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  • Recensione Frankenstein – Difettoso, ma commovente

    Questa recensione contiene spoiler del libro Frankenstein.

    Dopo la sua versione ‘revisionista’ di Pinocchio ambientata nell’Italia fascista, il regista Guillermo del Toro prosegue la sua collaborazione con Netflix e sbarca a Venezia con un altro adattamento: quello di Frankenstein di Mary Shelley.

    La storia è nota ormai a tutti, sia che sia stata sperimentata attraverso il romanzo originale, i primissimi film di James Whale che ‘fissarono’ per sempre l’iconografia del mostro, il remake di Kenneth Branagh con Robert De Niro, o la parodia esilarante di Mel Brooks. Il dottor Victor Frankenstein (Oscar Isaacs) si convince, dopo la perdita dell’amata madre, di potere avere il sopravvento sulla morte. Riesce infine a costruire, recuperando parti di diversi cadaveri, un uomo e a dargli la vita, salvo poi abbandonare la sua Creatura (Jacob Elordi) alle crudeltà del mondo. La Creatura riesce a rintracciare il suo creatore e minaccia le persone che ama, a partire dalla sua fidanzata Elizabeth (Mia Goth).

    Il “matrimonio” tra il regista conosciuto per le sue atmosfere cupe e il gusto per l’orrore e il libro, capostipite della letteratura gotica, sembra assolutamente perfetto. E in effetti, da un punto di vista puramente visivo, gli ambienti e i costumi realizzati per il film di Del Toro sono perfettamente in linea con l’estetica personale del regista stesso e con quella della storia. Ciò in cui il film tristemente si perde sono alcune scelte narrative.

    Che del Toro non avrebbe seguito pedissequamente il romanzo di Shelley c’era d’aspettarselo, visto il lavoro svolto sul Pinocchio di Collodi. E in realtà, la fedeltà in un adattamento cinematografico non è dovuta: nessuno degli adattamenti usciti finora è totalmente fedele al romanzo, neppure quello di Branagh che pure rivendica nel titolo, Mary Shelley’s Frankenstein, una presunta aderenza alla visione dell’autrice. Tuttavia, alcuni cambiamenti risultano deleteri alla costruzione della storia.

    Nella prima parte del film, precedente alla creazione della Creatura, Frankenstein viene affiancato da un benefattore (Christoph Waltz) non presente nel romanzo, zio di Elizabeth. Il ruolo di questo personaggio, totale invenzione di del Toro, è confinato a questa sezione e non ha ripercussioni sul resto del film, risultando un ‘oggetto’ eccessivo per un’arte come il cinema fondata sull’economia e la necessità di ogni sua parte.

    Triste la decisione di modificare gli eventi legati alla creazione della sposa della Creatura, se non altro perché rende molto più frettolosa sia la decisione di Victor sia la successiva, inevitabile escalation di violenza. Ma più importante è il cambiamento apportato alla conclusione della vicenda della Creatura in casa del vecchio cieco, momento topico che nel libro rappresenta la fine della sua fiducia verso il genere umano e lo spinge a cercare il suo creatore per chiedergli una compagna.

    Ma è proprio nella Creatura e nell’evidente amore che del Toro, paladino dei reietti e di tutti i ‘mostri’, nutre verso di lei, che il film trova la sua misura e la sua forza.

    Con Frankenstein del Toro sembra proseguire il discorso cominciato in Pinocchio su una paternità complicata, piena di sentimenti contrastanti, rigettata, alla quale si accompagna un essere figli non voluti, non conformi alla volontà dei genitori e abbandonati a sé stessi per questo motivo. Un tema già presente anche nel romanzo che qui diventa il centro emotivo e pulsante dell’intera vicenda, a partire dalla prima apparizione della Creatura e la prima parola che pronuncia e ripete, ossessivamente: ‘Victor’, come un bambino che impari per prima cosa la parola ‘Papà’. Creatore e Creatura si fanno a pezzi, fisicamente e psicologicamente, per tutta la durata della storia. Il gusto di del Toro per il body horror è risaputo e qui è perfettamente in linea con le origini della Creatura: nata da pezzi diversi di persone diverse, figlia di una violenza cominciata ancora prima della sua nascita.

    Come in Pinocchio, poi, tornano i riferimenti religiosi (presenti d’altronde anche nel romanzo di Shelley) e le connessioni affatto sottili tra il reietto della situazione e Gesù, martire e vittima di un sistema ingiusto.

