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  • LE ULTIME NEWS CINEFILE – I VINCITORI DELLA 67a EDIZIONE DEI DAVID DI DONATELLO, DANEL RADCLIFFE TORNA SUI GRANDI SCHERMI, IL NUOVO FILM DI OLIVIA WILDE

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    I VINCITORI DELLA 67a EDIZIONE DEI DAVID DI DONATELLO

    La scorsa notte fra il 3 e il 4 maggio, con la conduzione di Carlo Conti e Drusilla Foer si è tenuta l’annuale edizione dei David di Donatello, una delle più prestigiose premiazioni italiane i cui 21 premi sono decretati dalla Giuria dell’Accademia del Cinema Italiano (composta da svariati nomi tutti disponibili sul sito dell’Accademia). Ad essere presi in considerazione sono stati presi i film distribuiti nelle sale italiane – e solo per quest’anno anche sulle piattaforme streaming – dal 1 marzo 2021 al 28 febbraio 2022.

    Svetta il kolossal Freaks Out di Gabriele Mainetti con ben 6 premi vinti, seguito da E’ stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino con appena un premio in meno, per vedere chiuso il podio da Ennio di Giuseppe Tornatore con 3 vittorie all’appello.

    Ha fatto storcere il naso a molti cinefili il Premio Spettatore assegnato a Me Contro Te – Persi nel tempo di Gianluca Leuzzi, terzo lungometraggio che vede protagonista la coppia dei fenomeni del web (Youtube, per la precisione) “Luì e Sofì“.

    Per tirare le somme di questa 67a edizione dei David di Donatello, risulta evidente la direzione che si intende dare al cinema italiano: larga apertura al grande pubblico e meno elitarismo. Freaks Out è infatti un puro cinecomic – action in salsa nostrana, E’ Stata la mano di Dio è probabilmente il film più visto quest’anno dagli spettatori italiani per via della sua uscita su Netflix e contemporaneamente nelle sale selezionate (Netflix non rivela gli incassi dei suoi film distribuiti in sala, ma si stima un incasso attorno ai 7 milioni di euro), oltre ad avere ottenuto la candidatura come Miglior film in lingua straniera alla passata edizione degli Oscar. Infine abbiamo Ennio, ritratto di una delle figure più celebri e popolari di tutta la Storia italiana contemporanea con un minutaggio che sfiora le due ore e mezza, successo di critica e pubblico tale da portare nelle casse del nostro cinema oltre 2 milioni di euro.

    Di seguito la lista completa delle Statuette.

    MIGLIOR FILM: E’ stata la mano di Dio

    Di Paolo Sorrentino, produzione di Paolo Sorrentino, Lorenzo Mieli

    MIGLIOR REGIA

    È stata la mano di Dio
    Paolo SORRENTINO

    MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA

    Ariaferma
    Silvio ORLANDO

    MIGLIORE ATTRICE PROTAGONISTA

    A Chiara
    Swamy ROTOLO

    MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA

    Qui rido io
    Eduardo SCARPETTA

    MIGLIORE ATTRICE NON PROTAGONISTA

    È stata la mano di Dio
    Teresa SAPONANGELO

    MIGLIOR ESORDIO ALLA REGIA

    Piccolo corpo
    Laura SAMANI

    MIGLIORE SCENOGRAFIA

    Freaks Out
    Massimiliano STURIALE – Ilaria FALLACARA

    MIGLIORI COSTUMI

    Qui rido io
    Ursula PATZAK

    MIGLIORE SCENEGGIATURA ORIGINALE

    Ariaferma
    Leonardo DI COSTANZO, Bruno OLIVIERO, Valia SANTELLA

    MIGLIOR AUTORE DELLA FOTOGRAFIA

    Ex Aequo – È stata la mano di Dio, Daria D’ANTONIO e Freaks Out, Michele D’ATTANASIO

    MIGLIOR CANZONE ORIGINALE

    Diabolik
    Titolo: LA PROFONDITA’ DEGLI ABISSI Musica, testi e interpretazione di: Manuel AGNELLI

    MIGLIOR ACCONCIATURA

    Freaks Out
    Marco PERNA

    MIGLIORE MONTAGGIO

    Ennio
    Massimo QUAGLIA, Annalisa SCHILLACI

    MIGLIOR DOCUMENTARIO

    Ennio
    di Giuseppe TORNATORE

    MIGLIORE SCENEGGIATURA NON ORIGINALE

    L’arminuta
    Monica ZAPELLI, Donatella DI PIETRANTONIO

    MIGLIORE COMPOSITORE

    I fratelli De Filippo
    Nicola PIOVANI

    MIGLIOR TRUCCO

    Freaks Out
    Diego PRESTOPINO – Emanuele DE LUCA e Davide DE LUCA (prostetico o special make-up)

    MIGLIOR FILM INTERNAZIONALE

    Belfast di Kenneth Branagh
    Universal Pictures
    Gran Bretagna

    MIGLIOR PRODUTTORE

    Freaks Out
    Andrea OCCHIPINTI, Stefano MASSENZI, Mattia GUERRA (LUCKY RED) – Gabriele MAINETTI (GOON FILMS) – RAI CINEMA IN COPRODUZIONE CON GAPBUSTERS

    MIGLIORI EFFETTI VISIVI – VFX

    Freaks Out
    Stefano LEONI

    MIGLIOR SUONO

    Ennio
    Presa diretta: Gilberto MARTINELLI
    Montaggio: Fabio VENTURI
    Mix: Gianni PALLOTTO

    DAVID GIOVANI

    È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino

    MIGLIOR CORTOMETRAGGIO

    Maestrale di Nico Bonomolo

    DAVID DELLO SPETTATORE
    Me contro Te il Film – Persi nel tempo

    DAVID ALLA CARRIERA

    Giovanna Ralli

    DAVID SPECIALE

    Sabrina Ferilli

    Antonio Capuano

    LE NUOVE DISPOSIZIONI ANTI-COVID PER I CINEMA

    Dal 1° maggio è caduto l’obbligo di indossare mascherine e di esporre il Green Pass in quasi tutti i contesti, ma fra questi non compare il cinema (assieme al teatro, ai mezzi di trasporto, ai palazzetti sportivi e agli ospedali). Nelle sale italiane permane quindi l’obbligo di utilizzo di mascherine FFP2 fino al 15 giugno, ma non si è fatta attendere la dura reazione di ANEC che ha inviato due lettere aperte, una al presidente della repubblica Sergio Mattarella, e una al presidente del consiglio Mario Draghi (assieme ai ministri Franceschini, Speranza e ai presidenti di CDR e ANCI), reperibili a questo link: https://www.anecweb.it/notiziaevento.php/32817

    ASSEGNATO A PAUL SCHRADER IL LEONE D’ORO ALLA CARRIERA

    Nella giornata di mercoledì 4 maggio su proposta del Direttore della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, Alberto Barbera, il Cda della Biennale di Venezia ha annunciato che il vincitore del Leone d’oro alla carriera della 79/a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, sarà Paul Schrader (regista statunitense di cult come American Gigolo o Il bacio della Pantera e sceneggiatore di capolavori come Toro scatenato o Taxi Driver). Schrader ha così commentato il prestigioso riconoscimento: “Sono profondamente onorato, Venezia è il mio Leone del cuore”.

