Tag: silvia alberti

  • RECENSIONE LE OTTO MONTAGNE – CHI FUGGE E CHI RESTA

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    Alessandro Borghi e Luca Marinelli tornano a recitare insieme dopo l’incontro fulminante in un film che è già culto, Non essere cattivo di Claudio Caligari, per interpretare nuovamente la storia di un’amicizia maschile complessa e grandiosa come il profilo di una montagna. Le Otto Montagne, scritto e diretto dalla coppia, cinematografica e di fatto, composta da Felix Van Groeningen (Alabama Monroe, Beautiful Boy) e Charlotte Vandermeersch, è un adattamento dell’omonimo e amatissimo romanzo di Paolo Cognetti, che nel 2017 aveva trionfato al premio Strega. 

    Il rapporto tra i due protagonisti, Pietro e Bruno, attraversa le inclinazioni del tempo ma non quelle dello spazio, che rimane invece invariato dall’infanzia all’età adulta. I due amici trovano infatti nella montagna il punto fermo della loro amicizia, lo spazio perfetto per l’incontro tra due mondi distanti. Pietro viene da Torino e la montagna rappresenta per lui «Il tempo della leggerezza» che si alterna inevitabilmente al «tempo della gravità», quello trascorso in città, scandito dai suoni invadenti delle macchine e da lunghe giornate trascorse al chiuso tra i muri di casa e di scuola. Bruno invece fonde già durante l’infanzia la sua vita e la sua formazione con le rocce delle montagne, creando un legame così solido che lo porterà a non desiderare mai di vedere cosa c’è al di là delle alte vette. 

    La montagna così si delinea da subito come la terza, silenziosa, protagonista del film, ritratta con un formato 4:3, quadrato, che serve l’intento di non ridurre il paesaggio a cartolina quanto quello di mantenere sempre saldo, ad ogni inquadratura il legame con i personaggi che lo abitano. Il rischio da non correre nella resa fotografica era chiaro -viene esplicitato anche all’interno della sceneggiatura proprio dal montanaro Bruno- cioè quello di assumere una prospettiva esterna, restituendo l’immagine della montagna semplicemente come natura, un concetto astratto che romanticizza gli aspetti più aspri della vita in alta quota. La supervisione di Paolo Cognetti sul progetto in questo senso è risultata decisiva, un maestro di montagna che ha guidato e messo alla prova gli autori e gli interpreti coinvolti radicandoli nel territorio. 

    Pietro arriva sulle alpi valdostane da villeggiante ed entra in contatto con la montagna grazie alla profonda passione che il padre nutre per le lunghe escursioni, preziosi momenti che  rappresentano l’unica forma di evasione che si concede in una vita completamente dedita al lavoro. Nonostante questo, con il trascorrere degli anni, i ricordi che legano lui, suo padre e le alpi si fanno via via più rari, complice un rapporto difficile dove incomprensione e distanza diventano altezze insormontabili. Ed è anche da qui, dal difficile tentativo di venire a patti con l’eredità paterna – sia concreta che astratta – che si rinforza definitivamente il legame tra Pietro e Bruno. Se il primo si era allontanato dal padre in gioventù ribellandosi all’idea di vita che quest’ultimo desiderava per lui, il secondo si trova invece costretto, almeno inizialmente, a seguirne le tracce, diventando anch’esso muratore, per poi recidere altrettanto duramente, in età adulta, questo legame. 

    D’altra parte anche il rapporto tra Pietro e Bruno non scorre in modo lineare, conosce allontanamenti e silenzi che durano quasi vent’anni. Durante questo tempo Bruno stringe un rapporto sempre più forte con le proprie origini mentre Pietro sceglie di abbandonare completamente questo tassello della sua formazione. Come accade però nei grandi rapporti, caratterizzati da un’intesa che oltrepassa la quotidianità, il tempo trascorso non rappresenta un ostacolo ed è proprio sui silenzi che invece si costruisce la comprensione dell’altro. 

    A dare profondità alla ricerca e all’essenzialità espressiva di Pietro c’è Luca Marinelli la cui sensibilità e introversione trovano un proseguimento naturale con l’interpretazione del personaggio. Alessandro Borghi invece torna a misurarsi con la trasformazione del proprio corpo, lavorando in particolare sull’accento, e ci restituisce una delle sue interpretazioni più riuscite e credibili. 

    Le Otto Montagne è un ritratto libero dell’amicizia che riesce a costruire sui contrasti un orizzonte comune. I percorsi, come anche le bussole che guidano i protagonisti sono radicalmente diversi: pochi punti ma fissi per Bruno, una ricerca incessante, in continuo divenire per Pietro. Come due facce complementari della stessa medaglia, capita anche che amino le stesse persone, ma questo accade sempre in momenti sfalsati. Il viaggio di scoperta intrapreso da Pietro concede poco spazio alla presenza di affetti stabili nella sua vita e spesso Bruno sembra invece saperne colmare le mancanze, come accade prima con il padre e poi con la fidanzata, lasciando in Pietro non solo con la consapevolezza che Bruno sia una delle parti migliori di sé ma anche con  il dubbio che possa essere in fondo un uomo migliore. 

    Non interessa però sapere chi tra i due possa avere ragione, resta infatti senza risposta il quesito esistenziale posto dai saggi del popolo nepalese nel quale si imbatte Pietro: in un mondo fatto a ruota, composto da otto mari e otto monti, con una grande vetta al suo centro – chiamata monte Sumeru- impara di più chi ha fatto il giro delle otto montagne o chi è salito in cima al monte Sumeru? 

    L’unica risposta certa risiede nel prestare attenzione alle sfide, alle risate, ai silenzi, alle increspature della vita che portano Bruno e Pietro a condividere la scalata più difficile, quella verso la comprensione di sé stessi. 

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  • RECENSIONE IL PIACERE È TUTTO MIO – GOOD LUCK TO YOU LEO GRANDE

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    Se ci si approccia a Il piacere è tutto mio (Good Luck To You Leo Grande) aspettandosi un dirompente e graffiante ritratto del sex working o della stessa rappresentazione del sesso si potrebbe rimanere delusi. Si tratta di un prodotto la cui distribuzione è stata chiaramente pensata per un pubblico maturo, stuzzicato dal binomio commedia inglese-intimità dopo i cinquanta, confezionato inoltre con il titolo furbetto e ammiccante di Il piacere è tutto mio. Il film dimostra subito però di essere molto altro, una sex comedy che parte, certo, dall’età della protagonista ma riesce, soprattutto grazie all’ incontestabile bravura di Emma Thompson, a ragionare in modo più ampio sulla psicologia dell’intimità e su quanto lavoro possa richiedere aprirsi all’altro e accettare al tempo stesso l’idea di meritare il piacere. 

    L’impianto è teatrale con un confronto diretto tra i due protagonisti che si incontrano più volte, nell’arco di diversi mesi, in una camera d’albergo. Nancy Stokes è estranea al suo stesso corpo e non ha mai avuto un orgasmo, è consapevole di aver vissuto una vita in cui l’attenzione per gli altri (in ordine il marito, i figli e gli studenti a cui insegnava) ha sostituito l’attenzione verso sé stessa ed in particolare la ricerca di una forma personale di piacere. Per questo nel momento in cui – con la morte del marito, unico uomo con cui sia mai stata e convinto tradizionalista anche nell’intimità – nella sua vita viene a mancare uno di questi elementi, si rende conto di aver represso da sempre ogni forma di desiderio, sostituendolo con un atteggiamento a sua volta repressivo replicato nei confronti delle sue studentesse, alle quali intimava di allungare le gonne per non cadere nella trappola della compiacenza dello sguardo maschile. Se il riconoscimento del problema indica già la strada verso la sua soluzione, qui entra in gioco Leo Grande, sex worker che ha fatto della sex positivity il suo lavoro, vivendolo come una vocazione. Leo Grande è certamente “esteticamente perfetto”, ma disattende in qualche modo le attese di Nancy, la quale non si aspettava di trovarsi davanti una persona che facesse quel lavoro perché mosso dal reale desiderio di provocare piacere. Non solo è un sex worker per scelta, dissipando ogni possibile scenario mentale di Nancy che lo vedeva al lavoro per pagarsi gli studi o per sopravvivenza, ma è anche privo di pietà o disgusto nei suoi confronti e si muove nel mondo con una comprensione di sé e degli altri che fa impallidire anche una persona che sull’insegnamento agli altri ci ha basato una carriera. I limiti personali che stabilisce sono allo stesso tempo molto chiari; in questo caso, però, anche lui si troverà nella situazione di doverli mettere in discussione.

