della saga e caratterizzata anche da una violenza inaspettata per un PG-13. Il film in generale funziona proprio quando cerca di riproporre le atmosfere di Animali fantastici e dove trovarli, pur impregnate di una buona dose di fan-service, ma in fretta torna a perdersi nella sottotrama politica. Vista l’importanza dedicata nuovamente alla creature magiche, quantomeno il titolo del film torna a essere parzialmente giustificato e  infine un plauso va rivolto anche a una certa creatività nella realizzazione delle scene di duello tra maghi, in particolare quelle con protagonista Lally.

    In conclusione  Animali fantastici: I segreti di Silente è un film estremamente problematico, principalmente a livello di scrittura, e potenzialmente conclusivo, nel caso in cui la Warner decidesse di non proseguire questa saga. Se da una parte da fan del mondo di Harry Potter si possa provare dispiacere per una mancata conclusione della pentalogia prevista, dall’altra parte è giusto porsi più di un ragionevole dubbio se possa davvero valer la pena immergersi di nuovo nel Wizarding World a queste condizioni.

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  • RECENSIONE THE BATMAN – UN CINECOMIC NOIR

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    Una soggettiva con l’Ave Maria di Schubert in sottofondo. Un respiro pesante osserva una famiglia, un bambino che gioca con il padre. Questa sequenza voyeuristica si tramuta presto in una scena a tinte horror, impostando immediatamente il tono del film. Dall’altra parte della città, la voce di Bruce Wayne legge il proprio diario, raccontandoci cosa significhi per lui essere Batman. In questa maniera spiazzante si apre la nuova trasposizione cinematografica del crociato di Gotham creata da Matt Reeves, uno dei principali autori di blockbuster degli ultimi 10 anni, presentandoci lo scenario in cui verremo immersi per le quasi tre ore successive: una Gotham che inizialmente appare come la Los Angeles di Blade Runner, piovosa, scura e corrotta, ma a suo modo anche gotica. Il film inizia durante la notte del 31 ottobre, citando la graphic novel Batman: Il lungo Halloween di Jeph Loeb e Tim Sale, di cui riprende anche le atmosfere, e ci mostra un Batman profondamente tormentato, consumato dalla sua missione, considerata il retaggio della sua famiglia, e ben interpretato da un Robert Pattinson dal volto scavato e dagli occhi estremamente espressivi, prima scelta perfetta di un cast azzeccatissimo nel suo insieme. Questo Batman picchia come un fabbro e, inizialmente, incute paura tanto nei criminali e quanto nei civili, con il suo incedere lento e il rumore pesante del suo passo inesorabile, come dimostra la prima delle poche scene action del film, che richiama le ambientazioni del capolavoro I guerrieri della notte di Walter Hill. In questa sequenza compare anche Jay Lycurgo, giovane attore inglese recentemente visto nella terza stagione di Titans, la serie dedicata ai sidekick degli eroi della DC, in cui interpreta Tim Drake, colui che nei fumetti è la terza incarnazione di Robin, dando vita a un easter egg probabilmente involontario. Essendo il primo capitolo di una probabile nuova trilogia c’è ampio spazio per l’evoluzione di Batman, mostrato nei primi anni di attività e dunque ancora inesperto e  goffo, soprattutto quando non visto dai suoi nemici. Un Batman che sbaglia frequentemente durante la pellicola e anche in questo modo giunge a comprendere meglio il proprio ruolo nella città e ciò che può rappresentare, diventando un simbolo di speranza e luce in quell’oscurità che lui tanto ama.

    Reeves nonostante le numerose e iconiche rappresentazioni del personaggio, riesce a portare sullo schermo una versione di Batman mai vista prima, esaltando le capacità di detective dell’uomo pipistrello e creando di fatto un film neo-noir, che coniuga impostazione realistica e anima fumettistica e si caratterizza per un ritmo lento, tipico di una pellicola di investigazione, spezzato di tanto in tanto dalle poche scene action, girate magistralmente e caratterizzate da una certa dose di violenza, sebbene non venga mostrato il sangue (probabilmente per sfuggire al temuto divieto ai minori negli USA). Tra queste merita una menzione speciale l’inseguimento in macchina da antologia a metà film. C’è poco spazio per Bruce Wayne nel minutaggio totale e, a un certo punto, è lo stesso Alfred di Andy Serkis, il personaggio più sacrificato e meno sviluppato tra quelli principali, a domandare: “Bruce Wayne farà una comparsata?”, rivolgendosi con questa battuta anche al pubblico. Tutto l’intreccio è costruito su una sfida a distanza tra il Cavaliere oscuro e l’Enigmista, interpretato da un Paul Dano in stato di grazia, capace di suscitare inquietudine con la sua sola voce e, pur comparendo pochissimo sullo schermo, di creare una minaccia presente in ogni scena del film. Il suo alter ego è sicuramente figlio del Joker di Heath Ledger, di cui riprende alcune metodologie, tra cui il produrre riprese video delle sue vittime prima della loro esecuzione, ma mosso in questo caso dalla volontà di distruggere Gotham, in quanto città dannata e corrotta, oltre che dalla semplice ambizione di uscire dall’anonimato. Un personaggio ossessionato da Batman, con cui condivide alcuni aspetti del suo processo di crescita.

    Reeves costruisce la narrazione su un parterre di personaggi che ancora pagano le colpe dei padri, dei personaggi tangibili e reali e al tempo stesso fedeli alla controparte fumettistica. In questo contesto si inserisce anche l’ottima Catwoman della brava Zoë Kravitz, a cui la sceneggiatura attribuisce un’origine interessante, unica persona forse davvero capace di entrare in sintonia fisica ed emotiva con Bruce Wayne. Jeffrey Wright porta in scena un convincente Gordon, unico baluardo di giustizia all’interno della polizia di Gotham, creando un’intesa quasi da buddy movie con Batman. A lui sono affidate anche le poche battute ironiche della pellicola. Anche il già iconico Pinguino di un irriconoscibile Colin Farrell, il personaggio più fumettistico della pellicola (e c’è grande attesa per la serie HBO Max a lui dedicata), e il ruffianissimo Carmine Falcone di John Turturro sono perfettamente funzionali allo sviluppo della storia, a dimostrazione della grande intelligenza con cui tutti questi personaggi sono stati gestiti.

    La sceneggiatura ha inoltre il merito di calare la narrazione nella realtà odierna, sfruttando le possibilità offerte dai social media, parlando di bolle di terrorismo di matrice nazista create online e prendendo ispirazione anche da terribili eventi accaduti negli ultimi anni, come la strage di Utøya. Tutto il comparto tecnico, infine, è di livello assoluto, dalla fotografia di Greig Fraser, che utilizza i giochi di luci e ombre tipici del noir, alle scenografie di James Chinlund, fino alle musiche di Michael Giacchino. La regia di Reeves, raffinata e invadente al punto giusto per un prodotto del genere, è in grado di esaltare tutte le componenti della pellicola.