    TRAILER DEL NUOVO FILM CON DANIEL RADCLIFFE

    Martedì 3 maggio è uscito il trailer del nuovo film che vede protagonista Daniel Radcliffe, biopic su Al Yankovic chiamato Weird: The Al Yankovic Story. Chi è Al Yankovic (detto ‘Weird’, strano), vi starete chiedendo? Si tratta di un mancato architetto che negli anni 70 ha deciso di intraprendere una carriera da comico musicale. Si è fatto presto conoscere per la sua capacità di storpiare i testi di canzoni famose ed eseguirle lui stesso: momenti di svolta per lo strambo comico furono la parodia di My Sharona dei The Knack (My Bologna) cantata e suonata con la fisarmonica, e Another One Rides the Bus (parodia di Another One Bites the Dust dei Queen). La sua fama di parodista fuori dagli schemi proseguì lungo tutti gli anni 80 (che lo porterà a fare brevi apparizioni anche nella trilogia de La Pallottola Spuntata). Dall’aspetto altamente istrionico (occhiali, baffi e lunghi riccioli rossicci), vedremo se Daniel Radcliffe riuscirà a riconsegnarci tutta la carica demenziale di un personaggio fuori dagli schemi. Ancora non abbiamo notizie in merito all’uscita nelle nostre sale.

    Il link per il teaser trailer è il seguente: https://www.youtube.com/watch?v=gSPbrmIpcy0

    TRAILER DEL NUOVO FILM CON HARRY STYLES E FLORENCE PUGH

    Si chiama Don’t Worry Darling e sarà diretto da Olivia Wilde, il nuovo film che vedrà sui grandi schermi l’inaspettata coppia Florence Pugh – Harry Styles. Tutt’ora non è stata annunciata la data d’uscita per i cinema italiani, la sinossi presa dal sito di Coming Soon è la seguente: è ambientato negli anni ’50 e racconta la storia di Alice (Florence Pugh), una casalinga sposata con Jack (Harry Styles), che vive con il marito in una comunità sperimentale, isolata e utopica, conducendo un’esistenza idilliaca. In questa comunità idealizzata, che raccoglie famiglie felici, vige il concetto di ottimismo sociale, tipico di quel decennio, e portato avanti anche dallo stesso amministratore delegato Frank (Chris Pine), che gestisce ogni aspetto della vita in questo idilliaco luogo. Gli uomini passano le loro giornate nel quartier generale del Victory Project, un progetto top-secret dedicato allo “sviluppo di materiali innovativi”. Le donne, compresa la compagna di Frank, Shelley (Gemma Chan), trascorrono il tempo a godersi la comunità con i suoi agi e lussi. Apparentemente la vita perfetta, dove ogni bisogno del residente viene prontamente soddisfatto dall’azienda e l’unica cosa chiesta in cambio è l’impegno lavorativo e la discrezione sul progetto in atto.

    Quando Alice inizia a chiedersi cosa suo marito faccia alla Victory e a quale scopo, inizia a sospettare che Jack possa avere segreti con lei. Ben presto la donna si renderà conto che sotto il velo perfetto dell’apparenza si nascondono cose terribili, che porteranno la sua splendida vita a disfarsi pezzo dopo pezzo. Ma è pronta a perdere tutto pur di far conoscere la verità?

    Link al trailer: https://www.youtube.com/watch?v=RnvGZUJX6cs

    TUTTO JAMES BOND SU PRIME VIDEO

    Dal 13 maggio sarà possibile recuperare tutti i 25 film della storica saga di 007 su Amazon Prime Video, a seguito dell’acquisizione della MGM da parte di Amazon di appena un mese fa. Il tempo in cui rimarranno a disposizione sarà limitato, ma non è ancora stato dichiarato con chiarezza da Amazon quando sarà la scadenza.

    LE NUOVE USCITE DI MAGGIO AL CINEMA

    Sono tantissime le uscite da poter apprezzare durante maggio su grande schermo, e per i più curiosi rimandiamo direttamente al nostro post instagram con le uscite più succulente!

    FONTI: World of reel, Deadline, BadTaste, Ansa, YouTube, Coming Soon, Anec

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  • TOP 10 2021 – FRAMES CINEMA AWARDS

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    L’anno che ci siamo appena lasciati alle spalle è stato, ancora una volta, decisamente complicato per il settore cinematografico. Tra sale chiuse —poi finalmente riaperte-, limitazioni dovute alla pandemia e sperimentazioni non sempre riuscite con distribuzioni ibride sala/streaming, questo è stato sicuramente un altro anno di profonda crisi, ma anche, per fortuna, un anno di rinascita. La riapertura dei cinema e il ritorno dei blockbuster in sala hanno rappresentato una boccata d’aria fresca per molti esercenti, spinti soprattutto da film come Spider-Man: No Way Home, No Time to Die e Dune.

    Dal punto di vista di noi spettatori, questo è stato un anno piuttosto generoso sia per quanto riguarda le uscite in sala sia per le esclusive streaming. Come ogni redazione che si occupa di informazione cinematografica, anche noi di Frames Cinema non potevamo sottrarci al compito –ingrato va detto- di stilare la nostra classifica dei 10 migliori film dell’anno.