    Good Luck To You Leo Grande non è una commedia romantica (e meno male) quanto di scoperta personale e proprio questo aspetto la salva dal diventare la peggiore deriva che potrebbe assumere un progetto simile. Della commedia romantica rimane però un ingrediente, quello della fantasia. Non è difficile definire Leo Grande eccezionale oltre ogni reale aspettativa, ma questa perfezione in qualche modo viene raggiunta anche da Nancy o meglio dal meccanismo che si stabilisce tra i due. I continui tentativi di stabilire una connessione o creare la giusta atmosfera del primo vengono in modo altrettanto continuativo minacciati dalle stoccate della seconda che affrettano un ritorno alla realtà. Quando la schematicità dei ruoli tra i due si dissolve lo scambio diventa più sincero e reciproco.

    La più grande trasgressione che il film porta in scena non è legata però al piacere femminile, in particolare di una donna che invecchia, quanto la confessione di una maternità arrivata fin troppo presto rispetto alla maturazione personale, aspetto che si traduce nella più inconfessabile delle confessioni. La gioventù non vissuta di Nancy infatti l’ha portata a considerare noiosa non solo la sua vita ma anche quella di suo figlio, che dai suoi racconti le sembra aver assorbito il peggio dello stagnante ambiente familiare. L’audacia del film non risiede appunto nella sola rappresentazione del sesso: le parole infatti superano di gran lunga l’azione e sull’erotismo si lavora per sottrazione, permettendo di sovvertire un meccanismo che ha spesso caratterizzato un’industria dello spettacolo che si limita a sfruttare i corpi che la abitano senza cercare di comprenderli. 

    Se si partiva già da un buon lavoro di sceneggiatura, è la prova attoriale restituita dai due protagonisti ad elevare il tutto (un ruolo potenzialmente in grado di rendere Daryl McCormack una star e un possibile ritorno per Emma Thompson agli Oscar dopo quasi trent’anni, grazie ad una speciale concessione dell’Academy), umanizzando e riscaldando una commedia verbosa donandole ironia, senza farla mai scadere nella retorica.

    Good Luck To You Leo Grande è un passo a due sulle note di Always Alright degli Alabama Shakes che mette all’angolo, dissezionandola, la vergogna, capace finalmente di guardarsi allo specchio. 

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  • RECENSIONE TRIANGLE OF SADNESS – UNA COSA DIVERTENTE CHE NON FARÓ MAI PIÙ

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    Ruben Östlund in Triangle of Sadness è interessato a guardare attraverso le crepe dei nostri fallimenti in quanto esseri umani. Il regista allarga il suo punto di vista, esplicitando la volontà di catturare e ritrarre le disfatte della nostra società, non limitandosi a tratteggiarle nei singoli individui. Il contesto da cui questi fallimenti vengono generati sono il vero bersaglio al centro della pellicola ma il rischio è che la satira di classe voglia apparire più audace di quanto sia in realtà. Nonostante sia difficile uscire insoddisfatti dalla sala quando si è visto un film così divertente e sottile nei suoi momenti migliori- vengono subito in mente i botta e risposta tra il capitano, fiero Marxista (non comunista) sull’orlo di una crisi di nervi e il ricco magnate Russo portabandiera del capitalismo più sfrenato-  si ha la sensazione che manchi qualcosa. Ulteriori tagli nella fase di montaggio e un finale meno derivativo avrebbero sicuramente contribuito ad evitare l’effetto compiaciuto di una sovversione intellettuale che non arriva a graffiare davvero il pubblico che ne dovrebbe rimanere più turbato.

    Dal quadrato, a sua volta trionfante a Cannes, si passa ad un’altra forma geometrica, il triangolo, che utilizza comunque tattiche simili nel ricreare situazioni insostenibili per una classe sociale a proprio agio con il privilegio nel quale è immersa; un modo di fare cinema che lo rende lo studente modello della lezione impartita da Buñuel ne Il fascino discreto della borghesia.

    L’innesto dell’azione nasce dall’industria della moda, elitaria e caratterizzata da rigide regole interne, un mondo che per definizione guarda dall’alto verso il basso i consumatori, basando sull’esclusività la propria immagine. Esclusività alla quale non sono immuni neanche i suoi volti più esposti: i modelli, le cui carriere possono essere tanto scintillanti quanto brevi, facendo dell’incertezza il prezzo da pagare per chi usa la propria bellezza come moneta di scambio. La maggior parte degli aspetti interessanti del film occupano proprio il primo atto che esplora i rapporti di potere in una coppia che naviga in questa industria. Carl e Yaya si apre con una sequenza che riflette in modo intelligente su questo aspetto e ci avvicina subito ad uno dei protagonisti, Carl (Harris Dickinson, che già nello splendido Beach Rats aveva dato prova di essere un volto adatto ad incorporare la fragilità alla rappresentazione maschile), un modello la cui carriera sembra essere arrivata ormai agli sgoccioli. Ne è informato da uno schietto commento del direttore artistico dell’algido brand per cui sta facendo un’audizione, quando questo gli suggerisce di utilizzare del botox per correggere il suo Triangle of Sadness, un’espressione che serve ad indicare la zona imbronciata appena sopra le sopracciglia. 

    Più tardi assistiamo ad un litigio furioso con la sua fidanzata Yaya, una modella che cerca di rimediare all’incerto futuro della sua carriera in passerella ritagliandosi un side job da influencer, che si aspetta sempre egoisticamente che sia Carl ad occuparsi del conto. Lui esprie invece il desiderio di sovvertire i tradizionali ruoli di genere e le aspettative che questi comportano e nonostante Yaya si dimostri inizialmente scettica, lo sviluppo della trama, in una situazione estrema, le lascerà spazio per esplorare ciò che questo comporta. 

    É proprio la sua esperienza come influencer che permette al film di cambiare scenario nel secondo atto, quando, grazie ad una crociera su uno yacht extralusso omaggiatole dal brand di turno, la coppia si trova a condividere gli spazi con un oligarca russo “re della merda”, una donna tedesca che a seguito di un ictus riesce a pronunciare solo la frase-tormentone In Der Volken e due coniugi inglese arricchiti grazie al commercio delle bombe a mano.

    Qui ci si prende spazio per collezionare le stranezze di questa città galleggiante dove le nevrosi dei singoli passeggeri diventano esigenze da esaudire ad ogni costo nel nome dei soldi e le cui ansie vengono proiettate all’esterno nei confronti di forme fisiche, che siano esse vele inesistenti o  steward particolarmente avvenenti. 

    Il carburante che li trasporta è la devozione alla bellezza -sfruttata per ottenere qualsiasi cosa si desideri- e al denaro, non importa se ottenuto nel più sporco dei modi (la merda o le armi). Ostlünd implica che l’unico esito possibile quando ci si affida a beni così volatili sia un declino, spesso improvviso, un naufragio inevitabile. Ed è proprio a questo punto che anche la pellicola sembra andare alla deriva. 

    Nonostante il film faccia dell’eccesso la sua cifra stilistica – eccesso che raggiunge il suo apice nel secondo atto del film, dove viene dedicato ampio spazio ad una sequenza in cui gli ultra ricchi passeggeri dello yatch, come ironico contrappasso, rigettano tutta l’abbondanza con la quale sono stati viziati- non si spinge abbastanza lontano, finendo per utilizzare il più classico degli espedienti per ribadire una lezione a cui il pubblico è già stato abituato.