    Nonostante sia un’opera di assoluto livello, nonché un modo di produrre blockbuster molto coraggioso, il film non è esente da difetti, in primis la durata eccessiva. Inoltre, forse, la pellicola non è capace di proporre una storia che, per quanto inattaccabile, sia in grado di stupire per originalità. Una scena verso il finale, peraltro, apre al futuro di questo nuovo franchise e fa storcere parecchio il naso al sottoscritto per la direzione in cui sembra vogliano andare i prossimi film.

    In conclusione, Matt Reeves riesce nell’impresa di dare nuova linfa a livello cinematografico al personaggio e di produrre un film di cui inizialmente nessuno sentiva il bisogno, ma grazie al quale, dopo la visione, non vediamo l’ora di immergerci nuovamente nella pioggia di questa Gotham City.

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  • FRANÇOIS TRUFFAUT E LA SAGA DI ANTOINE DOINEL

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    UN’OPERAZIONE PIONERISTICA  NELLA STORIA DEL CINEMA

    [L’ARTICOLO CONTIENE SPOILER DELLE PELLICOLE IN QUESTIONE]

    Negli ultimi decenni Richard Linklater è ricordato tra le altre cose per avere realizzato progetti sperimentali con al centro il concetto del tempo e la rappresentazione della crescita fisica e personale dei personaggi dei suoi film, sfruttando l’evoluzione stessa degli attori e filmando le sue pellicole a distanza di anni. 

    Una esperimento simile è stato portato avanti nell’arco di 20 anni dal grande regista della Nouvelle Vague François Truffaut tra il 1959, anno di uscita del capolavoro indiscusso I 400 colpi, e il 1979, anno in cui termina ufficialmente la storia di Antoine Doinel, alter ego dello stesso Truffaut, composta da 4 film e un cortometraggio, con la pellicola L’amore fugge.

    La storia di Antoine Doinel è costruita sul fisico e l’interpretazione di Jean-Pierre Léaud, volto simbolo della Nouvelle Vague e del cinema francese in generale, recentemente omaggiato dal Torino Film Festival con il Gran Premio alla carriera. 

    ANTOINE E COLLETTE

    Se sul celebre I 400 colpi è stato scritto tanto, meno visibilità hanno ricevuto le altre pellicole, nonostante siano anch’esse delle opere di assoluto livello. Dopo la fine del primo film, con un Antoine abbandonato da tutti e pronto con dolore ad affrontare l’età adulta, Truffaut non aveva in programma di creare dei seguiti. L’occasione si presentò quando gli venne chiesto di partecipare al film a episodi L’amore a vent’anni, per cui realizzò l’episodio Antoine e Collette, decidendo di ritornare sul personaggio perché “quando mi chiesero di fare un episodio, io non avevo idee su come illustrare il tema ed allora pensai di riprendere Jean-Pierre, che in quel momento era un po’ sbandato”. In questo episodio Antoine si innamora perdutamente di Collette, una giovane donna che si prende gioco di lui, non provando i suoi stessi sentimenti, e vive il suo primo impatto con i concetti di amore e odio, barcamenandosi tra i primi lavori e la ricerca della responsabilità, contrastata dalla sua impulsività e immaturità, messe in scena con grande leggerezza da un Truffaut che rivive i suoi vent’anni e dirige di conseguenza. Una piccola gemma nella prolifica filmografia del regista.

    BACI RUBATI

    Tuttavia è con Baci rubati che la storia di Antoine viene definitivamente rilanciata. In questo episodio ritroviamo un personaggio immaturo, appena dimesso dal servizio militare per instabilità di carattere, che va alla ricerca della sua amata Christine Darbon, amore condiviso anche da Truffaut verso la tua interprete Claude Jade, a dimostrazione di una continua compenetrazione tra la vita del regista e quella di Antoine, anche nei capitoli successivi a I 400 colpi. In questa libera e riuscitissima pellicola, nata dall’unione di diversi generi, dalla commedia al giallo arrivando fino all’erotico, Truffaut dipinge l’inquietudine di Antoine verso la vita e verso l’amore, in un processo di autosabotaggio a causa del suo carattere, sullo sfondo dei tumulti del 68’, regalandoci tra le altre cose una delle sequenze manifesto dell’intera Nouvelle Vague anche grazie alla performance eccezionale di Jean-Pierre Léaud, in cui il nostro protagonista cerca di comprendere chi preferisce tra la sua amata Christine e Fabienne Tabard, la moglie del suo datore di lavoro con cui ha avuto un incontro amoroso, ripetendo il nome delle due donne ed il proprio di fronte allo specchio, studiando le reazioni del suo viso e della sua mente.

    In questo film Antoine si trasforma e, da persona incapace di accettare le griglie imposte dalla società come era nel primo film, si imborghesisce e accetta il compromesso, riappacificandosi con Christine. E se il tono da commedia pervade l’intera pellicola, una sottile tensione di fondo accompagna soprattutto l’ultima parte in cui un uomo, che da giorni pedinava Christine e interpretato da Serge Rousseau, si avvicina alla  coppia e ribalta il punto di vista, dichiarando il suo amore alla ragazza e definendosi come definitivo, al contrario della provvisorietà di persone come Antoine, risultando di conseguenza folle, ma anticipando la fine della relazione tra i due che avverrà nelle pellicole successive. Che sia questo sconosciuto la vera coscienza di Truffaut, che dipinge ciò che avrebbe voluto perseguire proprio in quegli anni in cui veniva tacciato di imborghesimento e quindi in contrasto rispetto alla libertà delle sue prime opere? Anche per questo Baci rubati risulta essere un grande film, nonché l’opera più riuscita della saga di Antoine dopo I 400 colpi.

    DOMICILE CONJUGAL

    Passano due anni e Truffaut torna sul set con Domicile conjugal, tradotto criminalmente in italiano come Non drammatizziamo… è solo questione di corna. Questa pellicola, la più debole di tutto il ciclo, vede Christine e Antoine in attesa del loro primo figlio, mentre conducono un’esistenza felice, ma modesta, finché Antoine non si lascia affascinare dal fascino esotico di Kyoko, una cliente del suo capo, di cui diviene l’amante. In questa pellicola Truffaut soffre di una certa stanchezza espressiva e di un’indubbia reiterazione dei temi, ma è interessante come questa mancanza di innovazione sia riflessa nel comportamento di Antoine, nel momento in cui si stanca di Kyoko, quasi come se il regista dopo un paio di pellicole dedicate ad altro, abbia avuto piacere tornare nella vita di Antoine così come quest’ultimo a fine film ritorna da Christine, in una sorta di comfort zone.