    Facciamo una premessa: per essere ammessi alla classifica finale, un film doveva essere stato visto da almeno tre redattori. Sono abbastanza, dunque, i film che in pochi di noi hanno visto ma che volevamo consigliarvi comunque. Tra questi c’è La vetta degli Dei, film d’animazione disponibile su Netflix adattato da un graphic novel di Jiro Taniguchi e diretto da Patrick Imbert; poi ancora Dead Pigs, film cinese del 2018 diretto da Cathy Yan e uscito solo quest’anno in Italia grazie a Mubi; ma anche film più mainstream come Lasciali Parlare e No Sudden Move, diretti entrambi da Steven Soderbergh e disponibili su Sky/NOW. Potete trovare la lista completa di queste perle da riscoprire sul nostro profilo Instagram cliccando qui.

    Altrettanta importanza abbiamo voluto dare non tanto ai film che abbiamo ritenuto brutti (e ce ne sono stati, come Venom 2, La scuola cattolica, Caro Evan Hansen e l’immancabile Fast & Furious 9), ma piuttosto a quelli che ci hanno più deluso. Anche questo elenco lo potete trovare sul nostro profilo Instagram e, vi avvertiamo, alcuni titoli potrebbero convincervi a non seguirci più (il film delusione di chi scrive è il tanto acclamato È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino).

    Iniziando a parlare delle classifiche, non poteva mancare quella fatta da voi (o meglio, quella fatta da chi ci segue su Instagram!) che vi proponiamo di seguito:

    10. Don’t Look Up, Adam McKay;
    9. Nomadland, Chloé Zhao;
    8. Titane, Julia Ducournau;
    7. Ultima notte a Soho, Edgar Wright;
    6. Annette, Leos Carax;
    5. Freaks Out, Gabriele Mainetti;
    4. The Father, Florian Zeller;
    3. Un altro giro, Thomas Vinterberg;
    2. The Last Duel, Ridley Scott;
    1. È stata la mano di Dio, Paolo Sorrentino.

    E, dulcis in fundo, la classifica stilata dalla nostra redazione. Ma, prima, ci sentiamo in dovere di spiegare ai nostri lettori i criteri usati per questa top 10. Ogni redattore ha avuto il compito di assegnare ad ogni film che fosse uscito nel 2021 un voto da 0 a 100. Dopodiché, ad ogni film veniva anche assegnato un punteggio bonus derivante dalle top 10 dei singoli redattori e redattrici (10 punti al primo, 1 punto al decimo…). Questo bonus andava a sommarsi con la media voto del film e da lì abbiamo ricavato un punteggio finale, quello utilizzato per stilare la classifica, che potete leggere tra parentesi:

    10. Il collezionista di carte, Paul Schrader (104,18 punti);
    9. West Side Story, Steven Spielberg (105,86 punti);
    8. Freaks Out, Gabriele Mainetti (109,71 punti);
    7. The Father, Florian Zeller (118,43 punti);
    6. Drive My Car, Ryûsuke Hamaguchi (123,6 punti);
    5. Dune, Denis Villeneuve (124,25 punti);
    4. Un altro giro, Thomas Vinterberg (126,27 punti);
    3. Annette, Leos Carax (126,44 punti);
    2. È stata la mano di Dio, Paolo Sorrentino (145,21 punti);
    1. The Last Duel, Ridley Scott (148,58 punti).

    E invece, secondo voi, qual è stato il miglior film dell’anno? Vi trovate d’accordo con le scelte prese dalla nostra redazione? Noi intanto vi diamo appuntamento al prossimo anno con la seconda edizione dei Frames Cinema Awards, sperando che questo sia l’anno della definitiva rinascita del cinema e della sala cinematografica.

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  • RECENSIONE È STATA LA MANO DI DIO – RITRATTO DELL’ARTISTA DA GIOVANE

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    «In tutti i miei film, tranne questo che parla di esperienze note, c’è l’ossessiva ricerca di vedere delle cose, di conoscerle. Me lo sono detto tante volte. E anche la scelta stilistica degli incessanti carrelli era un modo di avvicinarmi a quelle cose. Ma in questo film i carrelli non ci sono, perché avvicinarmi a me stesso non aveva senso: mi conoscevo già. Però non averli potuti vedere [i genitori defunti, NdR.] è il mio trauma più grande. Mancando il congedo, il saluto, inconsciamente scatta l’abbandono. Ecco, se ne sono andati senza salutarmi» (Paolo Sorrentino intervistato da Paola Zanuttini su Il Venerdì di Repubblica, 22 ottobre 2021). 

    Meglio affidarsi alle dirette, inequivocabili parole di Paolo Sorrentino, per cogliere l’essenza e la (parziale) diversità del suo ultimo, bellissimo film autobiografico e confessionale, È stata la mano di Dio, Gran Premio della Giuria alla 78ª Mostra del Cinema di Venezia, accolto con entusiasmo nel tour di festival internazionali e infine scelto come candidato per l’Italia al Miglior Film Straniero nella prossima edizione degli Academy Awards. Una sincera dichiarazione di vulnerabilità, quella del regista. Una matura (ri)cognizione del dolore a lungo trattenuto e ora esternato e condiviso sullo schermo senza timori. Partendo da un rigenerante turnover della troupe titolare (il passaggio di testimone più significativo: la DOP Daria D’Antonio a sostituire lo storico sodale Luca Bigazzi). Da una consapevole e pacificata deposizione del proprio armamentario stilistico, in una generosità senza filtri e senza trucchi, che di rimando invita lo spettatore e il critico – che si trovino tra le platee adoranti o tra gli acerrimi detrattori – a lasciar cadere, per una volta, l’ingombrante cassetta degli attrezzi dell’analisi critica e dell’interpretazione delle stratificate superfici del suo cinema, a un tempo formalista ed esistenzialista. 

    La storia è quella del giovane Paol… ehm Fabietto (Filippo Scotti), studente al liceo classico, di amabile famiglia piccolo-borghese, che nella movimentata Napoli degli anni ’80 studia le incertezze della vita e il grande mistero della donna, ma soprattutto assiste estasiato alle imprese calcistiche dell’idolo Diego Armando Maradona, prima che l’inattesa quanto incomprensibile tragedia genitoriale arrivi a gettarlo in un desolante vuoto di prospettive, costringendolo a rincorrere le prime avvisaglie di un futuro ancora da mettere a fuoco, verso una felicità che sembra possibile solo nel grande, irraggiungibile sogno di fare il Cinema. «Voglio fare il regista di film… Anche se ne ho visti solo 3 o 4», tra cui spicca, sopra il vecchio televisore acceso col bastone paterno, la VHS dell’amato – e citato, si veda l’automobile old style dell’incipit – C’era una volta in America (1984). 

