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  • TOHORROR FANTASTIC FILM FEST 2021 – GIORNO 1

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    SPECIALE TOHORROR FANTASTIC FILM FEST 2021 – GIORNO 1

    Venti lungometraggi, venti animazioni, venti cortometraggi, dieci racconti, dieci sceneggiature, quattro incontri letterari tra bizzarro e fantastico, tra analisi della realtà e fuga dalla medesima, cinquanta paesi coinvolti. Sono questi i numeri della Ventunesima edizione del TOHorror Fantastic Film Fest, manifestazione indipendente dedicata al cinema e alla cultura del fantastico, dal 19 al 24 Ottobre a Torino, tema: “le cose strane”. “Dopo un anno difficile il TOHorror torna più determinato e indipendente che mai, con una visione non scontata del Cinema fantastico e un programma senza compromessi. Basta sfogliare le pagine del catalogo di questa ventunesima edizione per vedere quanto straordinari siano i film in cartellone, così come gli incontri che arricchiscono e fanno da contorno al comparto cinematografico. E mai come quest’anno sento la necessità di ringraziare l’infaticabile squadra che, continuando senza tentennamenti a lavorare, ha permesso di superare questo periodo complicato e di consegnare a voi un evento cinematografico incredibile e rutilante, in presenza, pensato e realizzato in piena indipendenza e autonomia, come nel nostro ventennale spirito” dichiara il direttore artistico Massimiliano Supporta.

    Un Festival organizzato da persone che amano profondamente il cinema di genere e il cinema in generale, una manifestazione da supportare il più possibile.

    Noi di framescinemawebzine.com/ vi proporremo diverse minirecensioni dei film in programma, iniziando con due lungometraggi del concorso principale.

    MIDNIGHT IN A PERFECT WORLD – CONCORSO LUNGOMETRAGGI

    Manila, futuro prossimo. Inspiegabili blackout notturni colpiscono i quartieri. Si dice che chi si trova per strada nell’oscurità svanisca nel nulla. Quattro amici si rifugiano in una “safe house”, edifici-bunker in cui attendere che torni l’elettricità. Ma forse neanche lì sono al sicuro (fonte www.tohorrorfilmfest.it).

    Non convince del tutto il nuovo film di Dodo Dayao, regista filippino, che costruisce una narrazione piena di spunti interessanti a cui manca però un vero e proprio obiettivo. Il regista inserisce elementi di fantascienza, di horror, di viaggi nel tempo e di politica all’interno dell’opera, cercando di sfruttare il genere per parlare di altri temi, tra cui quello della repressione effettuata dal presidente Duterte dal 2016 nella guerra alla droga, che ha portato all’esecuzione sommaria e senza processo di moltissimi tossicodipendenti. Il soggetto di base, con il pretesto dei blackout, è parzialmente ispirato all’opera Il silenzio di Don DeLillo ed è la storia di quattro amici che cercano di sopravvivere alla notte, fuggendo dalla polizia e da esseri alieni non meglio specificati, che man mano diventa una ghost story, dove il fantasma può essere costituito dallo Stato, che compie efferatezze nelle tenebre, o da sé stessi. E dunque la safe-house in cui è ambientata gran parte della vicenda diventa uno spazio mentale, rappresentazione del proprio io in cui rifugiarsi per rifiuto verso il mondo esterno, o forse la nostra mente è popolata da altrettanti mostri e dal senso di colpa e da nessuna parte si può trovare rifugio. 

    Il comparto tecnico è di assoluto livello, con la prima parte dell’opera caratterizzata da lenti movimenti di macchina che diventano schizofrenici  nella seconda. Il cast è convincente e il lavoro fatto sul sonoro (aspetto migliore di tutta la pellicola) è di assoluto livello, con le musiche che si mescolano ai suoni alieni, a tratti ispirati a pezzi che sembrano prodotti da Aphex Twin, a tratti semplicemente inquietanti. Le poche sequenze horror funzionano, con gli esseri graficamente ispirati all’immaginario di Annientamento di Alex Garland e gli effetti visivi sono ben realizzati. Il problema è che Dayao costruisce una narrazione lenta, forzatamente autoriale, fornisce diversi spunti, ma non sembra portarne avanti neanche uno. Un’opera a metà e un’occasione mancata.