    L’AMORE FUGGE

    Il ciclo di pellicole si conclude con il bellissimo L’amore fugge del 1979, nato quasi per caso, come raccontato dal regista in questo aneddoto: “Un giorno [il regista danese, ndr] Henning Carslen mi raccontò che aveva ereditato un cinema che Carl Theodor Dreyer aveva gestito fino alla morte, il Dagmar Theater a Copenaghen, e aveva proiettato tutto Doinel sotto forma di ciclo. C’erano giovani che avevano guardato tutto il giorno Doinel crescere, amare e invecchiare: è stato quando ho sentito questo racconto che mi è venuta voglia di fare un ultimo Doinel”. Dopo aver pubblicato il proprio romanzo autobiografico, Antoine vive il divorzio dalla moglie Christine e una relazione con la commessa Sabine. Nel frattempo rivedrà Colette, co-protagonista di Antoine e Collette, con la quale si confiderà. L’amore fugge è un film pienamente consapevole di essere l’ultimo dedicato a un Antoine, ormai trentacinquenne, ancora ossessionato dai suoi problemi sentimentali e non pienamente maturo, nonostante tutte le vicende che gli sono accadute. Truffaut riutilizza segmenti delle precedenti pellicole e si sforza di creare un film comprensibile a tutti, anche ai neofiti della saga, cercando di chiudere il cerchio e creando un’opera postmoderna. Se la pellicola ha indubbiamente il sapore di un già visto, la sincerità di Antoine nell’auto-analizzarsi e nell’affrontare i demoni del suo passato, compreso il complicato rapporto con la madre messo in scena ne I 400 colpi, e il trasporto emotivo con cui ci si approccia al film, dopo tante ore passate in compagnia del suo protagonista, la rendono inevitabilmente un’esperienza godibilissima. In questo film Antoine forse trova finalmente ciò che cerca, incontrando Sabine, una persona che, come lui, non comprende se è in grado di amare veramente o se le sue relazioni sono frutto di una serie di capricci. Insieme sono pronti a lanciarsi verso un futuro senza certezze, aperto a ogni evento, esattamente come il finale dell’opera. 

    Proprio come François Truffaut era pronto a lanciarsi verso nuove sfide, realizzando l’anno dopo il meraviglioso L’ultimo metrò. Con la sua morte, da lì a pochi anni, se n’è andato uno dei più grandi registi e innovatori della storia del cinema, grazie anche a opere come il ciclo di Antoine Doinel.

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  • RECENSIONE AMERICA LATINA – UN CINEMA PERSONALE

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    Dopo il grande successo di Favolacce c’era indubbiamente grande interesse attorno alla nuova opera dei fratelli Fabio e Damiano D’Innocenzo, intitolata America Latina e presentata alla 78ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Questo thriller, ambientato a Latina e retto sulle spalle da un bravo Elio Germano, narra la storia di Massimo Sisti, un dentista molto professionale sia con i pazienti che con le sue collaboratrici. Ha una bella famiglia (moglie e due figlie che sono al centro della sua vita), una villa molto ampia e immersa nel silenzio. In definitiva è un uomo socialmente arrivato grazie al proprio senso del lavoro e alla propria serietà professionale. In questo contesto, in un giorno qualsiasi, Massimo scende nel suo grande scantinato, in cui incontra l’assurdo.

    Il titolo del film, “come un bellissimo Frankenstein, unisce l’America – che da quando siamo fanciulli rappresenta il sogno, quello che immaginiamo – e Latina, quella terra bonificata che è il nostro contatto reale. America Latina è lo sposalizio tra reale e sogno”, spiegano i registi. 

    L’ALIENAZIONE DELL’UOMO DI PROVINCIA

    La pellicola si apre con una sequenza di immagini della provincia di Latina, alla cui desolazione viene contrapposta la silenziosa e raffinata villa di Massimo, che sin dall’inizio viene dipinto come un padre di famiglia perfetto, capace di piangere per la bellezza delle note suonate da sua figlia al pianoforte, amico generoso e il datore di lavoro che tutti vorrebbero avere. Ed è dopo i primi 5 minuti di film che avviene il colpo di scena su cui viene costruito l’intero film. Da qui in avanti la vita di Massimo viene pian piano stravolta in una discesa verso l’inferno, un viaggio sia fisico che mentale, pervaso da una tensione costante e messo in scena dai registi con una spirale di eventi caratterizzati da un’impronta grottesca sempre più marcata fino alla risoluzione finale. 

    La trasformazione di Massimo, scaturita dalla sua psiche completamente distrutta, viene messa in scena sul piano mentale grazie a un uso sapiente delle luci e dell’ambientazione, partendo dalla luminosità  delle location iniziali e virando verso luci al neon rosse e verdi e scene in notturna, a sottolineare il buio della ragione, con scelte estetiche indubbiamente derivative dal cinema di David Lynch e Nicolas Winding Refn. Il colpo di scena iniziale è realizzato in maniera impattante e ricorda a tratti la prima comparsa del mostro di Martyrs, il piccolo gioiello del cinema horror contemporaneo diretto da Pascal Laugier. Il tono grottesco viene pienamente giustificato dal filtro che Massimo applica alla realtà provinciale che lo circonda, dove paranoia, insicurezze ed egoismo vengono amplificati dall’assunzione di alcol e farmaci. A livello fisico i registi sono bravi a lavorare sul corpo di Elio Germano, ridotto col passare dei minuti a uno stato larvale, con movimenti e pose fisiche tipici di un infante in un corpo da adulto.

    IL DUALISMO TRA SOGNO E REALTA’

    L’intera pellicola è costruita sul concetto di dualismo, di confronto con se stessi e con gli altri, il tutto sottolineato da numerose inquadrature costruite sulle immagini riflesse da vetri, specchi o dall’acqua di una piscina. Durante il film ci sono continui parallelismi tra vita perfetta e mostruosità, ricchezza e povertà, lo scontro tra padre e figlio e i personaggi interagiscono quasi sempre a coppie e mai in maniera collettiva, anche quando più persone condividono la stessa inquadratura. Alla bellezza della silenziosa villa di Massimo vengono contrapposte le immagini della provincia di Latina, spoglia e arida come i personaggi di questa pellicola, personaggi profondamente soli e alienati, il tutto accompagnato dalle musiche dei Verdena che a tratti ricordano alcuni temi composti da Angelo Badalamenti per David Lynch.

    Sulla scia di quanto realizzato in Favolacce, anche in quest’opera i registi, insieme al direttore della fotografia Paolo Carnera, danno sfoggio di tutte le loro capacità registiche, con inquadrature ardite, piani sequenza caratterizzati da movimenti di macchina elaborati e transizioni tra campi lunghi e primi piani. Questa regia estremamente invadente e potente, tuttavia, non è supportata dalla storia raccontata: la narrazione, infatti, è scarnificata fino all’eccesso e non risulta essere altrettanto efficace. La risoluzione finale, inoltre, manca di coraggio, andando a fornire tutte le risposte, come se i registi non si fidassero delle capacità deduttive dello spettatore ed eliminando quell’ambiguità di fondo che era stata la forza del film fino a quel momento e che, in precedenza, aveva contribuito alla riuscita  di Favolacce.

    Se il risultato complessivo non può che risultare parzialmente derivativo, bisogna tuttavia riconoscere che i fratelli D’Innocenzo siano gli unici in Italia a portare avanti un certo tipo di cinema, coerente a livello sia visivo sia narrativo: sono dunque davvero definibili come due autori. A conti fatti America Latina risulta essere una buona pellicola: un ulteriore tassello nella crescita artistica dei gemelli, di cui aspettiamo con interesse il prossimo film, in cui ci auguriamo siano in grado di affiancare alla sontuosa messa in scena una sceneggiatura di pari livello.