    Pur concentrato in una messinscena piana, adagiata sul groviglio dolceamaro di passioni e sentimenti coinvolti, in una chiarezza espositiva esemplare ed essenziale, lo sguardo inquieto, curioso e attento alla microfisica emozionale di Sorrentino – «Le emozioni sono tutto quello che abbiamo» diceva il regista Mick Boyle in Youth (2015) – non trascura la sua caratteristica eleganza fluida, la sua intima visionarietà. La magnetica costruzione dell’atmosfera (la Galleria Umberto I come magico setting memoriale che riporta echi di Storia e di Cinema) e la cura dell’inquadratura (la passeggiata con il fratello Marchino, che salda senza soluzione di continuità, all’incrocio della strada, i miti archetipici fondamentali, tra una conversazione su Fellini che svicola nella comparsa di Maradona), il gusto del dialogo curato (la riflessione sulla perseveranza con Maradona che tira punizioni a ripetizione in allenamento), e della frase ad effetto vera e solenne come un verdetto («La sigaretta: la parte migliore del sesso»). Dentro scene preziose, leggere o dolenti, in cui la mano del regista è immediatamente riconoscibile, regalando gesti, toccanti suoni onomatopeici (il fischio come richiamo amoroso dei genitori, il tuff dei motoscafi che infrangono le onde sotto i fuochi d’artificio) e bagliori di poesia cinematografica: dalla parentesi con un San Gennaro sui generis in codino e smoking al duro confronto tra le acque della grotta tra Fabietto e il regista Antonio Capuano (mentore spirituale e professionale di Sorrentino), dal seno abbagliante e felliniano di una sensualissima zia (Luisa Raineri), ammirata in un caldo tramonto mentre si aggiusta i capelli, al fascinoso femminile mondano che scorta lo sceicco bianco Khashoggi, sbattendo i tacchi nel silenzio notturno di una Capri deserta. Ma già la scena di apertura è, da sola, un grande pezzo di cinema: una panoramica aerea, acustica e maestosa – che ricorda la discesa sul Tevere nel finale de La grande bellezza (2013) – con cui Sorrentino plana sul luogo-culla delle origini, eternamente sospeso tra il reale, il fantastico e il fantasmatico. Tra suoni acusmatici che sovrastano l’azzurro immenso della distesa marina: il rombo delle pale di un elicottero memore di Apocalypse Now, a ventilare forse il messianico sbarco di Maradona a Napoli, del quale non esistono immagini ufficiali («Non è arrivato, è apparso. Non è sceso da un aereo, lo vedemmo sbucare dal nero degli spogliatoi del San Paolo»). E, avvicinandosi a riva, un respiro profondo ed enfatico diffuso dai finestrini di un’auto (che ricorda quello di Papa Lenny Belardo in una celebre puntata di The Young Pope, e quello del misterioso “Dio” di Loro 1).

    La prima parte è gioiosa, affettuosa, comica, buffonesca, perfino circense, in una caotica ronde parentale (gli enormi e fumosi pentoloni delle cucine, in un ricettacolo di volti e figure femminili come nella vasca vaporosa di (1963), tra il colore genuino e il calore contagioso dell’affollata schiera degli Schisa, che si sfidano a scherzi, battutacce e reciproche schermaglie: una galleria di ritratti umani e familiari di esattezza antropologica e sociale mai macchiettistica. Nella seconda parte domina invece lo sguardo smarrito e impietrito di Fabietto. Sullo sfondo di una Napoli velata di malinconia fattasi improvvisamente scura, plumbea, irriconoscibile, per lui che, privato improvvisamente di un centro, di un nido sicuro e confortevole, si trova ora a vagare solo in cerca di un nuovo appiglio su una realtà scadente, da riscattare con la sublime e salvifica distrazione del Cinema. 

    «Non mi guardare, non c’è niente da guardare»: con queste parole, ad occhi chiusi, la scurrile e tirannica signora Gentile ammonisce Fabietto (curiosamente, lo stesso invito fatto dal personaggio di Adam Driver nel finale di Annette di Leos Carax), instillando la spia di un’amara premonizione. Il cuore del film sta inscritto proprio dentro il trauma del non-visibile, del rimpianto per ciò che non si è potuto vedere («Me li dovete far vedere», urla Fabietto disperato ai medici che occultano le salme dei genitori), che si trasforma nel suo contrario, la latente pulsione scopica e registica del protagonista che inizia a muovere ossessivamente lo sguardo sul mondo intorno a sé. Per vedere più a fondo, per andare in cerca delle proprie immagini e cavarle dalla rimozione e dall’oblio del fuoricampo, che diventa la costante stilistica e concettuale del film, la condizione di esistenza appartata in cui dimorano – e dal quale si risvegliano – ricordi e memorie personali tratte in salvo col lavoro del cinema: il fuoricampo assoluto che elide le immagini della tragedia – dai coniugi Schisa (gli splendidi e amorevoli Toni Servillo e Teresa Saponangelo) ci si congeda con mirabile delicatezza prima che il peggio avvenga, con i due teneramente addormentati uno accanto all’altra; il fuoricampo immaginifico che contiene gli adorati miti dell’empireo cinematografico: l’occhio di Fabietto appena buttato oltre la soglia della stanza dei provini dell’invisibile Fellini (sola presenza vocale), su quel collage di nomi, volti e corpi femminili che riprende in mano i Block-notes di un regista (1969) filtrati nello sguardo desiderante di Fabietto; e infine il fuoricampo più contingente, quotidiano e divertito, da sit-com o baruffa domestica: la sorella Daniela che parla barricata dietro la porta del bagno, senza mai uscirne. E la scena geniale delle botte in salotto alla signora Gentile, con i parenti abbandonati fuori dall’inquadratura e l’immagine fissa sulla Tv che trasmette a vuoto – solo per i nostri occhi – il Gol del Secolo, il più incredibile gesto calcistico della Storia (la serpentina palla al piede di Maradona nella seconda rete all’Inghilterra ai Mondiali messicani). Dopo la provvidenziale Mano de Dios, ovviamente… 

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  • VENEZIA 78 – UN BREVE RIEPILOGO

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    L’11 Settembre la 78^ Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia. In questo articolo vi avevamo spiegato come funziona la Mostra, come distinguere i vari premi che vengono assegnati e vi avevamo anche elencato tutti i film presentati (questo è stato, tra l’altro, un anno ricchissimo di grandi film). Qui vi riepiloghiamo i vincitori di questa edizione e tutte le mini recensioni scritte dal nostro vicedirettore Jacopo Barbero. Buona lettura!