    WE NEED TO DO SOMETHING – CONCORSO LUNGOMETRAGGI

    Una famiglia resta bloccata nel bagno di casa dopo un devastante uragano; all’esterno, le macerie ostruiscono la porta. Passano i giorni, i soccorsi non arrivano e orrendi suoni inumani cominciano a provenire da fuori (fonte www.tohorrorfilmfest.it).

    Il primo lungometraggio di Sean King O’Grady risulta essere una piacevolissima sorpresa, capace di giocare con i clichè del genere e a sorprendere positivamente. Il regista americano avvia la narrazione dipingendo la classica insopportabile famiglia americana composta da un padre rabbioso, una moglie benevola, una teenager ribelle e un figlio nerd, pronta a essere massacrata nella successiva ora e mezza. Tuttavia le dinamiche si sviluppano in una maniera non totalmente prevista, riuscendo a tratti a farci empatizzare con i personaggi e tratti a farceli odiare, ma non tanto per la l’antipatia in sé di ognuno di loro, quanto per la meschinità e l’ipocrisia che li caratterizzano, sempre pronti a creare scene melodrammatiche e di buon cuore per poi venire puntualmente contraddetti dagli eventi che accadono successivamente. Il film risulta essere un mix tra un film da camera, con quattro persone chiuse in una stanza per giorni mentre all’esterno sta probabilmente avvenendo l’apocalisse, e un monster movie, con il mostro di turno che provoca effetti diretti in un minutaggio limitato, ma che risulta immediatamente iconico grazie a una sola e semplice frase doppiata da Ozzy Osbourne, citato anche in altri due momenti della pellicola. Anche la narrazione parallela che viene portata avanti, unica incursione nel mondo esterno, in cui viene mostrata la vita della figlia Mel, inizia come un coming of age classico e degenera nel macabro, stupendo notevolmente nelle dinamiche e catturando l’attenzione dello spettatore. Il tutto viene condito dai classici riferimenti a quanto siamo delle nullità senza tecnologia e quanto siamo patetici nel negare l’evidenza pur di non accettare la realtà che il mondo sta andando allo scatafascio(riferimenti al cambiamento climatico?), mentre un paio di colpi di scena davvero ben assestati contribuiscono a elevare il risultato finale.

    Dal punto di vista tecnico O’Grady opta principalmente per la camera fissa coadiuvata da un montaggio serratissimo, permettendo al film di non perdere ritmo e di far tenere gli occhi degli spettatori incollati allo schermo per tutta la durata della pellicola. Anche gli effetti speciali artigianali risultano essere ben realizzati e realistici, anche se le scene disturbanti mostrate risultano essere un po’ troppo gratuite. 

    In conclusione un film godibilissimo, che non rivoluziona il genere, ma che ha l’intelligenza di non creare aspettative che non è in grado di soddisfare e di riuscire a divertire e intrattenere a dovere.

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  • RECENSIONE PRISONERS OF THE GHOSTLAND – UNA MONTAGNA RUSSA DI DIVERTIMENTO

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    L’ultima fatica di Sion Sono apre la Ventunesima edizione del TOHorror Fantastic Film Fest, manifestazione torinese indipendente dedicata al cinema e alla cultura del fantastico.

    Nella pericolosa città di frontiera di Samurai Town uno spietato rapinatore di banche di nome Hero (Nicolas Cage) viene fatto uscire di prigione da Il Governatore, un ricco signore della guerra la cui nipote adottiva Bernice (Sofia Boutella) è scomparsa. Questi offre al prigioniero la libertà in cambio della salvezza della giovane fuggiasca. Per sfuggire al mondo degli incubi in cui si muove, Hero dovrà spezzare la maledizione che controlla la misteriosa Ghostland. Fasciato da una tuta di pelle che si autodistruggerà entro tre giorni, il bandito parte per un viaggio alla ricerca della ragazza e della sua redenzione.

    Sono unisce le forze con Nicolas Cage, il cui nome nei titoli di testa viene accolto da un applauso del pubblico a dimostrazione di quando l’attore californiano sia diventato fenomeno cult negli ultimi anni, per produrre un giocattolone di quasi puro intrattenimento che riesce nel suo obiettivo di divertire il pubblico e permette a Sono di sfogare la sua visionarietà. 