    Non c’era regista migliore di del Toro per sviscerare quanto di più umano c’è nel romanzo di Shelley: il rigetto della società di ciò che è Altro dal momento in cui nasce. Un sentimento che Shelley, donna letterata in una società dominata da uomini, doveva comprendere; un sentimento che anche James Whale, regista dei primi Frankenstein, doveva comprendere in quanto uomo gay ostracizzato da Hollywood per la sua sessualità. 

    Non è allora un caso che la prima persona a comprendere istintivamente la Creatura sia proprio Elizabeth, unico personaggio femminile della vicenda. Ed è sempre nell’ambito del legame con Elizabeth, per quanto poco scandagliato, che del Toro dimostra di aver fatto i compiti e di conoscere i suoi predecessori. Il regista riprende un’immagine iconica dei film di Whale (il Mostro con in braccio Elizabeth in abito da sposa) e la ribalta di significato, trasformandola da momento di orrore a scena drammatica in cui la Creatura è eroe, non antagonista: una dichiarazione d’intenti forte e chiara.

    E allora ecco che in maniera coerente anche il finale, che qui non riveleremo, prende una piega diversa rispetto al romanzo, lasciandoci con amarezza ma anche con una speranza in più per la Creatura… e, probabilmente, con gli occhi lucidi.

    Nella sua decostruzione del romanzo, Frankenstein risulta un film meno riuscito e meno compatto di Pinocchio: alcuni cambiamenti apportati alla vicenda la penalizzano, i temi vengono a volte enunciati anche con eccessiva chiarezza e la composizione delle inquadrature non è sempre all’altezza dei singoli elementi inquadrati. Ma grazie alla sceneggiatura e alle interpretazioni di Isaacs e in particolare Elordi, che sorprende nei panni della Creatura, riesce comunque ad offrire abbastanza momenti di sincera e onesta connessione emotiva da commuovere nonostante tutto. Certo, non può non spiacere un po’ per quel ‘di più’ che il film sarebbe potuto essere.

    Silvia Strambi,
    Redattrice.
  • Frankenstein di Guillermo Del Toro – Novità sul cast e l’inizio delle riprese

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    Sono passati ormai mesi dal giorno in cui è stato annunciato Frankenstein, il prossimo progetto di Guillermo Del Toro in collaborazione con Netflix, che sarà un film basato sull’omonimo romanzo di Mary Shelley (puoi leggere di più cliccando qui).

    Infatti durante un evento, organizzato da Collider, per la celebrazione del decimo anniversario di Pacific Rim, Del Toro si è trovato a rispondere ad alcune domande e ne ha approfittato per aggiornarci sul progetto sopra citato.

    Secondo quanto riportato le riprese dovrebbero iniziare il prossimo febbraio, infatti il regista ha affermato: 

    “Sto lavorando a Frankenstein. Ci stiamo lavorando, le riprese partiranno a febbraio ed è un film che voglio fare da 50 anni, da quando ho visto il primo Frankenstein. Ho avuto un’illuminazione ed è essenzialmente un film che richiede molta crescita e molti strumenti che non avrei potuto avere a disposizione 10 anni fa. Ora sono abbastanza coraggioso, pazzo o qualcosa del genere, e ci stiamo cimentando in questa avventura.”

    Inoltre ha poi aggiunto:

    “Nel cast ci saranno Oscar Isaac, Andrew Garfield, Christoph Waltz, Mia Goth e ci stiamo lavorando.”

    Questo vuol dire che oltre ai già noti Oscar Isaac (Dune: Part 1), Andrew Garfield (The Amazing Spider-Man) e Mia Goth (Pearl) si aggiunge il formidabile Christoph Waltz (Django Unchained) che torna a collaborare con Del Toro dopo aver doppiato il Conte Volpe per il film d’animazione Pinocchio (leggi la nostra recensione qui).

    Questo film segnerà la terza collaborazione tra il regista e Netflix dopo il successo del film Pinocchio e della serie tv Cabinet Of Curiosities (leggi la nostra recensione qui).

    Detto ciò, non ci resta che aspettare nuove notizie e se volete rimanere sempre aggiornati, continuate a seguirci iscrivendovi gratuitamente alla nostra Newsletter oppure seguendoci sui vari social.

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    Michael Pierdomenico,
    Redattore news.
  • RECENSIONE MOON KNIGHT – LUCI E OMBRE DI DISNEY+

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    Aperta nel mese di gennaio 2021 con la serie Wanda Vision, la Fase 4 del Marvel Cinematic Universe si compone, attualmente, di cinque serie e quattro film, che non sono però riusciti a convincere sempre tutti, ponendo spesso critica e pubblico su fronti avversi.