    Leone d’oro al miglior film – 12 settimane (L’Evenement) di Audrey Diwan.

    “Film diretto Audrey Diwan, è ambientato nella Francia del 1963 e racconta la storia di Anne, una giovane donna dedita allo studio e che sogna un brillante futuro, che le permetta di costruirsi una vita diversa da quella proletaria condotta dalla sua famiglia. Peccato che il suo sogno nel cassetto rischia di andare in mille pezzi, quando la ragazza rimane incinta. È a questo punto che Anne si ritrova di fronte a una scelta: tenere o no il bambino? Ma il rischio di vedere il futuro da lei desiderato sparire per sempre tra pannolini e biberon, la spinge verso quella che per lei è l’unica opzione fattibile, abortire.
    Con gli esami finali alle porte, la giovane deve liberarsi il prima possibile del suo problema, ma nella Francia dei primi anni Sessanta l’aborto è ancora illegale e Anne si vede costretta ad agire contro la legge. La donna non rischia solo la prigione, ma anche la condanna e giudizi da parte di una società che nega il desiderio femminile…” (da comingsoon.it)

    Leone d’argento Gran Premio della Giuria – È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino.

    In È stata la mano di Dio Paolo Sorrentino racconta la sua giovinezza e la sua Napoli, mettendo in scena la storia di Fabietto, liceale silenzioso e ossessionato da Diego Armando Maradona, e della sua famiglia. Tenero e tragico, divertente e commovente, il nuovo film del regista napoletano è il suo più intimo: non ci sono “trucchi”, per citare Jep Gambardella. È un film di sincerità disarmante, lontanissimo dal barocchismo del suo cinema recente, quasi privo di musica e di picchi emotivi. Il film non travolge lo spettatore, lo coinvolge a poco a poco ed emoziona per la capacità straordinaria di Sorrentino di raccontare la sua storia senza orpelli, senza facili sentimentalismi, trattenendo tutto l’eccesso. Naturalmente lo stile non è mai realista, nonostante la mirevole ricostruzione storica degli anni ’80, bensì del tutto soggettivo: Sorrentino mette in scena la sua realtà giovanile, esaltando tutti i colori di quella “Napule” di cui canta Pino Daniele sui titoli di coda, e racconta l’umanità protagonista della propria memoria, che ha condizionato il suo immaginario e anima il suo cinema. È stata la mano di Dio è l’opera di un regista in totale controllo dei propri mezzi espressivi e del proprio universo narrativo.

    Leone d’argento per la migliore regia – Il potere del cane (The Power of the Dog) di Jane Campion.

    The Power of The Dog, nuovo film della veterana neozelandese Jane Campion a dodici anni da “Bright star”, è un inquietante western tratto dal romanzo di Thomas Savage e ambientato nel Montana del 1925. Il film analizza il rapporto tra i due fratelli mandriani Phil e George Burbank (Benedict Cumberbatch e Jesse Plemons), turbato dal matrimonio del secondo con la vedova Rose (Kirsten Dunst). La Campion assume dunque, forse per la prima volta nella sua carriera, una prospettiva prettamente maschile. Purtroppo, mettendo in scena un dramma dall’incedere lento e disturbante (cui molto giovano le musiche dissonanti di Jonny Greenwood), la regista fatica a dare reale spessore ai personaggi e questo rende particolarmente difficile l’immedesimazione dello spettatore con i caratteri e le loro complessità. Certo, la Campion – da grande regista qual è – azzecca l’atmosfera e almeno un paio di grandi scene, ma l’analisi dei rapporti virili e la rappresentazione tossica del maschilismo restano in superficie ed è impossibile non constatare la freddezza generale di un prodotto che, alla lunga e nonostante le sue raffinatezze, finisce per annoiare e non trova paragoni con le travolgenti passioni e contrasti al centro dei capolavori della cineasta di Wellington.

    Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile – Penélope Cruz (Madres Paralelas)

    In “Madres Paralelas”, ventitreesimo film di Pedro Almodóvar, si intrecciano due linee narrative parallele: da un lato il rapporto tra le due madri del titolo, Janis (Penélope Cruz) e Ana (Milena Smit), i cui destini si incrociano nelle corsie dell’ospedale prima di dare alla luce le proprie bambine; dall’altro il desiderio di Janis di far riesumare il corpo del proprio bisnonno, morto durante la guerra civile spagnola e sepolto in una fossa comune. Almodóvar, con un film che pare la perfetta continuazione del percorso intrapreso negli ultimi anni, racconta le famiglie spezzate dal caso, dalla morte e dalla Storia e a un dramma umanissimo affianca una riflessione stratificata sul passato del proprio paese, con cui ciascuno deve fare i conti e rispetto al quale, come ricorda Janis in una scena del film, è fondamentale prendere posizione. Per Janis è tanto importante prendersi cura della propria figlia quanto del proprio avo, come se alla parentela biologica venissero affiancate una parentela storica e il desiderio di stare dalla parte giusta in un paese che troppo spesso dimentica e trascura i propri eroi. “Madres Paralelas” è un film sull’importanza della famiglia e sulla necessità di stare insieme, nella vita e nella morte. E se alcune svolte narrative possono apparire prevedibili o banali a un primo sguardo, la bravura e la naturalezza di Penélope Cruz e Milena Smit sanno sanare anche le mancanze della sceneggiatura e elevano il film a grande esperienza emozionale.

    Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile – John Arcilla (On the Job 2: The Missing 8).

    On The Job: The Missing 8, film diretto da Erik Matti, è ambientato nelle Filippine, dove Duterte, ha acquistato sempre più potere, facendo sì che corruzione e censura dei media dilaghino nel paese. Tra i giornalisti “censurati”, però, ce n’è uno, Sisoy (John Arcilla), pronto a indagare sulla misteriosa scomparsa di alcuni suoi colleghi…” (da Comingsoon.it)

    Premio Osella per la migliore sceneggiatura – Maggie Gyllenhaal (The Lost Daughter).