    Triangle Of Sadness rimane comunque permeato dalla qualità immaginifica e visiva di Östlund che restituisce scene appaganti, giocando con la telecamera che riprende l’ondeggiamento nelle acque agitate dalla tempesta. 

    É una giostra divertente da cui si scende sicuramente avvertendo un senso di nausea ma non abbastanza scossi. L’estremizzazione delle situazioni infatti non contribuisce ad estremizzare a sua volta le considerazioni su temi giganteschi come il genere e la classe, che sembrano invece non arrivare abbastanza lontano.

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  • RECENSIONE DO REVENGE – LA TEEN COMEDY CHE RESTITUISCE GLI ANNI ’90 ALLA GEN Z

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    Do Revenge è la teen comedy che Netflix ha provato a realizzare per anni senza mai  raggiungere gli obiettivi sperati. I tentativi in questa direzione negli anni si sono sprecati, con titoli che non solo non sono stati in grado di entrare in sintonia con il target di riferimento ma si sono distinti come alcuni dei prodotti qualitativamente peggiori offerti dalla piattaforma, facile citare la trilogia di The Kissing Booth, Tall Girl, Sierra Burgess è una sfigata e The perfect date. Invece il secondo film di Jennifer Kaytin Robinson funziona perché rende omaggio ad alcuni dei titoli iconici prodotti tra la fine degli anni novanta e l’inizio degli anni duemila che sono entrati nel vocabolario pop della gen z. Questo aggiornando il linguaggio sia verbale che visivo al contemporaneo senza però risultare stucchevole. 

    L’ispirazione dichiarata del film guarda però ad un libro e ad un film che affondano le proprie radici negli anni cinquanta, si tratta del thriller psicologico Strangers on a train, romanzo scritto da Patricia Highsmith e adattato nell’omonimo noir di Alfred Hitchcock. Se in Strangers on a train, inizialmente disdegnato dalla critica per poi  essere rivalutato solo recentemente, due sconosciuti si incontrano durante un viaggio in treno e decidono di affidarsi reciprocamente un delitto in modo da non essere collegati in nessun modo l’uno all’altro – inaugurando un filone interno al genere nel quale la fonte del male non deriva da elementi soprannaturali quanto dall’uomo stesso – in Do revenge le protagoniste Drea (Cami Mendes, Riverdale) ed Eleanor (Maya Hawke, Stranger Things, alla quale è affidato per la seconda volta un personaggio queer) scelgono lo stesso metodo ma questa volta per ottenere vendetta o appunto “farsi vendetta” con una dubbia scelta grammaticale. 

    Conosciamo per prima Drea, la Regina George del prestigioso liceo privato Rosehill Country Day, che si muove in un regno nel quale lei, inizialmente, occupa il rango più elevato della complessa piramide sociale. Nasconde bene l’essere una studentessa sostenuta da una borsa di studio, come la sua provenienza e il non essere nata nella ricchezza e nel privilegio dei compagni. Drea è la it-girl dal guardaroba che fa tendenza, appare su Teen Vogue e sembra avere tutto sotto controllo, dai voti stellari che le spianeranno la strada verso una Ivy League al fidanzato Max (interpretato da un impeccabile Austin Abrams che abbiamo conosciuto in Euphoria), maschio alpha della situazione. Presto però assistiamo al crollo di questo castello architettato con tanta maestria, non facendosi scrupoli ad abbattere chiunque cercasse di ostacolarla. Drea è come Icaro, ha volato troppo vicino al sole e il suo fidanzato ha diffuso il suo sex tape, come recita in voice over una delle battute migliori del film. La vediamo quindi diventare una reietta, avvicinandosi al personaggio di Emma Stone in Easy A, ed essere spedita a lavorare in un tennis club dove avrà tempo di covare il suo risentimento proprio in tempo per il nuovo anno scolastico. 

    É infatti qui che Drea incontra Eleanor – il doppio opposto della protagonista – il cui aspetto più trascurato e l’attitudine diametralmente opposta a quella delle compagne la portano ad autodefinirsi “una Billie Jean King in un mondo di Maria Sharapova”. Le due che sembrano arrivare da due mondi diversi trovano però un punto di incontro quando Eleanor confessa di aver subito un’umiliazione molto simile quando ad un campo estivo molti anni prima una ragazza alla quale si sera dichiarata aveva sparso falsi pettegolezzi, dipingendola come una predatrice sessuale. Il piano della vendetta Machiavellica emerge quasi naturalmente, anche se durante la sua messa in atto, si rileva meno violento e crudele, non solo rispetto all’esempio Hitchcockiano, ma anche rispetto ai suoi corrispettivi più vicini nel tempo, tra i quali Heathers.  

    Do Revenge è un trasposizione delle più classiche teen comedy satiriche che, con un’estetica assimilabile ad alcune delle serie tv presenti sempre sulla piattaforma, una fra tutte Sex Education, accarezza temi quali la consapevolezza di classe e l’outing. Strizza quindi l’occhio alla gen z sia da un punto di vista lessicale, con un espressioni che troverebbero facile collocamento anche su Twitter come “cis hetero men championing female identifying students league” o il termine Gennergy per descrivere l’energia emanata dal personaggio che Gleen Close interpreta in Attrazione fatale. Anche la rappresentazione della mascolinità di Max serve questo scopo, con Austin Abrams che si ritrova a rappresentare tutto ciò che il suo personaggio che abbiamo conosciuto in Euphoria non è, un narcisista misogino che si nasconde dietro a una facciata woke. In Max vengono sintetizzati tutti gli ultimi trend in fatto di moda maschile, sul suo moodboard è facilmente individuale Harry Styles, anche se in questo caso la demolizione della mascolinità tossica è solo apparente, una tecnica messa in atto per rendere ancora più efficaci subdole tecniche manipolatorie. Ad incorniciare i toni pastello dei curatissimi costumi, che sono già candidati a diventare la novità di quest’anno in fatto di costumi per Halloween, non poteva mancare una colonna sonora impeccabile. Curata da Este Haim – una delle sorelle Haim che, sia quando si che si tratti di recitazione o che si tratti di musica, non fanno mai un passo falso – non si sottrae al gioco dei richiami mescolando hit del momento come Brutal di Olivia Rodrigo, regina contemporanea dell’estetica YK2, o Happier than ever di Billie Eilish a brani simbolo come Kids in America per Clueless o Praise You di Fatboy Slim per Cruel Intentions. 

    UNA MAPPA DEI RIFERIMENTI IN DO REVENGE (CONTIENE SPOILER!)

    Cogliere i riferimenti è senza dubbio la parte più divertente del film che nonostante riesca ad aggiungere alcuni elementi originali si presenta come un dizionario aggiornato del genere. 

    Sarah Michelle Gellar – Cruel Intentions

    Partiamo dal casting con Sarah Michelle Gellar nei panni della preside del liceo e icona per tutti gli studenti, che, oltre a regalarci la scena migliore del film che comprende anche un bellissimo bonsai, incarna in sé il genere avendo interpretato il manipolatorio personaggio di Kathryn Merteuil in Cruel Intentions. 

    Croquet – Heathers

    Ad aprire il cult sulla vendetta con Winona Rider in uno dei suoi ruoli più iconici c’è proprio una scena in cui il cattivissimo gruppo di Heathers gioca a Croquet, sport simbolo del film.

    Makeover – Clueless

    Il momento del makeover è una tappa imprescindibile in molte teen comedy, per questo motivo i riferimenti qui sono molteplici anche se è Clueless ad emergere chiaramente. Anche in questo caso, come durante la scena in cui Eleanor è guidata per la nuova scuola attraverso un tour che spiega le caratteristiche di ciascun gruppo, il film riflette queste scelte di sceneggiatura diventate anche clichè. Il makeover è quindi prontamente apostrofato come problematico, come è inevitabile che sia quando a fare da padroni sono slogan in favore dell’accettazione. 