    Il regista costruisce un colorato Giappone post-apocalittico miscelato con l’influenza del mondo occidentale, prendendo a piene mani dall’immaginario di Mad Max di George Miller o di Doomsday di Neil Marshall e mettendo in scena luoghi fumosi costituiti da impalcature  visibili, come se Sono ci facesse l’occhiolino e ci mettesse al corrente che si tratta di set cinematografici, di finzione, di divertissement. Le citazioni non si contano, come quella evidente da L’armata delle tenebre di Sam Raimi, e il film a tratti è un western, a tratti uno zombie movie, a tratti una storia sui samurai. 

    Il personaggio di Nicolas Cage, costretto a una missione in stile Suicide Squad dal Governatore, interpretato da  Bill Moseley, deve farsi strada in un mondo multietnico di freaks, in cui l’individualismo del popolo assoggettato è annullato e, ad eccezione dei capi e tiranni, tutti parlano per coscienza collettiva. 

    Da questo miscuglio di citazioni e generi, Sono costruisce un film miracolosamente riuscito, in cui a momenti di grande ilarità si alternano scene di grande tensione e momenti sinceramente commoventi, a dimostrazione del talento del regista giapponese nel gestire una materia così complessa. L’entrata a Ghostland in particolare, risulta essere un piccolo gioiello all’interno della pellicola, in cui Sono può dare sfogo a tutta la sua fantasia nella costruzione di questo strano mondo.

    Se a primo impatto il film può sembrare puro barocchismo, in realtà l’opera nel complesso risulta essere molto più intelligente. Il regista sfrutta la storia surreale per criticare  l’ingerenza statunitense nel mondo giapponese, alternando frecciatine dirette (il “bring the America” del Governatore per indicare “porta i soldi”, ricchezza che nella storia risulta essere fittizia) a riferimenti importanti riguardanti lo scoppio delle bombe nucleari di Hiroshima e Nagasaki, a dimostrazione di come sia un argomento ancora davvero sentito nel Paese del Sol Levante. Il nuovo Giappone per Sono può nascere solo dall’espiazione della colpa statunitense (incarnata metaforicamente dal personaggio di Nicolas Cage) di aver utilizzato gli ordigni atomici  e dalla contaminazione tra l’America e il mondo orientale, ma non dalla conquista di quest’ultimo da parte della prima.  Fino a questo momento il tempo resta bloccato e i fantasmi del passato impediscono alla popolazione di Ghostland di progredire, nel timore che il doomsday clock possa ricominciare a scorrere e portare a una nuova apocalisse, omaggio oltre che all’oggetto reale anche al medesimo presente nella graphic novel Watchmen di Alan Moore.

    Tanti concetti messi in scena con maestria da Sono, con una regia solida, un comparto attoriale in perenne overacting, aspetto coerente con le altre componenti del film, con Nicolas Cage che interpreta se stesso e una sempre brava Sofia Boutella, una curatissima fotografia, delle ottime musiche e delle scene di combattimento coreografate magnificamente.

    Se siete in cerca di montagne russe scritte con intelligenza, questo film fa decisamente per voi.

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  • RECENSIONE IL COLLEZIONISTA DI CARTE – L’INFERNO PRIMA DEL POKER

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    Con Il collezionista di carte (The Card Counter in originale) Paul Schrader conferma di essere senza dubbio uno dei registi e sceneggiatori più coerenti della storia del cinema. Il film racconta la storia di William Tillich (Oscar Isaac), veterano dell’Iraq finito in prigione per aver partecipato alle violenze di Abu Ghraib. William, finalmente libero, trascorre la propria vita vagando di casinò in casinò e ottenendo piccole vincite a blackjack. Per lui le carte, a cui dedica tutta la propria esistenza, non sono un modo per vincere, ma per “passare il tempo” e provare a dimenticare gli orrori compiuti. La sua esistenza, da sempre vissuta nell’ombra, viene sconvolta quando incontra Cirk (Tye Sheridan), un giovane che è in cerca di vendetta.