    Tratto dal romanzo “La figlia oscura” (2006) di Elena Ferrante, “The Lost Daughter” è l’esordio alla regia di Maggie Gyllenhaal (anche sceneggiatrice), che trasferisce l’ambientazione da Napoli alla Grecia. Nel film Lena Caruso (Olivia Colman / Jessie Buckley nei flashback), docente universitaria di letteratura italiana, si trova in vacanza da sola e, dopo l’incontro con un chiassoso clan familiare, inizia a osservare la relazione tra una giovane madre (Dakota Johnson) e la figlia. Questo fa scaturire in lei i fantasmi del passato e della propria personale esperienza di maternità. La Gyllenhaal racconta la storia di una donna che fatica a vivere in maniera naturale il suo essere madre e che suscita, in questo modo, un misto di repulsione e compassione. Ma se il personaggio principale risulta tutto sommato ben raccontato, complice anche la bravura eccezionale di Olivia Colman, non si può dire lo stesso del film nel suo complesso, che pare non saper bene su cosa focalizzare la propria attenzione. Molti aspetti della trama a cui la Gyllenhaal dedica in principio notevole attenzione restano sospesi e il film, a poco a poco, smarrisce la “retta via” del racconto. Come spesso accade con le opere prime, inoltre, la regista pare non padroneggiare ancora con sicurezza gli strumenti del mestiere e si sofferma (dilungandosi) su dettagli inutili e realizza almeno un paio di scene che sfiorano il ridicolo involontario nella loro messa in scena iperbolica. Ad ogni modo, la Gyllenhaal ha talento e l’attento uso dei primi piani, la forza di diverse scene e l’atmosfera che ricorda un cinema (principalmente europeo) d’altri tempi lo dimostrano.

    Premio speciale della Giuria – Il buco di Michelangelo Frammartino.

    Il buco, il film diretto da Michelangelo Frammartino, è ambientato nel corso degli anni ’60 durante la forte crescita economica, quando viene costruito nel florido nord Italia, l’edificio più alto d’Europa. Nel sud del paese, nell’estate del 1961, un gruppo di giovani speleologi si reca in missione sull’altopiano calabrese per esplorare il suo incontaminato entroterra, visitando il sottosuolo di quel Meridione da cui tutti si stanno allontanando. Il gruppo fa un’incredibile scoperta: trova una delle grotte più profonde del mondo, l’Abisso del Bifurto dell’altopiano del Pollino, una grotta profonda 700 metri, sorvegliata da un vecchio pastore, unico custode di quel territorio ancora puro e inalterato. (da Comingsoon.it)

    Premio speciale Mastroianni per un attore o attrice emergente – Filippo Scotti in È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino.

    Altre recensioni scritte dal Lido

    Il collezionista di carte di Paul Schrader.

    Scritto e diretto da Paul Schrader e presentato da Martin Scorsese, “Il collezionista di carte” racconta la storia di William Tillich (Oscar Isaac), veterano dell’Iraq finito in prigione per aver partecipato alle violenze di Abu Ghraib. William, finalmente libero, trascorre la propria vita vagando di casinò in casinò e ottenendo piccole vincite a blackjack. Per lui le carte, a cui dedica tutta la propria esistenza, non sono un modo per vincere, ma per “passare il tempo” e provare a dimenticare gli orrori compiuti. Schrader affronta ancora una volta il tema della redenzione e demolisce ciò che resta del sogno americano, in un film in cui nemmeno il denaro ha più importanza: non esiste conforto materiale per abbattere i propri fantasmi e lenire il senso di colpa per il male commesso. È un film disperato, nerissimo, in cui l’oscurità degli ambienti è rischiarata solo dalle luci al neon delle sale da gioco e delle slot machines. E se a un certo punto una via di scampo appare possibile e il mondo pare accendersi come un albero di Natale, Schrader va fino in fondo nel raccontare la possibilità della redenzione ma l’impossibilità di sfuggire al proprio destino, figlio di errori passati impossibili da correggere. Se forse il discorso di fondo non è del tutto originale, la regia di Schrader è talmente sublime – tra grandangoli vertiginosi e piani sequenza fluidissimi – che è impossibile non restare ammirati.

    Last Night in Soho di Edgar Wright.

    “Last Night in Soho” è il nuovo, attesissimo film del genietto inglese Edgar Wright, presentato fuori concorso a Venezia 78. Senza entrare nei dettagli della trama che, come si evince dal trailer, si snoda tra la Londra contemporanea e la Swinging London degli anni ’60, possiamo dire che il regista si conferma un abile alchimista di generi cinematografici, fondendo efficacemente l’horror con il melò e il musical. Visivamente curatissimo (la sublime fotografia è del coreano Chung Chung-hoon, storico collaboratore di Park Chan-wook; il montaggio – sempre fondamentale in Wright – è del fedele Paul Machliss), nei primi quaranta minuti lascia letteralmente a bocca aperta per l’atmosfera evocata e la ricchezza di invenzioni visive e almeno un paio di scene in cui la musica è protagonista sono da applausi a scena aperta: immersive e coinvolgenti come di rado accade. Peccato che in seguito, per quanto il film rimanga godibile, la sceneggiatura mostri le sue debolezze e si sviluppi in maniera piuttosto prevedibile, per di più sfruttando meno la commistione tra generi e abbandonandosi a situazioni già viste, tra l’altro con palesi riferimenti alle idee promosse dal movimento #metoo. Anche il cast appare tutto sommato poco sfruttato nelle sue potenzialità, se si fa eccezione per l’eccellente Thomasin McKenzie, che regge il film sulle proprie spalle. Ad ogni modo “Last Night in Soho” resta una gran bella esperienza cinematografica da vivere rigorosamente in sala per apprezzarne lo splendore formale, benché nel complesso non si possa non rimanere un po’ delusi da una sceneggiatura non sempre all’altezza di alcune precedenti opere del grande Edgar Wright.

    Freaks Out di Gabriele Mainetti.

    “Freaks Out” era forse il film più atteso di Venezia 78: produzione enorme (circa 13 milioni di euro), post-produzione eterna (2 anni) e soprattutto la curiosità per l’opera seconda di quel Gabriele Mainetti che aveva stupito tutti nel lontano 2015 con “Lo chiamavano Jeeg Robot”. Il film mantiene la promessa di essere un UFO assoluto nel contesto del cinema italiano: un’avventura picaresca ricca di effetti speciali e sonori di altissimo livello, che sta a metà tra le suggestioni circensi felliniane e la grandeur di Sergio Leone. Scritto da Mainetti con Nicola Guaglianone, ha la sua forza in un impianto visivo di indiscutibile potenza visionaria (che si accompagna alla grande competenza tecnica), messo al servizio di una sceneggiatura semplice ma efficace. Chi si aspetta il capolavoro rimarrà forse deluso, ma “Freaks Out” è soprattutto una promessa per il futuro, il manifesto di un cinema italiano capace di tornare a sognare in grande. Ottimo il cast di interpreti e in particolare la rivelazione Aurora Giovinazzo (che interpreta Matilde, vera protagonista del film).