    Goditi lo spettacolo – Mean Girls


    Se Regina George che assiste soddisfatta al caos causato dalla diffusione del Burn Book Diary è un’immagine chiave per l’iconografia del genere, altrettanto la è in Do Revenge quando Drea partecipa allo scandalo causato dalla diffusione dei messaggi privati di Max che lo smascherano in quanto traditore seriale. Qui però la soddisfazione dura poco, se infatti il sex tape di Drea l’ha trasformata in una reietta i tradimenti di Max dopo un breve scandalo iniziale aumentano la sua, già stellare popolarità, evidenziando il doppio standard utilizzato nel giudizio e la natura femminista della pellicola. 

    Paintball – 10 things i hate about you


    L’avvicinamento romantico tra Drea, trope della regina dal cuore di ghiaccio, e il suo nuovo interesse non poteva che avvenire ricalcando il primo appuntamento di un’altro personaggio caratterialmente molto simile, Kat Stratford. 

    Scena della fontana – Scream

    I licei privati e costosissimi teatro di queste storie sembrano non riuscire proprio a fare a meno di una fontana, che diventa il luogo perfetto per fare pause tra un gossip e l’altro. La stessa cosa accadeva anche in Scream dove però le conversazioni erano decisamente più macabre quando studiavano tecniche per evitare di diventare la prossima vittima del killer che stava terrorizzando la città. 

    Fuga finale – Cruel intentions

    Cruel Intentions è il film più citato all’interno di Do Revenge, un’ulteriore e conclusivo esempio è fornito sia dall’apertura quando Eleanor alla guida di una macchina vintage viene prima introdotta nella storia, ancora piena di rancore e con una vendetta da mettere in atto, e alla conclusione quando invece la guida è vittoriosa.  

    Do revenge è una lettera d’amore al genere e per questo ha voluto dare alla nuova generazione una rappresentazione 2.0 di tutto quello che l’autrice, come gli spettatori, hanno sempre amato di queste pellicole. Senza certamente gridare al cult istantaneo, dal momento che sono evidenti alcuni difetti – tra i quali la lunghezza calibrata non correttamente rispetto all’approfondimento di alcuni personaggi che rimangono nonostante questo poco esplorati e incoerenti, come se mancassero delle scene – è la strada giusta da intraprendere per non trattare il pubblico teen come analfabeta dal punto di vista cinematografico.

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  • RECENSIONE SECRET LOVE – NON È QUELLO CHE SEMBRA

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    DISSONANZA COGNITIVA

    Il trailer italiano di Secret love, pubblicizzato a spron battuto sui social (specialmente su Instagram), sembra preannunciare un film erotico in costume: un protagonista maschile che pronuncia qualche frase pseudo seducente, scene di nudo e sesso intervallate a delle conversazioni a tavola, in sottofondo Take me to church di Hozier e, per chiudere in bellezza, la scena di un falò a far immaginare una qualche tragedia. Quello che ci si aspetta è una storia d’amore e passione ostacolata dalle restrizioni sociali di un’Inghilterra passata, un prodotto un po’ mediocre (per non dire proprio trash), un After per tutte le cinquantenni appassionate di The Crown e Downton Abbey

    Una mossa di marketing davvero astuta, quella di Lucky Red, che già dal titolo scelto in italiano ha deciso di far passare questo film per ciò che non è: Secret love, infatti, in origine si chiama Mothering Sunday, espressione che designa la festa della mamma. 

    Tratto da un romanzo di Graham Swift, il film, diretto da Eva Husson, è ambientato per buona parte durante la festa della mamma del 1924, nell’Inghilterra post Prima Guerra Mondiale. Jane Fairchild (Odessa Young) è al servizio dei Niven, legati affettivamente ad altre due famiglie, gli Sheringham e gli Hobday. Le tre famiglie hanno perso, durante la guerra, quasi tutti i propri figli maschi. L’unico rimasto è Paul Sheringham (Josh O’ Connor), il quale sta per sposarsi con Emma Hobday (Emma D’Arcy) ma intrattiene comunque una passionale relazione con Jane. A seguito di un evento tragico, la vita di Jane viene sconvolta e la ragazza decide di cambiare totalmente traiettoria, dedicandosi a pieno alla propria passione per la scrittura. 

    Quella che il marketing italiano, dunque, tenta di far passare come una storia d’amore proibito, è in realtà la narrazione della vita di una donna la cui esistenza cambia dopo un singolo giorno. Una dissonanza cognitiva perfettamente incapsulata dai due diversi titoli.

    LUCI ED OMBRE

    Ma, una volta definita questo fondamentale problema di comunicazione, passiamo alla domanda fondamentale: questo film merita una visione?

    Il suo punto di forza sta certamente nella regia di Husson, la quale sin dall’inizio crea suggestive inquadrature che si concentrano sui dettagli: un dito infilato nella marmellata, le zampe di un cavallo al galoppo, una macchia di sangue su un lenzuolo… Anche la ricostruzione storica risulta molto attenta, almeno ad occhi inesperti, e certamente affascinerà qualsiasi fan dei period dramas ambientati nell’Inghilterra di inizio secolo.

    Young e O’ Connor forniscono due buone performance. Quest’ultimo, nei panni dell’amante ricco, riesce a bilanciare bene la natura classista del personaggio con una certa tenerezza infantile. Young attraversa con moderazione le trasformazioni della protagonista, passando senza eccessivi scossoni dalla Jane cameriera a quella scrittrice. Un interessante aspetto della loro dinamica di coppia è il fatto che entrambi vengano ripresi nelle situazioni intime (che al contrario di quello che il trailer ci lascia intendere sono molto poche) in maniera ugualmente dettagliata. Se solitamente, infatti, la macchina da presa tende ad evitare i genitali maschili e a soffermarsi invece su quelli femminili, in questo film entrambi vengono ripresi senza vergogna. Inoltre, possiamo notare dei timidi tentativi di designare i personaggi maschili (sia Paul sia l’altro compagno di Jane, Donald) come oggetti del desiderio.

    Anche il cast secondario non delude, con buone interpretazioni in particolar modo di Sope Dirisu (Donald), e di Glenda Jackson nella breve apparizione di una vecchia Jane. Questa interpretazione segna il ritorno al cinema dell’attrice dopo trent’anni, a seguito di una carriera in politica iniziata negli anni ‘90. 

    Infine, nonostante la brevità delle loro parti, Colin Firth e Olivia Colman riescono comunque a rubare la scena nelle parti dei coniugi Niven: il primo interpreta la parte, ormai cucitagli a pennello, del magnanimo gentleman inglese, la seconda è l’apatica e cinica moglie di lui. Entrambi i personaggi nascondono, dietro le proprie maschere, la tristezza della perdita dei propri figli. Colman, in particolar modo, è protagonista assieme a Young di una delle scene più memorabili del film, che spicca proprio per la maniera generalmente contenuta in cui ha recitato sino a quel momento.

    Alla buona regia e le buone prove attoriali, tuttavia, non corrispondono necessariamente una buona struttura narrativa ed una buona sceneggiatura. Quest’ultima risulta, soprattutto all’inizio, spesso ridondante. La decisione di fare avanti e indietro tra il passato e il futuro di Jane funziona in parte. Infatti, se le continue incursioni nel tempo presente che la vedono scrivere la propria storia stancano presto perché troppo ripetitive, alcuni episodi sono difficili da collocare (anche il trucco di Young aiuta poco da questo punto di vista), altri invece risultano inutili per completare la storia: il film non lascia alcuna ellissi, preferendo chiarire qualsiasi possibile ambiguità mostrandoci scene di cui ci ha già riferito o che, con un minimo di riflessione, avremmo potuto tranquillamente ricostruire. Inoltre, se all’inizio il passaggio tra i diversi momenti si basa su delle ricorrenze tematiche o visive, col proseguire del film ciò si viene perdendo e si tende sempre di più ad assistere ad una successione di episodi sconnessi. 