    I temi centrali del cinema di Schrader sono sempre stati il racconto della solitudine di personaggi abbandonati, il senso di colpa e la possibile redenzione. E’ quindi naturale collegare quest’ultima fatica a una delle sue prime sceneggiature, il riconosciuto capolavoro di Martin Scorsese Taxi Driver. Tuttavia gli anni sono passati e la sua visione del mondo è cambiata. Il regista continua il percorso intrapreso nel suo meraviglioso film precedente First Reformed, ma spinge l’acceleratore sul pessimismo, e dipinge un’America ancora più oscura, illuminata dalla luce fittizia, vuota e artificiale dei casinò, luoghi costruiti sul denaro, ma a cui non sembra più importare dei soldi, ormai relegati a mero mezzo per creare spettacolo. Questo, uno dei temi su cui è costruito il film, non ha più alcun potere sulle persone, che vengono travolte dal passato e dal fardello dei propri errori e delle proprie scelte. Un debito verso la vita che è efficacemente sottolineato attraverso la metafora più volte ripresa durante la pellicola del debito di un giocatore di poker professionista verso i propri creditori. Eppure Schrader, esattamente come in First Reformed, crede che ci sia ancora della speranza di redenzione e che tale speranza vada trovata nell’amore, anche di uno sconosciuto, raggiungibile solo dopo aver espiato i propri peccati e aver accettato il proprio passato, cosa che non tutti sono disposti a fare. Durante la pellicola non mancano frecciate all’imperialismo statunitense, che è di fatto l’origine dei problemi dei protagonisti, e alla finzione del sogno americano (la più riuscita risulta essere il mago del poker di origine ucraina che si fa chiamare Mr. USA e che viene puntualmente battezzato da uno dei personaggi con “That fucking USA”), portando in scena la personale crociata del regista contro le contraddizioni della sua nazione.

    Concetti sicuramente non nuovi e già trattati dallo stesso Schrader, ma indubbiamente se la sceneggiatura fosse stata messa nelle mani di qualcun altro probabilmente avremmo ottenuto un risultato decisamente mediocre. In questa pellicola ciò che fa davvero la differenza è la messa in scena a dir poco sublime, tra piani sequenza e grandangoli estremi adottati in alcune riuscitissime sequenze horror, che crea un’atmosfera sospesa e sempre pronta ad esplodere. Gli attori sono diretti magistralmente da Schrader, capitanati da un Oscar Isaac in grande forma che lavora di sottrazione. Il suo  William Tillich è un personaggio freddo, schivo, all’apparenza senza sentimenti, ma in realtà estremamente profondo. Nella sua vita ha vissuto esperienze terribili e atroci che non vuole affrontare, per cui l’unico modo per riuscire a convivere e a tenere a bada l’inferno presente dentro di lui è condurre una vita abitudinaria, in carcere prima e come piccolo giocatore d’azzardo poi. Una persona che si sente così sporca dentro da non riuscire a dormire in una camera d’albergo senza coprirla di lenzuoli, per evitare di lasciare tracce di sé stesso, per evitare di corrompere anche quel luogo. Una persona che inizialmente cerca di non instaurare rapporti umani, i quali si limitano a poche interazioni nei bar di hotel e casinò di fronte a un drink, che finisce di bere sempre per primo in modo da poter fuggire. Solo l’incontro con Cirk lo smuoverà e gli permetterà di affrontare i suoi demoni.

    In conclusione  Schrader confeziona un grande film, accompagnato da musiche meravigliose, in cui porta avanti la sua poetica, senza inventare nulla e proponendo una variazione sui temi che ama trattare, ma riuscendo ad ammaliare e a colpire ancora una volta, come solo un grande maestro del cinema contemporaneo riesce a fare.

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  • SPECIALE TORINO UNDERGROUND CINEFEST

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    Il Torino Underground Cinefest, festival del cinema indipendente ideato e diretto dal regista Mauro Russo Rouge, è tornato live e gratuitamente dal 2 al 9 settembre, con l’ottava edizione proposta dall’associazione culturale SystemOut e dall’Università Popolare ArtInMovimento. L’obiettivo centrale del Festival è da sempre quello di promuovere e divulgare il cinema indipendente, arthouse, e si propone come una manifestazione sensibile a quei linguaggi di nicchia, più arditi e sperimentali, che sia con lungometraggi che con cortometraggi, fa fatica a trovare una degna collocazione all’interno del cinema mainstream.