    Il 4 maggio 2022 è giunta alla conclusione la quinta serie originale Disney+ facente parte del MCU, con protagonista il guerriero egiziano Moon Knight interpretato per l’occasione da Oscar Isaac

    Purtroppo, però, non tutto sembra essere andato per il verso giusto, vediamo perché.

    DA FILM A SERIE TV

    Processo ormai comune e condiviso da diverse produzioni originali Disney+, soprattutto in casa Marvel, è quello di trasformare un progetto pensato originariamente per il cinema in una serie televisiva, conversione facile sulla carta ma che si può rivelare estremamente complicata nel momento in cui il materiale originale non risulta abbastanza sostanzioso da coprire almeno l’esiguo numero di sei episodi (siamo ormai lontani dai fasti delle stagioni con più di venti puntate ciascuna).

    La storia segue le vicende di Marc Spector, mercenario affetto dal disturbo di personalità multipla, che si ritrova a dover fare i conti con la gestione del proprio corpo assieme alla mite personalità di nome Steven. Al tutto si aggiunge il compito – assegnato da una divinità egizia di nome Khonshu – di fermare il misterioso predicatore Harrow. Le premesse narrative si dimostrano interessanti e ben calibrate nel primo episodio, il cui vero protagonista è Steven che, ignaro di tutto ciò che accade, accompagna lo spettatore alla scoperta delle varie informazioni necessarie per capire il contesto, ma già dal secondo episodio l’elemento di mistero lascia spazio ad una comicità sempre più demenziale che, con l’avanzare degli episodi, finisce inevitabilmente per rendere eccessivamente macchiettisti la maggior parte dei personaggi.

    ARCHEOLOGIA DI CARTONE

    Ambientando la serie principalmente in Egitto e presentando un mix di azione ed esplorazione archeologica, risulta fin da subito ovvio il paragone con film come Indiana Jones o il remake de La Mummia degli anni ’90, paragone che si conclude però decisamente a sfavore della serie a causa di scenografie spesso poco elaborate e smaccatamente finte (basti pensare alla realizzazione della tomba di Alessandro Magno, raccontata da miti e leggende come un tempio riccamente decorato e pieno di ricchezze, laddove qui è mostrata come uno stanzino con un misero sarcofago) e dall’utilizzo di una CGI decisamente sottotono – come purtroppo ormai d’abitudine negli ultimi film Marvel – che mette in scena mostri e divinità che mettono a dura prova la sospensione dell’incredulità anche degli spettatori abituati a un mondo con stregoni, alieni e supereroi.

    A questo si aggiunge un comparto tecnico decisamente mediocre sia a livello di fotografia, poco ispirata ed estremamente monotona (vista anche la varietà di ambientazioni), sia a livello di regia, funzionale nei momenti più quieti, ma assai confusa non appena l’azione si fa più concitata. Elemento rimasto finora esterno al discorso è la recitazione che, purtroppo, nonostante alcuni grandi attori coinvolti, come il già citato Isaac o Ethan Hawke nei panni del villain, si mantiene su un livello generalmente basso e spesso è eccessivamente sopra le righe. 

    CONCLUSIONI

    Sesta serie originale Disney+ facente parte del MCU, Moon Knight si presenta con un primo episodio intrigante per poi crollare incessantemente con l’avanzare degli episodi. Una regia basilare, a tratti sconclusionata, e una sceneggiatura piena di problemi e momenti morti si accostano a scenografie decisamente sottotono e ad una CGI abbastanza raffazzonata, laddove nemmeno grandi nomi come Oscar Isaac o Ethan Hawke riescono ad innalzare il livello della serie, imprigionati in una recitazione decisamente stereotipata ed eccessiva. Una serie che cerca di essere tante cose ma finisce per fallire in tutto, da guardare solo se si è fan dell’universo condiviso e non si può fare a meno di “rimanere in pari”.

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  • RECENSIONE SCENE DA UN MATRIMONIO – IL NUOVO FASCINO DEL GIÀ VISTO

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    Se non fosse già stato abbastanza evidente il fatto che l’industria cinematografica e televisiva degli ultimi anni punti moltissimo sul rifacimento e, più in generale, sul recupero in diverse forme di prodotti del passato, l’ennesima conferma arriva ora dalla nuova miniserie targata HBO Scene da un matrimonio, remake dell’omonima miniserie di Ingmar Bergman, emblema del cinema d’autore europeo. Esistente anche in una versione cinematografica e ispiratrice più o meno diretta di numerose opere, da parte della filmografia di Woody Allen fino al recente film di Noah Baumbach Storia di un matrimonio, passando per un altro remake italiano e un sequel diretto da Bergman stesso, Sarabanda, l’opera viene adesso ripresa con interpreti Oscar Isaac e Jessica Chastain, nei ruoli rispettivamente di Jonathan e Mira, marito e moglie che convivono da otto anni all’interno di un matrimonio apparentemente perfetto ma che vedremo collassare da lì a poco, con tutte le conseguenze del caso. 