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  • RECENSIONE THE WITCHER 2 – IL FANTASY PURO

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    Torna su Netflix la serie che con la sua prima stagione aveva battuto ogni record della celebre piattaforma streaming, per raccontare le avventure dello strigo Geralt di Rivia, interpretato da un buon Henry Cavill, che si riconferma essere estremamente calato nella parte di uno dei personaggi letterari e videoludici da lui più amati.

    In questa seconda stagione, convinto che Yennefer sia morta nell’epica battaglia di Colle Sodden, Geralt di Rivia porta Ciri nel luogo più sicuro che conosce, la sua casa d’infanzia, Kaer Morhen. Mentre i re, gli elfi, gli umani e i demoni del Continente lottano per la supremazia fuori dalle sue mura, Geralt di Rivia deve proteggere la ragazza da qualcosa di molto più pericoloso: il misterioso potere dentro di sé.

    The Witcher 2 mostra sin dal primo episodio un netto miglioramento su tutti i fronti grazie alla presenza evidente di un budget più elevato rispetto alla prima stagione. La CGI raggiunge buoni risultati soprattutto nel design dei mostri e dei pochi personaggi realizzati in motion capture, mentre mostra ancora qualche problematica nelle ambientazioni che non reggono il confronto con gli scenari naturali. La fotografia e la regia si mantengono in generale di un buon livello e la serie è abile a mantenere gli alti standard della prima stagione riguardo alla messa in scena dei combattimenti, realizzati sempre con grandi coreografie e ralenti funzionali, senza risparmiare sangue e momenti di estrema violenza, con un lato gore sempre più marcato rispetto al passato. 

    Eliminando i diversi piani temporali che caratterizzavano la prima stagione, questi nuovi episodi espandono il mondo che ci è stato presentato, alzando la posta in gioco e mostrandoci numerose nuove ambientazioni tra cui la famosa Kaer Morhen già vista nell’anime The Witcher: Nightmare of the Wolf, uscito quest’anno sempre su Netflix.

    Se nella prima parte di questo nuovo ciclo di episodi si decide di puntare sulla vena horror della serie, ricreando le atmosfere della terza puntata, nonché la migliore della prima stagione, intitolata Luna traditrice, pur non raggiungendo i pregevoli livelli di tensione che erano stati ottenuti in quell’occasione, nella seconda metà il grosso dello sforzo narrativo si concentra sugli intrighi di potere e sulle lotte intestine del continente, ricordando nell’impostazione il Game of Thrones degli inizi. In queste puntate vengono introdotti nuovi personaggi ad ogni episodio, alcuni caratterizzati in maniera efficace come Visemir, protagonista dell’anime, Nivellen e Francesca, altri, come Djikstra, abbondantemente trascurati in attesa di futuri approfondimenti. 

    Se Geralt funziona perfettamente con i suoi soliti mugugni, alternati in questo caso a sorrisi che mostrano un candore e un lato umano suo e in generale dei Witcher inaspettato, le coprotagoniste della serie, Ciri e Yennefer, proseguono coerentemente il loro percorso di maturazione, mentre alcuni dei comprimari riescono a brillare, in particolare Fringilla, a cui viene dedicato un intero percorso narrativo e Cahir, molto più umanizzato rispetto al male assoluto che rappresentava nella prima stagione. Poco sfruttato invece il mitico Ranuncolo, ridotto ufficialmente a comic relief e senza una vera funzione nella trama. In generale tutti i personaggi vanno a porsi in un limbo realistico in cui non esistono in forma pura il bene e il male, in cui tutti hanno qualche scheletro nell’armadio, creando delle figure grigie spinte da un istinto di sopravvivenza e da sete di potere, in cui nessuno è disposto ad aiutare senza secondi fini, rivalutando quelli che ci si aspettava fossero gli antagonisti e introducendone di nuovi.  

    Viene dedicato anche ampio spazio agli elfi e al razzismo nei loro confronti, uno dei temi cardine della nuova stagione, che non ha paura di  prendersi maggiormente sul serio, richiedendo una visione attiva allo spettatore, tra nomi di regni, persone e la mancanza di informazioni che si fanno attendere, ma ricordandosi anche di essere una serie fantasy nella maniera più pura, con numerose creature e mostri a cui viene dato finalmente spazio, un ampio uso della magia e dell’occultismo, con numerose sequenze psichedeliche messe in scena nelle varie puntate, che mostrano un certo impegno nel voler realizzare qualcosa di leggermente diverso rispetto ai prodotti a cui siamo abituati. Inoltre si insiste molto sulla relazione tra padre e figli, naturali o adottati, tra Tissaia e Yennifer, Visemir e Geralt e tra Geralt e Ciri, con questi ultimi che costruiscono un rapporto di sincero affetto reciproco.

    La serie non è sicuramente esente da problemi, tra una certa confusionarietà negli sviluppi narrativi che però evitano inutili didascalismi, con risposte che arrivano, ma che si fanno a lungo attendere, e una certa pigrizia nella scrittura di alcuni passaggi di trama nella seconda metà, con eventi che si verificano per pura coincidenza ed esattamente nel momento opportuno. Inoltre il vero villain di questa stagione, la Madre Immortale, non riesce a convincere a causa della sua introduzione abbastanza arbitraria e la scarsa caratterizzazione, sebbene sia almeno sostenuta da motivazioni condivisibili.

    Nel complesso The Witcher 2 mostra un miglioramento su quasi tutti i fronti rispetto alla prima stagione che era caratterizzata da troppi alti e bassi e contribuisce a costruire un universo narrativo sempre più ampio, con una narrazione a conti fatti coerente e con protagonisti ben delineati e di cui aspettiamo con interesse le future avventure. 

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  • RECENSIONE DIABOLIK – UN CINECOMIC ATIPICO

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    Approda finalmente al cinema uno dei film italiani più attesi dell’anno, la seconda pellicola ad alto budget dopo il recente e bellissimo Freaks Out di Gabriele Mainetti. I Manetti Bros, dopo il successo di pubblico e critica della loro opera Ammore e malavita (2017), continuano il loro percorso artistico volto a realizzare e incentivare – insieme alla loro casa di produzione Mompracem – il cinema di genere in Italia, realizzandolo in maniera personale e senza compromessi. In questa occasione accettano la sfida di adattare il fumetto Diabolik, creato dalle sorelle Giussani e già portato sul grande schermo in versione pop dal grande Mario Bava, in particolare il terzo albo della serie originale, L’arresto di Diabolik.

    Il film è ambientato nello stato immaginario di Clearville, alla fine anni degli ’60. Dopo aver messo a segno un altro colpo, Diabolik riesce a sfuggire alla polizia dopo un inseguimento. L’ispettore Ginko, con la sua squadra, sta facendo di tutto per prenderlo ma fino a questo momento i suoi tentativi sono andati a vuoto. Intanto in città è arrivata Eva Kant, una ricca ereditiera che ha con sé un diamante rosa, un gioiello dal valore inestimabile.