    Con quasi 2800 film ricevuti da tutto il mondo e 117 film selezionati, l’ottava edizione del Torino Underground si è presentata al pubblico con l’intento di stupire ancora una volta. Numeri importanti che denotano una crescita esponenziale negli anni. 

    Noi di framescinemawebzine.com/ vi proponiamo le minirecensioni di due dei lungometraggi in concorso.

    TERMINAL STATION 

    E’ un interessante dramma a tinte horror e fantasy l’esordio alla regia di Mavi Simão, prima regista donna dello stato brasiliano del Maranhão. Il film parla di Catarina, una donna forte, bella e libera che decide di lasciare la sua città natale, São Luís, per iniziare una nuova vita. Durante lo shopping per la sua festa d’addio, incontra Francisco, con il quale, qualche anno prima, aveva avuto una relazione importante, interrotta al culmine con la scomparsa improvvisa di lui. Le spiegazioni di Francisco, in una conversazione criptica e misteriosa, nascondono il vero motivo della sua scomparsa. Approfittando della giornata, Catarina si ubriaca per dimenticare la situazione. Il giorno dopo, quest’ultima riesce a malapena a camminare nel caos di casa sua e, senza rendersene conto, va via diretta verso al suo destino (sinossi riportata nella scheda ufficiale del film a cura del TUCFest).

    Questo Terminal Station mostra tutto il cuore che la regista Mavi Simão ha messo nella sua realizzazione, e la foga di voler stupire o ammaliare compare in ogni inquadratura. Con pochi mezzi a disposizione costruisce un film sperimentale caratterizzato da una narrazione non lineare chiaramente ispirata a Mulholland Drive, pregna di simbolismi (come il granchio, rappresentazione del passaggio al mondo ultraterreno), con venature horror e da ghost story, riuscendo a tratti a installare nello spettatore una sincera inquietudine. Un’inquietudine portata in scena dalla brava protagonista Áurea Maranhão, che si unisce a una sceneggiatura povera di dialoghi e a delle ottime musiche, che confluiscono in un cinema sensoriale costruito per immagini e suoni.

    La pellicola non risulta tuttavia perfetta: la qualità della fotografia è estremamente altalenante, a tratti curata e a tratti a livello delle telenovelas, mentre la struttura narrativa complica la comprensione del film in maniera non totalmente giustificata e nonostante la breve durata (74 minuti), qualche taglio in più in fase di montaggio avrebbe aiutato il tutto. La  Simão a tratti si fa sopraffare dalla foga di stupire, con scene disturbanti che non si amalgamano perfettamente col resto e risultano essere un po’ gratuite.

    A conti fatti però risulta essere un film a cui è impossibile voler male, in cui la regista ha mostrato cuore e coraggio, creando un’opera godibilissima con diversi spunti interessanti.

    GIANTS BEING LONELY

    L’opera prima di Grear Patterson, presentata nella sezione Orizzonti della 77ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, è un interessantissimo esordio che da un lato mette in luce il talento di questo giovane regista, ma mostra allo stesso tempo il fianco a enormi difetti che rischiano di rovinare l’esperienza complessiva.

    Bobby (Jack Irving) è il lanciatore di punta della sua squadra di baseball del liceo, un sognatore senza madre e con un padre alcolizzato che, seppur amandolo, rimane sempre freddo e distante. Il suo compagno di squadra Adam (Ben Irving), il figlio dell’allenatore, è soggetto a violenti rimproveri a casa e non ha nessun supporto dalla madre emotivamente distante. In mezzo a loro c’è Caroline (Lily Gavin), la più bella della scuola, proveniente da una famiglia apparentemente perfetta che ama entrambi i ragazzi e vuole solo andare al ballo di fine anno. Ambientato in un paesaggio semi-rurale di foreste verdeggianti e desideri repressi, il film d’esordio dell’apprezzato artista multimediale Grear Patterson è una storia profondamente personale di giovinezza ed età virile, che traccia gli alti e bassi dell’amore, del sesso, della solitudine, dell’amicizia, del baseball e della morte (sinossi riportata nella scheda ufficiale del film a cura del TUCFest). 