    The Last Duel di Ridley Scott.

    “The Last Duel”, ventiseiesimo film di Ridley Scott (che a Venezia 78 ha ritirato il Premio Cartier Glory to The Filmmaker), adatta un libro di Eric Jager e racconta la storia vera (seppur ampiamente romanzata) dell’ultimo duello legalmente autorizzato nella storia francese, tenutosi nel 1386. In quell’occasione, Sir Jean de Carrouges (Matt Damon) si batté con lo scudiero ed ex amico Jacques Le Gris (Adam Driver) per vendicare la violenza sessuale commessa da quest’ultimo nei confronti della propria moglie Marguerite de Carrouges (Jodie Comer). Scott e i suoi sceneggiatori (lo stesso Damon, Ben Affleck e Nicole Holofcener) adottano una struttura tripartita alla “Rashomon” per meglio rendere le psicologie e i punti di vista dei tre personaggi principali e realizzano uno dei più fulgidi esempi di cinema post-MeToo: un film a tesi, sì, ma mai retorico o forzato nel raccontare una vicenda in cui i riferimenti all’attualità si sprecano. Grazie anche a un cast in grandissima forma (Jodie Comer, in particolare, è eccezionale), Scott mette in scena due archetipi antitetici di machismo e li fa scontrare in un duello che ruota attorno a una donna, ma che è solo un’ulteriore autoesaltazione virile, in una società in cui le donne sono solo oggetti di contesa (economica, d’onore). La messinscena – come sempre accade nel cinema di Scott – è a dir poco magnificente (squadra che vince non si cambia: Dariusz Wolski alla fotografia, Arthur Max alla scenografia, Janty Yates ai costumi), in un film invernale, freddissimo nei toni e nei colori, volutamente antiepico (com’era uno dei film più belli e sottovalutati dello Scott post-2000: “Le crociate – Kingdom of Heaven”). Ma a lasciare davvero a bocca aperta è la lunga sequenza del duello: una scena di brutalità sconvolgente, in cui Scott – grande narratore d’azione – racconta la fatica dei corpi schiacciati dalle armature, il peso delle spade, il dolore delle ferite. È un momento di grandissimo cinema, che finisce istantaneamente nel pantheon delle migliori sequenze d’azione viste negli ultimi anni.

    America Latina dei Fratelli D’Innocenzo.

    Giunti al loro terzo film, con “America Latina” i gemelli Fabio e Damiano D’Innocenzo si immergono ancora una volta nella provincia laziale per raccontare la storia del dentista Massimo (Elio Germano) che, alle prese con un’agghiacciante scoperta, vede la propria quotidianità sconvolta. Quello che ormai possiamo constatare con sicurezza è che i fratelli D’Innocenzo sono due veri autori nel panorama del cinema italiano: hanno una propria visione del mondo, un proprio stile, i propri temi. “America Latina”, infatti, è la conferma di tutto ciò, pur trattandosi del film più debole della loro filmografia. I due registi raccontano la crisi del maschio nella desolata realtà provinciale ma, dopo un inizio affascinante e visivamente ammaliante, scarnificano la narrazione a tal punto che il film resta del tutto arenato alle sue premesse. Non ci troviamo di fronte a una potente narrazione sospesa alla Antonioni, bensì a un’opera incompiuta nella sua esibita (e forzata) autorialità. È come se i D’Innocenzo celassero la semplicità (il film è tutto giocato su una singola metafora svelata a 5′ dall’inizio) del loro discorso dietro una confezione ostentatamente impegnativa e faticosa (il film dura 90′, ma la durata percepita è almeno il doppio, tra interminabili silenzi che fan tanto “cinema d’autore”). Tra Lanthimos e Haneke – senza la dirompenza e del primo e lo sguardo spietato ed entomologico del secondo -, i D’Innocenzo rischiano la maniera già al terzo film.

    Qui rido io di Mario Mortone

    “Qui rido io” di Mario Martone, in concorso a Venezia 78, racconta la vita di Eduardo Scarpetta (1853-1925), padre del teatro dialettale moderno e grande attore napoletano. Al culmine del successo, l’uomo fa la spola tra i palcoscenici e il proprio complesso nucleo familiare, composto da mogli, amanti e figli legittimi e non (tra questi ultimi: Eduardo, Peppino e Titina De Filippo, mai riconosciuti dal padre). A un certo punto Scarpetta, dopo aver assistito a una messa in scena de “La figlia di Iorio” di Gabriele D’Annunzio, decide di scriverne una parodia e per questo viene denunciato per plagio. Martone torna nella sua Napoli e si immerge nel mondo teatrale partenopeo, ricreato con grande magnificenza figurativa, per mettere in scena una riflessione sul rapporto tra riso, satira e potere. Ma “Qui rido io” è soprattutto il racconto dell’uomo Scarpetta: multiforme, barocco e debordante sul palco come nella vita, è un attore nato e un padre degenerato, che ama se stesso e il suo talento più dei suoi stessi figli, con cui vive un rapporto altalenante. Servillo gli dona anima e corpo e dà vita a un personaggio ricco di sfumature. Certo, qualche minuto in meno avrebbe giovato al film e in generale Martone fatica a trasporre la complessità intellettuale in emozione cinematografica. Ugualmente, “Qui rido io” è un film riuscito nelle sue ambizioni e rappresenta uno dei migliori risultati del Martone recente.