    Il prologo si apre con l’inseguimento di Diabolik da parte di Ginko, messo in scena in maniera efficace, a tratti come uno spot pubblicitario dedicato alla mitica Jaguar del criminale, sulle note della canzone La profondità degli abissi scritta appositamente per il film da Manuel Agnelli. Dopo questo dinamico inizio il film adotta un ritmo decisamente più pacato, in cui ci vengono introdotti i vari personaggi. Al Diabolik di Luca Marinelli e al Ginko del bravo Valerio Mastandrea si unisce un parterre di attori feticci dei Manetti, da un non troppo convincente Alessandro Roia a un’ottima e disperata Serena Rossi fino a uno spassoso cameo di Claudia Gerini, oltre alla gemma dell’intera pellicola nonché vera protagonista del film, la Eva Kant di Miriam Leone. Il film ruota interamente attorno all’incontro tra il super criminale e la ricca ereditiera, ed è quest’ultima che, oltre ad avere in totale un maggiore screen time, ha una vera evoluzione durante l’intera pellicola. I Manetti in ogni inquadratura cercano di risaltare la bellezza del personaggio e il suo fascino, nonché la sua intelligenza e intraprendenza, doti che la rendono la perfetta partner del supercriminale.

    I Manetti Bros nell’approcciarsi a questo film adottano un’estetica molto precisa e decisamente anticommerciale, decidendo di catapultare lo spettatore direttamente in un fumetto degli anni ‘60 ambientato in città perfette e sospese nel tempo. La recitazione a tratti teatrale dei personaggi, i dialoghi irrealistici, i silenzi, tutto è realizzato in funzione di questa precisa estetica retrò, un vintage che è estremamente raro vedere in un film di oggi e che difficilmente verrà apprezzato dalle giovani masse di spettatori. Questa scelta estremamente coraggiosa simboleggia la volontà di essere il più possibile fedeli al materiale originale, di creare un noir puro senza compromessi, e se a primo impatto lo spettatore può trovare il tutto respingente, i Manetti hanno la bravura di farci immergere con delicatezza in questo mondo facendoci superare le nostre diffidenze.

    Dal punto di vista tecnico è necessario segnalare un ampio uso di long take e di panoramiche di 180° gradi, sfruttati in maniera intelligente per costruire i movimenti fuori campo di Diabolik, oltre a un grande impiego del montaggio parallelo e alternato, che raggiunge picchi notevoli: il primo durante la scoperta dell’identità di Diabolik da parte di Eva Kant e del personaggio di Serena Rossi; e il secondo durante la sequenza finale, che viene realizzata anche con un sapiente uso di split screen e di transizioni tra le varie sequenze andando a creare un perfetto crescendo. Molto apprezzabile anche la fotografia che sposa l’estetica anni ‘60, con la composizione di inquadrature iconiche caratterizzate da ombre proiettate sul volto di Luca Marinelli per far intuire l’alter ego del suo personaggio.

    Passando ai lati negativi, al netto di qualche calo di ritmo eccessivo nella prima metà, il problema principale del film è il personaggio stesso di Diabolik, portato in scena da un Luca Marinelli. Il personaggio viene infatti diretto in totale sottrazione, in modo da rispettare il carattere del protagonista dei fumetti, ma le sue caratteristiche di impassibilità, freddezza e mistero sono estremizzate, e risultano essere poco compatibili con il grande schermo, rendendolo di conseguenza estremamente piatto. Grazie tuttavia alla scelta di rendere Eva Kant la vera protagonista, l’equilibrio del tutto viene salvato.

    In conclusione i Manetti Bros ci regalano un film atipico, lontanissimo dai parametri a cui ci hanno abituato gli attuali cinecomic, creando un film coraggioso e un universo in cui potremo nuovamente immergerci grazie ai due seguiti che stanno realizzando al momento, indipendentemente dagli incassi di questa prima pellicola che, anche a causa di un rilascio suicida in un periodo ingolfato di blockbuster, temiamo possano essere estremamente bassi.

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  • RECENSIONE ETERNALS – ORIGINALITÀ IN CASA MARVEL

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    Dopo tre film indipendenti ma di grande successo, la dominatrice degli ultimi premi Oscar Chloé Zhao torna al cinema dando una svolta singolare alla propria carriera con il nuovo capitolo di uno dei progetti cinematografici più incredibili -non tanto per qualità, quanto come fenomeno pop e progetto di marketing- della storia. Una pellicola, a differenza di molte altre interne al Marvel Cinematic Universe, che risulta essere assolutamente godibile nella sua completezza anche da chi non ha visto i precedenti film, inserendo però comunque diversi richiami che strizzano l’occhio anche ai fan della saga.

    Il nuovo film dell’ MCU narra la storia degli Eterni, un gruppo di eroi sovrumani, creati da esseri cosmici chiamati i Celestiali. Gli Eterni, oltre ad avere una vita virtualmente infinita, hanno forza e poteri incredibili e vengono inviati sulla Terra per proteggere l’umanità dalle minacce dei Devianti, creati a loro volta dai Celestiali e divenuti loro acerrimi nemici. Sarà una battaglia che andrà avanti per migliaia di anni al fine di sancire il dominio di una delle due razze sull’altra.

    Il prologo si apre con uno spiegone a scritte di starwarsiana memoria, introducendoci i nuovi eroi e mostrando immediatamente un approccio diverso rispetto agli altri film Marvel: più cupo, serio e maturo. Un approccio dove, almeno inizialmente, non c’è spazio per battutine pronte a stemperare la tensione.

    Il tocco di Chloé Zhao si nota immediatamente nella realizzazione delle scene in ambienti naturali (e, finalmente oserei dire,  con uno scarso utilizzo di ambienti digitali), nella delicatezza e nella liricità della messa in scena delle interazioni degli Eterni con gli uomini. La giovane regista si permette anche di autocitarsi, con alcune location che sembrano uscite dal suo film The Rider – Il sogno di un cowboy. La fotografia, di altissimo livello, a tratti ricorda quella della precedenti opere della Zhao, nonostante in questo caso sia realizzata da Ben Devis, un collaboratore storico  dell’ MCU.  La Zhao dimostra di essere estremamente a suo agio nelle scene d’azione, più violente e meno edulcorate del solito, che mostrano anche del sangue (caso raro nel mondo Marvel), e che vengono realizzate con ottime coreografie, estremamente chiare nelle dinamiche. Menzione speciale a un sound design sopraffino, capace di trasmettere la forza e la potenza dei poteri dei supereroi. 

    Essendo una buona parte del minutaggio realizzato in ambienti naturali, gli effetti visivi non si dimostrano spesso all’altezza, in primis nella realizzazione dei Devianti, che stilisticamente  ricordano gli alieni di Edge of Tomorrow di Doug Liman, e anche nella costruzione di alcune ambientazioni come l’antica Babilonia. Convincono appieno invece i mastodontici Celestiali, soggetti di inquadrature di grande potenza visiva da godersi sul grande schermo.