    UN CASO DI BAIT?

    In ultima analisi, Secret love si è dimostrato un prodotto nella media, con qualche buona trovata registica ma una sceneggiatura che si dilunga eccessivamente in alcuni punti. Certo è che non è ciò che probabilmente molti spettatori italiani si sarebbero aspettati: al posto di una storia di erotismo e passione una vicenda femminile sullo sfondo di un trauma nazionale, al posto degli intrighi amorosi la storia di una scrittrice in erba. L’impressione è che la casa di distribuzione non fosse certa riguardo al target di riferimento di questa storia, e che abbia deciso di appellarsi ad un pubblico più generalista alienandosi però una consistente fetta di spettatori che avrebbero potuto voler vedere una storia di emancipazione femminile diretta da una donna. Solo il tempo ci dirà se la campagna marketing riuscirà ad attirare spettatori in sala, e soprattutto se questi stessi spettatori apprezzeranno gli aspetti positivi del film.

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  • SEPPELLITI DA UNA RISATA – 5 FILM PER SCOPRIRE LA STAND UP COMEDY

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    Negli ultimi anni le piattaforme hanno dedicato sempre più spazio all’interno dei propri cataloghi alla comicità, basti pensare agli speciali di stand up comedy che Netflix rende disponibili periodicamente. Questo non senza problematicità sia all’estero che in Italia, dove il fenomeno è da qualche anno in progressiva crescita e popolarizzazione. Se infatti per i comici internazionali si sta assistendo ad un boom di speciali paragonabile al boom comico di fine anni ‘80, quando spuntavano continuamente nuovi club con il rischio di saturare il mercato, c’è la preoccupazione che il luogo della stand up comedy si sposti progressivamente dai palchi al web. Per i comici italiani invece non si riesce a comprendere l’effettivo impatto di queste vetrine che sortiscono spesso un effetto limitato. 

    Rimane però innegabile l’impatto dei comici sull’industria dell’intrattenimento ed accade spesso che siano anche i soggetti più interessanti da mettere al centro di una pellicola, protagonisti ingombranti quanto ricchi di spunti proprio grazie alla tendenza a mettersi a nudo di fronte al pubblico, tra nevrosi personali e l’abbattimento di temi tabù. La stand up comedy è la forma teatrale più personale ed implica per un natura un coinvolgimento emotivo tra comico e pubblico ma l’esperienza si limita alla performance sul palco, i film in questo senso riempiono un vuoto tra quello che succede prima e dopo, regalando allo spettatore una prospettiva inedita rispetto a quella sperimentata nella realtà. Questa prospettiva è spesso in contrasto con il lato più leggero dell’intrattenimento ed offre uno spazio per esplorare anche la dimensione psicologica più oscura di chi vive rispetto cercando di  far ridere le persone.

    Accanto ai ritratti biografici si accompagnano film nei quali comici con alle spalle una carriera nell’industria decidono di rappresentare sullo schermo personaggi che abitano questo mondo, è il caso di Adam Sandler in Funny People, Chris Rock in Top Five e Jenny Slate in Obvious Child. Se la rappresentazione della vita di un comedian è stata spesso appannaggio della serialità -dal  grande show sul nulla di Jerry Seinfeld al recente successo di The Marvelous Mrs. Maisel- negli ultimi anni si è arricchita la lista di film che scelgono di rappresentare l’esperienza sul palco e fuori dal palco da una prospettiva sempre più personale. 

    Per seguire l’evoluzione di questo piccolo ma stimolante sottogenere, di seguito elencati gli esempi più virtuosi: 

    Lenny (Bob Fosse, 1974)

    Il film successivo a Cabaret di Bob Fosse è una rarità nel suo genere, un film autobiografico su un comedian -in questo su colui che viene considerato come il creatore della stand up comedy, Lenny Bruce- che non viene interpretato dal comedian stesso. Qui Dustin Hoffman, in un’interpretazione che gli valse la terza candidatura al Premio Oscar come miglior attore protagonista,  ripercorre diversi momenti della vita del comico, dall’esordio ai momenti finali della sua carriera quando le diverse infrazioni alle leggi dell’oscenità lo portano a sviluppare un complesso da messia diretto all’autodistruzione. 

    The King of Comedy (Martin Scorsese, 1982)

    Robert De Niro è Rupert Pupkin, un comico squilibrato che sogna di ottenere, senza successo, uno spazio in un talk show e decide di sequestrare un famoso presentatore per ottenere finalmente il suo momento di gloria. 

    Anche The King of Comedy è una voce peculiare all’interno di questa lista perchè questa dark comedy di Martin Scorsese, sempre più apprezzata negli anni, non racconta come sia la vita di un comedian ma è sicuramente uno dei più grandi esempi di rappresentazione della forza distruttiva della spasmodica ricerca di fama e popolarità in anni in cui ottenere uno slot in televisione poteva dare una svolta decisiva alla propria carriera. 

    Ape (Joel Potrykus, 2012) 

    Con questo film slacker low budget il regista Joel Potrykus attinge dalla sua esperienza personale di comedian in difficoltà a New York per raccontare un artista solitario e borderline al suo punto di rottura, opponendosi così alla romanticizzazione del lavoro dello stand up comedian in cui spesso ci si imbatte guardando commedie che trattano il tema.  Trevor Newandyke non riesce a sfondare nella stand up comedy e questa frustrazione lo accompagna anche sul palco, dove dovrebbe invece raccontare delle proprie insicurezze, alimentando una spirale autodistruttiva che lo intrappola nella sua stessa mediocrità. 

    Obvious Child (Gillian Robespierre, 2014)

    Nel suo debutto alla regia Gillian Robespierre si affianca alla stand up comedian Jenny Slate, per la quale aveva già diretto lo speciale Netflix Stage Fright, per presentare al Sundance una commedia romantica indie su una comedian che decide di abortire dopo un incontro occasionale di una notte. La commistione tra vita privata e monologhi sul palco qui non potrebbe essere più chiara con la protagonista che racconta quello che le sta accadendo al pubblico. 

    The Big Sick (Michael Showalter, 2017)

    The Big Sick è tra gli ultimi grandi successi di questo genere che ha visto l’esordio alla sceneggiatura per il comico Kumail Nanjiani, il quale ispirandosi alla sua esperienza autobiografica, ha ottenuto una candidatura come miglior sceneggiatura originale ai Premi Oscar del 2017. Questa pellicola segue la strada tracciata da Obvious Child sia nello sviluppo drammatico della commedia, quando la donna di cui si innamora va in coma a causa di una rara infezione, sia dal punto di vista della rappresentazione del comedian sul palco a cui viene dedicato sempre più spazio. La stand up comedy anche qui diventa un espediente vincente per permettere di conoscere al pubblico le emozioni del protagonista. 

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  • RECENSIONE CHA CHA REAL SMOOTH – IL TUO NUOVO COMFORT MOVIE PREFERITO

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    “I Grew Up Thinking Feelings Were Cool”

    Probabilmente alcuni potranno essere infastiditi dai film di Cooper Raiff che trasudano una inadeguatezza che assoceremmo alla Frances Ha di Greta Gerwig (“I’m so embarrassed. I’m not a real person yet”) e ad una prima -superficiale- impressione possono sembrare costruiti per rientrare nell’etichetta di film indie, volutamente sottotono, in concorso al Sundance. Ma a Cooper Raiff sento di volere bene; Non solo per la sincera empatia con cui osserva le persone -che inevitabilmente si rispecchia nei personaggi, donando alle sue storie un’onestà immediata- ma anche perché nell’assistere all’esordio di questo giovane regista         -Raiff aveva solo 22 anni all’uscita del suo primo film- gli accostamenti al suo regista di riferimento, Richard Linklater, non sono affatto sprecati. Cha Cha Real Smooth è il suo secondo lungometraggio, vincitore sì del Gran Premio della giuria South by Southwest al Sundance ma ben lontano dai banali sentimentalismi che abbiamo visto nell’ultima hit del Festival, CODA. Il film, prodotto in collaborazione con TeaTime Pictures -progetto del cuore di Dakota Johnson e dell’ex dirigente Netflix Ro Donnelly- segue Shithouse, un delicato e vulnerabile romantic drama micro budget sullo spaesamento e la difficoltà del distacco di una matricola che non riesce a capire come tutti i compagni sembrino divertirsi così tanto quando lui si sente a suo agio solo durante le lunghe telefonate alla famiglia. 