    Patterson, grazie alla stretta sinergia con il bravissimo direttore della fotografia Hunter Zimny, si ispira ai principali cineasti americani indipendenti degli ultimi anni, da Sean Baker a Kelly Reichardt, ne mastica lo stile, ci aggiunge una punta di Terrence Malick e, nonostante le numerose influenze, riesce a sviluppare una messa in scena personale, che mostra un mondo sospeso e sognante, quasi un non luogo, che ben si presta a rappresentare la difficoltà di trovare una dimensione propria nell’età adolescenziale, tema centrale del film. La storia di Bobby e Adam a tratti ci conquista, due gemelli diversi (non a caso gli attori sono fratelli) che per qualche ragione invidiano la vita dell’altro, due vite che a un occhio esterno potrebbero sembrare felici, ma che nel privato si mostrano disastrose e cariche di sofferenze. Di ottimo livello anche il montaggio di Ismael de Diego, che si ispira ai lavori di Nick Houy, montatore di fiducia delle opere di Greta Gerwig, che dona grande dinamicità alla narrazione.

    Purtroppo il comparto tecnico non riesce a sopperire ai due enormi problemi del film: la sceneggiatura e il comparto attoriale. La sceneggiatura, basata su un’esperienza vissuta dal regista durante la sua adolescenza e pesantemente rimaneggiata, è costruita su dialoghi totalmente innaturali e meccanici, che non funzionano neanche se visti sotto un’ottica surreale, e porta a un finale parzialmente forzato che lascia ampiamente perplessi. A peggiorare il tutto ci pensa il comparto attoriale, che non riesce a realizzare il difficile compito di dare naturalezza a una sceneggiatura che di naturale ha poco, a causa probabilmente di una direzione degli attori di Patterson discutibile. 

    A conti fatti questa opera prima viaggia su due percorsi paralleli, uno pienamente riuscito e uno no, e questo fa ben sperare, perché nel caso in cui Patterson riuscisse ad aggiustare il tiro con i prossimi lavori, potrebbe senza dubbio diventare uno dei cineasti più interessanti del cinema indipendente americano nell’immediato futuro.

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  • RECENSIONE EVANGELION: 3.0+1.0 THRICE UPON A TIME – LA FINE DI UN VIAGGIO

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    Parlare di Evangelion: 3.0+1.0 Thrice Upon a Time non è un impresa facile e soprattutto non è possibile farlo senza tirare in ballo il mondo intero di Neon Genesis Evangelion, creato da quel folle visionario di Hideaki Anno. Un mondo, limitandoci alle sole opere cinematografiche/seriali, costituito dalla serie originale di 26 episodi, due film di cui uno dedicato alla conclusione della serie e 4 film che compongono la Rebuild, una nuova storia, che parte dallo stesso incipit della serie e poi devia in un nuovo percorso narrativo che culmina con la pellicola di cui andiamo qui a parlare, che risulta essere impossibile da comprendere senza la visione dei film precedenti, essendone un seguito diretto. Il concetto di finale per i fan di Evangelion è sempre stato problematico: se il finale della serie risultava essere estremamente astratto a causa anche del minimo budget a disposizione, il film The End of Evangelion (adorato dal sottoscritto) non era riuscito a soddisfare la maggior parte del pubblico, a causa anche in questo caso del delirio psichedelico messo in scena e scaturito dalla mente visionaria di Anno. Si arriva dunque dopo 26 anni dalla serie originale a Evangelion: 3.0+1.0 Thrice Upon a Time, il finale della Rebuild, film lungamente atteso e di lunghissima gestazione a causa anche della crisi personale di Anno che ha portato ad un rigetto verso l’animazione e verso il mondo stesso di Evangelion.

    Si riparte dunque da dove eravamo rimasti alla fine del precedente Evangelion: 3.0 You Can (Not) Redo.  In seguito al Fourth Impact, rimasti senza i loro Evangelion, Shinji, Asuka, e Rei cercano rifugio nei desolanti e rossi resti di Tokyo-3. Ma il pericolo della fine del mondo è ancora lontano dall’essere scomparso. Un nuovo Impact sembra arrivare all’orizzonte e sarà quello che porterà alla vera fine di Evangelion.