    La maturità del film viene fuori sotto diversi aspetti. Se da un lato, per la prima volta, vengono mostrate scene di sesso, dall’altro viene introdotto nell’MCU finalmente anche un personaggio centrale dichiaratamente omosessuale. Durante il lungo, forse troppo, minutaggio, c’è anche spazio per trattare indirettamente temi come la demenza senile e le sue amplificate problematicità se applicate a un supereroe.

    Allo stesso tempo si parla di evoluzione dell’uomo, del male e del bene che lo contraddistinguono, di genocidi di massa sui quali vengono poste questioni etiche e non mancano riferimenti alla rovina del mondo a causa del cambiamento climatico e ad alcuni dei momenti più bui della storia della nostra razza.

    La comicità tipica dell’MCU viene ampiamente ridotta, con la presenza in ogni caso di siparietti che intervengono non sempre nei momenti giusti. Durante la pellicola viene dato spazio anche al metacinema e a citazioni ai colleghi della DC, mentre il processo di creazione degli Eterni viene preso a piene mani dall’acclamata serie Westworld.

    Un film denso di contenuti, ma che mostra il fianco al modo con cui vengono messi in scena, rappresentati in maniera estremamente didascalica, con una narrazione in cui tutto viene spiegato e nulla viene mostrato o fatto intuire. L’intreccio stesso risulta essere tutto sommato molto semplice e dimenticabile e lascia non poche perplessità la gestione di una determinata scelta compiuta dagli Eterni sul finale, che solleva non pochi dubbi a livello etico e che viene trattata in maniera estremamente semplicistica. Nota positiva la gestione dei flashback, con continui balzi tra presente e passato che donano dinamicità alla narrazione.

    La forza principale della pellicola sono i personaggi, impersonati in maniera convincente da un cast d’eccezione costituito tra gli altri da Gemma Chan, Richard Madden, Salma Hayek, Angelina Jolie e Kit Harington. Questi nuovi eroi sono personaggi grigi, che si pongono a metà tra il bene e il male, scelta apprezzabile che si discosta dagli stereotipi dei vari Captain America e co. Nonostante l’alto numero di protagonisti, quasi tutti vengono caratterizzati in maniera adeguata e sono ben dosati durante l’intera pellicola.

    A conti fatti il film risulta essere godibile e merita l’apprezzamento per lo sforzo realizzato di creare un’opera che porti una ventata d’aria fresca nel panorama stagnante dei cinecomic, risultando una delle opere migliori dell’MCU. Tuttavia, da Chloé Zhao era lecito aspettarsi di più e il senso di occasione parzialmente  mancata è inevitabile alla fine dei di titoli di coda.

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  • SPECIALE TOHORROR FANTASTIC FILM FEST 2021 – GIORNI 3-4-5

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    Venti lungometraggi, venti animazioni, venti cortometraggi, dieci racconti, dieci sceneggiature, quattro incontri letterari tra bizzarro e fantastico, tra analisi della realtà e fuga dalla medesima, cinquanta paesi coinvolti. Sono questi i numeri della Ventunesima edizione del TOHorror Fantastic Film Fest, manifestazione indipendente dedicata al cinema e alla cultura del fantastico, dal 19 al 24 Ottobre a Torino, tema: “le cose strane”. “Dopo un anno difficile il TOHorror torna più determinato e indipendente che mai, con una visione non scontata del Cinema fantastico e un programma senza compromessi. Basta sfogliare le pagine del catalogo di questa ventunesima edizione per vedere quanto straordinari siano i film in cartellone, così come gli incontri che arricchiscono e fanno da contorno al comparto cinematografico. E mai come quest’anno sento la necessità di ringraziare l’infaticabile squadra che, continuando senza tentennamenti a lavorare, ha permesso di superare questo periodo complicato e di consegnare a voi un evento cinematografico incredibile e rutilante, in presenza, pensato e realizzato in piena indipendenza e autonomia, come nel nostro ventennale spirito” dichiara il direttore artistico Massimiliano Supporta.

    Un Festival organizzato da persone che amano profondamente il cinema di genere e il cinema in generale, una manifestazione da supportare il più possibile.

    Noi di framescinemawebzine.com/ vi proporremo diverse minirecensioni dei film in programma, iniziando con due lungometraggi del concorso principale.

    THE SADNESS – CONCORSO LUNGOMETRAGGI

    “Taipei diventa una bolgia di sangue quando un virus trasforma gran parte degli abitanti in inarrestabili assassini sadomasochisti, spinti a compiere le violenze più perverse. Una giovane coppia tenta di sopravvivere.” (fonte www.tohorrorfilmfest.it).

    Rob Jabbaz, regista canadese trapiantato a Taiwan sforna a tutti gli effetti uno degli horror più violenti e sfrontati degli ultimi anni. Sfruttando immagini e situazioni a noi ben note a causa del Covid, Jabbaz riesce a declinare una versione dello zombie movie in chiave sadica, in cui i mostri voraci di carne umana per sopravvivenza diventano degli efferati assassini che provano piacere nell’uccidere, torturare e stuprare gli altri. Il film si apre con una carrellata di concetti che abbiamo sentito e risentito in questi ultimi anni di pandemia tra medici, virologi, guru, complottisti del web e interessi politici, per poi accantonare tutti questi discorsi a favore di una violenza che deflagra per il resto del minutaggio del film. Nonostante sia un film stracolmo di villain (letteralmente tutte le persone che circondano i protagonisti), uno di essi risulta essere particolarmente memorabile, un signore rappresentante della vecchia Taiwan, rancoroso verso il mondo moderno ed espressione maggiore dell’ambiguità che caratterizza la pellicola su fino a che punto gli infetti si comportino in quel modo a causa della malattia o se tutto sommato ci sia una componente consapevole in quando l’uomo è un essere malvagio. In The Sadness il confine tra uomo e mostro è estremamente labile e questi pseudo-zombie sono estremamente felici durante gli efferati atti che compiono e trasmettono un’inquietudine viscerale allo spettatore. C’è lucidità nella violenza messa in scena e questo aspetto rende ancora più terrificante ciò che ci viene mostrato. Da brividi il discorso di uno dei personaggi infetti, che dichiara il proprio amore verso una donna, per poi elencare le violenze che vorrebbe perpetrare su di lei, discorso non troppo lontano da quelli di uomini responsabili di femminicidi la cui causa viene indicata nel “troppo amore” provato verso la partner. Gli effetti speciali artigianali sono realizzati in maniera sopraffina, con litrate di sangue che sgorgano e cambiano il paesaggio di Taiwan.  Il film, per quanto eccessivo, ha il merito di capire dove si può fermare, spingendo sull’acceleratore sulla violenza, ma lasciando fuori campo i momenti in cui le efferatezza avrebbero rischiato di essere eccessive e insostenibili, mentre la tensione creata ricorda quella del cugino coreano Train to Busan che viene anche citato in una sequenza del film.

    Per gli amanti dell’horror estremo, un film imperdibile.