    Attraverso cinque episodi, ognuno dei quali incentrato su una specifica situazione (le scene del titolo), quest’opera analizza, senza indicare colpevoli o vittime, la contorta storia d’amore fra i due coniugi, mettendo in primo piano la loro costante incapacità di comprendere i propri desideri, prima e dopo la rottura, e costruendo una storia che si basa su continue contraddizioni, vista l’enorme difficoltà dei protagonisti ad affrontare (e a sopravvivere) a quello che viene descritto – parafrasando –  come il secondo evento più traumatico che una persona possa vivere nella propria vita. Qui il merito della resa va, oltre che alla sceneggiatura di Hagai Levi, anche alle straordinarie interpretazioni dei due protagonisti, e in particolare di Jessica Chastain, il cui personaggio è forse il più complesso e contrastato fra i due, costantemente attraversato da tensioni opposte che è abilissima a far emergere in maniera spesso anche violenta ma mai a caso. 

    A differenza dell’originale del 1973, qui i ruoli sono in parte invertiti: in questo caso è Mira, la moglie, a rompere il matrimonio a causa della sua relazione extraconiugale, ma mantiene alcune caratteristiche professionali e di ruolo all’interno della coppia della Marianne dell’originale svedese. Ripercorrendo in modo abbastanza dettagliato la stessa trama, ma scambiando alcuni tasselli, si crea quindi qualcosa di nuovo. Mira è una donna realizzata professionalmente, guadagna molto più del marito eppure all’interno del matrimonio sembra sottomettersi alle sue idee e convinzioni da intellettuale un po’ snob, per poi cambiare quasi radicalmente e, oscillando fra vari estremi, affronta un percorso anche di crescita che la porta ad un parziale nuovo equilibrio, e alla consapevolezza, quantomeno, di non sapere rispondere a determinate domande. Jonathan invece segue un percorso che lo porta da una falsa sicurezza iniziale, distrutta dal divorzio, ad una nuova consapevolezza, che però sul finale è messa nuovamente in discussione mostrando, così, tutte le sue crepe e fragilità. La cifra della narrazione è quindi l’incapacità di dare risposte definitive alle domande e ai bisogni dei due protagonisti. Vengono costantemente aperti quesiti a cui non è possibile dare una risposta certa, rifuggendo l’idea che l’arte ci debba per forza fornire una giusta chiave di lettura e un indirizzamento sui temi che tratta. Piuttosto la grande lezione risiede nell’accettazione dell’incapacità di comprendere ciò che vogliamo e i nostri bisogni e che esista un modo giusto o sbagliato di affrontare qualsiasi sfida nella vita. La pace forzata e i sentimenti ben diretti e controllati sono al contrario tossici: se il conflitto c’è, è più sano, nonostante tutto, dargli lo spazio che merita.

    Gli episodi si svolgono quasi interamente all’interno della casa dei due, dando alla serie un’impostazione teatrale da dramma alla Ibsen, con taglio psicologico che da centralità alla parola e alla recitazione nervosa dei due attori; una tipologia estremamente classica ma di cui si sentiva un po’ la mancanza in televisione. Prova del fatto che la miniserie sta diventando il nuovo formato di punta tale spesso da superare il cinema in sforzo produttivo e ricerca estetica, qui accuratezza e qualità sono esibite in maniera manifesta, a partire dai curiosi piani sequenza iniziali che ci portano attraverso il set fino al momento del ciak, in cui assistiamo alla trasformazione dell’attore in personaggio. 

    Scene da un matrimonio si dimostra quindi capace di reggere il confronto con l’originale, con un giusto equilibrio di fedeltà e innovazione che non stravolge ma nemmeno ricalca pedissequamente ciò che avevamo già visto. La sfida, ardua visto il capolavoro con cui necessariamente la serie si doveva confrontare, è stata superata con slancio e sicurezza.