    Con questa seconda opera più stilisticamente rifinita, di cui Apple ha acquistato i diritti ed è ora in streaming su Apple TV+, amplia il suo universo narrativo mantenendo però intatta quell’intimità che riesce ad infondere, combattendo il facile stereotipo del ragazzo-bianco-privilegiato che realizza film egocentrici sulle proprie insicurezze. Cooper Raiff ha fatto la cosa migliore per un regista e sceneggiatore esordiente, ha iniziato parlando di cose che conosce- un po’ come suggeriva Nanni Moretti in Sogni D’oro. 

    Perché hai scelto Cha Cha Real Smooth come titolo del film?

    Penso perché si tratti di quella parte della canzone in cui puoi fare le tue mosse. 

    Una cosa però la sta rendendo chiara fin da subito, almeno con i titoli, non ha nessuna intenzione di rendere la vita più facile ai suoi spettatori, divertendosi a generare una lieve sensazione di imbarazzo nella persona che sta per pronunciarli. Cha-Cha Slide è quel tipo di canzone, o meglio, ballo di gruppo, che dalla sua uscita ha perseguitato ogni festa di compleanno, matrimonio, ballo di fine anno e bat mitzvah americano. Ed è proprio da qui che partiamo, da un bat mitzvah. 

    Un flashback determinante apre il film e vediamo un piccolo Andrew al suo bat mitzvah sviluppare una cotta per l’animatrice della festa. Ne resta affascinato quando, durante una pausa, la nota allontanarsi per rispondere ad una chiamata. Il suo umore cambia visibilmente, ma questa sensazione dura solo un attimo perché in pochi secondi torna a sfoggiare il più professionale dei sorrisi. Crescendo con una madre bipolare (interpretata da una irresistibile Leslie Mann), Andrew ha sviluppato un istinto naturale, o meglio savior complex, nel proteggere gli adulti, che spesso vede come indifesi nei confronti di un mondo che non esita ad abbandonarli alle prime difficoltà, proprio come scopriremo essere successo con suo padre. Quindi Andrew, convinto di trovarsi davanti alla sua anima gemella, si dichiara a Bella che, lusingata, gli spiega gentilmente di essere troppo grande per lui, stabilendo un pattern che ripeterà inconsapevolmente nel suo presente. 

    Dieci anni dopo arriva la fine dell’università che oltre a scombinare gli equilibri con la sua attuale fidanzata, decisa a partire per Barcellona, lo mette davanti al crocevia definitivo sulla direzione da intraprendere in questa nuova vita da adulto. Per una persona che ha investito così tanto sulla relazione con l’altro, scegliere di fare qualcosa solo per sé può risultare spaventoso. Nel frattempo si annoia servendo hot dog in un fast food, anche se occuparsi della famiglia sembra essere il suo vero lavoro a tempo pieno. Proprio la sera in cui deve accompagnare il fratellino David ad un noioso bat mitzvah, Andrew  scopre che la sua inclinazione da people pleaser è perfetta per animare la festa. 

    E se dall’altra parte della stanza entra una magnetica Dakota Johnson- che sembra perfettamente a suo agio nell’interpretare madri che cercano di tenere il mondo a debita distanza- sai di essere nella stanza giusta. Domino, che si potrebbe facilmente confondere con una ragazza francese alla pari, ha solo 29 anni ed oltre ad essere una costante minaccia agli occhi degli altri genitori, è la giovanissima madre della brillante quattordicenne Lola, affetta da autismo e spesso bullizzata dai compagni, interpretata da una convincente Vanessa Burghardt al suo esordio. 

    È però chiaro fin da subito quanto  Domino sia lontana dall’immagine della fanciulla in pericolo ed è altrettanto chiaro ad entrambi il bene che si potrebbero fare a vicenda. Questa intuizione basta perché Andrew inizi a frequentarle come babysitter di Lola, finendo così per condividere con Domino lunghe chiacchierate notturne. La tensione sessuale tra i due personaggi, il continuo domandarsi da parte dello spettatore “succederà o non succederà” è sicuramente un fulcro vitale per lo sviluppo della storia ma a questo ancestrale meccanismo subentra subito una riflessione più profonda che indaga le ragioni che muovono Domino e Andrew, i loro limiti ed i loro traumi. Cha Cha Real Smooth offre infatti una delicata rappresentazione della salute mentale -senza per questo portarla in primo piano in modo didascalico- che non si limita alla rappresentazione dell’autismo di Lola ma tocca anche la depressione di Domino, in una sequenza in cui la sceneggiatura riesce a riflettere e dare voce a sentimenti difficili da verbalizzare. 

    Cooper Raiff, che in entrambi i film è sia dietro che davanti alla telecamera, ha creato un ponte tra le due interpretazioni -che fa quasi pensare a Cha Cha Real Smooth come a un seguito ideale di Shithouse- attraverso una rappresentazione analoga del protagonista maschile. I ragazzi che porta sullo schermo sono ancora incompleti ma in una certa misura consapevoli e proprio per questo totalmente aperti alla relazione con l’altro, caratterizzati da una gentilezza di fondo che li rende pazienti e comprensivi rispetto alle mancanze altrui. Viene quindi proposto un archetipo maschile di eterosessualità, che mette ancora una volta da parte il machismo a favore dell’accettazione di una vulnerabilità che non ha nulla a che fare con l’autocommiserazione ma con il semplice riconoscere che a volte le situazioni si complicano per gli esseri umani, in divenire per natura. Raiff però non corre il rischio di restituire una figura senza ombre perché come lui stesso ha dichiarato, i suoi personaggi sono ben lontani dal rappresentare un esempio positivo sotto ogni aspetto. Andrew si prende cura delle altre persone fino ad un punto in cui questo diventa un tratto caratterizzante della sua personalità; è così gentile, fin troppo gentile, come quando in un momento di riacquisita consapevolezza, prende a calci il prato di un vicino per poi affrettarsi subito a sistemare la zolla fuori posto. 

    Il più grande paradosso sta proprio in questo, dare inizio alle danze alle feste altrui quando in realtà i vent’anni sono l’età in cui dovresti pensare prima di tutto a dare inizio alla tua di festa. 

    Cha Cha Real Smooth, completando una parabola di crescita iniziata al primo anno di college e conclusasi al primo vero anno di vita adulta, rinunciando ad ogni tentazione di semplificazione narrativa restituisce un’impresa di irresistibile sincerità. 

    L’esordio di Cooper Raiff è esaltante ed è ancora più esaltante pensare che questo sia solo l’inizio del suo percorso.

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  • RECENSIONE GENERAZIONE LOW COST– FREGARSENE DI NON ARRIVARE IN TEMPO

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    Julie Lecoustre e Emmanuel Marre per il loro esordio cinematografico scelgono di ritrarre un’istantanea, dai tratti documentaristici, delle difficoltà di lavorare nell’indifferenza impersonale di una grande compagnia. 

    Tutte le emozioni che hai, devi lasciarle dietro di te. Non pensare alla tua vita personale, non pensare a nulla che ti possa turbare. Concentrati, non c’è passato né futuro.