    TEDDY – CONCORSO LUNGOMETRAGGI

    In un piccolo villaggio sui Pirenei il diciannovenne Teddy vive alla giornata, fra lo zio adottivo, il lavoro in un salone di bellezza e la fidanzata che sogna altre vite. Una notte di luna piena viene aggredito da una bestia e comincia a sviluppare pulsioni animalesche…

    La nuova opera di Ludovic e Zoran Boukherma è una riuscita commedia horror, che si ispira al grande film di John Landis Un lupo mannaro americano a Londra e sposta la vicenda nella provincia francese, dove bigottismo e mediocrità sono le caratteristiche principali della  comunità. All’orrore della vicenda viene accostata la tenerezza dei suoi personaggi, in un mix inusuale che convince. Il film ha il pregio di provocare più volte una sincera risata ispirandosi, nella costruzione della famiglia di Teddy, al cinema di Bruno Dumont, in particolare nel meraviglioso personaggio dello zio Pepin. Il film è un coming of age, dove alle pulsioni dell’adolescenza si aggiungono gli impulsi animaleschi dovuti alla trasformazione di Teddy in un lupo mannaro. Consci della mancanza di budget, nelle le poche scene in cui avviene la trasformazione i due registi sapientemente optano per un’ambientazione scura e mantengono il mostro nella penombra, riuscendo in questo modo a creare scene credibili. L’unico difetto tecnico del film è una fotografia troppo televisiva, che sul grande schermo risulta un po’ posticcia.

    Il comparto attoriale fornisce una prova complessiva di assoluto livello e il finale riesce a emozionare non poco, a dimostrazione del cuore con cui è stata scritta e diretta questa pellicola.

    FRANK AND ZED – SEZIONE FREAKSHOW

    Gli abitanti di un villaggio sono perseguitati da una maledizione. Ben presto dovranno fare i conti con il terribile mostro chiamato Drac Macat che, leggenda narra, vive nel castello diroccato in cima alla collina. 

    Una faticosa lavorazione di 7 anni ha portato alla realizzazione di questo film completamente folle di Jesse Blanchard che non è altro che l’incontro tra il Muppet Show e l’horror e il fantasy, come se Sam Raimi e il primo Peter Jackson dirigessero pupazzi di stoffa e gomma piuma. Se già il concetto di base rende l’opera memorabile ancor prima della visione, il film non delude assolutamente le aspettative, costruendo una narrazione cinica e scorretta, ma allo stesso tempo attenta ai suoi personaggi, che dopo poche battute o azioni entrano nei nostri cuori. Frank and Zed, i due mostri protagonisti del film, sono una copia perfetta e complementare e, nonostante tutti gli omicidi che effettuano durante il film, non possiamo che fare il tifo per loro nel confronto con i politici corrotti del villaggio. Anche il popolo del paese, al contrario dei loro capi, è composto da personaggi riuscitissimi, in particolare il gruppo di quattro poveracci che si ritrova coinvolto nella battaglia senza sapere esattamente cosa fare e dando vita a una serie di siparietti uno più divertente dell’altro. Il film non si prende minimamente sul serio e decostruisce la solennità tipica del genere fantasy, sia attraverso il fatto di realizzare un’opera del genere con dei pupazzi sia attraverso piccoli elementi della sceneggiatura (la serietà del nome Drac Macat con cui è soprannominato il mostro viene sostituito da un banale Frank). Inoltre ha l’intuizione notevole di riuscire a far ridere più volte attraverso l’utilizzo dello splatter puro durante il lunghissimo combattimento finale, con teste che si spaccano e budella che escono fuori, ma il tutto posta in maniera comica e slapstick.

    Un’opera realizzata con grande passione, a cui forse 15 minuti in meno avrebbero giovato, ma che permette allo spettatore di uscire dalla comfort zone e di godere di un prodotto estremamente originale.

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  • RECENSIONE LUX ÆTERNA DI GASPAR NOÉ – IL CINEMA COME POTERE

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    SPECIALE TOHORROR FANTASTIC FILM FES

    Béatrice Dalle e Charlotte Gainsbourg chiacchierano durante una pausa sul set. Parlano di vita, cinema e stregoneria. Attorno a loro un formicaio di operatori, comparse, tecnici, truccatori, elettricisti, produttori, giornalisti, curiosi, molestatori. Le riprese ricominciano, bisogna bruciare le streghe. La situazione, problematica, si aggrava fino al punto di rottura (visivo) (fonte www.tohorrorfilmfest.it).

    Con questo nuovo mediometraggio, Gaspar Noé attenta dichiaratamente alla vita delle persone cercando di provocare negli spettatori un attacco epilettico, in modo da realizzare  la citazione di Dostoevskij provocatoriamente riportata all’inizio del film: “siete tutti in buona salute, ma non potreste mai immaginare la felicità che prova l’epilettico un secondo prima della crisi. Tutta la felicità di una vita non la cambierei mai con questa, per niente al mondo”.

    Il mediometraggio si apre con immagini tratte da Dies irae di Carl Theodor Dreyer, in cui viene mostrato il rogo di una strega, tema alla base di tutta la pellicola. Poco dopo ci spostiamo su Béatrice Dalle e Charlotte Gainsbourg che parlano, tra le altre cose, di fronte a un fuoco di roghi di streghe realizzati in film precedenti, in un dialogo fluviale, denso e sconclusionato, in cui viene inserito anche il concetto di elevazione estetica che una strega destinata al rogo vive, in quanto in quel momento diventa essa stessa la regina del “villaggio”, poiché oggetto dell’attenzione di tutti. Dopo questa verbosissima introduzione, si avviano i preparativi per la realizzazione della scena del rogo nel film di Béatrice e una doppia camera si muove in questo set labirintico, totalmente disorganizzato e delirante, pieno di intrusi, tra produttori in piena rivolta verso la regista, critici rompiscatole in cerca di notizie, sedicenti registi che si proclamano nuovi geni della cinematografia mondiale proponendo discutibili progetti che vogliono narrare della vita e della morte, nuove star in ascesa e il direttore della fotografia che con una buona dose di supponenza (dato che ha lavorato con Jean Luc Godard) decide di effettuare un colpo di stato e prendere in mano le redini del film. Nel frattempo la povera Charlotte viene sconvolta da un evento accaduto alla figlia.

    Se in Climax, di cui Lux Æterna è un seguito spirituale,  Noé aveva messo in scena la discesa negli inferi di un gruppo di ballo, in questo caso ci porta direttamente su un set infernale realizzando quasi tutto il film in split-screen, bombardandoci di informazioni ed esasperando lo spettatore con lunghi piani sequenza paralleli, costringendolo a seguire diversi avvenimenti in contemporanea. La tensione e il nervosismo crescono negli addetti ai lavori del film e in chi sta guardando. Noé paragona la realizzazione di un’opera a un gioco di potere, come atto di violenza  del regista dittatore sugli attori e la troupe, costringendo la Gainsbourg a una performance fisicamente estenuante, in cui si realizza questa elevazione estetica della strega durante il rogo, pur di ottenere un grande risultato, come se il fine giustificasse i mezzi. Il discorso si sdoppia nell’ultima parte, costringendo anche lo spettatore ad assistere a flash di luci e suoni ripetuti in maniera estenuante con il fine ultimo di causare una reazione da parte nostra. Gaspar Noé ha deciso ormai da tempo di portare avanti un’idea di cinema come esperienza sensoriale, cercando di provocare una reazione fisica nell’audience e riuscendo, a suo modo, a costruire uno stile unico nel panorama cinematografico contemporaneo. Prendere o lasciare.