    Il film  si presenta quasi subito come diverso rispetto agli altri componenti della tetralogia, prima di tutto nella durata, decisamente più lunga, e nel ritmo, molto più rilassato nella prima metà, con atmosfere più serene e a tratti bucoliche, lontano dalla frenesia che ha sempre caratterizzato tutto il mondo di Evangelion. La pellicola, realizzata con un misto tra CGI e tecnica di disegno tradizionale, raggiunge una magnificenza visiva mai ottenuta in nessun altro prodotto legato a questo brand e riprende dai film precedenti il gusto per le scene di azione esagerate e altamente spettacolari, caratterizzate da una regia estremamente dinamica e mai così ispirata, eliminando la messa in scena confusionaria riscontrata a tratti negli altri capitoli della tetralogia. Anno, da buon cinefilo, omaggia apertamente numerose pellicole, come Matrix, PaprikaThe Truman Show, e registi come Cronemberg e Kubrick, con alcune sequenze psichedeliche ispirate direttamente a 2001: Odissea nello spazio, o addirittura pittori come Magritte, aprendosi sul finale anche al metacinema. Visivamente omaggia anche il vecchio ciclo di Evangelion, con inquadrature riprese esattamente dal folle The End of Evangelion, e lo stesso finale della serie originale, con intere scene realizzate con bozze di disegni, che nel passato erano state utilizzate per mancanza di budget e in questo caso vengono trasformate in un mezzo cinematografico per rappresentare i ricordi, vaghi e meno dettagliati esattamente come nelle nostre menti, o per rappresentare il concetto stesso di creazione, di genesi del mondo, similmente al processo creativo con cui avviene la realizzazione di un’opera d’arte.

    Una delle forze principali del mondo di Evangelion è sempre stata la costruzione della narrazione sulla base di argomenti complessi, dalla religione alla psicologia, alla crescita di ragazzi a cui è stata rubata la naturale maturazione da adulti egoisti, uniti con il puro cinema di intrattenimento. Questo ha sempre portato con sé una notevole dose di spaesamento nello spettatore, in quanto la narrazione e lo sviluppo del mistero non avveniva mai in maniera perfettamente comprensibile, con la chiarezza espositiva spesso sacrificata sull’altare della spettacolarità visiva. Quest’ultima pellicola continua in questo percorso, facendoci perdere in questo enorme e complesso mondo costruito da Anno. Ed è proprio in questo che, secondo il sottoscritto, sta la chiave di lettura dell’intero progetto di Evangelion e che i fan più accaniti probabilmente non accetteranno mai: dopo 26 anni, possiamo tranquillamente affermare che ad Anno non interessa più di tanto far capire agli spettatori per filo e per segno tutte le informazioni con cui vengono bombardati. La cosa più importante di questa meravigliosa storia non è (esattamente come in Lost) il mistero su cui viene costruita la vicenda, ma i personaggi, i suoi meravigliosi e iconici personaggi. Tutto questo mondo non è altro che l’involucro della crescita di Shinji, Asuka, Rei (la cui parabola in questo film è da lacrime) e Misato, vero mastice che tiene insieme con forza questo mix di esplosioni, botte da orbi, angeli, Dio e Freud.  Lo stesso Gendo, il villain finale, viene umanizzato e approfondito rispetto alla storia originale e finalmente ci viene regalato il tanto atteso confronto con il figlio Shinji. 

    Questa saga Rebuild è stata una nuova occasione per tutti, per i personaggi e per Anno, che in 26 anni è cambiato come persona e come artista, ha attraversato un periodo di depressione ed è rinato, cresciuto, come il protagonista Shinji, mettendo tutto sé stesso in questa nuova epopea in qualche modo autobiografica. I Children hanno finalmente trovato il loro posto nel mondo e Anno con loro, entrando definitivamente nella storia del cinema di animazione e del cinema in generale con una delle opere più ambiziose mai realizzate. Congratulazioni Anno!