  • RECENSIONE IL COLLEZIONISTA DI CARTE – L’INFERNO PRIMA DEL POKER

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    Con Il collezionista di carte (The Card Counter in originale) Paul Schrader conferma di essere senza dubbio uno dei registi e sceneggiatori più coerenti della storia del cinema. Il film racconta la storia di William Tillich (Oscar Isaac), veterano dell’Iraq finito in prigione per aver partecipato alle violenze di Abu Ghraib. William, finalmente libero, trascorre la propria vita vagando di casinò in casinò e ottenendo piccole vincite a blackjack. Per lui le carte, a cui dedica tutta la propria esistenza, non sono un modo per vincere, ma per “passare il tempo” e provare a dimenticare gli orrori compiuti. La sua esistenza, da sempre vissuta nell’ombra, viene sconvolta quando incontra Cirk (Tye Sheridan), un giovane che è in cerca di vendetta.

    I temi centrali del cinema di Schrader sono sempre stati il racconto della solitudine di personaggi abbandonati, il senso di colpa e la possibile redenzione. E’ quindi naturale collegare quest’ultima fatica a una delle sue prime sceneggiature, il riconosciuto capolavoro di Martin Scorsese Taxi Driver. Tuttavia gli anni sono passati e la sua visione del mondo è cambiata. Il regista continua il percorso intrapreso nel suo meraviglioso film precedente First Reformed, ma spinge l’acceleratore sul pessimismo, e dipinge un’America ancora più oscura, illuminata dalla luce fittizia, vuota e artificiale dei casinò, luoghi costruiti sul denaro, ma a cui non sembra più importare dei soldi, ormai relegati a mero mezzo per creare spettacolo. Questo, uno dei temi su cui è costruito il film, non ha più alcun potere sulle persone, che vengono travolte dal passato e dal fardello dei propri errori e delle proprie scelte. Un debito verso la vita che è efficacemente sottolineato attraverso la metafora più volte ripresa durante la pellicola del debito di un giocatore di poker professionista verso i propri creditori. Eppure Schrader, esattamente come in First Reformed, crede che ci sia ancora della speranza di redenzione e che tale speranza vada trovata nell’amore, anche di uno sconosciuto, raggiungibile solo dopo aver espiato i propri peccati e aver accettato il proprio passato, cosa che non tutti sono disposti a fare. Durante la pellicola non mancano frecciate all’imperialismo statunitense, che è di fatto l’origine dei problemi dei protagonisti, e alla finzione del sogno americano (la più riuscita risulta essere il mago del poker di origine ucraina che si fa chiamare Mr. USA e che viene puntualmente battezzato da uno dei personaggi con “That fucking USA”), portando in scena la personale crociata del regista contro le contraddizioni della sua nazione.

    Concetti sicuramente non nuovi e già trattati dallo stesso Schrader, ma indubbiamente se la sceneggiatura fosse stata messa nelle mani di qualcun altro probabilmente avremmo ottenuto un risultato decisamente mediocre. In questa pellicola ciò che fa davvero la differenza è la messa in scena a dir poco sublime, tra piani sequenza e grandangoli estremi adottati in alcune riuscitissime sequenze horror, che crea un’atmosfera sospesa e sempre pronta ad esplodere. Gli attori sono diretti magistralmente da Schrader, capitanati da un Oscar Isaac in grande forma che lavora di sottrazione. Il suo  William Tillich è un personaggio freddo, schivo, all’apparenza senza sentimenti, ma in realtà estremamente profondo. Nella sua vita ha vissuto esperienze terribili e atroci che non vuole affrontare, per cui l’unico modo per riuscire a convivere e a tenere a bada l’inferno presente dentro di lui è condurre una vita abitudinaria, in carcere prima e come piccolo giocatore d’azzardo poi. Una persona che si sente così sporca dentro da non riuscire a dormire in una camera d’albergo senza coprirla di lenzuoli, per evitare di lasciare tracce di sé stesso, per evitare di corrompere anche quel luogo. Una persona che inizialmente cerca di non instaurare rapporti umani, i quali si limitano a poche interazioni nei bar di hotel e casinò di fronte a un drink, che finisce di bere sempre per primo in modo da poter fuggire. Solo l’incontro con Cirk lo smuoverà e gli permetterà di affrontare i suoi demoni.

    In conclusione  Schrader confeziona un grande film, accompagnato da musiche meravigliose, in cui porta avanti la sua poetica, senza inventare nulla e proponendo una variazione sui temi che ama trattare, ma riuscendo ad ammaliare e a colpire ancora una volta, come solo un grande maestro del cinema contemporaneo riesce a fare.

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