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  • TOHORROR FANTASTIC FILM FEST 2021 – GIORNO 2

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    Venti lungometraggi, venti animazioni, venti cortometraggi, dieci racconti, dieci sceneggiature, quattro incontri letterari tra bizzarro e fantastico, tra analisi della realtà e fuga dalla medesima, cinquanta paesi coinvolti. Sono questi i numeri della Ventunesima edizione del TOHorror Fantastic Film Fest, manifestazione indipendente dedicata al cinema e alla cultura del fantastico, dal 19 al 24 Ottobre a Torino, tema: “le cose strane”. “Dopo un anno difficile il TOHorror torna più determinato e indipendente che mai, con una visione non scontata del Cinema fantastico e un programma senza compromessi. Basta sfogliare le pagine del catalogo di questa ventunesima edizione per vedere quanto straordinari siano i film in cartellone, così come gli incontri che arricchiscono e fanno da contorno al comparto cinematografico. E mai come quest’anno sento la necessità di ringraziare l’infaticabile squadra che, continuando senza tentennamenti a lavorare, ha permesso di superare questo periodo complicato e di consegnare a voi un evento cinematografico incredibile e rutilante, in presenza, pensato e realizzato in piena indipendenza e autonomia, come nel nostro ventennale spirito” dichiara il direttore artistico Massimiliano Supporta.

    Un Festival organizzato da persone che amano profondamente il cinema di genere e il cinema in generale, una manifestazione da supportare il più possibile.

    Noi di framescinemawebzine.com/ vi proporremo diverse minirecensioni dei film in programma, iniziando con due lungometraggi del concorso principale.

    THE SCARY OF SIXTY-FIRST – SEZIONE AMERICAN NIGHTMARE

    Due studentesse newyorkesi trovano una sistemazione da sogno, un appartamento nell’Upper East Side a prezzo stracciato. Il sogno si fa incubo quando scoprono l’identità del precedente inquilino: Jeffrey Epstein, il miliardario morto (forse) suicida nel 2019 dopo l’arresto per pedofilia e traffico di minori (fonte www.tohorrorfilmfest.it).

    L’esordio alla regia di Dasha Nekrasova (anche attrice all’interno del film) è un folle mix  di cronaca nera e possessioni demoniache, capace di portarsi a casa il premio come miglior opera prima all’ultimo Festival del cinema di Berlino. Il film, realizzato quasi totalmente con la macchina a mano e con un montaggio serratissimo, trasuda estetica anni 70 sin dalla prima inquadratura e sin dalle prime musiche. Alcune scene, volutamente sguaiate e al limite del trash, vengono in realtà contestualizzate dalla coerenza formale dell’intera pellicola e risultano funzionali alla follia della storia messa in scena. Il film abbraccia le teorie del complotto riguardo al possibile assassinio di  Jeffrey Epstein, ma non si prende mai veramente sul serio riguardo all’argomento e sfrutta questo soggetto per inserire numerosissimi spunti e riflessioni di natura politica e psicologica.  

    Se la prima chiave di lettura del film è necessariamente legata alla storia di Epstein, connesso in questo film al mondo della magia nera e dell’occultismo e capace di tormentare le protagoniste anche da morto, tra possessioni, atti di omertà e teorie del complotto (con un finale che ricorda molto nello stile quello del cult American Psycho), in seconda battuta una lettura più intimista e legata alla sfera psicologica delle protagoniste è anche suggerita. Tutte e tre utilizzano la storia raccontata per scoprire qualcosa di sé stesse, dalla propria sessualità, alla propria ossessione per il macabro fino al risveglio di un trauma causato dalla propria famiglia e in particolare dalla pedofilia incestuosa di un padre verso la figlia, connettendosi dunque direttamente alla storia del miliardario americano.

    Un’opera prima indubbiamente originale, capace di risultare sinceramente folle, ad eccezione di un finale in cui si rientra in binari tutto sommato convenzionali, e in grado di conquistare lo spettatore nel momento in cui quest’ultimo è disposto a comprendere ed accettare l’estetica che lo caratterizza.

    AFTER BLUE (PARADIS SALE) – FUORI CONCORSO

    After Blue è un pianeta abitato da sole donne. Quando, preda di un’attrazione incontrollabile, la giovane Roxy libera la pericolosa assassina Kate Bush, gli equilibri sociali si spezzano e la ragazza e sua madre saranno costrette a un’odissea per espiare la colpa, ritrovare la criminale e ucciderla per ristabilire un’armonia forse perduta per sempre (fonte www.tohorrorfilmfest.it).

    Bertrand Mandico torna sulla scena dopo l’exploit del suo esordio al lungometraggio nel 2017 con Les Garçons sauvages, opera posta al primo posto della classifica dei migliori film di quell’anno dai Cahiers du Cinéma. Con questa nuova pellicola presentata all’ultima edizione del Festival del cinema di Locarno il regista francese costruisce un’epopea che mescola generi diversi, dalla fantascienza al fantasy, dal cinema erotico fino al western, concentrandosi principalmente sulla costruzione estetica del mondo messo in scena, piuttosto che sugli eventi narrati. Il mondo After Blue, il cui nome deriva da “dopo il pianeta blu”, dopo la Terra, è caratterizzato da una natura che nelle sue forme sembra creata dalle viscere di animali e uomini, stilisticamente ispirata pesantemente dal mondo creato da Mario Bava in Terrore nello spazio e da quello di El Topo di Alejandro Jodorowsky, una natura allo stesso tempo sessualizzata, piena di fluidi, peli e simboli fallici. In After Blue gli schizzi di sangue si mischiano alla vernice lanciata su un dipinto trasparente, le donne che lo abitano assomigliano per la maggior parte a streghe e il mondo intero sembra pregno di misticismo, sottolineato dalla meravigliosa fotografia di Pascale Granel, che costruisce ogni inquadratura come se fosse un quadro. La trama sfrutta il pretesto della caccia a Kate Bush per narrare della scoperta della sessualità da parte di Roxy, che prova profonda attrazione verso la criminale ed è ancora in piena fase di scoperta di sé stessa e del proprio corpo, la cui evoluzione viene narrata durante l’intera pellicola fino al liberatorio e catartico finale. Mandico costruisce un coming of age mascherato da western con elementi di fantascienza, tra androidi di forma umana, pistole tecnologiche chiamate come i nomi di stilisti famosi e mostri che sembrano usciti da un film di Guillermo del Toro. Un film di puro sperimentalismo, di enorme world-building che  fagocita la scarsa narrazione, ma che risulta essere talmente particolare da meritare la visione rigorosamente sul grande schermo. Menzione d’onore per le musiche di Pierre Desprats, a dimostrazione di come la scuola francese continui a produrre talenti anche in questo ambito.

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