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  • RECENSIONE BONE TOMAHAWK – IL RINNOVO DEL WESTERN

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    Al termine della visione di Bone Tomahawk, la prima considerazione che giunge alla mente è che S. Craig Zahler è ufficialmente uno dei registi indipendenti da tenere d’occhio nei prossimi anni. Salito alla ribalta con lo splendido Dragged Across Concrete di tre anni fa, Zahler mostra sin dal suo esordio nel 2015 con Bone Tomahawk di essere capace di creare un cinema estremamente personale e focalizzato sulla creazione di personaggi iconici e al contempo realistici. Il film è ambientato nell’America di fine Ottocento, quando la tranquillità di un piccolo villaggio viene sconvolta da un inquietante accadimento notturno: un’infermiera, un criminale ferito e il giovane vice-sceriffo sono scomparsi nel nulla. A portarli via, si scopre presto, è stata una tribù di cavernicoli cannibali. Lo sceriffo e altri tre uomini, compreso il marito della donna, decidono di partire per ritrovare e trarre in salvo gli sventurati.  Sebbene l’incipit ricordi un incrocio tra Sentieri Selvaggi di John Ford e Le colline hanno gli occhi di Wes Craven, il risultato finale risulta essere uno dei western più originali e riusciti prodotti negli ultimi anni. S. Craig Zahler, anche sceneggiatore del film, costruisce dei personaggi solidi, che impariamo ad amare durante la pellicola, grazie a scambi di battute che sembrano essere scritte da Tarantino e filtrate dalla sensibilità di Jim Jarmusch. Zahler riesce ad aggiungere a questa combinazione un’impronta più realistica rispetto ai due colleghi registi, creando un risultato ancora diverso, in qualche modo più umano. Questo improbabile quartetto di eroi è portato in scena magistralmente da Kurt Russell, Matthew Fox, Richard Jenkins e Patrick Wilson, che lavorano tutti di sottrazione e senza essere mai sopra le righe. Se Kurt Russell si limita a fare Kurt Russell in maniera più bonaria rispetto al solito, le due punte di diamante della pellicola risultano essere un sorprendente Patrick Wilson, che porta in scena un’interpretazione fisicamente ed emotivamente intensa, e il grandissimo  Richard Jenkins, che con la sua parlantina e i continui aneddoti fa entrare il suo Cicoria direttamente nei nostri cuori. Anche Matthew Fox, il mitico Jack di Lost, non sfigura di fianco ai colleghi e dipinge un personaggio molto più profondo di quello che può sembrare a un primo impatto. 

    A  S. Craig Zahler non basta però produrre un buon western e decide di rinnovare il genere inserendo elementi di puro horror all’interno della pellicola, con rimandi folcloristici e splatter in abbondanza, realizzato efficacemente nonostante il basso budget con effetti speciali artigianali, soprattutto nella parte finale del film. Il passaggio da un genere all’altro risulta essere naturale e mai forzato anche grazie alla presenza continua di un’ironia di fondo che permette al film di non prendersi mai troppo sul serio e di mantenere un miracoloso equilibrio, caratterizzato da un tono totalmente anticlimatico, sottolineato anche da una colonna sonora pressoché assente. Il regista, oltre a essere una penna sopraffina ed estremamente abile nella direzione degli attori, come confermato anche nel successivo Dragged Across Concrete con Mel Gibson e Vince Vaughn in grande spolvero, sfoggia anche un’ottima padronanza della messa in scena, con un ampio uso della camera fissa e di campi lunghi, che riescono a dare un’idea di grande staticità, di attesa, di frustrazione per l’impossibilità di poter salvare subito i propri cari, sfruttando pienamente lo scenario desertico in cui è ambientata la pellicola. Ed è proprio sull’attesa che è costruito il film, un’attesa realistica e opposta alla classica adrenalina hollywoodiana, esattamente come realizzato da Jim Jarmursh con il suo meraviglioso Dead Man.

    L’opera prima di S. Craig Zahler non si può definire un capolavoro, ma risulta essere una pellicola prima estremamente godibile,  originale e capace di dare nuova linfa a un genere come il western, risultato spesso stagnante negli ultimi anni, che però sta vivendo finalmente una nuova giovinezza anche grazie a opere come questa.

    Il film è disponibile in streaming su Prime Video.

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