    Halloween Kills di David Gordon Green

    “Halloween Kills” di David Gordon Green è il secondo capitolo, dopo “Halloween” (2018), della nuova trilogia di sequel diretti del rivoluzionario “Halloween – La notte delle streghe” (1978) di John Carpenter (che qui è produttore esecutivo). La storia prende il via direttamente dal finale del film precedente, con Michael Myers che sopravvive all’incendio della casa di Laurie Strode (Jamie Lee Curtis, Leone d’Oro alla Carriera a Venezia 78) e riprende i consueti massacri. La regia di Green, come sempre, è molto elegante (c’è anche uno splendido flashback ambientato nel 1978, in cui le immagini riprendono la grana e le luci del film originale) e tutto sommato il film scorre via in maniera abbastanza godibile, tra sgozzamenti e scotennamenti vari. Certo, i cliché sono tanti, i momenti “trash” non mancano e, alla lunga, la reiterazione degli omicidi rischia di stancare, ma fa parte del gioco e chi va a vedere un film del genere sa cosa aspettarsi. L’aspetto più convincente della pellicola è la riflessione sulla bestializzazione della società statunitense che, posta di fronte alla paura incarnata dal “boogeyman”, si abbandona alla violenza e alla ricerca di capri espiatori. Al contrario convince sempre meno la ormai conclamata invulnerabilità di Michael Myers, che le prende da tutti e continua a rialzarsi come nulla fosse: Carpenter nel 1978 era ambiguo e inquietante nel rappresentare il personaggio; qui ormai siamo più dalle parti dei Looney Tunes.

    Competencia Oficial di Mariano Cohn e Gastón Duprat

    “Competencia Oficial” è il quinto film della premiata coppia composta dagli argentini Mariano Cohn e Gastón Duprat, già autori degli acclamati “L’artista” e “Il cittadino illustre”. Il successo di quest’ultimo film ha permesso loro di ingaggiare due star come Penélope Cruz e Antonio Banderas, oltre al fidato Oscar Martínez (Coppa Volpi a Venezia 73), per mettere in scena una commedia ambientata nel mondo del cinema. La trama è semplice: un anziano miliardario desideroso di lasciare un segno indelebile della sua esistenza terrena decide di finanziare un grande film e assegna alla regista Lola Cuevas il compito di realizzarlo. Lei allora ingaggia gli attori Félix Rivero e Iván Torres come protagonisti e, per domarne le debordanti personalità, li sottopone a una serie di bizzarre prove. Cohn e Duprat, come già in passato, fanno commedia sfruttando il linguaggio cinematografico e “Competencia Oficial” diverte pur essendo privo di vere e proprie battute: a suscitare la risata sono le espressioni degli attori, la scenografia, il montaggio, i gesti. È puro cinema e ancora una volta i due registi sanno riflettere con intelligenza sulla figura dell’artista e sulle sue idiosincrasie. Da non perdere.

    La scuola Cattolica di Stefano Mordini

    “La scuola cattolica” di Stefano Mordini, presentato fuori concorso a Venezia 78, racconta il celebre massacro del Circeo (29 settembre 1975), in cui tre ragazzi dell’alta borghesia romana violentarono e massacrarono di botte due ragazze, causando la morte di una di esse. Il film, tratto dal romanzo Premio Strega di Edoardo Albinati, focalizza la sua attenzione sul contesto sociale e formativo dei tre autori del delitto e si ambienta per larga parte nella scuola cattolica dove i tre studiarono. Purtroppo Mordini, nel raccontare l’oscura vicenda, si ferma alla superficie delle cose e non sa indagare realmente le radici della violenza e del male scatenatisi. In “La scuola cattolica” manca un vero punto di vista sulla storia, non c’è una visione precisa degli eventi. Per questo il film si limita alla fiacca (e spesso confusa) messa in scena del crimine e dei suoi antefatti, senza che il regista abbia il coraggio di inquietare realmente lo spettatore costringendolo a guardare il male in faccia. Un’intervista qualsiasi di Franca Leosini, in questo senso, è ben più incisiva (e questo la dice lunga). Nella parte finale, poi, si sfiora il torture porn con una messa in scena esplicita del massacro, che risulta completamente gratuita in un film incapace di suscitare qualsiasi tipo di empatia con i personaggi. Una grande delusione.

    Mona Lisa and the Blood Moon di Ana Lily Amirpour

    “Mona Lisa and The Blood Moon” di Ana Lily Amirpour, il film più anarchico e folle presentato a Venezia 78, racconta la storia di una ragazza coreana in grado di controllare la mente e le azioni delle persone. Fuggita da un istituto psichiatrico di massima sicurezza, si aggira per New Orleans in cerca di un gesto gentile e del proprio destino e nel frattempo fa la conoscenza di una spogliarellista e di suo figlio. Caratterizzato da una onnipresente colonna sonora che spazia dall’elettronica alla techno, il film della Amirpour vive dei suoi personaggi, che la regista tratteggia con amore infinito, anche nei loro aspetti più deprecabili. La sensibilità con cui scruta nei loro occhi e nelle loro solitudini è rara a trovarsi e il film, tra omaggi ai b-movie e deliziose scene già cult, ci parla ancora una volta, dopo “The Bad Batch”, di quella necessità di trovare il proprio posto nel mondo che la Amirpour – iraniana di origine, cresciuta prima nel Regno Unito e poi negli USA – conosce bene.

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  • PILLOLE DA VENEZIA 78 – È STATA LA MANO DI DIO

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    Quella che leggerete non è una vera e propria recensione, quanto piuttosto un commento a caldo sul film visto al Lido dal nostro vicedirettore Jacopo Barbero.

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    In È stata la mano di Dio Paolo Sorrentino racconta la sua giovinezza e la sua Napoli, mettendo in scena la storia di Fabietto, liceale silenzioso e ossessionato da Diego Armando Maradona, e della sua famiglia. Tenero e tragico, divertente e commovente, il nuovo film del regista napoletano è il suo più intimo: non ci sono “trucchi”, per citare Jep Gambardella. È un film di sincerità disarmante, lontanissimo dal barocchismo del suo cinema recente, quasi privo di musica e di picchi emotivi. Il film non travolge lo spettatore, lo coinvolge a poco a poco ed emoziona per la capacità straordinaria di Sorrentino di raccontare la sua storia senza orpelli, senza facili sentimentalismi, trattenendo tutto l’eccesso. Naturalmente lo stile non è mai realista, nonostante la mirevole ricostruzione storica degli anni ’80, bensì del tutto soggettivo: Sorrentino mette in scena la sua realtà giovanile, esaltando tutti i colori di quella “Napule” di cui canta Pino Daniele sui titoli di coda, e racconta l’umanità protagonista della propria memoria, che ha condizionato il suo immaginario e anima il suo cinema. È stata la mano di Dio è l’opera di un regista in totale controllo dei propri mezzi espressivi e del proprio universo narrativo.

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