    Rien à foutre o Zero fucks given, comunque lo si preferisca chiamare per evitare di utilizzare il titolo scelto per la distribuzione italiana che rischia di declassarlo ingiustamente ad una commedia dai toni paternalistici, segna l’esordio alla regia di Emmanuel Marre & Julie Lecoustre. Il film, presentato al Festival di Cannes 2021 e alla 39esima edizione del Torino Film Festival e distribuito in anteprima da MUBI, si inserisce perfettamente in un filone cinematografico francese che sembra essersi arricchito proprio in questi mesi, quello sul mondo del lavoro e della precarietà. 

    A metà strada tra l’approccio documentaristico con riprese da telecamera in spalla ai limiti del pedinamento – stile sviluppato dai fratelli Dardenne, famosi registi belgi – ed una costruzione più intimista del racconto che ricorda Sofia Coppola, Zero Fucks Given si presenta come un film incerto sulla direzione che vuole intraprendere, proprio come la sua protagonista. Cassandre ha 26 anni, lavora per una compagnia aerea low cost con base a Lanzarote e se il lavoro dell’assistente di volo può sembrare affascinante, le condizioni di lavoro in una low cost non lo sono affatto. I voli non raggiungono mete affascinanti, l’andata e il ritorno sono quasi sempre in giornata e i dipendenti sono spinti a vendere insistentemente prodotti extra sul volo dato che il guadagno per la compagnia è scarso dato il costo dei biglietti. Cassandre sta affrontando quella che si potrebbe definire una quarter life crisis, ma non ha il tempo e la voglia di pensarci e preferisce portare avanti le sue mansioni in una quotidianità che diventa robotica e ripetitiva tra scali, incontri occasionali su app di dating, nottate passate in discoteca e momenti di profonda solitudine. 

    Emmanuel Marre è partito proprio da una sensazione simile ispirata in lui da uno spaccato di vita reale. Il regista si trovava su un volo Ryan Air direzione Maiorca, seduto di fronte alla fila riservata alle assistenti di volo quando nota che una di queste sembra essere particolarmente turbata, assorta nei suoi pensieri. L’hostess richiamata dal suono del campanello che annunciava l’inizio del servizio, si è poi slacciata la cintura e resettando ogni emozione sul volto ha sfoggiato davanti ai clienti un sorriso perfetto

    Da queste premesse sarebbe facile pensare che il film possa cadere nella trappola della retorica, ma i due registi riescono a mantenere un elegante equilibrio all’interno della storia.

      «Non volevamo ricorrere al cliché di denunciare la vita moderna come una “non vita”. Dicono che il mondo digitale ci taglia fuori dalla vita reale, ma nel mondo digitale, attraverso le app di appuntamenti, puoi anche trovare scintille di vita, e non sono meno preziose delle altre. Non volevamo filmare l’assenza di incontri, ma l’impossibilità di avere un incontro davvero significativo. Cassandra vede le persone tutto il tempo e con ognuna potrebbe succedere qualcosa»

    Cassandre infatti non si sottrae, vive le esperienze che le si presentano davanti, ma tutto passa senza lasciare traccia e lo sradicamento diventa così uno stile di vita. Questo non esclude però la ricerca di una condizione migliore, una volontà che al contrario è presente e che notiamo, per esempio, quando Cassandra osserva ammirata le elegantissime hostess di Emirates. Questo slancio non si trasforma mai in un’esigenza gridata, mantenendo una chiave low che diventa cifra del film stesso

    Se infatti durante prima parte pensiamo di assistere ad un film di denuncia sulle tracce di Ken Loach e degli stessi fratelli Dardenne, in cui la protagonista si batte contro un sistema lavorativo alienante e ingiusto, ci accorgiamo che non è così quando Cassandre e alcune colleghe si imbattono in un corteo di protesta e alle sollecitazioni di un sindacalista una di loro risponde: “Non ho tempo per la rivoluzione”, parole manifesto di una generazione. Nella seconda metà invece il sentimento del film cambia, avviene un ripiegamento nella dimensione privata di Cassandra che si dimostra essere altrettanto complicata rispetto a quella lavorativa. 

    Il licenziamento da parte di Wing, che non le perdona un atto di empatia nei confronti di una passeggera in difficoltà, la costringe a ritornare nell’ambiente familiare dal quale stava cercando di fuggire per mettere una distanza, almeno fisica, al dolore causato dalla morte della madre. Questo sconvolgimento emerge ancora una volta da una scena breve, apparentemente poco rilevante, quando un call centre contatta Cassandre per modificare il suo piano telefonico ma non riesce ad attuare la modifica perché il telefono è intestato ancora alla madre. 

    Questo slittamento tra film di denuncia e dramma intimo produce singoli momenti, singole scene, pregne di significato che nell’insieme non contribuiscono però a fornirci una chiave unica di lettura. Infatti, non è questo l’intento neanche nei confronti della protagonista, con la quale siamo spinti ad empatizzare senza per forza dover comprendere la natura delle sue scelte o cosa pensi realmente della sua situazione. 

    Certo è che a mantenerci incollati agli sviluppi di questo film, dal ritmo a tratti altalenante, è proprio Adèle Exarchopoulos che, circondata da un cast composto da vero personale di una compagnia aerea, dona al suo personaggio una sincerità che si rispecchia su un volto in cui convivono tratti infantili ed enigmatici

    Se l’avevamo conosciuta con Blue is the warmest colour, qui il blue rimane assumendo un’altra sfumatura, quella della tristezza, che è tuttavia capace a suo modo di essere calorosa proprio perché abitata da un personaggio in divenire, le cui frequenti oscillazioni lasciano spazio alla possibilità di vedere paesaggi migliori. 

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  • RECENSIONE COMPETENCIA OFICIAL – FINALE A SORPRESA: UNA COMMEDIA SATIRICA SUL NARCISISMO DELL’INDUSTRIA CINEMATOGRAFICA

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    Competencia Oficial, terzo lungometraggio risultato del sodalizio tra Mariano Cohn e Gastón Duprat, è una commedia satirica metacinematografica che, esplorando il rapporto tra personaggio e attore, riflette sull’egocentrismo che abita il mondo dello spettacolo. Il film è stato presentato alla scorsa edizione del Festival del Cinema di Venezia e non poteva del resto mancare questa occasione, in primo luogo per l’inevitabile parallelismo con il titolo e in secondo luogo per la platea ideale di spettatori a disposizione, i frequentatori di festival o meglio ancora gli addetti ai lavori. Chi meglio di loro infatti può ridere (si potrebbe aggiungere: ma anche riflettere) sulle debolezze messe in scena?

    Il duo di registi argentini non era nuovo alla manifestazione, dove aveva già partecipato nel 2016 con Il cittadino illustre, valso la Coppa Volpi a Oscar Martínez, co-protagonista a sua volta anche di questa pellicola insieme a due degli attori spagnoli più acclamati, Penelope Cruz e Antonio Banderas. Tornano quindi con un film che conferma la volontà di riflettere sul senso stesso dell’arte come cifra stilistica. Se ne Il cittadino illustre era la letteratura a interpretare il ruolo di protagonista, questa volta è proprio la settima arte

    Un anziano magnate dell’industria farmaceutica riflette su come lasciare una traccia significativa della sua esistenza e nell’indecisione tra realizzare un ponte affidato ad un grande nome dell’architettura e un film opta per quest’ultimo. Il miliardario non bada a spese e, una volta acquistati i diritti del romanzo Rivalidad, vincitore del premio Nobel, chiama a dirigere l’opera Lola Cuevas, regista indipendente acclamata dalla critica. 

    Il romanzo racconta il rapporto tra due fratelli, Pedro e Manuel, caratterizzato da una spietata rivalità che sfocia in tragedia. Lola, giocando proprio sugli opposti, sceglie di ingaggiare due attori tanto famosi quanto diversi. Se Félix Rivero (Antonio Banderas) ha ottenuto successo in tutto il mondo e si è trasformato in un divo hollywoodiano, Iván Torres (Oscar Martinez) ha intrapreso un percorso più impegnato e preferisce la dimensione teatrale alla quale alterna l’insegnamento. La rivalità inizialmente simulata diventa ben presto reale dopo le lunghe sessioni di prove, ospitate nei giganteschi ambienti della Fondazione Suarez. L’ego smisurato dei due attori (anche di Iván per quanto cerchi di nasconderlo) viene smascherato e messo costantemente alla prova dai metodi sperimentali utilizzati da Lola, come accade nella memorabile sequenza della distruzione dei premi. Il fulcro del film risiede proprio nel processo creativo che il regista affronta durante la realizzazione di un film e nel metodo utilizzato per permettere agli attori di entrare in sintonia con i personaggi

    Se ci si approccia al film aspettandosi grasse risate si potrebbe rimanere delusi,  infatti la comicità si mantiene più sottile che fragorosa e raggiunge il suo massimo nelle interazioni tra il cast. Infatti l’impressione è che le sequenze funzionino meglio come sketch, merito delle caratterizzazioni studiate e riflesse anche nei costumi e nelle brevi intrusioni nella vita privata. 

    L’aspetto più memorabile della pellicola è dato proprio dalle performance attoriali dei tre protagonisti, capeggiati da una carismatica Penelope Cruz, che all’interno di una sola edizione è stata capace di sorreggere gli equilibri di un altro dei film in concorso, Madres Paralelas di Pedro Almodóvar.

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  • RECENSIONE APOLLO 10 ½ – LA SINTESI PERFETTA DEL CINEMA DI RICHARD LINKLATER

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    «“Nostalgia” significa letteralmente il dolore proveniente da una vecchia ferita. È uno struggimento del cuore di gran lunga più potente della memoria. Questo aggeggio non è una nave spaziale, è una macchina del tempo. Ti può portare avanti o indietro. Ci porta in un luogo dove moriamo dalla voglia di ritornare. Non si chiama “ruota”, si chiama “giostra”. Ci fa viaggiare nel modo in cui viaggiano i bambini. Gira e rigira, e poi torna a casa. Che è il posto dove sai di essere amato».

    Era l’ultima puntata della prima stagione di Mad Men quella in cui Don Draper presentava la campagna pubblicitaria “Il Carosello”, realizzata per il nuovo proiettore di diapositive della Kodak ed incentrata sulla relazione tra nostalgia e memoria. Che la nostalgia sia più potente della memoria stessa sembra essere anche il nucleo centrale dell’ultimo film di Richard Linklater, sbarcato su Netflix il 1 Aprile. 

    Per dare vita a questo malinconico carosello di ricordi, il regista ricorre all’animazione, tornando alla tecnica del rotoscope digitale, già sperimentata e resa popolare in precedenza con Waking Life e A Scanner Darkly – Un oscuro scrutare. La caratteristica principale di questa tecnica è rappresentata dalla possibilità di restituire sequenze animate particolarmente realistiche, ricalcando immagini girate dal vivo. 

    Il film parte da una premessa inverosimile che riesce nell’intento di farci credere di stare assistendo ad una storia fantascientifica. Siamo nel 1969, a Houston, quando due ingegneri allontanano il giovane Stan dal cortile della sua scuola elementare per informarlo che la NASA ha commesso un errore: è stata costruita una navicella spaziale troppo piccola per un adulto e, quindi, è stato scelto lui per poter proseguire i test necessari alla riuscita della missione Apollo 11. A soli pochi minuti dall’inizio, quello che doveva essere il motore scatenante del film si rivela invece essere un espediente per  introdurre una sentimentale e caleidoscopica disamina del anni ‘60, in particolare dell’esperienza unica di assistere ad un evento epocale come l’allunaggio, da una prospettiva privilegiata. 

    Apollo 10 ½ si inserisce coerentemente nel percorso di un autore che ha fatto dell’esplorazione della gioventù, già dagli esordi con Slacker, una delle sue cifre stilistiche, un percorso culminato poi nel 2014 con un’impresa mastodontica, durata dodici anni: Boyhood. A contraddistinguere questo suo ultimo lungometraggio è però l’impronta personale ed autobiografica che il regista sceglie di infondere al progetto.

    Linklater infatti è cresciuto a Huston ed ha vissuto da vicino la febbricitante corsa allo spazio proprio in quell’età in cui la memoria si mescola ancora al sogno: “Ho capito che ero l’unica persona che poteva fare quel film. Penso di essere l’unico regista che ha vissuto vicino alla NASA. Per quanto riguarda i registi di Houston, Wes Anderson è nato in questo periodo ma penso di essere l’unico che ricorda quel momento”. 

    Ed è così che il voice over di uno Stan ormai cresciuto, doppiato da Jack Black -figlio a sua volta di due ingegneri aerospaziali- accompagna lo spettatore in una piacevole passeggiata lungo il viale dei ricordi che celebra il quotidiano anche nelle sue forme apparentemente più trascurabili. 

    La natura intorno a Houston negli anni ‘60 veniva conquistata e piegata alle nuove esigenze degli abitanti, dettate in gran parte dall’ingombrante presenza della NASA, le periferie della città venivano urbanizzate in tempi record e i complessi abitativi comparivano come funghi. Il nuovo stadio Astrodome dotato di erba sintetica era il simbolo perfetto di questa nuova era artificiale. Gli eventi che scuotevano la società americana dell’epoca come la guerra in Vietnam, le ondate di proteste nelle strade delle città e l’assassinio di Kennedy sembravano distanti o comunque reali solo quando apparivano sullo schermo del televisore. A distrarre la popolazione dagli inquietanti scenari fronteggiati dalla nazione era proprio la corsa allo spazio che, grazie alla sua aura di ottimismo e novità, abbagliava ragazzini impressionabili permettendo alle loro fantasie di prendere magicamente vita. 

    Non è mai stata, tuttavia, la narrazione dei grandi eventi ad affascinare Linklater, al contrario il suo sguardo è sempre stato rivolto verso il fluire della vita nei suoi aspetti più concreti e al tempo stesso sfuggenti. La memoria trova spazio per conservare ciò che è da considerarsi veramente importante, come le ricette preparate dalla madre, la ripartizione dei lavori domestici con i fratelli, gli show trasmessi in televisione, i giochi con i ragazzi del quartiere. I dettagli raccontati con più lucidità sono proprio quelli interni alle dinamiche della numerosa famiglia. 

    Il tutto è confezionato con immancabili riferimenti alla cultura pop di quegli anni, da 2001: Odissea nello spazio che riempiva i cinema consentendo speculazioni di ogni tipo riguardo il significato del finale -come vediamo in una scena divertente del film- ad una raccolta della musica del momento. Un mese dopo l’uscita di Licorice Pizza di Paul Thomas Anderson, risulta difficile non accostare le due ricercate colonne sonore che inconsapevolmente creano un punto di incontro tra i due decenni, condividendo una traccia. 

    Apollo 10 ½ è uscito direttamente su piattaforma e, nonostante non vedrà mai la sala, riesce comunque nell’impresa di farci dimenticare dell’opzione pausa, complice anche un ottimo montaggio che ci trasporta velocemente da un’azione all’altra come se stessimo assistendo ad un energico video musicale. La storia è portata avanti senza una trama e se questo aspetto potrebbe infastidire chi si aspettava un racconto più tradizionale, si rivela essere la forza del film che perde slancio proprio quando cerca di tornare all’intreccio iniziale. Nel punto di incontro delle due missioni, quella reale e quella immaginata, diventa difficile capire a quale stiamo effettivamente assistendo. Se questo aspetto contribuisce a calare il tono in quello che dovrebbe essere l’apice del film dall’altra restituisce la prospettiva di Stan, per il quale una gita al parco divertimenti risulta alla fine essere più importante del primo, reale, passo sulla luna. 

    “Sai come funziona la memoria” dice la madre del giovane protagonista al padre che lo sta accompagnando a letto, mentre si domanda se il figlio sia riuscito ad assistere al primo passo dell’uomo sulla luna “anche se dormiva un giorno penserà di aver visto tutto”.

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